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	<title>minima ruralia &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Minima ruralia &#8211; Contadini, dunque villani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 May 2013 06:00:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[agricoltura]]></category>
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					<description><![CDATA[di Massimo Angelini Nel deposito delle parole che formano la nostra lingua, per dire di qualcuno che è rozzo, grossolano, o maleducato, o comunque per denigrarlo, si usa un termine che, se vai a vedere bene, vuole dire “contadino”: per esempio, “villano”, “burino”, “bifolco”, “terrone”, “cafone”, “buzzurro” e così andando. Risalendo all’origine delle parole: villano [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Massimo Angelini</strong></p>
<p>Nel deposito delle parole che formano la nostra lingua, per dire di qualcuno che è rozzo, grossolano, o maleducato, o comunque per denigrarlo, si usa un termine che, se vai a vedere bene, vuole dire “contadino”: per esempio, “villano”, “burino”, “bifolco”, “terrone”, “cafone”, “buzzurro” e così andando.</p>
<p>Risalendo all’origine delle parole: <i>villano</i> è l’abitante della villa, dell’insediamento rurale; <i>burino</i>, chi usa gli attrezzi agricoli; <i>bifolco</i>, il guardiano dei buoi; <i>terrone</i>, il lavoratore della terra; <i>cafone</i> è il cavallo castrato da lavoro e, per estensione, chi fatica in campagna; <i>buzzurro</i>, il venditore ambulante di castagne e polenta.</p>
<p>Chi lavora la terra dà da mangiare a tutti e solo per questo il suo lavoro dovrebbe essere considerato tra i più importanti, se non il più importante, invece nel tempo è stato collocato sui gradini più bassi della scala sociale, oggetto di dileggio e disprezzo. Il lavoro che sporca le mani è considerato un lavoro sporco e allora sporco e, dunque, rozzo è chi lo fa.</p>
<p>Questo modo di costruire le gerarchie è lo specchio di un modo urbano di pensare il mondo che al centro dello spazio pone la città e chi ci vive e il contado ai suoi margini; e nella filigrana di questo modo si potrebbe leggere anche la contrapposizione tra le civiltà che nascono dalla scrittura e quelle generate nell’oralità o, forse, tra la propensione all’astrazione e l’ancoramento alla conoscenza materiale, tra un mondo asettico, immacolato e deodorato e un mondo che odora di terra, letame e sudore.</p>
<p>Comunque sia successo, il disprezzo per i contadini viene da lontano, vive in caricatura nella commedia classica e procede lungo tutta la storia della nostra letteratura.</p>
<p align="center"><i>L’istoria de soa natevità </i></p>
<p align="center"><i>voyo che vu indenda.</i></p>
<p align="center"><i>La zoxo, in un hostero, si era un somero;</i></p>
<p align="center"><i>de dré si fé un sono, sì grande come un tono:</i></p>
<p align="center"><i>de quel malvaxio vento</i></p>
<p align="center"><i>nascé el vilan puzolento. </i></p>
<p>     Così nel XIII secolo, arguto, ma sprezzante, Matazone da Caligano, racconta la generazione dei contadini attraverso il meteorismo degli asini!</p>
<p>E ancora sull’origine infima e ignobile dei “villani”, nell’<i>Orlandino</i> (1526), Teofilo Folengo sbeffeggiava:</p>
<p align="center"><i>Transibat Jesus per un gran villaggio</i></p>
<p align="center"><i>Con Piero, Andrea, Giovanni e con Taddeo;</i></p>
<p align="center"><i>Trovan ch’un asinello in sul rivaggio</i></p>
<p align="center"><i>Molte pallotte del suo sterco feo.</i></p>
<p align="center"><i>Disse allor Piero al suo maestro saggio:</i></p>
<p align="center"><i>“En Domine, fac homines ex eo”.</i></p>
<p align="center"><i>“Surge, Villane”, disse Cristo allora;</i></p>
<p align="center"><i>E’l Villan di que’ stronzi saltò fora.</i></p>
<p>     Di altri esempi, se ne potrebbe fare un libro.</p>
<p>Ancora qualche anno fa, sentirti contadino poteva recarti disagio o vergogna. Nel secondo dopoguerra da questa condizioni potevi solo fuggire o nasconderti. La modernità chiamava in città: se non ascoltavi, ti condannavi all’arretratezza. E se volevi sposarti facevi bene a non dirlo il tuo mestiere, ché dalle tue parti una moglie probabilmente non l’avresti trovata, salvo chiedere aiuto a un mezzano che ne avrebbe fatta salire una dal meridione. Lo racconta bene Nuto Revelli ne <i>L’anello forte</i> (1985).</p>
<p>Nell’Italia industriale e progressiva, i contadini non erano considerati solo arretrati, potevano anche odorare di <i>Battaglia del grano</i> o di sacrestia. <i>Kulaki</i>. Qui da denigrare, altrove da sterminare sotto la luce metallica del sole dell’avvenire.</p>
<p>Poi, nel corso degli anni 1990, c’è stata una svolta. Dietro la frana di tante ideologie, il mondo contadino poco a poco è stato riletto come fronte di resistenza al consumismo, all’accumulazione capitalista, alla globalizzazione, spazio di possibile libertà e autonomia. E c’è del vero, ma è vero anche che tanti, così, si sono rifatti la purezza ideologica perduta, lasciando le bandiere, alzando l’immagine della zappa, senza però comunque rinunciare al gusto degli slogan e ai toni da comizio.</p>
<p>Oggi, 2013, mi pare che siamo nel pieno di questo processo di ridefinizione. Prima ci si vergognava di dirsi contadini, oggi c’è addirittura chi lo ostenta, a volte con buon diritto, a volte anche se coltiva un orto o poco più e le sue mani e il suo viso sono chiari e senza segni. E, tra questi, c’è chi volentieri si fa rappresentante dei contadini, loro alfiere ideologico e portavoce, ma purché siano contadini “consapevoli”, ambientalisti, biologici, progressisti, alternativi, forse rivoluzionari, proprio come lui. Il moralismo è lo stesso di chi qualche decennio fa aveva “preso coscienza” e voleva farla “prendere” agli altri, stessa l’astrazione e il disprezzo per la gente che non è “consapevole”, che non “partecipa”, che non si adegua ai nuovi dettami della modernità, e per i contadini che non esercitano la nuova agricoltura e non vanno a ostentarla in piazza: villani, questi, condannati dalla storia. Come sempre.</p>
<p><em>(questo testo è tratto da &#8220;Minima ruralia&#8221;, sottotitolo: &#8220;Semi, agricoltura e ritorno alla terra&#8221;, del filosofo e ruralista Massimo Angelini, pubblicato da &#8220;Pentagora&#8221;, Savona, 2013)</em></p>
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