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	<title>mohamed ba &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Parole e musica all&#8217;Arci Bellezza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Feb 2011 07:13:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Bertante]]></category>
		<category><![CDATA[daniele giglioli]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[marco rovelli]]></category>
		<category><![CDATA[mohamed ba]]></category>
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					<description><![CDATA[CONCERTO presentazione del cd libertAria e INCONTRO su Servi Sabato 12 febbraio 2011 &#8211; Arci Bellezza Milano, via Bellezza 16A [ore 18.00] SERVI – il paese sommerso dei clandestini al lavoro Discussione con l’autore MARCO ROVELLI. Interverranno gli scrittori GIANNI BIONDILLO e ALESSANDRO BERTANTE, il critico letterario DANIELE GIGLIOLI e l’attore MOHAMED BA [ore 22.00] CONCERTO [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><iframe title="YouTube video player" width="480" height="390" src="http://www.youtube.com/embed/umTV2sZbcBg" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><br />
<strong>CONCERTO presentazione del cd </strong><strong><em>libertAria </em>e INCONTRO su <em>Servi</em></strong></p>
<p>Sabato 12 febbraio 2011 &#8211; <em>Arci Bellezza</em> <em>Milano</em>, via Bellezza 16A</p>
<p><strong>[ore 18.00] </strong><strong>SERVI – il paese sommerso dei clandestini al lavoro </strong></p>
<p>Discussione con l’autore <strong>MARCO ROVELLI</strong>. Interverranno gli scrittori <strong>GIANNI BIONDILLO</strong> e <strong>ALESSANDRO BERTANTE</strong>, il critico letterario <strong>DANIELE GIGLIOLI</strong> e l’attore <strong>MOHAMED BA</strong></p>
<p><strong>[ore 22.00] </strong><strong>CONCERTO</strong></p>
<p><strong><em>MARCO ROVELLI  &#8211; voce e chitarra acustica</em></strong></p>
<p><strong><em>MAURO AVANZINI – sax e flauto</em></strong></p>
<p><strong><em>LARA VECOLI &#8211; violoncello</em></strong><span id="more-38049"></span></p>
<p><strong> </strong><strong>libertAria</strong> (Corasong 2009) è il nuovo progetto musicale di Marco Rovelli, dopo l&#8217;esaurimento della sua esperienza con Les Anarchistes. E&#8217; un percorso che procede in parallelo con la sua esperienza di scrittura, in cui sono implicati a vario titolo – come co-autori ovvero come incontro da cui è nata un&#8217;idea &#8211; una serie di amici scrittori: Wu Ming 2, Erri De Luca, Francesco Forlani, Maurizio Maggiani, Roberto Saviano. libertAria innesta sul sound di un trio indie-rock melodie di violoncello e fisarmonica; al cd partecipano musicisti come Daniele Sepe e Yo Yo Mundi. Marco Rovelli ha ricevuto, in relazione a questo nuovo progetto, il premio Fuori dal controllo 2009 all&#8217;interno del Meeting Etichette Indipendenti.<!--more--></p>
<p><em>Servi </em>(Feltrinelli 2009) è la narrazione di un viaggio nell&#8217;Italia dei clandestini al lavoro. A cosa serve produrre clandestini? A produrre servi. Dalle campagne siciliane e del foggiano, fino ai cantieri edilizi e ai mercati del Nord. Uno scenario che mai compare sui quotidiani nazionali e che invece rappresenta la dorsale nascosta di un&#8217;Italia truce e violenta: l&#8217;altra faccia del mito &#8220;italiani brava gente&#8221;. Marco Rovelli si è mischiato con i clandestini, facendosi raccontare le loro storie finora inascoltate: dal loro racconto emerge anche il volto crudele del nostro capitalismo, ritornato in alcune aree e comparti a forme ottocentesche di sfruttamento.</p>
<p><strong>info:</strong></p>
<p><a href="http://www.marcorovelli.it/" target="_blank">www.marcorovelli.it</a></p>
<p><a href="http://www.myspace.com/marcorovellisbandati" target="_blank">www.myspace.com/marcorovellisbandati</a></p>
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		<title>Servi al Teatro della Cooperativa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Mar 2010 11:40:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[moysikh!]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[marco rovelli]]></category>
		<category><![CDATA[mohamed ba]]></category>
		<category><![CDATA[renato sarti]]></category>
		<category><![CDATA[teatro]]></category>
		<category><![CDATA[teatro della cooperativa]]></category>
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					<description><![CDATA[dal 3 al 14 marzo 2010 &#8211; prima milanese Teatro della Cooperativa con il sostegno di Lunatica Si ringrazia l’Assessorato alla Cultura di Pontremoli SERVI di Marco Rovelli e Renato Sarti Con Marco Rovelli, Mohamed Ba Musiche in scena di Marco Rovelli (chitarra e voce), Lara Vecoli (violoncello) e Davide Giromini (tastiere e fisarmonica) Regia [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>dal 3 al 14 marzo 2010 &#8211; prima milanese</strong><br />
<em>Teatro della Cooperativa<br />
con il sostegno di Lunatica<br />
Si ringrazia l’Assessorato alla Cultura di Pontremoli</em><br />
<strong>SERVI</strong><br />
di <strong>Marco Rovelli</strong> e <strong>Renato Sarti</strong><br />
Con Marco Rovelli, Mohamed Ba<br />
Musiche in scena di Marco Rovelli (chitarra e voce), Lara Vecoli (violoncello) e Davide Giromini (tastiere e fisarmonica)<br />
Regia Renato Sarti<span id="more-31525"></span></p>
<p>&#8220;Narrare le storie di un paese sommerso. Un paese che sta appena sottopelle, che sta nel sangue di questo paese &#8211; ma che sta all&#8217;ombra, &#8220;clandestino&#8221; e non si vede né si sente. È questo che ho voluto fare, negli ultimi anni: viaggiare in Italia alla ricerca di storie di clandestini al lavoro, quegli uomini che riempiono le pagine di giornale e gli schermi televisivi solo in quanto uomini neri, ombre dai contorni perturbanti e dalle dimensioni spaventevoli, buoni per far da capro espiatorio per chi cerca altri, diversi, su cui canalizzare la propria violenza a buon diritto. Ho incontrato tanti di questi uomini neri, convinto che solo ascoltando le loro storie posso e possiamo capire l&#8217;identità del nostro paese, comprendendo la verità di quei corpi che ci servono, ci devono servire, solo messi al lavoro … Uno spettacolo […] a metà tra teatro di narrazione e teatro-canzone, per tentare di far presente a chi guarda quel che è negato.&#8221;<br />
Marco Rovelli</p>
<p>&#8220;Le spinte di carattere xenofobo e razzista in Italia sono ancora molto forti e pericolosissime e non si affrontano con la dovuta profondità. Tantissime discriminazioni e ingiustizie contro gli stranieri avvengono quotidianamente. La cultura e l&#8217;arte, la musica e il teatro possono fare molto per evitare che il fenomeno migratorio venga ridotto a un problema di mero ordine pubblico e per trasformarlo invece in una grande opportunità. Sul palco con Marco Rovelli ci sarà anche l&#8217;attore senegalese Mohamed Ba, accoltellato nel maggio 2009 in zona Certosa a Milano in una delle tante aggressioni di marchio razzista che si verificano nel nostro paese. La sua presenza nello spettacolo Servi , oltre a voler essere un tangibile segno di solidarietà, renderà sicuramente più incisivo il messaggio: dare voce a una componente straniera ormai indispensabile per lo sviluppo del nostro paese ma alla quale non vengono ancora riconosciuti diritti fondamentali come il voto e, soprattutto, non viene data la parola.&#8221;<br />
Renato Sarti</p>
<p>Inserito in Invito a Teatro</p>
<p>Info e prenotazioni: 02 64749997<br />
e-mail: <a href="mailto:info@teatrodellacooperativa.it">info@teatrodellacooperativa.it</a></p>
<p>Tutte le sere dal 3 al 14, ore 20,45. Tranne domenica 7, ore 16, e lunedì 8, riposo.</p>
<p>Teatro della Cooperativa &#8211; via Hermada 8 &#8211; Niguarda, Milano (<a href="http://www.teatrodellacooperativa.it/index.php?page=dove-siamo">come arrivare</a>)</p>
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		<title>Lettera al mio aggressore</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Sep 2009 06:23:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[mohamed ba]]></category>
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					<description><![CDATA[di Mohamed Ba Caro fratello che non conosco, ti scrivo per invitarti a riflettere assieme a me su ciò che ci legherà per sempre. Domenica 31 Maggio, Milano ore 19.45, fermata del tram 19. Ti vedo tranquillo in mezzo alla gente in attesa che rideva spensierata, erano quasi tutti sud americani. Forse ero di troppo, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Mohamed Ba</strong></p>
<p>Caro fratello che non conosco,<br />
ti scrivo per invitarti a riflettere assieme a me su ciò che ci legherà per sempre.<br />
Domenica 31 Maggio, Milano ore 19.45, fermata del tram 19.<br />
Ti vedo tranquillo in mezzo alla gente in attesa che rideva spensierata, erano quasi tutti sud americani.<br />
Forse ero di troppo, e in quel momento decidesti di mettere fine alla mia esistenza infilandomi il tuo coltello nell’addome.<br />
A quasi un mese dal fatto i miei pensieri vanno sempre a te e alle tue motivazioni.</p>
<p>Caro fratello nobilmente pensoso, alla ricerca di una purezza razziale che non saprei garantirti, camminiamo insieme in deserto in deserto, verso il nudo essere, oltre alle frontiere del passaporto e dei tratti somatici, là dove si esaurisce il concetto di etnicità, inizi il nostro cammino.<span id="more-21051"></span><br />
La ricerca dell’umanità è molto più bella dell’etnicità.<br />
Io posso capire che tu sia arrabbiato perché vedi i cambiamenti socioculturali che avvengono nel tuo paese, ma questo è solo il risultato di una globalizzazione mal governata dove l’avere condiziona l’essere al punto tale che chi non ha non è.</p>
<p>Caro fratello, oggi assistiamo ad una drastica divisione dei popoli in Re e Poveri in base al luogo di provenienza. Basta pensare che le stesse problematiche che hanno spinto persone come me a venire in Italia, sono state le stesse che hanno portato milioni di italiani a lasciare il loro paese per perlustrare nuovi orizzonti.<br />
Se la scimmia avesse avuto quello che occorreva sugli alberi per vivere bene, mai sarebbe scesa per terra.<br />
Puoi anche pensare che uccidendomi avresti trovato il lavoro che santifica ma sbaglieresti perché mi sono inventato il mio lavoro, ho osservato la città di Milano con i bambini di ogni ceppo culturale, mi sono ritrovato sui banchi di scuola proponendomi come educatore e mediatore culturale che propone dei percorsi didattici permettendo a tutti gli alunni italiani e non, di condividere dei momenti in cui spaziare a livello planetario alla riscoperta dei valori morali tradizionali; è un lavoro che faccio da dieci anni con passione, dedizione e professionalità.</p>
<p>Caro fratello, sono approdato a Milano undici anni fa e in scoperta in scoperta, mi sono reso conto che la storia ed i simboli erano sconosciuti ai più.<br />
Credimi, quando porto i bambini in città alla scoperta dei luoghi e non luoghi, fanno fatica a trovare delle persone in grado di aiutarli a decodificare gli enigmi da Bellevoso, al pozzo dei battuti, dalla maledizione di Tommaso Marino ai doccioni, fino a “lavorare a uf”.<br />
Come vedi fratello, non sono venuto ad inquinare la città ma cerco di risollevarne la memoria storica, permettendo ai bambini italiani di confrontarsi con gli altri quando porteranno in classe i vari tamburi, racconti….<br />
Ti pregherei di riflettere sul tuo gesto.<br />
Uccidendomi avresti privato centinaia di bambini di proseguire un cammino verso una cittadinanza attiva ed il rispetto del patrimonio culturale.<br />
Non puoi immaginare quanto, gli stessi bambini, siano rimasti scioccati dal tuo gesto e le loro lettere hanno invaso l’ospedale dove ero ricoverato.</p>
<p>Caro fratello, stavi quasi privando a due bambine di sei e tre anni, portatrici di una doppia identità culturale, di un padre.<br />
Mi hai lasciato sulla strada mezzo morto, nell’indifferenza totale ma altri italiani mi hanno soccorso, curato, accudito e dato la forza di ripartire.</p>
<p>Caro fratello puoi anche sentirti legittimato dai proclami che voci autorevoli di questa città fanno, soprattutto alla vigilia di appuntamenti elettorali ma saresti ingenuo per il semplice fatto che il rapporto tra la popolazione attiva e quella pensionata è di uno a uno. Sarebbe impensabile mandar via tutti gli immigrati, il paese si bloccherebbe.</p>
<p>Caro fratello, ti invito a deporre le armi perché non hai un potere salvifico.<br />
Un giorno ti accorgerai che quello che si è nella vita non è motivo di orgoglio o di vergogna, ma quello che si diventa lo è.<br />
Casualmente ci siamo ritrovati ad essere italiani, americani, africani etc… non è stata una scelta.<br />
Ma oggi posso affermare di essermi gradevolmente “italianizzato “ pur sapendo che il tronco d’albero può stare in acqua per secoli, non diventa mai un coccodrillo.</p>
<p>Caro fratello, l’Italia vera è quella col cuore in mano che sa riconoscere nell’altro valori arricchenti.</p>
<p>Non uccidere le differenze culturali, sono al bellezza dell’umanità.<br />
Gli ideali sopravvivono sempre.<br />
Un caloroso abbraccio<br />
Pensaci….pensaci….pensaci….</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Il serial killer di negri</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Sep 2009 07:14:47 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Marco Rovelli S. annoda i due indici delle mani stretti, lo fa più volte, come a dire quel che gli è mancato e continua a mancargli. “Noi senegalesi siamo così”, dice. Solidali. Non succederebbe che qualcuno venga lasciato morire per la strada. E&#8217; questo lo sradicamento, l&#8217;inaccettabile profondo: trovarsi in una comunità che non [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>S. annoda i due indici delle mani stretti, lo fa più volte, come a dire quel che gli è mancato e continua a mancargli. “Noi senegalesi siamo così”, dice. Solidali. Non succederebbe che qualcuno venga lasciato morire per la strada. E&#8217; questo lo sradicamento, l&#8217;inaccettabile profondo: trovarsi in una comunità che non sa più di essere tale. Ci siamo incontrati in piazza del Duomo, perché S. (l&#8217;iniziale è a dire che è un clandestino, e il destino del clandestino è quello di nascondersi) è lì a vendere braccialetti e collanine, come tanti suoi connazionali, clandestini come lui, per tirar su dieci, quindici euro al giorno. Qualcuno lo ha accoltellato un anno fa, e il nostro scopo, adesso, è che polizia e stampa se ne accorgano, e si mettano in moto. Ché fino ad ora, nulla, ma proprio nulla, si è mosso. Questo è lo scandalo, e qui bisognerebbe inciampare. Qualcuno dovrebbe dire che a Milano c&#8217;è qualcuno che va in giro per le linee dei tram per accoltellare uomini neri, con lo scopo di ucciderli. Come sempre le cose stanno lì, davanti, e nessuno le intende guardare. Che cosa importa, tanto sono negri. E che la nostra Milano è così sporca che pare una città africana e va ripulita, non l&#8217;ha detto un naziskin, ma qualcuno che dovrebbe essere un&#8217;autorità morale &#8211; se questo paese avesse una morale.<span id="more-21047"></span></p>
<p>Il 31 maggio 2009 qualcuno ha accoltellato Mohamed Ba. Musicista e attore senegalese, regolare da anni ormai, lavora come educatore nelle scuole, e insegna ai bambini milanesi le memorie di Milano che nessuno gli insegna più. Fino a qualche giorno prima dell&#8217;accoltellamento era in scena in teatro, con Lotta di negro contro cani, di Bernard-Marie Koltés. Poi gli è toccato di incontrarne uno, di cane, un cane matto e rabbioso, a una fermata di un tram. Il 90, in via X, vicino a viale Certosa. Erano le otto di sera, Mohamed aspettava, da solo, in mezzo a un gruppo di persone per la maggior parte sudamericane, probabilmente clandestine. Stava dietro il gruppo, come sempre, a Mohamed non piace la calca. Un ragazzo con il casco sotto braccio esce dal gruppo, gli si fa incontro. Mohamed non sa che è lui l&#8217;ospite inatteso. Il ragazzo con il casco sotto braccio gli dice, con inequivocabile accento italiano: “C&#8217;è qualcosa che non va?”. Mohamed lo guarda, una domanda del genere porta tempesta, Mohamed si ripara, “No, va tutto bene, amico”. Il ragazzo con il casco sotto braccio si volta, pare che cerchi una sigaretta, forse la tempesta si allontana: ma invece è solo per farsi fulmine. In tasca non cercava una cicca ma un coltello, si volta di scatto e lo infila nelle costole di Mohamed, proprio sotto il cuore. Rotea il coltello per lacerare quella carne, lo estrae, e poi ancora un&#8217;altra coltellata. Mohamed cade a terra, intorno tutti corrono via, quando Mohamed riapre gli occhi già non vede più nessuno. Tranne il ragazzo con il casco sotto braccio. Che ha il tempo di pulire i coltello in uno straccio, e di sputare in faccia al negro. Mohamed lo vede di andarsene di spalle, senza fretta, senza mai voltarsi. Sicuro del suo lavoro di angelo sterminatore.<br />
Mohamed si rialza, spruzza sangue, ha una scia che lo segue. Chiede aiuto, qualche automobilista rallenta, fa per fermarsi, ma lo vede, ingrana la retromarcia e scappa. Reazione naturale, il terrore, e il terrore fa terra bruciata della ragione. Ma poi, possibile che nessuno abbia pensato di telefonare a un&#8217;ambulanza, o alla polizia? Sì, possibile. Nessuno. Per un&#8217;ora, nessuno. Mohamed si trascina fino in viale Certosa, si sente poca vita dentro, è quasi tutta scivolata via, ha freddo, lo sguardo trema, si getta in mezzo al viale, tra le macchine dell&#8217;ora di cena, schizzano. Una donna si ferma, forse un medico. Poi l&#8217;ambulanza. I poliziotti, anche. Dov&#8217;è scappato quello col coltello, chiedono. Poi Mohamed non li vede più. Niente, nessun inquirente, nessun giudice, nessun giornalista, niente di niente. In questura nessuno si è mosso, eppure si trattava di un&#8217;ipotesi di reato perseguibile d&#8217;ufficio, e agli amici di Mohamed sarebbe stato possibile presentare un esposto, ma a loro è stato detto solo che sarebbe dovuto essere Mohamed stesso a presentarsi e fare denuncia. Così sono passati tredici giorni dal fatto. Eppure qualche indizio c&#8217;era: alto, robusto, una quarantina d&#8217;anni, i calzoni infilati negli anfibi. Un particolare che fa pensare a un tipo molto preciso di persone.<br />
Mohamed mi dice che ha sentito dire di un altro senegalese accoltellato con le stesse modalità. E&#8217; lo scrittore Pap Khouma a farmi trovare S., che incontro in piazza Duomo. S. ha 32 anni, ed è stato accoltellato il 20 luglio 2008 (anniversario dell&#8217;omicidio di Carlo Giuliani, che forse non c&#8217;entra, ma c&#8217;entra). E&#8217; passato un anno dunque, e il silenzio sul suo caso è sempre più forte. La descrizione che S. fa del suo aggressore è molto simile a quella fatta da Mohamed: alto, robusto, una quarantina d&#8217;anni. Italiano. Aveva una t-shirt e dei pantaloncini, addosso, quando lo ha accoltellato. A differenza di Mohamed, S. è stato colpito a bordo di un tram, il numero 14, per il Duomo. Sono le undici di sera. L&#8217;uomo senza casco sale alla fermata di fronte al cinema Orfeo, sguarda subito S. Che sta ascoltando musica con le cuffie e se le toglie per sentire meglio l&#8217;uomo senza casco che gli si rivolge dicendogli “Cazzo c&#8217;hai da guardare?”. Scuote la testa, S., Niente, dice. Ma l&#8217;uomo senza casco continua a dirgli “Cazzo c&#8217;hai da guardare?”, gli sta davanti e S. non sa che fare, finché l&#8217;uomo senza casco tira fuori una mano dalla tasca, impugna un coltello, colpisce S. proprio sul bordo superiore del cuore, estrae e cerca di affondare, ma S. ha il riflesso di ripararsi con la mano, il coltello la squarcia. Adesso l&#8217;uomo senza casco non ha più il tempo di colpire, è arrivato alla fermata, ha calcolato i tempi con precisione, le porte si aprono, deve scendere. Venticinque persone, tutte guardano, nessuno interviene. L&#8217;autista ferma il tram, poi arrivano due poliziotti, chiedono, fanno domande. Ma poi S. non vedrà più nessun inquirente. Il giorno dopo un trafiletto sulla cronaca locale, poi silenzio. Una settimana di ospedale, operazione ai tendini della mano, poi due mesi chiuso in casa. Da allora, dice, Ho sempre problemi respiratori, e mi fa vedere la cicatrice appena sopra il cuore, a un respiro dalla morte. Perché?, mi chiede. Perché questo silenzio.<br />
Prima di andarmene, S: mi dice che ha saputo di un peruviano accoltellato sul tram 27. Non ho avuto modo di verificare questa notizia.</p>
<p>Quando Mohamed, alla fine dello spettacolo che faremo insieme con il Teatro della Cooperativa, Servi,  racconta in scena la sua storia, si rivolge all&#8217;aggressore chiamandolo “fratello”, e mi colpisce il suo tono, che non è falsamente retorico, ma è il tono di chi è inarreso, e cerca ostinatamente di comprendere ciò che comprendere non è possibile.<br />
Ma allora, perché nessuno fino ad ora ha collegato questi casi? Se le vittime fossero state bianche e l&#8217;aggressore nero, non si sarebbe già scatenata la psicosi di massa? Gli organi di “informazione” (le virgolette qui devono abbondare) non avrebbero già procurato allarmi su allarmi? Invece niente. Sono negri, loro.</p>
<p><em>(pubblicato su l&#8217;Unità,  20/8/2009)</em></p>
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