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	<title>movimenti &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>10 marzo, Ancona &#8211; Assemblea nazionale unitaria di movimento</title>
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		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 04 Mar 2018 18:00:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
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					<description><![CDATA[Sono passati pochi giorni da quando la mano armata di un neo-fascista ha sparato all&#8217;impazzata nelle vie di una nostra città alla ricerca delle sue vittime “di razza”. Sono passati pochi giorni da quando migliaia di persone hanno deciso che ad ogni costo il silenzio e le ritualità andavano frantumati, che il clima di complicità [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-72924" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/corteo2.jpg" alt="" width="960" height="641" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/corteo2.jpg 960w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/corteo2-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/corteo2-768x513.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/corteo2-120x80.jpg 120w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /></p>
<p style="font-weight: 400;">Sono passati pochi giorni da quando la mano armata di un neo-fascista ha sparato all&#8217;impazzata nelle vie di una nostra città alla ricerca delle sue vittime “di razza”. Sono passati pochi giorni da quando migliaia di persone hanno deciso che ad ogni costo il silenzio e le ritualità andavano frantumati, che il clima di complicità con quel gesto infame e l&#8217;arroganza di un potere convinto di poter imporre i suoi diktat andavano rovesciati.</p>
<p style="font-weight: 400;">E&#8217; passato poco tempo. Eppure nel volgere di pochi giorni è nata una storia, una grande storia, che sembra impossibile possa essere contenuta nel suo breve involucro temporale. Una storia che ha restituito ai movimenti una capacità di protagonismo fino a qualche settimana fa inimmaginabile, che ha reso le piazze di tante città impraticabili per i neofascisti, che ha dissestato la già miserabile campagna elettorale, che ha trasformato un intero contesto culturale e comunicativo in cui si era ad arte costruita la percezione dell&#8217;assenza di opzioni, della cultura razzista e della propaganda xenofoba come sfondo dominante, della sicurezza come negazione delle libertà.</p>
<p style="font-weight: 400;">Qualcuno ha detto che questa storia è magica. Ma non c&#8217;è niente di magico o di trascendentale, non è una fortunata ed occasionale combinazione di elementi. Molto più semplicemente la realtà materiale, le sue contraddizioni ed il bisogno sempre più pressante di reagire, di non subire oltre, ha trovato una credibile possibilità di espressione, costruita sull&#8217;affermazione radicale dell&#8217;indipendenza dei movimenti, sull&#8217;insubordinazione, anziché sulla mediazione, verso tutti i tentativi di scipparne la rappresentanza, di limitarne la presa di parola o di farne terreno di campagna elettorale. Ciò che ci appare straordinario è, in realtà, la potenza naturale che i movimenti esprimono quando sono reali e protagonisti dei propri percorsi. Un lungo periodo di difficoltà, di divisioni e sottrazioni, di riduzione drastica degli spazi di agibilità, di disarticolazione dei soggetti sociali di riferimento, ha attenuato la consapevolezza della reale intensità  di tale potenza, nella quale si radica l&#8217;unica realistica prospettiva di cambiamento generale. Ma le mobilitazioni di questi giorni, la loro incisività e la loro forza incredibilmente ricompositiva ci hanno bruscamente rimesso difronte a quella potenza, alla sua importanza, al desiderio ed alla speranza di tornare a viverla, di vederla nuovamente espandersi, travalicare, debordare. Tutte e tutti siamo tornati a saggiare la materia viva della modificazione del reale, puntuale, immediata, di cui i movimenti sono capaci.</p>
<p style="font-weight: 400;">Sono stati sufficienti pochi giorni per ridare significato e concretezza alla parola &#8220;antifascismo&#8221;: una declinazione nuova che attualizza l’antifascismo storico ed immette una produzione di senso che tiene insieme il rifiuto di ogni discriminazione etnica o razziale, la lotta contro il sessismo e la violenza del patriarcato, la battaglia per le libertà nel tempo della fine dello stato di diritto. Tutte direttrici di contenuto che le migliaia di persone che si sono mobilitate hanno scelto di porre all&#8217;ordine del giorno e che, a loro volta, si radicano nella problematica generale del sistema economico e politico in cui razzismo, sessismo, neo-fascismo, negazione delle libertà e della giustizia sociale proliferano.</p>
<p style="font-weight: 400;">Mentre i 30.000 sfilavano per le vie di Macerata, più di una volta ci siamo imbattuti in persone che parlavano di “una boccata d’aria”, alcuni azzardavano che stesse “cambiando l’aria”. Con le grandi mobilitazioni antifasciste e antirazziste dei giorni successivi abbiamo letto che era “l’aria di Macerata” a soffiare nelle strade e nelle piazze. Ma l&#8217;aria, lo sappiamo, quando inizia a muoversi è strana, cambia di direzione e senso, si muove attraversando luoghi e acquisisce forma e forza dei movimenti che incontra. Più strade percorre più diventa vento collettivo e si esprime in forme diverse a seconda delle barriere che urta e della morfologia che incontra.</p>
<p style="font-weight: 400;">Così quel vento partito dalla provincia non è più uguale a come è cominciato ma è già sostanza di tutte e tutti, andando ben oltre la grande giornata del 10 febbraio.</p>
<p style="font-weight: 400;">I venti nascono dalla differenza di pressione, nascono dal conflitto. E in questi anni nonostante una feroce repressione, nonostante un’informazione mainstream sempre più veicolo del decadimento culturale e politico, nonostante il clima mefitico che noi tutti respiriamo nelle nostre città, nonostante le mille differenze che i movimenti hanno sedimentato al loro interno negli anni, nonostante tutto questo e molto altro c’è stato sempre chi ha continuato a metterci cuore, polmoni e fiato.</p>
<p style="font-weight: 400;">Dalle montagne della Valsusa fino alle spiagge del Salento, passando per piccoli e grandi conflitti il vento ha continuato a soffiare, impercettibile, quasi un sospiro, anche nei momenti più bui della nostra storia. Ora improvvisamente sembra riemersa una capacità di trasformazione della realtà che si è determinata direttamente come evento e come processo: la diffusione molecolare della mobilitazione, la costruzione collettiva della potenza dell&#8217;avvenimento, l&#8217;energia generata che ha determinato la concatenazione e moltiplicazione di ulteriori accadimenti.</p>
<p style="font-weight: 400;">Dopo la manifestazione del 10 febbraio in molte/i ci hanno chiesto quali sarebbero stati i passaggi successivi, a quali proposte stavamo pensando per dare continuità al percorso aperto con la mobilitazione di Macerata. Non avremmo potuto dare   altra risposta a queste domande se non quella semplice, trasparente, forse ovvia, della nostra insufficienza, del fatto che i passaggi successivi possono essere solo il prodotto di una riflessione collettiva, condivisa, articolata tra tutte e tutti coloro che hanno fatto proprio questo percorso, generalizzandolo e diffondendolo nei territori.<br />
Quale altra risposta potrebbe darsi se non che i passaggi successivi possono essere solo il prodotto di un&#8217;assunzione di “responsabilità” comune, quella responsabilità “rivoluzionaria”, che è capace di anteporre ai particolarismi, alle sclerotizzazioni, alla tentazione di “autocentrare” i ragionamenti, le necessità di crescita, riaggregazione e ricomposizione dei movimenti? Che il patrimonio restituitoci da queste settimane di mobilitazione è un bene prezioso, da curare e tutelare, forse anche da noi stessi, dal rischio di semplificazioni o di sovrascritture che peserebbero come macigni su percorsi che sono appena all&#8217;inizio?</p>
<p style="font-weight: 400;">Per tutto questo pensiamo che la grande ricchezza che si è espressa in queste settimane debba prima di tutto trovare un momento di confronto collettivo dove sia possibile provare a darci insieme delle risposte, a condividere l&#8217;entusiasmo con cui immaginare i passaggi successivi e la geografia di un agire in grado di riaprire spazi credibili di espressione della conflittualità sociale.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>E&#8217; da queste considerazioni che nasce la proposta di realizzare nelle Marche un&#8217;assemblea unitaria di movimento per SABATO 10 MARZO, dalle 10 alle 18,30, alla Mole Vanvitelliana di Ancona.</strong></p>
<p><span style="font-weight: 400;">I movimenti hanno la forza di trasformare perché essi sono già cambiamento in atto, fuori e dentro se stessi. I movimenti cambieranno il futuro perché hanno la forza, qui ed ora, di cambiare il presente.</span><br style="font-weight: 400;" /><span style="font-weight: 400;"><br />
</span><span style="font-weight: 400;">CSA Sisma</span><br style="font-weight: 400;" /><span style="font-weight: 400;">Centri Sociali delle Marche</span><br style="font-weight: 400;" /><span style="font-weight: 400;">Ambasciata dei Diritti Marche</span></p>
<p>*</p>
<p><a href="http://www.csasisma.org/2018/02/i-movimenti-cambieranno-il-futuro.html" target="_blank" rel="noopener">Il testo integrale dell&#8217;appello</a></p>
<p><a href="https://www.facebook.com/events/150495045642370/" target="_blank" rel="noopener">L&#8217;evento su Facebook</a></p>
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		<title>Cara controcultura</title>
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		<dc:creator><![CDATA[silvia contarini]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 31 Aug 2013 07:00:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
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		<category><![CDATA[Controcultura]]></category>
		<category><![CDATA[movimenti]]></category>
		<category><![CDATA[Re Nudo]]></category>
		<category><![CDATA[Silvia Contarini]]></category>
		<category><![CDATA[Tano D'Amico]]></category>
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					<description><![CDATA[di Silvia Contarini Chi si interessi ai movimenti degli anni 1960-1970, con o senza rimpianti, per personale coinvolgimento o meno, condividerà forse le reazioni contrastanti che ho avuto scoprendo il catalogo Controcultura in Italia. Libri giornali, fotografie, documenti (con relativi prezzi), pubblicato nel 2012 dallo studio bibliografico l’Arengario: http://www.arengario.it/homepage/_hp-pdf/catalogo-controcultura.pdf Passata la curiosità e la piacevole [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Silvia Contarini<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/08/images-1.jpg"><img decoding="async" class="alignright size-full wp-image-46291" alt="images-1" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/08/images-1.jpg" width="200" height="251" /></a></strong></p>
<p>Chi si interessi ai movimenti degli anni 1960-1970, con o senza rimpianti, per personale coinvolgimento o meno, condividerà forse le reazioni contrastanti che ho avuto scoprendo il catalogo <i>Controcultura in Italia. Libri giornali, fotografie, documenti</i> (con relativi prezzi), pubblicato nel 2012 dallo studio bibliografico l’Arengario: <a href="http://www.arengario.it/homepage/_hp-pdf/catalogo-controcultura.pdf">http://www.arengario.it/homepage/_hp-pdf/catalogo-controcultura.pdf</a></p>
<p>Passata la curiosità e la piacevole scoperta di materiali che non conoscevo (copertine di <i>Re Nudo</i> o di <i>Ombre rosse</i>, testi di volantini, slogan), alcuni dei quali di un’inventività straordinaria; passata l’emozione, suscitata per esempio da foto di Tano D’Amico che riportano con forza nell’Italia di quegli anni; passata anche – con più difficoltà – l’irritazione di veder messo in vendita il tutto a caro prezzo, sono rimasta in sospeso su un paio di questioni. Perché così commercializzati, questi sono cimeli, articoli da collezionista, da musei, da biblioteche, ossia attestazioni frammentarie e parziali di un passato considerato chiuso; in sostanza, la controcultura (femminismo, pacifismo, antimilitarismo, antiautoritarismo, lotta di classe, movimenti giovanili, internazionalismo, etc.), diventa materia per amatori, conservatori, ricercatori di vari campi e discipline, e sarà (probabilmente già lo è) esposta, scandagliata, commentata, annotata. Quando e come si storicizza la vita? Quanta distanza e quali strumenti ci vogliono per ricontestualizzare e interpretare correttamente il vissuto? Non è troppo presto per mettere sotto teca il ’77? Per farne preziose anticaglie? Si è esaurito del tutto lo spirito della controcultura? E poi, che ha senso ha (ossia che senso si produce a) mettere insieme i cortei femministi e le P38, gli indiani metropolitani e Lenin, i prigionieri di Rebibbia in rivolta e la rivista freak<i> Il minestrone</i>? Che certo appartengono allo stesso periodo (purtroppo passato alla storia solo come anni di piombo), e certo rientrano nell’area dei “contro”, ma per il resto poco altro hanno in comune.</p>
<p>Altre considerazioni riguardano i prezzi, esorbitanti ai miei occhi, forse normali per esperti conoscitori. Mi sono chiesta se il tariffario sia giustificato da una forte domanda istituzionale o accademica, o se gli acquirenti potenziali non siano piuttosto nostalgici “ex”, oggi danarosi abbastanza per comprarsi un vecchio numero di <i>Lotta Continua</i> a 40 euro o un numero di <i>Re Nudo</i> a 250. A meno che non siano di moda, accanto alla planetaria icona del Che, anche insensate  massime, tipo quelle di <i>A/Traverso</i>  (“Il desiderio giu­dica la storia. Ma chi giudica il desiderio?”) o più minacciose scritte (“Pagherete caro, pagherete tutto”). Facciamo anche l’ipotesi che le tracce fisiche della controcultura stiano diventando un bene prezioso perché gli allora protagonisti, il più spesso giovani effimeri precari pendolari, erano poco “conservatori” per indole, necessità, ideali; rari sarebbero gli originali rimasti in circolazione, e c’è chi, come gli antiquari dell’Arengario, ne ha capito il valore. Valore economico, certo, ma anche valore storico, culturale, testimoniale e affettivo. Nonostante le remore, ho trovato questo catalogo straripante di vitalità ed è stato un piacere scorrerlo.</p>
<p>[PS catalogo esaurito, consultabile online; lo stesso editore-antiquario ha pubblicato altri volumi del genere]</p>
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		<title>Anonymous. La grande truffa. IV</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gherardo bortolotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Oct 2012 07:04:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[Anonymous]]></category>
		<category><![CDATA[deterritorializzazione]]></category>
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					<description><![CDATA[(Termina con questo post la pubblicazione del pamphlet Anonymous. La grande truffa, fortunosamente arrivato nei database di Nazione Indiana. Qui la prima parte. Qui la seconda parte. Qui la terza parte.) La legge del caos &#160; — È un gioco o è la realtà? — Che differenza fa? Wargames (1983) Quando si entra in una chat sulla [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>(<em>Termina con questo post la pubblicazione del pamphlet </em><a title="Anonymous La grande truffa su Amazon" href="http://www.amazon.it/Anonymous-La-grande-truffa-ebook/dp/B007J6Y1KS/" target="_blank">Anonymous. La grande truffa</a><em>, fortunosamente arrivato nei database di Nazione Indiana. </em><em><a title="Anonymous. La grande truffa. I" href="https://www.nazioneindiana.com/2012/10/01/anonymous-la-grande-truffa-i/" target="_blank">Qui la prima parte</a>.</em> <a title="Anonymous. La grande truffa. II" href="https://www.nazioneindiana.com/2012/10/08/anonymous-la-grande-truffa-ii/" target="_blank">Qui la seconda parte</a>. <a title="Anonymous. La grande truffa. IV" href="https://www.nazioneindiana.com/2012/10/22/anonymous-la-grande-truffa-iv/" target="_blank">Qui la terza parte</a>.)</p>
<h1>La legge del caos</h1>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>—<em> È un gioco o è la realtà?<br />
</em>—<em> Che differenza fa?<br />
</em><strong><em>Wargames</em> </strong>(1983)</p></blockquote>
<p><img decoding="async" class="alignleft  wp-image-43446" title="WarGames" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/10/Wargames-200x300.jpg" alt="WarGames" width="160" height="240" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/10/Wargames-200x300.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/10/Wargames.jpg 250w" sizes="(max-width: 160px) 100vw, 160px" />Quando si entra in una chat sulla rete Anonymous, una stanza aperta a tutti, ci si trova in un ambiente potenzialmente infiltrato da curiosi, troll, giornalisti e agenti di polizia, nel quale in fin dei conti nessuno dice la verità. È probabile che in molte di queste chat vi siano soltanto infiltrati, che passano il tempo a manipolarsi a vicenda. O che registrano in silenzio, dal fondo della sala, ogni parola. Un curioso che volesse discutere con un Anonymous dovrebbe allora armarsi di molta pazienza. Muoversi pazientemente da una stanza all’altra. Legarsi di amicizia con altri utenti. Fornire via via prove più convincenti della propria sincerità. E alla fine, continuerebbe forse a non capire se si trova “dentro” o “fuori”.<span id="more-43445"></span></p>
<p>In questa “prima cerchia” di Anonymous bazzicano anche provocatori che potrebbero cercare di coinvolgere altri utenti in conversazioni antisemite o in altro modo imbarazzanti, per poi pubblicare la conversazione in un articolo scandalistico su Anonymous. Ci sono poi gli infiltrati mimetici, che quando vedono un filone lo sfruttano a fondo, e al provocatore antisemita risponderanno a tono con altre affermazioni antisemite. E ci sono infine gli aspiranti sinceri, gli incauti catecumeni, che quindi rischiano di essere educati all’anonimismo da qualche carabiniere travestito da Guy Fawkes.</p>
<p>In questo modo, spontaneamente il movimento tende ad assomigliare sempre di più alle caricature che ne fanno i media. Infatti tutti i gli aspiranti Anonymous si sforzano d’interpretare Anonymous come se lo immaginano, così influenzandone altri ancora, in una folle spirale. Privo di ogni controllo e gerarchia, Anonymous è il prodotto di questo circolo di retroazioni simboliche. Anonymous è, già ora, la caricatura di Anonymous.</p>
<p>Un caso interessante di caricatura realizzata è quello del Progetto Mayhem, una finzione che sta tentando d’invadere il mondo. Tutto nasce da una serie di video e comunicati, firmati Anonymous e pubblicati a partire di novembre 2011 sui forum di Anonymous e Wikileaks, a proposito di un’operazione chiamata Progetto Mayhem: Progetto Distruzione. I promotori dell’iniziativa annunciano che riveleranno tutti i segreti delle multinazionali e dei governi corrotti il 21 dicembre 2012. Una vera e propria Apocalisse nel duplice senso di rivelazione delle cose nascoste e di fine del mondo come lo conosciamo.</p>
<p>È logico pensare che questo annuncio non sia una cosa seria: perché attendere un anno per pubblicare del materiale scottante? Come tenerlo al riparo, in seno a un’organizzazione la cui permeabilità è quella tipica di uno scolapasta? Insomma questo annuncio non è credibile né come minaccia né come depistaggio. Consideriamolo per quello che è in principio: un corpus di messaggi e video, realizzati da un ragazzo nella sua cameretta e spammati in giro per la rete. È la storia di un ragazzino che vuole scatenare l’Apocalisse.</p>
<p>Non una cosa seria, dunque. Ma la struttura di Anonymous è tale che un semplice scherzo entra a far parte di un meccanismo di diffusione e amplificazione, diventando quindi, di fatto, rilevante.</p>
<p>È poco probabile che finisca il mondo, a dire il vero, ma se un certo numero di persone si concentra, in una certa data, su un certo obiettivo, e se i media fanno la loro parte alimentando le paure degli uni e le fantasie degli altri, è possibile che il 21 dicembre qualcosina (di buffo o di terribile) accada. Gli hacker di Anonymous hanno già dimostrato di potere realizzare le minacce più demenziali, e questa sembra essere sulla buona strada. Se poi non dovesse succedere nulla, o nulla di particolarmente eclatante, gli Anonymous potranno comunque vantarsi di avere menato per il naso i media con la loro falsa Apocalisse. Comunque vadano le cose, il Progetto Mayhem è già entrato a far parte della rappresentazione e auto-rappresentazione di Anonymous.</p>
<p>Da qualche parte in America, un agente dell’FBI sta dedicando le sue giornate a contrastare il Progetto Mayhem. Forse i suoi colleghi lo prendono in giro alla macchinetta del caffè. Forse lo prendono sul serio. Forse tra un anno sarà promosso in grado, per aver scongiurato una minaccia che non c’è mai stata. Forse semplicemente impazzirà.</p>
<p>In un video del Progetto Mayhem pubblicato su Youtube, alcuni Anonymous propongono un metodo per individuare altri compagni «ratti» del movimento, ai fini della cospirazione apocalittica. È necessario innanzitutto programmare la sveglia del proprio orologio o cellulare a una certa ora ogni giorno, e ogni giorno alla stessa ora «scatenare un uragano di confusione che mandi nel panico i droni della Matrice che vi circondano», ovvero «fare qualcosa di casuale/stupido/kaotico». Questa operazione viene definita Reality Hacking, ovvero trasferire nella realtà le pratiche di sovversione dei codici proprie della rete, essendo la realtà stessa (come visto in <em>Matrix</em>) un programma, in modo più o meno metaforico. Ma si tratta anche di una forma di Kaos Magic, pratica rituale di cui sono adepti i fumettisti Alan Moore e Grant Morrison. Un esempio di kosa kaotica, in questo kaso, è mettersi a kantare a squarciagola il Trololololo, un ipnotico meme musicale.</p>
<p>Lo scopo finale è «fottere la mente» dei droni, ovvero i software antropomorfi che ci circondano. Questa operazione è un «virus mentale» che si propagherà poco a poco, e che permetterà inoltre d’incontrare altri compagni e «cellule dormienti Anonymous» al fine di unirsi per «cospirare». A questo punto non resta che da aspettare il «segnale per lo sciame» che lancerà dei flashmob per «occupare la realtà». Il messaggio termina precisando che «lo scopo del gioco è trovare il massimo numero di ratti».</p>
<p>In queste poche righe sono evidenti vari riferimenti culturali, ma i principali sono contenuti nel nome e nella data del Progetto Mayhem. Il nome è un riferimento a <em>Fight Club</em>, la data alla profezia Maya sulla fine del mondo. Due “finzioni” che Anonymous potrebbe avere la forza di rendere reali e concrete, mostrando di avere un potere praticamente divino.</p>
<p>La dottrina della fine del mondo Maya circola almeno dagli anni Settanta negli ambienti della cultura psichedelica americana, e la si ritrova aggiornata nella controcultura degli anni Novanta. Grant Morrison la evocava nella serie a fumetti <em>The</em> <em>Invisibles</em>, pubblicata dalla DC Comics tra il 1994 e il 2000. Tra le principali fonti d’ispirazione dei fratelli Wachowski per <em>Matrix</em>, il fumetto di Morrison è uno spettacolare minestrone punk di teorie cospirazioniste e dottrine gnostiche, che mette in scena una società segreta di anarchici. Gli Invisibili, proprio come gli Anonymous, agiscono in cellule spontanee, senza che siano davvero chiari né i fini né le fazioni in campo.</p>
<p>Anche il riferimento a <em>Fight Club</em> fa parte del pantheon della cultura popolare degli anni Duemila. Nel romanzo di Chuck Palahniuk (1996), e poi nel film di David Fincher (1999), il Progetto Mayhem è un’operazione misteriosa il cui scopo è distruggere il sistema, ma sempre con una buona dose di umorismo surreale.</p>
<p>Le regole di Anonymous assomigliano alle prime regole del Fight Club: «Prima regola, non parlate mai del Fight Club; seconda regola, non dovete parlare mai del Fight Club». Queste due fondamentali regole sono tuttavia sistematicamente disattese, come quelle di Anonymous, poiché solo parlando del Fight Club si possono aggiungere nuovi membri di settimana in settimana.</p>
<p>Il protagonista di <em>Fight Club</em> è un anonimo impiegato che sogna di essere Tyler Durden ovvero nel film Brad Pitt, ribelle alla moda, disinibito e grande seduttore. <em>Fight Club </em>descrive bene la schizofrenia del borghese insoddisfatto, le sue segrete velleità fasciste rivoluzionarie erotiche e omoerotiche. Anche in questo caso il film fa un passo avanti rispetto al libro, accentuandone le contraddizioni. Quando Brad Pitt espone le sue teorie sulla dittatura del consumismo, truccato e vestito come un deficiente, è difficile credere che il personaggio non sia una caricatura. È difficile credere che qualcuno possa “credere” in <em>Fight Club</em>. E invece la “filosofia di Tyler” ha sedotto una generazione. La caricatura aveva reso ancora più efficace il messaggio. Brad Pitt, leader rivoluzionario? Ormai niente più ci stupisce.</p>
<p>Secondo le (poco credibili) informazioni che circolano in rete, <em>Tyler</em> sarebbe anche il nome di una piattaforma di scambio di files P2P sviluppata da Anonymous per raccogliere e pubblicare i documenti scottanti del Progetto Mayhem. Una versione potenziata di Wikileaks, ma in stile Anonymous: senza controllo, senza editing. La sua attivazione è prevista il 21 dicembre 2012. Mentre aspettiamo la catastrofe, che supponiamo congegnata a immagine della scena finale di <em>Fight Club</em>, ci pare di ravvisare nella storia del Progetto Mayhem un aspetto goliardico e ludico che passa spesso in secondo piano nelle ricostruzioni giornalistiche, serissime, più concentrate sul lato politico per criticarlo o per esaltarlo.</p>
<p>Il Progetto Mayhem ha tutto l’aspetto di un Alternate Reality Game (ARG), una finzione che viene “giocata” nella realtà (e che talvolta la influenza concretamente). Il primo caso celebre di ARG fu quello di <em>Blair Witch Project </em>(1999), falso documentario <em>low budget</em> lanciato in cima alle classifiche mondiali da un’originale campagna promozionale. Tutto partiva da un sito che raccontava la falsa storia della strega di Blair e la falsa misteriosa scomparsa di tre giovani, alimentando la leggenda attorno al film. All’epoca, <em>Repubblica</em> descrisse l’operazione come «la prima, vera tecnobufala perfettamente riuscita» e «il primo, vero esempio trionfante della potenza di Internet».</p>
<p>Anche per <em>Matrix</em> furono messi online falsi siti tra cui quello della Metacortex Corporation, dove lavora Neo, il protagonista del film. Un caso controverso di marketing virale fu poi il lancio del film catastrofico <em>2012</em> di Roland Emmerich (2009), che ha contribuito a diffondere la profezia Maya, disseminando falsi siti su Internet. Per qualche anno è esistito in rete un fantomatico Institute For Human Continuity che proponeva una lotteria per salvarsi dalla fine del mondo.</p>
<p>In teoria queste operazioni di marketing presuppongono la consapevolezza dei partecipanti. Ma quando un contenuto circola su Internet è difficile accertarsi che non venga frainteso o creduto alla lettera. Insomma è possibile che un ARG sfugga al controllo e che l’industria culturale si trasformi localmente in gigantesca macchina disinformatrice e ideologizzatrice, come avrebbero detto Adorno e Horkheimer.</p>
<p>Ma non era previsto che dei fan di <em>Fight Club</em> fondassero realmente dei fight club in cui darsele di santa ragione, com’è accaduto. Non era previsto che qualcuno scegliesse il 21 dicembre 2012 per fare uno scherzo apocalittico. Non era previsto che centinaia di migliaia di persone si appropriassero delle idee e degli slogan di <em>V for Vendetta</em>. Contrariamente a quello che pensavano Adorno e Horkheimer, l’industria culturale non è in grado di controllare e dirigere l’immaginario che diffonde.</p>
<p>In questo senso, gli Anonymous sarebbero prigionieri di un Alternate Reality Game che ha invaso la realtà. Ma c’è un’altra possibilità: che il progetto Anonymous sia un ARG lanciato dagli utenti del sito 4chan nel lontano 2008. Il sito, fondato nel 2003 da Christophe Poole detto <em>moot</em>, è composto da varie bacheche (<em>imageboards</em>) in cui gli utenti pubblicano anonimamente immagini di gusto vario e volentieri cattivo, senza censure né autocensure, ed eventualmente lanciano flame wars o campagne di trolling, ovvero operazioni di disturbo su Internet. Il credo dietro queste prove di forza è il <em>LULZ</em>, un umorismo surreale e fine a se stesso, che può servire da spiegazione ultima per ogni comportamento apparentemente privo di senso. <em>Perché l’hai fatto? Per il LULZ.</em></p>
<p>A 4chan e al gusto per l’assurdo dei suoi utenti dobbiamo ad esempio la creazione e la diffusione di molti Lolcats, le famose immagini di gattini buffi che, in termini di produttività, stanno spezzando la schiena all’economia occidentale. La sorprendente trasformazione di 4chan in presunto covo di ribelli digitali risale al 2007/2008, con alcune operazioni di trolling che i media americani attribuiscono a un’organizzazione chiamata “Anonymous”, fraintendendo e reificando il fatto che gli autori fossero, appunto, degli anonimi e come tali si firmassero abitualmente sul sito.</p>
<p>Il fatto di firmarsi e definirsi “Anonymous”, al singolare, era una specie di scherzo in uso tra gli utenti di 4chan, alcuni dei quali avevano anche prodotto una guida di un centinaio di pagine con le regole di comportamento per essere un «Anonimo ben educato» (<em>The Well Cultured Anonymous</em>). In questa guida, pubblicata nell’ottobre 2007, non c’è nessun riferimento politico. Addirittura si sconsiglia agli Anonymous di parlare di politica («da evitare come la fottuta peste») perché questo sarebbe fonte di conflitti e discussioni inutili.</p>
<p>L’unico elemento che era già presente nella guida era il rifiuto radicale della religione, che fa del recente attacco al sito del Vaticano un’operazione che gli anonimi del 2007/2008 avrebbero potuto condividere al 100%. Che un simile attacco sia fatto usando la maschera del papista Guy Fawkes, invece, è uno di quei cortocircuiti simbolici che caratterizzano la diffusione dei memi. Si noti che nel 2008 ebbe luogo una piccola diatriba tra veri falsi e presunti Anonymous a proposito dell’opportunità di attaccare il Vaticano e di considerare i cattolici alla stregua degli scientologisti.</p>
<p>Non a caso l’operazione contro Scientology è l’atto di nascita di un movimento che si chiama Anonymous. La scelta del nome sembra essere un classico caso d’inversione dello stigma, meccanismo comportamentale che consiste nell’accettare di diventare quello che la società accusa una comunità o una persona di essere: in questo caso, un fantomatico gruppo chiamato “Anonymous”.</p>
<p>Non c’è nessun riferimento a <em>V for Vendetta</em> nel video-comunicato del 21 gennaio, nel quale una voce artificiale afferma «We are Anonymous» e proclama che «Anonymous ha deciso che la vostra organizzazione deve essere distrutta». Una decina di giorni dopo, dei manifestanti in carne, ossa e maschere di Guy Fawkes si presentano davanti alle sedi di Scientology di varie città in America e Regno Unito (circa 9.000 persone in tutto il mondo) garantendo un sicuro effetto coreografico.</p>
<p>A quanto pare il riferimento non era né al film né al fumetto, ma a una vignetta in cui un personaggio, simbolo di grandissima sfiga (<em>Epic Fail Guy</em>), la indossa; indossarla significava insomma rivolgere quello “sfigato” a Scientology, oltre a proteggere la propria identità in caso di eventuali ritorsioni. Siamo nel 2008, gli Anonymous sono scesi in piazza e si sono scelti un nemico, ma la politica è ancora lontana.</p>
<p>La trasformazione degli allegri troll di <em>4chan</em> in attivisti antisistema è sorprendente, e ricalca un po’ quello che accade in <em>Fight Club</em>. Tyler Durden, prima di essere un terrorista, è anch’esso un troll che si diverte a proiettare fotogrammi pornografici in mezzo a film per bambini, oppure travestirsi da cameriere per scorreggiare sui carrelli del dessert.</p>
<p>Il Progetto Mayhem di Tyler Durden, in questo senso, non è altro che una super-zingarata degna di <em>Amici Miei</em> — anche se è difficile immaginare Ugo Tognazzi palestrato, ricoperto di lividi e cicatrici, che combatte in un parcheggio. Per concepire <em>Fight Club</em>, Chuck Palahniuk dice di essersi ispirato alla goliardica Cacophony Society, associazione dedita alla «follia senza senso» di cui «chiunque potrebbe essere membro, senza saperlo». Anonymous, la piccola porta dalla quale la «follia senza senso» entra nella Storia?</p>
<p>Che trama fantastica: una finta organizzazione di attivisti digitali mascherati, usciti dritti da un blockbuster hollywoodiano, diventa poco a poco qualcosa di reale e di minaccioso. Ancora una volta, siamo nel romanzesco puro e semplice. Come nel <em>Pendolo di Foucault </em>di Umberto Eco (1988), che racconta come una finta cospirazione possa diventare una vera cospirazione. In fondo tutte le vere cospirazioni non sono altro che finte cospirazioni nelle quali qualcuno inizia a credere sul serio. Prima di essere reale, ogni complotto è sempre una fantasia. I Rosacroce non erano forse essi stessi, da principio, uno scherzo?</p>
<p>Ma questi scherzi tendono naturalmente a sfuggire di mano. Nessuno poteva prevedere cosa sarebbe successo: né i primi Anonymous di 4chan, né i “persuasori occulti” dell’industria culturale, né i media, né i santoni del pensiero antagonista. Chi ha truffato chi, allora? Ognuno di loro ha contribuito, mettendo una piccola pietra all’edificio, manipolando e facendosi manipolare. Quello che è accaduto tra il 2007 e oggi è un processo di appropriazione da parte di un movimento in cerca di simboli e modelli concettuali. Il meme Anonymous, nato per caso e affine a concetti che venivano sviluppati altrove, ha saputo catalizzare l’attenzione di una vasta schiera di hacktivisti, punk, vetero-marxisti e indignati vari che hanno infiltrato il progetto in corsa, spostandone il baricentro, riempendolo poco a poco — fino forse a scoppiare. [<span style="color: #999999;"><em>the end</em></span>]</p>
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		<title>Anonymous. La grande truffa. III</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gherardo bortolotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Oct 2012 07:04:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
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					<description><![CDATA[(Continua la pubblicazione del pamphlet Anonymous. La grande truffa, fortunosamente arrivato nei database di Nazione Indiana. Qui la prima parte. Qui la seconda parte.) La potenza della moltitudine &#160; &#8220;I nomi erano cambiati, così come lo erano i volti, ma gli avversari rimanevano una costante permanente. L’impero degli schiavi contro coloro che lottavano per la giustizia e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>(<em>Continua la pubblicazione del pamphlet </em><a title="Anonymous La grande truffa su Amazon" href="http://www.amazon.it/Anonymous-La-grande-truffa-ebook/dp/B007J6Y1KS/" target="_blank">Anonymous. La grande truffa</a><em>, fortunosamente arrivato nei database di Nazione Indiana.</em><em> <a title="Anonymous. La grande truffa. I" href="https://www.nazioneindiana.com/2012/10/01/anonymous-la-grande-truffa-i/" target="_blank">Qui la prima parte</a>.</em> <a title="Anonymous. La grande truffa. II" href="https://www.nazioneindiana.com/2012/10/08/anonymous-la-grande-truffa-ii/" target="_blank">Qui la seconda parte</a>.)</p>
<h1>La potenza della moltitudine</h1>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p><em>&#8220;I nomi erano cambiati, così come lo erano i volti, ma gli avversari rimanevano una costante permanente. L’impero degli schiavi contro coloro che lottavano per la giustizia e la verità.&#8221; </em><strong>Philip K. Dick, <em>Radio Libera Albemuth</em></strong> (1976)</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft  wp-image-43443" title="i can has cheezburger?" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/10/i-can-has-cheezburger-206x300.jpg" alt="i can has cheezburger?" width="185" height="270" />Secondo una delle definizioni più diffuse e convincenti, Anonymous non è un gruppo, non è un partito, non è un’ideologia, bensì un meme. <em>Meme</em> è il termine che il biologo Richard Dawkins coniò per definire l’equivalente culturale dei geni: delle unità d’informazione che si diffondono e si moltiplicano, e di cui si occupa una strana disciplina chiamata memetica.</p>
<p>Un meme è come una stringa di codice, che replicandosi si trasforma ed evolve, si adatta al contesto. In questo senso, una moda è un meme. Ma è un meme anche ogni idea politica, come il comunismo o il fascismo o l’anarchismo pop in cui crede V. Quando nel fumetto e nel film il personaggio pronuncia la frase «Non si può uccidere un’idea», è proprio a questa persistenza dei memi che sembra fare riferimento.<span id="more-43442"></span></p>
<p>Nel linguaggio di Internet, tuttavia, il termine meme indica qualcosa di ancora più preciso: una specie di tormentone, un’immagine o un’espressione che circola e ne ispira altre, come i gattini e le trollface, «I Can Has Cheezburger?» o «Haters gonna hate». E chi smentirebbe un gattino?</p>
<p>Se Anonymous è un meme o una moda, come i jeans strappati e le pettinature emo, le cose si complicano. Ovviamente non può esistere nessun comitato centrale dei jeans strappati e delle pettinature emo, nessun sigillo di ceralacca che ufficializza i jeans strappati correttamente, nessun concilio ecumenico che legifera in materia denimologica. Ogni persona con i jeans strappati risponde solo dei suoi jeans strappati.</p>
<p>Questo vale anche per l’ideologia. Una cosa è il Partito Comunista, altra il meme comunismo, che si articola in varie forme e movimenti. Ma ecco la novità: gli Anonymous affermano che non c’è bisogno di alcun partito per guidare l’azione politica, che essa<em> si guida da sé</em>.</p>
<p>La teoria del movimento liquido è suggestiva e può sedurre gli esteti del casotto, i neo-soreliani digitali e altri <em>rebels without a cause</em> sedotti dalla visione di <em>Fight Club</em> o dalla lettura di <em>Invisibles</em> di Grant Morrison. Ma in che modo un insieme d’individui che condividono un attributo iconografico — la maschera di Guy Fawkes — e una vaga ideologia — tra il libertario, l’anarchico e il socialdemocratico — può spontaneamente comporre un gruppo strutturato o addirittura una «Legione»? Per capire questa idea possiamo tornare a una delle fonti d’ispirazione del fumetto di Alan Moore, ovvero <em>1984</em> di George Orwell, che descrive con una metafora lo sforzo necessario dagli oppressi per liberarsi dalle loro catene:</p>
<blockquote><p><em>Se soltanto i prolet fossero riusciti a rendersi conto di quale fosse effettivamente la loro potenza, allora non avrebbero avuto bisogno di cospirare. Avevano soltanto bisogno di levarsi e di scuotersi, proprio come un cavallo che si scuote di dosso le mosche.</em></p></blockquote>
<p>Orwell parla di una cospirazione spontanea, naturale, istintiva. Un gesto collettivo, ma non pianificato. I sostenitori di Anonymous vanno oltre. Sostengono che il movimento sarebbe una <em>super-coscienza</em>, ovvero un’entità collettiva “senziente”. Questa teoria potrebbe sembrare fantascientifica ma ha basi scientifiche e filosofiche del tutto serie nella biologia, nella robotica e nella teoria dell’informazione. La cosiddetta <em>cybercultura</em> sorge appunto in questo humus, e prende nome da una dottrina — la <em>cibernetica</em> — che a partire dagli anni 1950 iniziò a studiare i fenomeni di autoregolazione dei sistemi.</p>
<p>Un sistema autoregolato è, per farla semplice, una macchina in grado di produrre dei comportamenti finalizzati verso un certo obiettivo. Essendo possibile costruire simili macchine — ad esempio, una semplice fontana nella quale il livello dell’acqua resta sempre il medesimo malgrado un afflusso disomogeneo —, è anche possibile decostruire e modellizzare l’intero edificio dell’intenzionalità umana e animale in termini di dispositivi di controllo, segnali e feedback. Coscienza sarebbe in fondo soltanto il nome che diamo a un meccanismo particolarmente raffinato, prodotto per selezione naturale. Questa stessa selezione naturale può agire sugli aggregati d’individui, ridotti a puro <em>hardware</em>, portandoli ad agire collettivamente in maniera ordinata.</p>
<p>Per definire questi comportamenti collettivi spontaneamente organizzati — come gli sciami d’insetti — si parla dalla fine degli anni Ottanta, appunto, d’intelligenza-sciame (<em>Swarm Intelligence</em>). Sebbene nessun individuo conosca lo stato globale del sistema né sia in grado di prevederlo, o peggio prescriverlo, l’insieme degli individui è in grado di produrre comportamenti finalizzati. La “coscienza” di questo sciame è dunque una proprietà emergente, una forma elementare di anima.</p>
<p>Corroborata dalla scienza contemporanea, la dottrina della super-coscienza non è altro che la buona vecchia eterogenesi dei fini di cui parlano la filosofia e la teoria economica classica. Ma se la “mano invisibile” del mercato è disfunzionale, perché la super-coscienza di Anonymous dovrebbe essere funzionale? In fin dei conti, lo sviluppo di proprietà emergenti non è per forza garanzia di effetti salutari o di un’intelligenza particolarmente elaborata: anche i tumori, in un certo senso, sono sistemi autoregolati.</p>
<p>Nell’interpretazione di Anonymous l’eterogenesi dei fini assume invece un carattere praticamente teologico — e ricorda l’azione dello Spirito Santo nella Chiesa cattolica. Ma ricorda anche dei processi ben conosciuti nella tradizione marxista: in questo senso, Anonymous sarebbe la versione cibernetica della vecchia dottrina della coscienza di classe, una via informatica alla formazione di una soggettività politica anticapitalista. Gli Anonymous sono convinti insomma di essere parte di un soggetto politico spontaneo, antagonista e autoregolante, in grado di svolgere il ruolo di avanguardia rivoluzionaria.</p>
<p>Nella costituzione dell’apparato teorico dell’anonimismo post-2010 ha sicuramente avuto una grande influenza la lettura di <em>Impero</em> di Michael Hardt e Toni Negri (2000), vera e propria Bibbia del movimento Alter-globalization, con i suoi due concetti principali e antagonisti: Impero e moltitudine. Impero indica un regime che si estende all&#8217;intero pianeta: si tratta insomma della <em>Matrice</em> della trilogia dei fratelli Wachowski, e prima ancora dell’Impero occulto ed eterno di cui scriveva Philip K. Dick. Contro l’Impero combatte la Moltitudine, un nuovo soggetto rivoluzionario differente dalla classe operaia e dal popolo, «non rappresentabile», «molteplicità singolare».</p>
<p>Negri recupera questo concetto nell’opera di Baruch Spinoza, che definisce moltitudine una folla che «si comporta come una sola anima». Contemporaneo di Thomas Hobbes ma critico della sua visione politica, idolo dei libertari freudo-marxisti degli anni Settanta, Spinoza potrebbe ambire al pantheon di Anonymous e Wikileaks con il suo <em>Tractatus politicus</em>, nel quale scrive: «Non è sorprendente che la plebe ignori la verità e che non abbia giudizio, poiché le questioni importanti che riguardano lo Stato gli sono tenute nascoste». Julian Assange è dietro l’angolo.</p>
<p>Parlando nel loro libro di «proletariato cognitivo», Hardt e Negri chiamavano intellettuali e hacker alla lotta: Anonymous, nella forma che ha preso negli ultimi due anni, è una possibile risposta a questa chiamata. Riguardo ai paradossi di questa moltitudine disordinata nel contesto attuale, il filosofo Massimo Adinolfi ha proposto una sintesi efficace:</p>
<blockquote><p><em>Quello che si muove non è un popolo ma sono moltitudini: difficile trovare un denominatore comune per ogni “causa”, difficile costruire egemonie; meglio elogiare allora la ricchezza plurale del molteplice (quanto all’unità, si vedrà).</em></p></blockquote>
<p>Si vedrà, ma quando? Il paradosso del movimento liquido sta tutto nell’oscillazione tra meme e costellazione, spontaneismo e organizzazione, centro e periferia — e alla fine, esistenza e inesistenza. Un regime di esistenza “debole” caratterizza la maggior parte degli oggetti sociali e degli aggregati politici. Esiste l’Italia? E l’Europa? E il Tibet, la Macedonia, la Transnistria, l’Abcasia?</p>
<p>Sono soprattutto le organizzazioni clandestine, in maniera programmatica, a porsi in uno stato d’indeterminatezza ontologica al fine di sfuggire al controllo e alle sanzioni. Il termine “clandestino”, in effetti, indica proprio il carattere non-iscritto di un oggetto sociale, in contrasto con la regola che vuole che la proprietà sostanziale degli oggetti sociali sia proprio la documentalità.</p>
<p>Questa indeterminatezza è il punto di forza delle cellule clandestine nei conflitti non convenzionali: entità sfuggenti e dai confini indefinibili, autoreplicanti come un virus, e perciò difficili da contrastare. Come disse a proposito di Anonymous E. J. Hilbert, ex FBI ora presidente della ditta di cybersicurezza Online Intelligence, «Come fai a rompere la schiena di un’organizzazione che non ha organizzazione?» Anche qui Anonymous eredita dalla tradizione del marxismo rivoluzionario novecentesco.</p>
<p>Il primo e più influente teorico dell’insurrezione è Mao Zedong, che fondendo Sun Tzu, Hegel e Clausewitz produce un’efficacissima teoria del conflitto asimmetrico, messa in pratica nella guerra partigiana antigiapponese. Nell’opinione di Mao, la priorità dell’esercito irregolare è mobilitare le masse popolari e non conseguire vittorie miltari, annientando le forze del nemico. La mobilitazione consiste in una deliberata strategia di estensione del conflitto al fine di alterare gli equilibri coinvolti, e portare a manifestarsi le forze latenti. In conformità con questa tradizione, Anonymous vuole essere innanzitutto un attivatore simbolico, in grado di mobilitare il massimo numero di indignati.</p>
<p>Nel suo manuale di guerriglia, Che Guevara afferma chiaramente che la prima fase dell’insurrezione consiste nel creare le condizioni rivoluzionarie fornendo un impulso alle forze popolari. In questo senso la violenza non ha una logica militare (annientare il nemico) bensì politica, la mobilitazione della società, perché si svolge nella fase in cui è difficile per i ribelli confrontarsi contro un esercito regolare. Il limite di Anonymous è senza dubbio che, per suo difetto strutturale, non può arrivare a nessuna fase successiva. Anonymous è un <em>loop</em>: la sua attività si esaurisce in una perpetua e spettacolarizzata mobilitazione contro un avversario del tutto disincarnato e fantomatico.</p>
<p>In un suo articolo del 2003, il quarto membro del collettivo Wu Ming identificava in Lawrence d’Arabia il vero modello da seguire dagli eserciti rivoluzionari, aggiungendo due nuovi elementi alla teoria rivoluzionaria, ai quali Anonymous non resta sorda: la mitopoiesi (creazione di miti, leggende e simboli capaci di svolgere una vera funzione politica) e il nomadismo (ovvero fluidità e flessibilità). I guerriglieri devono rimanere dei fantasmi, perché «i fantasmi possono fare molta più paura degli eserciti». Tra le loro tattiche, il sabotaggio e l&#8217;intralcio della produzione e della comunicazione. Il fine ultimo resta il medesimo:</p>
<blockquote><p><em>Il punto di forza del guerrigliero risiede prima nella capacità di contagiare con le proprie idee la popolazione civile, che nell&#8217;efficacia dell&#8217;azione militare diretta. Il conflitto non è fisico, ma morale, politico. Ne consegue che non c&#8217;è alcuna soluzione di continuità tra conflitto e consenso, anzi i due elementi collassano l&#8217;uno nell&#8217;altro. </em></p></blockquote>
<p>Insomma Anonymous recupera mezzo secolo di strategie rivoluzionarie e vent’anni di riflessione sul terrorismo mediatico o cognitivo. Ma anche modelli che provengono dall’intelligence e dall’antiterrorismo, hackerati a dovere. In termini ontologici e filologici, i paradossi di Anonymous non sono molto diversi da quelli che pone una nebulosa come Al Qaeda.</p>
<p>Suscitò un piccolo scandalo Armando Spataro, il capo dell’antiterrorismo della Procura di Milano, quando nel 2011 dichiarò che «Al Qaeda non esiste». Secondo Spataro, «Esistono dei gruppi che si formano e si uniscono», e niente più. D’altronde è noto che il termine arabo significa semplicemente base, nel senso di database: una lista di nomi, un annuario di ceffi con le barbe lunghe e le facce cattive. Ma Al Qaeda è anche il nome che usiamo per riassumere una molteplicità di fatti, di flussi di capitale, di idee che si propagano. Per questo si può dire che «Al Qaeda esiste», come sistema decentrato in grado di produrre effetti sulla realtà.</p>
<p>Inoltre Al Qaeda è in grado di emanare un certo numero di atti ufficiali, i comunicati di Osama Bin Laden e dei suoi colonnelli. Al di là delle “fonti autenticate” (i leader riconosciuti e riconoscibili) è peraltro possibile che viga una certa confusione, e per questo resta difficile attribuire certi atti ad Al Qaeda.</p>
<p>Potremmo dire insomma che l’esistenza di un’entità è determinata dallo sviluppo di una facoltà che le permetta di produrre atti autentici, distinti dagli atti inautentici che possono esserle attribuiti. È possibile distinguere concettualmente, e giuridicamente, un comunicato originale delle Brigate Rosse da un apocrifo, come il famoso comunicato del Lago della Duchessa. Il fatto che questo non valga per Anonymous è sicuramente una forza, come abbiamo visto, ma anche una debolezza. Le conseguenze di ciò vanno dall’esaltante al catastrofico all’irrimediabilmente comico.</p>
<p>D’altronde vi siete mai chiesti, guardando la maschera di Guy Fawkes, che cosa diavolo avesse da ridere?  [<span style="color: #999999;"><em>to be continued&#8230;</em></span>]</p>
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		<title>Anonymous. La grande truffa. II</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gherardo bortolotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Oct 2012 07:04:11 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[(Continua la pubblicazione del pamphlet Anonymous. La grande truffa, fortunosamente arrivato nei database di Nazione Indiana. Qui la prima parte.) La maschera e il canovaccio &#160; &#8220;Vedete? Non potete uccidermi. Non ci sono carne e sangue sotto questo mantello: c’è solo un’idea.&#8221; V for Vendetta (2006) C’era una volta V, un misterioso personaggio mascherato che [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>(<em>Continua la pubblicazione del pamphlet </em><a title="Anonymous La grande truffa su Amazon" href="http://www.amazon.it/Anonymous-La-grande-truffa-ebook/dp/B007J6Y1KS/" target="_blank">Anonymous. La grande truffa</a><em>, fortunosamente arrivato nei database di Nazione Indiana. <a title="Anonymous. La grande truffa. I" href="https://www.nazioneindiana.com/2012/10/01/anonymous-la-grande-truffa-i/" target="_blank">Qui la prima parte</a>.)</em></p>
<h1>La maschera e il canovaccio</h1>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p><em>&#8220;Vedete? Non potete uccidermi. Non ci sono carne e sangue sotto questo mantello: c’è solo un’idea.&#8221; </em><strong><em>V for Vendetta</em> </strong>(2006)</p></blockquote>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft  wp-image-43441" title="V for Vendetta" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/10/V_for_vendettax-198x300.jpg" alt="V for Vendetta" width="142" height="216" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/10/V_for_vendettax-198x300.jpg 198w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/10/V_for_vendettax.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 142px) 100vw, 142px" />C’era una volta V, un misterioso personaggio mascherato che combatte&#8230;</p>
<p>— <em>Il crimine! </em>— diranno subito i miei piccoli lettori.</p>
<p>Non esattamente: nella celebre serie a fumetti di Alan Moore e David Lloyd, V combatte un potere totalitario e corrotto, ben più minaccioso di qualsiasi Joker, Pinguino o Enigmista. Prendendo in prestito molti aspetti della mitologia del supereroe — la maschera e il mantello, l’identità segreta, il covo, il <em>modus operandi</em> — non senza una certa ironia, V si presenta come perfetta e seducente icona rivoluzionaria postmoderna. Un terrorista buono. Un Batman politicizzato. Un Robin Hood radicale.<span id="more-43439"></span></p>
<p>La sua maschera richiama il volto di Guy Fawkes, cospiratore cattolico che nel 1605 tentò di far saltare il Parlamento inglese così guadagnandosi, se non l’aureola di santo, almeno un posto d’onore nel pantheon dell’anarchismo tardo-novecentesco. Questo recupero non è del tutto astruso, se pensiamo a ciò che rappresentavano i papisti nella società inglese dell’epoca, pochi decenni dopo lo scisma anglicano: una forza oscura, addirittura satanica, che minava le fondamenta della pace civile e del potere politico. Ma anche una categoria di esclusi, capri espiatori, mostri sui quali proiettare ogni fantasia cospirazionista.</p>
<p>Insomma, nella propaganda dell’epoca, i cattolici erano i terroristi ideali, come lo sono oggi altre minoranze religiose. Nel <em>Leviatano</em> (1651), il filosofo Thomas Hobbes costruisce la sua teoria dell’autorità unica e indivisibile proprio <em>contro</em> i cattolici — insomma <em>contro Guy Fawkes</em>. È quindi logico che un anarchico contemporaneo, come Moore nel 1982 o un giovane Anonymous trent’anni dopo, si possa riconoscere in Guy Fawkes contro il moderno Leviatano.</p>
<p>Cupa caricatura dell’Inghilterra conservatrice di Margaret Tatcher e rivisitazione post-punk di <em>1984</em> di George Orwell, <em>V for Vendetta</em> venne iniziato in Inghilterra nel 1982 per un editore indipendente e concluso in America nel 1988 per i tipi della DC Comics, branca del colosso mediatico Warner Bros. Nel corso degli anni la serie si è guadagnata la fama di classico nel canone del fumetto contemporaneo, assieme ad altre opere di Moore come <em>Watchmen</em> (1986-1987) e <em>From Hell</em> (1991-1996).</p>
<p>I fumetti di Alan Moore sono considerati tra gli apici del medium per profondità e intelligenza, fantasia, sensibilità. Veri e propri “romanzi grafici”, come dice la neolingua del marketing editoriale per dare un po’ di legittimità culturale a quelli che sono comunemente considerati prodotti per eterni adolescenti.</p>
<p>Quando nel 2006 uscì il film <em>V for Vendetta</em>, pochi avrebbero scommesso sul suo successo. Certo era prodotto e sceneggiato dai fratelli Wachowski, gli autori di <em>Matrix</em> (1999), ma si trattava soprattutto dell’ennesimo blockbuster hollywoodiano tratto da un fumetto di culto. I fan dell’originale erano già pronti con i fucili puntati. Lo avrebbero demolito come già avevano fatto con i precedenti <em>La vera storia di Jack lo squartatore</em> (2001) o <em>La leggenda degli uomini straordinari</em> (2003), adattamenti ben distanti dallo spirito delle opere originali di Moore. L’industria cinematografica americana non era riuscita ad appropriarsi compiutamente di quei mondi complessi fatti di carta e inchiostro, li aveva appiattiti e svuotati.</p>
<p>Ma il film tratto da <em>V for Vendetta</em>, contro ogni aspettativa, convince. Da principio si fa un po’ fatica ad ammetterlo: i fan precisano che l’adattamento è fedele, ma il fumetto resta una spanna sopra. D’altronde come paragonare un film di due ore a una saga di trecento pagine? Appunto. Inoltre pesa l’anatema di Alan Moore, che anche a causa delle delusioni sui film precedenti, aveva chiesto di non essere accreditato tra gli autori. Ciò malgrado le resistenze cedono poco a poco e la critica è costretta a riconoscere che il semi-sconosciuto regista James McTeigue ha fatto un ottimo lavoro. Le sale si riempiono e il film, costato 54 milioni di dollari, ne incassa 132.</p>
<p>A fronte di altri adattamenti di fumetti, non si tratta di un successo eccezionale: Batman, Spider-man, Iron man, X-Men e molti altri hanno funzionato meglio. Nella classifica degli incassi di film tratti da fumetti, <em>V for Vendetta</em> è quarantottesimo, sopra <em>Kick-Ass</em> ma sotto <em>Cowboys contro Alieni</em>. E persino <em>Watchmen</em> (2009), successivo e molto meno riuscito adattamento da un’opera di Moore, fa meglio. Eppure nessuno di questi altri film ha prodotto un fenomeno <em>intenso</em> come quello legato a <em>V for Vendetta</em>, né un simile successo sulla durata.</p>
<p>Questa <em>intensità</em> si può misurare tenendo conto degli incassi dei vari prodotti derivati. Innanzitutto il libro, che grazie al film è passato dallo status di culto a vero e proprio long seller, venduto a più di un milione di copie nel mondo. E poi le famosissime maschere di Guy Fawkes vendute a ogni angolo della rete, a cominciare da Ebay e Amazon, e indossate in tutto il mondo: nelle piazze del Cairo, a Berlino, a New York, a Madrid, a Londra, a Roma. Se ne venderebbero circa centomila ogni anno, e vanno a rimpinguare le casse della Time Warner che ne detiene i diritti. Ma c’è anche tutto un <em>merchandising</em> “clandestino”, fatto di magliette, felpe, adesivi, poster. Frasi del film si ritrovano sui muri, sui manifesti, sugli striscioni in piazza. Di tutta evidenza, il film <em>V for Vendetta</em> ha scatenato qualche cosa. Alan Moore, che molto ha scritto sul potere “magico” dei simboli, sul loro modo di provocare delle conseguenze nel mondo reale, avrebbe dovuto prevederlo.</p>
<p>Oggi per i media la maschera di Guy Fawkes è “la maschera di Anonymous”, ma la storia è più complessa (e interessante) di quanto si potrebbe credere. La prima associazione tra la sigla Anonymous e l’iconografia di <em>V for Vendetta</em> ha luogo nel 2008, quando viene lanciato il cosiddetto Project Chanology, contro la Chiesa di Scientology, da parte di un gruppo di utenti del sito 4chan. Come vedremo più avanti, gli Anonymous del 2008 dei semplici troll, spensierati disturbatori della quiete pubblica, molto distanti dagli hacker antisistema che conosciamo oggi, ad un passo di essere aggiunti dal governo degli Stati Uniti nella lista dei gruppi terroristici. Inoltre, i troll di 4chan non sono i primi a manifestare con la maschera di Guy Fawkes.</p>
<p>Nel novembre 2007 i sostenitori del controverso repubblicano Ron Paul si travestono da Guy Fawkes per celebrare il 5 novembre, data della Cospirazione delle Polveri del 1605 e simbolo del loro radicale anti-statalismo. Ma il primo in assoluto a capire la portata politica di <em>V for Vendetta è</em> stato, che ci crediate o no, Beppe Grillo: il quale nella primavera del 2007 annunciava il suo Vaffanculo Day postando un’immagine del vendicatore mascherato, per poi utilizzare come simbolo una lettera V ricalcata dal logo del film.</p>
<p>Il sogno del comico genovese era di far saltare (metaforicamente s’intende) il Parlamento italiano proprio come fa il personaggio nel film e nel fumetto. Cinque anni dopo, nel febbraio del 2012, Grillo tenta un avvicinamento con Anonymous, esaltando i suoi «vaffanculo al Potere»; e pochi giorni dopo una rivendicazione dal tono tipicamente grillino appare sul sito, defacciato, della deputata cattolica Paola Binetti.</p>
<p>Ci sono voluti invece almeno un paio di anni alla sigla Anonymous per avvicinarsi a una lettura politica del simbolo cui avevano ricorso, un po’ per caso, nel 2008. Sono anche gli anni in cui Anonymous si trasforma in movimento di hacktivisti impegnati, avvicinandosi a Wikileaks e agli ambienti della cultura alter-globalization. La sua missione principale diventa la difesa della libertà di parola, intesa anche come libera circolazione dell’informazione. Le operazioni di disturbo surrealiste lasciano spazio ai sempre più frequenti attacchi <em>DDoS</em> (<em>Distributed Denial of Service attack</em>) per bloccare l’accesso a siti governativi o aziendali, e ai defacciamenti, che consistono nel sostituire le pagine di un sito con altre create <em>ad hoc</em>, contenenti una rivendicazione.</p>
<p>Nel giugno 2010 Julian Assange, iniziando la conferenza stampa per il lancio del video <em>Collateral murders</em>, primo grande colpo mediatico di Wikileaks, mormorò una frase di <em>V for Vendetta</em>, riferita alla data del Complotto delle Polveri del 1605: «Ricorda, ricorda il 5 di novembre». E quando nel novembre del 2010 Assange pubblica 251.287 cablogrammi riservati delle ambasciate americane e inizia a subire pesanti pressioni governative, Anonymous lancia l’operazione <em>Avenge Assange</em>, forse il vero atto di nascita del movimento come lo conosciamo oggi.</p>
<p>Anonymous diventa così l’esercito digitale di un popolo d’indignati che sogna di rovesciare governi, banche, multinazionali, rivelandone i segreti inconfessabili. Mentre su Youtube appaiono sempre più spesso dei video-comunicati in cui un personaggio mascherato da V rivendica qualche azione o pronuncia qualche minaccia, le piazze di tutto il mondo si riempiono di manifestanti con la maschera di Guy Fawkes. Maschera che lo stesso Julian Assange ha indossato in alcune occasioni pubbliche.</p>
<p>Onore al lavoro di adattamento dei fratelli Wachowski e del regista McTeigue. Ancora più del fumetto, il film <em>V for Vendetta</em> riesce a inquadrare una fetta importante di <em>Zeitgeist</em>, ovvero d’inconoscio collettivo della nostra epoca. Come scrive Lewis Call su <em>Anarchist Studies</em>, «Nelle mani di McTeigue e dei fratelli Wachowski, la faccia di Fawkes aveva realizzato il suo pieno potenziale. Era diventato un simbolo post-moderno veramente nomade, in perpetuo mutamento». Sono proprio due innovazioni cinematografiche, due grandi idee che non figuravano nel fumetto, a determinare una nuova ricezione del personaggio e la diffusione della maschera di Guy Fawkes.</p>
<p>La prima grande idea è quella di presentare la maschera di Guy Fawkes come oggetto infinitamente replicabile, da indossare per rendersi anonimi e compiere atti di disobbedienza più o meno civile. Prima che, per effetto del film, questa pratica diventasse una moda presso i manifestanti di tutto il mondo, solo alcuni gruppi antagonisti usavano manifestare con il volto coperto (ad esempio nei famigerati Black Bloc). Ma la vera fonte d’ispirazione dei Wachowski e di McTeigue (come lo fu per Luther Blissett) potrebbe essere il Subcomandante Marcos, portavoce dell&#8217;Esercito Zapatista messicano, che affermò di coprire il volto e celare la propria identità cosicché chiunque possa interpretarne il ruolo.</p>
<p>Se nel fumetto V è il solo personaggio anonimo, nel film viene sviluppata l’idea che la maschera sia il supporto di un’identità collettiva. Insomma l’idea della maschera come dispositivo anonimizzante e sineddoche della volontà popolare, che è il cuore del recupero iconografico di V for Vendetta, è un aspetto precipuo dell’adattamento hollywoodiano, a sua volta una rimasticatura delle dottrine di guerriglia urbana contemporanee.</p>
<p>La seconda innovazione presente nel film è quella di ristrutturare l’intreccio attorno al progressivo svelamento della verità totalitaria, invece di rendere subito evidente l’ambientazione distopica. Se Moore “metteva a distanza” la sua critica dell’Inghilterra tatcheriana, i Wachowski e McTeigue sovrappongono l’universo di <em>V for Vendetta</em> al nostro. In maniera chiarissima, ad esempio, quando utilizzano immagini d’archivio degli scontri di Genova nel 2001 per mostrare un esempio di repressione violenta.</p>
<p>Insomma il nemico non è uno stato <em>esplicitamente</em> totalitario, come nel fumetto, bensì una democrazia in tutto e per tutto simile alla nostra, che cela tuttavia un potere occulto. Qui ritroviamo la buona vecchia distinzione tra “democrazia formale” e “democrazia sostanziale”. Ma ritroviamo soprattutto la struttura di <em>Matrix</em> e la sua cosmologia gnostica, ispirata in egual misura dalle antiche eresie dualiste e dalla lettura di Guy Debord: viviamo in un mondo realmente rovesciato, che si presenta come uno Spettacolo governato da moderni Arconti.</p>
<p>La concezione politica degli Anonymous deve molto a questo immaginario. La loro vicinanza a Julian Assange e Wikileaks, cacciatori di scabrosissimi X-Files, è rappresentativa di un rifiuto <em>de facto</em> di riconoscere legittimità al potere politico, anche formalmente democratico. Se non è facile identificare un pensatore politico cui gli Anonymous s’ispirano, è chiarissimo quello che rigettano <em>in toto</em>: Thomas Hobbes, con il suo Leviatano e la sua teoria della pace civile.</p>
<p>Sorge una questione: se il film è tanto radicale, com’è possibile che un colosso multinazionale dell’industria culturale abbia lasciato che venisse prodotto e distribuito? Nel film troviamo una possibile risposta anche a questa domanda, ed è proprio sotto la maschera di V. Il suo nome è Hugo Weaving, ovvero l’agente Smith di <em>Matrix</em>.</p>
<p>Proprio così: l’attore che intepreta il ruolo del rivoluzionario V e di cui non vediamo mai il volto non è altri che l’antagonista mutaforma che combatte contro i ribelli nella trilogia <em>Matrix</em>. I fratelli Wachowski si divertono a confonderci le idee: insomma lo stesso rivoluzionario che arringa le folle contro il Sistema potrebbe essere un rappresentante del Sistema stesso. In un certo senso è proprio quello che è accaduto ad Anonymous il 6 marzo 2012, quando è trapelato che uno dei suoi membri storici e leader simbolici, Sabu, sarebbe stato per vari mesi un informatore dell’FBI.</p>
<p>Paradossi degni de <em>L’uomo che fu Giovedì</em> di Gilbert K. Chesterton. E così V potrebbe essere un falso profeta, il cui vero volto resta nascosto perché è esso stesso, al vertice del movimento, un infiltrato. Nello stesso modo il film <em>V for Vendetta</em>, sovversivo e radicale, non sarebbe altro che un prodotto di consumo, in un’epoca in cui anche le rivoluzioni si consumano. Il filosofo Jean Baudrillard già scriveva che <em>Matrix</em> è un film sulla matrice come avrebbe potuto essere prodotto dalla matrice stessa. <em>V for Vendetta</em> ha portato il paradosso in tutte le piazze del mondo.</p>
<p>Questa storia ne ricorda e ricapitola un’altra, che sta all’origine del movimento che ha influenzato il <em>V for Vendetta</em> di Alan Moore: il punk. Alla fine degli anni Settanta un gruppo di giovani sottoproletari inglesi giunse in vetta alle classifiche musicali di tutto l’Occidente, con un pugno di pezzi rock sgraziati e trascinanti che inneggiavano all’anarchia. Il loro nome era Sex Pistols e il loro stile, fatto di provocazioni estreme, prese il nome di punk rock. La loro etichetta discografica, fino al 1976, un colosso multinazionale di nome EMI. Il loro impresario, Malcolm McLaren, un aspirante musicista influenzato dai situazionisti francesi. Il loro bassista, Sid detto il vizioso, un bulletto fanatico che si consegna alla mitologia rock morendo d’overdose a soli ventidue anni.</p>
<p>Dopo il successo del singolo <em>Anarchy in the UK</em>, che vendette 50.000 copie nel Regno Unito, gli scandali ripetuti convinsero il management vecchio stampo della EMI a rompere il contratto con i Sex Pistols. I Pistols firmarono quindi con la Virgin Records di Richard Branson — un capitalista della nuova generazione — e pubblicarono una raccolta dei loro successi nell’ottobre del 1977, <em>Never Mind The Bollocks</em>. Al suo interno, una canzone che prende in giro la EMI denunciando il paradosso di un’offerta senza limiti: «It’s an unlimited supply/ And there is no reason why/ I tell you it was all a frame/ They only did it cause of fame» (<em>EMI</em>).</p>
<p>Il gruppo si sciolse poco dopo, e Malcolm McLaren rivelò che i Sex Pistols non erano altro che una truffa. La grande truffa del rock’n’roll: quattro incompetenti provocatori osannati dagli adolescenti di tutto il mondo, un giocattolo infantile per sedurre il mercato della ribellione. McLaren descrive la truffa nell’intro del disco <em>The Great Rock’n Roll Swindle</em>:</p>
<blockquote><p><em>Ho fatto tante cose nella mia vita ma il mio più grande successo è l’invenzione del punk rock. Lasciatemi raccontare dall’inizio. Ho cominciato prendendo quattro ragazzini, assicurandomi che si odiassero tra loro e che non sapessero suonare. Li ho chiamati Sex Pistols. (…) A questo punto, il piano era pronto per truffare il sistema del rock’n’roll. Un piano che mi avrebbe fatto guadagnare qualcosa come un milione di sterline in due anni.</em></p></blockquote>
<p>Secondo McLaren, che ci tiene a passare per un diabolico manipolatore, la truffa consiste nell’avere creato a tavolino degli idoli musicali incompetenti, e sottratto un tesoro all’industria musicale: nel 1977 il <em>Daily Express</em> aveva titolato, non a sproposito, «Punk? Call it Filthy Lucre» (Punk? Chiamatelo sporco lucro). In effetti <em>Nevermind The Bollocks </em>fu un successo e lo è ancora oggi che, dopo la vendita della Virgin Records, figura finalmente nel catalogo della… EMI.</p>
<p>In verità, non è per nulla chiaro stabilire chi fu il truffatore e chi fu truffato. Quello che appare chiaro è che l’anarchia può essere un ottimo affare. La distruzione fa girare l’economia, come Bernard de Mandeville già teorizzava nella sua <em>Favola delle api</em> (1705). E <em>No Future</em>, il motto dei punk, potrebbe altrettanto essere lo slogan del capitalismo avanzato, assieme a un altro ereditato dal situazionismo: «Godete senza limiti».</p>
<p>Nel caso di <em>V for Vendetta</em> e di Anonymous, chi è il truffato e chi il truffatore? Questa è in fondo la sola domanda che conta, la sola cui cerchiamo di dare una risposta in queste pagine. Proprio come all’epoca di McLaren, pare che ognuna delle parti in causa sia convinta di avere fregato le altre. I “persuasori occulti” della Warner sono convinti di avere venduto una patacca ai ragazzini, e gli hacktivisti sono convinti di avere sovvertito la patacca per trasformarla in un’arma contro il sistema. Hanno costruito il loro arco di Costantino, smontando e rimontando frammenti di monumenti precedenti, rilievi di epoca adrianea e fregi traianei. Hanno fatto un <em>remix</em>, anzi un <em>bootleg remix</em>. Un <em>collage</em>. Hanno preso un prodotto e lo hanno <em>détournato</em>, cioè recuperato e distorto, come si diceva ai tempi dell’Internazionale Situazionista; lo hanno <em>hackerato</em>, come si dice oggi.</p>
<p>E l’industria culturale invece come dice? Dice Mass Customization, ovvero personalizzazione di massa: e consiste nel produrre beni e servizi adattabili, in grado di soddisfare bisogni specifici. Da questo punto di vista, i prodotti (e in particolare quelli culturali) sono venduti appunto per essere hackerati.</p>
<p>«People should not be afraid of their government. Governments should be afraid of their people», chi l’ha detto? No, non Thomas Jefferson e nemmeno Alan Moore. Questa citatissima frase, che ormai vediamo persino sugli striscioni in piazza, esiste solo nel film e appare come <em>baseline</em> in tutto il suo materiale promozionale. Ragazzi, attenti: questo è il primo motto rivoluzionario che viene da uno slogan pubblicitario. D’un tratto sorge il sospetto: e se ci trovassimo imprigionati nel sogno bagnato di un machiavellico uomo del marketing? Vendere la rivoluzione ai ragazzini, altro che deodoranti e jeans strappati. Questo è marketing esperienziale, interattivo, virale.</p>
<p>Dal punto di vista dell’uomo del marketing, il ragazzo si maschera per impersonare un romantico guerrigliero in un teatrino a misura d’uomo. S’indigna e protesta ma non è in grado di dare forma più compiuta alla propria rabbia, perché il film non fornisce maggiori indicazioni. Ritorna in mente una canzone, <em>The vicious cabaret</em>, che V canta nel fumetto di Alan Moore, «Ci danno maschere, travestimenti e un canovaccio, poi ci tocca improvvisare».</p>
<p>Magari non c’è stato nessun “détournement” dell’icona cinematografica, nessun rovesciamento, nessun <em>hacking</em>, perché l’uso che viene fatto della maschera nelle piazze è esattamente quello prescritto nel film: indossatela e fate casino, trasformate la vostra vita in un gioco di ruolo ambientato in uno stato totalitario, trollate il Leviatano e qualcosa accadrà.</p>
<p>Così <em>V for Vendetta</em> non sarebbe per la Warner né un incidente di percorso né un virus scappato dal laboratorio, bensì un riuscitissimo esperimento di marketing neo-populista. Certo nessuno poteva prevedere nei dettagli quello che sarebbe accaduto, e sarebbe ingenuo credere che una cosa simile si possa pianificare “a tavolino”. Il marketing resta una scienza molto imperfetta, in mano a grigi burocrati che giocano a fare gli apprendisti stregoni. Quello si può fare, in compenso, è investire enormi budget promozionali per spingere la diffusione di certe idee, lasciando che il mercato se ne appropri.</p>
<p>Insomma il banco vince sempre. O forse qualcosa è andato storto? [<span style="color: #999999;"><em>to be continued&#8230;</em></span>]</p>
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		<title>Anonymous. La grande truffa. I</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gherardo bortolotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Oct 2012 07:04:09 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[(Mesi fa, su Amazon, è apparso un pamphlet, autopubblicato da un anonimo, dal titolo Anonymous. La grande truffa. L&#8217;ebook criticava, in modo puntuale e per nulla benigno, un gruppo di attivisti altrettanto anonimi, dediti a operazioni globali di hackeraggio in sostegno a lotte e movimenti di tutto il mondo: Anonymous.  Recentemente, in uno dei canali di chat [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>(<em>Mesi fa, su Amazon, è apparso un pamphlet, autopubblicato da un anonimo, dal titolo </em><a title="Anonymous La grande truffa su Amazon" href="http://www.amazon.it/Anonymous-La-grande-truffa-ebook/dp/B007J6Y1KS/" target="_blank">Anonymous. La grande truffa</a><em>. L&#8217;ebook criticava, in modo puntuale e per nulla benigno, un gruppo di attivisti altrettanto anonimi, dediti a operazioni globali di hackeraggio in sostegno a lotte e movimenti di tutto il mondo:</em> <a title="Anonymous" href="http://en.wikipedia.org/wiki/Anonymous_(group)" target="_blank">Anonymous</a>.  <em>Recentemente, in uno dei canali di chat più elitari dell&#8217;hacking tedesco, sono stato contattato dall&#8217;autore, che mi ha messo a disposizione il testo. Per quanto non mi trovi del tutto d&#8217;accordo su più di un punto, la lettura che dà del fenomeno Anonymous</em><em> mi sembra comunque utile, mettendo in luce diversi punti cruciali della politica e dei movimenti ai tempi della rete e della deterritorializzazione. Per questo ho deciso di mettere su Nazione Indiana tutto il pamphlet. Data la lunghezza del testo, l&#8217;uscita sarà in quattro post, uno alla settimana, a partire da quello di oggi. Buona lettura!</em>)</p>
<h1><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft  wp-image-43437" title="anonymous" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/500px-Anonymous_emblem.svg_.png" alt="anonymous" width="250" height="250" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/500px-Anonymous_emblem.svg_.png 500w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/500px-Anonymous_emblem.svg_-100x100.png 100w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/500px-Anonymous_emblem.svg_-300x300.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/500px-Anonymous_emblem.svg_-60x60.png 60w" sizes="auto, (max-width: 250px) 100vw, 250px" />Anonimi e falsi anonimi</h1>
<p><em> </em><br />
Della nebulosa Anonymous, alcuni sostengono che non si possa dire nulla. Troppo sfuggente, troppo composita per essere definita. Troppo mutevole perché le parole non risultino presto già vecchie. Anonymous imporrebbe dunque il silenzio, come una divinità neo-platonica? Invitiamo coloro che lo pensano a ritirarsi in preghiera, in buon ordine assieme ai novelli teologi dell’evo cibernetico.<span id="more-43436"></span></p>
<p>Da parte nostra, crediamo di avere alcune domande utili da porre e alcune risposte interessanti da dare. Crediamo che Anonymous abbia una storia, che non è soltanto quella dei suoi membri ma soprattutto quella dei suoi simboli, idee, narrazioni, miti. E più precisamente la storia di come queste idee e questi simboli siano stati mescolati, trasformati, rovesciati.</p>
<p>Ma nel titolo annunciamo una truffa. Potrebbe essere quella di chi questi miti li smercia: potenti multinazionali dell’industria culturale, santoni del pensiero antagonista prêt-à-porter… Oppure la truffa potrebbe essere quella di chi questi miti li stravolge e rivolge contro il sistema: un esercito di hacker che vuole rovesciare il mondo per scoprire cosa c’è dietro. Una cosa non esclude l’altra, ed è possibile che la più grande truffa sia quella dove tutti sono contemporaneamente truffatori e truffati.</p>
<blockquote><p><em>&#8220;Nel futuro, tutti avremo quindici minuti di anonimato.&#8221; </em><span style="font-weight: bold;">Banksy</span></p></blockquote>
<p>Prima che s’iniziasse a parlare di un movimento chiamato Anonymous, chi si firmava Anonymous era considerato semplicemente anonimo, privo di nome, come tutti coloro che commentano o pubblicano su Internet senza identificarsi. Anche questo libro è firmato da un Anonimo, e speriamo davvero di non avere infranto nessun diritto d’autore. In questo caso ci scusiamo con i diretti interessati.</p>
<p>Su Amazon si trovano decine di migliaia di libri il cui autore è Anonymous: sono dei libri prodotti automaticamente da un software a partire da contenuti anonimi liberamente disponibili online, come le pagine di Wikipedia. Sono le opere complete di Anonymous? Sono la sua segreta fonte di finanziamento? In verità, si tratta solo di una specie di truffa editoriale, e con i celebri hacker ha ben poco a che vedere. Di tutt’altra truffa parleremo in queste pagine. E di tutt’altro anonimato.</p>
<p>Da qualche anno la firma Anonymous indica l’appartenenza a un movimento chiamato Anonymous. Un movimento al quale tuttavia si può appartenere o non appartenere secondo la propria volontà, e senza alcuna “selezione all’ingresso”. Un motto accompagna talvolta la firma: «We are Anonymous. We are Legion. We do not forgive. We do not forget. Expect us». Possiamo tradurla come segue: «Noi siamo Anonymous. Noi siamo Legione. Noi non perdoniamo. Noi non dimentichiamo. Tremate!». La versione più diffusa è però leggermente diversa: «Noi siamo gli Anonymous. Noi siamo una legione. Noi non perdoniamo. Noi non dimentichiamo. Aspettateci!».</p>
<p>Come sempre in materia di traduzione si può dibattere. Le sfumature di significato evocano visioni differenti di ciò di cui parliamo: Legione biblico o legione romana? Tremate o ci aspettate? Se il “tremate” da noi scelto risulta un po’ fumettistico, va detto che “aspettateci” suona fantozziano: come se un gruppo di anonimi ragionieri in ritardo stesse correndo tenendosi un paio di pantaloni troppo larghi, sudando e ansimando per raggiungere la comitiva. <em>Aspettateci!</em></p>
<p>Esistono varie teorie su cosa sia Anonymous e su come vi si possa aderire, almeno tante quanti sono gli anonimi che pretendono di parlare a nome di un’organizzazione che forse nemmeno esiste. E sono tantissimi: decine di conti twitter semi-ufficiali, centinaia di blog, centinaia di migliaia di video su Youtube. Sul sito AnonNews, «piattaforma indipendente di notizie su Anonymous», nella sezione FAQ (<em>Frequently Asked Questions</em>), si risponde alla domanda «Come posso unirmi ad Anonymous?»:</p>
<blockquote><p><em>Questa domanda è piuttosto frequente. Anonymous non ha una lista d’iscritti, e non ci si può propriamente “iscrivere”. Se vi identificate con Anonymous, o se dite di esserlo, voi siete Anonymous. Nessuno ha l’autorità per dirvi se siete Anonymous o oppure no, tranne voi stessi.</em></p></blockquote>
<p>Questa risposta non è <em>ufficiale</em>, visto che ci dice che nessun Anonymous è in grado di produrre atti ufficiali. Alcuni Anonymous non esitano a denunciare dei falsi Anonymous, in ciò contraddicendo la definizione secondo la quale nessuno avrebbe l’autorità per farlo. D’altra parte chi ha prodotto questa definizione, per definizione, non ha alcuna autorità per produrre definizioni&#8230; Insomma l’appartenenza ad Anonymous è retta da un paradosso, una proposizione autonegante come quella del cretese Epimenide di Creta (VI secolo a.C.), il quale affermò che «i cretesi sono tutti bugiardi».</p>
<p>Mano a mano che Anonymous guadagna visibilità, questo genere di paradossi emerge in maniera vieppiù evidente e drammatica. E paradossalmente proprio questi paradossi attirano l’attenzione e rendono avvincente l’avventura di Anonymous. Nel luglio 2011, un sedicente rappresentante di Anonymous appariva in un video su Youtube per annunciare l’Operazione Facebook, che avrebbe portato alla distruzione del social network. Indossava la proverbiale maschera di <em>V for Vendetta</em>, raffigurante il cospiratore Guy Fawkes. Il comunicato venne presto confutato da un altro Guy Fawkes, che definiva questo tipo di minaccia «contraria ai principi» del gruppo. Ma tra i principi del gruppo non c’era proprio il fatto che chiunque possa aderirvi, e perciò emettere comunicati?</p>
<p>In febbraio, un tweet firmato AnonOps (<em>Anonymous operations</em>) denunciava un’altra «fake operation», e qualche giorno dopo è apparso un video «For All Fake Members» nel quale il solito Guy Fawkes, serissimo e grave, se la prende con gli usurpatori e lancia un’accusa che potrebbe suonare surreale: «You are not Anonymous». <em>Non siete anonimi</em>. Insomma esisterebbero degli anonimi e dei falsi anonimi, che passano sempre più tempo a regolare i conti tra loro a colpi di comunicati e video-comunicati.</p>
<p>Secondo il sito Linkiesta, che ha intervistato presunte «fonti interne», l’hacker che in febbraio ha defacciato il sito della deputata Paola Binetti rivendicando l’azione a nome di Anonymous non sarebbe in alcun modo legato al gruppo. Si tratterebbe di un millantatore, di un falsario, anzi più precisamente di un usurpatore. Il suo comunicato, un apocrifo nel corpus dell’anonymismo ortodosso. Il caso è chiuso? Al contrario, si è appena aperto.</p>
<p>In effetti se esistono degli atti apocrifi è necessario che esistano anche degli atti ufficiali, e dunque un’entità in grado di produrli e convalidarli, o invalidarli se necessario. E però Anonymous si presenta come un aggregato spontaneo, un’intelligenza collettiva dai contorni sfumati, un vero grande “partito liquido” come poteva sognarlo Walter Veltroni, nel quale la distinzione tra dentro e fuori, e perciò tra ufficiale e apocrifo, è tenuta a sciogliersi completamente. Come scriveva il sito Punto Informatico a proposito del caso Binetti, «nessuno può smentire o confutare che un’azione come quella di oggi sia davvero o meno un’azione di Anonymous». Cosa sarebbero poi le  «fonti interne» di un movimento che non ha né interno né esterno?</p>
<p>Insomma la Binetti stessa potrebbe firmarsi Anonymous e scrivere in un forum — come ha già detto in passato — che «tendenze gay fortemente radicate possono portare alla pedofilia», magari ricorrendo al Fake Anonymous Meme Generator che si trova in rete. Oppure un giovane squilibrato potrebbe indossare la maschera di Guy Fawkes per andare a massacrare i suoi compagni di scuola. Tutte azioni che gran parte degli Anonymous non approverebbe di certo. Ma d’altronde nessuno ha il diritto di dirti se appartieni o non appartieni ad Anonymous&#8230;</p>
<p>Il movimento eredita le sue contraddizioni dalle esperienze che l’hanno preceduto e ispirato. Tra le più simili c’è sicuramente il progetto Luther Blissett, nato e morto in Italia negli anni Novanta, pseudonimo collettivo per una galassia di artisti e attivisti neo-situazionisti, “condividuo” tenuto a incarnare un intero movimento. Nel loro manuale di guerriglia e sabotaggio del 1996, i Luther già scrivevano:</p>
<blockquote><p><em>Nel film </em>Spartacus<em> di Stanley Kubrick (USA 1960), tutti gli schiavi sconfitti e catturati da Crasso dichiarano di essere Spartaco, come gli zapatisti sono tutti Marcos e io siamo tutti Luther Blissett&#8230; Il nome collettivo ha una valenza fondativa, in quanto mira a costruire un mito aperto, elastico e ridefinibile.</em></p></blockquote>
<p>Interessante coincidenza, cinque membri del collettivo, autori del romanzo <em>Q</em>, fonderanno nel 2000 il collettivo Wu Ming, che in cinese mandarino significa&#8230; <em>Anonimo</em>.</p>
<p>Tra le varie avventure legate al Luther Blissett Project si ricorda almeno un episodio imbarazzante: la pubblicazione nel 1996 per Mondadori del demenziale regesto <em>net.gener@tion</em>, ad opera di un giovane Giuseppe Genna, oggi affermato scrittore. La quarta di copertina annunciava «il manifesto con cui si proclama l&#8217;inizio di una nuova Rivoluzione destinata a cambiare il sentimento del mondo grazie all&#8217;uso di Internet, la Madre di tutte le Reti».</p>
<p>Presentato come una burla ai danni dell’industria culturale, una patacca rifilata dai “veri” Luther a un ignaro editor, il libro poneva tuttavia un problema serio: se chiunque può firmare con il nome Luther Blissett, perchè il povero Genna no? Che cosa distingue il Blissett vero dal Luther artificiale? La risposta è semplice: una cascata di comunicati. Il condividuo situazionauta aveva prodotto la sua bella burocrazia, in grado di stabilire di volta in volta la legittimità degli enunciati e degli atti. Non si può tuttavia escludere che, per molti aspiranti ribelli digitali, quel libro-scherzo sia stato una prima introduzione alla materia.</p>
<p>Così vanno le cose anche per gli Anonymous, che passano sempre più tempo a prendere le distanze gli uni dagli altri. Questo perché contrariamente ad altre associazioni segrete del passato (che usavano l’anonimato o la pseudonimia per la sua funzione pratica ma erano comunque in grado di distinguere l’interno dall’esterno del gruppo) gli Anonymous considerano l’anonimato un fine e una ragion d’essere. Conoscendo la propensione alla paranoia dei gruppi clandestini, questa situazione è capace di minare rapidamente l’equilibrio delle cellule, soprattutto da quando il mitico hacker Sabu si è rivelato essere un infiltrato. Diffondendo il sospetto che alcuni anonimi possano fare il doppio gioco, l’FBI sembra avere conseguito la sua prima vera vittoria contro il movimento.</p>
<p>In effetti Anonymous, oltre che un mito aperto, è anche il nome di una costellazione di persone che — più tradizionalmente — tramano assieme, si scambiano informazioni, codici, obiettivi, e localmente provano a darsi coerenza e disciplina, denominando singole sezioni — sotto-insiemi di Anonymous — per provenienza geografica. Nella pratica, è possibile che alcuni attivisti si stanchino di questa rischiosa confusione. Stufi di dovere rispondere di ogni atto di teppismo in rete, stufi di sentirsi rinfacciare che la maschera di Guy Fawkes gliela vende la Warner, alcuni sceglieranno altri nomi e prenderanno a indossare altre maschere, o passamontagna, calze, mutande.</p>
<p>Ogni volta che un ragazzino sigilla una bravata con il marchio di <em>V for Vendetta</em>, gli Anonymous devono sentirsi come Walter Veltroni quel giorno in cui Massimo Calearo passò al gruppo misto. Il problema è che nomi come “democratici”, “indignati” o “anonimi” non aiutano a circoscrivere un’identità. E se una certa misura di vaghezza è fondamentale per costruire enunciati e simboli nei quali possano riconoscersi sensibilità differenti, c’è comunque un limite alla cardinalità di un insieme politico (ovvero al numero di elementi che lo compongono). La questione allora non è nemmeno di giudicare se la filosofia di Anonymous sia coerente ma di stabilire come, di fatto, Anonymous possa logicamente esistere.</p>
<p>È evidente che nel movimento stanno combattendo due forze opposte, una centripeta e una centrifuga, una che lavora alla costituzione di un gruppo vero e proprio, l’altra che procede verso il disordine. Ognuna di queste forze è inoltre composta da gruppi e persone con diverse priorità e linguaggi, che emanano messaggi contraddittori in un regime d’apocrifia incontrollata. Per ora la linea sembra essere: tutti siamo anonimi, ma alcuni sono un po’ più anonimi degli altri. [<em><span style="color: #999999;">to be continued&#8230;</span></em>]</p>
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		<title>An Exciting Mission</title>
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		<dc:creator><![CDATA[silvia contarini]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 May 2012 20:36:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[anomia]]></category>
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		<category><![CDATA[EduFactory]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Monica Jansen</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/05/17/an-exciting-mission/affiche-postautonomia/" rel="attachment wp-att-42506"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone  wp-image-42506" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/05/affiche-postautonomia-300x119.png" alt="" width="267" height="104" /></a></p>
<p>&#8220;Caution Church Van. An excited Church with an Exciting Mission&#8221;: guardando questa avvertenza sul retro di un pulmino di parrocchiani, posteggiato accanto alla ‘cappella’ di Hyde Hall sul campus della University of North Carolina a Chapel Hill, mi sono chiesta se potesse valere anche per la congregazione che per tre giorni, inizio maggio, lì si è ritrovata per discutere i pro e contro della “Anomia della terra” (titolo del convegno). Il progetto veniva da una rete internazionale di ricerca creatasi l’anno scorso tra le università di Amsterdam e Utrecht, Parigi (Nanterre), Michigan e Chapel Hill con il titolo generale “Precarity and Postautonomia: the Global Heritage”. Una delle conclusioni più sorprendenti del convegno-“assemblea”, almeno per me, è stata che l’autonomia concepita nell’Italia travagliata degli anni Settanta, non solo ha conquistato l’intellighenzia accademica statunitense in questi primi anni 2000, ma starebbe perfino cambiando la società americana nei suoi fondamenti. Gustavo Esteva, professore/attivista trasferitosi negli USA dal Messico nel 1954, nel dibattito conclusivo ha complimentato gli americani per il loro risveglio politico, con un (ironico?) “welcome to the boiling!” Ma cosa vuol dire applicare la (post)autonomia alla realtà sociale e economica delle due Americhe: dico due perché l’America del sud è ampiamente rappresentata nelle università dell&#8217;America del nord e lo spagnolo è ormai seconda lingua se è lecito trarre conclusioni dalle doppie scritte inglese/spagnolo nei servizi pubblici. E cosa si intende per “autonomia” se si estrae il concetto dalle sue origini operaistiche degli anni Settanta in Italia, segnati non solo da rivolte di studenti e operai ma anche dal terrorismo, di destra, di sinistra, e di Stato? Come ha osservato giustamente Andrea Righi, autore di <em>Biopolitics and Social Change in Italy</em> (2011), i pensatori che negli Stati Uniti vanno per la maggiore, da Negri e Virno a Bifo, son tornati alle giovani generazioni italiane dopo la loro riabilitazione nei campus americani. Un altro partecipante faceva notare invece che il nesso tra i <em>Black Panthers</em> e Autonomia non era stato indagato a sufficienza mentre era essenziale per comprendere il valore sociale del pensiero radicale negli Stati Uniti. E che risposta dare all’indignazione di una relatrice, rappresentante dei diritti degli indigeni americani, i <em>first nation</em>, non inclusi da nessun relatore nella ‘moltitudine’ dei richiedenti diritti, da Autonomia a <em>Occupy</em> ad <em>Anonymous</em>? Intanto, seduta accanto a me, una signora legge un giornale locale recante in prima pagina la foto di un poliziotto con sotto la dicitura “Life without Activism would be dull”, la vita senza attivismo sarebbe noiosa. In quale quadro concettuale si deve allora concepire l’attivismo, che per molti dei presenti al convegno andrebbe diretto contro lo Stato? Per tornare alla domanda sugli indigeni: forse, come ha suggerito un relatore, la strategia <em>Occupy </em>di diventare invisibili, di fondere la propria soggettività con quella dei passanti che popolano la strada, è più difficile da realizzare quando si appartiene a una minoranza “visibile”? Osservazione contraddetta da altri secondo i quali nel movimento <em>Occupy</em> negli Stati Uniti sono state proprie diverse minoranze specifiche, come i caraibici newyorkesi, a prendere l’iniziativa per azioni locali tipo<em> ‘urban gardening’ </em>che hanno funzionato come nuclei di aggregazione. Ma allora come la mettiamo con un episodio <em>Occupy</em> in Messico, dove il comitato organizzatore ha violentemente rifiutato i rituali iniziatici di un gruppo indigeno, provocando la scissone del gruppo d’azione? Contraddizioni su contraddizioni, paradossi che generano altri paradossi: in questo convegno, l’ambivalenza sembrava il punto di partenza per intravvedere le possibilità di legare l’astrazione teorica a modalità nuove di intervento politico. Karen Pinkus, per esempio, professore di letteratura italiana, ha preferito lasciare da parte l’intervento sulla fiction preannunciato, per richiamare l’attenzione sul gigantesco problema del cambiamento climatico e sull’azione concreta degli attivisti nella zona della sua università, Cornell, contro le tecniche di sfruttamento chiamate ‘fracking’; questi attivisti fanno leva, paradossalmente, su uno dei provvedimenti americani più conservatori, ovvero il prevalere della sicurezza dei cittadini in situazione di pericolo. Però, un altro partecipante aveva apposto sul suo “mac” un adesivo con lo slogan: “the green scare”, affermando che occorre resistere contro ogni strumentalizzazione della paura del cambiamento climatico, che distoglie la nostra attenzione da altre emergenze più problematiche. Nonostante le controversie interne, tutti i presenti sembravano d’accordo con la “missione” di cui gli intellettuali dovrebbero farsi carico per –almeno – limitare i danni. Molti di loro sono attivi sia nell’università sia in movimenti, che talvolta sono anche accademici: Elise Danielle Thorburn, dottoranda e rappresentante di <em>EduFactory</em>, ha lanciato un appello a favore degli studenti in Quebec, le cui manifestazioni contro l’aumento delle tasse sono state represse con violenza dalla polizia, con tanto di feriti e arrestati, e quindi notevoli costi legali per il movimento. George Caffentzis, professore di filosofia dell’università di Southern Maine invece ha chiesto solidarietà con la lotta studentesca contro il debito del prestito di studio, che negli Stati Uniti pare sia ancora più grave di quello della carta di credito. Si sentiva insomma che alcuni partecipanti provenienti da varie aree di attivismo, si aspettavano che i relatori non offrissero solo analisi teoriche ma concepissero anche strategie pratiche. E si è creata anche una divisione tra gli antagonisti del capitalismo e chi sosteneva che il capitalismo ormai capillare sia piuttosto un nemico interno; tra chi sosteneva una visione anti-umanistica della lotta, proponendo una dimensione impersonale allargata alle entità di animali e molecole, e chi riteneva essenziale riportare i problemi a realtà concrete e soluzioni pragmatiche; tra chi si sentiva attratto all’‘anomia della terra’, che oltrepassa il concetto territoriale di Stato, e chi invece rigetta una critica irresponsabile e elitaria dello Stato. Un esempio: l’autonomia sanitaria può funzionare senza l’assistenza da parte dello Stato?</p>
<p>Per me, partecipare a questo convegno, è stata un’esperienza davvero molto eccitante, ma che perde la sua pertinenza se non ci si sforza di comprenderne le ambivalenze, le contraddizioni e i paradossi. Non per fermarsi all’impotenza della complessità, ma proprio per poter aprire altri orizzonti di pensiero. E perciò la sfida posta dall’anomia della terra, lanciata dall’organizzatore Federico Luisetti sulla scia del filosofo tedesco Carl Schmitt, ha funzionato bene come propulsore provocatorio che ha liberato diversi tipi di vitalismo, complementari e conflittuali.</p>
<p>Per ulteriori informazioni: postautonomia.org</p>
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