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	<title>Movimento &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Della liquefazione del &#8220;tu&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Sep 2018 04:00:36 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Mariasole Ariot &#8220;Un senso di decadenza ci deprime, se opponiamo allo scatenamento senza misura, all&#8217;assenza di paura, il calcolo.&#8221; G. Bataille Esiste una zona vuota, in perdita, all’interno della quale i soggetti si muovono attraverso la parola – nella quale i soggetti muovono e sono mossi dalla parola, incisi, marchiati, tracciati, modificati dalla parola, parola [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft wp-image-75762" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Persona_-_Bergman.jpg" alt="" width="511" height="386" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Persona_-_Bergman-250x188.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Persona_-_Bergman-200x150.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Persona_-_Bergman-160x120.jpg 160w" sizes="(max-width: 511px) 100vw, 511px" /></p>
<p style="text-align: right;">di <strong>Mariasole Ariot</strong></p>
<p style="text-align: right;">&#8220;Un senso di decadenza ci deprime, se opponiamo allo scatenamento senza misura, all&#8217;assenza di paura, il calcolo.&#8221;<br />
G. Bataille</p>
<p>Esiste una zona vuota, in perdita, all’interno della quale i soggetti si muovono attraverso la parola – nella quale i soggetti muovono e sono mossi dalla parola, incisi, marchiati, tracciati, modificati dalla parola, parola che proviene dalla propria bocca, come dalla bocca dell’altro. Il presupposto quindi per cui un soggetto venga in qualche modo prodotto e sia in continua produzione è in primo luogo il fatto che vi sia parola, in secondo luogo, che questa parola venga ascoltata o sia ascoltata, in terzo luogo, che questo incontro si dia all’interno di una zona vuota.</p>
<p>Dove abita il troppo, non può darsi nulla, se non l’incessante ripetizione di ciò che già c’era. È questo forse il più difficile nodo da aggirare: significa spogliarsi, denudare gli spazi, creare nuove pareti e nuovi confini, aprire interstizi atemporali e aspaziali. Qualunque incontro avvenga all’interno di un dispositivo già ammobiliato, già previsto, già costituito – dove nulla c’è da attendersi se non ciò che già ci si attende – non produce movimenti significativi nei soggetti. Al contrario: siamo di fronte alla caduta della soggettività e alla presa di potere del potere stesso, un potere fine a sé stesso, che non ha più bisogno di niente, che si basta da solo.<br />
Se cade la soggettività, cade anche, di conseguenza, la possibilità di produzione di nuovi significanti e significati e il passaggio liquido di produzioni attraverso la porosità dei corpi della lingua.<br />
Non si tratta di uno svuotamento, del porsi come esseri vuoti, ma di saper aprire zone vuote all’interno di corpi pieni.<br />
Quando ciò non accade, quando corpi e spazi restano come masse informi di carni compatte, non c’è più incontro con l’Altro ma piuttosto un incontro con la devitalizzazione di una possibilità mancata – che a sua volta produce non perdita dell’io ma perdita del vitale.</p>
<p>Il soggetto si immobilizza, diventa ossa, sasso, pietra, ombra di sé stesso.<br />
Se questa devitalizzazione si realizza fino al compimento, se nasce da un incontro già previsto, che non contempla stupore, non possiamo credere che questo passi sotto traccia senza incidere i soggetti dell’incontro: piuttosto li scarnifica. Un “non è” non significa che quel “non è” non sia attivo, che non agisca sui corpi e sulle soggettività in causa: agisce per difetto, portando a desertificazione.<br />
Eppure: non siamo forse al centro di un’epoca in cui il tu non è più un tu soggetto singolare ma piuttosto un tu espanso fino alla sua dissolvenza? In cui si smette di parlare ad un singolo (in una danza tra il dire e l’ascolto) e si parla solo alla moltitudine in una produzione di un incessante rumore di sottofondo che scarnifica la parola fino a farla diventare l’ombra di ciò che potrebbe essere?</p>
<p>Un’esigenza di spalancare la bocca di fronte a un tutti che in fondo è un nessuno, un proliferare di frasi, elementi, tracciati rivolti a una platea in forma di corpo unico che non ha teste.<br />
Perdute le teste degli altri, cade anche la propria, scollata dal contingente, scollata dall’infinito, testa che si addobba di decori e si dilata fino ad occupare tutto lo spazio presente.<br />
E dove lo spazio è chiuso, dove non esiste più spazio all’interno dello spazio, là muore il linguaggio, là muore l’incontro, là muore il dire, là avviene l’indicibile: miliardi di <em>io</em> cantano sordomuti della parola.</p>
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		<title>Da &#8220;Settesette. Una rivoluzione. La vita&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Feb 2013 12:00:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[1977]]></category>
		<category><![CDATA[amicizia]]></category>
		<category><![CDATA[Comunismo]]></category>
		<category><![CDATA[Movimento]]></category>
		<category><![CDATA[Pino Tripodi]]></category>
		<category><![CDATA[Settesette]]></category>
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					<description><![CDATA[di Pino Tripodi Dal capitolo Freak Army. La violenza sulle cose contro la violenza delle cose Non sono i soggetti che impazziscono. È la realtà che impazzisce. Non mi chiedere perché. Non lo so perché. Dopo il settantasette è la realtà che è impazzita. È certo. E in una realtà impazzita non si può evitare [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Pino Tripodi</strong></p>
<p><strong></strong>Dal capitolo <i>Freak Army. La violenza sulle cose contro la violenza delle cose</i></p>
<p>Non sono i soggetti che impazziscono. È la realtà che impazzisce. Non mi chiedere perché. Non lo so perché. Dopo il settantasette è la realtà che è impazzita. È certo. E in una realtà impazzita non si può evitare di vivere la follia. Sopravvivere è impazzire. Continuare a fare il savio come pretendi tu è la follia vera. Solo uno già pazzo come te può pensare di rimanere savio. Io ero un freak. Ma un freak comunista. Non lo scordare. Un freak comunista non è un freak e basta. Né un comunista e basta. È un freak comunista. <span id="more-44951"></span>E un freak comunista non bada solo a spassarsela. A viaggiare e a fumare. A fare le danze della pioggia e a delirare di poesia. A fare l’amore di gruppo e stop. Un freak comunista sciala con tutto ciò. Ma non dimentica che il suo agire in condizioni di soggettiva libertà e la rottura dei ponti con tutte le inibizioni e le costrizioni che ci incatenano hanno senso solo se quelle condizioni di libertà sono condizioni universali. La libertà per ciascuno deve essere libertà per tutti. Solo in una società di eguali posso essere libero. Ciò non significava come pensano i comunisti non freak che le mie condizioni di libertà vanno posposte a quelle di tutti. Che accanto a tutti i freni che mi costringono in una realtà di merda debba aggiungere come additivo in più il freno di un’ipotetica società del futuro. L’unica società futura è quella che costruisco adesso. L’unico futuro è il presente che diviene. E nel presente i comunisti tristi non mi sono mai piaciuti. Il comunismo non è l’al di là della storia. Il comunismo è il di qua della vita. Le piaghe principali del comunismo. Anzi no. Voglio esagerare. Le piaghe principali dell’umanità sono i nemici della contentezza. I lamentosi i rancorosi i piagnoni i frignoni i depressi i critici critici. Tutti costoro hanno il comunismo sempre sotto i piedi. Se lo immaginano come un’apocalisse. Noi freak siamo per il comunismo della festa. Piuttosto che vedere una persona triste vorrei non vedere. Non dico che la tristezza non esista. No no. Ma la tristezza ciascuno di noi se la porta dentro. Quando partecipo la mia tristezza non affermo che sono triste. Pretendo che tu lo sia. Pretendo che tutti lo siano. E sapere che tu sei triste mi gratifica. Mi dà qualche soddisfazione. I comunisti per me devono essere amici della contentezza. E se uno è amico della contentezza come fa a smazzarsi decine di riunioni inconcludenti. Come fa a passare le sue giornate chiuso in una sezione di partito. Come si fa a discutere di linea quando tutti sono allineati da una tristezza infinita. Tu te lo immagini un comunista che sorride? Io si. Ma deve essere un po’ freak. I freak mirano a dare un po’ di libertà al comunismo. E un po’ di libertà ai comunisti. Libertà e uguaglianza ma anche festa. Contentezza e amicizia. Noi freak abbiamo portato l’amicizia nel movimento. Quando ero più freak che comunista difficilmente notavo comunisti fra di loro amici. Per essere amici bisogna essere comunisti m’ha detto un cretino. Cretino. Per essere comunisti bisogna essere amici. Per me quando si è comunisti si è sempre comunisti di qualcuno. Si è sempre comunisti di qualcosa. Il comunismo è un’amicizia particolare. Non si può essere comunisti in astratto. Comunista e basta non esiste. Io sono comunista tuo. Tu sei comunista mio. Siamo amici e l’amicizia deve essere un sentimento sacro per i comunisti. Un comunista che non fosse comunista mio io non l’ho mai concepito. E questo mi ha salvato. Senza un sentimento di amicizia non sono capace neanche di prendere il caffè con qualcuno. Figurati di fare la lotta armata. M’ha salvato perché i comunisti con cui ho fatto il freak erano comunisti miei. Anche gli autonomi con cui ho fatto il freak erano comunisti miei. E i combattenti con cui faccio il freak pure. Nessuno si è pentito di essere amico mio. Finora. Nessuno m’ha mandato in galera. Finora. Come si può trasformare il mondo con uno di cui diffidi. Come si può trasformare il mondo con uno che non stimi. I freak miei. Gli autonomi miei. I combattenti miei. Sono tutti miei amici. Ma per essere amico mio non devi essere per forza un freak o un comunista o un combattente. No no. Non è necessario. L’amico è quello che ti stima perché si stima. L’amico è quello che non diffida di te perché non diffida di lui. L’amico è quello che ti vuol bene perché si vuol bene. L’amico è quello che è sicuro di te perché è sicuro di sé. L’amico è quello che non ti tradisce perché si tradirebbe. L’amico sa che sei puro d’animo perché lui è puro d’animo. Il mio amico non la deve pensare come me. Io non la penso come lui. Il mio amico non mi può far male perché si farebbe del male. Il mio amico non è geloso perché dovrebbe essere geloso di se stesso. Il mio amico desidera la mia libertà perché lotta per la sua. Il mio amico non mi chiede mai ciò che non chiederebbe a se stesso. Se qualcuno ti chiede di fare lo stronzo non è un amico. È uno stronzo. Io ho tanti amici perché sono molto amico di me stesso. Quando vedo i miei amici mi guardo come sono. Bianco nero alto basso. Come loro. Come me. Magro o no. Maschio o no. Intelligente o no. Ricco o no. Comunista o no. Amico. Amico. Non si può essere amici se non si è uguali. Non si può essere amici se non si è uno libero dell’altro. Il vincolo dell’amicizia è impossibile scioglierlo perché non ha legami. È al di là dei legami di sangue. È al di là dei legami di parentela. Non ha legami di subordinazione. Non fa ricatti. Non fa clientele. Non fa favori a interesse. Fare qualcosa a interesse è la peggiore usura. E contrarre obblighi è la peggiore servitù. I legami costringono l’amicizia in una camicia di forza. L’amico può essere un compagno. Il compagno deve essere un amico. Non frequento molto i compagni. Molti compagni non sono amici. Cerca di capire. Non pretendo che siano amici miei. No no. Molti compagni non sono amici miei. Non sono amici tuoi. Non sono amici loro. Non sono amici di nessuno. Non sono amici e basta. Diffidano. Sparlano. Vedono sempre triste e truce. Chi guarda vede ciò che è. Guardalo e nelle sue sparole si dice. Ogni sparola che attribuisce ad altri devi sapere che riguarda sicuramente se stesso. Non so quanti compagni sanno essere amici. Anche la lotta armata la faccio solo con amici. Ma prima di friccheggiarti la mia lotta armata ti devo dire cosa ne penso della violenza. Per capire le ragioni della lotta armata in Italia devi sapere bene il crinale che la separa dalla violenza e dal terrorismo. Vuoi che dica a che età ho iniziato. Ho iniziato all’età dei rivoluzionari. E l’età dei rivoluzionari non importa mai. I rivoluzionari possono non avere età. Ciò che conta non è l’età dei rivoluzionari. Ciò che conta è l’età della rivoluzione. L’età della rivoluzione. Quella si che è importante. E la nostra rivoluzione è stata giovanissima. Il suo guaio? Essere sepolta da tutti i cascami del novecento. La nostra rivoluzione è stata sommersa in fasce da tutto il vecchiume del secolo. Del secolo ventesimo. Ma anche del decimonono. Anche di quello. Anche di quello.</p>
<p>*</p>
<p>Sono stato comunista. Ma il mio comunismo aveva ben poco della tradizione. Era un comunismo eretico e sincretico. Nutrito da Marx e dalla beat generation. Dai consiliari e da Rimbaud. Da Stirner e da Kafka. Dagli anarchici e dai Pink Floyd. Da Rosa Luxembourg e da Foucault. Da Maiakovskij e da Sartre. Un cocktail di comunismo che poteva shakerare tutti gli ingredienti assieme o uno per volta. Indifferentemente. Era un comunismo fatto più di poesia che di economia. Che si trovava a suo agio più con le dissonanze della vita che con le immutabili leggi della storia. Che amava più il tratto insondabile e intricato del segno rispetto alla prosopopea museale dell’opera. Era un comunismo che non combatteva per l’emancipazione del lavoro. Nel suo orizzonte non c’erano schiavi che lottavano per diventare schiavi più dignitosi. Se ne infischiava del lavoro. Non combatteva per aumenti salariali. E disprezzava il denaro perché amava la ricchezza. Avevo sempre da fare e ho lottato contro il lavoro. Contro qualsiasi attività che non comportasse una scelta radicalmente e indissolubilmente libera. Anche fare l’amore con il proprio partner può essere un lavoro. Studiavo chissà quanto e ho lottato contro la scuola e contro l’università. Ho combattuto il carcere perché mi sentivo recluso. Ma ho combattuto anche la medicina la psichiatria la vecchiaia la malattia e la tirchieria. La tirchieria. Sì. Perché i tirchi sono peggio dei borghesi. Perché i tirchi sono peggio dei fascisti. Dove c’è un tirchio in agguato la controrivoluzione è in cammino. Dove c’è un tirchio la morte è in arrivo. Ho odiato la paura. La paura di non riuscire a combattere contemporaneamente contro questo po’ po’ di roba. La paura di stancarmi. La paura di addormentarmi. Forse è per questo che sognavamo sempre senza dormire mai. Non sopportavo il pensiero dell’infelicità. Del degrado. Dei corpi per qualsiasi motivo impediti. Non tolleravo l’autorità. Il potere di qualcuno di assoggettare qualcun altro. Ed ero lacerato alla vista della sofferenza e del dolore. Attraversando la città ogni giorno coglievamo infiniti segni dei nostri incubi. Bisognava fare qualcosa. Subito. Avevamo la forza necessaria per non avere la pazienza di sopportare neanche per un solo giorno che tutto ciò potesse ancora accadere. Tutto ciò non implicava un programma politico da realizzare con il partito o con l’organizzazione. No. Implicava invece una scelta di vita. Riguardava l’azzardo di giocarsi la vita con un colpo di dadi. Dovevamo fare qualcosa. Subito. Con qualsiasi mezzo. Ho lottato con ogni mezzo. Con l’ironia e con l’haschish. Con la fantasia e con il sesso. Con l’amore e con le molotov. Con gli acidi e con i volantini. Con i libri e con le pistole. Un cocktail di mezzi che potevamo shakerare assieme o uno per volta. Indifferentemente. Ho utilizzato tutte queste armi. Contemporaneamente. Ma il proiettile più sensibile che ho scagliato nella mischia è stato il mio corpo. Il corpo. Una palla rotolante scagliata contro i birilli di un bowling. Ne ha colpito qualcuno. Ma più rotolava più la base del triangolo di birilli cresceva e si ispessiva e si innalzava come un muro. Non potevamo fare strike. Non ci sono più birilli nel nostro bowling. C’è solo un muro di potere contro cui questo corpo ha la coazione a rotolare. Fino a quando l’ultimo dei suoi compagni non tornerà dall’esilio e dalla galera. Poi finalmente quel settantasette sarà finito e potrò tornare a casa. A dormire e a mangiare. A gioire e a litigare. A vivere normalmente come pare facciano infelicemente tutti gli altri.</p>
<p>*</p>
<p>Pino Tripodi, <em>Settesette. Una rivoluzione. La vita</em>, Edizioni Le Milieu, Milano, Dicembre 2012</p>
<p>Manifesto dell&#8217;autonomia diffusa scritto in ven&#8217;tanni, rimasto inedito per altri quindici, letto come manoscritto cult da generazioni e movimenti differenti, questo romanzo corale ripercorre la stagione del movimento settantasette, ultima grande utopia rivoluzionaria italiana, senza mai cedere a tentazioni reducistiche, prima che la polvere della storia la seppellisca per sempre in verità precotte.</p>
<p>Spinoza e le P38, Pitagora e la lotta armata, i dadaisti e le femministe: storie, appunti e ricordi che si intrecciano in un mosaico sperimentale ricco e multiforme. Il settantasette è stato protagonista di diverse pubblicazioni di taglio storico e politico; qui quelle grandi passioni ritrovano vita in un contesto finalmente anche filosofico e letterario. Le pratiche, i sogni, gli slogan riprendono vivacità attraverso una scrittura che è colta e barricadera, profetica, assoluta come la rivoluzione, come la vita e al tempo stesso visionaria, proprio come il suo autore.</p>
<p>“Nessun’altra rivoluzione busserà alle porte prima che alle ragioni del 77 sia lasciato il campo aperto della possibilità”.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>NoTAV e lo spazio comunicativo delle istituzioni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gherardo bortolotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Mar 2012 08:01:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[mass media]]></category>
		<category><![CDATA[Movimento]]></category>
		<category><![CDATA[No Tav]]></category>
		<category><![CDATA[Val di Susa]]></category>
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					<description><![CDATA[Valsusa: dove e perché rompere la costruzione della mitologia negativa dei duri e delle frange estreme da senzasoste.it La resistenza è sempre possibile. Ma dobbiamo impegnarci nella resistenza sviluppando prima di tutto l’idea di una cultura tecnologica. Nonostante tutto, ai nostri giorni, quest’idea è enormemente sottosviluppata. Per esempio abbiamo sviluppato una cultura artistica e letteraria. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h2><strong>Valsusa: dove e perché rompere la costruzione della mitologia negativa dei <em>duri</em> e delle <em>frange estreme</em></strong></h2>
<p style="text-align: right;"><em>da <a title="senza soste" href="http://www.senzasoste.it" target="_blank">senzasoste.it</a></em></p>
<p style="padding-left: 30px;"><em>La resistenza è sempre possibile. Ma dobbiamo impegnarci nella resistenza sviluppando prima di tutto l’idea di una cultura tecnologica. Nonostante tutto, ai nostri giorni, quest’idea è enormemente sottosviluppata. Per esempio abbiamo sviluppato una cultura artistica e letteraria. Ma gli ideali di una cultura tecnologica rimangono sottosviluppati e, per questo motivo, al di fuori della cultura popolare e degli ideali pratici di democrazia. Ecco perché la società come insieme non ha controllo sugli sviluppi tecnologici. E questo rappresenta una delle più gravi minacce alla democrazia nel prossimo futuro”.</em> Paul Virilio (Intervistato da John Armitage in “The Kosovo War Took Place in Orbital Space” in C Theory, 18, 2000)</p>
<p><span id="more-41820"></span><strong>1.</strong></p>
<p>Parlare delle Valsusa citando un passaggio di questa intervista a Virilio di John Armitage, che fa parte di una lunga serie di colloqui tra i due autori praticamente sconosciuta in Italia, può sembrare un giochetto estetico quanto il curioso titolo preso da questo colloquio del 2000. Che rifletteva l’idea che uno dei più sanguinosi conflitti etnici in Europa dalla fine della guerra fredda, quello del Kosovo, trovasse un piano strategico di espressione nello spazio orbitale della comunicazione via satellite delle televisioni generaliste e non solo. Alla fine, nonostante il ‘900 avesse già dato ampiamente notizia del fenomeno, in anni più recenti, dall’inizio del secolo, ci si è giocoforza attestati sulla convinzione che <strong>i conflitti si vincono, e si perdono, su due piani solidamente intrecciati: il terreno fisico di conflitto e lo spazio digitale comunicativo</strong>. Non solo, quest’ultimo spazio è decisivo, dal punto di vista politico, per ampliare o ridurre la portata delle vittorie come delle sconfitte. Afghanistan, Iraq, Libia, Siria, Grecia, le stesse rivolte inglesi sono lezioni che ruotano attorno a questo insegnamento. Se infatti vogliamo applicare queste lezioni non alla guerra ma ai conflitti sociali la vicenda della disconnessione del risultato dei referendum del 2011 dallo spazio mediale ufficiale è paradigmatica. L’esito di una battaglia, per quanto sia senza morti e feriti, se disconnesso velocemente dallo spazio mediale ufficiale può prendere direzioni di significato persino opposte rispetto al suo risultato originario. L’effetto giuridico e politico, che questo risultato originario aveva prodotto sul campo, finirà quindi prima per ridursi poi per dissolversi.</p>
<p>E qui Paul Virilio, che ha dedicato una vita al tema del rapporto tra accelerazione dei conflitti e sviluppo tecnologico, non a caso non parla tanto di dimensione mediale ma di necessità, per salvaguardare la democrazia, di saldatura tra cultura tecnologica e cultura popolare. Perché ai movimenti, per governare l’intreccio indissolubile tra terreno fisico e spazio digitale di comunicazione che genera l’esito dei conflitti, non basta l’alfabetizzazione di massa ma necessitano altri passaggi. Necessari quanto l’alfabetizzazione lo era per le prime organizzazioni operaie dell’ottocento e del primo novecento che infatti si auto-organizzarono per spingersi ad un livello di acculturazione che la scuola liberale non rendeva possibile. <strong>Oggi i movimenti che non fondono consapevolmente, e con il senso della strategia politica, cultura tecnologica e cultura popolare non vanno lontano</strong>. Intendiamoci: nessuno dice a nessun altro di fare quello che fa già (twitter, clouds, youtube, blog, list etc.) ma è auspicabile, oltre che a creare un perimetro di comunicazione e sapere nel proprio campo di connessione, saper neutralizzare le armi pesanti usate nel campo avversario.</p>
<p><strong>2.</strong></p>
<p>A questo punto della vicenda Tav, prima di tutto <strong>è necessario rendersi conto che c’è in atto una consapevole guerra di propaganda che si è sovrapposta al conflitto sul territorio della Valsusa</strong>. E’ condotta dal mainstream e può determinare il corso di questo conflitto e persino rovesciare le sconfitte sul campo in vittorie di fatto.<br />
Su quanto sta avvenendo sul territorio davvero poco da eccepire. Il movimento della Valsusa ha saputo evitare il feticcio della violenza come quello della non violenza saldando territorio a solidarietà antagonista. Immaginario valligiano e immaginario metropolitano. La stessa produzione scientifica spontanea, quella che sposta il giudizio collettivo su un’opera complessa, ha letteralmente azzerato quella a favore sulla Tav. A parte chi è direttamente pagato per sostenere la Tav (giornalisti, consulenti, ceto politico) è praticamente impossibile trovare in rete un sostegno spontaneo, certificato dal basso alle ragioni di questa grande opera. E’ stato operato così un preziosissimo, quanto strategico, lavoro di confutazione scientifica delle ragioni ufficiali di un progetto che dimostra quanto l’intelligenza collettiva, che si produce in rete e nei nodi fisici di connessione sociale, operi in modo decisivo, quanto troppo spesso sottovalutato, per la dinamicità e l’efficacia dei movimenti.</p>
<p>Anche la controinformazione ha lavorato bene, connettendo sia socialmente che sul piano della produzione di argomentazioni etiche spendibili su tutti i piani del conflitto.<br />
Il punto nodale sta nel modo con il quale si riproduce lo spazio digitale comunicativo delle istituzioni e del mainstream. Quello, situazione sul terreno a parte, è l’elemento di forza sul quale la democrazia coloniale delle grandi opere e del project financing punta per arrivare ad imporre un inutile mostro tecnologico ad una intera popolazione che non ne vuole giustamente sapere. E, di conseguenza, per ribadire il primato della democrazia del cemento e delle operazioni ad alta complessità finanziaria per un paese che ha bisogno di un modello di sviluppo radicalmente opposto. Se sul terreno il consenso non c’è le istituzioni evocano il consenso generale, anzi de “la Nazione” come scrive la ministro Cancellieri, per costruire il campo di forza comunicativo per operare poi militarmente.</p>
<p>E qui, quali sono i punti di debolezza di questo spazio comunicativo digitale delle istituzioni?</p>
<p>Per capirlo non ci si deve lasciar prendere dalle emozioni. Copertine come quelle del Giornale o dichiarazioni come quelle della Finocchiaro del PD, con la calorosa lode ai carabinieri, lasciano il tempo che trovano. Perché convincono la fascia di opinione pubblica minoritaria che è già convinta. Quella per cui chi protesta è un disperato oppure che, se si muovono i carabinieri, l’Arma ha sempre ragione.</p>
<p><strong>Per portare fino in fondo l’operazione Tav lo spazio comunicativo digitale delle istituzioni ha quindi bisogno connettere una porzione di società più ampia</strong>. Già, ma come funziona lo spazio comunicativo digitale delle istituzioni?</p>
<p>Le istituzioni, ancor più delle imprese, sono infatti dispositivi che funzionano in modo autoreferenziale. Nelle società neoliberali si sono sganciate da interessi collettivi che non siano quelli dell’impresa. In poche parole, le istituzioni funzionano perché hanno blindato gli interessi che emergono dal basso, che non sarebbero in grado di soddisfare, e hanno imparato a specializzarsi in questo modo di funzionamento completamente autoreferenziale lungo tutto il ventennio neoliberista. Si sono sganciate dal governo dei territori tanto che partiti, sindacati, associazionismo paraistituzionale si sono praticamente dissolti o comunque ridisposti in modo da rendere inutile l‘espressione “governo diretto del territorio&#8221;. Siccome governano su una società hanno però bisogno di un dispositivo che dia loro comunque l’impressione di governarla. Che sia indice di un governo effettivo, o comunque efficace, della connessione sociale.</p>
<p>Il mainstream generalista (tv, stampa, siti di entrambi gli old media), in forte ristrutturazione tecnologica, è questo dispositivo. Se le istituzioni hanno l’impressione che questo dispositivo funziona, crea consenso, vanno avanti su qualsiasi tema come carri armati. Perché è il dispositivo sovrano di governo degli ultimi trent’anni: crea consenso a favore delle istituzioni oppure getta nella spirale del silenzio chi è contrario spezzando la sua capacità relazionale, rendendolo minoritario. Si tratta di un piano di rappresentazione mediale che mostra tutta la sua concreta efficacia politica.</p>
<p><strong>3.</strong></p>
<p>Come dicevamo, per capire il punto sensibile dello spazio comunicativo digitale delle istituzioni sulla Valsusa è inutile soffermarsi sul Giornale o sulla Finocchiaro, uniti in un livello di disperazione esistenziale perfettamente bipartisan.</p>
<p><strong>Il punto, nello spazio comunicativo digitale delle istituzioni, su cui il conflitto si vince o si perde è quello dell’opinione pubblica di centrosinistra</strong>. Perché è il terreno più mobile, dove il settore di opinione pubblica decisivo, per completare la rappresentazione della legittimazione istituzionale, può ritirare il consenso all’operazione oppure far emergere la propria protesta. E se quel terreno non tiene (non dimentichiamo che per i partiti l’opinione pubblica si misura in voti e per i media in audience e fatturato pubblicitario, tutta roba concreta) le istituzioni non sono in grado di attivare quel dispositivo autoreferenziale, che genera l’impressione del consenso, che permette loro di funzionare come carri armati. Invece che rappresentare i notav come spaccati le istituzioni finirebbero per rappresentare, e in modo spettacolare, le proprie spaccature. Cessando di funzionare come dispositivo istituzionale, paralizzandosi nella capacità di azione.</p>
<p>Per dare a sé stessi l’impressione di controllo dell’opinione pubblica di centrosinistra <strong>le istituzioni devono operare quindi su due distinte, e correlate, operazioni di propaganda. La prima è dimostrare la correttezza di procedure dell’operazione Tav, oltre alla necessità economica, la seconda è di far emergere dagli anti Tav quante più figure spaventose possibili</strong>.</p>
<p>Nella suo romanticismo culturale il movimento pacifista del passato il problema l’aveva intuito. Ma risolvendolo dalla parte sbagliata. Ovvero facendosi quanto meno spaventoso possibile e quanto più compatibile con i desideri dei media. Ma quando questo accade è il momento in cui non solo sei governabile ma anche quello in cui la tua visibilità è decisa dalle redazioni. Non puoi essere altro, perché temi i media, e così quando sei rappresentabile secondo i loro canoni sono i media che decidono quando e se vai in onda. Un processo di metabolizzazione visto con i pacifisti degli anni ’80 e ’90, con i noglobal, con i “rappresentanti” dell’Onda che vanno da Napolitano, e in miriadi di altri esempi.</p>
<p>Con l’attuale scontro sul terreno, ma anche grazie alla delegittimazione scientifica dal basso della tav, è quindi chiaro che il mainstream ha una sola carta in mano. Quella di produrre quante figure, e storie, più spaventose e disperate possibili dal movimento notav.</p>
<p><strong>Una guerra di propaganda è una guerra di narrazioni, non dimentichiamolo</strong>. Per cui, qualsiasi cosa accada, scatta la costruzione della mitologia negativa fatta per delegittimare l‘avversario e renderlo isolato e quindi silenzioso. Per cui qualsiasi evento accada, anche di segno opposto, secondo il mainstream non può che fare il gioco dei “duri”, delle “frange estreme” di un movimento rappresentato sempre in procinto di “spaccarsi”. Si vuol creare un effetto scenografico tale, in questa guerra di propaganda, per cui l’opinione pubblica di centrosinistra si ritrae inorridita perché non vede una valle compatta, desiderosa di vivere, contro un mostro tecnologico ma un volteggiare di “falchi”, di “duri”, di “frange estreme”. Siccome questa è l’unica vera carta in mano che il mainstream possiede, reiterare questa rappresentazione per dare l’impressione a sé stesso che sta funzionando, la si gioca qualsiasi cosa succeda.</p>
<p><strong>La drammatica vicenda di Abbà è paradigmatica di questa paranoia</strong>, risultato dell’autoreferenzialità insistita, nel rappresentare la questione Valsusa facendo uscire, come da un film dell’orrore per adolescenti frequentatori di multisale, sempre personaggi e comportamenti rappresentati in modo ansiogeno come “falchi”, “frange estreme” e “duri”.</p>
<p>Abbà non solo non ha aggredito nessuno, al contrario, ma è vittima del comportamento delle forze dell’ordine. Eppure, per coprire il rilievo della vicenda, nel mainstream si è scatenata un’ondata di opinioni e commenti sul “questa vicenda può favorire i duri”, “le frange estreme ne trarranno giovamento” arrivando ad rovesciamento della realtà, quasi come Abbà avesse aggredito qualcuno, in un dispiegamento di media corale e degno di altro genere di regimi. E si era all’indomani di una grande manifestazione pacifica di una intera valle. E’ evidente che le istituzioni più tengono questo piano di rappresentazione più sentono, o credono, di governare la situazione. Perché rappresentano quell’astrazione chiamata opinione pubblica di centrosinistra come sotto controllo, inorridita dai “falchi” come un adolescente al cinema che si inquieta di fronte agli effetti speciali di un horror per bassa fascia d‘ètà. E se tiene questa rappresentazione, a parte la situazione sul campo, la Tav passa. Non a caso infatti la ministro degli interni, dopo la vicenda Abbà, prova a costruire la rappresentazione della superiorità morale delle istituzioni offrendo il simulacro di un dialogo. Rappresentando il volteggiare dei falchi nel campo avverso assieme all’offerta di dialogo cerca di completare la costruzione, dopo quella della mitologia negativa, della superiorità morale delle istituzioni. Ed è questa tutta la dimensione da decostruire, come è stato fatto dal basso per la legittimazione scientifica del progetto Tav.</p>
<p><strong>4.</strong></p>
<p><strong>Ma che qualcosa non funzioni affatto in questo campo di forza dello spazio comunicativo digitale istituzionale ce lo mostrano le stesse parole di Ezio Mauro, direttore di Repubblica</strong>.</p>
<p>Ezio Mauro chiede che i partiti entrino in campo nel processo di rilegittimazione della Tav. E’ evidente che, con i sensori che ha (studio dell’audience) ha capito che questa strategia della costruzione di una mitologia negativa sulla Tav ha grossi difetti. E chiede a supporto la messa in campo di eserciti, i partiti, che non esistono più.<br />
Questo fatto è un grosso elemento di debolezza sul punto più sensibile, dare a sé stessi l’impressione di governare l’opinione pubblica di centrosinistra sulla Tav, per tenere unito il campo di forza comunicativo che legittima quest’operazione di democrazia del cemento e del project financing.</p>
<p>Come dicevamo, sia sul terreno che nella delegittimazione scientifica dal basso della Tav il movimento ha lavorato bene. Per chiudere la partita a favore non solo di una valle ma delle stesse democrazia e libertà in questo paese, nonché di un vero e sano modello di sviluppo, si tratta di quindi unire il terreno fisico di conflitto a quello dello spazio digitale della comunicazione. Allora puoi combattere ad armi pari e persino vincere. Come si capisce non è solo problema di controinformazione in rete, che è un processo maturo da anni. Ma proprio di saper agire, su tutti i piani di realtà nessuno escluso, in modo da rendere non rappresentabile il tipo di spettacolo che, secondo le istituzioni e il mainstream, rende legittima e praticabile l’operazione Tav.</p>
<p>Perché quando Ezio Mauro confezionerà un giornale che saprà che perderà lettori e credibilità (nonché vendite e pubblicità) grazie alla posizione protav la democrazia coloniale neoliberista avrà perso. Quando il tg3 piemontese e nazionale si sentiranno in difficoltà, e vedranno l’audience calare (e la pubblicità), perché sulla tav fanno solo ridere le istituzioni neoliberiste, del cemento e delle operazioni finanziarie avranno perso.</p>
<p>Quando la Stampa sentirà che avrà perso terreno, lettori e credibilità, Passera se ne accorgerà. Perché c’è un piano, molto discreto, in cui le redazioni dei grandi media e il ceto politico istituzionale si parlano. E’ lì che avviene la misurazione, discreta e poco filtrata all’esterno, del successo o meno di campagne di costruzione del consenso. Fondamentali per il funzionamento autoreferenziale delle istituzioni.</p>
<p>Se la dimensione del terreno fisico saprà quindi saldarsi in questo modo con lo spazio della comunicazione digitale, allora la vicenda Tav si concluderà positivamente. Fissando uno spartiacque storico non solo per la vita di una valle ma anche per la democrazia reale di questo paese e per la costruzione di un modello di sviluppo che rompa con cemento, grandi opere e primato delle corporation. E anche per saldatura tra cultura tecnologica e cultura popolare, essenziale per il funzionamento delle democrazie reali del XXI quanto l’alfabetizzazione è stata necessaria, a partire dall’Ottocento, per l’imporsi del movimento operaio e dei diritti fondamentali di libertà e cittadinanza.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Per Senza Soste, nique la police</strong></p>
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		<title>Le due Sicilie</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Jan 2012 09:52:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[crisi]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek. sicilia]]></category>
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					<description><![CDATA[di Helena Janeczek Quel che monta letteralmente dalla Sicilia, fa impressione e lo faceva già laggiù. L’isola messa in ginocchio, la gente che si comporta come se fosse scoppiata una guerra. Non basta posizionarsi pro o contro: riconoscere la rabbia di chi è ridotto agli stremi, o avvisare che il movimento è guidato dai fascisti [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>Quel che monta letteralmente dalla Sicilia, fa impressione e lo faceva già laggiù. L’isola messa in ginocchio, la gente che si comporta come se fosse scoppiata una guerra. Non basta posizionarsi pro o contro: riconoscere la rabbia di chi è ridotto agli stremi, o avvisare che il movimento è guidato dai fascisti di Forza Nuova. Non basta nemmeno ricordare che se in tutta Italia la politica è sputtanata, la Sicilia rappresenta la più alta realizzazione dello schifo. Tutto vero.<span id="more-41496"></span> Ma nel “movimento dei Forconi” si riflettono problemi nient’affatto particolaristici che non sono quelli del trasporto su ruote. Questo si coglie meglio, tenendo a mente la storia siciliana: dalle lotte bracciantili alla Primavera di Palermo, la Sicilia ha saputo capovolgere la sua arretratezza in battaglie d’avanguardia. Forte non era solo la rabbia, ma anche la consapevolezza dei problemi e degli obiettivi. Ciò che ora ha aggregato le persone più disparate (con qualche mafioso che non può mancare), è un’esasperazione elementare. C’è una voragine tra il proprio malessere tangibilissimo e la complessità sfuggente di quanto lo produce. Di chi è la colpa? Dei ras locali votati fino a ieri, di Monti, dell’Europa, di una micidiale reazione a catena partita dagli Usa? Reagire quando ci si sente schiacciati da un meccanismo inafferrabile, rende attraente accontentarsi di risposte regressive. Bruciare il Tricolore per inneggiare alla Trinacria. O al Sole delle Alpi. O alla purezza autoctona magiara. Quel che preoccupa non sono solo i fascismi identificabili che perdippiù riemergono in terre sin troppo comode da figurarsi come barbariche o miserabili. “Reazionario” ha un’etimologia trasparente. Costa uno sforzo di lucidità non ritrovarsi spinti verso il suo ambito semantico, proprio perché i motivi per voler reagire sono parecchi.</p>
<p><em>pubblicato su</em> L&#8217;Unità<em>, 24 gennaio 2012</em></p>
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		<title>Hessel non abita in Italia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gherardo bortolotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Oct 2011 06:30:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[15 ottobre]]></category>
		<category><![CDATA[black bloc]]></category>
		<category><![CDATA[indignati]]></category>
		<category><![CDATA[movimenti di protesta]]></category>
		<category><![CDATA[Movimento]]></category>
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					<description><![CDATA[[Recupero questo articolo da senzasoste.it: mi sembra un contributo interessante per un ragionamento sulla manifestazione del 15 ottobre scorso. L&#8217;autore si firma con uno pseudonimo e dal sito non sono riuscito a recuperare un modo per contattarlo. Se capita qui su NI e ha voglia di approfondire ulteriormente la sua tesi, è il benvenuto.]  Hessel [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #888888;">[Recupero questo articolo da <a title="senza soste" href="http://www.senzasoste.it/speciali/hessel-non-abita-in-italia-la-crisi-permanente-della-forma-movimento-basata-sul-primato-dell-opinione-pubblica" target="_blank">senzasoste.it</a>: mi sembra un contributo interessante per un ragionamento sulla manifestazione del 15 ottobre scorso. L&#8217;autore si firma con uno pseudonimo e dal sito non sono riuscito a recuperare un modo per contattarlo. Se capita qui su NI e ha voglia di approfondire ulteriormente la sua tesi, è il benvenuto.]</span></p>
<h3 style="text-align: center;"> Hessel non abita in Italia<br />
La crisi permanente della forma movimento basata sul primato dell’opinione pubblica</h3>
<p style="text-align: right; padding-left: 30px;"><em>Colui che finalmente si accorge quanto e quanto a lungo fu preso in giro, abbraccia per dispetto anche la più odiosa delle realtà; cosicché, considerando il corso del mondo nel suo complesso, la realtà ebbe sempre in sorte gli amanti migliori, poiché i migliori furono sempre e più a lungo burlati<br />
(Nietzsche)</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Una analisi di quanto accaduto a Roma impone considerazioni cliniche e quindi sgradevoli. Perché un’analisi della dinamica delle differenti forze sul terreno, che si sovrappongono ormai regolarmente ad ogni grande evento di piazza, prescinde da considerazioni di valore. Non assegna meriti ad un comportamento piuttosto che ad un altro, d’altronde la politica non è un concorso a premi ma un fenomeno che produce risultati a seconda degli equilibri tra le forze in campo, né si pone il problema di riparare torti attraverso un uso emotivo, terapeutico dell’analisi. Per tutto questo ci sono la letteratura, il giornalismo, Twitter, i post su Facebook e tutta una miriade di scambi microfisici di impressioni tra persone coinvolte, o che si sentono tali, su quanto accaduto.<span id="more-40444"></span></p>
<p>La prima considerazione clinica che si impone, dopo la giornata del 15 ottobre, è che la forma movimento basata sul primato dell’opinione pubblica è in crisi permanente e non sarà in grado di incidere, né tantomeno risolvere, nessuno dei problemi che evoca. Dalla questione del debito, al precariato. Si tratta di un tema ineludibile già emerso con forza a Genova 2001 e con le manifestazioni globali contro la guerra in Iraq nel 2003 (dove la seconda superpotenza mondiale dei movimenti, come la definì il mainstream americano, evaporò prima che la superpotenza Usa si impantanasse tra Falluja e Ramadi). Sappiamo benissimo che la forma movimento che si basa sul primato dell’opinione pubblica nasce, in Italia come altrove in occidente (nei paesi extraoccidentali è questione differente), come tentativo di risoluzione della crisi del modello di movimento basato sulle pratiche antagoniste fuoriuscite dal ’68. Di questo modello ne ha denunciato a lungo l’obsolescenza, sia sul piano della funzionalità che su quello della differente sensibilità etica raggiunta dalle società successive agli anni ’70, imponendo mutazioni significative di linguaggi, pratiche, obiettivi all’intera sinistra di movimento in differenti paesi. L’idea di fondo, qui semplifichiamo un  posizioni anche differenti tra loro, era che abbandonando la simbolica dello scontro frontale, neutralizzando le pratiche sul terreno si sarebbe potuto incontrare ed egemonizzare le dinamiche di pressione dell’opinione pubblica verso il sistema politico e istituzionale. Nella versione più conflittuale di questo modello anche pratiche sindacali, tradizionali e innovative, come solidaristiche e persino culturali avrebbero tratto benefici concreti da questa forma movimento. Dopo quindici-vent’anni di riproposizione di questo modello si tratta di capire che è obsoleto, passato, inefficace perlomeno quanto i modelli che pretende di denunciare. Genova 2001 aveva fatto capire come la piazza (e non solo) potesse esplodere di fronte alla complessità sociale prodotta dagli eventi organizzati da questo genere di forma movimento. Il 2003 aveva fatto comprendere che, una volta sconfitto un movimento quando è stata usata la capacità massima di pressione del format opinione pubblica mondiale, non c’era un problema di masse, numeri e capacità di rappresentazione simbolica ma uno di efficacia del tipo di movimento messo in campo. Insistere sulle clonazioni di questo modello, legittimandole con le giaculatorie sulle “nostalgie del ‘900” che apparterrebbero a chiunque ne vede le evidenti crepature, ha portato a cronicizzare due evidenti patologie politiche. La prima legata ad un distacco reale dalla situazione sociale, persino dall’immaginario, di questo paese (ovvero il vasto mondo che vive fuori dal perimetro di realtà che si creano necessariamente i movimenti) la seconda da una serie di valutazioni ingenue su come si forma l’opinione pubblica in un mondo attraversato da una pluralità di piattaforme mediali.  Analizziamole entrambe partendo da quest’ultimo problema.</p>
<h4>MUSSOLINI, GRAMSCI E NOI</h4>
<p>La constatazione della fine dell’epoca liberale, alla quale segue una necessaria critica del fenomeno dell’opinione pubblica, non è di questi giorni ma degli anni ’20. Quando la finanza della prima globalizzazione, quella nata nella seconda metà dell’800 mise in crisi, assieme al protagonismo delle masse uscite dalla guerra ’14-’18,  la democrazia liberale. Uno dei padri fondatori della sociologia contemporanea, Ferdinand Toennies, legò la crisi della democrazia liberale al problema della critica dell’opinione pubblica, elemento regolativo della vita politica ufficiale, strumento di selezione delle istanze politiche di quel mondo. Senza entrare, anche se farebbe bene, nelle questioni teoriche poste da Toennies riportiamo una discussione nelle aule parlamentari del Regno d’Italia utile a focalizzare un problema del presente: il rapporto tra opinione pubblica e politica. Siamo nella primavera del ’25, Mussolini ha già fatto il primo atto del suo colpo di stato il 3 gennaio di quell’anno e si appresta a concludere la struttura politica e statale di una dittatura che durerà fino al 25 luglio del 1943. Alla Camera si confrontano Gramsci e Mussolini, il primo oramai messo all’angolo politicamente mentre il secondo risplende di boria essendo ormai il vincitore di fatto dello scontro politico, tra destra e sinistra, apertosi con la fine della guerra. Gramsci, per trovare un argomento che condizionasse il vincente Mussolini, comincia a parlare delle critiche che il Corriere della Sera aveva mosso al comportamento del fascismo. Mussolini non fa una piega: dice chiaramente che il potere dell’opinione pubblica, composta da centinaia di migliaia di lettori, è ormai stato travolto da quello di un partito organizzato, il suo. Di lì a poco tempo Mussolini, oltre a sciogliere il parlamento e a far arrestare Gramsci, si impadronirà anche del Corriere della Sera. Trasformandolo nella voce più prestigiosa del regime fino alla sua caduta. Dopo la fine del fordismo il rapporto tra opinione pubblica e politica organizzata si è rovesciato rispetto a quel dibattito della primavera del ’25. Per cui la capacità di esercitare pressione politica, dopo innumerevoli ristrutturazioni tecnologiche e mutazioni sociali, è tutta a favore dell’opinione pubblica rispetto ad una politica disorganizzata, succube e senza idee. Non  a caso le nostre società hanno tornato a definirsi liberali in un rapporto strutturato con temi e dibattiti politici definiti dal fenomeno dell’opinione pubblica. Egemonizzato da media verticali, di mercato, pronti a celebrare precise gerarchie di potere e di comportamento. L’architettonica del potere nelle società neoliberali, insomma. Gli stessi movimenti hanno istintivamente seguito questo rovesciamento di rapporto tra opinione pubblica e politica organizzata. Mentre i movimenti antagonisti degli anni ’70, in modalità molto diverse tra loro, cercavano di condizionare i partiti o costruire una forma dell’organizzazione tutta propria quelli delle ultime due decadi, non a caso, si sono strutturati nel tentativo di influenzare l’opinione pubblica o di costruirne una propria. Il mitico spartiacque della nonviolenza altro non è, prima di tutto, che il tentativo di entrare pienamente sul terreno dell’opinione pubblica. Per il terreno del politico forza e diplomazia sono strumenti intercambiabili mentre in quello dell’opinione pubblica, che si struttura attorno allo schema antropologico che supporta la discussione razionale infinita attorno ai problemi, riduce la forza a mera violenza. E a questo schema i movimenti si sono adattati per un ventennio nella speranza di suscitare una massa critica tale da condizionare la politica istituzionale. E qui sono sorti tre problemi, mai analizzati, che hanno pesato in questi vent’anni: il primo è che le istituzioni vivono ormai in autonomia dall’opinione pubblica (Iraq del 2003 e referendum del 2011 dovrebbero insegnare qualcosa); il secondo è che l’opinione pubblica è, in ultima istanza (internet compresa), è governata da un intreccio tra media e politica istituzionale che è costituito efficacemente contro le istanze dal basso; il terzo è che questo intreccio non è mai stato destrutturato e messo a conflitto, nei temi che propone e nella sua struttura sociale interna. Eppure il potere di connessione generale nelle società contemporanee risiede lì. E non solo quello ma anche correnti consistenti di quello biopolitico. Occupy Wall Street ha chiesto l’abolizione della pubblicità televisiva per i prodotti per bambini. Perché questa è una società che addestra, nei termini del dressage foucaultiano, dei consumatori prima ancora di qualsiasi altro genere di figura sociale. Invece del politicismo della dissociazione dai “violenti” i movimenti potrebbero occuparsi di temi come questi, indubitabilmente con maggior efficacia.</p>
<p>I movimenti basati sul primato dell’opinione pubblica si sono così trovati a subire questo potere. Le istanze di contenuto e i temi sono dettati da chi la governa non dal suo segmento dal basso. Oltretutto è notevolmente mutato lo schema sociologico che legittimava questo genere di movimenti. Nel profondo degli anni ’80, quando si incubavano queste concezioni, una società postmateriale, sostanzialmente garantita poteva costruirsi uno dispositivo di selezione del contenuti politici basato sulla circolazione di opinioni espresse razionalmente. C’era una base materiale per tutto questo. Trent’anni dopo, larghi strati di società sono precipitati in drammi che, per quanto emersi a livello di opinione, non trovano ascolto in un sistema politico che dell’autonomia da tutto questo ha fatto ragione di sopravvivenza. Inoltre i movimenti basati sul primato dell’opinione pubblica si sono ritirati, nel loro complesso, dal quotidiano ritmo sociale della vita sui territori. Che è fatto di un intreccio di comportamenti sul terreno, piattaforme di comunicazione innestate su questi comportamenti, e linguaggi mediali che i movimenti non conoscono e ai quali non sanno parlare. Non resta quindi, come dalla fine degli anni ’90, che organizzare grandi eventi di piazza. Che dovrebbero parlare all’opinione pubblica. E che finiscono invece per essere travolti dalla complessità sociale attirata dal grande evento e fatti a tranci dai media che governano l’opinione pubblica. Questo modello di movimento ha quindi storicamente fallito: non ha rappresentanza mediale, non riesce ad autorappresentarsi, evapora sempre velocemente e non ha inciso su nessuno dei nessi di potere strategici nelle società contemporanee. Nei prossimi tempi non ne mancheranno gli epigoni, che si faranno forza a colpi di “siamo oltre il ‘900”, ma l’esito negativo dei loro sforzi sembra scontato. Come lo sarebbe stato quello di un ipotetica rifondazione di Lotta Continua all’inizio degli anni ’80. Le forze del politico stanno andando altrove.</p>
<h4>-CUCCHI + RACITI</h4>
<p>Questa scritta “- Cucchi + Raciti” campeggiava in bella mostra durante gli scontri del 15 ottobre. Spiega più la distanza tra i movimenti pacifici e radicali di quanto si possa immaginare. Perché, mentre sulle banche e il precariato il linguaggio può anche trovare punti in comune tra diverse esperienze di movimento, da parte dai movimenti che si vogliono maturi non c’è mai stata attenzione su questi temi. Dei diritti civili in ambiti tipicamente giovanili. Non solo ma tra i manifestanti “maturi”, nella piazza del 15, c’erano esponenti di partiti che le leggi militari del dopo Raciti le hanno velocemente approvate. Accentuando distanza e incomprensibilità tra culture di movimento. E’ evidente poi che la dinamica di scatenamento dei riot è quella del rovesciamento simbolico del’ordine del potere vigente. Per cui torna trasfigurata la figura dell’ispettore Raciti, si devastano banche, si distruggono madonne, si bruciano tricolori. Più che alla dinamica dello scontro di piazza è a questo rovesciamento simbolico che bisogna guardare per capire il significato del comportamento di questo tipo di movimenti. Si interviene direttamente per rovesciare nell’immediato un ordine simbolico ritenuto, non a torto, insopportabile. E si parla, sempre direttamente, all’immaginario profondo della società. In questo senso possiamo definire questo tipo di comportamenti come una radicalizzazione del modello di movimento basato sul primato dell’opinione pubblica. E’ frutto della sua crisi come lo era lo Schwarze Bloc tedesco rispetto al modello di partecipazione civica nella Germania dei primi anni ’80. Si parla al resto della società, evocandone la sollevazione, direttamente con il linguaggio del suo sostrato simbolico profondo piuttosto che con quello dei linguaggi mediati dai comportamenti ritenuti ragionevoli, creativi e politicamente razionali. In questo modo si scatena, come sempre in questo genere di riot, un’enorme energia sociale sollevata. I simboli del potere sono archetipici, si innestano profondamente nel corpo sociale ed è infatti forte la reazione all’operazione del loro rovesciamento e della loro trasfigurazione. Non a caso i media sono avidi di questo: condannano e trasmettono allo stesso tempo. La diretta Sky degli scontri a piazza San Giovanni si è rivelata un prodotto adrenalinico perfetto, specie nel tardo pomeriggio, tra uno stacco pubblicitario e un posticipo e l’altro della serie A. Il potere dell’immaginario del rovesciamento dei simboli immesso nel palinsensto, in una società mediale, non va trascurato. Ma va anche capito che la maggior parte di questo genere di comportamenti non ha ancora fatto il salto di complessità che va dai comportamenti radicali alla strutturazione politica, al radicamento nel territorio, alla capacità di governo delle stesse proprie immagini proposte. Si parla, e con forza, alla società ma non si è complessivamente in grado di connettersi complessivamente con il corpo sociale scosso dalla crisi.</p>
<p>La giornata del 15 è stata quindi caratterizzata, anche nello specifico dei comportamenti di piazza, da movimenti in crisi di complessità che si riproducono secondo schemi declinanti del primato dell’opinione pubblica e da movimenti che o si fermano sul piano del rovesciamento simbolico degli archetipi del potere o sono ancora embrionali rispetto al salto di complessità necessario per fare politica, per rovesciare l’asse del potere in questa società. E qui chi dice che in Italia accadono cose che non accadono altrove deve aver ben in testa che in altri paesi, UK e Usa per dirne due, tutto è filato via pacificamente perché questo tipo di piazza è stata in mano solo alla middle class impoverita. La Londra dei riot ha passato il testimone a quella degli indignati. In Italia c’è stata sovrapposizione, mescolanza che ha generato una complessità sociale insostenibile. Se si vogliono movimenti estesi lungo interi assi di società è la capacità di governare questa complessità che ci vuole.</p>
<h4>IL FUTURO DELLA POLITICA DI MOVIMENTO</h4>
<p>L’Italia non ha bisogno degli Hessel, figure paternali, la cui indignazione è uno strumento di una politica costruita su un dispositivo che non funziona. Garantisce sempre dignità morale, spesso incolumità fisica ma non funziona più, non ottiene risultati. Come in Spagna o in Israele. Perché basa la propria energia morale entro uno schema di regole del gioco che tende a far pressione su un’opinione pubblica che è strutturata per rendere inefficaci i movimenti. Si tratta invece di costruire movimenti che passano dal primato della sfera dell&#8217; opinione pubblica a quello dell&#8217;occupazione del territorio. E qualsiasi campagna globale che incontra questo genere di radicamento non ne può che essere beneficata dall&#8217;incontro di pratiche reali, coestensive con la vita sociale.</p>
<p>Questa non è una situazione in cui l’energia sociale, come emerge dai movimenti più radicali, deve essere esorcizzata. Al contrario i cambiamenti necessari per garantire diritti universali in questa società necessitano di una lunga stagione di energetica sociale. Ma questa energetica sociale  deve entrare su un piano di microfisica dei territori che permette un un governo politico delle spinte radicali verso la mutazione reale della morfologia microfisica della società, dei rapporti di forza territoriali , stutturando forza per l&#8217; ottenimento dei diritti universali concreti. E qui bisogna considerare che i territori non sono più quelli degli anni ’60 e ’70 e nemmeno quelli degli anni ’80. Il territorio, come dicevamo, è regolato da un intreccio di comportamenti sul terreno, piattaforme di comunicazione innestate su questi comportamenti, e linguaggi mediali che ne costituiscono la sostanza attuale. E non c’è solo bisogno di energetica sociale, necessaria, per plasmarlo. Ma anche di intelligenza strutturata. E qui i movimenti che vivono la crisi della concezione del primato dell’opinione pubblica possono trovare un loro ruolo.  Ristrutturandosi completamente, per trovare anche il modo di costruire campagne nazionali e globali efficaci, radicate, permanenti che non fluttuano al primo accidente. Dopo il 15 ottobre una certa tipologia di movimento, che oggi ha trovato collocazione nella forma indignata, rischia di essere in  mano ai media che oggi la preservano dai “violenti”. Per finire nel binario della più conclamata inefficacia. Allo stesso tempo la potente simbolica del riot può risultare inefficace nel momento in cui si ferma alla soglia dell’emergenza sociale evocata. Se la sollevazione può dare respiro ad ampi strati sociali oggi sottomessi dalla crisi, senza politica e senza strategia si rischia anche qui l’inefficacia.</p>
<p>Mentre, per la gravissima situazione sociale che viviamo, è di efficacia che abbiamo tremendamente bisogno.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Per Senza Soste, nique la police</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Roma, 15 ottobre. La violenza o le pratiche?</title>
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		<pubDate>Sun, 16 Oct 2011 13:03:30 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Marco Rovelli Eravamo tanti. La narrazione comincia da qui. Di questo dobbiamo far memoria. Eravamo tanti, un fiume in piena . E dobbiamo andare oltre, e prendere lezione, e costruire pratiche di movimento che adesso non ci sono. Non è questione di violenza e non violenza, non è questa la questione. (Che poi, nulla [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>Eravamo tanti. La narrazione comincia da qui. Di questo dobbiamo far memoria. Eravamo tanti, un fiume in piena . E dobbiamo andare oltre, e prendere lezione, e costruire pratiche di movimento che adesso non ci sono.<br />
Non è questione di violenza e non violenza, non è questa la questione. (Che poi, nulla è più violento del “sistema”, oggi, che ci sta portando via presente e futuro, nostro e del pianeta: ogni altra violenza, oggi, è in scala inferiore rispetto a questa). La violenza accade, può accadere, la Storia ce lo insegna che a volta deve accadere. A certe condizioni: se è razionale rispetto al scopo, dunque sensata e può produrre effetti reali in un contesto di strategia; se non vi sono altri mezzi possibili (e questo, per dire, esclude le autolegittimazioni di quella parte di movimento che rivendica gli scontri paragonando le pratiche della piazza romana a quelle di piazza Tahrir). Non siamo in presenza di queste condizioni. Ben miope è la mistica degli scontri di piazza. Che non si inseriscono in alcuna strategia politica, che non producono alcun effetto positivo, che contribuiscono a distruggere un movimento e non a costruirlo. In che cosa oggi siamo più vicini alla demolizione del sistema? In nulla.<span id="more-40377"></span><br />
E ancora – rispetto alla “narrazione” ufficiale dei media &#8211; non si parli di black bloc, con la retorica buoni indignati/cattivi venuti da fuori. E&#8217; ovvio che i &#8220;caschi neri&#8221; sono parte del movimento, vengono da dentro: molti di quelli che ho visto a piazza S. Giovanni erano giovanissimi &#8211; loro erano gran parte delle falangi, e in questo – da un punto di vista sociologico, di composizione sociale – intravedo un&#8217;analogia con i riots londinesi (del resto non è un caso che Gran Bretagna e Italia condividano l&#8217;indice di diseguaglianza più alta d&#8217;Europa &#8211; e Roma ha la sua storia politica, ciò che si fa fisicamente presente in quei “più vecchi” che hanno preso parte agli scontri). Non si parli, perciò, neppure di infiltrati, ciò che costituisce per molti del movimento un bell&#8217;alibi.<br />
La questione principale è un&#8217;altra. E&#8217; la questione delle pratiche. Che devono essere condivise. Non si parassita un corteo che ha altri obiettivi e convocato con altre pratiche, non gli si impone la propria minoritaria presenza. Questa è la violenza peggiore. Imporre agli altri le proprie pratiche. Prendendo la testa in 300 di una manifestazione di 300mila persone e segnando il destino di quella manifestazione. E&#8217; una questione di democrazia. Sommamente significativo che il grosso dei No Tav &#8211; i temibili valsusini! &#8211; li hanno contestati. In Val di Susa, per dire, nessuno era andato a dire che queste erano la pratiche della giornata. Eppure lassù sono abituati anche a certe pratiche conflittuali &#8211; solo, però (e si torna al primo punto), se sono sensate, &#8220;razionali rispetto allo scopo&#8221;.<br />
La violenza di quei caschi neri si è esercitata anzitutto nei confronti di un movimento nel suo insieme. Un movimento che poteva iniziare da oggi, prendendosi le piazze. Come era stato fatto in piazza Tahrir, alla Puerta del Sol, a New York. L&#8217;anomalia italica continua.<br />
PS Poi senti i Draghi e i Letta, e capisci molto di questa anomalia: dicono che le ragioni della manifestazione sono giuste, peccato per i violenti che non c&#8217;entrano nulla. Ma come? Noi eravamo lì contro di voi! Ma allora non ci ascoltate. Ed è noto che è il non-ascolto a produrre violenza.</p>
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		<title>Dieci cose da ricordare quando si scende in piazza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Feb 2011 10:00:26 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[&#160; &#160;&#160;&#160;&#160;di Giovanna Cosenza &#160; &#160;&#160;&#160;&#160;Da alcuni mesi le immagini delle piazze nordafricane rimbalzano sui media: tumulti, incendi, devastazione, morti e feriti; ma anche, nel caso egiziano: sorrisi, feste, soldati e poliziotti che abbracciano i manifestanti, quasi a promettere un lieto fine. Sono immagini forti e la loro ripetizione, il loro accostamento e persino i [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><iframe width="560" height="315" src="https://www.youtube.com/embed/A6tysEAj6V4?rel=0" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p>&nbsp;<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;di <a href="http://giovannacosenza.wordpress.com/" target="_blank"><strong>Giovanna Cosenza</strong></a><br />
&nbsp;<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Da alcuni mesi le immagini delle piazze nordafricane rimbalzano sui media: tumulti, incendi, devastazione, morti e feriti; ma anche, nel caso egiziano: sorrisi, feste, soldati e poliziotti che abbracciano i manifestanti, quasi a promettere un lieto fine. Sono immagini forti e la loro ripetizione, il loro accostamento e persino i contrasti, hanno indotto molti – specie a sinistra – a trovare più somiglianze che differenze: come se il vento nordafricano potesse soffiare anche da noi. D’altra parte – si è detto – l’anno scorso anche Atene, Londra, Roma sono andate in fiamme, dunque non siamo così diversi.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>Ma la piazza italiana ha una specificità tutta sua</strong>, che la distingue anche da quelle europee, non solo dal nord Africa. In un momento di pausa dopo le ultime manifestazioni contro Berlusconi, è opportuno fare alcune riflessioni. Ecco allora dieci cose da ricordare sulla specificità dello scendere in piazza nel nostro paese.<span id="more-38237"></span><br />
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>(1) La differenza fondamentale fra noi e il nord Africa è che noi siamo ricchi, loro no.</strong> E lo siamo ancora, nonostante la crisi economica e tutti i problemi che abbiamo. Basta infatti ricordare che i redditi medi dei paesi del Maghreb vanno dai circa 3000 euro l’anno del Marocco ai circa 10.000 della Libia, mentre il reddito medio che nel 2008 gli italiani dichiararono al fisco era attorno a 18.000 euro lordi (e poiché sappiamo che l’Italia è un paese di evasori, possiamo supporre che sia superiore). Anche se le statistiche fanno sempre torto ai più deboli, ciò significa che le nostre mobilitazioni sono ancora molto lontane – per nostra fortuna – dalla disperazione di massa che sta attraversando il nord Africa.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>(2) In Italia, come in tutti i paesi ricchi, la piazza non esiste se non è mediatizzata:</strong> senza opportune riprese televisive e copertura stampa, senza opportuna insistenza mediatica sull’evento, la piazza nasce e muore in poche ore.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>(3) In Italia più che in altri paesi la piazza è ormai inflazionata, usurata. </strong>A destra come a sinistra, al governo come all’opposizione, tutti prima o poi sono scesi in piazza: dalle grandi organizzazioni di partito e sindacato ai gruppi e gruppuscoli indipendenti, da Berlusconi coi suoi sostenitori alle associazioni animaliste. Perciò da noi la piazza non fa più notizia: chi si limita a manifestare si  guadagna al massimo un frammento di telegiornale.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>(4) Per guadagnare l’attenzione dei media, bisogna portare in piazza molte, moltissime persone.</strong> Ma bisogna farlo davvero, non solo dichiararlo: il giochetto degli organizzatori che gonfiano le cifre e la questura che le sgonfia c’è sempre stato, a destra come a sinistra, me si è accentuato negli ultimi anni. Lo fece Cofferati, con la manifestazione al Circo Massimo del 2002: dichiarò tre milioni di manifestanti, ma secondo le planimetrie quella piazza e le zone limitrofe tengono al massimo 600 o 700 mila persone. Lo rifece Berlusconi nel 2006, quando dichiarò di aver portato due milioni di persone in piazza San Giovanni, e nel 2010, quando dichiarò di averne portate un milione, mentre la planimetria mostra che ce ne stanno 150 mila. Più di recente, anche attorno al popolo Viola sono nate le cifre più varie: per il primo No-B Day del 5 dicembre 2009, ad esempio, gli organizzatori parlarono di un milione di persone, ma altre fonti, pur simpatizzanti col movimento, dissero 200 o 300 mila e la questura ridusse addirittura a 90 mila. Fra l’altro, evidenziare i contrasti fra le cifre è ormai diventato un genere giornalistico ricorrente. Ed è pure oggetto di gag comiche.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>(5) Per mobilitare centinaia di migliaia di persone,</strong> ci vogliono tempo, strategia, pianificazione capillare, soldi. Ecco perché le piazze «civiche», quelle che nascono dalla mobilitazione spontanea di gruppi e associazioni di cittadini che si dichiarano  orgogliosamente liberi da bandiere, fanno molta più fatica a raggiungere i numeri delle manifestazioni organizzate col sostegno di partiti e sindacati.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>(6) Per portare in piazza milioni di persone, internet non basta. </strong>Secondo gli ultimi dati di <a href="http://www.internetworldstats.com/" target="_blank"><strong>Internetworldstats.com</strong></a>, in Italia solo il 51,7% della popolazione ha accesso a internet, il che vuol dire che siamo sotto la media europea, che è del 58,4%, e vergognosamente sotto paesi come la Francia (68,9%), l’Inghilterra (82,5%), la Svezia (92,5%). Inoltre, se passiamo dai dati di accesso a quelli di uso effettivo, le cifre scendono ancora: per l’Audiweb gli italiani che nel dicembre 2010 si sono collegati a internet almeno una volta sono solo 25 milioni. Ecco perché internet non è una panacea: una mobilitazione che per organizzarsi usi soprattutto la rete (mail, facebook, social network), taglia fuori a priori una fetta consistente della popolazione, che occorre recuperare con attività capillari sul territorio, nei quartieri, nelle case. Come si faceva quando internet non c’era.<br />
&nbsp;</p>
<p align="center"><object width= "450" height="280"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/qFMBzAzbLQc&#038;ap=%2526fmt%3D18&#038;autoplay=0&#038;rel=0&#038;fs=0&#038;color1=0xffffff&#038;color2=0xffffff&#038;border=0&#038;loop=0&#038;showinfo=0"/></object></p>
<p>&nbsp;<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>(7) In assenza di grandi numeri, per catturare l’attenzione dei media si possono fare cose strane, originali. </strong>Ma poiché di cose strane in piazza, dal ’68 a oggi, ne abbiamo viste tante (nudo, maschere, carri variopinti), giocare al rialzo comporta rischi di illegalità e idiozia di massa. E fare qualcosa che sia davvero nuovo, creativo, è sempre più difficile: bisogna usare il cervello, lavorare in staff, saper gestire in modo oculato i tempi, i modi e i delicati equilibri della sorpresa. Non a caso, le stranezze di piazza riescono bene ai professionisti della comunicazione, come Grillo e Greenpeace, per fare esempi molto diversi. Non a caso, negli ultimi anni i <em>flash mob</em> e le stravaganze di piazza sono passati dal sociale al commerciale, andando a finire nel <em>guerrilla marketing</em>.<br />
Questo non vuol dire che l’originalità riesca solo ai professionisti della comunicazione. Un esempio eccellente è venuto l’anno scorso dai movimenti contro la riforma Gelmini: le immagini dei ricercatori sui tetti e degli studenti sulla torre di Pisa e nel Colosseo avevano una potenza simbolica tale che hanno fatto il giro del mondo.<br />
&nbsp;</p>
<p align="center"><object width= "450" height="368"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/9feQADxKHdk&#038;ap=%2526fmt%3D18&#038;autoplay=0&#038;rel=0&#038;fs=0&#038;color1=0xffffff&#038;color2=0xffffff&#038;border=0&#038;loop=0&#038;showinfo=0"/></object></p>
<p>&nbsp;<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>(8) Un buon modo per fare grandi numeri è coinvolgere molte piazze nello stesso momento.</strong> Un po’ come fecero i No Global e i movimenti pacifisti nei primi anni duemila: si pensi ai milioni di manifestanti contro la guerra in Iraq, che il 15 febbraio 2003 scesero in piazza in oltre 600 città in tutto il mondo, dagli Stati Uniti all’Australia, dall’Europa all’estremo oriente. Qualcosa di simile è accaduto il 13 febbraio scorso, quando in oltre 200 città italiane e una trentina nel mondo sono scese in piazze circa un milione di persone in contemporanea. E il numero è credibile, stavolta.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>(9) Per le piazze femminili vale tutto ciò che ho detto fin qui, con ulteriori precisazioni.</strong> Dopo gli anni settanta, i media italiani si sono sempre più disinteressati delle piazze femminili. Il che è rimasto vero anche negli ultimi anni, nonostante gli appelli su internet, il fermento dei social network e le mobilitazioni di piazza abbiano fatto parlare addirittura di neofemminismo. Gli scandali del premier hanno poi dato ai problemi delle donne nel nostro paese una chance di attenzione in più, specie col caso Ruby. Dopo la manifestazione del 13 febbraio, allora, le cose sembrano in parte cambiate, un po’ perché la mobilitazione è stata imponente, un po’ perché è stata in effetti caratterizzata dalla più importante novità che si potesse immaginare per una manifestazione femminile: ha coinvolto in modo rilevante e visibile anche gli uomini.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il rischio, però, è che i problemi delle donne italiane restino schiacciati dall’antiberlusconismo, impedendo quell’attenzione generale e trasversale che invece è imprescindibile, visto che la disparità di genere è un fattore di arretratezza economica cruciale per l’Italia, e come tale riguarda tutti: a destra come a sinistra, a nord come a sud, giovani e anziani, donne, uomini e tutti i generi sessuali. Lo dice il <a href="http://www.weforum.org/" target="_blank"><strong>World Economic Forum</strong></a>, che colloca l’Italia al 74° posto per la parità di genere nella classifica mondiale stilata nel 2010 per opportunità economica, accesso all’educazione, salute, accesso al potere politico delle donne. Lo dice <a href="http://giovannacosenza.wordpress.com/2008/07/23/la-banca-ditalia-e-le-donne/" target="_blank"><strong>uno studio della Banca d’Italia del 2008</strong></a>, secondo il quale, se il tasso di occupazione femminile salisse al livello di quello maschile, il Pil crescerebbe, a produttività invariata, addirittura del 17,5%.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>(10) Soluzioni per una piazza efficace? Mai una sola, sempre molte. </strong>Per protestare e rivendicare i propri diritti, ma soprattutto per riuscire a passare dal chiacchiericcio politico-mediatico ai risultati operativi, occorre usare tutti i mezzi di comunicazione, dalla stampa alla tv, da internet all’azione capillare sul territorio, non solo in piazza ma nei quartieri e nelle case. Senza sottovalutare la rete come modo per conoscersi, creare affinità, mantenere contatti. Ma senza neanche sopravvalutarla: la rete è importante per fare cose off line, non per generare autoreferenzialità.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>Quanto ai numeri</strong>, se non si riescono a mobilitare milioni di persone in una volta sola – il che in Italia è sempre difficile – un’alternativa è scendere in piazza a ripetizione, senza mollare dopo qualche mese. In questo, il popolo Viola ha mostrato una certa tenacia e forse anche le organizzazioni femminili potrebbero riservarci qualche sorpresa. Il rischio, però, è che i media si assuefacciano e non diano più rilievo alla cosa. E che pure gli italiani non ci facciano più caso, specie se i numeri restano limitati. Non resta che inventarsi simboli nuovi, iniziative originali che attirino i media, li spiazzino: non per stupire a tutti i costi, ma per dare conto di una ricchezza e varietà di sguardi, storie e voci che nel paese in effetti ci sono, ma non sempre le piazze riescono a esprimere. In questo, la proverbiale creatività italiana potrebbe essere d’aiuto.</p>
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