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	<title>narrativa italiana contemporanea &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Conversazione con Paolo Zardi su &#8220;L&#8217;invenzione degli animali&#8221;</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2020/02/13/paolo-zardi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Feb 2020 06:00:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Gianluca Garrapa]]></category>
		<category><![CDATA[Julian Jaynes]]></category>
		<category><![CDATA[L’invenzione degli animali]]></category>
		<category><![CDATA[Michael Brooks]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[paolo zardi]]></category>
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					<description><![CDATA[A cura di Gianluca Garrapa L’invenzione degli animali è l’ultimo romanzo di Paolo Zardi, uscito a settembre del 2019 per Chiarelettere nella collana Narrazioni serie «Altrove» diretta da Michele Vaccari. Protagonisti del romanzo, ambientato in un’Europa piegata da guerre intestine e governata solo dai principi dell’economia, sono quattro geniali menti assunte dalla Ki-Kowy, la più [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>A cura di<strong> Gianluca Garrapa </strong></p>
<p><em>L’invenzione degli animali </em>è l’ultimo romanzo di <strong>Paolo Zardi</strong>, uscito a settembre del 2019 per Chiarelettere nella collana Narrazioni serie «Altrove» diretta da Michele Vaccari. Protagonisti del romanzo, ambientato in un’Europa piegata da guerre intestine e governata solo dai principi dell’economia, sono quattro geniali menti assunte dalla Ki-Kowy, la più grande azienda del mondo impegnata nel grandioso progetto di plasmare un nuovo paradigma dell’umanità. <span id="more-82553"></span>Lucia Franti, una scienziata italiana, è impegnata nel progetto d’ibridazione genetica denominato “Progetto vita eterna”: le cavie sono animali inventati per essere donatori di organi. E proprio la morte di uno di questi animali diventa l’imprevisto profondamente umano che sconvolge i perversi piani dell’azienda e costringe Lucia e i suoi sodali a una fuga per la libertà…</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Gianluca Garrapa:</strong> «Allora si era fatta più vicina a Patrick, e aveva appoggiato la testa sulla sua grossa spalla; e lui l’aveva cinta con un braccio e l’aveva stretta piano&#8230; Era un momento prima che tutto crollasse»: è un passaggio del penultimo capitolo, <em>La fine</em>, che richiama una scena del quarto capitolo, <em>La cena</em>, svoltasi otto mesi prima durante la cena aziendale.  E anche nel quarto capitolo si anticipa, in maniera sibillina, quel che accadrà otto mesi dopo. Non è l’unico caso d’intreccio, o forse meglio mutuare un termine della fisica quantistica: entanglement. L’altra situazione in cui s’intrecciano i passaggi riguarda un oggetto che abita il primo capitolo, <em>Klagenfurt</em>: un fucile, «Un fucile! Cosa ci faceva un fucile a casa loro?» e che ritorna nel dodicesimo capitolo, <em>Viaggio di nozze</em>. Il lettore scoprirà che i capitoli sono in qualche modo imbastiti per opposti, attraverso una partitura che contrappone positivo a negativo. Ho parlato di entanglement, d’intreccio, come se le due mani sulla tastiera del pianoforte se incrociassero e trasformassero vicendevolmente melodia e armonia. Come i tuoi precedenti romanzi, anche qui scorgo polifonie e partiture musicali, matematica e grazia, il fantasma di Bach: «provarono <em>Aria sulla quarta corda</em>». Raccontaci un po’ la composizione di questo romanzo dall’idea dell’ibridazione genetica.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Paolo Zardi: </strong>Ripercorrere le tappe che hanno portato alla realizzazione di un romanzo è un processo particolarmente divertente, perché consente di capire, a posteriori, come funziona la propria testa. Nel caso di questo libro, il punto di partenza più concreto si posiziona alla fine del febbraio del 2016; e poiché sono un grande amante delle date (tutti i ricordi della mia vita passata sono organizzati in ordine rigidamente cronologico), posso dire che il 18 febbraio di quell’anno non avevo ancora pensato a nulla, e che giovedì 25 febbraio, una settimana dopo, l’idea iniziale si era già formata. La scintilla è scoccata grazie alla lettura del libro “Oltre il limite. Undici scoperte che hanno rivoluzionato la scienza” di Michael Brooks (trad. Stefano Chiapello, V. L. Gill, Jasmina Trifoni, Codice edizioni), e in particolare a un suo capitolo in cui si parlava di ibridazione genetica. Ho una particolare passione per i saggi che, da scrittore, leggo spesso in chiave “narrativa”, cioè domandandomi che tipo di problemi – etici, morali, esistenziali – potrebbero porre a un essere umano. Ecco, il 25 febbraio avevo già capito che volevo raccontare la storia di una persona, di una donna, per essere precisi, che si trovava a intuire una qualche forma di umanità nel corpo ibridato di un animale (ripensandoci, allora l’aspetto affettivo di questa relazione tra essere umano e cavia era molto più evidente e definito).</p>
<p>Nel corso dei due anni successivi, mentre portavo avanti altri progetti, ho continuato a pensare a questa storia; quando poi all’inizio del 2018 Michele Vaccari mi ha proposto di scrivere qualcosa per la collana che stava mettendo in piedi per Chiarelettere, ho pensato che fosse finalmente arrivata l’occasione giusta. A quel punto, ho deciso di provare a inserire, nel tessuto della storia, anche un’altra mia grande passione: la teoria sulla nascita della coscienza che Julian Jaynes spiega in uno dei libri più belli che io abbia mai letto, e cioè “Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza” (trad. Libero Sosio, Adelphi); e poi, in fase di realizzazione, è entrato in gioco un altro saggio, “La guerra delle intelligenze”, di Alexandre Laurent (trad. Marella Nappi, EDT), sul tema del potere che le grandi aziende stanno accumulando. E vista la complessità degli argomenti che intendevo trattare, ho deciso che la storia avrebbe dovuto avere una struttura solida e ben architettata, con elementi di suspense, anticipazioni, colpi di scena, prendendo in prestito alcune soluzione usate, tipicamente, nei thriller.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>G.G.: </strong>Che ruolo hanno i simboli che utilizzi a inizio di capitolo nell’architettura del romanzo?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>P.Z.:</strong> Tra le tante fonti di ispirazione, ci sono i thriller, così diversi tra loro, di Ken Follet, Frederic Forsyth, John Le Carrè, John Grisham e Michael Crichton. Li ho amati molto, per un certo periodo della mia vita. L’idea dei simboli posti all’inizio di alcuni capitoli è un omaggio a “Jurassic Park”.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>G.G.:</strong> «Mondi di visioni non vedute e di silenzi uditi è questa regione inconsistente della mente!» scrivi in esergo citando le parole tratte dallo scritto di <em>Julian Jaynes, autore de Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza</em>, tradotto in Italia per Adelphi da Libero Sosio. Questo romanzo, insieme a <em>Oltre il limite</em>, di Micheal Brooks, tradotto in Italia per Codice da Stefano Chiapello, Valeria Lucia Gili e Jasmina Trifoni hanno profondamente e appassionatamente influenzato il tuo lavoro. Nella tua scrittura convivono precisione e passione, legge e desiderio. In che modo le nozioni antropologiche e scientifiche hanno delimitato e stimolato la tua pratica letteraria?</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>P.Z.:</strong> Quando si scrive un romanzo, o una storia con una forma qualsiasi, il punto di partenza è sempre il “problema” che il personaggio principale si trova ad affrontare; ma sebbene il mondo sia piuttosto fantasioso nell’inventare situazioni complicate per gli esseri umani, bisogna ammettere che spesso l’insieme delle “mosse d’apertura” è piuttosto ridotto: un lutto, un tradimento, la perdita del lavoro, un meteorite che si sta schiantando sulla terra. La formazione scientifica che ho ricevuto, e questa doppia vita di autore e ingegnere, mi hanno invogliato a scegliere una strada diversa; se mi guardo indietro, tra l’altro, ricordo che già ai tempi dell’Università avevo pensato di scrivere un romanzo incentrato sulla Teoria dei Sistemi: un giovane ingegnere, descrivendo il sistema di smaltimento delle scorie nucleari con un modello matematico autoregressivo a media mobile, scopriva un traffico illecito di uranio impoverito… Allora, però, non sapevo neanche da che parte si iniziasse!</p>
<p>Per “L’invenzione degli animali”, ho scelto di infilare i miei personaggi in una questione piuttosto delicata, che, a grandi linee, riguarda i limiti etici alla quale l’economia dovrebbe sottostare. Non ci sono risposte, ma solo domande, come nella miglior tradizione del romanzo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>G.G.:</strong> «Ascoltami, il segreto è che la <em>morale </em>è solo un altro modo di dire la parola <em>economia</em>. Capito? È questa la chiave di tutto.»  Questa è pure la morale di Govind Kapoor «uno dei più alti dirigenti della Ki-Kowy», di Bi, il capo di Lucia Franti «alto, con i baffi neri e la riga di lato», e del fondatore del progetto «Julius Moreau, il fondatore metà canadese e metà americano». Oggi com’è vincolata la morale di uno scrittore al mercato editoriale?</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>P.Z.:</strong> Sospetto di non essere la persona più indicata per dare una risposta a questa domanda: il mio rapporto con il mercato editoriale è piuttosto superficiale, nel senso che sono, a tutti gli effetti, un autore di nicchia le cui vendite possono essere considerate soddisfacenti solo se rapportate ai numeri che circolano nella piccola editoria. In questi anni, non mi è mai successo di pensare alle ricadute, in termini di vendite, dei libri che stavo scrivendo; qualche volta mi è stato chiesto di togliere qualche eccesso qua e là ma non credo che la sostanza di ciò che volevo raccontare sia mai stata compromessa. I vincoli potrebbero nascere nel momento in cui la scrittura diventa una professione, lo strumento con il quale ci si sostenta; al momento, per me il problema non si pone.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>G.G.:</strong> «<em>Sono quindi tornata alla carta e alla penna, come quando andavo alle elementari.</em>» scrive Lucia Franti. La penna è un oggetto che appare desueto nell’ambientazione nel romanzo, lo usa Lucia per scrivere una lettera a mano dal Pakistan a lume di candela perché internet non funziona, la utilizza Bi nel suo studio per non tradire il suo nervosismo, a penna sono le aggiunte di Tibor sui fascicoli che denunciano tutto il torbido dell’affare Ki-Kowy. L’oggetto desueto è anche funzionale ed esprime il ritorno di un’umanità repressa dalla tecnologia, di una coscienza offuscata da un corpo costruito in laboratorio, una beatificante regressione. Il tuo romanzo è potente anche in questi piccoli particolari, nelle citazioni filosofiche che guarniscono un thriller distopico e metaforicamente attualissimo: che ne è della scrittura quando lascia la tastiera e torna al ritmo più lento del corpo-penna? Oppure il passaggio verso il digitale è irreversibile?</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>P.Z.:</strong> Ho vissuto il passaggio dalla penna alla tastiera di un computer come una liberazione, e se per qualche motivo non potessi più usare un computer, probabilmente smetterei di scrivere. Ci sono invenzioni che hanno segnato un passaggio irreversibile, come l’automobile, la mail, il televisore, la lavatrice; nessuna di queste esclude l’utilizzo delle vecchie tecnologie, ma queste risultano marginali, se non altro da un punto di vista statistico. Nel caso della scrittura, vedo che esistono ancora persone che preferiscono la penna; nella lettura, invece, il libro cartaceo tiene duro. Ma credo che raramente le trasformazioni abbiano una qualche base ideologica: vince sempre la funzionalità migliore (e il libro di carta è ancora ineguagliato, da questo punto di vista).</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>G.G.:</strong> «György ricevette il compito di dirigere un’équipe di studiosi per attestare il «grado di umanità» di quegli animali.»: la nota, il colore fondamentale dei tuoi romanzi è proprio il concetto e la pratica dell’umanità, anche i legami familiari sono fondanti, quando funzionano e quando sono disfunzionali. Ma io vorrei chiederti di immaginare un grado zero dell’umanità che iniziasse a svilupparsi in un androide: la letteratura continuerà a essere prerogativa solo degli… umani?</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>P.Z.:</strong> Durante le vacanze di Natale ho letto un saggio di Gary Kasparov sulle sue due celebri sfide con Deep Blue, il supercomputer di IBM, che al secondo assalto sconfisse l’allora campione del mondo in un match al meglio di sei partite. Negli anni Cinquanta Nabokov aveva detto che nessuna macchina sarebbe mai stata in grado di vincere una partita a scacchi; negli stessi anni, Turing aveva profetizzato che entro il 2000 l’uomo sarebbe stato sconfitto da un computer: la storia ci dice che aveva ragione Turing. Kasparov, però, sostiene che il traguardo raggiunto da Deep Blue nel 1997 dice più sui limiti del gioco degli scacchi (che Nabokov evidentemente non aveva intravisto) che sulla potenza dell’intelligenza artificiale, o di quello della mente umana: gli algoritmi utilizzati dai motori scacchistici si basano sulla forza bruta, e cioè sull’enorme potenza di calcolo, ma non sono in grado di replicare il particolare modo di ragionare di uno scacchista – il tipo di percorso mentale che compie per impostare una strategia. Anche nella traduzione si sono fatti passi da gigante, e, pure in questo approccio usato, non si è tentato di imitare la mente umana, ma si è sfruttata, invece, l’enorme mole di dati a disposizione dalle aziende che detengono i <em>Big Data</em>. Chi sviluppa i programmi di traduzione talvolta non conosce né la lingua di partenza né di quella di arrivo, perché è irrilevante; ma mi azzardo a dire che presto le traduzioni automatiche saranno più precise di quelle umane: è solo questione di tempo.</p>
<p>E sulla scrittura? Qualche anno fa la Microsoft ha realizzato un esperimento di intelligenza artificiale che ha suscitato un grande interesse: dopo aver creato Tay, un software di tipo bot in grado di interagire con persone umane attraverso brevi messaggi, il team di sviluppatori ha creato un profilo su Twitter e glielo ha dato in gestione. Dopo un giorno, però, hanno dovuto bloccarlo: interagendo con gli utenti della piattaforma, e imparando il loro modo di pensare, Tay era diventato un suprematista bianco neo-nazista. Se questo è il primo androide che ha prodotto testi scritti, non si tratta sicuramente di una bella partenza. Nel libro di Kasparov viene ripreso un celebre aforisma: l’intelligenza umana è tutto quello che i computer non sanno ancora fare.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>G.G.: </strong>Lucia Franti, la ribelle, il suo ragazzo Patrick, che nel nome evoca il padre, Emily Stankovich, soprannominata Dickinson, il nome dell’animale Victor poi, è indicativo<strong>: </strong>come nascono questi nomi così eloquenti?</p>
<p><strong>P.Z.:</strong> I nomi sono allo stesso tempo un problema, un’opportunità e una forma di divertimento. In due dei miei romanzi precedenti, ad esempio, i protagonisti non avevano alcun nome, per motivi opposti.</p>
<p>Andando per ordine, il cognome di Lucia è un chiaro riferimento a “Cuore” di De Amicis, e al saggio di Eco che parlava dell’unico personaggio ribelle di quel romanzo zuccheroso; la protagonista lo eredita dal padre, che era il personaggio principale del mio romanzo precedente, “Tutto male finché dura”. Per Patrick (come per György, Josefa, Govind Kapoor), ho cercato su Google il nome più diffuso nei loro paesi. La scelta di Emily Stankovich è un omaggio a una ragazza americana che si è laureata l’anno scorso a Houston, in Texas, portando come tesi di laurea la traduzione di “XXI Secolo”. Victor, infine, è il nome che avevo dato al “villain” del secondo romanzo che ho scritto, un libro mai pubblicato: mi è sempre piaciuto, per motivi a me ignoti, e ho voluto usarlo anche qui.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>G.G.:</strong> E i luoghi, i luoghi… i castelli della Loira, Mastung nel Pakistan, le autostrade, Heidelberg: «Cenarono in un ristorante con cucina tedesca vicino alle imponenti rovine del Castello di Heidelberg. Marianne le parlò della città – di Hegel, di Weber e della Arendt – e del Centro per l’Astronomia»: che rapporto hai con i luoghi del romanzo?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>P.Z.:</strong> Ho passato il Capodanno del 2018 e i giorni immediatamente precedenti a Klagenfurt, dove si svolgono i primi due capitoli del romanzo: è una piccola città ben curata e priva di qualsiasi reale attrattiva. Ho soggiornato, a più riprese, nella Cité Universitaire di Parigi (proprio là ho compiuto i miei 18 anni in una camera della Maison de l’Asie du Sud Est, una curiosa costruzione a forma di Pagoda); sono letteralmente impazzito quando ho visto per la prima volta la zona de La Défense, dove si trovano gli uffici in cui lavora Lucia, e ho passeggiato con il cuore gonfio di gioia attraverso le strade della<em> rive droite</em> della Senna, dove i due protagonisti vanno a vivere dopo un breve periodo passato dalle parti di Place d’Italie, e dove assistono a una scena che ho vissuto di persona: piccole ballerine in tutù che ballano in una sala affacciata su un giardino interno. Parigi è una città che amo. Sono stato anche a Heidelberg e a Besançon, nel 1999, ma non ho mai visto i castelli della Loira e non ho mai avuto la fortuna di andare in Pakistan. Sono però un vero appassionato delle mappe di Google, e di Street View, invenzioni che rendono questo secolo (comunque complicato) superiore a tutti gli altri. I due aspetti che per me sono indispensabili, nella scelta dei luoghi, sono la verosimiglianza e la partecipazione emotiva, cioè la sensazione che esista un legame tra la voce che racconta la storia e quel particolare spazio; la struttura de “L’invenzione degli animali”, e il suo appartenere al filone dei <em>thriller internazionali</em>, mi hanno permesso di sbizzarrirmi un po’.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Scultore di sé</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2019/07/26/scultore-di-se/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Jul 2019 05:00:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Daniele Muriano]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana contemporanea]]></category>
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					<description><![CDATA[di Daniele Muriano &#160; Quanto gli piaceva scolpire nel giardino, mentre in estate gli uccelli svolazzavano attorno senza posarsi sul marmo, o mentre in diverse stagioni, se il tempo era calmo, la natura sembrava trattenere il respiro intorno a lui per guardare. Aveva scolpito una volta, d’inverno, con tutta la neve sparsa per i prati [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Daniele Muriano</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Quanto gli piaceva scolpire nel giardino, mentre in estate gli uccelli svolazzavano attorno senza posarsi sul marmo, o mentre in diverse stagioni, se il tempo era calmo, la natura sembrava trattenere il respiro intorno a lui per guardare. Aveva scolpito una volta, d’inverno, con tutta la neve sparsa per i prati e sui tetti: dopo cena, gli era parso davvero che il busto si fosse deformato, ma poi guardando meglio aveva notato i nuovi fiocchi nel vento, di là dalla finestra. La natura era sempre viva, e tutti i giorni il cielo era un testimone ingombrante che reagiva ai colpi di scalpello incurvandosi come un ventre che testimonia il respiro.<span id="more-79969"></span></p>
<p>Lo scultore, che si chiamava Fëdor, era figlio di un panettiere e aveva appreso da pochissimo l’arte di scolpire, tramite Youtube, fattosi <em>follower</em> di un certo signor Varsa, mentore della rete. Con questo nome il vecchio si presentava, nascosto dietro barba e capelli di nevischio, in questi filmati traballanti – ripresi sempre a mano morta da un assistente spettrale che mai s’era mostrato.</p>
<p>Fëdor si contentava dei propri sessantasei anni. In una virata, tre anni fa, alla morte del padre aveva venduto tutto: forno, negozio, furgoncino con il quale per anni aveva distribuito il pane in compagnia del vecchio, tutto quel che aveva avuto per entrambi valore. Gli restava la bella casa, circondata da erba alta e selvaggia, messa al sicuro da una staccionata oltre la quale raramente Fëdor si inoltrava. A sessantasei anni, Fëdor era felice; non faceva altro Fëdor che essere felice.</p>
<p>La mattina lo scultore si svegliava all’alba e rimaneva in compagnia delle poche ombre oltre il finestrone del soggiorno, poiché dormiva senza eccezioni ogni notte su quel divano. Qui, dal morbido, come un’onda gli rovinava sulla testa il vissuto, marea di briociole di francesini che seppellivano il loro ex panificatore per un dispetto o meglio vendetta, a causa di quel vigliacco abbandono. Una volta innescato il ricordo delle singole operazioni, come aprire forte la saracinesca nel buio, disinnescare meccanicamente l’allarme, dirigersi stracco da morire ai sacchi gonfi di farina, il pensionato voleva subito obliare la luminosa memoria convocando a sé le azioni svolte ogni mattina, in quella ricca esistenza di marmo ch’era appunto la pensione, come ad esempio interrogare le poche ombre fuori dal finestrone, ovviamente, e ricordarsi subito del proprio passato, e dimenticarsi subito del proprio passato attraverso il ricordo delle azioni svolte ogni mattina, adesso che si era fatto un pensionato, azioni tra cui c’era comprensibilmente il riavvolgere all’infinito il presente, nel tempo infinito che è la memoria, e nel seguire la routine, onde evitare che il presente s’eternasse, il nostro Fëdor si alzava e subito sgambettava verso il bagno dove, fatta la pisciata che lo svuotava di qualsiasi cognizione, adesso fortissimamente dichiarava allo specchio: sono pronto, io sono pronto a scolpirmi.</p>
<p>La felicità riprendeva fiato, e lo scultore nei suoi gesti vedeva in controluce quelli secchi e professionalissimi del vecchio, il mentore Varsa, l’uomo dalla barba e dai capelli di nevischio, da cui aveva appreso l’arte dello scalpellare, diciamo, la felicità della vita. Ma Varsa poi era scomparso in un lampo, e lui ci era rimasto tanto male.</p>
<p>Un brutto giorno che non avrebbe saputo collocare nel cerchio del tempo, Fëdor aveva acceso lo scalcagnato computer e, non badando alle pubblicità precipitate a schermo, era andato a cercare il vecchio mentore (vecchio più di lui di vent’anni, giudicando dalla voce carsica e dagli occhi tutti tremuli) per trovare ora al posto del filmato quotidiano, appuntamento certo che da troppo tempo rappresentava un accadimento naturale come lo scorrere delle ore sul quadrante di un orologio, uno strano o addirittura stranissimo filmato: la solita mano tremolante del cameraman trasparente riprendeva con semplicità un prato fiorito, in cui saltavano allo sguardo certe margherite gigantesche, fiori che sembravano cresciuti in un giardino manutenuto da giganti, e anch’essi giganti che non lasciavano intendere nelle proprie ombre nulla di buono.</p>
<p>Una voce fuori campo, molto maschile, come roccia che frana, riassumeva. E attraverso di lei il maestro Varsa stava ringraziando dall’alto dei cieli tutti quelli che lo avevano seguito con tanta passione, circa 6000 anime, scultori e non, uomini e donne, vecchi e ragazzi. Sì, Varsa era morto quella mattina. Oh sì, i fiori, loro avevano visto un ultimo sorriso di Varsa che invece lui, cameraman, oggi speaker necessariamente, non era davvero riuscito a riprendere e se ne dispiaceva così tanto, ma pensava, questo cameraman, a torto o a ragione, che quei fiori grandi, ripresi così da vicino, avrebbero potuto sostituire il volto del mentore Varsa, il suo sorriso.</p>
<p>Fëdor ricordava il giorno vagante lungo l’asse temporale: aveva ordinato un nuovo blocco di marmo, e lavorato tutta la mattina e anche di pomeriggio, per terminare la statuina da consegnare il giorno dopo al committente – la taccagna agenzia funeraria dei dintorni – e poi si era trovato del tempo in cui figurarsi la nuova opera: il pesantissimo busto dell’amato mentore.</p>
<p>Non era mai stato tanto triste in vita sua, quasi. Quando era morto il padre, per alcuni momenti che si erano susseguiti in ordine sparso nella giornata del funerale, aveva provato un’infelicità tanto scricchiolante. Ma poi, più niente.</p>
<p>Tuttora era concentratissimo sulla scultura del maestro e non ricordava neppure da quanto tempo, avrebbero potuto essere anni come ere condensate in istanti, o qualunque frammento brillante del tempo trascorso. Sì, dopo la pensione, il concetto di tempo aveva escluso sé stesso lasciando il posto alla versicolore eternità rilassante. Ecco!</p>
<p>Il lungo naso, l’occhio sinistro più grande, il mento maestoso, le palpebre ringofie, i capelli indiavolati, l’accenno di ruvidezza invece della barba, i sopraccigli da scolpire che nell’uomo erano stati folti e biancheggianti: ecco Varsa comparire dai recessi del marmo, ma non ancora!</p>
<p>Le commissioni dell’agenzia funeraria si accumulavano come rane in uno stagno per gracidare in ogni momento, eppure Fëdor ignorava tutto. Squillava il telefono in questi mattini, e lo scultore rimandava la consegna dei piccoli monumenti, le belle statuine, scarse opere per i morti della valle.</p>
<p>Lui no, non aveva il tempo per dei morti qualsiasi, anche se non l’avrebbe mai ammesso con l’agenzia, ma solo parlando tra sé. A che accidenti sarebbe servita l’opera? Dove l’avrebbe portato quel busto pesantissimo, se mai un oggetto può portare altrove il suo creatore? Ma soprattutto, che senso aveva per lui quel tale, Varsa? Si poneva simili domande durante le rare passeggiate alla vetta, guardando nello zero lancinante di quell’alta nuvolaglia.</p>
<p>Quando ritornava dallo sconfinamento, Fëdor che raramente oltrepassava il confine della brutta staccionata, si guardava allo specchio e vedeva trasformarsi, come in un’allucinazione, nei tratti del maestro Varsa. Si spaventava, ma subito ritornava con la sua immaginazione tridimensionale sull’opera. Salutava quell’ombra dal finestrone del soggiorno, tirava a sé la leggerissima copertina di nylon e si addormentava. A questo punto l’inverno non era più lontano, e d’inverno sarebbe stato parecchio più difficile lavorare all’aperto.</p>
<p>La casa riusciva a contenerlo durante la notte, ma durante il giorno Fëdor, che sentiva la propria anima espandersi all’infinito, non poteva in nessun modo essere contenuto da quelle mura. Lavorare in casa avrebbe determinato certo la perdita dell’ispirazione. Il vento, l’aria gelida o bollente, il rumore dell’erba in lontananza, la pioggia non ancora evaporata dalla magica staccionata che circondava quel giardino (un giardino che non era affatto un giardino, ma che in raffronto al chiuso delle mura domestiche lo diventava senz’altro con quella brulla, deserta, bastevole aridità: gli alberi erano morti, gli arbusti si erano estinti, le siepi non avevano lasciato nemmeno il ricordo, e tuttavia quello spazio conservava l’aura naturalistica di un tempo, quando suo padre aveva tenuto in ordine le cose. Il giardino come il negozio, il pane come il piccolo orto retrostante, il cespuglio di rose quanto le ceste dei pani dietro al bancone già disposti dai più piccoli ai più grandi, dalle michette al filone). Tutte cose a cui non poteva rinunciare.</p>
<p>Negli ultimi giorni d’estate, l’artista completò buona parte del volto, e rifinì il già lavoratissimo collo incordato. Era questa la parte più espressiva dell’opera. Sembravano corde sul punto di spezzarsi, come se la tensione tra le clavicole e la testa fosse destinata a scoppiare un giorno, catapultando il volto chissà dove, era l’impressione dell’artista.</p>
<p>In un giorno nuvoloso Fëdor guardò la bocca del mentore. Aveva proferito parole d’inestimabile valore, gli aveva insegnato a colpire il marmo come se ferisse il suo stesso orgoglio, per poi risollevarsi e ancora colpire, con una precisione che si approssimava via via all’infinito, e in questo modo non scolpiva naturalmente solo il blocco di marmo ma costruiva, sempre per sottrazione, l’essenziale della propria vita. Aveva detto parole inenarrabili il suo mentore, ma niente che potesse essere spiegato da un terzo incomodo: solo chi aveva visto, in questo caso Fëdor, poteva capire quei bei ricordi, e dunque non è il caso di svolgerli in questa sede. Ciò che importa è l’assoluta spoliazione di sé a cui Fëdor era andato felicemente incontro guardando in quei mesi gli interventi di Varsa. Aveva guardato il vecchio scolpire braccia, volti, persino animali (passeri, corvi, pettirossi eccetera) davanti alla fotocamera tremolante. E non una parola su chi lo riprendeva instancabile. Solo lunghi discorsi sullo scolpire la vita, e di conseguenza la felicità, mentre la mano del maestro staccava abilmente microscopiche pietrine dalla forma predestinata. Questo nell’azzurro del cielo lavato dalle parole del maestro. Anche Varsa lavorava rigorosamente all’aperto, il che era uno dei trucchi, o segreti, che rivelava ai suoi <em>follower</em> in quelle lunghe mezz’ore.</p>
<p>Nel frattempo le telefonate dell’agenzia funeraria erano andate spegnendosi. A furia di rinvii e di scuse inconcepibili, i committenti si erano stancati di aspettare. Certo, Fëdor costava molto poco: era un talento fiorito in pochi mesi e il prezzo del suo lavoro rispecchiava quell’improvviso. Gli altri scultori della valle erano più esigenti – talvolta avidi – ma tanto più rispettosi dei termini di consegna. E così intorno a Fëdor si era fatto nuovamente il silenzio, visto che, becchini a parte, congiunti danarosi e taccagni a parte, nessuno rompeva mai la quiete di quella dimora. Qualche cervo nella stagione fredda. I latrati dei cani da punti imprecisati dell’ampia valle. Che altro? Ma a Fëdor non importava. Fëdor si muoveva infatti da casa solo per spese e una corsa alla posta a valle, quando era giorno di pensione.</p>
<p>Poi un pomeriggio venne la pioggia. Fëdor era stanco, aveva dormito su un letto di spine e i sogni – dimenticati e forse altrettanto carichi di spine – lo avevano disordinato dentro. Guardava quella porzione del mentore ora incorniciata dal finestrone: gli sembrava corrispondere all’immagine nei filmati, che certo di tanto in tanto era andato a confrontare e ormai gli si era infissa nell’immaginazione al punto di fornigli un’illusione conoscitiva, come se Fëdor, che non aveva lasciato l’ampia valle in tutta la sua vita se non per qualche inopportuno certificato o altra burocrazia, come se Fëdor avesse conosciuto quell’uomo, ma davvero. Allora, il busto all’ombra dei nuvoloni più che mai pesantissimi gli sembrò quasi vivo, e cominciò a parlargli. La pioggia lavava le forme e l’invisibile sorriso, non ancora del tutto scolpito, gli rimandava una vaga impressione di colpevolezza, o qualcosa per cui valeva la pena immaginare un dialogo.</p>
<p>«Hai davvero scolpito la vita a mia immagine e somiglianza».</p>
<p>Era la voce di Varsa, inconfondibile tra le poche udite.</p>
<p>«Sei davvero felice?»</p>
<p>La voce risuonava nella casa, ma non sembrava provenire dal vetro. Il busto era fuori, in giardino. La voce era qui, nella casa.</p>
<p>«Cosa desideri più di tutto, arrivati a questo punto?»</p>
<p>«Mi piacerebbe poterti incontrare, nonostante tu sia morto» disse Fëdor.</p>
<p>Chissà perché si ricordò, nel preciso squarcio di tempo provocato dal fulmine, il sorriso lento del padre, un digrignare che s’allentava di attimo in attimo fino a lasciare il vuoto a una parvenza di letizia. Era forse una strategia di marketing, poiché in realtà suo padre non aveva mai sorriso davvero. Fin quando si era trovato a dover accontentare la clientela e aveva potuto starsene dietro il banco senza stramazzare, il padre di Fëdor aveva sorriso dalla lontananza della propria vecchiaia. Ma ai clienti, e con intenzione macchinale. A Fëdor, mai.</p>
<p>L’artista l’indomani, ultimo giorno di sole vero, aveva perciò potuto completare il volto di Varsa innestando nell’opera il sorriso di suo padre, per quanto falso, e si sentiva ora straordinariamente a posto nella coscienza. Se aveva venduto tutto, ma proprio tutto ciò che dal padre aveva ereditato, nell’opera poteva espiare in un modo misterioso quella colpa.</p>
<p>Il giorno dopo bussarono alla porta.</p>
<p>Fëdor si era appena voltato nel letto, come al solito ricordando le operazioni della sua vita anteriore: aprire la saracinesca e disinnescare l’allarme e dirigersi stanco morto contro i sacchi di farina. Le ombre fuori dal finestrone erano davvero strane. Il busto tremolava, come illuminato da una luce in balia del vento: un bagliore cangiante, una fiaccola forse. O erano le ombre di qualche sogno non ancora dissolto? C’era che Fëdor mai poteva raccapezzarsi con i suoi sogni. Non li ricordava o ne ricordava soltanto l’intensità. Dunque lo scultore considerò seriamente quel che di certo stava accadendo.</p>
<p>«Chi è?»</p>
<p>La voce era diversa, le vocali più aperte, la cadenza alterata e sembrava, sembrava…</p>
<p>Bussarono di nuovo, ignorandolo. A un tratto la luce che bagnava e accarezzava il busto fuori dal finestrone non fu più la stessa luce. Era più rossa e diffusa, nel cielo non ancora sbrecciato dall’alba e notturno. Tremava con più lentezza.</p>
<p>«Non apro agli estranei» disse e raccolse l’assurdità di quella provocazione. Poi capì.</p>
<p>«Sono Varsa» disse la voce che era, inconfondibilmente, la voce di Varsa.</p>
<p>«Fa freddo, fuori».</p>
<p>Soltanto un saluto fa, nella rotazione della porta Fëdor aveva ripetuto tante volte quanti erano i gradi di rotazione, nella testa ammattita dal sonno, quanto avrebbe voluto incontrare davvero, e non in un sogno, l’uomo di nome Varsa, finché sulla soglia completamente libera non aveva realizzato che gli uomini dovevano essere reali, così come erano reali i contorni della staccionata alle loro spalle, e reali dovevano essere i rametti e le spoglie rinsecchite a un’ora così vicina al sorgere di un nuovo sole.</p>
<p>«Grazie. Ci scusi per il momento. Siamo arrivati troppo presto».</p>
<p>La voce era quella dell’uomo dalla mano tremolante. Era più alto di Varsa, che invece, al contrario dell’impressione in video, era piuttosto basso e anche un po’ tozzo nelle spalle.</p>
<p>Il volto, e le parti ritratte nel marmo, e anche l’aria generale che ispirava, coincidevano perfettamente. Il cameraman reggeva una sorta di lampada, i cui colori variavano nell’arco di mezzo minuto: dal giallo vivo al rosso cupo. A Fëdor pareva proprio uno di quegli oggetti cinesi che si vendevano giù nel paese durante la fiera di fine anno. C’erano sempre dei cinesi sorridenti che illustravano il funzionamento di quelle lampade temporizzate e cangianti, ideate per tingere l’aria intorno di un’allegria strana.</p>
<p>Ora i due s’erano seduti al tavolo rossiccio del soggiorno, il lampadario era acceso e Fëdor ritornava a grandi passi dall’interruttore per studiare meglio il volto del cameraman. Un uomo insolito. Aveva narici leggermente dilatate, come un’inspirazione perpetua. Qualcosa a che vedere con le froge di certi animali al pascolo, soltanto qualcosa. Per il resto era calvo, sulla settantina, niente da registrare. Varsa, invece, Varsa!</p>
<p>«Siamo venuti per questo» disse il mentore accarezzandosi la mandibola, il dito puntato sul vetro, sul busto.</p>
<p>«Volete l’opera per il mondo dei morti, vi ho capito bene?»</p>
<p>Il cameraman tremolante rise forte, fortissimo, e a un cenno del mentore si arrestò come per un’improvvisa recisione delle corde vocali.</p>
<p>«Non ci sono morti fra di noi. Capisce se parlo la sua lingua?»</p>
<p>«Ma ho visto il video con le margherite, e da allora niente». Quelle margherite gigantesche…</p>
<p>«Ho chiesto al cameraman di mentire, perché non avevo più le forze di portare avanti una fatica simile» spiegò Varsa e continuò dicendo che Youtube aveva allertato la propria divisione interna focalizzata su di loro – in generale su questo tipo d’intrattenimento intelligente ai limiti della spiritualità, divisione che loro, cioè quelli di Youtube, chiamavano internamente My Spiritual Entertainment – dando a tutti precisi ordini, i quali discendevano ovviamente dai vertici d’azienda. E insomma. Cerca di qua e cerca di là, segui le tracce di quello o quell’altro utente, erano finalmente arrivati a lui e intendevano scritturarlo per quel ruolo: le condizioni erano molto buone. E davvero molto.</p>
<p>Fëdor avrebbe voluto sbottare, senza trattenersi la poca polvere del risentimento: ma come diavolo m’avete trovato? E tuttavia loro erano giunti dall’altra parte del loro mondo, apposta per incontrare il suo, e non era proprio un accadimento da tutti i giorni. Anche nell’ignoranza nera attorno ai segreti del computer, lui poteva bene immaginare che i segugi di Youtube avessero metodi d’inseguimento – o come dicevano su internet? tracciamento – che lui, Fëdor, un povero scultore, non poteva neanche lontanamente immaginare. Poi? Be’, erano lì.</p>
<p>«Le scoccia se quest’uomo, il cameraman, viene ad abitare con lei, e si occupa in tutto e per tutto delle riprese video, come anche delle sue strette necessità, ad esempio fare la spesa e pulire questa casa, al momento piuttosto sporca se posso permettermi di giudicare, e insomma se lei prende il posto di Varsa» disse Varsa allungandosi millimetricamente il mento con tre dita.</p>
<p>Fëdor aveva intuito già da qualche minuto dove il vecchio sarebbe andato a parare, aveva dunque rievocato la scena assurda in cui lui, Fëdor, guardandosi allo specchio si era visto mutare, come per un’allucinazione, nei tratti del maestro Varsa, dopo una di quelle rare camminate fino in vetta. Non aveva pensato neppure per un momento di rifiutare. Solo non voleva apparire contrattualmente debole e si preparava a giocare un po’ al rialzo con i compensi.</p>
<p>«Come lei ha immaginato, questo è un sogno. È ovviamente il modo più rapido in cui la My Spiritual Entertainment ha potuto raggiungerla. Ma non si spaventi, non è così complicato capire. Domani, o al più nel primo giorno dopo le prossime vacanze, riceverà la visita del cameraman, in carne e ossa anziché in pulviscolo e sogno, e avrà con sé tutto l’occorrente. Il cameraman è un uomo simpatico, e anche lei, Fëdor, mi è molto simpatico. Andrete sicuramente d’accordo voi due, anche se lei ha l’aria di un burbero solitario».</p>
<p>Varsa prese da terra la lampada cinese, la porse al suo accompagnatore, e i due sparirono non appena superata la onnipresente staccionata. Non erano tanto reali come aveva creduto inizialmente. Erano realistici.</p>
<p>Com’è facile intuire, dall’indomani Fëdor prese ad aspettare. I giorni passavano, larghi come anni e terribili come epoche preistoriche. Poi passarono gli anni, larghi come l’universo dispiegato e il buio che indubbiamente contiene, fino al velocissimo ictus di un mattino.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Sì, uscirne vivi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 Mar 2019 06:00:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Walter Nardon]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-78255" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/03/W.Nardon.Sì.uscirne.foto_.2-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/03/W.Nardon.Sì.uscirne.foto_.2-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/03/W.Nardon.Sì.uscirne.foto_.2-768x576.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/03/W.Nardon.Sì.uscirne.foto_.2-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/03/W.Nardon.Sì.uscirne.foto_.2-250x188.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/03/W.Nardon.Sì.uscirne.foto_.2-200x150.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/03/W.Nardon.Sì.uscirne.foto_.2-160x120.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/03/W.Nardon.Sì.uscirne.foto_.2-400x300.jpg 400w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />di <strong>Walter Nardon</strong></p>
<p>Non fosse venuto a sapere che, al termine della riunione, con ogni probabilità si sarebbe fatto vivo anche il responsabile amministrativo – il formidabile Elias, alla cui volontà da tre mesi era aggrappata la sua speranza – il nostro Carlo se ne sarebbe rimasto a preparare la relazione pensando alla cena di venerdì e al cane da sconsigliare a sua sorella, ormai decisa al grande passo.</p>
<p><span id="more-78214"></span></p>
<p>Ma le cose erano andate diversamente. Aveva chiamato Karin, Ufficio acquisti: «Ti dico che sono sicura», aveva insistito. Così ora sedeva in anticamera sfogliando inserzioni sul telefono e gettando un’occhiata alle ultime brochure aziendali, col desiderio di fuggire non appena possibile, anche solo per fare la coda all’ufficio postale e spedire la raccomandata che aveva in tasca. Comunque niente labrador, pensava, benché siano i cani che in versione peluche riescono meglio; niente pastori tedeschi, maremmani, bernesi, border collie; niente cani aggressivi, dobermann o rottweiler, e ovviamente niente alani alti un metro e mezzo e tali da suscitare nei passanti, alla vista di Laura, esecrabili fantasie di compensazione. D’altra parte, era ora di intervenire: martedì sera lei gli aveva telefonato per dirgli che aveva finito la testa di un lama, il suo primo <em>vero </em>ricamo (foto condivisa con gli amici su WhatsApp). A due mesi dalla separazione da Enrico, per quanto sostenesse di sentirsi bene, aveva cominciato a mostrare segni di cedimento.</p>
<p>Gli altri, i dipendenti dell’agenzia, se ne stavano alla larga. Rispettavano la sua competenza, ma da lontano; a parte Sergio e Mark, dell’ufficio contabilità, che erano passati a salutarlo, e appunto Karin che, da una guardiola che in altri contesti sarebbe stata adibita a portineria, aveva preso a ben volerlo perché portava sempre le stesse scarpe nere e aveva quell’aspetto composto che – diceva lei – lo qualificava subito come inoffensivo. In piedi davanti alla vetrata che scendeva fra le pareti di cemento armato lasciato a grezzo sentiva crescere in sé un’impressione preoccupante. Per quanto si sforzasse, avvertiva che il meccanismo interno a cui doveva la sua speranza e, più in dettaglio, le stesse ruote dentate del dovere, si muovevano malamente. Qualcosa doveva essersi spostato fuori sede.</p>
<p>Ma perché un cane? Per distogliere lo sguardo da se stessa dedicandosi a un <em>nuovo </em>animale? A una vita innocente, l’unica degna di essere vissuta, lontana dalle menzogne umane? No, niente cani-mignon, chihuahua, maltese, pechinese, o carlino. Neanche un terrier poteva andar bene. E niente chow-chow: a quel punto meglio un cane di pezza. No, proprio niente cane.</p>
<p>«Ecco, ho trovato la persona giusta» disse una voce alle sue spalle. Era Francesca, dei Servizi alle imprese. Bionda, magra, con l’eleganza autoimposta di chi lavora nelle grandi aziende: «Ho proprio bisogno di una mano». Zigomi sporgenti, occhi grigi, stava cercando di risistemare un orecchino al lobo sinistro, un pendente con perla, ma non sembrava quello il problema.</p>
<p>Carlo esitava fra la caccia a Elias e la necessità di rispondere a una richiesta di aiuto che, espressa così, senza preamboli, doveva essere piuttosto semplice da soddisfare. Lei lo guardò con impazienza: raccolse lo zaino e la seguì.</p>
<p>Un mese prima aveva dovuto sostituirla in una lezione di tre ore e l’aveva fatto senza avere la possibilità di contattarla per chiederle il permesso di usare i suoi appunti, che gli erano stati forniti all’ultimo. Aveva agito su ordine del capoprogetto, ma per quanto nella lezione avesse messo del suo – ci metteva sempre molto del suo –, l’aveva comunque fatto usando le slide di Francesca. E aveva fatturato la prestazione. Poi, non trovando l’occasione giusta per scusarsi, un po’ per timidezza e altrettanto per una conoscenza non proprio familiare, aveva lasciato correre; ma non ne era uscito: in quel momento il suo senso di colpa occupava circa metà piano terra del suo edificio interiore.</p>
<p>«Non ti fai mai vedere da queste parti, vero?» chiese Francesca, senza voltarsi.</p>
<p>«Dipende dai punti di vista. Non sono mai mancato a una riunione».</p>
<p>Lei sorrise, girandosi oltre la porta a vetri.</p>
<p>Pur avendo una bellezza un po’ spigolosa, era una donna solare; benché fosse abituata alla discrezione, si intuiva in lei un’elasticità pronta, scattante. Quanto a lui, nonostante si sentisse in forma, si considerava fin troppo a rischio: l’essere entrato nell’impresa solo con un piede lo squalificava anche sotto quel profilo. Meglio essere prudenti, meglio reprimere.</p>
<p>L’Aula 1 era deserta: «Ecco, dovresti darmi una mano a predisporre tutto per il corso. Queste sono le teche. Poi sposteremo anche quei due tavoli». Si muoveva rapidamente. Davvero lo aveva chiamato solo per un’operazione che avrebbe richiesto al massimo cinque minuti?</p>
<p>«Il corso lo tieni tu?», chiese.</p>
<p>«Oh no,» fece lei, cominciando a passare fra i banchi, «Niente lezioni, io metto solo in ordine».</p>
<p>«Ero convinto che fossi coinvolta», disse Carlo.</p>
<p>«In effetti, per due anni ho fatto di tutto, ma ora i miei compiti sono più limitati. Insegno solo in casi eccezionali».</p>
<p>Era un rimprovero per la faccenda dell’intervento? No, la messinscena era troppo elaborata per riferirsi solo a quell’episodio.</p>
<p>Spostarono i tavoli verso il centro della stanza. Si trattava dell’accoglienza dei corsisti. Elias se ne era sicuramente andato.</p>
<p>«Scusa, dobbiamo disporre anche le piante».</p>
<p>Presero quelli che sembravano due cipressi in miniatura, appoggiati in un angolo, e li deposero davanti alla cattedra, uno per parte. Ecco, pensò Carlo, ora in mezzo dovremo appendere anche il manifesto.</p>
<p>«Vedi,», disse lei «lo so che sei in scadenza, come so che tempo fa mi hai sostituita». Si sedette su uno dei banchi, «Lasciati dire una cosa. Al di là del contratto che ti lega a un lavoro più o meno lungo, come saprai nella vita professionale ci sono dei momenti che si rivelano decisivi», continuò, invitando Carlo a sedersi in prima fila, cosa che lui fece docilmente.</p>
<p>«Il mio è capitato tre anni fa, a settembre. All’epoca ero assistente del Direttore generale in un’altra azienda, avevo quel che si poteva dire una buona prospettiva di carriera; anzi, dico la verità, mi ero anche un po’ illusa che sarei stata promossa. Il direttore era giusto rientrato da un suo viaggio d’affari a Berlino. Ci dovevamo vedere due giorni dopo. Eccoci, dunque, seduti uno per parte alla scrivania dello stesso ufficio. Dopo un rapido scambio sui risultati non eccellenti della missione, ci mettemmo entrambi a scrivere, lui al computer da tavolo, io sul mio, che tenevo sulle ginocchia. D’improvviso, proprio mentre eravamo concentrati ciascuno sul proprio documento, sentii farsi strada un’impressione di estraneità, come se ciò che avevamo condiviso – il lavoro dei due anni precedenti – non avesse più possibilità di sviluppo, e come se tutto ciò che avevamo da dirci in termini lavorativi ce lo fossimo già detto. Scrivevamo in silenzio. Nel modo in cui, d’un tratto, si voltò verso di me con uno sguardo inespressivo mi sembrò di comprendere non solo che il nostro rapporto professionale non sarebbe durato, ma che il fatto stesso che potesse durare sarebbe stato per lui un fastidio, se non proprio un ostacolo. Si era stancato di avere una testimone della sua difficoltà di andare avanti: era stanco di inseguire risultati che continuavano a mancare. Così, ovviamente, conservare qualcuno come me nella posizione che allora occupavo poteva rivelarsi un errore. Certo non poteva buttarmi a mare, e non dico che l’avrebbe fatto, ma non poteva offrirmi ancora fiducia senza mostrare troppo evidentemente i propri limiti. Perciò, senza dir nulla, in pochi mesi mi ha messo da parte e me ne sono dovuta andare. È questa la ragione per cui sono arrivata qui. Sulle prime ho tenuto tante lezioni, sostituendo tutti; ora invece, che l’agenzia si è ingrandita con l’ingresso di quattro nuovi soci, devo disporre le piante davanti alla cattedra».</p>
<p>Davvero non mancava di un tono persuasivo. E il suo corpo era una miniera. Dal corridoio si sentì suonare un campanello, quasi quello di un istituto scolastico; forse lo stavano sistemando.</p>
<p>«E adesso?» fece Carlo che, trovandosi in una situazione incerta, non poteva fare previsioni.</p>
<p>Lei scese dal banco: «Non lo so» disse, «In otto anni di lavoro in varie ditte non sono mai arrivata a una posizione sicura tanto da pensare di mettermi in proprio. La mia rete non è solida. Non lo so ancora». Aveva chinato la testa, rimettendosi a posto il ciuffo con le dita. Sulla fronte si era formata una ruga verticale.</p>
<p>«Insomma,» riprese, «lo sai meglio di me: ci tocca ripartire».</p>
<p>Sulle prime Carlo si era leggermente indispettito per quella che sembrava una lezione, più che una confidenza. Poi, invece, aveva compreso. A vederla così, appoggiata al banco, aveva una sua dignità. E due gambe magnifiche. La sua delusione era più che comprensibile, del resto l’aveva provata anche lui; anzi, paradossalmente lui ci si era abituato più in fretta. Una segretaria custodisce i segreti di un’azienda e così forse anche un funzionario come Francesca, ma a differenza della segretaria, il cui ruolo è dichiaratamente fondato sulla fiducia e sulla discrezione, in apparenza Francesca veniva valutata proprio sulla base dei risultati dei progetti di cui era responsabile. In apparenza, appunto. Per un po’ aveva pensato di chiederle per quale ragione avesse voluto raccontarle l’episodio, ma procedendo la cosa si era fatta più chiara.</p>
<p>Francesca aveva allineato la punta delle scarpe blu.</p>
<p>«Forse per te la cosa migliore sarebbe trovare una sistemazione come questa,» fece Carlo, «anche accontentandoti di un posto di minore importanza».</p>
<p>Ne aveva già viste tre, forse quattro, che in tre settimane avevano abbandonato il tailleur per i tessuti andini e i sandali birkenstock. Dopo sei mesi trascorsi ai mercatini dell’usato, cercando invano di vendere i lavori a maglia ai quali anche Laura ora si era appassionata, erano ripartite facendo ciascuna la cameriera in un bar. No, benché le situazioni andassero valutate caso per caso, una cosa era indiscutibile: l’alternativa implica sempre un’esperienza di conversione. Non è per tutti.</p>
<p>«Già,» disse lei, sistemando una teca, «si fa fatica a cambiare».</p>
<p>Sì, si fa fatica. Per lo più non si cambia, come il fronte di una cava abbandonata che continua a erodersi, a sgretolarsi.</p>
<p>Avrebbe voluto chiudere il discorso, ma avvertiva in lei una convinzione, una pressione interna esercitata dalla speranza a cui non era abituato e che non riusciva a liquidare in due parole. Guardò di nuovo le sue unghie, lo smalto verde scuro:</p>
<p>«Non credo ci sia una soluzione rapida» riprese lui, «Del resto, pensa a come sono messo. Non riesco a farmi pagare, da una settimana sono costretto a pedinare inutilmente Elias: davvero credi che potrei darti un parere decisivo? Non credi che sarebbe meglio farti dire qualcosa da chi ce l’ha fatta sul serio?». Appoggiò il cellulare sul tavolo.</p>
<p>Lei sorrise in maniera composta, ma spontanea. Quando rialzò la testa lui notò un riflesso nei suoi occhi grigi:</p>
<p>«Dopo il mio allontanamento il momento peggiore è stato quando mi sono accorta che il compito di interpretare la faccenda era stato lasciato interamente a me, sia in privato – ovviamente – che in pubblico, perché qualsiasi cosa avessi detto sarebbe sempre stata considerata insufficiente. Sapevo come funzionavano i rapporti gerarchici, ma non lo avevo mai provato fino in fondo. Certo non arrivò al mobbing: fu un lavoro pulito. Così, mentre la mia presenza nei corridoi della ditta diventava sempre più evanescente, i miei colleghi si riempivano di imbarazzo. Un imbarazzo colpevole, sia chiaro. E ora, stando a quello che vedo, sono costretta a imparare un’altra lezione». Si allontanò un po’ da Carlo, e il suo tono si fece più incerto: «D’accordo, penserai che dopo queste due batoste&#8230;, sul piano umano possa dirmi attrezzata, eppure non lo so&#8230;, non riesco ad accontentarmi. Non mi basta». Lui ebbe quasi un sussulto: Francesca non poteva credere che anche lui le fosse ostile.</p>
<p>«Non venirmi a dire che è tutto qui, che sono io a illudermi, perché questo argomento lo conosco anche troppo bene» proseguì lei con maggior sicurezza, «sono sempre stata molto concreta: direi però che almeno il coraggio di pensare che non sia tutto qui lo dobbiamo conservare».</p>
<p>Carlo aveva ripreso fiducia:</p>
<p>«Ma certo che non è tutto qui. Nessuno contesta la tua competenza. Che la faccenda non si riduca a capire come va il mondo mi sembra non solo di saperlo, ma di averlo perfino dimostrato. Sai bene che lavoro anche in altri campi, e che questo incarico mi serve in primo luogo per campare».</p>
<p>Lei, girandosi, annuì. Stava piangendo.</p>
<p>Come capita in persone abituate a tenere a bada la loro emotività, quell’espressione vulnerabile ne rivelava un aspetto inatteso, mostrandola più forte. Il suo viso, il modo in cui i capelli biondo cenere si erano piegati sul collo mentre si girava, sembravano avere il carattere di una scoperta, che Carlo trovò memorabile. Le si avvicinò e la abbracciò. Comprensione umana, attrazione e volontà di proporsi si fusero, come normalmente accade, in un unico istante. Poi, non volendo forzare la mano, per quanto la situazione potesse indurre a credere il contrario, lasciò parlare lei, come se avesse scorto nitidamente un profilo in una macchia sul muro e glielo avesse indicato: voleva capire cosa ne avrebbe detto.</p>
<p>Lei non disse nulla e si risistemò il vestito. Vedendolo fermo in un’espressione di stupore, si mise a ridere. Poi, allo squillare di una nota, controllò un messaggio sul cellulare.</p>
<p>Carlo era incredibile nella sua vecchia giacca di velluto nero. Aveva qualcosa di segretamente familiare, che lei non riusciva a cogliere. Anzi, ecco: era un po’ come il vicino di casa che molti anni prima avrebbe voluto invitare alla sua festa (poi non aveva trovato il coraggio di farlo). Aveva esagerato? No, era stata sincera. Ed era elegante. Il vestito era ancora un po’ fuori posto. Una spallina le dava fastidio. No, non era tutto lì, come era stato invece nei primi tre anni di lavoro trascorsi sulla scrivania di vetro in quella piccola azienda di servizi contabili poco lontana dalla casa dei suoi genitori a Trento; c’era qualcosa che si alzava sopra quella prospettiva. E, per la centesima volta, una contingenza difficile a volte condiziona i risultati quanto una scelta sbagliata, ma è meglio andare avanti che cedere alla tentazione di rifugiarsi nelle lodi di chi vede i risultati anche quando non ci sono. In termini logici sembra ovvio, ma in pratica, poi, non lo è mica tanto. Si è visto come sono andate le cose, cosa ha combinato l’azienda. D’accordo, anche a lei non era andata benissimo, chiusa in Aula 1 a mettere a posto le piante, ma chi si perde su quella strada non sa più riconoscersi. Si soffiò il naso, poi tirò fuori uno specchietto dalla tasca del vestito, controllò il trucco (per fortuna tutto a posto) e si risistemò i capelli.</p>
<p>Carlo era ancora lì, due passi dietro di lei, a braccia conserte.</p>
<p>Nonostante tutto sperava di avere una chance, anzi, sentiva di averla, simile a una piccola luce di cortesia sepolta sotto un mare di biglie di vetro. E l’avrebbe presa in mano, sicuro, anche se questo avesse comportato non vedere Elias e non riuscire a spedire la raccomandata all’azienda telefonica.</p>
<p>«E così andiamo avanti», fece lei, girandosi ancora una volta.</p>
<p>«Facciamo quello che possiamo», replicò Carlo, «ma lo facciamo al meglio».</p>
<p>Lei sorridendo diede un’occhiata all’aula. Tutto a posto.</p>
<p>«Perché non ti fai vedere da queste parti ad esempio venerdì, dopo la chiusura?» chiese lei, buttandola lì per caso.</p>
<p>«Dopo la chiusura, certo», fece Carlo. Si sarebbe accontentato anche di meno, per quanto sapesse che quel suo atteggiamento era nocivo, da abbandonare.</p>
<p>Il campanello suonò di nuovo un paio di volte: sì, lo stavano sistemando.</p>
<p>Francesca da dietro la cattedra prese un flacone di deodorante per ambiente e lo spruzzò un paio di volte nell’aula, a destra e a sinistra.</p>
<p>Suonò il cellulare di Carlo. Era un messaggio. Come avrebbe avuto modo di verificare poco dopo, sua sorella si era decisa per un esemplare di golden retriever.</p>
<p>Si avvicinarono alla porta.</p>
<p>«Con Elias ci provo io, ma non ti garantisco nulla», disse lei.</p>
<p>Carlo sorrise, poi la lasciò andare per prima.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>da &#8220;Colpo di stato nella San Marino rossa&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Jan 2019 06:00:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Daniele Comberiati]]></category>
		<category><![CDATA[La Rovereta]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[San Marino]]></category>
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					<description><![CDATA[di Daniele Comberiati &#160; Ricorda Balducci, le parole del Gardini, ricordale mentre corri ora che la strada sembra piccolissima sotto i tuoi vent’anni, un tratto breve che i tuoi muscoli hanno percorso tante e tante volte. Ora è tuo l’assalto al cielo, Mario, sarà tuo prima di tutti gli altri: prima del 1968, dei corpi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-77510" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/copertina-1-198x300.jpg" alt="" width="198" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/copertina-1-198x300.jpg 198w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/copertina-1-768x1161.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/copertina-1-677x1024.jpg 677w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/copertina-1-250x378.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/copertina-1-200x302.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/copertina-1-160x242.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/copertina-1.jpg 1000w" sizes="(max-width: 198px) 100vw, 198px" />di <strong>Daniele Comberiati</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ricorda Balducci, le parole del Gardini, ricordale mentre corri ora che la strada sembra piccolissima sotto i tuoi vent’anni, un tratto breve che i tuoi muscoli hanno percorso tante e tante volte. Ora è tuo l’assalto al cielo, Mario, sarà tuo prima di tutti gli altri: prima del 1968, dei corpi nudi vergognosamente coperti da barbe e capelli lunghi, prima del ferro, piombo e sangue del 1977, prima del Cile, prima dell’Argentina, prima dell’Africa. Prima. È il tuo Vietnam, Mario, prenditelo tutto, e Rovereta l’ultimo baluardo di quei figli di cagna, fratelli infami che tradiscono la propria famiglia in cambio delle briciole della borghesia. <span id="more-77349"></span>Compagni, osano ancora chiamarsi alcuni fra loro. Non sanno che sono tutti dietro di te, i Vietcong, e che sei tu il loro Ho Chi Minh, Mario, sei tu che sconfiggerai la terribile armata capitalista, non quel buono a nulla di Giacomini, il “patriarca”. Il Partito Socialista ha fatto il suo tempo anche a San Marino: non è lì che si annidano le larve della rivoluzione, o non è più lì che le larve si sono schiuse; altrove volano le farfalle pronte a prendersi il cielo. Giacomini padre e il figlio scemo, quello per cui tutto questo stava per crollare: ma non era questa la famiglia per cui sacrificarsi, tu lo sai bene Mario. Non è la famiglia borghese, con i suoi ruoli di genere modellati e schiacciati dal servizio al capitale, che riproduce e rafforza l’oppressione del proletariato; è l’altra famiglia quella per cui morire, l’unica che può renderti immortale, Mario. Te lo immagini? Balducci a Mosca, poi a Budapest, fra le gambe lunghissime delle compagne danubiane, infine nel gelo di Stalingrad e perfino a rendere omaggio a Togliattigrad e alle sue macchine, perché rimani un internazionalista, tu, ricordatelo sempre.</p>
<p>“In tutta la Repubblica non trovi / un albero che muova la sua foglia, / se il padre Giacomini non lo voglia / e Giacomini figlio non approvi”. Chi ti ha messo in testa questi versi, Mario, quale oscuro poeta, servo della violentissima controrivoluzione? Dimenticali, mentre corri e lo sciame di compagni ti segue, sei la loro Ape regina ora, Mario. Non tradirli, non deluderli. E dimentica anche il ventesimo congresso, le purghe di Stalìn, non serve tornarci adesso, dimentica la sintesi, Marx e Engels, quei libri sempre troppo alti e troppo difficili. Se c’è una speranza, quella è Gardini che te l’ha svelata: “i piedi in patria e la testa in Unione Sovietica”. E poi, per mettere tutto in chiaro, qualora ce ne fosse ancora bisogno: “terminata una discussione e presa una decisione, questa è obbligatoria per tutti gli iscritti”. E allora fanculo Giacomini, fanculo il segretario fantoccio, socialista di facciata in realtà zerbino dell’Italia, dell’America e della Cia. Che ci farà mettere a San Marino, quell’infame, una base Nato? Chi lo ha pagato, che cosa gli hanno promesso? No, Mario, questa è una controrivoluzione bella e buona. E alla controrivoluzione il proletariato risponde in un solo modo: contrattaccando. Niente polizia, mano armata della borghesia. Nessuna delega, nessun portaparola. Tutto il proletariato, compatto, a Rovereta. 1957, verso la vittoria!</p>
<p>Mario consumava i piedi sulla strada conosciuta e percorsa migliaia di volte. Mario si sentiva piccolissimo, minuscolo come se fosse stato al centro della Piazza Rossa, con Lenin nel 1917. Sentiva freddo, la sua pelle richiamava l’inverno russo nonostante fosse ottobre. E accelerava il passo per scaldare i pensieri, o per non pensare affatto, mentre la Repubblica intorno si agitava e a San Marino si apriva davvero una nuova era, solo che non si capiva cosa fosse, se alba o malinconico tramonto.</p>
<p>Il partito si era unito e poi spaccato di nuovo, come sempre. Voci insistenti dicevano che nella fabbrica della Rovereta, appena fuori dalla città, si erano rifugiati i golpisti e che ora, con l’aiuto dell’Italia e della Nato, cercavano un modo – violento o non violento – per invalidare le ultime elezioni. Ma quel clima elettrizzante e “adolescenziale”, come lo avrebbe definito in seguito, nel silenzio del Da Vinci che invece gli aveva dato una vecchiaia precoce, in Repubblica si percepiva ormai da alcuni giorni. Addirittura i più anziani, quelli per cui tutto era scritto nel Capitale, che leggevano come un libro magico di Nostradamus e non come un trattato di teoria politica da applicare (la famosa prassi marxista), andavano in giro per i bar fra una briscola e l’altra ad affermare che in fondo era tutto normale, logico anche. Se si guardava la storia di San Marino, almeno dalla Grande Guerra in poi, la presa del potere in modo non violento da parte di una coalizione di socialisti e comunisti era del tutto annunciata. D’altronde lo affermava anche Marx, in una nota a margine seppellita fra le pagine di quel libro immenso e illustrissimo. Se il potere non si può prendere attraverso la rivoluzione e la riappropriazione dei mezzi di produzione del proletariato, in particolari contesti storici una transizione democratica può considerarsi come alternativa. Gli altri, quelli che avevano ancora, nella memoria dei padri, le parole di Bakunin sussurrate tra le fronde delle campagne reggiane, li guardavano inorriditi e li trattavano da controrivoluzionari. Poi la partita a carte finiva, e in fondo erano tutti contenti che proprio lì, a San Marino, il partito comunista più a occidente del mondo fosse riuscito a prendere il potere senza spargimento di sangue.</p>
<p>“Ma ricordatevi, compagni: la borghesia userà tutti i mezzi a disposizione per impedirci di governare”.</p>
<p>*</p>
<p>Estratto da: Daniele Comberiati, <em>Colpo di stato nella San Marino rossa</em>, Besa, 2018.</p>
<p><em>Mario Balducci è oggi un anziano come tanti, che vive la sua vecchiaia in un residence in Francia, fra solitudine e noia. Proprio lì, un giorno, viene raggiunto da una telefonata che riporta a galla un passato di ricordi dolorosi, quando Mario fu il primo dirigente della Repubblica socialista-comunista di San Marino e visse in prima persona i fatti di Rovereta del 1957, con il colpo di Stato che portò al rovesciamento del governo della Sinistra.</em><br />
<em>Quella telefonata spingerà Mario a prendere il primo autobus per tornare in Italia e incontrare Aurelio, in passato compagno e quasi fratello, diventato poi il traditore che cercherà di prendere il suo posto in politica e nel cuore di Adelaide Nicetti, la prima femminista moderna.</em><br />
<em>Il viaggio in Italia e l’incontro con l’amico che lo tradì coincide con un viaggio a ritroso nella giovinezza rivoluzionaria di Mario, in un passato costellato da rimorsi, dubbi e interrogativi, ma anche nella resistenza di un popolo che lottò per la propria indipendenza.</em></p>
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		<title>Dalle terre di mezzo della prosa</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2019/01/05/dalle-terre-di-mezzo-della-prosa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 05 Jan 2019 06:00:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[andrea cortellessa]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[Gianluigi Simonetti]]></category>
		<category><![CDATA[Jean-Marie Gleize]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[paolo giovannetti]]></category>
		<category><![CDATA[prosa in prosa]]></category>
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					<description><![CDATA[di Andrea Inglese [Presento qui parte di un intervento pubblicato nel n°69 di &#8220;Nuova Prosa&#8221;. Queste considerazioni generali su prosa &#38; dintorni sono seguite da brevi paragrafi che introducono dei testi inediti di Alessandro Broggi, Fiammetta Cirilli, Manuel Micaletto e un&#8217;intervista realizzata con Giuseppe Montesano. Per questi materiali e gli altri raccolti dal Cartello (Forlani, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" class="alignleft wp-image-77338" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/DSC02429-3-1024x594.jpg" alt="" width="460" height="267" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/DSC02429-3-1024x594.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/DSC02429-3-300x174.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/DSC02429-3-768x445.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/DSC02429-3-250x145.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/DSC02429-3-200x116.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/DSC02429-3-160x93.jpg 160w" sizes="(max-width: 460px) 100vw, 460px" /></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>[Presento qui parte di un intervento pubblicato nel n°69 di &#8220;Nuova Prosa&#8221;. Queste considerazioni generali su <strong>prosa &amp; dintorni</strong> sono seguite da brevi paragrafi che introducono dei testi inediti di Alessandro Broggi, Fiammetta Cirilli, Manuel Micaletto e un&#8217;intervista realizzata con Giuseppe Montesano. Per questi materiali e gli altri raccolti dal Cartello (Forlani, Sartori, Schillaci e il sottoscritto) si rimanda alla rivista.]</p>
<p style="text-align: right;"><em>Vivere è incoerente. È frammentario. Ma è lecito che sia tale. Fa parte del disordine naturale dei giorni e degli anni; e vorrei che mi fosse concesso, innaturalmente, di godere di questa delizia: divagare.</em></p>
<p style="text-align: right;"><em>Giorgio Manganelli</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Nel regno delle ombre</em></p>
<p>Magari non se ne è accorto nessuno, e parlo per gli specialisti della narrativa, e di quella nostrana ovviamente, ma sono successe cose strane e pertinenti nel mondo della prosa, almeno nel corso degli ultimi dieci, quindici anni.<span id="more-77331"></span> Ora non dico che gli specialisti della narrazione debbano per forza occuparsi di quella cosa anomala che è la prosa, dal momento che quest’ultima non è un genere, e soprattutto non è il romanzo. Perché sul romanzo (italiano) si può essere critici, anzi perfidi, disperati, sarcastici, ma gli si dedica tutta l’attenzione che esso editorialmente merita. Si piange spesso per la povertà del romanzo, tra gli specialisti di narrativa, ma non gli si tolgono mai gli occhi di dosso. Anche perché se ne sfornano quelle due o tre tonnellate, che rendono così festosi e labirintici i saloni del libro. Ma non si capisce poi perché io tiri in ballo gli specialisti di narrativa, volendo gravare di colpe ulteriori la famiglia dei critici letterari, che già scontano diverse nefandezze. Nella gara a chi è morto prima, non si sa mai se è schiattata la critica o il romanzo. La poesia diamola per morta, senza temere contraddittorio. La saggistica, mi diceva un amico filosofo, ha ridotto le vendite del 40% dopo la crisi del 2008. Quanto al racconto, esso non è semplicemente un genere vuoto come la poesia, un carapace senza polpa, ma è proprio un genere commercialmente vietato, e nel caso represso editorialmente. Sto divagando. Ma ho messo piede nel mondo della letteratura, ossia delle ombre. Chi conosce le autentiche, precise, inconfutabili cifre delle vendite? Sono documenti non ancora declassificati. Gli unici che a quanto pare tengono in attivo l’azienda, ossia quelli dei romanzi polizieschi, si lamentano però di essere maltrattati dalla critica. Manca ancora una coordinazione più affiatata nell’industria light editoriale. Infine vi è il lettore che, per vocazione, <em>non</em> vuole leggere. Soprattutto in Italia, è proprio recalcitrante a comprare libri, in quanto teme lo sforzo psichico, aborre le pretese stilistiche ed esige un chiaro succo, un utile semantico senza eccessivi tentennamenti. Così in ogni caso se lo immagina per lo più l’editoria.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Anomalie in prosa</em></p>
<p>In questo viaggio tra le ombre, però, ero partito dal più oscuro degli oggetti letterari, ossia la prosa, che vorrei considerare disinvoltamente come la terra di mezzo tra poesia e narrazione. Non azzardo qui definizioni, ma parto da questa constatazione: ad un certo punto alcuni poeti nel corso del primo decennio del secolo hanno cominciato a frequentare in modo <em>anomalo</em> la prosa. Dico in modo anomalo, perché vi è una nutrita tradizione moderna di poeti che scrivono in prosa, dal Baudelaire del <em>poème en prose </em>al filone più italiano, vivo soprattutto nel primo Novecento, della prosa lirica. Temi questi di predilezione accademica e su cui molto si è scritto. E si è anche lavorato abbastanza su quei poeti che, nel secondo Novecento, fino ad anni più recenti, hanno frequentato <em>anche</em> la prosa, da Gabriele Frasca a Valerio Magrelli, da Antonella Anedda a Eugenio De Signoribus, oltre al caso particolare di Giampiero Neri, poeta riconosciuto e prosatore esclusivo. Anche per questi autori la pratica della scrittura in prosa non sembra aver messo in crisi o ridefinito il loro statuto di poeti. Ognuno di loro percepirà diversamente la distanza che separa un testo in versi da uno in prosa, ma ciò avverrà nella forma della continuità (la prosa come poesia con altri mezzi) o nella forma dell’alternanza (o poesia o prosa). Bisogna però attendere il volume collettivo <em>Prosa in prosa</em>, pubblicato nel 2009, per vedere riuniti sei “poeti” che non solo raccolgono esclusivamente dei testi in prosa, ma anche assegnano a questa operazione una portata teorica, facendosi scortare da due critici come Paolo Giovannetti e Antonio Loreto. I sei autori sono Gherardo Bortolotti (scrive esclusivamente in prosa), Alessandro Broggi (scrive in versi e in prosa), Marco Giovenale (tende a scrivere libri solo in versi e libri solo in prosa, ma non sempre) Andrea Raos (scrive in versi e in prosa), Michele Zaffarano (solo in versi o solo in prosa ma non sempre) e il sottoscritto (idem). Questo libro, <em>Prosa in prosa</em>, quale che sia il suo effettivo valore letterario, per le scritture in esso raccolto, per gli intenti che si dava e per le prospettive che ha aperto nel mondo spettrale della poesia, ha segnato una discontinuità nei confronti di un più assodato rapporto tra il poeta e la scrittura in prosa. (Ne prende atto anche molto recentemente Gianluigi Simonetti, nella sua nitida cartografia <em>La letteratura circostante. Narrativa e poesia nell’Italia contemporanea</em>, il Mulino, 2018. Si veda specialmente il paragrafo <em>Esperimenti con la prosa</em>, pp. 213-219.) La “prosa in prosa” ha avuto la pretesa non solo di estendere e articolare la scrittura poetica, ma di mettere simultaneamente in crisi lo statuto della poesia, da un lato, e lo statuto della narrativa, dall’altro. La formula stessa, per la sua opacità, si è prestata a questa operazione, ma non dice granché di positivo. È stata presa in prestito dal critico e scrittore francese Jean-Marie Gleize, e in essa si ripercuotono anche suggestioni che vengono dal <em>language poetry </em>statunitense. In termini negativi, invece, funziona bene: né prosa lirica, né prosa saggistica, né prosa narrativa. Non si tratta, quindi, di propagandare una specifica poetica e neppure – dal mio punto di vista – di privilegiare certi procedimenti di scrittura rispetto ad altri. Si tratta di associare all’atto stesso dello scrivere un esercizio <em>critico</em> che riguarda ogni forma di codificazione letteraria, ma questo esercizio non si limita soltanto all’uso parodico dei generi, che le letture del post-moderno letterario ben conoscono, né alla semplice e neoavanguardistica produzione dell’anti-genere (anti-romanzo, anti-poesia, ecc.).</p>
<p>Tutto ciò, insomma, avrebbe dovuto interessare se non il neghittoso lettore italiano, almeno l’insoddisfatto critico letterario di narrativa, sempre alla prese con la monotona sovrapproduzione romanzesca. Egli avrebbe magari potuto individuare, se italianista, ipotetiche parentele tra anomalie narrative italiane ormai assodate (Arbasino, Agnetti, Bene, Manganelli) e queste più recenti provenienti dal mondo della poesia. Nel caso, poi, di un comparatista, altre sarebbero state le parentele riscontrabili nelle italiane prose in prose, come quelle con i romanzieri pochissimo conformi Robert Pinget, Maurice Roche, Hélène Bessette, tutti francesi, o i tedeschi Peter Handke e Botho Strauss (i primi libri), o l’irlandese e francofono Samuel Beckett, o ancora gli statunitensi Robert Coover e Ishmael Reed, tanto per cominciare. Con questo intendo dire che nelle periferie romanzesche come in quelle poetiche vi è una comune, feconda, difficilmente classificabile, terra di mezzo della prosa, che è stata variamente attraversata in una direzione e nell’altra, già nel corso del Novecento, e che continua ad essere aperta a ulteriori attraversamenti oggi.</p>
<p>In realtà, di questa eretica circolazione ne hanno cominciato a parlare in modo tempestivo e pertinente almeno due critici, Andrea Cortellessa e lo stesso Paolo Giovannetti. (Il secondo, dal versante della poesia verso la prosa; il primo, includendo – secondo me a ragion veduta – Bortolotti nell’antologia da lui curata <em>Narratori degli anni Zero</em>.) Non è un caso che entrambi continuino a esplorare entrambe le produzioni, quella narrativa e quella poetica, nonostante l’irrimediabile impopolarità di quest’ultima. Non solo, ma questa strabica curiosità fornisce loro anche strumenti di rivelazione più fini per leggere la narrativa e i suoi dintorni, rispetto a quelli impiegati dai loro colleghi dalla vocazione monistica. In ogni caso, questo collegamento tra esplorazione della narrativa attuale e anomalie in prosa è un discorso <em>eretico</em> in primo luogo per alcuni miei compagni di strada della “prosa in prosa” che, a seconda di come la si voglia vedere, o rimangono molto poeti-poeti o si proiettano – utilizzando ancora il Gleize teorico – in una post-poesia. E hanno buoni motivi per farlo, dovendo però liquidare il romanzo e i suoi dintorni, ossia il genere che, assieme alla poesia, ha conosciuto nel Novecento le sperimentazioni più radicali. La mia proposta è su questo punto diversa. M’interessa tracciare itinerari di lettura che: 1) vadano e vengano tra Novecento e nuovo secolo ogni volta che ciò è proficuo, e lo è molto spesso (“novecentesco” non è sempre sinonimo di “polveroso e stantio”); 2) esplorino le anomalie romanzesche e narrative novecentesche e non, per coglierne parentele con anomalie poetiche novecentesche e non, in prosa e non; 3) valutino le necessità conoscitive, concettuali e anche espressive degli usi di certe forme linguistiche (letterarie o meno), dentro contesti di comunicazione letteraria – perché in un certo libro, in una certa <em>performance</em>, in un intervento multimediale, un autore utilizza un tipo di prosa piuttosto che un altro, attraversando un genere piuttosto che un altro? Questo atteggiamento non è semplicemente critico-teorico ma è conseguenza di <em>un moto della prosa</em> che, a seconda dei suoi oggetti o procedimenti fondamentali, si muove traversando frontiere di genere diverse e in direzioni diverse. Non per forza nella direzione di una terra promessa extraletteraria, dove tutti i rischi connessi con la pratica letteraria moderna, tardo-moderna o oltre-moderna sarebbero elusi.</p>
<p>*</p>
<p>[Foto dell&#8217;autore, 2016]</p>
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		<title>La letteratura italiana con gli occhi di fuori #2 : mandato sociale, posterità, riviste</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Dec 2018 06:00:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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					<description><![CDATA[Francesco Forlani, Andrea Inglese, Giacomo Sartori e Giuseppe Schillaci, ossia Il Cartello, hanno curato su invito di Luigi Grazioli un intero numero di &#8220;Nuova Prosa&#8221;, il 69. Presentiamo qui le ultime tre voci dell&#8217;editoriale scritto a otto mani e la nostra nota introduttiva sulle modalità di realizzazione del numero. EDITORIALE A PIÙ VOCI MANDATO SOCIALE [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-76915 alignleft" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/DSC02361-2-300x188.jpg" alt="" width="300" height="188" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/DSC02361-2-300x188.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/DSC02361-2-768x482.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/DSC02361-2-1024x642.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/DSC02361-2-250x157.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/DSC02361-2-200x125.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/DSC02361-2-160x100.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/DSC02361-2.jpg 1126w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" />Francesco Forlani, Andrea Inglese, Giacomo Sartori e Giuseppe Schillaci, ossia Il Cartello, hanno curato su invito di Luigi Grazioli un intero numero di &#8220;Nuova Prosa&#8221;, il 69. Presentiamo qui le ultime tre voci dell&#8217;editoriale scritto a otto mani e la nostra nota introduttiva sulle modalità di realizzazione del numero.</p>
<p><em>EDITORIALE A PIÙ VOCI</em></p>
<p>MANDATO SOCIALE (A. I.)<br />
Oggi si tende a fare questo ragionamento: una volta gli scrittori (narratori, poeti, drammaturghi) avevano un mandato sociale, la loro arte letteraria riguardava la nazione, o il popolo, o la formazione dei cittadini. Questo accadeva ancora nel Novecento.<span id="more-76810"></span><br />
Oggi le cose sono cambiate: la letteratura non è più la stessa e lo statuto sociale degli scrittori è stato revocato. Oggi lo scrittore ha soprattutto un mandato commerciale: egli interpreta adeguatamente il suo ruolo se riesce a persuadere un numero importante di lettori ad acquistare il suo libro. Uno scrittore che realizza il suo mandato commerciale può certo essere aspramente criticato per la fattura dei suoi prodotti, ma in definitiva nessuno può permettersi di mettere in dubbio il suo statuto. Bravo o non bravo, egli è un sacrosanto scrittore del XXI secolo. Uno scrittore che invece non realizza il suo mandato commerciale, uno scrittore, insomma, che non vende attira su di sé i più gravi sospetti. Bravo o non bravo, egli non è uno scrittore del suo tempo e, siccome l’epoca attuale non crede in alcuna forma di posterità, lo scrittore che non vende è uno scrittore del passato o di nessun tempo. È uno sfasato, forse interessante come curiosità, ma non pertinente come fenomeno propriamente letterario. Affronteremo nella voce successiva la questione della posterità, ma vediamo di capire meglio come funzioni il mandato commerciale. I critici più aggiornati, anche quelli di severa formazione universitaria, sono ormai d’accordo sul fatto che il mercato editoriale funzioni un po’ come l’inconscio popolare, e quindi le casse del libraio costituiscono la suprema istanza legittimante di un’attività letteraria. Un secolo e mezzo fa, Baudelaire aveva una visione un po’ meno angusta delle cose. Sosteneva che la fortuna letteraria è nelle casse dei librai e/o nella stima dei pari. Oggi naturalmente la seconda opzione assomiglia a un partito preso elitario e antidemocratico. Al di fuori dei grandi numeri, al di fuori di una maggioranza, non c’è salvezza. Dove c’è minoranza, c’è per forza un fenomeno di casta, di usurpazione, ecc.<br />
La nostra impressione, invece, è che l’osservazione di Baudelaire, inaugurando il regime moderno della letteratura e delle arti, rimane ancora oggi grandemente acuta e valida. Il mandato sociale di cui tanto si fantastica, infatti, è fin dall’inizio preso in una contraddizione tra universale e particolare, tra maggioranze e minoranze. In uno dei saggi raccolti da Guido Guglielmi in <em>Ironia e negazione</em> (Einaudi, 1974), leggiamo: “la scrittura classica designava attraverso le sue strette convenzioni il proprio destinatario di fatto e di diritto, la scrittura romantica scardinando il sistema dei generi e degli stili, designa un destinatario di diritto (l’umanità) e un destinatario di fatto (il borghese). (…) L’una appartiene a una letteratura a pubblico particolare (aristocratico) e reale, l’altra a una letteratura a pubblico universale ma irreale”. Il mandato novecentesco, quindi, è sempre stato inficiato da questa interna contraddizione tra una universalità di principio e una particolarità di fatto. E i tentativi delle correnti letterarie progressiste di rimpiazzare la particolarità borghese con l’universalità proletaria non hanno sciolto il nodo. Oggi lo scioglierebbe il mercato: l’unica universalità indiscutibile è quella dell’acquirente. Contro questo principio, possiamo però continuare a difendere la visione baudelairiana, più chiaroveggente. Un libro prima di essere venduto, deve essere scritto. E la scrittura, prima di assumere definitivamente il rigore cristallino della merce, vive di scommesse, di fede, di reciproco riconoscimento tra cerchie ristrette di scrittori-lettori. Se il consumatore ha un inconscio, lo ha anche il produttore. Non solo ma, non pretendendo di risolvere la contraddizione tra universale e particolare tipica del mandato moderno dello scrittore, ci piace pensare che la scrittura sia il luogo non solo del consenso (lo scrittore in fase con i tempi), ma anche del dissenso (lo scrittore sfasato.)</p>
<p>POSTERITÀ (A. I.)<br />
La posterità letteraria pare una di quelle cose che non solo uno non si può più permettere oggi, ma a cui non ci si può appellare senza immediatamente coprirsi di ridicolo. Naturalmente è sempre stato presuntuoso appellarsi alla posterità, ma siccome gli scrittori sono in genere persone presuntuose lo hanno sempre fatto. Il problema è che l’industria culturale, e quella del libro in particolare, non può permettersi margini di posterità, in quanto quello che è stato prodotto, va anche consumato in tempi ragionevolmente brevi. L’obiettivo delle “scorte zero” tocca tutti i settori, quelli creativi e umanistici compresi. Poiché si consuma velocemente e in dosi massicce, tutto quanto non entra immediatamente nel ciclo del rapido e abbondante consumo non ha ragione d’esistere, se non come errore comunicativo, e quindi non solo è destinato a rimanere ai margini, ma lo resterà per sempre. Una qualche profezia (o una qualche previsione scientifica) vorrebbe che nel grande volume di ciò che si propone al consumo, non potrà mai essere riproposto qualcosa che è sfuggito in un momento dato alla voracità dei consumatori. Sembra questo un principio contro-intuitivo, anche dando un’occhiata al comportamento del mercato editoriale che vive non solo di novità nuove, ma di quelle novità ancora più gustose costituite dalle riscoperte, dai ripescaggi, con tutta la mitologia che ad essi si accompagna e che nutre la macchina commerciale. Il tentativo di sopprimere il concetto di posterità, un tentativo che è in qualche modo accettato, se non difeso persino dalla critica, ci sembra allora molto presuntuoso, almeno tanto presuntuoso quanto lo sono coloro che si appellano ad essa, per conferire una qualche legittimità di esistenza alle loro creazioni anche se non incontrano il favore commerciale, ossia il gusto dei tempi. Ci sembra piuttosto che la legge del rapido e massiccio consumo non faccia che produrre serbatoi di posterità, di cui l’editoria, e la critica letteraria stessa, faranno tesoro, l’una per rimpolpare l’urgenza di novità, l’altra per assegnarsi una patente d’esistenza. L’idea, poi, che un testo di una certa articolazione e complessità sia destinato a essere goduto e perfettamente spolpato in una finestra temporale assai breve, appare una concezione un po’ ingenua del funzionamento effettivo degli oggetti letterari. Si dirà che questi oggetti letterari “resistenti”, poco propensi ad essere assorbiti senza residui, sono frutto di pratiche elitarie e sorpassate, che poco hanno a che fare con ciò che detta l’inconscio commerciale. Ma su questo punto, rinvio alla voce precedente: “Mandato sociale”.</p>
<p><span style="color: #000000;">RIVISTE (F. F.)</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Far parte di una rivista letteraria significa frequentare e vivere con spiriti liberi. E quando si vivono esperienze del genere che si fanno sul filo degli anni e non tramite episodici incontri, qualcosa cambia davvero in te, innanzitutto come essere umano e poi scrittore. Ho partecipato alla creazione di riviste come “Paso Doble” in Francia e “Sud” in Italia, e al di là delle straordinarie partecipazioni, da Peter Handke a Yasmina Khadra, Erri De Luca o Ingo Schultze, e delle belle scoperte di giovanissimi autori, in oltre dieci anni di attività e quasi venti numeri sono innumerevoli i momenti di memoria poetica; uno su tutti l&#8217;happening a Procida, ai giardini Elsa Morante con Louis Sclavis, il jazzista francese che duettava con i poeti Biagio Cepollaro e Giuliano Mesa. Perché le riviste ancora oggi? La parigina “Atelier du Roman”, a cui ognuno di noi del cartello collabora, la rivista fondata da Kundera, Lakis Proguidis e Massimo Rizzante è la prova vivente che non solo esiste in Europa una comunità letteraria, ma che questa comunità dispensa letteratura con una generosità che è arte del dono più che della “partecipazione al bel mondo”. Gli incontri si svolgono in bistrot incastonati tra un grand boulevard e una piazzetta, a ridosso dell’Odeon a St Germain de Près, e non accade mai nulla di particolare, che so una presentazione del numero della rivista, di un libro, un dibattito. C’è la consegna ai collaboratori della copia e poi si beve insieme un bicchiere. Milan Kundera, come del resto Fernando Arrabal, Petr Kral, Michel Dèon tra un sorso e l’altro ti tirano fuori davanti a un bicchiere un’osservazione che vale un intero seminario sul romanzo. Perché l’arte del romanzo è innanzitutto arte della vita.</span></p>
<p style="text-align: center;">⊗⊗⊗</p>
<p><em>REGOLE DEL GIOCO</em><b></b></p>
<p>Il Cartello (Francesco Forlani, Andrea Inglese, Giacomo Sartori, Giuseppe Schillaci)</p>
<p>Quando Luigi Grazioli ci ha investito dell’onore di curare un intero numero di “Nuova prosa” l’orgoglio ci ha ovviamente acciecati, rendendoci del tutto incoscienti degli oneri che una tale impresa richiede. Grazioli, lui, che questi oneri si accolla ininterrottamente da anni, ne sapeva diabolicamente qualcosa. Comunque la sfida non solo ci piaceva, ma anche si attagliava alla nostra irrequietezza nei confronti del mondo letterario, di quanto soprattutto vi è di più ufficiale, visibile, dato per ovvio in tale mondo. Almeno due di noi, poi, condividono con Luigi Grazioli questo tarlo, che consiste nel trarre grande nutrimento dal lavoro sempre esagerato della conduzione di riviste. In breve ci siamo divertiti. L’idea era innanzitutto di metterci in ascolto, di dare importanza a quello sguardo tra pari, che non è frutto né del calcolo editoriale né della distanza accademica. Se i libri per esistere in quanto libri hanno infatti bisogno sia dell’editoria sia della critica, per essere semplicemente <em>scritti</em> hanno bisogno di un terreno fatto di passione e amicizia, di curiosità e incoraggiamento, che non è garantito da nessuna economia in atto e nessun sapere codificato. Quindi ci siamo messi in ascolto, e ognuno di noi ha scelto alcuni autori che, per qualche ragione, fossero per lui esemplari di un percorso in movimento e nello stesso tempo di un’idea già realizzata di scrittura narrativa. Non ci siamo quindi dati limiti anagrafici o generazionali. Si è trattato, insomma, di invitare alcuni autori, domandando loro dei testi inediti. (Divenuti poi editi nel frattempo, in alcuni casi.) E ci siamo permessi di scrivere qualcosa su di loro, non da critici ovviamente, ma da compagni di strada, da lettori-scrittori più o meno prossimi alle loro ragioni di scrittura. Abbiamo voluto, però, aprire un confronto più ampio, anche con autori che avessero alle spalle un’opera ormai forte per ricchezza di titoli e considerazione di pubblico e critica. C’interessa ovviamente comprendere come la radicalità di certi progetti letterari possa prendere spazio sulla scena ufficiale e eventualmente modificarla. In questo caso, ognuno di noi ha invitato un autore, a rispondere a un’intervista che abbiamo redatto collettivamente – e l’interesse per i quattro autori invitati era altrettanto collettivo. Infine, sollecitati nuovamente da Luigi Grazioli, abbiamo accettato l’idea di proporre anche dei nostri inediti, dal momento, appunto, che fin dall’inizio l’intero nostro progetto per “Nuova prosa” ha funzionato come una conversazione, un dialogo tra pari, nell’interesse ovviamente di tutti coloro che sono innanzitutto, come noi pure sempre siamo, dei <em>lettori</em> di romanzi, prose, saggi, racconti, poesie, ecc.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Parigi, 19 /06/ 2018</p>
<p>*</p>
<p>Foto di Andrea Inglese tratta dalla serie <em>Pagine.</em></p>
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		<title>La letteratura italiana con gli occhi di fuori #1: frontiera, lingua, luogo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Nov 2018 06:00:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Francesco Forlani, Andrea Inglese, Giacomo Sartori e Giuseppe Schillaci, ossia Il Cartello, hanno curato su invito di Luigi Grazioli un intero numero di &#8220;Nuova Prosa&#8221;, il 69. Presentiamo qui le prime tre voci dell&#8217;editoriale scritto a otto mani e il sommario del numero. EDITORIALE A PIÙ VOCI FRONTIERA (G. Schillaci) I luoghi sono unici e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/index.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft wp-image-76825" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/index.jpg" alt="" width="184" height="129" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/index.jpg 268w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/index-250x175.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/index-200x140.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/index-160x112.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 184px) 100vw, 184px" /></a>Francesco Forlani, Andrea Inglese, Giacomo Sartori e Giuseppe Schillaci, ossia <em>Il Cartello</em>, hanno curato su invito di Luigi Grazioli un intero numero di &#8220;Nuova Prosa&#8221;, il 69. Presentiamo qui le prime tre voci dell&#8217;editoriale scritto a otto mani e il sommario del numero.</p>
<p><strong><em>EDITORIALE A PIÙ VOCI</em></strong></p>
<p>FRONTIERA (G. Schillaci)</p>
<p>I luoghi sono unici e diversi, simili, mai uguali. Perché sono tagliati, amputati, circoscritti, e limitati da un quadro, una prospettiva, una frontiera.<br />
Senza frontiera non sapremmo definire un luogo, un’identità, un mondo. In fondo la prima frontiera che conosciamo, che ci definisce è la pelle che separa il nostro corpo « di dentro » da quello « di fuori ». Le frontiere dunque non sono un problema, anzi sono necessarie, fondamentali alla creazione dell’io e di un noi, di un’immagine, di un racconto.<span id="more-76806"></span><br />
Le frontiere definiscono le regole e le consuetudini, le lingue a volte, le ricette. E le frontiere sono anche metaforiche, ovviamente, tra ambiti diversi dell’umano, tra specie animali e religioni. Così c’è frontiera tra le classi sociali, tra le discipline accademiche e tra le arti, tra i generi letterari e gli idioletti regionali. Io ho la fortuna di poter spesso varcare la frontiera tra letteratura e cinema, ad esempio, non senza un certo timore ogni volta, e di passare dalle distese del cinema documentario alle foreste della finzione, navigando tra interminabili scritture intermedie. Ogni passaggio mi trasforma e mi arricchisce, come le migrazioni ataviche e i commerci millenari hanno cambiato la specie e le civiltà, fino alla meravigliosa aberrazione che è l’uomo contemporaneo.<br />
La frontiera, poi, è quella che passo seduto comodamente in volo, tra la Francia e l’Italia, quando torno a casa per passare qualche tempo con la mia famiglia. Perché qualche anno fa ho deciso di venire a vivere a Parigi, dove ho condizioni migliori per il mio lavoro.<br />
Le frontiere, dicevo, non sono dunque un problema. Non per me. Perché esistono per gestire il passaggio, per essere oltrepassate, infrante, come la placenta che è una pelle da fendere per consentire la vita. Ma frontiere sono anche i muri e i mari, i fiumi in piena, le montagne ghiacciate e i fili spinati. E non posso far finta di non sapere che le frontiere che passo io, quelle di cui ho parlato finora, sono un lusso per i ricchi e i miracolati, per coloro che hanno un passaporto, un lasciapassare, un passacondotto. Per tutti gli altri, invece, la frontiera è immobilità, respingimento, prigione. E tutto ciò è aberrante, terribile. Ha il sapore rancido di una frontiera davvero invalicabile, quella della morte.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>LINGUA (G. Sartori)</p>
<p>L’unico criterio sul quale posso basarmi per cercare di valutare se uno scrittore contemporaneo italiano che non conosco è interessante, è vedere se sa piegare ai suoi bisogni, che in genere ancora non conosco, la lingua. Mi basta leggere la prima pagina, o anche aprire il libro a caso, e leggerla. Mi è subito evidente se la lingua è forzata alla volontà e alle esigenze di chi scrive, e mostra una sua necessaria verità e coerenza, o se invece inietta nel testo le sue ovvietà, i suoi luoghi comuni, le sue facilità e stupidità, le sue compromissioni con le ideologie dominanti e il potere, le sue volgarità e sciatterie. O addirittura parla da sola, toglie per così dire la parola allo scrivente. Succede molto spesso anche questo. Lo scrittore vorrebbe dire una cosa, e lei dice qualcosa di diverso, magari il contrario. Lui vorrebbe essere trasgressivo, si crede tale, sforna con candida scaltrezza elementi e situazioni che dovrebbero comprovarlo, e lei è borghesina e noiosetta. Lui si vuole rivoluzionario e battagliero, come dimostra anche la scelta dei temi e intrighi, ci tiene proprio a mostrarsi così, cerca di gridarlo a ogni frase, per consolidare le sue note prese di posizione pubbliche, e lei è conservatrice e retriva. Lui ambisce a darsi un tono alto e distinto, e lei sa di armadio chiuso da troppo tempo, di vestiti che hanno preso irrimediabili odori e pieghe. Ma più spesso lui cavalca tante aspirazioni assieme, forse nemmeno tanto meditate e profonde, e lei domina incontrastata, come quelle voci arroganti che coprono tutte le altre con il loro vuoto. Perché la lingua ha tendenza innata a parlare da sola, a ripetere le cose già dette, a vomitare fuori le idee e le mode dominanti, i cliché del momento. Non è facile costringerla a essere vera, a mettersi al servizio di una visione originale delle cose. Le costa fatica, cerca di sottrarsi.<br />
Sarebbe fraintendermi interpretare le mie parole, utilizzando una griglia filosofica e teorica che non mi appartiene, molto radicata in Italia (e che ha pesato nella nostra storia letteraria), come un dare priorità alla forma rispetto al contenuto. Penso con Rancière che l’una e l’altro non siano opposti, e che i grandi testi risultino anzi da una loro complicità e intimo connubio. E del resto l’esame di cui parlo non è solo linguistico, coinvolge in primo luogo conoscenze psicologiche, sociologiche, storiche, filosofiche, di vita, intuitive, tecniche, scientifiche, che fanno parte del mio bagaglio. Si tratta di vedere come la lingua veicola questi “contenuti” nel testo, se appunto dal loro amalgamarsi con le parole ne esca qualcosa di originale, coerente e solido. Ma l’oggetto preso in esame dalla mia analisi speditiva rimane pur sempre, prima di avere una dimestichezza con il mondo dell’autore, la superficie polisemica e sfaccettata delle parole e delle frasi.<br />
E non sto dicendo che superata la prova della lingua, che appunto non è solo linguistica in senso stretto, lo scrittore deva necessariamente piacermi o apparirmi assai interessante. Il suo universo può rivelarsi anzi molto lontano dai miei interessi più profondi e dalla mia sensibilità, può non sedurmi, o anche darmi noia, indispormi. Considererò però pur sempre quell’autore degno di nota e stimabile. La letteratura è bella e mi attira proprio perché c’è posto per tutti, compresi i posizionamenti più lontani dai miei appetiti.<br />
Questo mio metodo non ha beninteso nulla di oggettivo, e tanto meno di scientifico. Non foss’altro perché è vincolato alla mia cultura e conoscenza dei testi della tradizione letteraria, che sono limitate, alle mie competenze linguistiche e nei vari domini, anch’esse parziali, alla mia sensibilità nei confronti della lingua, personalissima e non quantizzabile, alla mia esperienza della vita, chiamiamola così, anch’essa tutt’altro che infinita, al mio mondo emotivo. E’ quello che posso fare io con i miei mezzi di persona che trova alimento fin dall’infanzia nei testi scritti e che pratica in età adulta la scrittura.<br />
Ho notato che in genere gli scrittori che apprezzo hanno il mio stesso metro di giudizio, e arrivano agli stessi miei risultati. Rimango invece esterrefatto quando constato che critici anche molto colti, anche molto esigenti, e magari conosciuti e influenti, dei quali ammiro l’acume e l’erudizione non hanno questa capacità. Lo ho visto sui miei stessi testi, che venivano fraintesi nella loro complessità linguistica (che può prendere le sembianze d’un tono piano, o invece di registri grotteschi …) per me più che esplicita, ma qui potrei sbagliarmi io. Lo verifico soprattutto osservando la lingua di autori che vengono da essi osannati, o inseriti in antologie, o insomma considerati notevoli. Mentre quelli che io reputo molto profondi, e dotati di una sensibilità eccezionale, di una inventiva rarissima, vengono ignorati. Non potevo crederlo, e invece ho finito per arrendermi all’evidenza: quei critici conosciuti e brillanti mancano completamente di sensibilità linguistica, di orecchio. Giudicano i testi in base a caratteristiche che a me sfuggono, o che comunque hanno ai miei occhi importanza ben minore: forse il tema, i contenuti espliciti, le soluzioni che a me suonano facili. Lo ripeto, non ho però nessuna prova per dire che ho ragione io e non loro. Ci si dovrebbe confrontare su una pagina, e io dovrei dire, partendo forse svantaggiato per erudizione e capacità dialettiche, quello che di scontato vedo e che mi disturba nelle frasi, le zavorre e le inerzie tra le parole e nei vuoti tra di esse.<br />
Non so se questo scoglio dell’espressione linguistica sia centrale anche in altre letterature. Bisognerebbe forse vedere caso per caso. Di certo altre lingue letterarie, e in particolare il francese, che posso giudicare meglio, sono mille volte più sedimentate e codificate, lasciano allo scrittore un margine di manovra lessicale e sintattico infinitamente più angusto. Sono lingue affinate e addomesticate nei secoli, meno eterogenee e confuse della nostra, assediata da una parte da un registro artificiale molto povero di recente conio, con il conformismo culturale che lo accompagna, dall’altra dalla lingua della tradizione letteraria, per alcuni aspetti altrettanto artificiale, e dall’altra ancora dalla ricchezza dei dialetti e delle lingue regionali, miniere inesauribili ma anche pericolose nei loro particolarismi. O lingue tutt’al contrario dal lessico sconfinato e svincolato dal presente, ricchissime e antiche, come l’inglese. Certo è che chi scrive in italiano e vuole sfuggire all’ovvietà non può non prendere posizione, non può non essere innovativo, e per così dire radicale, anche se le possibili vie e le possibile soluzioni per esserlo sono diversissime. E se il risultato è positivo si dirà che il testo è “scritto bene”, anche se confrontando con un altro testo “scritto bene” paiono quasi due animali di specie differente.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>LUOGO (G. Sch)</p>
<p>Se non so esattamente cosa c’è sul tavolo, non posso iniziare. Se non ho idea del colore della finestra e dell’odore che c’è fuori, della tonalità della carta da parati e di quella del campanello, del numero della strada e ovviamente del suo nome, e di come quella strada si chiamava prima, e perché… non riesco a scrivere. Se non conosco i sassi e i rifiuti del luogo dove dovrebbe nascere la mia storia, allora l’acqua, che è scrittura e racconto, non scorre; il torrente resta secco, o tutt’al più una pozzanghera.<br />
Il luogo incarna e ispira, iscrive l’autore e il personaggio, dà loro il desiderio di vivere e d’evocare l’altrove o la casa d’infanzia, le ossessioni e i nascondigli, i posti vietati e quelli obbligati, le frontiere, le panchine, i dettagli di un paesaggio, di un palazzo, di un balcone, del mare che sbatte sugli scogli, sullo scoglio, su quello scoglio nero dalla punta biforcuta incastrato tra le alghe verdi come muschio.<br />
Spesso mi metto a scrivere perché innamorato di un personaggio incontrato per strada o su un aereo. Dopo poche pagine, però, tutto si ferma. Se non trovo il luogo d’origine, di partenza e d’arrivo, la scrittura si arena. Nello spazio si articolano e si dipanano le emozioni, come amorevoli ragnatele e circuiti vuoti, o pieni di rabbia, che cercano un senso. E lo spazio, ancora prima del personaggio, ha una sua anima, complessa, stratificata, soggettiva. I latini chiamavano genius loci quello spirito che abita un luogo preciso e che può essere invocato per ottenere sortilegi e buona sorte. Lo scrittore è dunque uno sciamano che cerca di entrare in contatto con il genio del luogo e di far vivere grazie a lui i personaggi, i desideri, la storia.<br />
Si dice che ogni scrittore abbia un luogo di predilezione, una città, un bar, una stanza. Io, in effetti, scrivo spesso su Palermo, col suo genio che mi ha visto nascere. Il genio di Palermo è una statua che esiste realmente; non è solo un pretesto o una finzione letteraria. La statua del Genio di Palermo esiste almeno in quattro esemplari e rappresenta un vecchio mezzo nudo, la barba bitorzoluta, una corona sul capo e un enorme serpente che gli morde il petto. Io evoco sempre il genio di Palermo quando voglio animare un luogo e farlo vivere in una realtà più vera e salvifica di quella quotidiana. Ma il mio genio è capriccioso, è un vecchio che si diverte a mentire e far dispetti, peggio di un bambino di sei anni. Il mio genio resta immobile, lo sguardo severo e vuoto, forse troppo concentrato per darmi retta. E io, a volte, credo che stia ascoltando proprio me, e che tutta quella immota energia serva davvero a dar vita al mondo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;">⊗⊗⊗</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>La letteratura italiana con gli occhi di fuori</strong><br />
<strong>Avanpost – à la carte</strong><br />
A cura di Il Cartello (F. Forlani, A. Inglese, G. Sartori, G. Schillaci)</p>
<p>0.1 Il Cartello, <em>Editoriale a più voci</em><br />
0.2 Il Cartello, <em>Regole del gioco</em></p>
<p>I<br />
1.1 Francesco Forlani, <em>Introduzione</em><br />
1.2 Paolo Mastroianni, <em>L’insediamento del nuovo potere</em><br />
1.3 Biagio Cepollaro, <em>Da “La notte dei botti”</em><br />
1.4 Azra Nuhefendić, <em>Smijeh</em><br />
1.5 Valerio Evangelisti, <em>Intervista</em></p>
<p>II<br />
2.1 Andrea Inglese, <em>Dalle terre di mezzo della prosa: Broggi, Cirilli, Micaletto</em><br />
2.2 Alessandro Broggi, <em>Da “Noi”</em><br />
2.3 Fiammetta Cirilli, <em>Le domeniche</em><br />
2.4 Manuel Micaletto, <em>AFK</em><br />
2.5 Giuseppe Montesano, <em>Intervista</em></p>
<p>III<br />
3.1 Giacomo Sartori, <em>Introduzione a Sergio Nelli e Vincenzo Pardini</em><br />
3.2 Sergio Nelli, <em>Capodanno 2016</em><br />
3.3 Vincenzo Pardini, <em>Il signor Deando Carrias</em><br />
3.4 Simona Vinci, <em>Intervista</em></p>
<p>IV<br />
4.1 Giuseppe Schillaci, <em>L’eredità siciliana nello sfaldamento dell’Italia contemporanea</em><br />
4.2 Irene Chias, <em>Il posto del sale</em><br />
4.3 Domenico Conoscenti, <em>Epigrafisti in rosa e nero</em><br />
4.4 Gioacchino Lonobile, <em>Possibilia</em><br />
4.5 Tommaso Pincio, <em>Intervista</em></p>
<p>V<br />
5.1 Francesco Forlani, <em>Riflessi condizionati</em><br />
5.2 Andrea Inglese, <em>Io davvero non me la prendo</em><br />
5.3 Giacomo Sartori, <em>Domenica pomeriggio sul ponte</em><br />
5.4 Giuseppe Schillaci, <em>Lo studio di Sciascia</em></p>
<p><strong>Biobibliografie</strong></p>
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		<title>Wu wei / Ugo Coppari</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gherardo bortolotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 Jun 2018 09:57:09 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Raffaele Alberto Ventura]]></category>
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					<description><![CDATA[Wu wei di Ugo Coppari Stavamo fumando le nostre belle sigarette nell’unico spazio della casa a nostra disposizione, il bagno, mentre i nostri figli se ne stavano di là con le nostre mogli, noi professionisti spiegazzati non più trentenni ma neanche quarantenni, che quando ci vediamo per la solita cena settimanale – anche se è [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h1>Wu wei</h1>
<p style="text-align: right;">di Ugo Coppari</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class=" wp-image-74366 alignleft" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/wu-wei.png" alt="wu wei" width="275" height="318" />Stavamo fumando le nostre belle sigarette nell’unico spazio della casa a nostra disposizione, il bagno, mentre i nostri figli se ne stavano di là con le nostre mogli, noi professionisti spiegazzati non più trentenni ma neanche quarantenni, che quando ci vediamo per la solita cena settimanale – anche se è sempre più raro – fingiamo con piacere di essere ancora quel tipo di uomo villoso che viene meno ai doveri genitoriali, una finzione che dura il tempo di qualche tirata. È che se fossimo davvero quel tipo di uomo dovremmo parlare di calcio macchine e figa, e invece anche quella sera ci siamo ritrovati per l’ennesima volta a buttare lì qualche lampo di quello che ci aveva colpito nei giorni precedenti. In questo caso: la presunta inascoltabilità della trap, il fenomeno Liberato e il decrescente prestigio delle nostre professioni umanistiche.</p>
<p>Facevo notare quanto fossero più grandi le macchine degli invitati a un matrimonio a cui avevo partecipato nel fine settimana, e quanto fosse stata indifferente la reazione di questi impiegati geometri ingegneri e commercialisti nello scoprire che ero uno scrittore che insegna italiano a studenti stranieri. Dopo aver spento l’ultima sigaretta, il mio amico editore mi confessa che sarà anche vero che oggi gli insegnanti e più in generale le persone che si occupano di cultura contano meno di un sottobicchiere ma il bello di insegnare – come ora sta facendo lui, in un liceo – è che si viene pagati per poter continuare a studiare; il bello di lavorare nel mondo della cultura è poter continuare a cercare, mi ha fatto notare.</p>
<p>E allora andiamolo a vedere da vicino, questo mondo della cultura, mi sono detto. Uno degli amici del gruppo, che da qualche anno vive a Roma, mi è passato a prendere e all’alba siamo partiti per Torino, per fare un giro al Salone del libro. Alla cassa del bar incontriamo subito un autore che ci ha fatto discutere per un paio di settimane proprio su questo, sul nostro declino: Raffaele Alberto Ventura, nostro coetaneo. Quando gli vado incontro per fargli i complimenti, rimane sorpreso di essere stato riconosciuto: è che tempo prima avevo cercato la sua faccia in rete, volevo vedere come fosse l’aspetto di chi era riuscito a condensare in poche pagine la storia del nostro smarrimento. E visto che questo smarrimento ha a che fare con il nostro essere plurilaureati sottostimati, abbiamo continuato il nostro giro tra gli stand con il sospetto di aggirarci tra una marea di nostri simili, autori arrivati in fiera per trovare un appiglio che li faccia uscire dalla prevedibile normalità del destino; teoria confermata dalla presenza di una ragazza capace di portare al guinzaglio un maiale dal pelo maculato in cambio di un momento di visibilità.</p>
<p>Abbiamo visto Santoni, col suo abbigliamento da raver e uno zaino in spalla; Saviano, rinchiuso nello stand Feltrinelli come un pesce in via di estinzione; e Paolo Giordano, che avevo già avuto modo di conoscere tempo prima per questioni legate al mio ultimo romanzo. C’eravamo promessi di vederci per un saluto. E così è stato: gentile e affabile, è riuscito a divincolarsi dalle telecamere per riservarmi un saluto fraterno. Toh! Era questo il mio appiglio? Seicento chilometri per sentirmi incluso nel mondo che conta? E mentre ce ne stavamo là fuori a fumare tra fle di standisti esausti, il mio amico mi ha chiesto come mai da quando è a Roma né io né gli altri nostri amici siamo ancora passati a trovarlo per andare all’Olimpico. Abbiamo fatto seicento chilometri per venire a vedere dei libri – ragionava – e non siamo stati capaci di farne molti meno per andare allo stadio a urlare tifare e divertirci. Allora ha ragione Ventura?</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>Poi ieri sono stato con mia moglie in un bar della provincia più siderale, una sosta immotivata al termine di una giornata di lavoro. Entrati per un cafè, ci lasciamo convincere dal barista a provare un cocktail analcolico fatto con verdure solitamente inaccostabili, frutto di continui esperimenti; ci ha parlato di Milano, della riviera Adriatica, del loro coraggio di sperimentare dietro a un bancone; e mentre questo barista ultracinquantenne ci raccontava il suo incessante lavoro di ricerca, invitandoci a ripassare per assaggiare il suo cafè alle rose, ci siamo chiesti dove trovasse tanta motivazione, alle sei di un pomerigio feriale, un hotel abbandonato e cadente dall’altra parte della strada.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>E solo ieri ho capito che è tutta questione di wu wei, un concetto che ho scoperto grazie al suggerimento di uno studente che mi ha parlato del Tao. Secondo questo antico precetto dovremmo essere in grado di capire quando agire e quando non agire, ai fini del mantenimento di un equilibrio con la natura a noi circostante. E se da un lato il non agire può essere ancora più opportuno dell’azione, dall’altro risulta dannoso inseguire obiettivi che non sono alla nostra portata, poiché il loro mancato ragiungimento può causare sofferenza. Servono piccoli passi. Ma soprattutto dovremmo essere adattabili come l’acqua, quadrati in un recipiente quadrato, tondi in un recipiente tondo, leggeri nell’essere goccia, forti nel saperci riunire in una sola massa, prendendo la forma che ci consenta di penetrare in qualsiasi spazio.<br />
E quindi ora scriverò a Ventura per dirgli che una soluzione c’è: perché se dietro l’attività scrittoria di migliaia di giovani destinati al fallimento (troppa offerta, poca domanda) ci fosse la costante ricerca di un appiglio all’eccellenza dello spirito, potremmo tutti continuare a scrivere e a leggere e a passare alla fiera di Torino con lo stesso entusiasmo di un barista che alle sei di pomeriggio sperimenta cocktails di fronte a un hotel in rovina.</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>S’i fosse Prunetti, rovescerei lo mondo. Il basso e l’alto in 108 metri</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Jun 2018 05:00:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[alberto prunetti]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Pietro De Vivo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Pietro De Vivo In fondo, anche Shakespeare aveva detto che il succo della vita era quella roba lì: uno ti dà uno schiaffo, te glielo ridai, un altro rompe una bottiglia e minaccia di aprirti il collo. A quel punto non puoi perdere la faccia coi tuoi amici, è una cosa di orgoglio. Ti [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Pietro De Vivo</strong></p>
<p><em>In fondo, anche Shakespeare aveva detto che il succo della vita era quella roba lì: uno ti dà uno schiaffo, te glielo ridai, un altro rompe una bottiglia e minaccia di aprirti il collo. A quel punto non puoi perdere la faccia coi tuoi amici, è una cosa di orgoglio. Ti fai sotto e scoppiano le tragedie. Sono secoli che gli studiosi e i critici cercano di decifrare i segreti di Shakespeare. Basterebbe entrare in un pub di lavoratori il venerdì sera e il mistero sarebbe risolto. Orgoglio, Paura, Vendetta, Gelosia. Ci sono più cose tra il bancone e la latrina di un qualsiasi pub inglese di una catena in franchising, di quante ne sogni la vostra filosofia.</em><span id="more-74455"></span></p>
<p>Basterebbe entrare insieme a Shakespeare in un pub di lavoratori il venerdì sera per cogliere l’essenza del rovesciamento tra basso e alto in <em>108 metri. The new working class hero</em> di Alberto Prunetti (Laterza, 2018). Nel precedente <em>Amianto</em> (Agenzia X, 2012; poi Alegre, 2014) raccontava di suo padre Renato, saldatore tubista, operaio trasfertista e quindi frequentatore delle più letali acciaierie e raffinerie italiane, morto per colpa di una fibra di amianto insinuatasi nei polmoni. In questa che è la seconda parte di una trilogia working class si va avanti di una generazione: Alberto, figlio d’operaio, neolaureato in materie umanistiche che non riesce a trovare un lavoro decente, racconta il suo viaggio a Londra e i lavori umili e precari, fino al suo ritorno in Italia dove troverà – metafora del declino di un mondo del lavoro massacrato da decenni di Thatcherismo e neoliberismo – spento l’altoforno della sua <em>Iron Town</em> e malato di lavoro e in fin di vita Renato. Destino che accomuna diverse generazioni unite dai <em>108 metri</em> di lunghezza dei binari forgiati dai vecchi operai delle acciaierie di Piombino, gli stessi su cui viaggiano i treni che portano lontano i figli delle officine, eredi della classe operaia, costretti a migrare all’estero.</p>
<p>La trama si svolge seguendo i lavori di Alberto: aiuto cuoco in una pizzeria italiana insieme a John Silver, vecchio marinaio giramondo che parla un misto della mezza dozzina di idiomi appresi navigando; addetto alle pulizie generali prima, e dei bagni poi, in un centro commerciale dove incontra il colto Brian, obeso amante della lirica abituato a sturare i cessi intasati affondandovi il braccio fino al gomito; addetto al servizio in una mensa scolastica con un vecchio e puzzolente ex attore shakespeariano in pensione e una ciurmaglia di varia umanità sottoproletaria dedita alla droga e al furto.</p>
<p>Prunetti adotta come punto di vista una posizione di confine: è il narratore ma anche il protagonista del libro, dentro e fuori il racconto, senza agiografie – perché il lavoro è brutto, è fatica, sporco, sudore – e senza atteggiamento coloniale da osservatore esterno. Uno scavalcamento dei confini tra dentro e fuori e tra basso e alto, riassunto da un piccolo ma fondamentale episodio, quando un giorno Alberto incontra Brian sempre più triste e abbandonato a se stesso:</p>
<p>&#8220;Riuscii a sollevarlo un poco solo mostrandogli una rivista storica che avevo trovato nella spazzatura. Riportava un articolo illustrato sul tema del mondo alla rovescia. [&#8230;] Che colpo fu per me. Passai il giorno a rovesciare il mondo e non raccolsi affatto spazzatura nel centro commerciale: il litter picker va a passeggio e le cartacce le raccolgono gli aristocratici. Il pizzaiolo mangia e beve seduto e il padrone condisce la pizza. Gli operai come il mi’ babbo si fanno le terme e i capoccia delle fabbriche schiantano di caldo e di fatica all’altoforno. I gentleman vengono a coglie’ le olive nel campo mentre io parto per la settimana bianca ma siccome ‘un so scià do foco a tutto e ardo lo mondo. Poi mi faccio vento e lo tempesterei. Poi sa’ che direi: giro giro tondo, il quattrinaio brodo sprofondo.&#8221;</p>
<p>Il tema del <em>rovesciamento</em> è un filo della letteratura che, da Pulci e Rabelais fino a Bachtin, passando per il carnascialesco, ha intessuto tanta produzione in cui si rivalutava la cultura <em>bassa</em> rispetto a quella <em>alta</em>. Il corpo, il comico, il linguaggio popolare, l’assurdo e il grottesco, la franchezza e l’iperbole, l’elencazione mangereccia, gli appetiti sessuali, il gusto della dismisura sono sintomi dell’interazione tra sociale e letterario e tratti tipici del carnevale, il giorno in cui la collettività ribalta le gerarchie dell’ordine costituito. Mettendo il basso in alto e l’alto in basso si costruisce un diverso modo di stare al mondo dove tutti sono uguali, le barriere di classe e ceto sono abbattute, i corpi si liberano e tramite lo scioglimento degli obblighi sociali e si annullano i rapporti di potere.</p>
<p>Se il libro di Prunetti <em>rovescia il mondo</em>, le leve con cui prima lo solleva sono i personaggi. Personaggi <em>composite</em> come Renato e Quattr’etti, che assommano elementi di realtà e finzione diventando archetipi della classe operaia; ma anche i colleghi di Alberto, <em>working class hero</em> straccioni, artefici di un rovesciamento che si concretizza metaforicamente nel sabotaggio continuo dei ritmi di lavoro.</p>
<p>Non sono eroi machisti e militareschi della retorica nazionalista fascistoide; non sono eroi affascinanti e tenebrosi di tanta letteratura decadente; né eroi classici, epici o romanzeschi, che compiono imprese o viaggi di formazione. Il <em>working class hero</em> di Prunetti è un eroe a rovescio. Resiste e lotta ma è sfigato e sfruttato. È un eroe che magari non è brutto ma di sicuro non è bello, è sudato, puzza, è rumoroso e sboccato; ma è pieno di solidarietà, studia, lotta e resiste. Resta però un eroe straccione, sottosopra, e su questo rovesciamento risaltano quegli aspetti da commedia, elementi parodici e picareschi, descritti nell’esergo di Di Ruscio:</p>
<p>&#8220;Alla povera gente non è adatta la tragedia che è roba di re e principi in ogni caso di gente altolocata, a noi poveracci si addice il comico, l&#8217;irrisione dello strazio e in certi illustri casi a noi si addice l’epica. A noi si addice il comico anche per i rocamboleschi sistemi messi in pratica per la sopravvivenza.&#8221;</p>
<p>Le ciurmaglie di Prunetti cercano di impadronirsi del linguaggio per resistere al potere perché, anche senza aver studiato, capiscono qual è la forza della lingua e di chi la padroneggia, di chi è capace di imporre la propria, e che potente forma di resistenza sia riappropriarsene. Lo smontano e rimontano a rovescio, come fa John Silver mescolando più lingue in un creolo decolonizzato che è forma di comunicazione interculturale e linguaggio in codice per solidarizzare tra sfruttati senza farsi capire dai padroni. Come fa Emir, sguattero yemenita che traslittera in caratteri arabi le parolacce di Alberto nel più furbo dei rovesciamenti – accontentare il padrone che vuole si finga italiano, e prendere per i fondelli lui e i danarosi clienti che non lo comprendono – espressione di resistenza multietnica al potere.</p>
<p>&#8220;I ritmi erano lenti e il sabato mi affiancava come spalla uno sguattero yemenita. [&#8230;] Da parte mia gli insegnavo rispettosamente meravigliosi insulti e parolacce toscane. Lui era molto interessato alle volgarità italiane che poi applicava subito al capo. Il boss gli aveva detto che anche lui doveva fingersi italiano, tanto eravamo tutti mezzi neri&#8230; Sicché Emir imparava una serie di espressioni scurrili in italiano e le ripeteva quando entravano i facoltosi clienti del locale, come fossero formule di cortesia e di welcome: se le scriveva in un’agendina traslitterando in caratteri arabi la fonetica delle parolacce maremmane, degli insulti livornesi e delle metafore volgari che gli insegnavo.&#8221;</p>
<p>Anche le figure retoriche sono rovesciate. Prunetti reifica le metafore, immagini che da astratte si ribaltano in concrete. Realtà è finzione si saldano nella perturbante Entità/Thatcher, malefica presenza sovrannaturale adorata dai gestori del centro commerciale dove lavora Alberto. La metafora del <em>fantasma della Thatcher</em> evocato simbolicamente per riferirsi alle riforme del lavoro e alla soppressione dei diritti, nel libro si fa <em>letteralmente</em> fantasma che perseguita il protagonista.</p>
<p>In <em>Amianto</em> abbondavano le metafore sugli attrezzi da lavoro. L’immagine finale dell’eredità paterna, l’officina stracolma di attrezzi, in <em>108 metri</em> diventa un’officina del linguaggio pervasa da una <em>sapienza operaia</em> – saper usare gli strumenti del proprio mestiere – tramandata ad Alberto da Renato che, per evitare che parta senza un’adeguata cassetta degli attrezzi, gli infila di nascosto nel borsone un pappagallo da idraulico, un serratubi da tre chili e una raspa da maniscalco. Ovvero, fuor di metafora, gli strumenti da scrittore coi quali rifinire il proprio libro:</p>
<p>&#8220;Anni di lavoro per mandare in stampa un inedito dopo <em>Amianto</em>. Ho cominciato come un boscaiolo, ho continuato come un falegname, ho finito con una sgorbia sottile, sulle bozze, come un ebanista. 108 metri di acciaio. Una rotaia di parole.&#8221;</p>
<p>Attraverso questi continui sovvertimenti delle gerarchie Prunetti prova a scavalcare gli steccati tra descrizione e invenzione per dare sfogo a un’urgenza di raccontare e di rappresentarsi in quanto classe lavoratrice. Rifuggendo da un mero biografismo, vivere e narrare si compenetrano. E soprattutto – tipico di ogni <em>working class hero</em> – non ci si prende mai troppo sul serio.</p>
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		<title>da &#8220;Fermate&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Jul 2017 05:00:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[Fermate]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[paolo maccari]]></category>
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					<description><![CDATA[di Paolo Maccari &#160; C’era una volta un ragazzo, aveva meno di vent’anni e gli sembrava di vivere da tanto perché aveva vividissimi nella memoria molti ricordi, e, in particolare, la scansione precisa degli avvenimenti e dei pensieri. Non faceva confusione. Anche i parenti, gli amici, chiunque avesse visto da sempre, sapeva collocarlo esattamente com’era [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Paolo Maccari</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>C’era una volta un ragazzo, aveva meno di vent’anni e gli sembrava di vivere da tanto perché aveva vividissimi nella memoria molti ricordi, e, in particolare, la scansione precisa degli avvenimenti e dei pensieri. Non faceva confusione. Anche i parenti, gli amici, chiunque avesse visto da sempre, sapeva collocarlo esattamente com’era al tempo dei diversi ricordi.<span id="more-68983"></span></p>
<p>Era, questo ragazzo, incapace di vivere. Più disastrosamente delle altre, lo perdeva la mancanza di volontà, quasi lo schifo a soffrire per raggiungere qualcosa che voleva. Il che contrastava con i grandissimi desideri che lo tormentavano. Provava a farne una questione di eleganza, e condannava gli sgomitatori. Si sentiva uno spirito raffinato, in un certo senso, e abbastanza garbato da non sottolinearlo, anzi da negarlo, mentre consolava uno sconfitto insultando Darwin.</p>
<p>Anche se aveva sviluppato una discreta scaltrezza nell’ottenere senza sforzo qualche piccola vittoria di tappa – qualche ragazza, qualche ammirazione di adulti e coetanei –, presagiva che i nodi e il pettine prima o poi si sarebbero incontrati. Stabilì che, meglio di evitare l’incontro temprando il carattere, fosse opportuno distribuire il dolore, e quindi anticiparlo, e iniziare a soffrire. Siccome era profondamente implicato in pensieri letterari, salutò la rateizzazione e i suoi presupposti come un esercizio di consapevolezza. Si profetava un futuro infausto, ed era piacevole ridurre gli altri a un branco svagato, trasumanante verso quello stesso funebre squallore che almeno, a lui, non lo avrebbe sorpreso.</p>
<p style="text-align: center;">§</p>
<p>Un giorno, a questo giovane, venne in mente che, anche così, stava soffrendo troppo. In più non gli riusciva bene di esprimere le profonde convinzioni che aveva innalzato mescolando le sue esperienze dirette di dolore e sconfitta con le parole intonate degli scrittori che amava (e per giunta, alcuni di questi scrittori usavano parole altrettanto intonate e persuasive invitando alla danza); quando invece gli sembrava esagerato patire così a fondo senza nemmeno il conforto di un po’ di consenso, possibilmente entusiastico (veramente, lui credeva di meritare una sincera venerazione, però aveva imparato a spingere la sconsolata consapevolezza fino a temperare perfino le istanze più oneste). Infine, un’altra angustia aveva preso a insultarlo: la ginnastica del disincanto, a forza di praticarla, aveva iniziato a imbastardirsi e, da puro meccanismo di una mente concentrata, aveva tralignato nella carne.</p>
<p>La carne era giovane e in salute e trovò ripugnante il supplizio della continua perquisizione alla ricerca di un male tangibile che dicesse apertamente il male. Impermalosita, iniziò a tremare di quei brividi che la mente avversaria sembrava pretendere. Ma lo faceva per ripicca, sogghignando e ingrossando. Alleata di insipide pasticche pacificatrici, pensò di adagiarsi sugli allori con la bolsa quiete di un pollo in batteria. Il giovane iniziò a ingrassare e se fin dai primi ricordi il suo aspetto gli aveva fornito pochi argomenti per le vanterie, ora crebbe un disprezzo molto diligente nell’allacciare la sua anima guasta alle sue recenti trippe. Ci voleva dunque un rilancio ulteriore. Il giovane, che ricordo dopo ricordo e rinuncia dopo rinuncia planava verso i trent’anni, si organizzò. Lasciò che il corpo – e gli abiti, e ogni ammennicolo estetico – fossero dimenticati, da sé e dagli altri, e il suo unico obiettivo di stilista e personal trainer fu indirizzato verso la non vistosità, o meglio la non visibilità. Sempre di più, ciò che contava era la sua strategia di comportamento interiore.</p>
<p>L’accidia imperava sempre meglio mentre il giovane si occupava dei suoi sogni senza pensare quasi mai a tradurli in pratica, o anche solo in possibilità, ma piuttosto concentrandosi sulla loro autosufficienza e pertinacia nonostante la sua figura iniziasse a perdere colpi in maniera evidente rispetto ai suoi competitori. Naturalmente, un certo profitto derivava dallo screditamento sistematico delle qualità dei loro competitori, che proprio in quanto sviliti – nel basso e sozzo mondo dell’immoralità – andavano avanti e piacevano. Il mondo si stabilizzava progressivamente in un arena di nevrotici e truffatori, incapaci di giustificare le loro azioni come anche i loro impeti di volontà; non essendo però così poco raffinato da credere ancora di potersi concepire in una torre di privilegio, si immaginò perso nella moltitudine, trascinato dalla fiumana che non sapeva chi lui fosse, e quel che concepisse dentro.</p>
<p style="text-align: center;">§</p>
<p>Una soluzione perfetta sotto tutti i punti di vista, una modalità di adempimento che gli parve sontuosa e in grado di vendicarlo per ogni sconfitta che gli altri o se stesso gli avevano inflitto, apparve un giorno all’orizzonte mentre era impegnato a sfrondare i suoi sogni dalle punte più puerili. Certo che doveva scrivere: ma non sarebbe stato un volgare romanziere, roba da geometri con le mani sporche di inchiostro, sbaffate di calcoli strutturali e di problemi di ritmo e di coerenza, e nemmeno poeta masturbatore che mugola la sua inadeguatezza quando tutti sono inadeguati e se tutti mugolassero il mondo sarebbe un sottofondo di lamenti, e nemmeno… e nemmeno… E nemmeno tutto: sarebbe stato, semplicemente e puramente, un diarista. Qualche stralcio brillante sarebbe apparso in riviste poco lette. Altri, li avrebbe riportati senza citare la fonte agli amici. Ma la sua grossa, la sua mastodontica comprensione della realtà, mirabilmente ottenuta da una posizione periferica, insospettabile, sarebbe apparsa soltanto dopo la morte, quando l’amico più fidato, a cui avrebbe detto di prendere i preziosi quaderni e farne ciò che voleva, li avrebbe pubblicati. Ecco a voi il testimone dei nostri tempi. Proprio lui. Certo, gli indizi c’erano, ora che lo sappiamo chi lo ha conosciuto li divulga, ne dà notizia, ma l’impressione… no: ma la commozione è comunque enorme. Ci aveva visto, valutato, giudicato e infine assolto per quella magnanimità quasi misteriosa che è dei grandi.</p>
<p>Che soluzione! Che pensata meravigliosa. Il diarista è anonimo, è segreto, è se stesso qualsiasi cosa gli succeda attorno, e ogni umiliazione che patirà, ogni suo insuccesso, privato o non privato, avrà spiegazione, e vendetta, nelle sue pagine veritiere.</p>
<p>Per qualche mese dopo la grande trovata non iniziò il diario, beandosi e godendosi la sensazione di aver trovato ciò di cui aveva bisogno. Poi, quasi baldanzosamente, iniziò. Le prime pagine che scrisse gli sembrarono al di sotto della sua intelligenza, ma comunque non erano male. E poi erano un inizio. Continuò, anche perché, si diceva, un’opera come quella contava anche nella mole, nel coraggio della minuzia.</p>
<p>Dopo ancora qualche tempo prese però a saltare l’appuntamento quotidiano con la scrittura. Il fatto è che scrivere interrompeva le fantasticazioni di se stesso grande diarista postumo, e la cosa risultava seccante. Con immenso terrore, ancora un qualche tempo dopo, si accorse che la pigrizia non risparmiava nemmeno quella pratica: scrivere il diario gli faceva sempre più fatica. Con immensa incredulità, e un piccolo incremento di disprezzo, si accorse che gli mancava una dote decisiva – che infatti nelle fantasticazioni non mancava mai –, e cioè l’impudicizia. Gli scocciava scrivere certi suoi pensieri o considerazioni sconce o troppo malevole. Se ne vergognava. Gli dispiaceva poi dipingere con troppo realismo, o troppo severamente, le persone che aveva intorno, e a cui comunque voleva bene. Come fare? Addio diario.</p>
<p style="text-align: center;">§</p>
<p>Intanto i quarant’anni iniziavano ad annunciarsi e i suoi ricordi sempre stati precisissimi fino al tormento si illanguidirono e persero smalto. Anche le paure piano piano si lasciavano addomesticare e certe comodità pratiche sembravano quasi contendere la coscienza della malignità della natura. Il giovane ormai non lo era più, aveva una bella pancia e godeva nel vedere calmati anche i suoi coetanei, che dopo vent’anni, anche loro, seguivano il suo esempio, e si arrendevano, e lasciavano che la vita non li soddisfacesse compensando con qualcos’altro. Certo, ancora un po’ lo indispettivano le passioni che percepiva lontane da un vero e certificato scacco, le agitazioni che gli apparivano troppo gonfie di malcelate richieste a se stessi di restituire un’immagine privata di grottesca giovinezza, e perciò doveva dominarsi di fronte alle piccole fissazioni per i motori, o il cinema, o l’adulterio. Ma vedeva bene che erano compensazioni e indulgeva. La sua indulgenza, che era una novità piacevole, gli donava una ricarica morale che si traduceva in una blanda e satolla pontificazione: “Sono compensazioni, quelle che a voi paiono priorità, obiettivi irrinunciabili: compensazioni. Credo di averlo scritto da qualche parte, sapete, che sono tutte compensazioni. Non c’è niente di male: le illusioni diventano compensazioni. Il meccanismo è questo. Aspettate, un’altra birra non la volete? Cameriere, due birre per i miei amici e per me… portami una coca zero, con ghiaccio e limone, per favore”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;">*</p>
<p>Da <em>Fermate</em>, Roma, Elliot, 2017</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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