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	<title>narrativa &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>La stanza senza fine</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Feb 2020 06:00:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni De Feo]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giovanni De Feo Nico non riuscì a distinguere il momento esatto in cui il racconto del Mastro si insinuò a tal punto nel suo sonno da spaccarlo, come un cuneo di ferro in un ciocco di legno, penetrando in profondità nei suoi sogni. A un certo punto però si trovò a camminare dentro di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Giovanni De Feo</strong></p>
<p>Nico non riuscì a distinguere il momento esatto in cui il racconto del Mastro si insinuò a tal punto nel suo sonno da spaccarlo, come un cuneo di ferro in un ciocco di legno, penetrando in profondità nei suoi sogni. A un certo punto però si trovò a camminare dentro di essi.</p>
<p>Era un sogno, e insieme non lo era. Intanto perché era consapevole di stare sognando, e questo era inusuale. E poi perché era tutto molto netto, come se la tenebra fosse stata sbozzata dalla luna. Nel bosco innevato il ragazzo sentiva il crocchiare dei suoi piedi nudi. Era notte, e avrebbe dovuto fare un freddo cane ma il ragazzo lo accusava appena. Sotto la palme nude dei piedi, la neve non scottava. Pian piano dal sentiero illunato lo raggiunsero i rumori di una lotta.</p>
<p>Al di là di uno schermo fitto di betulle, bianche e slanciate come schiene, il ragazzo sentiva un suono di mani su mani, di braccia su braccia, un rotolar di corpi in terra. Sembrava di udire una folla di lottatori in un’arena; ma il ragazzo sapeva che i lottatori erano solo due.</p>
<p>Proprio quando stava per superare lo schermo degli alberi, nel bosco risuonò un grido.</p>
<p>Il ragazzo raddoppiò il passo. Quando sbirciò dentro la radura – uno spiazzo nevoso nelle cui strisciate di neve e fango si leggeva la storia della lotta – il ragazzo sapeva già cosa avrebbe visto: un uomo in piedi e un uomo in terra. Non due uomini, lo stesso identico uomo.</p>
<p>Nico si arrestò in tempo per vedere quello in piedi –vestiva una divisa grigio-verde– girarsi. Pur imbacuccato di scialli incrostati di ghiaccio, lo riconobbe. Era più magro del Farmacista, ed entrambi gli occhi scintillavano al chiarore lunare. Ma era il tenente, Bencivenga. L’uomo lo fissava; l’ansito bianco del suo fiato dilagava nella notte come latte.</p>
<p>Solo allora Nico riuscì a parlare, e nel sogno disse: «Perché lo hai fatto? Perché lo hai guardato in faccia?».</p>
<p>«E tu?» chiese l’uomo, secco. «Perché hai inseguito il tuo doppio a casa tua?»</p>
<p>«Dovevo sapere» disse Nico.</p>
<p>E annuendo, come a dire: “anche io”, il tenente si chinò per trascinare via l’altro corpo.</p>
<p>«Aspetta!» disse Nico avanzando un passo, «che vuol dire che gli hai rubato “uno sguardo”! Che sguardo?! Cosa vuole lui davvero da te?!»</p>
<p>Il tenente rimase di profilo contro la luna; poi voltò il capo. Il ragazzo sentì un rumore come di rametti spezzati, quando le vertebre del collo gli si frantumarono: la testa del tenente aveva fatto un giro completo e ora gli mostrava la nuca. Con la faccia che gli formicolava per lo choc il ragazzo guardò l’uomo ai loro piedi, nella neve. Quello, era il vero Bencivenga.</p>
<p>Il freddo cominciava finalmente a raggiungerlo, gli allagava i polmoni come un silenzio liquido, il gelo immemore che vive tra le stelle più lontane.</p>
<p>«Cosa vuoi?» disse infine il ragazzo. «Cosa vuoi dal Ciclope? E da me? Cosa vuoi da noi tutti?!» Nico vedeva il vapore dietro la sua nuca, come se la bocca dell’altro si fosse aperta.</p>
<p>Poi sentì che non erano più soli. Si girò.</p>
<p>Al posto delle betulle c’era una folla senza fine, immobile, che degradava nel bianco in tutte le direzioni. Erano le genti delle città ora deserte: donne, uomini, vecchi, bambini. Ognuno di loro aveva il corpo rivolto verso di lui e la testa torta innaturalmente all’indietro. Capì, nel sogno, che essi erano coloro che l’Effimero aveva disfatto, e che anche lui avrebbe fatto parte delle sue schiere, quando nel mondo sarebbe morta l’ultima persona che aveva memoria di lui. Dal racconto del Ciclope, tra i più vicini, Nico riconobbe Guglielmin e Scavoni, quest’ultimo ancora con la borsa a tracollo, quella della lettere. Poi l’uomo che era stato il tenente Bencivenga parlò, non solo per se stesso, per tutti.</p>
<p>«Noi» dissero la voci.</p>
<p><a href="https://www.ragazzimondadori.it/libri/la-stanza-senza-fine-le-avventure-fotografiche-di-nicodemo-giovanni-de-feo/"><strong>Testo da: Giovanni De Feo, <em>La stanza senza fine. Le avventure fotografiche di Nicodemo</em>, Mondadori, 2019.</strong></a></p>
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		<title>L&#8217;ultimo dei santi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Sep 2019 05:16:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[appennino]]></category>
		<category><![CDATA[marisa salabelle]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[tarka]]></category>
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					<description><![CDATA[di Marisa Salabelle Le donne erano sedute in cerchio nella piazzetta secondaria di Tetti, non quella principale, all’ingresso del paese, con le panchine e i tigli e la fontanella dell’acqua, e nemmeno quella della chiesa, che una piazza della chiesa propriamente a Tetti non c’era, c’era solo il prato davanti all’ingresso e il monumento ai [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Marisa Salabelle</strong></p>
<p>Le donne erano sedute in cerchio nella piazzetta secondaria di Tetti, non quella principale, all’ingresso del paese, con le panchine e i tigli e la fontanella dell’acqua, e nemmeno quella della chiesa, che una piazza della chiesa propriamente a Tetti non c’era, c’era solo il prato davanti all’ingresso e il monumento ai caduti da una parte: l’altra piazzetta, quella oltre il vecchio lavatoio, nella zona chiamata Tetti Bassi. Avevano portato le sedie fuori dalle case e se ne stavano lì a godersi il fresco, badavano ai nipoti e applicavano toppe ai ginocchi dei jeans mentre si raccontavano a vicenda le solite vecchie storie.</p>
<p>Di quando Laura, la figlia della Maria Rosa, s’era fidanzata e si doveva sposare e aveva detto al babbo, «No, babbo, io Gianni a vivere con me non ce lo prendo», non perché  non volesse il fratello in casa, ma perché sapeva che la mamma non ne poteva più di stare a Tetti inverno e estate, e se lei avesse acconsentito a prender Gianni in casa, visto che da ottobre Gianni avrebbe cominciato a frequentare l’Istituto Professionale a Pistoia, la mamma non avrebbe avuto più nessuna speranza di convincere il babbo a trasferirsi in città almeno durante l’anno scolastico.</p>
<p>Di quando il vecchio Aurelio era stato trovato impiccato nella legnaia e nessuno aveva capito perché l’avesse fatto, ma qualche mese dopo s’era saputo che la su’figliola, Mafalda, era stata ricoverata in una clinica privata, sulle colline sopra Firenze, dove si diceva che avesse partorito un bimbo non normale, che era stato subito rinchiuso al brefotrofio.</p>
<p>Del tempo di guerra, quando c’erano i partigiani quassù, e si nascondevano a Bicocche e alla Casaccia, sì, proprio dove ora stavano gli Elfi, e dei Tedeschi, che rastrellavano la zona e requisivano tutto, le pecore, le mucche, i muli, al nonno Ugo gli avevano rubato l’orologio d’oro, alla Virginia gli orecchini.</p>
<p>Intanto i bambini scorrazzavano e le bimbe si davano da fare con pentolini e piattini e ortaggi di plastica, «tanto, c’è poco da fare», dicevano le nonne, «s’ha un bel dire, ma le femmine son diverse dai maschietti, a loro piace giocare a mamme, fare i mangiarini, è la natura, cosa ci si vuol fare.» Così si usava trascorrere il tempo, a Tetti, e anche se i racconti erano sempre gli stessi, le donne ci prendevano gusto, e ogni tanto si sedeva accanto a loro qualcuna delle più giovani, suggestionata da tutte quelle vecchie storie, mentre altre brontolavano, «mamma, nonna, zia, ancora con quegli aneddoti, ancora con quei ricordi che ci propinate da quando eravamo bambine, che si sanno a memoria, e non se ne può più, ormai.»</p>
<p>«La nonna non faceva niente, in casa» cominciò Bice, la figlia del povero Romolo. «Aveva cinque figli, due femmine e tre maschi. Le femmine erano le  più grandi, la zia Vanna e la zia Rina,  poi c’era il babbo, poi lo zio Alvaro, e lo zio Ermanno che era il più giovane. La nonna stravedeva per lui, era il suo cocco. Se c’era una coscia di pollo, un pezzettino di ciccia tenera, una fettina di castagnaccio o qualche altra ghiottoneria più rara, mandarini, banane, una ciocca d’uva, tutto era per lui. Lascia stare, diceva agli altri, è per Ermanno. E gli altri gonfiavano! Erano gelosi, si capisce.</p>
<p>Le mie zie, ci badavano loro al piccolino, che la nonna non faceva nulla, se ne stava sdraiata sul divano, me la ricordo ancora, quand’ero piccina, mi chiamava, mi voleva vicino a sé, io avevo un po’ di soggezione, però, non mi avvicinavo volentieri. La nonna aveva sempre un odore un po’ stantio, a furia di starsene lì, in quella cuccia, poi a quei tempi, non era come ora, l’acqua in casa non c’era, bisognava andarla ad attingere alla fonte, e poi scaldarla nel paiolo, la gente si lavava meno, specialmente d’inverno. Le zie me lo dicevano sempre: l’abbiamo cresciuto noi, Ermanno, e guai a dirgli qualcosa, la nonna gli dava sempre ragione su tutto, e lui era venuto su bizzoso, si capisce. Il mi’babbo, non è che ce l’avesse con lui, ma un po’ di rancore secondo me gliel’ha portato, senza nemmeno accorgersene. Povero babbo… E alla fine lo zio Ermanno è rimasto solo.»</p>
<p>«Come, solo, e le sue sorelle?»</p>
<p>«Ci sarebbe ancora la zia Rina, ma è andata a stare dalle suore, da quando la zia Vanna è morta. Non che sia vecchia, la zia Rina, avrà ottant’anni al massimo, ma è sempre stata cagionevole di salute, e un po’ zoppina, poverina; finché ce l’ha fatta, è stata in casa insieme a lui, che non si sono sposati, né l’uno né l’altra, ma poi lei ha cominciato a perdere un po’ la testa e ha voluto a tutti i costi ricoverarsi dalle suore, giù a Porretta.»</p>
<p>«E perché non è rimasta col fratello?»</p>
<p>«Mah, e come faceva, lui… non se ne sarebbe saputo occupare, che vuoi, non è mai stato abituato!»</p>
<p>«E ha messo la sorella al ricovero? Dopo che lei l’ha allevato?»</p>
<p>«Be’, che poteva fare… Ermanno non era adatto, devi capire…»</p>
<p>«Mah! Mah! Che mi tocca sentire! La Rina al ricovero, dopo tutto quello che ha fatto per lui! O quant’è?»</p>
<p>«Eh, saranno due anni, almeno… o quant’è che non venivi a Tetti?»</p>
<p>«Eh, un pezzetto… un pezzetto, di sicuro. Mah, che mi tocca sentire…»</p>
<p><strong>Tratto da <a href="https://www.tarka.it/tarka-shop/libri/l-ultimo-dei-santi/">Marisa Salabelle, <em>L&#8217;ultimo dei santi</em>, Tarka libri 2019</a></strong></p>
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		<title>La presunta innocenza delle cose. Appunti sull’opera di Elfriede Jelinek</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Nov 2018 06:42:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Elfriede Jelinek]]></category>
		<category><![CDATA[esclusi]]></category>
		<category><![CDATA[Lavinia Mannelli]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[Premio Nobel]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo europeo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Lavinia Mannelli Solo da pochi giorni i lettori italiani possono trovare in libreria un nuovo grande romanzo di Elfriede Jelinek, autrice austriaca insignita nel 2004 di un molto discusso Premio Nobel per la Letteratura. Gli esclusi,[1] pubblicato ora per La nave di Teseo, è in realtà un testo del lontano 1980; il terzo in [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Lavinia Mannelli</strong></p>
<p>Solo da pochi giorni i lettori italiani possono trovare in libreria un nuovo grande romanzo di <strong>Elfriede Jelinek</strong>, autrice austriaca insignita nel 2004 di un molto discusso Premio Nobel per la Letteratura. <em>Gli esclusi</em>,<a href="#_ftn1" name="_ftnref1"><sup>[1]</sup></a> pubblicato ora per La nave di Teseo, è in realtà un testo del lontano 1980; il terzo in ordine di tempo uscito dalla penna della scrittrice e già denso di alcuni interessanti stilemi che qui tenterò di raccontare in breve.</p>
<p>Come in tutti gli altri romanzi, infatti, anche negli <em>Esclusi </em>la scrittura della Jelinek si fa lingua della realtà, violenta e scostante come l’istinto del peggiore degli animali sociali; strascico opalescente che sorvola, copre e disvela i segreti e le nevrosi degli oggetti del suo stesso racconto, se li ricama addosso, fittamente e confusamente, e alla fine se ne libera. Come una nuvola minacciosa che si trovi a passare sopra l’acqua di un lago cristallino, così la lingua dei suoi romanzi descrive la realtà su cui si trascina specchiandovisi e allo stesso tempo alterandola; come in una valanga di neve vecchia, appesantita ulteriormente da quella nuova e sottile, così di pagina in pagina alla voce narrante si ammassano e aggrovigliano i molteplici atti della tragedia del mondo: sentimenti contraddittori e ambigui, un voyeurismo morboso e la paura nevrotica di essere abbandonati e di abbandonare, illusioni e stereotipi, vittime e carnefici.</p>
<p>Attraversata da una forte inquietudine,<a href="#_ftn2" name="_ftnref2"><sup>[2]</sup></a> a seconda del libro e del momento del racconto, la voce del narratore è una prima persona, singolare e plurale; è o non è Elfriede Jelinek; è la specie umana, un uomo o una donna, uno per volta o tutti insieme, ma è anche la casa, il lago o la montagna, la fabbrica o un padre padrone. Si rivolge a un tu, a un lui o lei, voi, noi; i suoi destinatari sono anche l’oggetto della narrazione, identità imprecisabili se non di volta in volta e che hanno molto di quell’universale tipico di cui si è occupata certa tradizione marxista cara all’autrice.</p>
<p>Questo sistema di riferimento politico è anche ciò che permette di scongiurare una polifonia distratta e inconsistente, distante dalla realtà che è invece quella &#8211; lucidamente abbozzata &#8211; di una Vienna dei postriboli e del Prater, ma anche degli ultimi concerti da camera e di veementi dibattiti sull’umore di un brano di Schubert (<em>La pianista</em>); di una fabbrica di proprietà di un marito padrone dall’insaziabile e perverso appetito sessuale (<em>La voglia</em>), o di un’altra fabbrica ancora, abitata, questa, da corpi di donne che cuciono reggiseni mentre la società cuce loro addosso desideri normalizzanti di famiglia, denaro, sesso e maternità (<em>Le amanti</em>); o di un lago acquitrinoso, cimitero di vittime che si sono consegnate spontaneamente, e per timore di se stesse, al proprio aguzzino (<em>Voracità</em>). Questo realismo feroce, questa critica a una società che appiana i conflitti, nasconde gli scheletri e le mostruosità, schiaccia il vario e libero intrecciarsi di destini umani, viene espresso mediante un narratore che non è solo osservatore onnisciente, ma anche uno sguardo reificatore che degrada ogni relazione umana a un rapporto tra cose, merci in rapida scadenza.</p>
<blockquote><p>Il problema è il seguente: è possibile descrivere un paesaggio acquatico come questo lago senza conoscerne davvero la lingua? Io mi ribello contro l&#8217;innocenza che quest&#8217;acqua ostenta pubblicamente. (<em>Voracità</em>, p. 68)<a href="#_ftn3" name="_ftnref3"><sup>[3]</sup></a></p></blockquote>
<p>Come il lago d’acqua torbida in <em>Voracità</em>, <em>ogni cosa è un’immagine solo apparentemente innocente</em>: occorre sempre <em>andare dietro le cose, </em>vale a dire<em> decostruire la realtà</em> per mostrarne la colpevolezza.</p>
<blockquote><p>Questa realtà, io la faccio ogni volta per così dire a pezzi, come se separassi a strappi le tende di un sipario, per rabbia contro il testo che c’è dietro (da un’intervista a Renata Caruzzi)<a href="#_ftn4" name="_ftnref4"><sup>[4]</sup></a></p></blockquote>
<p><strong>Sommersi e condannati</strong></p>
<p>Se ogni cosa è colpevole, nemmeno tra gli uomini esiste l’innocenza.</p>
<p>Tra i complici più problematici di questa realtà da <em>decostruire</em>, le donne fanno la parte ingrata delle oppresse consenzienti, quando non addirittura dei kapo: sono le caricature delle versioni più stereotipiche di se stesse, più fraintese di quanto non faccia già il mondo maschilista in cui vivono. Di loro si racconta &#8211; con un fastidio e un disagio più o meno percepibili &#8211; di come si lascino trattare come un corpo, una casa (precisamente la loro, nel libro <em>Voracità</em>), una parete piena di porte, interstizi, angoli su cui inveire e fare violenza (ancora nella <em>Voglia</em>, ma anche nell’ultimo <em>Gli esclusi</em>). Si dice che sentono di dover essere punite (come su contraddittoria richiesta nel capolavoro <em>La pianista</em>, ma anche, ancora, in <em>Voracità </em>e <em>Le amanti</em>), preferibilmente da uomini che ogni volta approfittano della loro debolezza e di cui poi finiscono, ogni volta, per innamorarsi morbosamente.</p>
<p>Ossessionate dal proprio corpo tanto da dimenticarsi, ma quasi per atto mancato, di questioni ben più grandi di loro («<em>ora se </em>[i gruppi femministi, ndr]<em> trascorreranno veramente i prossimi dieci anni a occuparsi del proprio corpo, gli uomini domineranno il mondo per ulteriori dieci anni</em>», dice l’autrice fuori dall’invenzione romanzesca);<a href="#_ftn5" name="_ftnref5"><sup>[5]</sup></a> prive di una responsabilità politica di qualsiasi tipo, se non addirittura dipendenti, anche economicamente, dal marito o dal padre (solo nelle <em>Amanti</em> le protagoniste hanno un lavoro, ma di produzione, e che è il risultato di un appiattimento e di uno svuotamento dell’uguaglianza dei sessi, mentre nella <em>Pianista </em>si tratta di un lavoro d’elezione, precisione e cultura, ma non organico e funzionale alla società); prive anche &#8211; come tutti, del resto &#8211; della capacità di riconoscere, domandare e domandarsi il piacere, le donne si tolgono di mezzo da sole dal discorso pubblico così come dalla vita, e lo fanno per mancanza di strumenti e concrete possibilità, e quindi per forza di cose per omologazione al sistema maschilista, servilismo masochistico da cui non sanno liberarsi.</p>
<blockquote><p>Le donne in questo paese servono solo da contorno alla carne degli uomini, non le invidio affatto. (<em>La voglia, </em>p.92)<a href="#_ftn6" name="_ftnref6"><sup>[6]</sup></a></p>
<p>se qualcuno ha un destino, è un uomo. Se qualcuno riceve un destino, è una donna. (<em>Le amanti, </em>p. 13)<a href="#_ftn7" name="_ftnref7"><sup>[7]</sup></a></p>
<p>nel corso degli anni, si è stabilito così un ciclo naturale: nasci, attacchi, sei presa in moglie, stacchi, hai una figlia, casalinga o commessa, per lo più casalinga, la figlia attacca, la mamma crepa, la figlia viene presa in moglie, stacca, salta giù dal trampolino, anche lei ha un&#8217;altra figlia, [&#8230;] (<em>ivi</em>, p. 21)</p></blockquote>
<p>È proprio questo spostamento ironico della voce che permette di addomesticare più facilmente una realtà che, nel caso delle donne, è spesso un sistema patriarcale soffocante e una serie di luoghi comuni castranti. Lo stesso linguaggio sprezzante e disturbante, però, osserva e descrive &#8211; anche a distanza di poche righe &#8211; ogni altro personaggio del racconto (uomo, donna, cosa) che il narratore incontri per la strada della sua storia.</p>
<blockquote><p>[&#8230;] è proprio questo che piace all&#8217;uomo: che la gente, intrappolata nei lacci del suo amore, scorra tranquilla e dimentica di se stessa come il tempo dentro l&#8217;appartamento, in attesa del suo ritorno (<em>La voglia, </em>p. 29)</p>
<p>Quest&#8217;uomo sembra quasi sedotto all&#8217;idea di ingrandire da solo il proprio coso in tutta la sua lunghezza (&#8230;). Che razza di principio attivo, di semidio (Dio aiutaci) capace di ingigantirsi e di beatificarsi da sé, senza per questo venir appeso come un santo martire! Che uomo! (<em>ivi, </em>p. 151)</p></blockquote>
<p>Ogni cosa viene parodizzata attraverso la voce di un narratore che vuole, insomma, mostrarsi vistosamente per quel che è: <em>inattendibile </em>(secondo la celebre riflessione di Booth); e così,  suggerendo apertamente la mancanza di un possibile ulteriore punto di vista (che sarebbe quello dell’autore implicito, evocato soltanto), a essere stimolato è il giudizio critico del lettore nei confronti del narratore, della storia che sta leggendo e magari di se stesso.</p>
<p><strong>I nuovi demoni: <em>Gli esclusi</em></strong></p>
<p>Anche negli <em>Esclusi</em> l’autrice cerca un’<em>intesa segreta </em>con il lettore: anzi, grazie a una lingua più semplice, rispetto almeno ai romanzi successivi, qui è forse più facile ottenerla.</p>
<p>I protagonisti del libro sono quattro ragazzi di diciotto anni: i gemelli Witkowski, Rainer e Anna, Hans Sepp e Sophie Pachhofen. Di loro conosciamo subito i nomi, le occupazioni principali (i fratelli e Sophie sono studenti del liceo, mentre Hans è operaio); i pensieri, la vocazione teppistica, anzi violenta, e anche la precisa identità sociale, culturale, economica; i luoghi in cui sono vissuti e di cui si vergognano, che ripudiano o in cui semplicemente fluttuano; i ricordi, i conflitti, i rimorsi di famiglia e le aspirazioni, le nevrosi, gli amori.</p>
<p>Le loro azioni e i loro pensieri sono sempre avviluppati gli uni agli altri, come non era nell’opera cronologicamente precedente, <em>Le amanti</em>, del 1975, i cui capitoli erano sapientemente orchestrati in modo tale da raccontare, uno per volta, salvo qualche eccezione, i destini delle due ragazze protagoniste; e come sarà sempre meno nei romanzi successivi<em>. </em>Negli <em>Esclusi</em>, invece, tutto è mescolato, stretto in un unico piccolo pugno (quello del narratore), ma anche in una fitta rete di violenze psicologiche e fisiche con cui i ragazzi stessi si legano morbosamente gli uni agli altri. In particolare, quelle di Rainer ricordano le mosse subdole e ricattatorie con cui il grande burattinaio dei <em>Demoni</em>, Pëtr Verchovenskij, si adopera per coinvolgere lo scostante Nikolaj Stavrògin nelle attività terroristiche della sua cinquina. Oltre a questo, poi, la natura delle azioni dei quattro ragazzi austriaci avrebbe qualcosa di vagamente paragonabile all’incendio appiccato o ai delitti di varia natura raccontati nel romanzo di Dostoevskij, se non fosse che i personaggi della Jelinek sono ancora più disperati, sembrano ancora più bisognosi di credere che quel vago e violento disprezzo sia l’unico modo di conquistarsi un posto nel mondo, ma anche allo stesso tempo di disprezzarlo ancora di più.</p>
<p>A rendere più leggibile questo intrico di destini e compulsioni, uno stratagemma tanto semplice quanto efficace: come in una didascalia teatrale al contrario, il nome di chi sta agendo o pensando viene segnalato alla fine del suo discorso, riportato come indiretto libero, e messo tra parentesi.</p>
<blockquote><p>Non esiste folla in cui possiamo nasconderci, perché in qualunque posto ci troviamo, noi ci distinguiamo dalla massa (Anna). Noi non dobbiamo affatto nasconderci, dobbiamo agire alla luce del sole, perché solo così possiamo affermare apertamente i nostri principi di violenza contro tutto e tutti (Rainer). Idiota (Hans). (<em>Gli esclusi</em>, p. 10)</p>
<p>Quello che conta è picchiare, con o senza odio (Anna). Non hai capito un bel niente, le risponde Rainer con un tono di superiorità.<br />
Merda (Hans), intendendo, con questa espressione volgare, che gli si è strappata la camicia. (<em>ivi, </em>p. 12)</p></blockquote>
<p>Questa scrittura così precisamente referenziale che attraversa tutto il romanzo con varia intensità, tuttavia, non elimina affatto l’evocazione del sentimento e del raziocinio ottenuta tramite la continua e sospettosa rappresentazione caricaturale delle cose e dei personaggi, o quello sguardo di traverso &#8211; obliquo, tagliente, perennemente ambiguo &#8211; sul mondo e sulle cose che abbiamo osservato prima, di sfuggita, in altre opere. Nemmeno negli <em>Esclusi</em>, infatti, la voce narrante è imparziale e semplicemente onnisciente: qualche fulgida espressione improvvisa sguscia via anche da questa morsa impassibile della storia; qualcosa fa comunque sorgere nel lettore un dubbio sulla posizione della voce narrante e, dunque, sull&#8217;attendibilità delle ragioni del personaggio in cui il narratore momentaneamente si incarna, e da cui istintivamente si allontana.</p>
<blockquote><p>È una brutalità contro una persona indifesa e di conseguenza un’azione del tutto inutile, dichiara Sophie tirando per i capelli l’uomo che giace a terra tutto spelacchiato. (<em>ivi</em>, p. 9)</p>
<p>Anna ha in sé una tale rabbia &#8211; generata, senza dubbio, da un conflitto generazionale &#8211; che le verrebbe voglia di fracassare anche le vetrine illuminate di questa via di negozi, l’orgoglio di Vienna<em>. </em>(<em>ivi, </em>p. 11)</p>
<p>Una donna vuole sempre avere qualcosa ficcato dentro di sé, a meno che non partorisca un bambino [&#8230;]. Questa è l’immagine che Rainer ha della donna. (<em>ivi, </em>p. 37)</p>
<p>[&#8230;] ma quell’idiota, come sempre, fa un movimento maldestro [&#8230;] (<em>ivi, </em>p. 124)</p></blockquote>
<p>L’incongruenza logica nella prima citazione, per esempio, o il <em>senza dubbio</em> della seconda, o quella precisazione quasi comica in coda alla perentoria dichiarazione di un personaggio che teme terribilmente il ridicolo (Rainer più degli altri, forse, è un classico tipo dostoevskiano) e che però, proprio per questo, si irrigidisce su posizioni che non sa e non può mantenere; tutti questi, ecco, sono la cifra vera del romanzo, segnali della miseria in cui viviamo e delle angoscianti prigioni e semplificazioni contro cui anche noi ogni giorno lottiamo.</p>
<p>Quanto più si tratta di pensieri e azioni, poi, che denunciano una condizione profondamente tragica dell’esistenza dei quattro ragazzi, e tanto più sottilmente l’autrice oscilla tra un tono parodico, che è comunque segnale di un simpatetico distacco, e un accorato e istintivo bisogno di prendere tutto davvero molto sul serio, creando un corto circuito logico che solo un tono comico e affettuoso può comprendere senza contraddizioni.</p>
<blockquote><p>Abbiamo bisogno di una norma universalmente valida, per godere veramente dei nostri eccessi. Siamo dei mostri, anche se ci camuffiamo da borghesi. Siamo i figli della borghesia, ma non resteremo intrappolati lì dentro. Interiormente siamo consumati da cattive azioni, all&#8217;esterno siamo degli studenti che vanno al liceo. (<em>ivi, </em>p. 67)</p>
<p>Dentro di sé Rainer si è già completamente staccato da questa famiglia, fuori di sé si staccherà da lei aggredendo e rapinando persone innocenti. (<em>ivi, </em>p. 194)</p></blockquote>
<p>Anche in questo libro, insomma, l’autrice cerca di stimolare la nostra riflessione e non solo la nostra compassione. Il problema dei quattro ragazzi non è solo individuale e di destino personale: sono tutti personaggi giovani e già <em>miserabili</em>; <em>esclusi</em> dalla società non soltanto a causa delle loro stesse patologie, e che per questo vivono un conflitto profondo anche con la società in cui si sono trovati a nascere. Contro questo determinismo inumano che non comprendono e non li tocca o non li accoglie, tentano in ogni modo di reagire, oscillando tra la disperazione e il comico, il sesso, il furto, la violenza fuori controllo e il piccolo scherzo terroristico, innocente e quasi giusto, in modi che hanno a che fare direttamente con noi lettori e con il mondo in cui vogliamo vivere (anche noi, europei del <em>dopo Auschwitz</em>).</p>
<p><strong>Lo studio minuzioso della preda</strong></p>
<p>Anna e Rainer Witkowski, figli di un ex ufficiale invalido delle SS e di una donna docile e sottomessa, umiliata giornalmente sia dal marito sia dai figli, sono infatti patologicamente ormai distanti dalla natura viva dei loro coetanei, coi quali non sanno interagire: li ammorbano con discussioni filosofiche su Camus, Sartre e Sade, Bataille e Cocteau, ma loro, i compagni di scuola, sanno per istinto che i due gemelli si fanno troppi problemi, che sono alienati a causa della loro visione aristocratica del mondo inculcata dai disagi della madre e che, banalmente, “<em>non hanno mai preso un cazzo o una fica tra le mani</em>” (<em>ivi, </em>p. 24).</p>
<p>In questo loro mondo sono già crollati “<em>i valori dell’autorità e della patria potestà</em>” (<em>ivi, </em>p. 42) (insomma il potere del Padre sui figli), ma non ancora quello del Padre sulla Madre: allora il padre, ormai zoppo, mentre rivendica ancora con fervore la propria militanza politica nei ranghi delle SS (siamo nella Vienna della fine degli anni Cinquanta), sfoga sadicamente la propria frustrazione sulla moglie. “<em>Basta dirle che il suo corpo assomiglia sempre di più a un pezzo di formaggio ammuffito”</em> (<em>ibidem</em>), si dice da solo il Padre, oppure fotografarla in pose pornografiche che deformano &#8211; oltre che la sua sensualità &#8211; la sua stessa dignità.</p>
<blockquote><p>Il mio occhio di fotografo dilettante mi dice che ancora una volta non ti sei lavata i capelli, come ti avevo ordinato di fare. Devono assomigliare alla seta e non a un cespuglio arruffato. (<em>ivi, </em>p. 19)</p></blockquote>
<p>Hans, invece, che è stato educato con più sobrietà e concretezza rispetto ai gemelli Witkowski, capisce facilmente l’artificiosità dei gemelli e dice: <em>“Io sono molto più vicino alla natura, sono sempre al passo con i tempi</em>” (<em>ivi</em>, p. 30). Intanto, però, questo stare al passo coi tempi si concretizza nella sua condizione di giovane operaio che non si riconosce nel partito socialista dei genitori: figlio di un padre morto sulla scala della morte a Mauthausen e il cui ritratto viene evocato più di una volta dalla madre, disperata e inorridita dalla mancata ribellione del figlio ai suoi oppressori, la sua infatuazione per la ricca ed evanescente Sophie è il simbolo della sconfitta di ogni resistenza al nazismo o, che è lo stesso, nel libro, al sistema dei consumi, al modello culturale e manageriale americano, all’individualismo e all’arrivismo privo di scrupoli; tutto in virtù di un molto vago e confuso concetto di libertà (come gli fa prontamente notare la madre).</p>
<blockquote><p>Almeno gli è stata risparmiata la mediocrità della vita di tutti i giorni, pensa il figlio, che vive perennemente nel pericolo di sprofondare in questa mediocrità, ma farà tutto il possibile perché ciò non accada. Una vita breve e intensa e poi, forse, una morte breve e intensa. Voglio vivere tutto intensamente, anche se dovesse durare poco. Si è giovani una volta sola, e io sono giovane adesso. (<em>ivi, </em>p. 100)</p></blockquote>
<p>I due personaggi femminili principali, Anna e Sophie, poi, vengono sottoposti a quello che è stato giustamente definito un animalesco “<em>studio minuzioso della preda</em>”.<a href="#_ftn8" name="_ftnref8"><sup>[8]</sup></a> Entrambe vittime di una percezione della propria femminilità comunque nevrotica (ostentata e frustrata una, sfuggente e quasi rimossa l’altra), Anna agisce sul suo corpo come su una superficie bianca da macchiare ossessivamente: per questo (non riuscendo a sporcare o anche solo a toccare Sophie) “<em>tenta di deflorarsi da sola</em>” (<em>ivi, </em>p. 27).<a href="#_ftn9" name="_ftnref9"><sup>[9]</sup></a> Con le compagne, poi, vive un rapporto esclusivamente di invidia, mediato solo da acidi filosofemi attraverso i quali tenta di nascondere &#8211; e anche conservare gelosamente, però &#8211; la propria inadeguatezza alla vita.</p>
<blockquote><p>Si rode dall’invidia ogni volta che vede una compagna di classe indossare un tailleur nuovo [&#8230;] o scarpe nuove con il tacco alto. In quelle circostanze, però, le uniche parole che le escono di bocca sono: mi viene da vomitare quando vedo ragazze bardate in quel modo. Loro e quegli stupidi stracci, sono superficiali, non hanno niente in testa (<em>ivi., </em>p. 11).</p></blockquote>
<p>Di Sophie, invece, <em>“che fa parte di quei figli di ricchi lasciati a se stessi e al loro benessere</em>” (<em>ivi</em>, p. 9), si dice che <em>è</em> quel bianco incontaminato e incontaminabile, che “<em>nell&#8217;immagine che ha di se stessa, è fatta di vetro, di porcellana scintillante, oppure, meglio ancora, di acciaio inossidabile</em>” (<em>ivi, </em>p. 55), oppure che è come una “<em>superficie liscia, che invita all&#8217;attacco, ma sulla quale si scivola sempre</em>” (<em>ivi, </em>pp. 55-6): un personaggio che ha sempre fretta di andare da un’altra parte, che non può mai restare più di qualche minuto presente concretamente nella pagina del libro. A proposito di Sophie, vengono in mente alcuni versi di Sylvia Plath (autrice cara all’austriaca) e quella sua dolorosa <em>sensazione di carta velina </em>che tenta in ogni modo di soffocare.<a href="#_ftn10" name="_ftnref10"><sup>[10]</sup></a> Il sintomo che denuncia questo personaggio (come altri femminili) della Jelinek è proprio questa perdita collettiva di spessore, disancoramento dalla realtà; una leggerezza o, peggio ancora, un alleggerimento, che ci trasforma in figurine abbozzate di un affresco senza più colore e prospettiva. Tuttavia, è proprio per il suo algido distacco da tutto e da tutti e per una sua apparenza di malleabilità assoluta che Hans e Rainer (ma a suo modo anche Anna: odiandola) si innamorano di lei, ed è per la sua estrema prevedibilità che finirà per farsi scegliere dal temperamento forte e ingenuo dell’operaio, anziché dai giochetti di dominio e sudditanza del poeta decaduto, Rainer, che poi ne impazzirà; proprio per la sua esistenza solo allusa, ma sempre superficialmente accomodante, la scuola la preferirà ad Anna come borsista per un anno negli Stati Uniti (ciò che getterà sull’altra una coltre ancora più spessa e morbosa di mutismo e invisibilità).</p>
<p>Sophie sembra insomma il personaggio più innocuo, quello trascinato, più che coinvolto, nella serie di aggressioni progettate e compiute dal quartetto ma, proprio la sua incorporeità e distanza dalla realtà le rendono facile anche le scelte più terribili: alla fine del romanzo, per una sua gelida iniziativa &#8211; cittadina poco partecipe al di sopra di ogni sospetto &#8211; quasi con eleganza una bomba esploderà nella palestra della scuola.</p>
<p>Nessuna sorpresa, però, ci coglie alla fine del libro, nemmeno per le ultime azioni veramente demoniache di Rainer, perché sapevamo fin dall’inizio di questa storia che i protagonisti erano quattro <em>mostri depravati</em> e che, purtroppo, forse non avevano neppure molta scelta: la prima volta che li incontriamo stanno già compiendo una delle aggressioni che nel libro vengono evocate e considerate immanenti alla realtà.</p>
<p>Nessuno scandalo, poi, anche perché la voce selvaggia e cinica che ci ha guidati in questa storia ce l&#8217;ha detto fin dall&#8217;inizio che il mondo è un lago d’acqua torbida e melmosa; che la realtà in cui viviamo e che quotidianamente scegliamo di costruire è un banale buco in mezzo alle placide colline austriache, attorno a cui ci siamo adoperati in qualche modo e che però no, contrariamente a quello che si può credere, non è possibile farne altri (di buchi, di laghi, di mondi) qualche metro più in là.</p>
<blockquote><p>L&#8217;acqua è così presuntuosa, non ci si può far proprio niente. È dunque meglio lasciarla in preda al suo squilibrio, no? Se il lago è andato, possiamo sempre costruircene un altro lì vicino, esatto, proprio lì accanto, no meglio laggiù. Che ne pensate? Molti saranno contrari. A monte, se si continua, c&#8217;è lo sbarramento della centrale elettrica locale, lì proprio non è possibile. È un posto dove l&#8217;acqua deve lavorare e non ha tempo per giocare e fare sport. E non ci rimettiamo certo a fare un altro buco nel mondo con la dinamite tanto per divertirci, o mi sbaglio? (<em>Voracità, </em>p. 80)</p></blockquote>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1"><sup>[1]</sup></a> Elfriede Jelinek, <em>Gli esclusi, </em>Milano, La nave di Teseo, 2018.</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2"><sup>[2]</sup></a> A proposito di questo aspetto, <a href="https://www.doppiozero.com/materiali/focus-jelinek/parole-jelinek-teatro">qui</a> si parla giustamente di <em>polifonia discorde</em>.</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3"><sup>[3]</sup></a> Elfriede Jelinek, <em>Voracità</em>, Milano, Frassinelli, 2005.</p>
<p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4"><sup>[4]</sup></a> In <em>Ein Gespräch mit Elfriede Jelinek</em>, intervista realizzata per la Società Italiana delle Letterate (SIL), Monaco, 2005. Il brano è citato <a href="https://www.doppiozero.com/materiali/focus-jelinek/parole-jelinek-teatro">qui</a>.</p>
<p><a href="#_ftnref5" name="_ftn5"><sup>[5]</sup></a> In mamas pfirsiche, frauen und literatur 9/10, 1978, p. 174 (il brano è citato <a href="https://www.doppiozero.com/materiali/focus-jelinek/parole-jelinek-potere">qui</a>).</p>
<p><a href="#_ftnref6" name="_ftn6"><sup>[6]</sup></a> Elfriede Jelinek, <em>La voglia</em>, Milano, Frassinelli, 2004.</p>
<p><a href="#_ftnref7" name="_ftn7"><sup>[7]</sup></a> <em>Ead., Le amanti</em>, Milano, Frassinelli, 2004.</p>
<p><a href="#_ftnref8" name="_ftn8"><sup>[8]</sup></a> <a href="https://www.doppiozero.com/materiali/focus-jelinek/parole-jelinek-miti-doggi">Qui</a>.</p>
<p><a href="#_ftnref9" name="_ftn9"><sup>[9]</sup></a> I lettori italiani scoprono solo ora da dove venga quella scena del film di Haneke, <em>La pianista </em>(tratto dall’omonimo romanzo della Jelinek), in cui Erika Kohut compie esattamente gli stessi gesti e gli stessi errori della giovane Anna. Solo che, ad aspettare fuori dal bagno la prima c’è la madre, che si accorge subito che qualcosa nella figlia è sfuggita al suo controllo; mentre ad accogliere la ragazza, meno maldestra di Erika, c’è la sbiadita figura di Sophie.</p>
<p><a href="#_ftnref10" name="_ftn10"><sup>[10]</sup></a> Come si legge nella poesia <em>Cut</em>:“<em>I have taken a pill to kill / The thin / Papery feeling</em>” (cit. in Sylvia Plath, <em>Poesie</em>, Milano, Mondadori, 2002, pp. 688-691).</p>
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		<title>La chimica della bellezza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 14 Apr 2018 05:00:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[chimica]]></category>
		<category><![CDATA[commedia]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[Piersandro Pallavicini]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
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					<description><![CDATA[ di Gianni Biondillo Piersandro Pallavicini, La chimica della bellezza, Feltrinelli, 270 pagine Massimo Galbiati, professore di chimica di mezza età che ha conosciuto la passione per la ricerca scientifica pura e, al contempo, la frustrazione di un sistema universitario gretto e incapace di mettere in luce il suo talento, non ha alcuna voglia di accompagnare [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="size-full wp-image-73285 alignnone" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/pallavicini.jpg" alt="" width="322" height="505" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/pallavicini.jpg 322w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/pallavicini-191x300.jpg 191w" sizes="(max-width: 322px) 100vw, 322px" /> di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p align="LEFT"><b>Piersandro Pallavicini, </b><i><b>La chimica della bellezza</b></i><b>, Feltrinelli, 270 pagine</b></p>
<p align="JUSTIFY">Massimo Galbiati, professore di chimica di mezza età che ha conosciuto la passione per la ricerca scientifica pura e, al contempo, la frustrazione di un sistema universitario gretto e incapace di mettere in luce il suo talento, non ha alcuna voglia di accompagnare il professor de Raitner ad un convegno a porte chiuse a Locarno. Ma l&#8217;arcigno barone non ammette repliche. Galbiati gli deve fare da chauffeur, dato che il professore non è nelle condizioni di guidare la sua bellissima jaguar, avendo ormai centoquattro anni. E un cane bassotto che non sopporta i rumori molesti. E una moglie che sembra una mummia egizia.</p>
<p align="JUSTIFY">Basterebbero queste premesse per comprendere la tonalità dell&#8217;intero romanzo di Piersandro Pallavicini. Da qualche anno Pallavicini ha liberato nei suoi ultimi romanzi la sua scatenata vena brillante. Ne <i>La chimica della bellezza</i> si sorride. No, di più. Spesso si ride fino alle lacrime. Le situazioni paradossali dove il protagonista si ritroverà nel corso della trama sono meccanismi così ben oliati da fare dell&#8217;autore un maestro della commedia. Ma senza mai cadere in viete volgarità. Ché è di scienza che si parla. Di chimica. La materia che non abbiamo mai compreso a scuola.</p>
<p align="JUSTIFY">Pallavicini, che è chimico nella vita, ne conosce l&#8217;intima bellezza. E riesce a trasmettere nelle sue pagine, grazie a una scrittura lieve e garbata, il suo amore per la disciplina. Non mancano colpi di scena, agnizioni, intrighi. Ma la vera scommessa dell&#8217;autore è aver distribuito per tutto il romanzo puntuali digressioni e didascalie sul mondo sconosciuto della sua disciplina riuscendo al contempo a non essere mai didascalico. L&#8217;Io narrante, che così tanto gli somiglia, trasmette un entusiasmo vero per la sua materia. Al punto che si chiude il libro, e asciugate le lacrime, viene voglia di aprire il vecchio, impolverato, manuale di chimica.</p>
<p align="JUSTIFY">(<em>precedentemente pubblicato su</em> Cooperazione,<em> numero 44 del 31 ottobre 2016</em>)</p>
<p align="JUSTIFY">
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		<title>Sudeste</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2018/04/10/sudeste/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Apr 2018 05:00:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[argentina]]></category>
		<category><![CDATA[desaperecidos]]></category>
		<category><![CDATA[Exorma]]></category>
		<category><![CDATA[haroldo conti]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura latinoamericana]]></category>
		<category><![CDATA[marino magliani]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[Riccardo Ferrazzi]]></category>
		<category><![CDATA[Sudeste]]></category>
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					<description><![CDATA[di Haroldo Conti Il vecchio morì proprio all’inizio dell’estate. Come se avesse continuato a ritardare il momento, per aspettare quel periodo e non un altro. E così successero tante cose, in qualche modo notevoli e definitive, anche se passarono inosservate. Il Colorado Chico venne a cercarli con la lancia e tutti pensarono che il momento [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Haroldo Conti</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/Cop_Sudeste.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-73299" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/Cop_Sudeste-195x300.jpg" alt="" width="195" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/Cop_Sudeste-195x300.jpg 195w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/Cop_Sudeste.jpg 415w" sizes="(max-width: 195px) 100vw, 195px" /></a>Il vecchio morì proprio all’inizio dell’estate. Come se avesse continuato a ritardare il momento, per aspettare quel periodo e non un altro. E così successero tante cose, in qualche modo notevoli e definitive, anche se passarono inosservate.<br />
Il Colorado Chico venne a cercarli con la lancia e tutti pensarono che il momento era arrivato.<br />
– Andiamo! –⁠ disse soltanto. E partirono.<br />
Avevano messo il vecchio in una stanzetta, da solo.<br />
– Come un personaggio importante –⁠ disse il Bastos.<br />
Erano due giorni che non riconosceva più nessuno. Tutto in lui si era consumato gradualmente, lentamente, e solo brillavano i suoi occhi, ancor più profondi.<br />
Rimasero a osservarlo per un paio d’ore, muti e rammaricati, senza saper che fare nessuno dei quattro.<br />
Entrarono due suore e cominciarono a dire il rosario. Ne furono anche più impensieriti. Cosa stavano facendo? Quando capirono che era arrivato il momento, la vecchia si avvicinò al letto e carezzò i capelli del vecchio. E in quel gesto c’era una sollecitudine e una tenerezza indicibile.<br />
Allora il vecchio si rizzò nel letto e guardò tutti con una strana lucidità. Aveva un’aria serena, vittoriosa e tremendamente dignitosa. Afferrò una mano della moglie e disse:<br />
– Vecchia mia!<br />
Fu tutto quel che disse.</p>
<p>I becchini escono dalla fossa e si asciugano il sudore con le maniche della camicia. Ansimano. Loro e il gruppetto si guardano sospettosi. Il Boga osserva i loro stivaletti sudici, screpolati e affondati nella terra umida che hanno spalato. Impugnano la pala con una certa impazienza.<br />
Il cimitero è silenzioso e deserto, come le isole sul fiume aperto. Le croci bianche, le lapidi bianche, dormono al sole.<br />
– Forza! –⁠ dice uno dei becchini, e sollevano la cassa, la depongono sul fondo, trattenendola con le funi.<br />
Si fermano e aspettano. Nessuno si muove.<br />
Allora l’uomo dice:<br />
– Gettate la prima terra.<br />
La vecchia ne raccoglie un pugno e lo getta sulla cassa. Loro ne spingono altrettanta con i piedi. Le zolle di terra cadono sul coperchio producendo un suono sordo, simile a quello della pioggia. Adesso i due becchini cominciano a spalare con regolarità. Quando hanno finito non resta altro che un piccolo monticello di terra smossa. Nessuno riesce a capire come hanno potuto far così in fretta.<br />
I becchini se ne vanno, e loro restano indecisi. La vecchia è lì, senza una lacrima, e tiene in mano il mazzo di fiori. La osservano di sottecchi, aspettando che faccia un gesto. Alla fine, il Colorado dice:<br />
– Nonna, meglio che andiamo…<br />
Lei solleva gli occhi verso il Colorado, con quella antica mansuetudine che si rassegna a tutto. Si china a depositare il mazzo sul monticello di terra smossa.<br />
Escono. Ormai vicino alla porta il Bastos dice:<br />
– Be’, se n’è andato come ha voluto… Quando si metteva in testa una cosa non si fermava fino a quando non la otteneva.</p>
<p>Il fiume cambia. A volte è amaro, ma altre volte sembra fatto a misura d’uomo.<br />
L’inizio dell’estate venne a coincidere con la gran secca di dicembre, che durò cinque giorni. Si videro calare le acque e il fiume svuotarsi interminabilmente. Di notte il livello risaliva un po’, ma nel giro di poche ore le acque tornavano a scorrere verso il fiume aperto, sempre più spesse, perché si portavano via il fango del fondo.<br />
Il Boga e il cane baio erano coperti di sporcizia dalla testa ai piedi. Il cane sembrava contento. Negli altri cresceva una sorda e costante irritazione. Di notte il Boga dormiva sulla veranda con il cane disteso di traverso ai suoi piedi, sentendo il fango che gli si seccava sul corpo e gli tirava la pelle. Gli infiniti fossi e rii che si scaricavano nel canale producevano un mormorio soporifero, sempre più intenso nella notte, fino a penetrare nelle vene. Il rumore secco dei pesci gatto che cercavano di uscire nel fiume aperto spaventava il cane baio. Allora il Boga prendeva la lampada e scendeva giù verso la metà del canale. Si appostava dove trovava un fondale basso e li ammazzava a bastonate. La pinna dorsale del pesce spuntava fuori dall’acqua e lui, per colpire, scaricava il colpo un po’ più avanti. Andò avanti così una notte dopo l’altra.<br />
La mattina del sesto giorno tutta la zona era inondata. Alle ore piccole si alzò il vento di sudest e l’acqua cominciò a espandersi con una velocità incredibile.<br />
La prima cosa che fece il Boga fu di gettarsi in acqua e levarsi di dosso la sporcizia. Poi lui e il cane uscirono ben oltre la foce, fino in mezzo al banco. L’acqua era altissima e loro sembravano sperduti in un mare infinito. Però, con l’acqua alta e il cielo rannuvolato, i rumori risuonavano più vicini.<br />
Gli parve di sentire delle voci dalla parte del fiume, finché scorse, ben oltre il banco, la figura indistinta di un battello che avanzava con tutte le vele spiegate. Lì c’era poco fondale, ma lo yacht ci si era avventurato sfruttando la piena. In effetti era la prima volta che vedeva una simile imbarcazione da quelle parti, sicché l’acqua doveva essere davvero molto alta. Sembrava un grande uccello intento a eseguire dolci e maestose virate. Dalla struttura, gli parve di riconoscere il Pintarrojo, un ketch con le vele alla vecchia maniera.<br />
Ne fu quasi abbagliato. Rimase in piedi in mezzo alla barca contemplandolo a lungo in silenzio. Il vento di sudest continuava a soffiare, ma più leggero, e portava con sé un odore come quello del mare. Il cielo cominciò ad aprirsi sopra l’orizzonte, verso est, e la luce penetrò di lì. Il Pintarrojo virò lentamente e mise la prua in quella direzione. Lo vide allontanarsi e sparire in una lama di luce.</p>
<p>Poteva considerarlo davvero come un segno.<br />
Il giorno stesso andò fino alla capanna del Bastos e quando tornò mise tutte le sue cose in una sacca di tela incatramata. Il cane baio si mise a mugolare e a inseguirlo dappertutto, e lo guardava con aria agitata. Alla fine, il Boga si affacciò alla cucina e disse:<br />
– Nonna, sei lì?<br />
– Ti ascolto –⁠ disse la voce, dal buio.<br />
Gli ci volle un po’ per decidersi.<br />
– Nonna, me ne vado –⁠ disse alla fine, facendo uno sforzo.<br />
– Lo vedo.<br />
Capì che la vecchia si era alzata e veniva da lui. Quando gli fu davanti, lo guardò negli occhi.<br />
– Come vuoi, ragazzo mio –⁠ disse con la sua voce piena di calma, che non si turbava mai.<br />
Lui rimase in silenzio, senza saper che fare.<br />
– Non preoccuparti per me, se è per questo.<br />
Anche lui la guardò.<br />
Lei li conosceva bene questi uomini.<br />
– Ho parlato col Bastos… verrà qui lui… mi sembra la cosa migliore…<br />
– Come vuoi, ma non preoccuparti per me.<br />
– Sì, sì…<br />
– Mi pare che il vecchio ti doveva dei soldi…<br />
– Non voglio niente.<br />
– Non è giusto.<br />
– No, no. Non voglio.<br />
– Vabbè, allora prendi il fucile del vecchio.<br />
– No. Servirà a te… prendo la barca del Bastos, e il tramaglio, quello piccolo, e qualche palamito.<br />
– È poca roba.<br />
– A me sta bene così.<br />
– Quella barca non è nostra, ed è marcia.<br />
– Mi sta bene così.<br />
– Che tipo che sei!<br />
Il Boga si grattò la zucca.<br />
– Quel coltello del vecchio… ti serve quel coltello?<br />
La vecchia ebbe un debole sorriso.<br />
– Che me ne faccio di un coltello?<br />
Lui sorrise a sua volta e tornò a grattarsi la zucca.</p>
<p>La barca del Bastos, come ogni cosa, ha la sua storia. Adesso in pochi pagherebbero qualcosa per averla, ma a suo tempo era stata un’ottima barca e perfino qualcosa di più di una semplice barca. Anche oggi un occhio esperto si rende conto di quanto sia ben fatta. Il Bastos l’aveva comprata dal vecchio Messali quando era già vecchia. Il vecchio Messali, a sua volta, l’aveva comprata dal vecchio Sotelo. Fu quando avevano cambiato alcune assi della chiglia. Quanto al vecchio Sotelo, pare che avesse ricevuto la barca dalle mani del turco Zarur in cambio di una vacca che, pure lei, aveva la sua storia. Ma questi sono fatti troppo lontani e in verità, a partire dal vecchio Sotelo, esistono versioni discordanti. Tante volte si confondono le barche e si confondono le storie. Uno crede di parlare di una barca sola e in realtà sta parlando di due o tre. Per di più, la stessa barca dà luogo a diverse storie. A un certo punto la barca ha subìto tante di quelle modifiche che uno la prende per nuova. Capita che una barca, dopo un certo tempo, non sia più la stessa, salvo per la forma o per quello spirito che vive in lei, perché attraverso gli anni non c’è tavola, non c’è chiodo, non c’è niente che non sia stato sostituito. E non è affatto strano che una barca di una certa lunghezza finisca per diventare un’eccellente lancia. Era questa l’idea del vecchio Messali quando fu sul punto di montarci un motorino Lauson da 2 Hp. Li avevano messi in commercio nel ’38, molto a buon mercato, compreso asse, elica e premistoppa. Ma il destino decise altrimenti.</p>
<p><em>NdR: il testo è un estratto di <a href="http://www.exormaedizioni.com/catalogo/sudeste/">Sudeste</a>, romanzo di Haroldo Conti, nella traduzione di Marino Magliani e Riccardo Ferrazzi, pubblicato recentemente da Exorma, che ringraziamo; Ferrazzi ne parla <a href="https://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2018/03/20/sudeste/">qui</a><br />
</em></p>
<div id="single-autore-description">
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/Haroldo_Conti_Sito-220x348.jpg"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-73300" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/Haroldo_Conti_Sito-220x348-190x300.jpg" alt="" width="190" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/Haroldo_Conti_Sito-220x348-190x300.jpg 190w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/Haroldo_Conti_Sito-220x348.jpg 220w" sizes="(max-width: 190px) 100vw, 190px" /></a></p>
<p>Haroldo Conti (1925-1976) è stato uno scrittore e giornalista argentino.<br />
Nel 1962 vince il premio Fabril per il suo primo romanzo <em>Sudeste</em> con cui diventa una delle figure di riferimento della cosiddetta «Generación de Contorno» (nello stesso anno pubblicano autori come Sábato, Mujica Lainez, Cortázar, Marta Lynch). Pubblica inoltre i romanzi <em>Alrededor de la jaula </em>(Premio Universidad de Veracruz, Messico) – poi trasposto per il cinema da Sergio Renán con il titolo <em>Crecer de golpe</em> – e <em>En vida</em> (Premio Barral, Spagna, della cui giuria facevano parte Mario Vargas Llosa e Gabriel García Márquez).<br />
Nel 1975 pubblica il romanzo <em>Mascaró, el cazador americano</em>, che vince il Premio Casa de las Américas (Cuba), tradotto in Italia con prefazione di Gabriel García Márquez, Milano, Bompiani, 1983.<br />
Il 5 maggio 1976, a seguito del golpe militare in Argentina, Haroldo Conti viene sequestrato. Il suo nome figura fra quelli dei <em>desaparecidos</em>. Molti anni più tardi il Generale Videla fu costretto ad ammettere il suo omicidio; probabilmente Conti è stato gettato in mare come molti suoi connazionali.</p>
</div>
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		<title>Come un polittico che si apre</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Jan 2018 06:08:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Buffoni]]></category>
		<category><![CDATA[libro-intervista]]></category>
		<category><![CDATA[marco corsi]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[prose]]></category>
		<category><![CDATA[settant'anni]]></category>
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					<description><![CDATA[Esce domani in libreria per l&#8217;editore Marcos y Marcos il nuovo lavoro di Franco Buffoni,  Come un polittico che si apre, libro intervista con Marco Corsi per i settant&#8217;anni dell&#8217;autore. Ne diamo qui volentieri un&#8217;anticipazione. Buona lettura a tutti.  di Franco Buffoni ULTIMI IRRIDUCIBILI IMPEGNI: SUL VIVERE IN SOCIETÀ  Siamo tornati al clima di partenza, perché [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Esce domani in libreria per l&#8217;editore Marcos y Marcos il nuovo lavoro di Franco Buffoni,  </em>Come un polittico che si apre<em>, libro intervista con Marco Corsi per i settant&#8217;anni dell&#8217;autore. Ne diamo qui volentieri un&#8217;anticipazione. Buona lettura a tutti. </em></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-72260 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/01/Come-un-polittico-COVER.jpg" alt="" width="620" height="466" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/01/Come-un-polittico-COVER.jpg 800w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/01/Come-un-polittico-COVER-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/01/Come-un-polittico-COVER-768x577.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 620px) 100vw, 620px" /></p>
<p style="text-align: left;" align="center"><strong>di Franco Buffoni</strong></p>
<p class="ox-74848d8a43-MsoNormal" align="center"><span class="">ULTIMI IRRIDUCIBILI IMPEGNI:</span></p>
<p class="ox-74848d8a43-MsoNormal" align="center"><span class="">SUL VIVERE IN SOCIET</span><span class="">À</span><span class=""> </span></p>
<p class="ox-74848d8a43-MsoNormal"><i class=""><span class="">Siamo tornati al clima di partenza, perché queste conversazioni si sono protratte nell’arco di un anno. Oggi il tempo è benigno, promette una discreta primavera, e vorrei parlare della tua attività di pensiero e di impegno nei confronti della società… prenderei le mosse da un titolo che sbirciando in metropolitana in questi giorni mi ha particolarmente colpito, su uno di quei giornali gratuiti che vengono diffusi ad ogni angolo: “Anche i gay possono adottare”. Ecco, vorrei riflettere con te sull’utilizzo di un termine ancora inquadrato come categoria estetica, invece che come realtà di un individuo, come suo modo di essere all’interno della società; un appellativo ancora lontano da un riconoscimento dei diritti naturali della persona. A partire dall’aggettivo “naturale”, vorrei chiederti della differenza tra “diritto naturale”, per certi versi sempre tirato per la coda dai conservatori, a dispetto di quel “diritto positivo” che si è affermato con l’illuminismo ma che ancora non si è imposto completamente. C’è questa frizione evidente, anche con le direttive ONU e le direttive europee. Che cosa vuol dire, per te, trovarsi ancora in Italia nell’evidenza di una situazione sociopolitica che si rispecchia in un titolo come “Anche i gay possono adottare”?</span></i></p>
<p class="ox-74848d8a43-MsoNormal"><span class="">Quel titolo è certamente uno specchio dello stato anche della lingua italiana. Il fatto di dover ricorrere a un ex aggettivo della lingua inglese è sintomatico. Gli inglesi però metterebbero la s del plurale. Altrimenti parlano di gay community, che comprende tutte le categorie che noi tentiamo di rappresentare con la sigla Lgbt, a cui continuiamo ad aggiungere lettere. Adesso è Lgbtqi per comprendere anche Queer e Intersex. Peraltro, quando la sigla era solo di quattro lettere, personalmente preferivo Glbt per una questione metrica. Glbt è quadrisillabico, mentre Lgbt è un pentasillabico. Questa cosa la dissi in pubblico a un convegno di militanti e vidi attorno a me solo occhi sgranati: capii che non era il caso di insistere. Dobbiamo ricorrere ai termini inglesi perché non abbiamo le parole adatte, se non nella volgarità dei dialetti. (Omosessuale perlatro è un termine medico ottocentesco). E non abbiamo le parole perché non avevamo il reato, i nostri codici non contemplavano il crimine. Invece il mondo di lingua inglese aveva il reato e lo definiva, poi l’ha abolito, ma sono rimasti i termini per definire lo status. Noi non avevamo il reato, persino il codice Rocco non menziona l’omosessualità: si mandavano al confino gli omosessuali come disadattati o asociali. Tornando al tuo titolo, è evidente che l’espressione ad effetto “Anche i gay” strizza l’occhio a quella parte di pubblico che ritiene gli omosessuali altra cosa da sé. Così denunciando una non-accettazione intrinseca. In effetti oggi un giudice in Italia può solo valutare caso per caso. Quella invocata dal titolo sarebbe stata la <i class="">stepchild adoption</i>, che M5s non volle far passare, sulla pelle di sei milioni di italiani e delle loro famiglie, per mettere in difficoltà il Pd.</span></p>
<p class="ox-74848d8a43-MsoNormal"><i class=""><span class="">Già, il canguro…</span></i></p>
<p class="ox-74848d8a43-MsoNormal"><span class="">Non riesco ad esclamare: Right or wrong my country! Che poi un giudice illuminato a Trento emetta una sentenza a favore, vuol dire soltanto che la società civile è più matura del legislatore, che il potere giudiziario è più avanzato rispetto al legislativo. Quanto alla riflessione generale che la tua domanda presuppone, ebbene, mi illusi negli anni settanta e primi ottanta che le cose si stessero finalmente muovendo: divorzio, aborto, cambiamento di sesso, legge Basaglia…</span></p>
<p class="ox-74848d8a43-MsoNormal"><i class=""><span class="">Poi che cosa accadde?</span></i></p>
<p class="ox-74848d8a43-MsoNormal"><span class="">Accadde che la revisione craxiana del concordato nel 1984 portò al subdolo imbroglio dell’ottopermille, che arricchì enormemente la Cei. Abolendo l’assegno statale di congrua ai sacerdoti, sparirono i preti del dissenso: la loro sopravvivenza ormai dipendeva direttamente dalla Cei, che poteva affamarli come e quando voleva. Cl e Opus dei si infiltrarono nei centri di potere e i diritti civili in Italia restarono al palo.</span></p>
<p class="ox-74848d8a43-MsoNormal"><i class=""><span class="">Con la seconda metà degli anni Ottanta l’Aids…</span></i></p>
<p class="ox-74848d8a43-MsoNormal"><span class="">Paralizzò tutto, anche sul piano del costume, ma fece sorgere una solidarietà nuova tra appestati e reietti: un senso di comunità; poi ebbe inizio il ventennio del Menzogna, quello secondo il quale Eluana poteva ancora partorire. La nostra timida ripresa è dovuta all’Europa: grazie ai danesi, agli olandesi, ai belgi e via via a tutti gli altri: noi come sempre fanalino di coda. Il nostro ritardo e la parzialità della legge approvata nel 2016 dimostrano una grave arretratezza, implicita per altro nella prima parte della tua domanda, con la menzione di diritto naturale e diritto positivo…<i class=""></i></span></p>
<p class="ox-74848d8a43-MsoNormal"><i class=""><span class="">Vogliamo parlarne brevemente?</span></i></p>
<p class="ox-74848d8a43-MsoNormal"><span class="">La teoria del diritto naturale, o giusnaturalismo &#8211; alla quale i clerico-fascisti ancora oggi si rifanno &#8211; postula l’esistenza di una serie di princìpi eterni e immutabili, inscritti nella natura umana, cui si darebbe il nome di diritto naturale. Il diritto positivo &#8211; cioè il diritto effettivamente vigente &#8211; non sarebbe altro che la traduzione in norme di quei principi. Per le confessioni religiose ovviamente si tratta dei princìpi dettati dai loro testi sacri. Per gli studiosi laici ottocenteschi i princìpi furono quelli di giustizia e di equità, oppure concezioni quali il “popolo” e lo “stato”. Non essendoci accordo sui princìpi &#8211; a meno che essi non siano imposti da un potere autoritario &#8211; il fondamento stesso della teoria del diritto naturale venne considerato obsoleto già alla fine dell’Ottocento, quando cominciò ad affermarsi il positivismo giuridico o giuspositivismo che, contrapponendosi al giusnaturalismo, asserisce che il diritto è solo ed esclusivamente diritto positivo, e non può esservi spazio per alcun diritto naturale trascendente il diritto positivo. La filosofia del diritto si sposta così dal campo del trascendente a quello dell’immanente, dal dominio della natura a quello della cultura. Sono in tal modo poste le basi per il successivo e fondamentale passaggio che nel secondo Novecento porterà al costruttivismo relativistico giuridico. Quindi il ricorso alle categorie del diritto naturale nel secolo XXI per contrastare unioni omoaffetive e GPA non ha alcun fondamento scientifico. E’ antistorico, patetico.</span></p>
<p class="ox-74848d8a43-MsoNormal"><i class=""><span class="">Per rimanere su un terreno linguistico, quando parlo con persone della tua generazione, a dispetto del confronto che posso avere con i coetanei o con quarantenni che non provengono da territori accademici e di ricerca… ecco, tu prima hai fatto ricorso a un termine come fascista, connotandolo. Quanto si è dimenticato, quanta parte di memoria è andata persa con l’evoluzione dei costumi e dei comportamenti? Insomma, che cosa è accaduto? C’è stata davvero una rivoluzione socio-politica? E il Welfare? Se un tempo il costume condizionava il pensiero politico, quanta memoria bisogna recuperare per uscire da una condizione così disarmata e ondivaga che non riesce a produrre niente di concreto a livello sociale, politico e economico?</span></i></p>
<p class="ox-74848d8a43-MsoNormal"><span class="">Vorrei risponderti sempre sulla base degli studi che ho compiuto. Solitamente chi scrive nel campo della memorialistica omosessuale è qualcuno che ha studiato, che ha potuto riflettere su sé stesso: un intellettuale, scrittore poeta filosofo. Un individuo, portato all’individualismo. Il popolo, nella sua saggezza, ha sempre risolto questi problemi a modo suo. E pure la chiesa cattolica. La soluzione della chiesa era una bella veste nera che tutto ricopriva, dal collo fino ai piedi, e poteva diventare anche rossa o persino bianca… Mentre il popolo si era inventato le categorie dei femminielli, delle checche… trovando un ruolo per queste persone, proprio come lo trovava la chiesa. Perché nelle nostre famiglie contadine, il figlio più sensibile, più intelligente, più delicato di salute, quello meno adatto a produrre figli e arare i campi, andava in seminario. Poi va beh, se ci scappava qualche chierichetto ogni tanto, si chiudeva un occhio. L’attenzione ecclesiastica per i pre-adolescenti c’è sempre stata. Che cosa credi che accada &#8211; da sempre &#8211; nelle scuole coraniche? La differenza è che oggi nel mondo occidentale la si denuncia definendola pedofilia: è il tramonto di un’epoca e di una civiltà culturale.</span></p>
<p class="ox-74848d8a43-MsoNormal"><i class=""><span class="">Dicevi dell’intellettuale…</span></i></p>
<p class="ox-74848d8a43-MsoNormal"><span class="">C’era una élite intellettuale che talvolta lasciava qualche testimonianza. Non tutti, certamente. Gadda per esempio, distrusse ogni traccia delle sue memorie; resta una lettera di Montale del 21 novembre 1946 indirizzata al critico Silvio Guarnieri: “Carissimo Silvio, qui le cose non vanno bene, ora i giornali escono a due pagine perché manca la corrente per le industrie, cartiere comprese; e così anche la collaborazione al «Corriere» (unico mio reddito) sarà molto ridotta. (&#8230;) Landolfi è sempre a Pico ed è meglio per lui che stia là. Il «Mondo» è morto. Carlemilio è a Venezia con alcuni pennerasti (si impaluda sempre più) e degli altri meglio non parlare&#8230; Tuo Eusebio”. Il sommo poeta s’inventa un dispregiativo per gli amici omosessuali dell’omosessuale Gadda, storpiando il nome di Sandro Penna.</span></p>
<p class="ox-74848d8a43-MsoNormal"><i class=""><span class="">Toglie il fiato…</span></i></p>
<p class="ox-74848d8a43-MsoNormal"><span class="">Poi c’era il popolo che aveva le sue soluzioni, mentre i codici ignoravano il problema. Questa secolare tradizione è stata messa in discussione da istanze giunte dal mondo anglosassone e nord-europeo. Sappiamo bene con quanta ostilità da parte della chiesa cattolica e delle destre. Attraverso la musica leggera e il cinema nuovi modelli sono penetrati nel tessuto sociale più semplice e popolare. E il costume è mutato. Ricordo che in una circostanza pubblica, quando uscì <i class="">Zamel</i> nel 2009, avevo fatto un lineare excursus citando i vari pionieri della emancipazione omosessuale, fino all’Associazione americana di psichiatria che il 17 maggio 1990 ottenne la cancellazione dell’omosessualità dall’elenco delle patologie da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità: da qui la festa del 17 maggio ormai celebrata in tutti i paesi civili. Ebbene, alla fine, bonariamente, un ascoltatore intelligente osservò: “Dal suo discorso sembrerebbe che da Stonewall nel 1969 si sia passati al manifesto del Gay Liberation Front e poi al 17 maggio come per una lineare evoluzione. E che le legislazioni nei vari paesi ne abbiano preso atto derubricando il reato di omosessualità tra adulti consenzienti. Fino al riconoscimento delle unioni civili e poi del matrimonio egualitario. Però se pensiamo alla fascia medio-bassa della popolazione, che è la più numerosa, forse più dei documenti da lei citati hanno giocato un ruolo fondamentale le canzoncine di Raffaella Carrà”. Credo che il gentile interlocutore avesse ragione. Forse oggi citerebbe Maria De Filippi che apre al tronista gay… In effetti le canzoncine della Carrà permisero un’espressione di gaiezza totale agli zii operai d’Italia. Come oggi Maria De Filippi entra nelle case degli ex-contadini e dei piccolo borghesi mostrando che domani il figlio timido potrà salire su quel trono e scegliersi un fidanzato. Sui grandi numeri inevitabilmente Elton John e la Carrà sono imbattibili. E noi intellettuali con le nostre rivendicazioni di diritti costituiamo un’astrazione. Ci vogliamo anche noi, certo, ma è evidente che nella società italiana prima è venuta Raffaella Carrà con la sua subliminale operazione, e solo molto più tardi la (parziale) acquisizione legislativa. In pratica si doveva riconoscere qualcosa che nella concezione giuridica italiana non era mai stata sancita come reato. Che semplicemente non esisteva.</span></p>
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		<title>Una zona un po&#8217; onirica nella nostra storia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Dec 2017 06:00:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[Antoine Volodine]]></category>
		<category><![CDATA[Federica Di Lella]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[traduzione]]></category>
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					<description><![CDATA[di Antoine Volodine traduzione di Federica Di Lella Lisbonne, dernière marge è il romanzo di Antoine Volodine che preferisco tra quelli che ho letto. Sono molto contento che, con il titolo Lisbona, ultima frontiera, sia stato pubblicato in Italia nell&#8217;eccellente traduzione di Federica Di Lella. Ringrazio Federica e le Edizioni Clichy per il permesso di riprodurne [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antoine Volodine</strong></p>
<p>traduzione di <strong>Federica Di Lella</strong></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-71505 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/Watchmen.jpg" alt="" width="480" height="360" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/Watchmen.jpg 480w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/Watchmen-300x225.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 480px) 100vw, 480px" /></p>
<p><a href="http://www.leseditionsdeminuit.fr/livre-Lisbonne,_derni%C3%A8re_marge-1889-1-1-0-1.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Lisbonne, dernière marge</a><em> è il romanzo di <a href="https://www.theparisreview.org/blog/2015/07/08/from-nowhere-an-interview-with-antoine-volodine/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Antoine Volodine</a> che preferisco tra quelli che ho letto. Sono molto contento che, con il titolo </em><a href="http://www.edizioniclichy.it/index.php?file=scheda_libro&amp;id_pubblicazione=417" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Lisbona, ultima frontiera</a><em>, sia stato pubblicato in Italia nell&#8217;eccellente traduzione di Federica Di Lella. Ringrazio Federica e le Edizioni Clichy per il permesso di riprodurne qui un brano. a.r.</em></p>
<p><span id="more-71494"></span></p>
<p>E poi, come l’eruzione di una lava trattenuta per mille anni, per centoquattordici anni, per ottocento generazioni o per una sola, il tempo non contava, non era mai stato misurato in quel modo, un pozzo scavato fino alle viscere materne della terra e del passato resta semplicemente un pozzo, una voragine la cui profondità non aumenta anno dopo anno o, se aumenta, lo fa di pochissimo, o comunque in maniera incongrua, è un crepaccio assoluto e nero le cui dimensioni hanno come unità di riferimento solo il caos, e poi grida caotiche, allucinazioni caotiche di tempo e di spazio, squarci caotici in cui pochi mesi orribili valgono secoli, e quindi lei (Ingrid) avvertiva e sentiva tuonare dentro di sé quel fango mugghiante e caldo emerso dagli antri più inesplorati della società, emerso dalle oscure gallerie comunicanti con le cavità inconsce della sua mente, e quindi quella lava tanto faticosamente repressa e oppressa le affiorava di colpo alla coscienza e fino al bordo interno delle labbra, e terribilmente amara e sferzante, cocente e imperiosa, esigeva di colpo di essere eruttata all’esterno e di esprimersi in modo libero e schietto, e poi: E tuo padre, Kurt, ti ricordi di tuo padre? Nemmeno tu, eh, proprio come me, riesci a ricordarlo? Abbiamo vissuto tutti e due schiacciati dalla sua assenza e istupiditi dalla negazione della sua esistenza, come nelle famiglie franchiste spagnole alla fine degli anni Trenta, quando, a quanto dicono, al riparo dallo sguardo sbigottito dei figli, si ritagliavano via dalle foto le facce degli zii e dei padri repubblicani, quando ci si accaniva, fra le preghiere, l’acqua santa e gli scialli neri che sapevano di sacrestia, che sapevano di corpi mal lavati di monache, quando ci si accaniva a inventare per loro, per quei rampolli effeminati, un mondo senza zii e senza padri, in cui continuavano a respirare o ad arrancare solo militari, bottegai e preti, e tutti e due ci siamo ritrovati in un’atmosfera altrettanto ottenebrata dieci anni più tardi, dopo la sconfitta della Germania eterna, e non abbiamo potuto sfuggire alla stessa subdola lobotomia, e allora anche qui da noi la gente ha iniziato a puntare le forbici verso la propria foto, a puntare l’avida lama delle cesoie verso la propria faccia, nelle città devastate si sentiva echeggiare il clicchettio di quelle autocensure e di quelle automutilazioni, la nostra infanzia era cullata dal cicalio delle macchine che cucivano le cicatrici, e sentivamo gli hitleriani sanguigni e consanguinei estirparsi dal codice genetico e dalla memoria e dall’intimo della loro stessa carne, già infiacchita dalla socialdemocrazia e dalla birra, ogni traccia di possibile compromissione con il passato compromettente, e tutt’a un tratto gli zii in uniforme della Wehrmacht negarono di aver mai vissuto un qualsivoglia slancio di entusiasmo per un qualsivoglia Führer, e negarono i geloni che ogni inverno gli spaccavano le dita sul fronte bielorusso o ucraino, e negarono di aver dipinto in caratteri gotici cartelli destinati a indicare la qualifica o la categoria degli uomini e delle donne impiccati a balconi pericolanti o a rami di tiglio, di colpo zii e padri non riuscirono più a ricordare le frasette elementari che li avevano aiutati ad affrontare il freddo e le battaglie, e che li avevano aiutati ad alimentare il loro odio durante gli interminabili anni del Terzo Reich millenario, e tutt’a un tratto non sapevano più se avevano saputo o no dell’esistenza dei campi della morte, di colpo la parola sterminio e l’espressione soluzione finale suonavano come vocaboli sconosciuti e anche decisamente stravaganti e del tutto estranei alle loro orecchie, e negarono di aver attraversato l’Europa con gli stivali tirati a lucido e poi di essere tornati indietro in colonne spaventose, coperte di polvere e di piaghe incancrenite, negarono tutto e di colpo, quando eravamo ancora quasi in fasce, venivamo a sapere che non c’era stato niente di speciale nelle nostre città, che non era accaduto niente di spettacolare nelle nostre capitali ancora ammorbate dalla puzza di bruciato della disfatta e del crollo, no, chi vi ha raccontato queste idiozie? niente di niente, la vita era scandita solo dagli incontri amichevoli fra zii e zie oppure fra vicini, dal caffè macchiato della merenda e dal tranquillo ticchettio dell’orologio, venivamo a sapere che non stavano ricostruendo nulla, che tutto era sempre stato così, cristianodemocratico e atlantista e socialdemocratico, di una calma e di una mollezza e di una noia timorose, languide, infinite, e a parte questo venivamo a sapere che c’era stata una zona un po’ onirica nella nostra storia, di importanza trascurabile del resto, a giudicare dalla tranquillità con cui gli adulti ne smussavano gli spigoli e ne cancellavano le sbavature ineleganti, e constatavamo che in quell’abisso incolore i nostri padri e i nostri zii si erano dissolti, la guerra non era esistita, i vaneggiamenti nazionalsocialisti non avevano preso forma, non erano andati oltre lo statuto insignificante di chiacchiere da caffè di filosofi isterici, non avevano mai fatto irruzione nella realtà e non avevano mai dilagato per le strade tedesche né negli animi tedeschi, il Terzo Reich era stato solo una variante più o meno segreta di una fiaba apocrifa dei fratelli Grimm, e neanche i nostri padri e zii erano mai esistiti, né le loro mogli o le loro future spose, né la nostra infanzia, ancora troppo piena di macerie, ancora troppo vicina ai crateri delle bombe e ai convogli pieni di storpi e ai filmati raccapriccianti su Dachau e Bergen-Belsen, e tu non avevi mai avuto un padre, Kurt, nemmeno tu, anche solo l’idea che fossi in qualche modo legato all’Obergefreiter Wellenkind che aveva perso una mano e un occhio nel centro di Berlino, quell’idea era diventata aberrante, come un brutto pensiero nato da un sogno, che al risveglio cerchiamo di dimenticare o almeno di non comunicare a chi ci sta accanto, e i concetti stessi di padre e madre si svuotavano di senso, ormai si basavano solo su una convenzione linguistica, si erano trasformati in mere costruzioni verbali alle quali era impossibile prestare fede, l’Obergefreiter Wellenkind non aveva nulla di reale, nessuna nascita, nessuna infanzia e nessuna giovinezza, e la sua giovane moglie, che probabilmente sotto sotto aveva esultato all’epoca della notte dei cristalli e che forse non aveva mostrato grande riluttanza a sbraitare ritmicamente Sieg Heil! quando glielo avevano chiesto, la sua giovane moglie allo stesso modo perdeva adesso ogni sostanza materna, si era scarnificata di ogni possibile infanzia e giovinezza, e di quel lungo periodo restava solo il ricordo di qualche conversazione insignificante davanti al caffè macchiato pomeridiano, oltre alla vecchia pendola tirolese scampata al disastro, che con la sua presenza e i suoi cinguettii era la dimostrazione che il disastro non era accaduto, e anche tu, Kurt, ti preparavi a scomparire in quello spazio bianco né accecante né doloroso né definibile in alcun altro modo, in quel nulla assoluto, inconcepibile e inconcepito, per emergerne a tua volta adulto e senza memoria, e, quanto a me, anch’io facevo quasi nello stesso momento, all’inizio degli anni Cinquanta, l’esperienza di quel silenzio, e lo sai, Kurt, ne siamo emersi feroci come lupi, in campi diversi, tu lupo adulto dell’ordine socialdemocratico e io lupa adulta della rivolta contro tutte le porcherie nauseabonde dell’Europa, ma, che lo vogliamo o no, siamo dello stesso sangue, io e te, e io ricordo questa assenza di memoria, e il rumore dei cantieri della ricostruzione che non ricostruivano ciò che era stato distrutto e sconfitto e coperto di vergogna o di sale, perché niente era stato distrutto, perché le camionette e i carri armati degli Alleati erano lì da sempre, e da sempre l’odore di cipolla dei soldati francesi e le esalazioni delle colonne britanniche o americane in marcia impregnavano l’aria, e niente e nessuno era stato coperto di vergogna, e, siccome tutto era chiaro e senza zone d’ombra, mio padre aveva sempre lavorato in un’azienda elettrica, sembrava addirittura un po’ assurdo immaginare che un giorno potesse essere nato, che avesse avuto un’infanzia e poi l’età per andare sotto le armi e per acclamare un eventuale Fürher, no, mio padre aveva lavorato ininterrottamente come radiomontatore, era venuto al mondo davanti a una catena di montaggio, non era mai stato padre, il modesto Gefreiter Vogel non era mai stato sballottato su un carro bestiame diretto al fronte russo, e non era mai stato costretto a tornare indietro a piedi, chilometro dopo chilometro, dalle bombe sovietiche, e non era mai stato ferito all’anca in Polonia, no, il Gefreiter Vogel era sempre andato al lavoro zoppicando, e sua moglie non aveva mai sentito sfilare la Gioventù hitleriana, né era corsa a unirsi al corteo, l’uno e l’altra avevano sostenuto da tempo immemorabile i principi e gli obiettivi dei cristianodemocratici e dei socialdemocratici, confondendone le diverse sfumature all’ora del caffè macchiato, e, stammi bene a sentire, Kurt, mio bel mastino, siamo veramente dello stesso sangue, io e te.<br />
E disse:<br />
«Non ti preoccupare, nel libro tutto sarà indecifrabile e deviato su percorsi indecifrabili, anche la nostra infanzia».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<figure id="attachment_71497" aria-describedby="caption-attachment-71497" style="width: 304px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.edizioniclichy.it/index.php?file=scheda_libro&amp;id_pubblicazione=417" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-71497 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/Lisbona_cover.jpg" alt="" width="304" height="456" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/Lisbona_cover.jpg 304w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/Lisbona_cover-200x300.jpg 200w" sizes="auto, (max-width: 304px) 100vw, 304px" /></a><figcaption id="caption-attachment-71497" class="wp-caption-text">Antoine Volodine, &#8220;Lisbona, ultima frontiera&#8221;</figcaption></figure>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.edizioniclichy.it/index.php?file=scheda_libro&amp;id_pubblicazione=417" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Antoine Volodine, <em>Lisbona, ultima frontiera</em></a>, traduzione di Federica Di Lella, Edizioni Clichy, 2017, p. 256.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>&#8220;Pacific Palisades&#8221;. Un testo al confine</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Oct 2017 04:00:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[teatro]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Baricco]]></category>
		<category><![CDATA[dario voltolini]]></category>
		<category><![CDATA[musica]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
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					<description><![CDATA[di Stiliana Milkova Pacific Palisades, il nuovo libro di Dario Voltolini, è appena uscito da Einaudi. Pacific Palisades racconta una vita attraverso la mappa di una città. Per specificare, il suo è un testo autobiografico che colloca la propria storia sulla pianta topografica di Torino (la città natia dello scrittore) per poi espandere la prospettiva [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft wp-image-70165 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/einaudi_voltolini23628gra.jpg" alt="" width="250" height="369" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/einaudi_voltolini23628gra.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/einaudi_voltolini23628gra-203x300.jpg 203w" sizes="auto, (max-width: 250px) 100vw, 250px" />di <strong>Stiliana Milkova</strong></p>
<p><em>Pacific Palisades</em>, il nuovo libro di Dario Voltolini, è appena uscito da <a href="http://www.einaudi.it/libri/libro/dario-voltolini/pacific-palisades/978880623628" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Einaudi</a>. <em>Pacific Palisades </em>racconta una vita attraverso la mappa di una città. Per specificare, il suo è un testo autobiografico che colloca la propria storia sulla pianta topografica di Torino (la città natia dello scrittore) per poi espandere la prospettiva dell’io narrante e dunque anche quella del lettore fino a comprendere territori lontani e definitivamente stranieri e fare un giro dalla California a Tokyo. Quei territori geografici vengono descritti anche come territori limitrofi, posizionati al confine tra realtà cartografica e immaginazione, tra presente e passato – territori che sono innanzitutto dentro di noi, luoghi che generano la nostra identità e per questo anche plasmano le nostre esperienze. In questo modo l’ottica testuale si muove vertiginosamente dal dettaglio personale alla panoramica globale, si sposta da paesaggi urbani a paesaggi psichici. <span id="more-70159"></span>Il tema dominante di <em>Pacific Palisades </em>è il legame inestricabile tra geografia e genealogia, tra memorie (esperienze vissute o perfino inventate, desiderate) e luoghi (reali e immaginari, visibili e invisibili). L’incipit del libro, “Tiglio”, collega esplicitamente genealogia e geografia, nonché il generare del testo e la topografia torinese:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il 2 giugno del 2015, Festa della Repubblica Italiana e giorno in cui,</p>
<p>nel 1932, nacque mio padre,</p>
<p>piazza Pitagora, a Torino, dopo il tramonto,</p>
<p>era satura del profumo dei tigli.</p>
<p>C’era una luna bella grassa in cielo,</p>
<p>ma gli angoli della piazza, il bar, i muri dei palazzi</p>
<p>erano bui.</p>
<p>Anche ore dopo, in un altro punto della città, corso Brescia</p>
<p>era gonfio del profumo che il tiglio rilascia nell’aria calda,</p>
<p>e così era in tutta la città in ogni ora senza vento</p>
<p>nei suoi viali inondati di fogliame</p>
<p>quando attraversi attento sebbene le strade siano deserte.</p>
<p>Anno dopo anno, la fioritura di questi alberi sembra far ricordare</p>
<p>scene passate,</p>
<p>ma è difficile fissarle e renderle certe, sono alla fine suggestioni</p>
<p>legate ai luoghi, ai viali, alla primavera in cui finiscono</p>
<p>le dannate scuole.</p>
<p>Puttane cinesi lavorano nel retro.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Pacific Palisades </em>cerca di fissare la dinamica di quelle “scene passate”, delle “suggestioni / legate ai luoghi” e di darle forma concreta, di verbalizzare (materializzare) il legame tra luoghi e soggettività. Il racconto di quel legame assume tratti sia autobiografici che cartografici: Voltolini rintraccia la propria storia familiare sulla mappa di Torino (quartieri, ponti, locali) seguendo i passi di genitori e parenti, vivi o morti, riflettendo sulle loro vite e ricostruendo le loro morti in una serie di incontri. Alcuni di quei incontri avvengono in posti precisamente geografici, “in un ristorante di pesce / sul 45° parallelo Nord / del nostro pianeta” ed altri in luoghi universalmente riconoscibili – fabbriche industriali, crocevia urbani, paesini al mare, bar. Una delle protagoniste raccontate da Voltolini, “la donna che va nei bar”, una zia dello scrittore, vaga per una città che può essere Torino o qualsiasi altra metropoli. Il lettore si trova a seguirla per strade e viali, incantato dal suo percorso, incuriosito dal suo spostarsi da bar in bar, dalla sua andatura scandita dai colori dei semafori, dai marciapiedi, dalle facciate dei palazzi, dalla luce che si trasforma man mano che la donna cammina. Spazio urbano e corpo umano si intrecciano nel produrre del testo ma anche nella ricostruzione del passato. All’interno del racconto della donna che va nei bar c’è anche la storia della zia stessa, la sorella del padre di Voltolini, e della tragica morte originaria dei vagabondaggi di lei. Il suo percorso per la città apre la strada a uno sguardo dentro un suo paesaggio interno, psichico.</p>
<p>In effetti il libro di Voltolini crea una sorta di album di famiglia che d’altronde diventa anche una mappa di territori dentro di noi, di luoghi e paesaggi ineffabili, invisibili, ciò che Voltolini definisce “il territorio dove continuamente si nasce”, “non tanto un confine quanto un parapetto, una ringhiera fragile”. E appunto questo concetto di un parapetto dentro di noi, una palizzata che esiste a prescindere, è al centro del libro. Anche il titolo deriva esattamente da lì. “Pacific Palisades” è il nome di un quartiere sudcaliforniano, vicino a Santa Monica, e in questo senso si riferisce a una realtà cartografica, a un topos concreto che viene menzionato nel testo come tale. Nonostante ciò l’io narrante porta l’idea pressoché ossimorica di “pacifiche palizzate” oltre il significato letterale ed esplora le implicazioni e manifestazioni dei nostri meccanismi difensivi costruiti per proteggerci dal dolore, dall’invecchiare, dalla morte. E nel raccontare appunto pareti e parapetti – le scene traumatiche del passato – Voltolini li trasforma in esperienze affettive, generative.</p>
<p><em>Pacific Palisades </em>è un testo ibrido che scivola tra generi e forme letterari, essendo simultaneamente una narrazione in versi (o una poesia in prosa?), una narrativa di viaggio sentimentale, un’autobiografia, e un saggio filosofico. La concretezza del linguaggio evocativo, la rima che pervade il testo ma a tratti, senza uno schema regolare, la persistenza di assonanze e consonanze, le immagini ricorrenti, assegnano al testo un passo scorrevole. E infatti l’andatura del testo viene animata da un ritmo innato che produce un effetto quasi da camminante. Il lettore cammina assieme all’io narrante, attraversa i territori della sua memoria, passa accanto alle sue pacifiche palizzate e girovaga per gli spazi urbani dell’immaginario voltoliniano.</p>
<p style="text-align: center;">*</p>
<p><small><i>Pacific Palisades</i> va in scena al MACRO Testaccio &#8211; La pelanda di Roma, diretto e interpretato da Alessandro Baricco e con musiche di Nicola Tescari, dal 12 al 22 ottobre. Maggiori informazioni a <strong><a href="https://romaeuropa.net/festival-2017/pacific-palisades/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">questo link</a></strong>.</small></p>
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		<title>Su &#8220;Un&#8217;educazione milanese&#8221; di Alberto Rollo</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2017/05/22/uneducazione-milanese-alberto-rollo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 May 2017 04:00:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Alberto Rollo]]></category>
		<category><![CDATA[lecce]]></category>
		<category><![CDATA[Marosia Castaldi]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Marosia Castaldi “Ciò che perpetuamente scorre, costringe a una moralità” (Robert Walser). Con questo ex ergo si apre il libro di Alberto Rollo sulla “sua” e “su” Milano Perché, come dice l’autore, non esiste una ma mille Milano. Non una ma mille morti sperimentiamo ogni giorno ogni notte della vita, come diceva Shakespeare E [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft wp-image-68024 size-medium" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/05/cop-rollo-212x300.jpg" width="212" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/05/cop-rollo-212x300.jpg 212w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/05/cop-rollo-768x1086.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/05/cop-rollo-724x1024.jpg 724w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/05/cop-rollo.jpg 856w" sizes="auto, (max-width: 212px) 100vw, 212px" />di <strong>Marosia Castaldi</strong></p>
<p>“Ciò che perpetuamente scorre, costringe a una moralità” (Robert Walser). Con questo ex ergo si apre il libro di Alberto Rollo sulla “sua” e “su” Milano</p>
<p>Perché, come dice l’autore, non esiste una ma mille Milano. Non una ma mille morti sperimentiamo ogni giorno ogni notte della vita, come diceva Shakespeare</p>
<p>E il nostro teatro è il paesaggio in cui viviamo che porta nelle sue viscere la nostra morte, le nostre morti, la nostra vita, le nostre vite<br />
<span id="more-68017"></span></p>
<p>Siamo costretti a darci una regola, una norma, un fine, una visione unitaria una ragione morale dal devastante flusso, dall’eterno relativo estenuante movimento di tutte le cose di tutti i paesaggi. Di campagne fiumi mari montagne paesi città. Dal devastante flusso del reale Kant diceva che l’unità è solo un’idea della ragione e morale. Che non esistono, in natura, né norma né ragione, né moralità. Su quest’onda kantiana si pare il romanzo di formazione, l’educazione sentimentale di un cittadino milanese che fin da bambino attirato e atterrito dal chiasso dalla folla dal via vai spleenetico sotto un cielo grigio si chiedeva se Milano lo avrebbe voluto Milano lo ha voluto</p>
<p>Un bambino che si muoveva tra due costellazioni dell’anima: Lecce e Milano. Il nord e il sud Italia Il nord e il sud del mondo Il nord e il sud di quello che in noi comunemente chiamiamo anima</p>
<p>Si srotolano nelle pagine le tappe i momenti di essere di un’educazione milanese operaia “Mio nonno materno ha lavorato tutta la vita come operaio – attrezzista alla Stigler, la fabbrica svizzera di ascensori di via Copernico, mia nonna alla Manifattura tabacchi di via Moscova&#8230; Mio padre cominciò a lavorare a dodici anni come apprendista metalmeccanico in un’officina di via Savona&#8230; Da noi si faceva il bagno in una tinozza di legno la domenica mattina o il sabato sera”</p>
<p>Attraversando i ponti di Milano e della periferia operaia e industriale, l’autore lancia un ponte verso la sua giovinezza “Ma giovani si po’ anche sparire per sempre, e allora chi resta deve vivere due volte”</p>
<p>Non una Non due Ma una nessuna e centomila vite Per tante e quante vite fino a cento passi dalla fine</p>
<p>*</p>
<p>Alberto Rollo, <a href="http://www.mannieditori.it/libro/uneducazione-milanese" target="_blank"><em>Un’educazione milanese</em></a>, Lecce, Manni, 2017</p>
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		<title>Questo mondo</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2017/05/19/questo-mondo/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 May 2017 04:00:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[maria gaia belli]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[Ruth Tustin Thompson]]></category>
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					<description><![CDATA[di Maria Gaia Belli Questo mondo è molto semplice. È fatto così: a sud c’è il mare, e tutto quello che sta intorno al mare. Di fianco, vicino, appoggiato al mare: paesini pieni di piste ciclabili, vuote d’inverno; panifici che profumano di sale; piedi in infradito, facilmente sporchi; pelle scura, spesso secca, bambini che si [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft wp-image-68074 size-medium" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/05/smoke_in_the_mountains_by_kayaksailor-d80hb86-300x199.jpg" alt="smoke_in_the_mountains_by_kayaksailor-d80hb86" width="300" height="199" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/05/smoke_in_the_mountains_by_kayaksailor-d80hb86-300x199.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/05/smoke_in_the_mountains_by_kayaksailor-d80hb86-768x510.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/05/smoke_in_the_mountains_by_kayaksailor-d80hb86-120x80.jpg 120w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/05/smoke_in_the_mountains_by_kayaksailor-d80hb86.jpg 1000w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" />di <strong>Maria Gaia Belli</strong></p>
<p>Questo mondo è molto semplice.<br />
È fatto così:</p>
<p>a sud c’è il mare, e tutto quello che sta intorno al mare. Di fianco, vicino, appoggiato al mare: paesini pieni di piste ciclabili, vuote d’inverno; panifici che profumano di sale; piedi in infradito, facilmente sporchi; pelle scura, spesso secca, bambini che si tirano via le pellicine delle scottature; palloni poco pesanti; molta strada a corsie strette, sempre dritta, che incontra case uguali, con uguali tavolini di plastica da giardino, e qualche rara villetta sola, abitata da gatti.</p>
<p>al centro c’è la Regione. L’unica città è P.</p>
<p><span id="more-68015"></span></p>
<p>P. è così grande che è grande quanto la Regione. È grande perché ci sono molti negozi, molti soldi, molte facce. P. è come un ragno grasso. Al centro di P c’è il corpo tondo e gonfio, pieno di negozi, che contengono negozi, che contengono reparti, che contengono scaffali. E grattacieli pieni di uffici, pieni di sedie. Nel corpo di P. tutti vanno per le strade, come sangue: veloci con le macchine, meno con i mezzi. Spesso, ingorghi davanti alle vetrine. Le zampe di P. non sono otto, ma migliaia. Piene di case. Dentro le case ci sono le stesse persone che prima erano nei negozi, se è sera. Le case sono tante, a volte sono palazzoni grigi, ricoperti di panni stesi, altre sono basse, con vialetto, cane e giardino. I quartieri hanno dei numeri. Così si fa prima.</p>
<p>A est, molto lontano a est, la città di N. è sulla schiena della Regione (come una pulce su un cane).</p>
<p>N. è paese, a dire il vero. Un paese grosso. È vecchia, quindi bella ma povera. Piove molto, e c’è fango. Le donne portano ancora vesti fino alle caviglie, e cesti in mano. Cavalli sbiaditi camminano dove vogliono. Case di legno, ma per fortuna pochi incendi. Piove. Due pali magri, soli, si fanno forza assieme per sollevare un filo della corrente, e uno del telefono. Le strade a N. vanno tutte nello stesso posto, fino al palazzo del governatore. Lì, se guardi in su, vedi i giardini, e a volte passano loro, con i vestiti puliti. Il governatore governa N. perché suo padre o sua madre governava N.</p>
<p>Così vanno le cose.</p>
<p>A nord c’è il Nord.<br />
Il Nord è grande, è freddo, e si chiama Nord: tutto quanto.<br />
A Nord le persone sono davvero strane e davvero ricche.<br />
(ma questo lo dice la gente del sud.)</p>
<p>Tra il Nord, e tutto il resto, c’è la dorsale.</p>
<p>Ci sono case sulla dorsale, questo è sicuro. Gente, ogni tanto, non si sa bene dove. Sotto le montagne, di certo alcuni paesini stanno, come mosche chiuse dentro un pugno.</p>
<p>Quello che c’è di certo sulla dorsale, è: alberi, sassi, neve, orsi, ricci, cervi, cinghiali, draghi con le ali, draghi senza ali, lucertole grosse come persone, o piccole come lucertole, serpenti poco velenosi, scoiattoli, lepri in quantità, poche strade battute e sicuramente molti morti.</p>
<p>La dorsale è lunga quanto è lungo il mondo, sta tra il nord e il sud, e di lì non si muove.</p>
<p>L’Accademia è al centro della dorsale. È nel mezzo dell’unica vera strada che va dal Nord alla Regione.</p>
<p>Le mura esterne dell’Accademia sono alte venticinque metri. Le mura interne sono alte trenta.</p>
<p>Sarebbe impossibile guardare dentro.</p>
<p>*</p>
<p><small>Immagine: Ruth Tustin Thompson, &#8220;<a href="http://kayaksailor.deviantart.com/art/Smoke-in-the-mountains-484537110" target="_blank">Smoke in the Mountains</a>&#8220;.</small></p>
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