<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>&#8216;Ndrangheta &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
	<atom:link href="https://staging.nazioneindiana.com/tag/ndrangheta/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://staging.nazioneindiana.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Thu, 21 Jan 2016 08:22:21 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=6.7.5</generator>
<site xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">211417809</site>	<item>
		<title>Il saltozoppo: uomini e donne tra l&#8217;Aspromonte e la Cina</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2016/01/22/il-saltozoppo-uomini-e-donne-tra-laspromonte-e-la-cina/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2016/01/22/il-saltozoppo-uomini-e-donne-tra-laspromonte-e-la-cina/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Jan 2016 07:29:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA['Ndrangheta]]></category>
		<category><![CDATA[domenico talia]]></category>
		<category><![CDATA[gioacchino criaco]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana comtemporanea]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=59298</guid>

					<description><![CDATA[di Domenico Talia La prima pagina inizia narrando di due uomini, Alfonso e Silvestro, nemici fino alla morte e l’ultima pagina finisce raccontando di altri due Alfonso e Silvestro. Stessi nomi ma uomini diversi dai primi e soprattutto uomini con un diverso destino. I primi Alfonso e Silvestro sono nemici acerrimi, fino al midollo, mentre [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Domenico Talia</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/9788807031649_quarta.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/9788807031649_quarta-192x300.jpg" alt="9788807031649_quarta" width="192" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-59327" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/9788807031649_quarta-192x300.jpg 192w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/9788807031649_quarta-656x1024.jpg 656w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/9788807031649_quarta.jpg 1400w" sizes="(max-width: 192px) 100vw, 192px" /></a><br />
La prima pagina inizia narrando di due uomini, Alfonso e Silvestro, nemici fino alla morte e l’ultima pagina finisce raccontando di altri due Alfonso e Silvestro. Stessi nomi ma uomini diversi dai primi e soprattutto uomini con un diverso destino. I primi Alfonso e Silvestro sono nemici acerrimi, fino al midollo, mentre quelli che terminano il romanzo, sono due fratelli nati dal grembo di tutte le donne delle famiglie Therrime e Dominici. Tra le vicende di queste due coppie di uomini c’è tutta la storia di due popoli, di due famiglie e di due persone che nascono nemici e sembrano destinati a morire tali, fino a che qualcuno «con il miele e con la spada» non riesce a cambiare il corso delle cose, le loro vite e le vite delle generazioni future.<span id="more-59298"></span></p>
<p>Il saltozoppo è un semplice gioco di ragazzini che si sfidano a correre su una sola gamba e lo fanno anche per dimostrare di valere più degli altri. Gioacchino Criaco con <em>Il saltozoppo</em> (Feltrinelli, 2015) costruisce una storia che trova i suoi luoghi in Aspromonte, a Milano e in Cina, seguendo i destini di Julien Dominici e dei gemelli Agnese e Alberto Therrime. Prima bambini e poi adulti, s’incontrano in Calabria e si legano fra loro, mentre le loro famiglie da secoli si accaniscono in una lotta di rancore e sangue. A Milano, Julien e Agnese si amano, e i loro destini, insieme a quello di Alberto, si incrociano con quelli del cinese Tin. Le vite di Agnese, Julien, Alberto e Tin, guidano il romanzo nella narrazione di una faida con radici antichissime tra storia e mito, scavando nei paralleli tra l’amore e la ferocia dell’Aspromonte e i sentimenti non dissimili radicati nella società cinese, non meno dura e violenta. Nel romanzo, la lontana Cina si lega alla Calabria per il tramite di Milano. Gli affari sporchi uniscono tradizioni lontane e disvalori comuni. La provincia del Fujian e quella di Reggio Calabria sono accomunate dai traffici di droga e soprattutto dal doppio significato della parola <em>fuchou</em>, vendetta e lealtà.</p>
<p>Criaco ritorna in Aspromonte, nelle valli intorno ad Africo e ci racconta le cose e le persone di quel mondo. Più propriamente, racconta a se stesso i suoi luoghi e la sua gente e raccontandoli li mastica e li comprende meglio. Raccontando ci mostra un chiaro esempio di come narrare non sia divertimento, ma un utile modo di pensare con la penna. Gioacchino Criaco ad Africo è nato nel 1965 e lì è tornato a vivere alcuni anni fa, dopo essersi laureato in legge a Bologna e aver lavorato per anni in uno studio legale a Milano. Ad Africo Criaco è diventato scrittore con il suo primo romanzo <em>Anime Nere</em> (Rubbettino, 2008), dal quale è stato tratto il film omonimo, diretto da Francesco Munzi. Dopo quell’esordio, Criaco ha pubblicato i romanzi <em>Zefira</em> (2009) e <em>American Taste</em> (2011). Anche queste opere, come la prima, hanno radici in Aspromonte e raccontano senza giustificazioni e con l’occhio di chi è figlio di quei luoghi, di storie di sangue e violenze, di scontri tra bene e male con forme aspre e con esiti mai scontati.</p>
<p>Il prologo de <em>Il Saltozoppo</em> è costruito mischiando storia e mito di due etnie destinate a combattersi. Un passato di odio che si risveglia sotto l’acqua che precipita abbondante dal cielo e che il fiume raccoglie e porta violentemente al mare. Come l’acqua che riempie il fiume, anche la gente della montagna scende improvvisamente al mare, fino alle rive dello Jonio. Gli strumenti della difesa e dell’odio tornano a farsi sentire come nei precedenti romanzi di Criaco. Il fucile personale che non tradisce è un retaggio e insieme una maledizione. Un sentirsi sicuri in un mondo di lupi che quasi obbliga a diventare lupi. I padri mettono le pistole nelle mani dei figli e rimangono delusi se non sanno sparare. Anche questi sono i protagonisti, impastati nella loro terra, che Criaco ci presenta. Persone che si credono vincitori ma che la loro stessa violenza trasforma in vinti. La Calabria sa impastare anche grandi uomini e grandi donne, ma la storia di Julien e Agnese sembra ci voglia dire che non serve a nulla chiudere gli occhi davanti alla realtà aspra e difficile, bisogna soltanto trovare il coraggio di viverla in modo nuovo.</p>
<p>La peste che colpisce la valle dell’Allaro non l’ha portata un terribile virus, ma è arrivata con il denaro e la bramosia di accumularlo ad ogni costo. La frenesia del guadagno appesta tutti e, in un mondo avvezzo alla morte, lascia sulla sua strada corpi straziati e grumi di sangue e di inimicizia. La morte ritorna nei racconti di Gioacchino Criaco come una presenza che è difficile allontanare. La sua scrittura appare come obbligata da cause profonde e sembra non riesca a liberarsi da Thánatos e dal sangue che imbratta tutto e tutti. In questo cupo scenario, tuttavia, il positivo emerge ed è una novità per i romanzi di Criaco. È il coraggio e la saggezza delle donne che non si fanno inghiottire dal gorgo di odio. Sono le donne ad aiutare l’autore nel suo bisogno di cacciare il male dal corpo della sua terra e della sua gente, come fa Julien, che libera il geco dal corpo morto delle bestioline nere che aveva schiacciato. Donne che non si nutrono dello stesso astio degli uomini, non si accontentano di vincere battaglie macchiate di sangue. E questa è la speranza del romanzo, che bisogna accogliere a braccia aperte.</p>
<p>Nelle pagine de <em>Il saltozoppo</em> si legge un Aspromonte che pasce la sua gente a sentimenti forti e opposti, a odio e amore. L’amore della gente della montagna, presente soprattutto nel cuore delle sue donne, non fa rumore come gli alberi di quella montagna nel loro lento crescere. Soltanto l’odio fa rumore e ogni colpo sparato scuote quei luoghi come il tonfo secco di un albero abbattuto. In uno scenario che sembra non mostrare vie d’uscita, Criaco porta per mano il lettore e gli mostra come le donne possano salvare l’Aspromonte e la sua gente, come possono cambiare la testa di un assassino che crede che il favore più grande che lui possa fare a un suo amico sia uccidere per lui.</p>
<p>Il saltozoppo narra di un uomo che diventa lupo perso dietro una lunga storia di odio e di come un angelo possa salvare i lupi dall’inferno. Quell’angelo è una donna e qui è la chiave del libro. Inferni secolari resistono e sembra non vogliano finire, spegnersi. Eppure una donna con il cuore di angelo può. Può salvare un diavolo che viene da un mondo che conserva in sé il silenzio della morte per lungo tempo e poi esplode e la sua vita diventa un inferno. Anche lì, dove molti pensano vivano solo diavoli, esistono tanti angeli che possono riportare la pace e la vita. In questo l’autore affida una grande responsabilità e una grande speranza alle donne, figlie di una terra dove gli uomini spesso conoscono soltanto il linguaggio del sangue e della violenza.</p>
<p>Più volte nella narrazione ritorna un tema di <em>Anime nere</em>, quello degli uomini che non sono ‘ndranghetisti, ma sanno farsi valere o farsi giustizia usando gli stessi modi e gli stessi mezzi della ‘ndrangheta: violenza, armi, morte. Una forma di sedicente giustizia basata sul sangue che non risolve nulla, anzi costruisce tragedie aspromontane. Su questa questione cruciale la narrazione è tormentata ma non giustifica. Il morbo della violenza trascina Julien che è convinto di aver seguito il male non soltanto per necessità ma per diritto. Riflette su di sé senza arrivare a condannarsi. Venti anni di prigione non sono sufficienti per farlo uscire dalla galera della vita dei lupi, ma in lui qualcosa accade e il finale sembra sciogliere questa domanda che evidentemente è decisiva.</p>
<p>Dicevamo, le donne hanno un nuovo ruolo rispetto alla precedente narrazione letteraria di Criaco. La ninfa è più forte degli uomini che sanno uccidere. Nonna Vittoria e nonna Caterina sono più forti dell’odio che divide gli uomini delle loro due famiglie e sottobraccio camminano insieme alla ricerca di un futuro di convivenza pacifica che rifiuta i grumi di sangue secolari. Le donne spezzano l’odio, costruiscono speranze e sanno vedere il futuro.</p>
<p>La scrittura di Criaco viene fuori dalle viscere di un uomo, figlio di una terra viscerale, che sviluppa una forma narrativa poco costruita e molto sentita. La letteratura di Gioacchino Criaco è un atto di disubbidienza verso il mondo che l’ha generato. Una disubbidienza a fin di bene che guarda in faccia il suo mondo per aiutarlo a crescere. Una disubbidienza che ancora narra di sangue che scorre, ma che pian piano abbandona la morte e si avvicina alla vita, al suo vero senso che si costruisce imparando a fare a meno della violenza, del bisogno di sangue. Una narrazione che elabora ed elimina il dubbio di quella necessità arcaica, della sua giustificazione, per consegnare una speranza reale a quella terra e ai suoi figli che animano le storie di Criaco. Storie innervate profondamente in quella terra e tra quella gente.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2016/01/22/il-saltozoppo-uomini-e-donne-tra-laspromonte-e-la-cina/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>1</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">59298</post-id>	</item>
		<item>
		<title>La «Garduña» e le mafie. Ogni origine ha un mito</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2016/01/21/garduna-e-la-criminalita-organizzata/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 Jan 2016 07:00:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA['Ndrangheta]]></category>
		<category><![CDATA[Antonella Falco]]></category>
		<category><![CDATA[camorra]]></category>
		<category><![CDATA[Garduña]]></category>
		<category><![CDATA[John Trumper]]></category>
		<category><![CDATA[mafia]]></category>
		<category><![CDATA[Marta Maddalon]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=59287</guid>

					<description><![CDATA[di Antonella Falco La Garduña è una leggendaria società segreta di matrice criminale che avrebbe svolto la sua attività in Spagna e nelle colonie spagnole del Sudamerica in un arco di tempo compreso fra la metà del XV e il XIX secolo. Proprio alla Garduña è dedicato un interessante saggio di Marta Maddalon e John [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" class="alignnone size-large wp-image-59290" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/mafia-1024x683.jpg" alt="mafia" width="700" height="467" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/mafia-1024x683.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/mafia-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/mafia-120x80.jpg 120w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/mafia.jpg 1920w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></p>
<p>di <strong>Antonella Falco</strong></p>
<p>La Garduña è una leggendaria società segreta di matrice criminale che avrebbe svolto la sua attività in Spagna e nelle colonie spagnole del Sudamerica in un arco di tempo compreso fra la metà del XV e il XIX secolo. Proprio alla Garduña è dedicato un interessante saggio di Marta Maddalon e John Trumper dal titolo <em>La costruzione del racconto: la “vera” invenzione della Gardu</em><em>ñ</em><em>a</em>, uscito sul numero 69 de <em>La ricerca folclorica</em>.</p>
<p>John Trumper, studioso di glottologia e linguistica generale, ha pubblicato numerosi saggi di fonetica e fonologia, dialettologia romanza e italiana, sociolinguistica e linguistica applicata. Si è inoltre occupato di etnolinguistica e linguistica storica, di fonetica giudiziaria e di gerghi di mestiere. Marta Maddalon è studiosa di linguistica e sociolinguistica. I suoi interessi di ricerca riguardanti la sociolinguistica, l’etnolinguistica e lo studio della lingua e dei suoi dialetti l’hanno portata a pubblicare testi sull’analisi degli usi linguistici nell’Italia contemporanea e saggi sul fenomeno della rivendicazione identitaria mediata dalla lingua come nel recente <em>Ventimila leghe. Immersione negli usi linguistici dei movimenti politici dell’Italia contemporanea</em> (Aracne, 2013). Maddalon e Trumper non sono nuovi agli studi sulla lingua delle organizzazioni mafiose, infatti nel 2014, insieme al magistrato Nicola Gratteri e allo storico delle organizzazioni criminali (nonché uno dei massimi esperti di ‘ndrangheta a livello internazionale) Antonio Nicaso, hanno dato alle stampe il saggio <em>Male lingue. Vecchi e nuovi codici delle mafie </em>(Pellegrini Editore).</p>
<p><strong>I due </strong><strong>autori</strong><strong> partono dalla constatazione </strong><strong>che</strong><strong> la storia della Gardu</strong><strong>ñ</strong><strong>a è presente </strong><strong>«nelle leggende e nei canti popolari della Calabria»</strong> – constatazione suffragata da alcuni libri sia italiani che stranieri, anche molto recenti, quale ad esempio il volume <em>Made Men</em> di Antonio Nicaso e Marcel Danesi. Anche nel volume di Enzo Ciconte <em>‘Ndrangheta dall’unità ad oggi</em> (del 1992, dunque meno recente dell’altro, uscito nel 2014) si fa riferimento ad una «nota associazione fondata a Toledo nel 1412, la Garduna» e ai cavalieri facenti parte di tale associazione, i quali «dalle loro terre, quelle della Catalogna, portarono nel Mezzogiorno d’Italia alcuni metodi in uso in quella consorteria. Si racconta che lavorarono per 29 anni, sottoterra, di nascosto da tutti, per approntare le regole sociali della nuova associazione che avevano in animo di costituire. La sede da loro prescelta fu l’isola della Favignana. Da lì, dopo un lavoro trentennale, decisero di dividere in tre tronconi l’associazione che, da quel momento, si insediò stabilmente nelle regioni meridionali, e si denominò mafia in Sicilia, camorra nel napoletano e ‘ndrangheta in Calabria. È un’antica leggenda, di cui non esistono molte tracce scritte, che si è tramandata oralmente…».</p>
<p><strong>Si tratta per lo più di testi che descrivono dettagliatamente l’organizzazione della società</strong> (i livelli in cui si articolerebbe e i vari ruoli e denominazioni presenti al suo interno) e che oscillano tra la tentazione di dare consistenza realistica alla Garduña e l’ammissione del suo essere sostanzialmente una invenzione letteraria assunta però come mito di fondazione dalla mafia calabrese. Trattare il tema della Garduña e dimostrare la sua identità prettamente letteraria ha ovviamente comportato per gli autori del saggio uno studio attento della storia e della letteratura spagnola dal XV al XIX secolo.</p>
<p><strong>In tutte le narrazioni sulla camorra fiorite </strong><strong>d</strong><strong>all’Ottocento in poi si fa riferimento molto spesso a un testo</strong> intitolato <em>Misteri dell’Inquisizione ed altre società segrete di Spagna, per V. de Féréal, con note storiche ed una introduzione di Manuel de Cuendias e con estratti relativi a quest’opera di Edgardo Quinet. Prima versione italiana, Parigi, a spese dell’editore 1847</em>. Sarebbe questa la traduzione italiana di un testo francese del 1845 poi tradotto anche in spagnolo. Questo testo sarebbe da considerarsi una «narrazione romanzesca», cosa tra l’altro espressamente dichiarata dagli autori, che a loro volta potrebbero celarsi dietro degli pseudonimi. Fra questi potrebbe trovarsi una nobildonna tedesca nota con il nome di Madame de Suberwick, la quale per scrivere il suo libro avrebbe viaggiato in Spagna travestita da uomo. Sempre a Madame de Suberwick sarebbe riconducibile un altro testo dal titolo tanto inquietante quanto satirico di <em>Conseils de Satan aux Jésuites</em>, la cui autrice è stavolta denominata Madame de Beelzebuth. Ma secondo gli studiosi spagnoli l’unico personaggio la cui reale esistenza sia storicamente provata è Cuendias, il quale avrebbe anche scritto un progetto di Costituzione progressista conservata nella Biblioteca Nazionale di Madrid. Sempre secondo gli studiosi cui Trumper e Maddalon fanno riferimento si tratterebbe comunque di personaggi – forse di un collettivo – accomunati da un atteggiamento strenuamente anticlericale.</p>
<p><strong>«Quello che è ancora più certo» &#8211; scrivono Trumper e Maddalon &#8211; «è che rapporti diretti di derivazione, tra società segrete spagnole, vere o letterarie, e organizzazioni criminali storiche italiane non ve ne sono</strong>, affermazione che non nega o sottovaluta l’aspetto storico degli influssi dovuti al periodo del Viceregno nel Regno delle Due Sicilie. Vi è invece, come commentano da molto tempo gli storici che si sono occupati della storia dell’Inquisizione, la creazione di un Racconto intorno a questa istituzione, che va ben al di là della sua reale esistenza e del suo modo di operare. Ciò fece sì che nel XVI secolo, a fronte di una rivoluzione di tipo confessionale che viene assumendo una dimensione politica, l’Inquisizione, o meglio la sua immagine letteraria, divenne il simbolo del nemico della libertà politica, a rappresentare cioè i pericoli dell’innaturale alleanza tra il Trono e l’Altare».</p>
<p><strong>L’Inquisizione viene così a incarnare un’entità reazionaria che si oppone al progresso</strong> e che «rappresenta l’eccessivo potere temporale della religione». Nel corso del XIX secolo essa diventa protagonista di numerose narrazioni romanzesche il cui scopo politico risulta ben evidente. Tale fenomeno interessa varie nazioni europee, tutte «accomunate da un contrasto politico che coinvolge spinte clericali e anticlericali».</p>
<p><strong>La narrazione di un «perverso piano </strong><em><strong>inquisitoriale</strong></em><strong>» finisce per confluire anche nei codici ‘ndranghetisti</strong>: è quanto avviene nel cosiddetto Codice di Pellaro, un manoscritto sequestrato appunto nel territorio di Pellaro in data 22 marzo 1934 e intitolato <em>Origine dei tre cavalieri di Spagna</em>. In esso sono contenute le norme relative alla fondazione della Società di Malavita e quelle relative alla gerarchia che regola l’organizzazione degli affiliati. La parte iniziale di tale codice sembra essere molto simile a un romanzo di cappa e spada o di appendice. Ad ogni modo sembra fuori di dubbio che chi lo ha scritto abbia letto i <em>Misteri</em>. In questo tipo di racconti, inoltre, si evince sia in Spagna che in Francia la complessa organizzazione gerarchica delle associazioni criminali menzionate, di cui Maddalon e Trumper forniscono una dettagliata terminologia. Bisogna inoltre sottolineare come «le associazioni criminali protagoniste di questo filone letterario derivano, come nel caso spagnolo, da vicende reali».</p>
<p>Sebbene sia qualcosa di diverso, anche il banditismo, specie quello sociale, fornisce materiale per trasposizioni letterarie: «banditi e briganti sono molto radicati nella cultura popolare e celebrati in un filone musicale, talvolta di buon livello, che vede anche trasposizioni contemporanee».</p>
<p><strong>Tra i rimandi letterari non si può tacere di quello relativo a Cervantes</strong>, chiamato in causa dagli autori (o dall’autore) dei <em>Misteri</em>, infatti «per dare spessore storico alla descrizione della Garduña, si ricorda che è precisamente in un delizioso racconto dell’autore del <em>Don Chischiotte</em> che si incontra Manipodio, il capo della società dei ladri di Siviglia».</p>
<p>Pertanto, i due autori del saggio si dicono convinti che «alla luce di questo rimando, la fonte di tale filone interpretativo per l’origine della camorra e per il Racconto dei Codici possa essere definitivamente identificata».</p>
<p><strong>Tra gli autori ottocenteschi</strong> che sostengono la filiazione della criminalità del Meridione italiano dalle forme spagnole, Maddalon e Trumper citano Marc Monnier, Emanuele Mirabella e Abele De Blasio a cui aggiungono l’anonimo autore di un testo intitolato <em>Natura e origine della misteriosa setta della camorra (nelle sue diverse sezioni e paranze, linguaggio convenzionale di essa usi e leggi)</em>. Uno dei capitoli è proprio incentrato sulla lingua e si intitola <em>Lingua furfantina dei camorristi</em>. È comunque interessante notare come tutti gli studi dell’epoca sull’argomento diano grande risalto agli aspetti linguistici. Degli altri autori citati il più noto risulta essere Monnier il quale è menzionato in molti testi sulle associazioni criminali meridionali, mentre, sempre basandoci sui testi, risulta completamente sconosciuto l’altro autore, Mirabella, il quale però «scrive l’opera più completa sul gergo criminale dei prigionieri e dei condannati al soggiorno obbligato». Mirabella inoltre ebbe modo di vivere per diversi anni a contatto dei prigionieri di Favignana in quanto medico della colonia penale.</p>
<p><strong>Altro testo di una certa importanza</strong> risulta essere <em>Usi e costumi dei camorristi</em> di De Blasio, contenente «esempi di codici e dell’assetto dell’organizzazione camorristica» sia dentro che fuori dalle carceri, assetti che sono tra l’altro «perfettamente rispondenti a quelli ‘ndranghetisti».</p>
<p><strong>Per quanto riguarda una filiazione diretta dalla Spagna</strong>, Monnier pur non trovando prove documentali sostiene che le «estorsioni» dei criminali meridionali erano già presenti fin dal tempo della dominazione spagnola. Sia pure in mancanza di «prove dirimenti» questi testi, come scrive Nappi nel suo saggio <em>Il mito delle origini spagnole della camorra tra letteratura e storia</em>, «accogliendo talvolta qualche variazione leggendaria sul tema delle origini ispaniche della camorra, chiameranno quasi sempre in causa la suddetta compagnia segreta variandone la dizione in Guarduña, Guarduna, Garduña o infine nel corretto Garduña».</p>
<p><strong>Non ci sono dubbi circa il fatto che Monnier conosca i </strong><em><strong>Misteri</strong></em>, libro che «fornisce lo spunto per i riferimenti, divenuti obbligatori, a Cervantes, e all’ormai inflazionata novella <em>Rinconete y Cortadillo</em> e a vari episodi del Don Chisciotte».</p>
<p>Anche De Blasio pur sostenendo di non occuparsi dell’etimologia della parola camorra fa notare come essa non sia che la Garduna «che fu introdotta in queste nostre provincie nell’epoca in cui il Regno di Napoli e Sicilia rimase soggetto […] allo scettro di Spagna e governato da Vicerè, che ridussero il popolo povero e servo».</p>
<p>Maddalon e Trumper ricordano come molti autori, antichi e moderni, citando <strong>Cervantes</strong> avvalorino la tesi secondo cui il noto scrittore spagnolo abbia, nel suo romanzo più famoso, descritto in modo quasi storico-antropologico una serie di comportamenti e di associazioni che dimostrerebbero l’esistenza di “sette” criminali, cosa appunto sostenuta nei <em>Misteri</em>. A proposito dell’episodio di Sancho governatore, ad esempio, si parla del “barato”, ossia l’usanza di pretendere il pizzo sul gioco. Sul termine “barato” si concentra il commento linguistico di Maddalon e Trumper presente nella seconda parte del saggio che stiamo esaminando. Prima di soffermarci su tale trattazione etnolinguistica è bene però ricordare, come fanno gli stessi autori, una altro passo di Cervantes utile ai fini dell’argomento affrontato. Si tratta di un episodio che si colloca nel XV capitolo ed è incentrato sull’incontro con il bandito Roque Guinart. Di costui parla in un suo commento Don Juan Antonio Pellicer, accademico della Reale Accademia di Storia, il quale coglie l’occasione «per parlare della presenza di bande di briganti che infestavano realmente la Sierra della Cabilla, in particolare una, denominata <em>Beatos de Cabilla</em>, i cui membri erano così chiamati in virtù del fatto che si limitavano a esigere solo una parte degli averi delle loro vittime, circoscrivendo quindi il danno e meritandosi per questo l’epiteto di “Beati”». È bene far notare che un certo Perot Rocaguinarda è esistito realmente, e aveva fama di bandito gentiluomo: su tale modello Cervantes avrebbe delineato il carattere del personaggio presente nel suo romanzo. Questa categoria di banditi che mescolavano crimini e azioni caritatevoli, religione ed empietà, era diffusa, a detta degli storici, in diversi paesi.</p>
<p><strong>Agli occhi dei primi meridionalisti, quali Villari e Tranfaglia</strong>, la camorra – come anche la ‘ndrangheta e la mafia – assumerebbe il ruolo, contemporaneamente, di protettore e oppressore di una plebe povera e abbandonata a se stessa dal governo borbonico. Oltre a svolgere un ruolo “protettivo”, la camorra si farebbe anche «rappresentante dei loro interessi e della loro cultura», il che darebbe adito alla figura del bandito “buono” che incarnerebbe una forma di «giustizia alternativa». Secondo John Dickie, invece, la ‘ndrangheta sarebbe da intendere come una sorta di «filiale» della camorra di cui riprenderebbe il Racconto e la mitopoiesi. La sua origine sarebbe in tal caso spostata in un periodo più tardo, quello post-unitario e se ne rintraccerebbero con difficoltà «i precedenti storici e linguistici».</p>
<p>Maddalon e Trumper citano tra gli altri un saggio di Nicola Sales, pubblicato sulla rivista <em>Limes</em> nel novembre del 2014, un saggio che ha avuto ampia risonanza in quanto ha visto la partecipazione di Roberto Saviano. Ecco come Sales sintetizza la questione: «Dunque, tutte e tre le organizzazioni criminali nascono nello stesso periodo storico, all’inizio dell’Ottocento, a ridosso della fine del feudalesimo (nel 1860 a Napoli e nelle province continentali, nel 1812 in Sicilia), a imitazione delle associazioni politiche segrete in cui gli oppositori al regime assolutistico borbonico si erano organizzati. […] Le associazioni criminali, che poi chiameremo mafie, si organizzano sul modello politico delle sette segrete dei ceti aristocratici e borghesi».</p>
<p>Maddalon e Trumper, pur annotando le perplessità circa l’uso della parola “feudalesimo” nell’accezione utilizzata da Sales e sull’analisi politica da questi compiuta, si soffermano principalmente sull’attribuzione «di un ruolo primario all’influenza di sette segrete dei ceti aristocratici e borghesi», sostenendo che «la discussione sulla segretezza, in cui la lingua gioca una parte preponderante, non disgiunta dalla definizione di “setta”, spesso usata a sproposito, ha il demerito di allontanare da una corretta definizione dei fenomeni coinvolti, non ultimo quella del gergo».</p>
<p><strong>Per quanto concerne i motivi per cui potrebbero trovarsi dei riscontri tra il Racconto dei codici ‘ndranghetisti</strong> (i cui primi esemplari risalgono, sia culturalmente che linguisticamente, alla permanenza nelle carceri oppure al soggiorno coatto) e gli antecedenti letterari, Maddalon e Trumper ricordano che sia i romanzi d’appendice, che quelli di cappa e spada, nonché gli strani testi di cui i due studiosi hanno dato conto nelle pagine iniziali del loro saggio, avevano una larga diffusione presso i ceti popolari e anche nelle carceri. Inoltre, i due linguisti fanno notare come sia prassi comune di molte società, non necessariamente vicine o collegate, trasfondere in ambito letterario, epico e/o musicale, le figure e le gesta dei banditi. Capita anzi, come nota Eric Hobsbawm nel suo <em>Bandits</em>, che le classi subalterne li eleggano a propri eroi. Il fatto poi che questi banditi riescano a coniugare la violenza con le spinte ribellistiche e l’atteggiamento solidale e soccorrevole nei confronti dei più deboli, concorrono a spiegare la creazione di una siffatta figura letteraria. Questi banditi inoltre facevano un largo uso di simboli religiosi ed erano molto superstiziosi. Tali comportamenti risultano diffusi su ampia scala, vale a dire si ritrovano in tutte le descrizioni della figura del bandito in qualsiasi Paese europeo, questo però non porta alla conclusione di un «rapporto diretto di derivazione nel caso della criminalità organizzata italiana» ma solo al fatto che esistono comportamenti pressoché universali di cui l’antropologia culturale fornisce ampio conto. Naturalmente il mito creatosi attorno ai briganti e ai banditi romantici serve a rafforzare l’aura di protettori della povera gente e difensori degli oppressi al punto da renderli protagonisti di racconti e di canti popolari. Questi fenomeni storicamente connotati si sono radicati nell’ambito della cultura popolare e poi sono passati nella letteratura “colta” già ai tempi di Cervantes. Quando si parla codici ‘ndranghetisti bisogna aver chiaro che essi sono una molteplicità di cose e vanno pertanto studiati con notevole rigore. Essi sono infatti, tra le altre cose, «una creazione letteraria, che attinge da fonti popolari ben radicate; sono l’invenzione di un Mito di fondazione, sono un modello per sancire un’appartenenza». Ma non sono solo questo. È bene ricordare che si tratta di «un’invenzione relativamente recente». Maddalon e Trumper riconoscono pertanto che «non è stato facile ricostruire la serie di incastri, di nomi e di nomi in codice (pseudonimi), degli scherzi e delle (mezze) verità; è stato come seguire le trame dei romanzi d’appendice, in cui ad ogni scoperta seguiva la sua negazione, ogni agnizione introduceva nuove scoperte, e così via puntata dopo puntata».</p>
<p><strong>Nella seconda parte del loro saggio</strong> Maddalon e Trumper si soffermano innanzitutto sul fatto che indicare una data di nascita precisa, il 1427, per la Garduña – dalla quale poi sarebbero derivate la camorra napoletana e la ‘ndrangheta e i suoi codici – è cosa che lascia assai perplessi. Solitamente quando si parla della nascita di un fenomeno sociale si indica il periodo storico e non una data precisa, indicare quest’ultima implicherebbe infatti «un atto fondativo formale e registrato». Già questo avrebbe dovuto mettere in guardia i commentatori e portarli a diffidare del carattere “storico” del racconto, da intendersi piuttosto in maniera simbolica. Lo stesso discorso vale per la “Bella Società Riformata” – dove “riformata” significherebbe “confederata” – la quale, in base ad alcune fonti, sarebbe nata ufficialmente nel 1820. Luogo di nascita di questa «setta» sarebbe stato la chiesa napoletana di Santa Caterina a Formiello, dove gli esponenti della camorra dei dodici quartieri di Napoli stabilirono nell’ambito di una solenne cerimonia lo statuto della nuova associazione, stabilendo anche che il «capintesta» dovesse essere nativo del quartiere di Porta Capuana, cosa questa fatta ad imitazione delle usanze aristocratiche che per secoli avevano riservato la dignità di Presidente degli Eletti del Popolo (carica soppressa nell’aprile del 1800) al cosiddetto «Sedil Capuano». La Bella Società Riformata sarebbe stata sciolta il 25 maggio 1915, all’indomani dello scoppio della prima guerra mondiale, per volontà del capo camorrista Gaetano Del Giudice. Fu così che durante tutto il periodo fascista non si sentì più parlare di camorra: si continuò a delinquere ma senza avere alle spalle un’organizzazione.</p>
<p>Secondo Maddalon e Trumper <strong>l’idea di una associazione criminale organizzata come una setta o una società vera e propria, munita pertanto di statuto e cariche, risulta assai poco verosimile. Anche in questo caso viene da pensare a un Racconto creato a posteriori</strong> e poi tramandato.</p>
<p>Nelle opere letterarie e nelle cronache si trova notizia anche di un’altra organizzazione criminale nota come <em>Germanìa</em>: secondo Caro Baroja sarebbe esistita sia una Germanìa carceraria, «che era non solo un gergo ma anche un sistema», sia una Germanìa esterna alle carceri i cui metodi sarebbero stati gli stessi di quelli utilizzati per fondare la Garduña. Si trova un riferimento alla Germanìa anche nel <em>Rinconete y Cortadillo </em>di Cervantes.</p>
<p>Per quanto concerne l’ambito italiano i due studiosi precisano che <strong>il mondo carcerario pur non costituendo l’unica origine delle organizzazioni criminali, fornisce comunque ad esse alcune regole e caratteristiche</strong>, nonché una certa organizzazione e una certa simbologia.</p>
<p><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-59289" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/Garduña-203x300.jpg" alt="Garduña" width="203" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/Garduña-203x300.jpg 203w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/Garduña-691x1024.jpg 691w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/Garduña.jpg 810w" sizes="(max-width: 203px) 100vw, 203px" /></p>
<p>Da un punto di vista più strettamente linguistico “<strong>Garduña</strong>” è termine che ricorre anche in un toponimo: Sierra de Garduña. Nel senso attinente all’organizzazione criminale, la parola viene citata e glossata originariamente proprio dagli autori che ne parlano nei loro testi. Garduña è termine connesso con la parola “garda” e in ultima istanza, attraverso vari passaggi, il suo significato è riconducibile a termini quali “ladra” e “meretrice”. Il termine non sembra essere presente al di fuori dei già citati <em>Misteri</em> e nelle riprese degli autori italiani. Tuttavia esiste un’opera letteraria non tradotta in italiano e pertanto poco nota, che si intitola <em>La Garduña de Sevilla y anzuelo de las bolsas</em> ed è stata scritta da Alonso De Castillo Solórzano nel 1642. L’espressione “anzuelo de las bolsas” sarebbe da tradurre come “gancio delle borse” e sarebbe l’attrezzo usato da una borsaiola, infatti, come si è ricordato poc’anzi, “garduña” significherebbe “ladra”. Tuttavia la novella – ascrivibile al genere, assai praticato in ambito narrativo, della fanciulla che con abilità e astuzia riesce a volgere al meglio la propria sfortuna – non avrebbe nulla a che fare con la camorra.</p>
<p>Un altro termine sul quale si soffermano Trumper e Maddalon è “<strong>barattolo</strong>”. A questo proposito i due studiosi precisano che mentre «il lessico dei dialetti siciliani è permeato di ispanismi […] nel caso della Calabria, al contrario, i casi sono decisamente pochi, dai nostri studi più recenti non più di una cinquantina». Per quanto riguarda l’ambito napoletano sono annoverate 85-90 basi ispaniche assolutamente certe. Dunque « mentre il siciliano è ancora permeato di ispanismi» napoletano e calabrese lo sono assai meno. Il termine “barattolo” indicherebbe la cassa comune della malavita e corrisponderebbe al termine ‘ndranghetista “baciletta”. «Il barattolo è organizzato dal “contarulo”» il quale aveva il compito di tenere il registro e segnare l’ammontare del barattolo. Secondo i due studiosi piuttosto che concentrarsi sul concetto di “frode” e di “maltolto” sarebbe preferibile concentrarsi sul “barattolo” inteso come “contenitore”. Il termine ha la sua prima attestazione in siciliano nel 1750, in napoletano nel 1840, ma è presente nel toscano già dalla fine del ‘500. In Calabria comparirebbe nel 1895, sebbene la primissima attestazione, secondo il <em>Glossario Latino Italiano</em> di Pietro Sella risalirebbe al 1449 e in generale sarebbe «riconducibile al Centro-Sud Italia». Nell’Ottocento gli studiosi siciliani ritenevano il termine come un arabismo giunto a noi attraverso lo spagnolo rigettando l’origine nord-italiana proposta da Battisti e Devoto.</p>
<p>Altro termine su cui si soffermano Maddalon e Trumper è “<strong>barratteria</strong>”. In molti passi della sua opera Monnier ipotizzava che la barratteria napoletana fosse di origine spagnola. Mortillaro e De Ritis mettono in relazione il termine con il racconto dell’Isola di Baratteria DI Sancho Pança in Cervantes, passo che anche Monnier cita e che è commentato da Nappi. Quella che viene ipotizzata è una deriva semantica che da “traffico commerciale” e ”cambio” conduce a “frode”. In Calabria il verbo “barattare” risulta attestato dal 1466 ma non il derivato sostantivo “barattaria”. In italiano il DEI attesta “baratteria” nel Trecento nell’uso dantesco di “frode da barattiere”, mentre la <em>Tabula Amalfitana</em> lo attesta nei secoli ‘300-‘400 nel significato di «frode a danno dei proprietari di nave o degli armatori, e nel Settecento la si ritrova nel senso di ‘rivendita’ o ‘rivenderia’ di cose scambiate con o senza frode a più basso prezzo». In Francia la voce “baraterie” risulta attestata già nel primo Trecento ma sembra che la primogenitura del termine spetti alla Provenza. L’accezione negativa di questa parole potrebbe, nel Meridione d’Italia e segnatamente in Calabria e Sicilia, dipendere da «un’influenza formale e semantica del bizantino». A proposito di questo termine Maddalon e Trumper giungono quindi alla seguente conclusione: «Più che un’origine spagnola, pensiamo, dunque, a un antico provenzalismo con sviluppi semantici particolari avvenuti nell’Italia meridionale».</p>
<p>L’ultimo termine su cui si sofferma l’indagine dei due studiosi è “<strong>frieno</strong>” da loro definito come «uno dei misteri ancora non completamente svelati nel lessico criminale». «La forma, ancor più del significato e dell’origine, resta problematica; il dittongo – ie – non corrisponde a nessun esito usuale o previsto. La voce non ricorre in Monnier ma è attestata almeno otto volte nell’opera di De Blasio, con il significato di ‘regola’ (singola) o ‘regolamento’; ‘statuto’ (insieme di regole) della società criminale organizzata, denominata poi Camorra». I dizionari siciliani e calabresi dell’Ottocento danno al termine “camorra” il significato di “cavezza”, “briglia” in riferimento agli equini oppure quello di “morso” e “freno del carro”, mentre i dizionari dialettali napoletani sia del Settecento che dell’Ottocento sembrano non avere questo lemma e registrano solo un generico “frino” per “freno”. Secondo Trumper e Maddalon la “camarra” attestata nell’estremo meridione d’Italia sarebbe da confrontare con il termine castigliano “gamarra” che significa “sottopancia di equino”, “cavezza”. Il “freno” inteso come singola regola o come regolamento e statuto sarebbe attestato solo in fonti circoscritte all’Ottocento e riguardanti Napoli e la camorra, «mentre nel Medio Evo vi sono fonti provenzali e catalane che danno estensioni semantiche di simile natura: ‘freno naturale’, ‘il regolamentarsi’ […] Supporre una qualunque origine tanto remota e varia è piuttosto inutile, per cui, il mistero permane».</p>
<p>Per quanto concerne la “<strong>Germanìa</strong>”, essa è probabilmente l’unica organizzazione spagnola, sia carceraria che esterna, ad aver avuto un’esistenza reale e non solo letteraria. Essa è da intendersi come «un fenomeno autenticamente spagnolo, che ha origine tra Quattro e Cinquecento». Dal punto di vista terminologico potrebbe trattarsi di un catalanismo con il significato di “confraternita” risalente al tardo Quattrocento e indicante gruppi rivoluzionari di Nobili Catalani di Valenzia, tuttavia, concludono i due autori del saggio «Questo nome non ha mai avuto diffusione fuori della penisola iberica e dei paesi di lingua spagnola».</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">59287</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Un giardino di resistenza</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2015/05/27/un-giardino-di-resistenza/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2015/05/27/un-giardino-di-resistenza/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 May 2015 05:00:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA['Ndrangheta]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Tarsia]]></category>
		<category><![CDATA[antropologia]]></category>
		<category><![CDATA[Calabria]]></category>
		<category><![CDATA[giardino]]></category>
		<category><![CDATA[Mariano Bàino]]></category>
		<category><![CDATA[paesaggio]]></category>
		<category><![CDATA[stereotipi]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=54100</guid>

					<description><![CDATA[Di Mariano Bàino  Sul libro di Alessandro Tarsia, Perché la ‘ndrangheta?(Antropologia dei calabresi), Pungitopo, 2015.  “La Calabria è una regione povera, con un livello disastroso di occupazione, di evasione fiscale e di altri parametri. È la patria di una delle organizzazioni criminali più estese e pericolose al mondo, che registra la presenza di cosche armate [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Di <strong>Mariano Bàino</strong></p>
<p><em> Sul libro di Alessandro Tarsia, </em>Perché la ‘ndrangheta?(Antropologia dei calabresi)<em>, Pungitopo, 2015.</em></p>
<p><strong><em> </em></strong>“La Calabria è una regione povera, con un livello disastroso di occupazione, di evasione fiscale e di altri parametri. È la patria di una delle organizzazioni criminali più estese e pericolose al mondo, che registra la presenza di cosche armate ricche e violente in più continenti. Non c’è forse un rapporto tra la cultura popolare calabrese e questo tipo peculiare di mafia?”.</p>
<p><span id="more-54100"></span></p>
<p>La domanda,  posta da subito, già nel  primo risvolto di copertina,  rinuncia a pur nobili  invarianti e universali antropologici per addentrarsi nell’oscuro dinamismo dello stereotipo calabrese, che è – come ogni pregiudizio –  processo cognitivo, di comprensione del mondo, oltre che semplicistico e precostituito convincimento. Il <em>pamphlet</em>, pertanto, muove le sue leve nel rapporto che instaura tra la specificità  mafiosa della <em>‘ndrangheta </em>e la cultura popolare, percepita come il sostrato di quella.   Impietosamente, dice al cittadino comune, che si sente vittima,  di non potersi considerare affatto innocente, ché il male della sua regione  non è solo dei “mostri”, dei criminali, ma anche suo, per partecipazione a una vita mentale, a un’acqua comune. L’iperbanalità del male, se si vuole.</p>
<p>Non direi che l’autore, con questo approccio, voglia negare validità a teorie criminologiche accorsate, come ad esempio quella dell’auto-controllo,  che ribadisce come spiegazione del crimine i fattori individuali,  legati al grado di interiorizzazione delle norme e alla relazione dell’individuo con le regole convenzionali, con la famiglia, la scuola, con gruppi e attività operanti come rinforzo nei confronti di quelle regole. Epperò, il rapporto tra comportamento criminale e basso livello di <em>self-control</em>  sembra avere, per Tarsia – che considera fondamentali le tematiche culturali –   un altro livello di pertinenza, per il quale, nella particolare area geografica della Calabria, la cultura ‘ndranghetista è intensamente influente in  sistemi culturali  diversi e anche in conflitto tra di loro. Sicché non sembrerà strano che questo lavoro  non riporti dati di statistiche ufficiali, nomi di cosche, storie di indagini, programmi di mediazione e così via, ma parli  della casa calabrese, del rapporto con la natura, di  animali,  paesaggio, acqua, orto,  giardino… Quest’ultimo è per l’autore “il <em>punctum</em> dell’ideologia calabrese della natura”, con le palme, “importate dai baroni nel corso della storia”, a fare da <em>status symbol</em>. Ma “il fulcro concettuale e materiale del giardino è ‘l’essere naturale’ più amato in assoluto dai calabresi: il calcestruzzo”, parente stretto del cemento, “il più fedele amico del calabrese, ritenuto più noumeno cosmico che artefatto umano”. Questo amore per la roba solida, consistente,  duratura (almeno in teoria), Tarsia lo fa derivare dall’ “odio del calabrese per una natura che storicamente non solo non gli apparteneva, ma che lo condannava persino a morte tramite siccità e carestie”. Questo sentimento, “giunto intatto sino a noi”, nato dalla sofferenza e ben presente nella cultura popolare, è “la culla del pensiero ‘ndranghetista”. Ne consegue che il principio ispiratore dell’agricoltura, del giardinaggio, della silvicoltura calabrese è rigidamente legato all’economia alimentare, per cui “le calorie spese dal lavoro servito a piantare devono essere restituite dai frutti della pianta, con gli interessi”. Per uno ‘ndranghetista, arriva a dire l’autore, “è sempre imbarazzante regalare una rosa alla propria compagna, quando un mazzo di fiori di zucca sarebbe anche commestibile!”.</p>
<p>Colpisce, tra le righe di questo testo, la perentorietà <em>tranchante </em>unita a una diffusa <em>delicacy of perception</em>, qualità entrambe necessarie, direi, al  giardiniere e al pamphlettista. E non posso farci nulla  se, venendo in mente Foucault – per il quale un libro è una scatola di arnesi –  continuo a scegliere l’utensile che mi sembra più adatto a  fare corpo con l’esperimento antropologico di <em>Perché la ‘ndrangheta?</em>, quello appunto dell’immagine costituita dal giardino, che vuole anche dire laboratorio, territorio, piante (già da sempre  figure della <em> métis</em>)  che possono  darsi anche come mezzi dell’osservazione, come rivelatori  del cambiamento, come materia per riflettere sul  nostro agire per preservare, con il meglio di fiori, frutti, ortaggi, la vita stessa e la sua fragilità. Epperò il giardino di Tarsia non  è limitato dal suo etimo, <em>garten</em>, non è luogo chiuso, <em>enclos, </em> ma paesaggio aperto, bio-politico, insieme che somma i residui dell’ “urbano” e del “rurale”, e che ci invita a esplorare margini poco sorvegliati, il “lato oscuro del paesaggio” , per dirla con  John Barrell. Nel  <em>landscape</em> della propria regione, negli spazi grandi e piccoli, coltivati e non, nei parchi, nelle riserve naturali, nelle aree disabitate e dismesse, negli orti come nei piazzali abbandonati, l’autore vede un oggetto mentale, l’identità di una popolazione, il rapporto di una società con lo specifico territorio  abitato. Com’era per il <em>Manifesto del Terzo paesaggio </em>(2006) di Gilles Clément, ingegnere agronomo, botanico, progettista del famoso Parc Matisse di Lille (uno che ama definirsi semplicemente “un giardiniere”); com’era per il saggio <em>Corrispondenze. Teorie e storie dal landscape </em>(2005) di Roberto Zancan, anche qui  bisogna parlare di un giardino politico e di resistenza, di un particolare modo di fare  opposizione. E di una lettura del concetto di paesaggio come non neutrale, implicato nel contrasto tra evoluzione biologica e evoluzione economica, funzionale a un modello dominante e alla sua selezione sul territorio di forme antropiche e naturali, di gruppi sociali e di identità.</p>
<p>Ma il libro, va detto, è anche altro, offre altre chiavi di lettura della realtà calabrese. Dice dell’attuale reinvenzione del mito del brigante, “idealizzazione sovrastorica dello ‘ndranghetista nella cultura popolare contemporanea”, sicché pupazzi di briganti, in coccio o in plastica, riempiono gli <em>autogrill </em>e i negozi di <em>souvenir</em>. Dice di  politici postmoderni  e del loro volere “una Calabria tutta terziario”, mentre “sembra il terzo mondo”. Dice degli apparati del parastato, delle centrali elettriche a carbone, del “cancro a norma di legge”, della moda del <em>campus </em>universitario all’americana, ma privo di servizi essenziali, e di sera del tutto deserto. Dice, infine, che “il vaccino antindrangheta è il lavoro”, è in quattro inapplicati articoli  della Costituzione italiana, dal trentacinque al trentotto, “quattro gocce di civiltà” ovvero  la tutela del lavoro, il diritto a un’esistenza libera e dignitosa, le pari opportunità fra uomini e donne, il diritto degli inabili all’assistenza. L’autore, in chiusura,  cita gli articoli per intero, non prima di aver  esortato lo Stato ad allearsi “con la parte migliore della Calabria (che non si trova sul palco di un convegno sulla legalità)”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong> </strong></p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2015/05/27/un-giardino-di-resistenza/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>1</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">54100</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Di che morte morire</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2013/08/27/di-che-morte-morire/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2013/08/27/di-che-morte-morire/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Aug 2013 16:52:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA['Ndrangheta]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[Giulio Cavalli]]></category>
		<category><![CDATA[lombardia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=46288</guid>

					<description><![CDATA[ due righe indignate di Gianni Biondillo &#160; Per la ‘ndrangheta Giulio Cavalli &#8211; come dice  Luigi Bonaventura, pentito della cosca Vrenna-Bonaventura &#8211; è uno scassaminchia. Quindi deve essere fatto fuori. Magari con una morte umiliante, giusto per sputtanarlo. Si può ascoltare la sua confessione qui. Oggi, in una seconda intervista a Fanpage, Bonaventura dice, tra [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/08/cavalligiulio.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-46290" alt="cavalligiulio" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/08/cavalligiulio.jpg" width="300" height="225" /></a> due righe indignate di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per la ‘ndrangheta <strong><a href="http://www.giuliocavalli.net/">Giulio Cavalli</a></strong> &#8211; come dice  Luigi Bonaventura, pentito della cosca Vrenna-Bonaventura &#8211; <strong>è uno scassaminchia</strong>. Quindi deve essere fatto fuori. Magari con una morte umiliante, giusto per sputtanarlo.</p>
<p>Si può ascoltare la sua confessione <a href="http://www.fanpage.it/cosi-la-ndrangheta-voleva-uccidere-giulio-cavalli-la-videotestimonianza-di-un-pentito/">qui</a>.</p>
<p>Oggi, <a href="http://www.fanpage.it/il-pentito-bonaventura-giulio-cavalli-doveva-tacere-la-politica-lombarda-sosteneva-la-ndrangheta/">in una seconda intervista a Fanpage</a>, Bonaventura dice, tra le altre cose, che “dietro i piani di per mettere a tacere per sempre Giulio Cavalli  c&#8217;è anche una parte di politica collusa e ambienti istituzionali, nel senso che le azioni erano fortemente volute anche da qualche politico, nello specifico lombardo.”</p>
<p>Voglio dire due brevi cose:</p>
<p>1) Il silenzio “ufficiale” attorno a queste dichiarazioni è semplicemente vergognoso.</p>
<p>2) Non lasciamolo solo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Abbraccio Giulio come si abbraccia un fratello. Stretto stretto.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2013/08/27/di-che-morte-morire/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>8</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">46288</post-id>	</item>
		<item>
		<title>La terra di Scajola dove scorrazzano i clan</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2012/12/15/la-terra-di-scajola-dove-scorrazzano-i-clan/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2012/12/15/la-terra-di-scajola-dove-scorrazzano-i-clan/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 15 Dec 2012 10:30:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA['Ndrangheta]]></category>
		<category><![CDATA[Bordighera]]></category>
		<category><![CDATA[clan]]></category>
		<category><![CDATA[Claudio Scajola]]></category>
		<category><![CDATA[cosche]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Conte]]></category>
		<category><![CDATA[Imperia]]></category>
		<category><![CDATA[liguria]]></category>
		<category><![CDATA[mafia]]></category>
		<category><![CDATA[Peppino Marcianò]]></category>
		<category><![CDATA[Pertini]]></category>
		<category><![CDATA[Ventimiglia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=44348</guid>

					<description><![CDATA[di Giuseppe Conte Due elicotteri e 200 carabinieri in azione prima dell’alba, sul cielo e per le strade di Ventimiglia. È un dispiegamento di forze che fa pensare a una azione di guerra. E di guerra ormai si tratta. La’ndrangheta: vi ricordate la smorfia tutta ligure di fastidio con cui Sandro Pertini pronunciava questo termine? [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div>
<p>di <strong>Giuseppe Conte</strong></p>
<p>Due elicotteri e 200 carabinieri in azione prima dell’alba, sul cielo e per le strade di Ventimiglia. È un dispiegamento di forze che fa pensare a una azione di guerra. E di guerra ormai si tratta. La’ndrangheta: vi ricordate la smorfia tutta ligure di fastidio con cui Sandro Pertini pronunciava questo termine?<br />
C’era in quella smorfia la riprovazione e l’orrore che dovevano essere riservati a un fenomeno paragonabile a un cancro nell’organismo di una società.<br />
Che smorfia comparirebbe oggi sul volto di Pertini sapendo che l’estremo Ponente della sua Liguria è in mano alle cosche calabresi, che dai tavoli di un ristorante di Marina San Giuseppe, il lungomare di Ventimiglia, un anziano signore di nome Peppino Marcianò tesseva le fila della politica, dell’amministrazione, dell’economia di una ricca fetta della regione, e distribuiva consigli, raccomandazioni, avvertimenti, appalti, secondo il più collaudato stile mafioso?<br />
Quello che preconizzò un magistrato coraggioso come Anna Canepa si è avverato: Ventimiglia è diventata come Gioia Tauro.<br />
E Vallecrosia e Bordighera non sono da meno. Avevo dalle colonne di questo giornale lanciato un grido d’allarme quando i consigli comunali di Ventimiglia e Bordighera furono sciolti per infiltrazioni mafiose.<br />
Invitavo a ribellarsi, perché, al di là dell’aspetto giudiziario della vicenda, c’erano tutti i segni di un degrado etico, culturale e soprattutto politico contro cui bisognava agire. Oggi lo scenario è ancora più vischioso, si sono aperte voragini ancora più profonde, il fango sta schizzando dappertutto.<br />
Due ex sindaci, di Ventimiglia e Bordighera, vengono indagati per concorso esterno in associazione mafiosa, il sindaco in carica di Vallecrosia per voto di scambio. Indagato è anche un ex city manager, espressione pomposa, a un filo dal ridicolo, per chi, secondo le indagini, ha dedicato la sua indubbia intraprendenza a far aggiudicare il grosso degli appalti a ditte di proprietà delle cosche. Non finisce lì: un ex vigile urbano è accusato di fare da cinghia di trasmissione tra cosche e municipio. E dalle intercettazioni si evince che Marcianò era in contatto con un ispettore di polizia, con un finanziere: e che il vecchio boss tirava in ballo con calcolata disinvoltura un generale e un giudice genovese cui doveva passare 10 mila euro per avere un trattamento di favore. È una ragnatela di crimini e sospetti che soffocherebbe qualunque società.<br />
Com’è potuto accadere? Avevo ed ho una sola risposta: la’ndrangheta ha trovato terreno fertile nell’estremo Ponente soprattutto perché qui si è verificato ancor più che altrove un pericolosissimo vuoto morale e politico.<br />
L’onnipotente leader di Imperia, quello che non fa muovere foglia senza che lui voglia, quello che poteva far nominare sindaco del capoluogo,non dimentichiamolo, anche Paperina, quello che oggi dice agli avversari interni (quasi tutti uomini inventati o cooptati da lui) di conoscere i loro peccatucci grazie ai suoi contatti con i servizi segreti, voglio dire Claudio Scajola, si è sempre distinto nel sostenere a muso duro che la mafia qui non c’è.<br />
Punto e basta. Se in queste terre la politica è lui, queste terre sono state abbandonate e indifese.<br />
Se la politica è diventata affarismo, speculazione, favoritismo, arroganza, era quasi naturale che la ’ndrangheta ci si infilasse comodamente. Spesso i mafiosi sono, “purtroppo”, come aggiungeva Leonardo Sciascia, più intelligenti degli altri. Stupisce allora scoprire che il vecchio Peppino Marcianò aveva in mano sindaci, amministratori, imprenditori? Il blitz che ha portato al suo arresto viene chiamato “la svolta”. Ma se una svolta vera deve esserci, il repulisti deve essere completo.<br />
I nodi ambigui tagliati. La politica deve ritrovare con energie nuovissime il suo primato morale e ideale.</p>
<p><em>(questo pezzo è apparso sul &#8220;Secolo XIX&#8221; del 06.12.2012)</em></p>
</div>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2012/12/15/la-terra-di-scajola-dove-scorrazzano-i-clan/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>1</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">44348</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Ancora minacce a Giulio Cavalli</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2012/03/31/ancora-minacce-a-giulio-cavalli/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2012/03/31/ancora-minacce-a-giulio-cavalli/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 31 Mar 2012 20:07:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA['Ndrangheta]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[Giulio Cavalli]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=42091</guid>

					<description><![CDATA[una nota di Gianni Biondillo Carlo Cosco, ieri, pochi minuti prima di essere condannato all’ergastolo per l’omicidio della sua compagna &#8211; Lea Garofalo, sciolta nell’acido &#8211; ha minacciato Giulio Cavalli, presente nell&#8217;aula della Prima sezione della Corte d&#8217;assise. Ha gridato, rivolto all’attore: “Perché scrivi sui libri che siamo mafiosi?” La risposta l’ha data uno dei [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/giulio-cavalli-4-.jpg" alt="" title="" width="314" height="269" class="alignleft size-full wp-image-42092" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/giulio-cavalli-4-.jpg 314w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/giulio-cavalli-4--300x257.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 314px) 100vw, 314px" /> una nota di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Carlo Cosco, ieri, pochi minuti prima di essere condannato all’ergastolo per l’omicidio della sua compagna &#8211; Lea Garofalo, sciolta nell’acido &#8211; ha minacciato <a href="http://www.giuliocavalli.net/">Giulio Cavalli</a>, presente nell&#8217;aula della Prima sezione della Corte d&#8217;assise. Ha gridato, rivolto all’attore: “Perché scrivi sui libri che siamo mafiosi?” La risposta l’ha data uno dei fratelli di Cosco, pure lui condannato: “Scrivi perché sei un cornuto e un infame.” Ancora di più, a maggior ragione, ribadisco la mia vicinanza, la mia fratellanza a Giulio. Non sei solo. Il mio abbraccio sarà ancora più stretto. Questa è una minaccia.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2012/03/31/ancora-minacce-a-giulio-cavalli/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>5</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">42091</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Milano brucia</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2011/10/24/milano-brucia/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2011/10/24/milano-brucia/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Oct 2011 09:00:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA['Ndrangheta]]></category>
		<category><![CDATA[estorsioni]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe catozzella]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[mafie]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=40460</guid>

					<description><![CDATA[di Giuseppe Catozzella Un santo, doveva essere un santo, forse un barbone o al massimo davvero un angelo poteva essere l’uomo che stava sul tetto della palestra, del centro sportivo mentre bruciava tutto il piano sotto di lui, devono avergli cominciato a scottare anche le piante dei piedi a un certo punto dato che poi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Catozzella</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/thumbfalse1285572527997_475_280.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/thumbfalse1285572527997_475_280-300x200.jpg" alt="" title="thumbfalse1285572527997_475_280" width="300" height="200" class="alignnone size-medium wp-image-40463" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/thumbfalse1285572527997_475_280-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/thumbfalse1285572527997_475_280.jpg 420w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>Un santo, doveva essere un santo, forse un barbone o al massimo davvero un angelo poteva essere l’uomo che stava sul tetto della palestra, del centro sportivo mentre bruciava tutto il piano sotto di lui, devono avergli cominciato a scottare anche le piante dei piedi a un certo punto dato che poi si è visto che era scalzo, ma non ha smesso un secondo di gridare da là sopra, mentre tutto era avvolto dalle fiamme “Siete pazzi! Siete tutti pazzi, figli di Dio!”, neanche mentre veniva braccato alle spalle da due poliziotti, tirato verso il pavimento, che poi era la copertura di tutta la struttura, “Siete pazzi! Siete i pazzi figli di Dio!”, braccato come un angelo un attimo prima dello spicco del volo, mentre della palestra rimanevano esposti soltanto i pilastri d’acciaio, lo scheletro artritico, e il fumo nero avvolgeva tutto e saliva denso verso il cielo.<span id="more-40460"></span></p>
<p>Conosco il fuoco da quando ho quattro anni. Dapprima l’ho guardato al riparo, dietro la finestra nel salotto della casa in cui sono nato, periferia nord, tra Niguarda e Bruzzano. Ricordo bene lo scoppio, il rumore dei frantumi di vetro sul marciapiede – la vetrina che collassava; l’avevo capito subito che era una vetrina che colava a terra, poteva sembrare il rumore rassicurante della saracinesca di un negozio che si abbassa, allora vuol dire che sono le sette e mezzo, una giornata era finita e arrivavano i cartoni animati delle otto insieme a mio padre dal lavoro, ma non era esattamente quel rumore e poi era domenica, innanzitutto troppo lungo, quelle frazioni di secondo in più in verità fanno tutto, ti aprono al fatto che deve essere qualcos’altro, il rumore come di mille sassi che insieme piovono sul selciato. Mi sono staccato dalla tv, ho appiccicato il naso al vetro freddo della sala, arrampicato sullo schienale del divano: guardavo giù.</p>
<p>Il fuoco si prendeva la scrivania di legno, si mangiava la plastica del telefono; alcune lingue più lunghe sporgevano verso l’alto dalla vetrina frantumata accarezzando l’insegna di plastica bianca e annerendola, lì di fronte a me, dall’altra parte della strada. Quella era la lucentezza plastica dell’arroganza. Un negozio non va a fuoco da solo, quello lo capisce anche un bambino di quattro anni, qualcuno doveva aver deciso di farlo incenerire: la prepotenza, la violenza delle fiamme che si mangiavano tutto. Quando i vigili del fuoco hanno finito e hanno mosso l’autoclave dal centro della strada io ho preso il mio pesciolino rosso dalla boccia di vetro in cui gli versavo il mangime e l’ho bruciato, prima sul fornello acceso al massimo, tenendolo dalla coda finché non ha smesso di agitarsi, poi in un piatto, sul tavolo della cucina, con un accendino Bic blu.</p>
<p>È molta la differenza, del resto, tra una vetrina che scoppia per il calore delle fiamme che divampano all’interno di un negozio e piano piano lo divorano dallo stomaco, indisturbate innocenti e arrogantissime, e l’ineluttabile naturalezza con cui si è più gentilmente estromessi dalle lobby dalle amicizie dalle appartenenze dai lavori per il fatto di non essere un natobene un leccaculo un introdotto? Non è forse la stessa identica coincidente logica dell’amicizia? Non c’è forse a ben guardare un nesso tra le due cose, tra i due incendi, quello pubblico e quello tutto privato che si consuma invisibile al riparo di un appartamento, di un letto? Non scaturiscono forse i due incendi dallo stesso germe pestifero e omeopatico che cura l’uguale con l’uguale, l’amicizia con il vantaggio reciproco?<br />
Signori, fatevene carico: quelle fiamme siete voi, quelle fiamme sono anche io.</p>
<p>L’altro giorno hanno bruciato il centro sportivo comunale di via Iseo, a Milano, Affori. “Dov’eri, tu?” Dov’ero, io? Sembra che chi è stato mi abiti a due passi, abbia sempre vissuto nella parallela da casa mia. Io li conosco benissimo, da quando sono nato. Sono gli stessi che da trent’anni fanno il prezzo della cocaina e stabiliscono seduti a un tavolo all’inizio dell’anno quanta se ne troverà nelle piazze del nord di Milano, broker degli stupefacenti. Gli stessi che da dieci anni gestiscono la più grande società di movimentazione delle merci della Lombardia. Gli stessi che posseggono la metà delle discoteche della città, quelli che hanno il monopolio del servizio di buttafuori nei locali, quelli che passano tutti i mesi a chiedere soldi ai baracchini che vendono i panini e le bibite di notte, ai quattro angoli di Milano. Gli stessi che hanno fatto eleggere un paio di consiglieri comunali e hanno creato la quarta corsia sulla Milano-Venezia, quegli stessi che seppellivano le scorie tossiche in un buco grosso come dieci campi da calcio dietro l’Esselunga di Pioltello.<br />
Erano stati allontanati da quel centro sportivo non più di qualche mese fa perché appartenenti alla ’ndrangheta. E così l’hanno incendiato, distrutto. Se non è nostro non lo usa più nessuno.<br />
Negli ultimi giorni sono andati in fiamme il Sugar Lounge di via Alserio, zona Isola, il Cappados di viale Monza, il Fox River, l’ex Transilvania e un altro locale in viale Abruzzi. Centotrenta incendi dolosi soltanto a Milano, centotrenta. Più settanta attentati con armi ed esplosivi ai danni di esercizi commerciali vari, e questo è il conto ufficiale, gli attentati riconosciuti, classificati, accertati come di matrice mafiosa.</p>
<p>Così l’uomo sul tetto braccato dai poliziotti e gridante, come Darete il sacerdote di Efesto che è costretto ad abbandonare Troia in fiamme nella piena consapevolezza della situazione, della disfatta – lui lo sa che Troia è ormai perduta per sempre – così quell’angelo scalzo continua a sgolarsi nella sua liturgia sulla pazzia, forse ha tenuto il conto del numero delle fiamme, forse è un contabile d’incendi dolosi rifletto, e io ci penso, forse ha ragione, forse è vero che non siamo sognatori, che siamo il risveglio da un sogno che si sta trasformando in incubo, e precisamente quello delle fiamme che tutto avvolgono, che mi vengono a prendere anche di notte mentre dormo che mi scalzano dal letto che cominciano a lambirmi i piedi poi si mangiano la prima gamba dei pantaloni del pigiama poi l’altra e infine la maglietta e poi mi infiammano i capelli il canale auricolare il cervelletto, il fuoco arriva e mi mangia tutto, mi avvampa ormai si è preso la mia ragione da tempo, la capacità che avevo di mettere due pensieri in fila di guardare le cose in maniera critica, di ragionare insomma, un’intelligenza viva, sognante, sana, salvifica, che corrode il reale, che diceva cose sensate anche.<br />
E i due poliziotti lo portano giù, dopo qualche minuto compaiono tutti e tre, l’uomo prodigio in mezzo, il santo al centro, ed è scalzo, davvero non aveva le scarpe, e intanto alle loro spalle la città brucia nell’indifferenza di tutti, non fosse che per questo angelo caduto senza clac, senza platea, che però a un certo punto comincia a strattonare prima a destra poi a sinistra i suoi due custodi in divisa blu ottenendo che si fermino, e comincia a dire, rivolto a quello scarno pubblico, io e altri venti trenta astanti sfigati raccolti sul cavalcavia di viale Enrico Fermi a bloccare il traffico, davanti alle fiamme Darete dice: «Lo sapete che mentre io sono qui che cago» proprio così dice, come se fosse stato lì a cagare «e lo sfintere mi si allarga e mi addolcisce i pensieri perché li solletica, questo nostro adolescente Paese viziato ormai è troppo vecchio anche solo per guardarsi con coscienza nelle mutande e riconoscere il danno, l’essersela fatta addosso. Lo sapete, eh?» e il tono e il viso sono ispirati come quelli di un attore protagonista.<br />
La gente là davanti e anche uno dei due poliziotti abbozza un sorriso, forse vorremmo ridere, forse no.</p>
<p>L’uomo mi passa di fianco scortato, con una mano quasi saluta la folla accarezzandola idealmente nel gesto papale, adesso sono io che penso all’eloquenza del fuoco alla sua forza che sta tutta nel fatto che è lì per tutti, e non può non venirmi in mente il salto di qualità, il cambiamento di strategia. Questi incendi sono qui per essere visti, penso mentre il santo mi passa di fianco e poi guarda il cielo, questo è un segnale bello e buono non è più la minaccia, il raccoglimento del pizzo in silenzio dalle casse di ogni commerciante che non batte un tot di scontrini per tirare fuori il dovuto e tace perché sa il suo e ha paura, questo è un atto pubblico una sfida aperta il guanto lanciato.<br />
Mi sale alla mente allora il consigliere comunale Domenico Anselmo che ha preso a dormire stabilmente nella sua panetteria, la notte, dopo che gli è stata bruciata per non avere concesso la licenza per una sala giochi, dorme all’interno del suo negozio nel profumo del pane fresco perché ha paura di altri atti ritorsivi, ha paura che lo brucino di nuovo oppure rompano le vetrine o le facciano saltare, allora prende sonno o ci prova lì dentro, steso per terra su un materasso alla buona perché crede che fino a lì non possano arrivare – far saltare il locale con lui dentro – dopo che hanno incendiato anche il chiosco di alimentari di un altro consigliere comunale, Francesco Cuvello, per la stessa ragione., la sala giochi.<br />
Mi giro e vedo il volto deformato o così mi sembra di una signora sui cinquanta che come me divide l’attenzione tra il santo e le fiamme, che ancora continuano ad ardere la palestra, hanno attaccato le gomme dei macchinari, il puzzo si fa più intenso. La guardo, lei se ne deve accorgere perché mi concede un sorriso, lo allunga quasi, lo tira, poi senza preavviso il suo volto ossequioso è d’un tratto orribile, il viso comincia a deformarsi, i lineamenti a contorcersi, dalle orbite degli occhi e le narici le fuoriescono larve, migliaia di larve, di acari e di batteri che prendono a impossessarsi dei suoi lineamenti, la sfondano, la divorano. Mi sembra che stia per avvicinarsi, io cerco di scantonare ma sbatto contro la spalla del vecchietto che mi sta di fianco a testa in su, ma lei invece si allontana, mi tiene per la verità a distanza, fa il contrario di ciò che credevo.<br />
Poi il suo viso torna normale, come se nulla fosse stato, ritorna la signora con la gonna nera e il maglioncino che c’era prima. Questa volta mi si avvicina per davvero e sottovoce mi dice: «Milano brucia».<br />
Io rispondo «Eh…».<br />
Senza guardarmi, continuando a fissare le spalle del santo scalzo che viene trascinato via dai due poliziotti, continua: «Hai paura?».<br />
Io giro di poco la testa, la sua guancia è normale, anche l’espressione degli occhi – luminosi, esaltati dal fuoco ma normali: «Di che?» rispondo.<br />
«Non li vedi?» mi fa.<br />
«Vedi chi?» faccio io.<br />
«Non li vedi quando presenti <em>Alveare</em> a Milano e dintorni? Non ci fai caso che ce n’è sempre uno che ti viene ad ascoltare, di solito si mette dietro, un cappellino in testa o una grande sciarpa a coprirgli un po’ la faccia, e quasi di sicuro registra le tue parole?»<br />
A quel punto mi giro completamente verso di lei, lei capisce che le sto chiedendo senza neanche volerlo come fa a sapere quelle cose.<br />
«E non ti fa paura questo?» continua. «Sai cosa vuol dire quando i padroni arrivano a bruciare una città? Lo sai, vero, che il sindaco Pisapia ha dovuto fare quella dichiarazione appena insediato che un commerciante su cinque a Milano paga il pizzo, quando in verità è uno su due? Non ti fa paura che Milano brucia e nessuno fa niente?»</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2011/10/24/milano-brucia/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>4</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">40460</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Restiamo uniti!</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2011/06/22/restiamo-uniti/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2011/06/22/restiamo-uniti/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Jun 2011 12:01:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA['Ndrangheta]]></category>
		<category><![CDATA[appello]]></category>
		<category><![CDATA[criminalità]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe catozzella]]></category>
		<category><![CDATA[multimedia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=39346</guid>

					<description><![CDATA[di Giuseppe Catozzella Sono convinto sia profondamente sbagliato sottomettersi alla logica dell’audience che vuole sia la quantità di vendite a fare da amplificatore di una verità scritta nero su bianco. Solo se uno scrittore, un giornalista, un regista, un attore sono già arrivati a tantissima gente allora fa comodo ai grandi giornali o alle tv [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Catozzella</strong></p>
<div id="_mcePaste">Sono convinto sia profondamente sbagliato sottomettersi alla logica dell’audience che vuole sia la quantità di vendite a fare da amplificatore di una verità scritta nero su bianco. Solo se uno scrittore, un giornalista, un regista, un attore sono già arrivati a tantissima gente allora fa comodo ai grandi giornali o alle tv parlare di ciò che essi dicono nelle loro opere.</p>
<div id="_mcePaste">No, ciò che un libro, un’inchiesta giornalistica, un documentario, uno spettacolo teatrale, anche solo un articolo di cronaca giudiziaria racconta sta prima di quanto ha venduto. Bisognerebbe considerare l’oggetto e non il consenso che ne deriva e in quale quantità.</div>
<div id="_mcePaste">L’11 maggio 2011 è partito il maxi processo alla ‘ndrangheta in Lombardia, diviso tra rito abbreviato e rito ordinario (questo celebrato nell’aula bunker di via Ucelli di Nemi, a Ponte Lambro), sèguito delle maxi operazioni – Crimine e Infinito – di luglio 2010, in cui furono tratti in arresto più di 300 affiliati tra Lombardia e Calabria.</div>
<div id="_mcePaste">Un maxi processo di mafia è già di per se un evento che è necessario raccontare, far sapere ai cittadini. Un maxi processo di mafia al Nord, in Lombardia, il cuore economico del Paese, lo è ancora di più.</div>
<div id="_mcePaste">Ma così non è stato, non se ne sono occupati i telegiornali, nemmeno i giornali nazionali.<span id="more-39346"></span></div>
<div id="_mcePaste">Se si raccontano le modalità con cui la mafia più potente del mondo da sessant’anni governa in silenzio la regione più ricca d’Europa e quindi d’Italia, il motore di tutto il Paese, ciò che gli consente di stare dentro il G8 per esempio, se si racconta che gran parte dei capitali prodotti in Lombardia – e quindi una buona fetta del Pil italiano – è frutto di accordi con l’economia criminale, questo è quello che non si può dire, che deve rimanere taciuto.</div>
<div id="_mcePaste">Se si raccontano i meccanismi con cui ciò avviene, i metodi, le strategie, le logiche del controllo del territorio, degli accordi con i politici locali, della partnership con gli imprenditori, il ruolo del commercio di cocaina nell’accumulo di liquidità che entra nelle casse delle imprese pulite, questo è proprio ciò che deve essere silenziato. Se si fa vedere il meccanismo che sta sotto la guaina di protezione e si racconta, si analizza, si mostra l’ingranaggio così com’è, perché tutti lo possano vedere nel luogo che guida la spinta economica dell’intero Paese, si deve essere messi al silenzio.</div>
<div id="_mcePaste">E invece solo questo è quello che andrebbe raccontato se si volessero comprendere le ragioni del sistematico crollo economico e morale italiano. Per comprendere lo stadio a cui siamo arrivati è necessario fare un passo indietro o un passo in dentro, e avere il coraggio di scovarne le ragioni. La grande floridezza dell’economia del nostro Paese è in gran parte sommersa, aiutata in questo dal tessuto imprenditoriale che è proprio del nostro territorio: un arcipelago di medie, piccole, piccolissime aziende. 300 miliardi di euro ogni anno vengono sottratti alle casse dello Stato tra fatturato mafioso (circa 130 miliardi) e corruzione ed evasione fiscale (i restanti 170 miliardi): dieci grandi finanziarie.</div>
<div id="_mcePaste">Per troppo tempo si è voluto far finta di credere che la mafia – il primo Male italiano, la prima cosa che abbiamo esportato nel mondo e che contemporaneamente si mangia la fiducia nel futuro, alimentata dai concetti di merito, di premio per lo sforzo personale, unico vero motore economico – fosse confinata al Sud: se solo una parte del corpo è malata, allora si può guarire, allora il tutto è sano, non c’è da preoccuparsi.</div>
<div id="_mcePaste">Le maxi operazioni in Lombardia e Piemonte, le grandi operazioni in Liguria, Emilia Romagna e Veneto gridano che così non è.</div>
<div id="_mcePaste">E in Lombardia, già negli anni Novanta, ci sono state decine di maxiprocessi, con condanne per circa tremila affiliati di ‘ndrangheta. Tutti nascosti sotto terra, insabbiati, per allontanare sempre più il giorno della consapevolezza, della resa dei conti.</div>
<div id="_mcePaste">Ma quel giorno è alle porte, è evidente a quasi tutti. Sembra essere alle porte il momento di scrivere sulle prime pagine dei giornali che l’Italia è malata. Che il germe della corruzione non è confinato in una precisa latitudine, ma che il modo più facile per creare capitale, quello illegale, ha da sempre tentato e fatto gola a un certo tipo di italiani, del Nord come del Sud. E che da sempre le nostre quattro mafie hanno fatto comodo al tessuto produttivo dell’intero Paese e alla maggior parte della classe politica, che è sempre sembrata fare di tutto per non combatterle.</div>
<div id="_mcePaste">Dobbiamo avere il coraggio di dirlo, altrimenti – come sempre più spesso succede per i giornali – la realtà, i movimenti, i venti, non solo superano ma scalzano totalmente la comprensione, che resta azzoppata, monca, muta: stupida.</div>
<div id="_mcePaste">Un Paese senza un’adeguata Ragione che lo rappresenta è cieco, guidato dagli istinti.</div>
<div id="_mcePaste">È l’ora del coraggio, invece, della presa di coscienza.</div>
<div id="_mcePaste">Voglio fare un appello, soprattutto ai giovani, ma rivolto a tutti. Soprattutto a coloro che hanno deciso di “metterci la faccia”, di raccontare con il proprio nome i meccanismi con cui agisce la mafia, con cui agisce la corruzione, nel nostro Paese, a quelli che hanno deciso di dedicare anni, tempo prezioso, alla comprensione e al racconto.</div>
<div id="_mcePaste">Scrittori, giornalisti, attori, giovani delle organizzazioni antimafia, magistrati, uomini delle forze dell’ordine, politici: mettiamoci insieme.</div>
<div id="_mcePaste">Superiamo le minuscole logiche di appartenenza ai diversi gruppi editoriali, la difesa delle piccole o grandi notorietà, le personalizzazioni e uniamo invece le nostre voci, appoggiamoci, spalleggiamoci, diamoci forza reciproca. Facciamo vincere la verità. Costringiamo i grandi giornali e i telegiornali a occuparsi seriamente di quello che ormai non è più un’ipotesi, mettendo la firma insieme sotto la nostra consapevolezza: la completa compresenza dell’economia criminale e di quella legale sull’intero corpo della Penisola. Aiutiamo il vento che già si è levato ad andare nella giusta direzione, urliamo insieme che siamo per la legalità, per il rispetto delle intelligenze, dei meriti, del lavoro altrui, della Verità, e che siamo contro le arroganze, le prepotenze, l’annichilimento del talento e della fiducia nel futuro, siamo contro le logiche familistiche di spartizione della ricchezza e del lavoro. Gridiamo che siamo pronti per riprenderci finalmente il nostro Paese dove i Padri Costituenti l’hanno lasciato.</div>
<div id="_mcePaste">Gridiamo insieme. Questo è il momento. Gridiamo con forza la Verità. Firmiamo articoli che la raccontano. Facciamoci sentire. Guidiamo la consapevolezza. Ma tutti insieme, finché non saremo tutti gli italiani.</div>
</div>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2011/06/22/restiamo-uniti/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>8</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">39346</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Nient&#8217;altro che il dovere di essere calabresi, cioè italiani, ovvero parte di un territorio infinitamente più esteso</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2011/04/14/nientaltro-che-il-dovere-di-essere-calabresi-cioe-italiani-ovvero-parte-di-un-territorio-infinitamente-piu-esteso/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2011/04/14/nientaltro-che-il-dovere-di-essere-calabresi-cioe-italiani-ovvero-parte-di-un-territorio-infinitamente-piu-esteso/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 Apr 2011 04:58:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA['Ndrangheta]]></category>
		<category><![CDATA[Calabria]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe zucco]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[immigrati]]></category>
		<category><![CDATA[lega nord]]></category>
		<category><![CDATA[libia]]></category>
		<category><![CDATA[roberto castelli]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=38771</guid>

					<description><![CDATA[di Giuseppe Zucco   Laggiù tutte le forme conservano intrecciate un&#8217;unica espressione frenetica di avanzata. Federico Garcia Lorca Il sottosegretario alle infrastrutture Roberto Castelli meriterebbe di più, sicuramente un premio. Ci sarebbe tutta una lunga enciclopedica lista di gente da premiare, persone a cui stringere la mano dopo avere appuntato sulla loro divisa istituzionale il [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di <strong>Giuseppe Zucco</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> <a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/25022011054.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" title="25022011054" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/25022011054-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></strong></p>
<address style="text-align: justify;">Laggiù tutte le forme conservano intrecciate</address>
<address style="text-align: justify;">un&#8217;unica espressione frenetica di avanzata.</address>
<address style="text-align: justify;">Federico Garcia Lorca</address>
<p>Il sottosegretario alle infrastrutture Roberto Castelli meriterebbe di più, sicuramente un premio. Ci sarebbe tutta una lunga enciclopedica lista di gente da premiare, persone a cui stringere la mano dopo avere appuntato sulla loro divisa istituzionale il profilo dorato di una medaglia al valore. Tuttavia, questa è la volta del sottosegretario alle infrastrutture Roberto Castelli, e non sarebbe decoroso fare finta di niente, si tratterebbe di un&#8217;imperdonabile mancanza di rispetto.<span id="more-38771"></span> <a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/25022011054.jpg"></a>Con candore, e cristallinità di pensiero, e un uso superlativamente performativo del sillogismo degno dei migliori allievi di Aristotele, sempre il sottosegretario alle infrastrutture Roberto Castelli, durante una sessione multipla di domande poste dal quotidiano <em>Padania</em>, avrebbe così ovviato al problema della presenza della &#8216;ndrangheta lungo tutta la diramata filiera di uno dei più grandi business italiani della seconda decade degli anni duemila, cioè l&#8217;Expo 2015 di Milano: &#8220;<em>Evitiamo per decreto che a partecipare siano aziende che possano essere collegate con la ‘ndrangheta. In poche parole escludiamo le ditte calabresi</em>&#8220;. Ovviamente, il sottosegretario alle infrastrutture Roberto Castelli scherza. Non si prende gioco di noi &#8211; gioca <em>con</em> noi. Fa dell&#8217;ironia una sottilissima arte e la muove all&#8217;interno degli asfittici spazi del dibattito politico per scuotere la nostra coscienza civile. Sempre il sottosegretario alle infrastrutture Roberto Castelli, in quanto uomo delle istituzioni, garante della costituzione, rappresentante del popolo italiano informato sui fatti, non può non sapere in quale regione si è originata e sviluppata con scarso contrasto l&#8217;organizzazione criminale, conosce alla perfezione il carattere nazionale degli investimenti finanziari dell&#8217;organizzazione, ha certezza assoluta della spiccata vocazione internazionale dei movimenti valoriali materiali finanziari che l&#8217;organizzazione criminale non smette un istante di tessere in qualsiasi parte del pianeta Terra. Inoltre, ed è bene precisarlo a buon nome del sottosegretario alle infrastrutture, sempre in virtù di quanto sopra, Roberto Castelli è epistemologicamente avverso al motto <em>fare di tutta l&#8217;erba un fascio</em>, quindi anche in situazioni ampiamente disordinate, vedi il caso in questione, avrebbe la caratura scientifica se non spirituale per vagliare i comportamenti di una qualsiasi persona fisica e/o giuridica calabrese definendoli di volta in volta onesti conniventi corrotti criminali. Allora siamo tecnicamente al punto: perché mai il sottosegretario alle infrastrutture Roberto Castelli scherza con noi, gioca con noi, tiene le mani sulla pancia dal ridere mentre rilascia su un quotidiano prova di tanta ironia e acume? Forse forse cerca di distrarci? Conosce una per una le passioni tristi che animano la nostra vita quotidiana e fa di tutto per tirarci su il morale? Tenta di riportare a galla sentimenti tipo amore per il prossimo e solidarietà che avevamo riposto in un angolo segreto del nostro trilocale in attesa di un tempo meno depressivo e sinistro? Cioè, cos&#8217;è questo solletico viceministeriale? Una forma dolcissima di empatia? Alla lunga, ragionandoci su, credo davvero che il sottosegretario alle infrastrutture Roberto Castelli abbia rilasciato questa dichiarazione per istruirci su quanto avesse ragione Jacques Lacan: c&#8217;è una strettissima connessione tra inconscio e linguaggio &#8211; e se l&#8217;inconscio è strutturato come un linguaggio, a sua volta il linguaggio porta traccia, in molti casi una traccia dolorosa, del moto incessante dell&#8217;inconscio e delle sue configurazioni. In altre e più specifiche parole, il sottosegretario Roberto Castelli, in quanto uomo delle istituzioni, garante della costituzione, rappresentante del popolo italiano informato sui fatti, ha messo in scena un finto lapsus linguistico &#8211; cioè, è caduto intenzionalmente in errore &#8211; per riportare alla nostra attenzione il modo euristico e infelice coi cui ahimè ragiona buona parte dei cittadini dello stato italiano. Il sacrificio morale del sottosegretario alle infrastrutture Roberto Castelli, una di quelle azioni che immediatamente sconfinano nel campo della beatificazione, viene dopotutto a ricordare a ognuno di noi che non va bene, è proprio una scorciatoia ermeneutica, l&#8217;identità è una cosa, la gabbia identitaria è un altra, il territorio è una cosa, la chiusura stagna del territorio è un altra. Avvicinandosi sempre più al cuore pulsante del sacrificio morale del sottosegretario alle infrastrutture Roberto Castelli, si capisce meglio: nel mondo materiale, così come nell&#8217;infinita ricchezza delle forme di pensiero, non esiste una lunga sequela di piccoli territori recintati, ma un unico grande territorio con un unico amplissimo orizzonte dove tutto si intreccia e si trasforma. Perché sì, ha ragione Federico Garcia Lorca, <em>Ci avvince un desiderio di limiti e di forme</em>, ma più che altro dimora dentro di noi la vocazione a abitare e pensare un territorio infinitamente più esteso, ed è lì il segreto, nel territorio aperto. Ho il vago presentimento che se il sottosegretario alle infrastrutture Roberto Castelli fosse qui in uno dei suoi elegantissimi completi di grisaglia ministeriale, non perderebbe tempo, aprirebbe sotto i nostri occhi il vocabolario alla voce <em>etica</em>, e con il dito puntato di una vasta erudizione ci farebbe notare come la radice di questa parola discenda dal greco antico <em>ethos</em>, il posto da vivere. Ed è anche e soprattutto per questo che mi piacerebbe sciogliere parte della commozione mentre il sottosegretario alle infrastrutture Roberto Castelli ritira il suo premio. Del resto, penso, se ha giocato e scherzato con noi mettendo a disposizione queste conoscenze, chissà cosa succederebbe se gli venisse mai in mente di rilasciare qualche nuova e meno scontata dichiarazione sulla Libia, per esempio, o sull&#8217;uso delle centrali termonucleari, o sull&#8217;avventura dei migranti non tanto in acque internazionali quanto sulla terraferma di Lampedusa<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-includes/js/tinymce/plugins/paste/pasteword.htm?ver=327-12351#_ftn1">[1]</a>. Ci sarebbe da tenerlo d&#8217;occhio, allora. Il sottosegretario alle infrastrutture Roberto Castelli fiuta premi e riconoscimenti a mille miglia di distanza.</p>
<hr size="1" /><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-includes/js/tinymce/plugins/paste/pasteword.htm?ver=327-12351#_ftnref1">[1]</a> È decisamente incredibile: nell&#8217;arco di tre settimane, con una determinazione senza pari, staccando di molte misure ogni simile per grado e merito, il sottosegretario alle infrastrutture Roberto Castelli consegue un <em>en plein</em>, rilasciando questa dichiarazione durante il programma televisivo <em>Porta a Porta</em>: &#8220;<em>Bisogna respingere gli immigrati, ma non possiamo sparargli, almeno per ora</em>&#8220;. Ovviamente, il sottosegretario alle infrastrutture Roberto Castelli continua a scherzare con noi, a prendersi cura di noi &#8211; d&#8217;altra parte è patrimonio comune non solo il suo pacifismo, ma soprattutto il suo costante richiamo alla vita e alle opere di un vescovo, il manzoniano e lombardissimo San Carlo Borromeo. E allora perché, si chiederanno i miei venticinque lettori? Presto detto: stracciando sotto i nostri occhi le prime grandezze filosofiche di Giambattista Vico e Vilfredo Pareto, riformulando in modo colloquiale la nozione di <em>eterogenesi dei fini</em>, dando voce come un ventriloquo alla pancia del paese Italia, il sottosegretario alle infrastrutture Roberto Castelli tenta disperatamente di farci comprendere quanto le azioni umane possano portare al conseguimento di fini diversi da quelli prefissati. È chiaro a tutti ormai che se non fosse così umile e schivo e di basso profilo potrebbe tranquillamente ambire a ciò che gli induisti definiscono <em>guru</em>.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p style="text-align: left;"> </p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2011/04/14/nientaltro-che-il-dovere-di-essere-calabresi-cioe-italiani-ovvero-parte-di-un-territorio-infinitamente-piu-esteso/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>3</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">38771</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Immagina un alveare</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2011/04/12/immagina-un-alveare/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2011/04/12/immagina-un-alveare/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Apr 2011 09:00:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA['Ndrangheta]]></category>
		<category><![CDATA[Alveare]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe catozzella]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=38737</guid>

					<description><![CDATA[[Giuseppe Catozzella, che è un amico di Nazione Indiana, ha pubblicato un libro importante &#8211; Alveare &#8211; sul dominio della &#8216;ndrangheta nel Nord Italia. Ho chiesto alla casa editrice, Rizzoli, il piacere di pubblicare qui le prime pagine, giusto per farvi &#8220;sentire&#8221; il tenore, la rabbia, la forza delle sue parole. G.B.] di Giuseppe Catozzella [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/Cop_Catozzella_ALVEARE.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/Cop_Catozzella_ALVEARE.jpg" alt="" title="CatozzellaALVEAREesec.indd" width="200" height="309" class="alignleft size-full wp-image-38738" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/Cop_Catozzella_ALVEARE.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/Cop_Catozzella_ALVEARE-194x300.jpg 194w" sizes="auto, (max-width: 200px) 100vw, 200px" /></a> [<em><a href="http://blobssblog.blogspot.com/">Giuseppe Catozzella</a>, che è un amico di <a href="https://www.nazioneindiana.com/?s=giuseppe+catozzella">Nazione Indiana</a>, ha pubblicato un libro importante &#8211; <strong>Alveare</strong> &#8211; sul dominio della &#8216;ndrangheta nel Nord Italia. Ho chiesto alla casa editrice, Rizzoli, il piacere di pubblicare qui le prime pagine, giusto per farvi &#8220;sentire&#8221; il tenore, la rabbia, la forza delle sue parole.</em> G.B.]</p>
<p>di <strong>Giuseppe Catozzella</strong></p>
<p>Immagina un alveare. </p>
<p>Ne ho avuti due, gemelli, nati di nascosto nella mia camera, in quei trenta centimetri scarsi di muro che separano i vetri della finestra dalle persiane. Li ho lasciati crescere, li ho coltivati, ogni ora del giorno ho controllato da sotto, scostando le tende, il brulicare operoso delle piccole api, le loro cellette esagonali che aumentavano.<br />
Ogni tanto aprivo i vetri, mi divertivo a stuzzicarle. Con una bacchetta di ferro piatta e lunga un metro, che avevo sfilato dall’orlo inferiore di una tenda, smuovevo uno dei due alveari, lo toccavo a ripetizione con la punta dell’asticella. Le api non sembravano rendersene conto, non si allarmavano. Eppure dovevano emettere un suono inudibile perché dopo pochi secondi, dal piccolo orto del mio vicino di casa, arrivavano le compagne in soccorso. A quel punto io richiudevo la finestra e le guardavo volare a scatti e convulse, ruotare attorno al loro quartier generale e, completata la ricognizione, ritornare da dove erano venute. <span id="more-38737"></span><br />
A lungo ho lasciato che le loro abitazioni si impilassero l’una sull’altra, si affiancassero, si accatastassero, si accumulassero. Crescevano a vista d’occhio, incontrollabili. <br />
Ci ho messo molto ad accorgermi degli alveari e, quando è successo, erano troppo grandi per una rimozione immediata. Così ho chiuso i vetri, per creare una gabbia, e sono rimasto a osservare: prese singolarmente, le api sono piccole, ma tutte insieme diventano grandi, formano come un unico organismo che si ingrossa in silenzio. Si muovono come rabdomanti e scelgono i luoghi che reputano opportuni per sviluppare i loro patrimoni, senza chiedere il permesso. Lavorano senza sosta: in un batter d’occhio sono lì, hanno costruito, si sono ricavate degli spazi.<br />
In poco tempo i loro due magazzini-laboratorio sono cresciuti fino a un diametro di circa cinquanta centimetri, erano già quasi sul punto di toccarsi. Le api continuavano ad andare avanti e indietro, si muovevano instancabili, per edificare il loro futuro, la loro ricchezza, la loro dote. Si erano appropriate di parte della mia camera, e io ho iniziato a pensare che non avrei mai avuto il coraggio di fermarle, che si sarebbero conquistate l’intera casa, avrebbero cominciato da quella stanza per poi prendersi tutto. </p>
<p>Dopo qualche mese i due alveari erano diventati uno solo, enorme. Un mostro senza forma, una sorta di viscido baco gigantesco, popolato da una nube di minuscole ali infaticabili che avevano perso di vista l’armonia del disegno originario, forse per il fatto che le due costruzioni si erano unite a loro insaputa in una grande larva bitorzoluta, rigonfia e ipertrofica da un lato, affusolata dall’altro. Anche il vento, che aveva soffiato forte per tutta la primavera, doveva aver cesellato quella creazione.<br />
Un impressionante fagiolo di bava umida ricoperta dal frastuono invisibile di migliaia di api in movimento, di ronda incessante dal giardino di sotto fino al mio appartamento. <br />
Spesso mi sono chiesto perché avessero scelto proprio la mia casa. Credo di aver trovato la risposta. <br />
In comune le api, la loro massa sterminata, e la mia casa hanno il silenzio. Non possono che agire nel più assoluto silenzio, scolpite da migliaia di anni di evoluzione che ha tolto rumore alle loro movenze, al loro sostare, alle loro tecniche di insediamento.<br />
I luoghi che abitano non possono che essere altrettanto quieti, in certo modo invisibili, per permettere al loro agire in concerto di porre le fondamenta delle piccole cellette in un posto tranquillo, che non rechi disturbo alla regina. <br />
Silenzio incontra silenzio. </p>
<p>Le api arrivano, importano il loro mercato, i loro metodi, lo fanno ovunque trovino silenzio.<br />
La ’ndrangheta, una delle organizzazioni militari più efficienti mai esistite, assimilata ad al-Qaeda dall’fbI, fa lo stesso. È per questo che la mafia più potente e ricca del mondo, assai diversa nel suo operare dal chiasso della camorra e dall’onore chiacchierato di Cosa Nostra, ha preso casa in Lombardia. L’ha trovata un luogo adatto e fertile in cui nidificare. <br />
La globalizzazione l’ha mossa lei, l’ha tessuta nel silenzio dell’operosità, prima ancora che si cominciasse anche solo a parlarne, che un economista le desse il nome, che un giornalista la battezzasse su un quotidiano. È lei che, da quarant’anni, decide oggi quello che tu farai domani. <br />
Ventiquattr’ore dopo la caduta del muro di berlino, un boss di ’ndrangheta viene intercettato al telefono con un suo luogotenente che si trova in Germania. Gli dice solo: «Compra tutto». L’uomo viene fermato nella sua auto con 2.600 miliardi di lire in contanti: stava per acquistare una raffineria, un’acciaieria e quote di una banca a San Pietroburgo, dopo aver attraversato la Polonia e il confine con la Russia. Come una massaia che mette in tasca qualche risparmio ed esce di casa per approfittare del primo giorno di saldi. Quell’uomo era Salvatore Filippone, faccendiere legato a varie potentissime cosche del reggino, i D’Agostino, i Serraino-Condello-Imerti e i Piromalli della piana di Gioia Tauro.<br />
Un altro boss viene intercettato mentre racconta di aver disseppellito più di cento miliardi di lire da un bosco e di averne trovati otto marciti, putrefatti dall’umidità e dal tempo. Non ha fatto altro che buttarli via insieme al sacco di tela in cui erano stati sotterrati. bruciati come se fossero niente, perché la ’ndrangheta non ha più il problema di fare soldi, ma soltanto quello di giustificare la sua ricchezza e reinvestirla in immaginario.<br />
Non si muove assecondando i ritmi del mondo, ma ne crea di nuovi, a sua misura. Come ha fatto con un’importante compagnia aerea, insospettabile: una volta al mese ha istituito un volo diretto dal Canada al piccolo scalo di Lamezia Terme, una linea invisibile, per facilitare gli spostamenti degli affiliati che fanno affari oltreoceano. </p>
<p>Dalla casa madre la ’ndrangheta è arrivata a colonizzare completamente la regione più ricca d’Italia, costruendo un impero come un alveare silenzioso. Un impero fondato sul sangue.<br />
Tutto è cementato dal sangue. Lo stesso che scorre nelle vene del Padre scorre in quelle del figlio e dello Spirito santo. </p>
<p>Immagina un alveare.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2011/04/12/immagina-un-alveare/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>47</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">38737</post-id>	</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/

Page Caching using Disk: Enhanced 

Served from: staging.nazioneindiana.com @ 2026-06-19 16:50:25 by W3 Total Cache
-->