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	<title>Nel malintendere &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Su Fabio Teti. Poesia come discorso inceppato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Sep 2013 06:00:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[critica letteraria]]></category>
		<category><![CDATA[Fabio Teti]]></category>
		<category><![CDATA[Nel malintendere]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana contemporanea]]></category>
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					<description><![CDATA[di Andrea Inglese È difficile, se non impossibile, dire di cosa parlino i testi di Fabio Teti. Essi fanno dell’oscurità, la proprio figura naturale: sono enunciati che costantemente eludono sia il concetto che la narrazione. Forniscono elementi di un discorso che costantemente smarrisce, s’inceppa, salta di livello. Nonostante ciò, non siamo di fronte ad una [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;" align="center">di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>È difficile, se non impossibile, dire di cosa parlino i testi di Fabio Teti. Essi fanno dell’oscurità, la proprio figura naturale: sono enunciati che costantemente eludono sia il concetto che la narrazione. Forniscono elementi di un discorso che costantemente smarrisce, s’inceppa, salta di livello. <span id="more-46339"></span>Nonostante ciò, non siamo di fronte ad una scrittura che si lascia determinare da un’eredità ermetica od orfica, fosse pure in una versione aggiornata, di nuovo millennio. I testi di Teti non pretendono di alludere attraverso parole e figurazioni enigmatiche a realtà trascendenti, a super-significati che la frase ordinaria non può cogliere. Nonostante il loro presentarsi oscuri, questi testi vanno letti nella loro <i>letteralità</i>: dicono esattamente ciò che dicono, pur dicendolo in modo balbettante, o eccessivamente concentrato. Parlano del mondo, della sua materialità e corporeità spesso oscena, in quanto prossima alla morte o morente. E parlano sopratutto della lingua, di frammenti linguistici che emergono sconnessi e opachi, e che si tratta ogni volta di nuovo di cucire assieme, e di interrogare. Della materialità del mondo, infatti, fa parte anche la lingua, gli enunciati, i <i>fatti</i> linguistici che sono colti prevalentemente nella loro forma più decaduta, <i>reificata</i>, ossia svuotata della sua intenzione soggettiva e consapevole. Il lavoro più recente di Teti, di cui presentiamo qui un campione, è caratterizzato dal tema beckettiano del <i>mal intendere</i>. E il titolo della serie di poesie è appunto <i>Nel malintendere</i>.</p>
<p>Sulla scia di Beckett e delle avanguardie, ma anche di Zanzotto, e più recentemente di Giuliano Mesa, Teti muove dall’assunto che il nesso tra significato e referente è sempre più compromesso e problematico. Quanto più potenti si fanno i canali della comunicazione, densi e onnipresenti i comunicati che ne determinano il flusso, tanto meno credibile risulta l’espressione individuale, la possibilità della lingua ordinaria di parlare del mondo. Un fortunato luogo comune vuole che la poesia sia un tipo di espressione artistica particolarmente autoreferenziale, e per ciò stesso poco <i>friendly </i>nei confronti del pubblico. La realtà, però, ci mostra che tutti i diversi ambiti dell’attività umana, e quello dell’informazione <i>in primis</i>, hanno una spiccata tendenza all’autoreferenzialità. Ciò che pare perso è il mondo, nella sua ricca e complessa rete di determinazioni. Trionfa, invece, l’autocelebrazione dei diversi media. La loro capacità di tenerci entro la bolla costante dell’informazione-intrattenimento.</p>
<p>Quando Teti privilegia l’opacità linguistica, lo fa per escludere una falsa trasparenza dell’espressione individuale e della comunicazione sociale, ma non per questo rinuncia ad ogni rimando referenziale. Emergono, infatti, nei frantumi della sintassi, scorci di situazioni e oggetti, di corpi e figure, esposti in una violenta nudità. Sono visuali di un mondo metropolitano, di corpi anatomizzati, di torture o di azioni di guerra. Come se fosse preclusa assieme ad ogni forma di trasfigurazione lirica anche ogni forma di dizione ordinaria, lineare. Ma proprio nell’incepparsi del messaggio, che emerge incompleto, amputato, minato da qualche anomalia sintattica, proprio in quel momento fanno irruzione anche i temi periferici: della corporeità malata, della guerra dei viventi, del divenire scoria dell’umano.</p>
<p>*</p>
<p>Per (ri)leggere i testi di Teti tratti da  <em>Nel malintendre</em>: <a style="font-family: arial;" href="https://www.nazioneindiana.com/2012/09/03/b-t-w-d-h-15-poesie-da-nel-malintendere-2009-2012/" target="_blank">https://www.nazioneindiana.com/2012/09/03/b-t-w-d-h-15-poesie-da-nel-malintendere-2009-2012/</a></p>
<p>*</p>
<p>[Questo testo è apparso su <em>Journal of Italian Translation</em>, Volume VII, Number 2, Fall 2012]</p>
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