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	<title>neo-neorealismo &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>E se facessimo sul serio?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[domenico pinto]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Oct 2008 09:36:45 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[[Raffaele Donnarumma replica alle critiche che Cortellessa esprime sull&#8217;inchiesta svolta da «Allegoria». Il testo da cui Cortellessa toglie le citazioni può essere letto qui. DP] di Raffaele Donnarumma Su «Specchio+» di novembre, Andrea Cortellessa ricalca, parodizza e cerca di screditare Ritorno alla realtà? Narrativa e cinema alla fine del postmoderno, l&#8217;inchiesta condotta su «Allegoria» 57 da [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #808080;">[Raffaele Donnarumma replica alle <a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/10/29/reale-troppo-reale/" target="_blank">critiche </a>che Cortellessa esprime sull&#8217;inchiesta svolta da «Allegoria». Il testo da cui Cortellessa toglie le citazioni può essere letto <a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/allegoria_57_donnarumma1.pdf" target="_blank">qui.</a> DP] </span></p>
<p>di <strong>Raffaele Donnarumma</strong></p>
<p>Su «Specchio+» di novembre, Andrea Cortellessa ricalca, parodizza e cerca di screditare <em>Ritorno alla realtà? Narrativa e cinema alla fine del postmoderno, </em>l&#8217;inchiesta condotta su «Allegoria» 57 da Gilda Policastro, Giovanna Taviani e me. Simulando di avere a che fare con individui che riescono a essere al tempo stesso polverosi zdanovisti, fustigatori dell&#8217;arte degenerata e complici opportunisti o sprovveduti dell&#8217;industria culturale, Cortellessa stravolge il senso del discorso: neppure si accorge del punto interrogativo che accompagna la formula.<span id="more-10301"></span> Cerchiamo in primo luogo di fare un po&#8217; di chiarezza, e di abbandonare passioni settarie o provinciali. Non si può ignorare che, anzitutto al cinema, qualcosa come un ritorno alla realtà ci sia (e per favore, risparmiamoci l&#8217;etichetta miserella e sciapa di neo-neorealismo): «Allegoria» ricostruisce questo panorama con una cura e un&#8217;estraneità al semplicismo che meritano attenzione. E non si può ragionare come se i libri che hanno contato a partire dagli anni Novanta fossero quelli di Franco Arminio e Leonardo Pica Ciamarra (mi perdonino!), anziché quelli di Saramago, della Munro, di Richler, di Philip Roth, di Yehoshua, di Oz, di Coetzee, di Edmund White, di Cunningham, di Franzen, di Schulze, di Houellebecq, di Littell. Il postmoderno letterario internazionale si è esaurito negli stessi postmodernisti (pensate a DeLillo); mentre in Italia gli scrittori trenta-quarantenni o radicalizzano il postmoderno, di fatto rompendo con le cautele dei Calvino, dei Tabucchi, degli Eco, o esibiscono la loro estraneità ad esso. È  per questi ultimi che possiamo parlare di un ritorno alla realtà (bisogna precisare che è una formula d&#8217;effetto?), dopo le ironie, gli scetticismi, i ripiegamenti dei decenni scorsi; e in due forme: recupero di modi realistici, impegno civile. Tracciare questa mappa non serve a dare pagelline di merito: ci sono scrittori postmoderni di grande intelligenza e forza, come Walter Siti; ci sono sedicenti realisti che inseguono a fatica il successo di <em>reality</em> derealizzanti. Chi oggi si misura con il realismo, lo fa sempre sull&#8217;orlo dell&#8217;irrealtà mediatica. Chi pratica l&#8217;impegno, è a un passo dal diventare una star televisiva da programma di denuncia. Ma quanto più si sforza di resistere, quanto più svela il guasto, o quanto più vi si butta dentro per farne esplodere le contraddizioni, tanto più ha qualcosa da dirci. Non si può far finta che, negli ultimi anni, nulla sia cambiato, e continuare a intonare la vecchia litania secondo cui la realtà non esiste, la storia è finita, dell&#8217;esperienza non si vede neppure più l&#8217;ombra. Parlare di sciopero degli eventi oggi non vuol dire pronunciare una denuncia critica, ma riciclare un&#8217;ideologia di comodo, un alibi, una menzogna (e basta guardare qualche telegiornale&#8230;).</p>
<p>Non c&#8217;è da stupirsi che questo mutamento sconcerti, infastidisca o irriti alcuni critici e scrittori italiani. Il precariato o la camorra sono in fondo così di moda, così banali, così volgari! Fatuità da gazzettieri. Merce da furbacchioni che vogliono spillar soldi agli ingenui con qualche instant book, per beneficio loro e del solito grande editore. Formati negli anni del postmoderno, questi intellettuali sono, se va bene, fermi a un&#8217;oltranzistica difesa della letteratura in quanto letteratura: della quale, però, non si sa cos&#8217;altro dovremmo fare, se non lasciarla all&#8217;irrilevanza cui la destinano lo specialismo accademico, le chiacchiere da bar del dipartimento, l&#8217;industria culturale. Hanno reazioni allergiche a sentir parlare di realtà, di realismo, di impegno: tutte categorie che suppongo evochino alla loro mente cafoni con la roncola in mano e i piedi sudici, tetri e sanguinari funzionari di partito, ammorbanti predicatori di un dopoguerra stento e pulcioso. E Roth o Littell, Yehoshua o Houellebecq? Come non avessero pubblicato mai una riga; come non fossero, per un lettore italiano, gli scrittori che davvero pesano. L&#8217;ipotesi che ci sia una letteratura perfettamente consapevole della propria artificialità, e che insieme sappia parlare del nostro stare nel mondo qui e ora, non pare sfiorarli. Di fronte a questi romanzi, le stracche tiritere di una letteratura chiusa su di sé, occupata a farci capire quanto è letteratura, imprigionata nella fatica dei suoi procedimenti, come qualunque sperimentalismo da dottorandi, hanno ben poco senso. Tutta questa mostra di complessità è soprattutto ora, nel 2008, insufficiente, unilaterale, povera, falsa. Ci culla in una marginalità dalla quale dobbiamo uscire. Per capire, abbiamo bisogno non certo di un realismo di facciata, patinato, mid-cult o bacchettone: ma di una tensione realistica vera, di una volontà di strappare la materialità dell&#8217;esperienza alla falsificazione, del coraggio di guardare sino in fondo i conflitti che ci attraversano. È vero: in Italia, oggi, ogni reportage e ogni non fiction rischia di travestire la più pettinata delle fiction, per un ritardo e una sudditanza all&#8217;immaginario televisivo che difficilmente si registra in altri paesi. Guardiamoci da questo equivoco, dalle ambiguità di tanta letteratura di genere, dal carattere fuorviante dell&#8217;opposizione fiction / non fiction. Ma sono solo questi i problemi? Non sarà più grave, invece, che nel nostro paese si fatichi ad avere una narrativa all&#8217;altezza del tumulto in cui siamo? Possiamo liquidare un bisogno sociale così urgente e giusto di agire sul presente con la solita nenia della televisione che detta legge su tutto e si è mangiata il mondo? Dobbiamo fermarci qui, a snobbare il giornalismo e protestare i privilegi di uno specifico letterario ormai logoro e indifendibile? Bisogna storcere il naso davanti a <em>Gomorra </em>di Saviano perché non è né un vero romanzo né un esatto reportage, senza capire che la sua forza sta proprio nel sottrarsi a queste caselle pacificanti? E perché mai una letteratura murata in se stessa per arroganza, spavento o malinconia dovrebbe dire qualcosa alle migliaia di persone che in queste settimane scendono in piazza per affermare i loro diritti e la volontà di partecipare alla cosa pubblica? Non è una scelta culturalmente e politicamente colpevole rifiutare le possibilità che si potrebbero dare anche alla narrativa italiana, in nome di mitologie che non reggono all&#8217;urto con i fatti? La generazione che riconosco come mia non è quella che ha patito il trauma mancato della guerra del Golfo, stupita davanti ai fuochi verdi della diretta da Bagdad: è quella che vive tutti i giorni le fatiche, le ansie, le umiliazioni del precariato. Ha ragione Cortellessa: la pressione sugli scrittori è alta. Era ora. Hai visto mai che siano tirati per i capelli a farci riflettere su qualcosa che è nel nostro interesse collettivo, a liberarci di luoghi comuni e moralismi, ad abbattere le semplificazioni ideologiche, a scrollarci di dosso l&#8217;inedia e la sensazione consolante che non c&#8217;è più niente da fare? Chissà che non ne approfitti un certo ceto intellettuale e accademico italiano, così screditato di fronte all&#8217;opinione pubblica anche per il suo narcisismo, il suo corporativismo, la sua angustia, la sua renitenza a guardare in faccia un mondo, che, tutt&#8217;al più, diventa il babau del Reale lacaniano, davanti al quale è meglio scappare per tornare al computer o al televisore.</p>
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