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	<title>Nicolas Tuong &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Radio Kapital : Alain Badiou</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Feb 2010 01:38:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[Alain Badiou]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
		<category><![CDATA[Karl Marx]]></category>
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					<description><![CDATA[Elogio dell’amore di Alain Badiou (intervistato da Nicolas Tuong) traduzione di Roberto Bugliani N.T. -: Perché non progettare una “politica dell’amore”, allo stesso modo in cui Jacques Derrida aveva abbozzato una “politica dell’amicizia”? A.B. &#8211; Non penso che amore e politica si possano confondere. A mio parere, “politica dell’amore” è un’espressione priva di senso. Ritengo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/marx.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-30552" title="marx" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/marx.jpg" alt="" width="507" height="366" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/marx.jpg 507w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/marx-300x216.jpg 300w" sizes="(max-width: 507px) 100vw, 507px" /></a></p>
<p><strong>Elogio dell’amore</strong><br />
di<br />
<strong> Alain Badiou</strong> (<em>intervistato da Nicolas Tuong</em>)<br />
<em>traduzione di Roberto Bugliani</em></p>
<p><em>N.T. -: Perché non progettare una “politica dell’amore”, allo stesso modo in cui Jacques Derrida aveva abbozzato una “politica dell’amicizia”?</em></p>
<p>A.B. &#8211; Non penso che amore e politica si possano confondere. A mio parere, “politica dell’amore” è un’espressione priva di senso. Ritengo che quando si dice “Amatevi gli uni con gli altri” si faccia una morale, ma non una politica. Perché in primo luogo in politica vi sono persone che non si amano. E’ incontrovertibile. Non possono chiederci di amarle.</p>
<p>N.T. <em>&#8211; Contrariamente al protocollo dell’amore, la politica sarebbe innanzitutto scontro tra nemici?</em></p>
<p>A.B.- Veda, in amore la differenza assoluta esistente tra due individui, che è anche una delle più grandi differenze rappresentabili perché è una differenza infinita, un incontro, una dichiarazione e una fedeltà possono dunque cambiarla in un’esistenza creatrice. In politica non si produce niente di tutto ciò per quel che concerne le contraddizioni fondamentali, il che permette l’effettiva esistenza di nemici designati. Una questione molto importante del pensiero politico, oggi difficilissima da affrontare – in parte a causa del particolare contesto democratico in cui ci troviamo – è quella dei nemici. Si tratta della domanda: ci sono dei nemici? Ma dei nemici per davvero. Colui che lei, triste e rassegnato, vede assumere con regolarità il potere, solo perché molte persone hanno votato per lui, non è un vero nemico.<br />
<span id="more-30551"></span><br />
E’ soltanto qualcuno la cui presenza al vertice dello Stato la rattrista, perché avrebbe preferito il suo concorrente. E lei aspetterà il suo turno, per cinque o dieci anni, se non di più. Ma un nemico è tutt’altra cosa! E’ qualcuno che lei non sopporta minimamente che decida su ogni cosa che la riguardi. Un vero nemico, dunque, esiste o no? Bisogna cominciare da qui. In politica è una questione d’estrema importanza, che abbiamo preso un po’ troppo l’abitudine di trascurare. Ora, la questione del nemico è assolutamente estranea alla questione dell’amore. In amore lei incontra degli ostacoli, è atteso al varco da drammi immanenti, ma non vi sono nemici, propriamente parlando. Lei potrà dirmi: e il mio rivale? Colui che il mio o la mia amante preferisce a me? Ebbene, ciò non ha niente a che vedere. In politica la lotta contro il nemico è costitutiva dell’azione. Il nemico fa parte dell’essenza della politica.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/9782081233010.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-30550" title="9782081233010" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/9782081233010-193x300.jpg" alt="" width="193" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/9782081233010-193x300.jpg 193w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/9782081233010.jpg 400w" sizes="(max-width: 193px) 100vw, 193px" /></a><br />
Ogni vera politica identifica il suo vero nemico. Mentre il rivale è del tutto esterno, non entra affatto nella definizione dell’amore. Si tratta di un punto capitale di disaccordo con tutti coloro che pensano che la gelosia sia costitutiva dell’amore. Il più geniale di costoro è Proust, per il quale la gelosia è il vero contenuto, intenso e diabolico, della soggettività innamorata. A mio parere, essa non è che una variante della tesi moralista e scettica. La gelosia è un parassita artificiale dell’amore e non entra minimamente nella sua definzione. Forse che ogni amore per dichiararsi, per cominciare, deve identificare fin dapprincipio un rivale esterno? Nient’affatto! Semmai è il contrario: le difficoltà immanenti dell’amore, le contraddizioni interne alla scena del Due si possono cristallizzare su un terzo, su un rivale reale o supposto. Le difficoltà dell’amore non dipendono dall’esistenza di un nemico identificato. Esse sono interne al loro processo: il gioco creatore della differenza. E’ l’egoismo il nemico dell’amore, non già il rivale. Si potrebbe dire: il nemico principale del mio amore, quello che devo vincere, non è l’altro, sono io, l’”io” che vuole l’identità contro la differenza, che vuole imporre il suo mondo contro il mondo filtrato e ricostruito dal prisma della differenza.</p>
<p>[&#8230;]</p>
<p>N.T. &#8211; Malgrado tutto, è possibile ravvicinare amore e politica senza cadere nel moralismo d’una politica dell’amore?</p>
<p>A.B. &#8211; Vi sono due nozioni politiche, o filosofico-politiche, che possiamo ravvicinare in modo puramente formale nelle dialettiche presenti nell’amore. In primo luogo, nella parola “comunismo” c’è l’idea che il collettivo è capace di integrare ogni differenza extrapolitica. Che le persone siano questo o quello, venute da fuori o nate qui, che parlino o no tale lingua o talaltra, che siano forgiate da questa o quella cultura, tutto ciò non impedisce la loro partecipazione al processo politico di tipo comunista, non più di quanto le identità non siano in se stesse degli ostacoli alla creazione amorosa. Soltanto la differenza propriamente politica con il nemico è, come diceva Marx, “irriconciliabile”. Ed essa non ha alcun equivalente con la procedura amorosa. Poi c’è la parola “fraternità”. “Fraternità” è il più oscuro dei tre termini che compongono la divisa repubblicana. Della “libertà” si può discutere, ma sappiamo di che si tratta. Dell’”uguaglianza” si può dare una definizione piuttosto precisa. Ma la “fraternità” cos’è? Senza dubbio, essa appartiene alla questione delle differenze, della loro compresenza amichevole nel processo politico, che ha come limite essenziale il faccia-a-faccia con il nemico. Ed è una nozione che può essere recuperata dall’internazionalismo, poiché se il collettivo è effettivamente capace di farsi carico della propria uguaglianza, ciò significa anche che può integrare i più grandi scarti differenziali e controllare severamente l’influenza dell’identità.</p>
<p>Estratti a cura del traduttore, da <strong>Alain Badiou avec Nicolas Truong,</strong> <em>Éloge de l’amour</em>, Flammarion, Paris 2009, pp. 49-56).</p>
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