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		<title>L&#8217;ordine, i nomi. Il delirio.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Dec 2008 13:37:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Marco Rovelli Dimenticare, l&#8217;ardore più bello (André Breton-Philippe Soupault) Ci sono ancora pile di diari conservati nei cassetti nascosti della casa dove sono cresciuto. In quei diari è racchiusa la mia adolescenza. E il suo delirio. Certo, ci sono riflessioni, pensieri, poesie – velleità di pensiero e di poesia, dovrei dire piuttosto. Lì si [&#8230;]]]></description>
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<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>Dimenticare, l&#8217;ardore più bello</em> (André Breton-Philippe Soupault)</p>
<div><span>Ci sono ancora pile di diari conservati nei cassetti nascosti della casa dove sono cresciuto. In quei diari è racchiusa la mia adolescenza. E il suo delirio. Certo, ci sono riflessioni, pensieri, poesie – velleità di pensiero e di poesia, dovrei dire piuttosto. Lì si legge la volontà di un altrove comune ad adolescenti inquieti e inclini alla ribellione, alla sragione. Ero inquieto, certo – altrimenti non sarei qui, adesso. Ma ciò che inquieta davvero, adesso, è l’accumulo – ordinato, ma straripante – di nomi. Nomi propri di persona. Nomi e cognomi. Fissati in genealogie, in sport, in mestieri. Un universo parallelo fatto di nomi e cognomi. Non c’erano storie, in quell’universo parallelo, solo uno spazio strutturato minuziosamente, e da sempre. Così doveva essere, ed era così per le lettere che si combinavano magicamente, che risuonavano l’una con l’altra, e in quel particolare risuonare c’era un destino. Non c’erano regole, solo sfumature impercettibili di suoni che un ascolto devoto era in grado di cogliere, e interpretare. L’interpretazione era necessaria, per inserire il nome nella sua giusta casella – giusta perché gli spettava dall’eternità.<span id="more-12510"></span></span></div>
<p><span>Costruivo un universo parallelo attraverso un’ingenua cabala (ma a quel tempo non avevo alcuna idea di un cosa chiamata cabala). Ingenua davvero, perché generata all’interno. Da una necessità di tenere a bada il caos, la sragione che mi agitava, con una delirante costruzione cosmologica.</p>
<p>Mi agitava da sempre, il caos. Fin da che ho memoria. Mi accadevano strani malesseri, da bambino. Ero seduto alla scrivania, e scrivevo, annerendo fogli di piccole formiche in fitta schiera, quando all’improvviso quelle formiche risalivano dalla penna e mi entravano in corpo, e il corpo si squagliava. Restavo paralizzato, immobile a sentire il corpo elettrico che friggeva.</p>
<p>A volte sprofondavo in un’immagine, e mi perdevo, mi annichilivo nella visione dell’infinità degli spazi siderali, i pianeti immersi in un buio gelido e orribile, e la mente si perdeva in quel labirinto cercando l’impossibile uscita. Mi agguantava un tremendo cerchio alla testa, come incastrato in una macchina di tortura. La sentivo risucchiata in una spirale senza fine – nella disperata matrjoska degli infiniti. Finché trovavo, non so come, ma in ogni caso per un atto di decisione di fronte alla troppa sofferenza, la forza di scuoterla.</p>
<p>I nomi mi facevano da scudo a quest’angoscia smisurata. Li accumulavo per riempire ogni spazio, per orrore del vuoto. Saturazione contro vuoto, cosmo contro caos.</p>
<p>E ancora ho un rispetto sacro per i nomi di persona. Per questo fatico a scriverli – ad accostare queste finestre senza fuori alla cataratta delle altre parole, che invece non hanno un senso perfetto e dunque si affannano a cercarlo.</p>
<p> </p>
<p></span></p>
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