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	<title>non come vita &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Sei poesie</title>
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		<dc:creator><![CDATA[alessandro broggi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Oct 2013 07:00:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[andrea cortellessa]]></category>
		<category><![CDATA[gilda policastro]]></category>
		<category><![CDATA[i domani]]></category>
		<category><![CDATA[nino aragno]]></category>
		<category><![CDATA[non come vita]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[poesia contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; di Gilda Policastro Da Non come vita, Nino Aragno/I domani, 2013.  Autunno Nemmeno per l’inverno restavi E le lapidi invetriate nel deposito deluttuoso della memoria Come un film, risusciti in fermo immagine gialla al fotoshop riproducibile di Santi Alessia compagna Vent’anni e bionda, e tu solo gialla per i prodigi multipli dell’erbitux Non durerà, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right">di <strong>Gilda Policastro</strong></p>
<p style="text-align: left">Da <em>Non come vita</em>, Nino Aragno/I domani, 2013.</p>
<p style="text-align: left"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/gilpol.jpg"><img decoding="async" alt="gilpol" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/gilpol-148x300.jpg" width="148" height="300" /></a></p>
<p><em> <span style="font-family: Georgia;font-size: 15px">Autunno</span></em></p>
<pre><span style="font-family: Georgia;font-size: 15px">Nemmeno per l’inverno
restavi 
E le lapidi invetriate
nel deposito 
deluttuoso 
della memoria

Come un film, risusciti in fermo immagine 
gialla al fotoshop riproducibile 
di Santi Alessia compagna
Vent’anni e bionda, e tu solo gialla
per i prodigi multipli
dell’erbitux
Non durerà, godetevi
la forza dei gravi duttili
Il peso dell’<em>unheilbar</em> 
Krebs non ci sta 
nella foto che parla
Di gialle foto in cerca su bianchi lenzuoli
obitori in feste di fiori come a macabri party
Dimettiamoci, se possiamo visitare
le intercessioni di vita nella cura della morte
Mi cerchi compagna 
mi trovi nemica 
nel gelo che dilava gli occhi 
a mai più guardare
Chissà se ci arriva a Natale, 
di malattia incurabile si muore 
(forse il cuore, sì, è stato il cuore che non ha retto)
ma solo dopo,
dopo l’estate 

-

<em>Estate</em>

Bambina ti levavo
dai seni gli occhi 
Nella riproduzione delle macchie 
a seguire
l’impietà di guardare
le masse colliquate intatte 
dall’erbitux

Inerti   
nel dolore inconvertibile
ti poso addosso le dita
per la misurazione delle masse
(coi tronchi meno grossi 
                                       si fanno i coperchi delle casse)

Filamenti d’ovatta mentre ti lavo 
i capelli e ben bene sotto le braccia
(le masse denutrite non proliferano in meno 
            di sei /dodici mesi 
                                             nel quaranta per cento dei casi)
Godere in analettico conforto 
anche di cose qui per noi indifferentissime 
(sfilaccia, l’acqua, l’ovatta, prendimi per favore dell’altra acqua)

E poi mai più,
che lavorare 
stanca le masse
e il contenimento è il vero successo, 
in oncologia

Questa 
non sei tu:
- Non il bene vecchio ma  il cattivo nuovo,
una massima di B., diceva B.*: 

-

<em>Tre visioni
</em>
<em>1. Hermann Nitsch</em>

Dove si macella e si squarta, lì si cura 
mette le bende, il bisturi 
come incensi
sull’altare che immola 
l’organo in cancrena

Prima che la festa si rovesci in lutto
bianco, al chirurgo o al macello,
togli da sotto la carcassa
il lenzuolo         Nel camice
residuale rivive,
quando è macchia, la speranza 
al congiunto che vede,
da sotto la benda verde, altro bianco, 
di scampato a -

Nell’atrio che aspetta, si fissa  
l’infermità tra la vita e la - 
làvati, làvati bene quelle tue mani
mentre bevi, che fa bene 
al cuore, che squarti  
quando entri, con lame, e dove risali
lì sono gli altari  

Se il pane si spezza,
il  rosso lo versi a grumi: 
sul sacrificio bianco,
vive, fluidifica oppure coagula
ma si saprà dopo, 
dopo che sarà l’offerta 
senza intenzione, senza dono 

-

<em>2. Louise Bourgeois
</em>
Chiami mamma e ti preda   
l’artiglio che accoglie
nella cella che dici ‘casa’ ed è  
culla crepata come ampolla 
di sotto alla fiamma

La stanza di sopra tiene appesi 
con i ganci gli arnesi,
al rimpasto che appare
nel banchetto di padre
Figlio lo espelli ruminato 
come bava, come scolo
emesso dallo scarico 
- uguale -

S’entra nello spazio 
in cui svuota la forza
combatti e godi, che non sei tu
che ghermisci, non è lei: ma siamo, 
siamo così, 
ancora
siamo
così 

-

<em>3. Bill Viola</em>

Avvicinati, più lento
e dimmi cosa vedi    La madre, vedo lui, 
non vedo nessuno, 
l’acqua, il fuoco, vedo chi li riceve
e i morti e i vivi 
capovolti 
nel riflesso che appare

Andiamo, andiamo piano
passiamo attraverso
e guardiamo com’è
il corpo ch’è mosso,
per finta, a far fine

quando muore, 
lo guardano altri
e da lontano tutti
più lenti di così,
molto di meno 
ci vanno 
accanto,  
dondolandosi piano

Prendi quei due, sembrano vivi       e sono
nell’acqua ch’è mossa non dai fiati
ma da come li vedi, 
piano, andando 
altrove 
che è fine, e ricomincia, per tutti, 
piano

-

<em>I cari altri</em>

Gli altri sono: 
mangiare il panino a morsi, 
gridare al telefono e 
sputare
             mentre lo fanno

I gesti che non durano, 
la bambina dire ciao dalla porta, 
e lui che ci hai dormito, una notte,
la mattina non ne sai il nome più
                      - ma non è come pensi

Gli altri sono: 
il ventre che spinge
sotto le calze, e sopra i seni 
le mani,
ma pensare che non resiste, 
e ochéi, ci sentiamo domani

Un’unica forma, o misura, ha il fare, 
il resto è represso 
dal vestito di madre, 
dal divieto, 
e più chiedono, gli altri, più ingombrano, 
meno ci stai 

con gli altri sono: 
i figli, morire, tu-figlia-loro-morti, 
e le coperte, e il velo 
e i pigiami e le giacche, 
gli altri le porteranno, li butteremo, 
e quel giorno non verrai
nel sogno a rimproverare

<em>non come vita</em>, ma più di dormire o meno, 
adesso non ricordare, non dire il nome, che non sai
degli altri, che a te chiedono, loro, 
di non andartene

e che hanno paura, 
non vanno a letto, non si sdraiano come d’amore,
eppure non passa, non va-e-non-viene,  e sono a metà

-

</span></pre>
<pre>* Brecht; Benjamin.

--</pre>
<p>[Dalla quarta di copertina]</p>
<p style="text-align: justify">È questo il libro della prima stagione poetica di Gilda Policastro. E proprio <em>Stagioni</em> è la metonimia che intitola la sua prima sezione. Prima in ordine di composizione ma, ciò che più importa, in termini “narrativi”: col mettere in scena il primo di una sequenza di lutti, inconsutile manto funebre che, alla pelle mentale di chi dice «io», a lungo è calzato come una guaina perfetta. Si dice «stagioni» e si vuol dire dei tempi vissuti, o che piuttosto tali non sono stati: e tuttavia riposti in quello che, con immagine beckettiana e <em>pun</em> rosselliano, viene definito il «deposito / deluttuoso / della memoria». Nei versi più celebri di quello che resta l’ispiratore primo e indiscusso («Sono un tronco, diceva qualcuno»), si cantavano «le morte stagioni, e la presente / e viva, e il suon di lei». Ecco: mentre le <em>morte stagioni</em> si prendono tutto lo spazio – in quest’intirizzito catasto degli estinti – della <em>viva</em>, coi suoi <em>suoni</em>, davvero non c’è traccia. E forse una radice, di questa coazione luttuosa che intride ogni fibra del libro, andrà cercata – oltre che nell’enciclopedia dei <em>palinsesti</em> lirici omaggiati, da Leopardi a Montale – nell’origine remota (ma a tratti rinvenibile), di chi scrive, nelle terre in cui a suo tempo Ernesto de Martino trovò la sostanza antropologica di <em>Morte e pianto rituale</em>. Come in quel repertorio la materia fonda del dolore, sorda e opaca, rilutta alla realtà storica e dunque a qualsiasi elaborazione, a ogni minimo movimento (così nella sequenza più lancinante: «E chi si muove da terra», con quel che segue). Proprio come i morti, per definizione «statici» nel flash che li imprigiona in immaginette votive, chi scrive si rappresenta recluso in una cellula di fiele: rintanato, diceva quell’altro, in un «letargo di talpe, abiezione / che funghisce su sé&#8230;». Ed è allora un bene – se non altro per la vita di chi afferma, qui, d’esserne priva – che questa stagione, col suo annichilito splendore catatonico, possa dirsi conclusa.</p>
<p style="text-align: right"><em>Andrea Cortellessa</em></p>
<h6 style="text-align: justify">Gilda Policastro è nata a Salerno e cresciuta in Basilicata; vive a Roma. Italianista e critica letteraria, collabora con riviste, quotidiani e lit-blog. La sua prima raccolta, Stagioni e altre, è uscita nel <em>Decimo quaderno di poesia contemporanea</em> (Marcos y Marcos, 2010). Nel 2010 ha pubblicato per i tipi della d’if il prosimetro <em>La famiglia felice</em> (vincitore del Premio Mazzacurati-Russo nel 2009) e nel 2011, per Transeuropa, <em>Antiprodigi e passi falsi</em> (vincitore del premio Antonio Delfini nel 2009), con un cd di interazioni poetiche e musicali. Nel 2010 Fandango ha pubblicato il suo primo romanzo,<em> Il farmaco</em>; cui fa ora seguito, per lo stesso editore, <em>Sotto</em>.</h6>
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