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		<title>I bambini dei romanzi italiani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Aug 2010 08:00:13 +0000</pubDate>
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<p>Se dio vuole noi romanzieri italiani non viviamo in uno di quei paesi noiosoni in cui non succede mai niente, quegli stati laconici e disciplinati dove il governo rubacchia con puntigliosa discrezione, la gente lavora pedissequa, i calciatori calciano, le mucche sonnecchiano, i treni sfrecciano in orario, senza mai rompersi e senza mai esplodere, la malavita è ancora tutta disorganizzata. Per fortuna da noi al governo ci vanno dei veri delinquenti, e intendono orgogliosamente continuare ad esserlo, si alleano con la fazione dei razzisti e con la mafia, si fanno pubblicamente le ragazzine, dettano i telegiornali, cercano in tutti i modi di schiaffare in prigione i magistrati e di inchiappettare i giornalisti, molti dei quali del resto sono consenzienti. Ne risulta una girandola di affari sesso corruzione crocifissi e ammazzamenti, con ogni giorno un diegetico colpo di scena. Per il comune cittadino non sarà il massimo, ma per noi romanzieri è una pacchia: proprio quello che ci vuole per non fare la fine di Claude Simon,<span id="more-36439"></span> che in ogni romanzo è riuscito a infilare solo un paio di evanescenti e desuete scenette, reiterate stancamente fino alla nausea, e poi ancora più a corto di ispirazione le ha riprese tutte in un esausto romanzo di sintesi. Il nobel poveraccio glielo hanno dato perché gli faceva pena, con quei suoi clorotici quadretti.</p>
<p>Ma anche geograficamente siamo privilegiati: abitiamo uno stivale di terra fieramente sismica e franosa, con lagune maleodoranti e frequenti alluvioni, e recidive siccità estive, anche se purtroppo mancano i tifoni tropicali, notoriamente romanzogenici. E abbiamo cesellate e nobili città, che hanno attirato e continuano a attirare le trame di insigni romanzieri esteri, i quali si comportano come quegli uccelli molto maleducati che si infilano nei nidi di altri uccelli, rovesciandoli senza cerimonie per terra. Per non parlare dei nostri suggestivi e unici paesaggi, anch’essi saccheggiati narrativamente da secoli, e da qualche decennio massacrati ad arte anche nella realtà, il che si addice alla perfezione con certe estetiche più recenti. Cosa potrebbe chiedere di meglio, un onesto romanziere italiano?</p>
<p>Certo, ci manca il Vietnam. Nemmeno il pacifista più incaponito, e sono tra questi, potrebbe negare che la guerra del Vietnam irriga come una linfa poderosa interi squadroni di intriganti romanzi americani. Anche quando non è in primo piano è pur sempre lì, folle e struggente: è come il peperoncino, anche se non si sente c’è, e fa la differenza. In mancanza di meglio noi abbiamo il fascismo, che comincia a datare, ma narrativamente si ricicla ancora egregiamente. Il nostro genocidio non può certo competere con quello tedesco, ma nel nostro piccolo ci siamo difesi bene. E poi abbiamo gli anni di piombo, che sono dietro l’angolo appena svoltato. I romanzieri americani se li sognano gli anni di piombo, con i figli che sparano sui padri e i governanti che tramenano sottobanco. E adesso abbiamo gli immigrati, con i loro danteschi annegamenti, i campi di concentrazione e il trattamento da bestie.</p>
<p>L’annoso dilemma della letteratura italiana, quindi, si pone oggi in una versione due punto zero: come mai <em>nonostante le materie prime comincino in fondo a non mancare </em>non riusciamo a sfornare dei convincenti e potenti romanzi, dei micidiali romanzi – per intenderci &#8211; americani? Perché tanti nostri romanzi sono così inoffensivi, così scontati, così stantii? Perché anche quando le trame sono più avvincenti e più efficaci, delle autentiche macchine da guerra, questi romanzi non ci dicono niente che non sappiamo già? Perché ai personaggi sembra mancare la terza dimensione? Perché perfino quando cercano di essere più efferati e più trasgressivi trasudano sentori di minestrina con il dado, di giroscale condominiale, di telefonata alla suocera, di balneare autocompiacimento, di commedia all’italiana? Cosa diavolo ci manca, se gli ingredienti di qualità li abbiamo?</p>
<p>Una prima risposta, non pretendo certo che sia la più essenziale, e quindi la questione andrebbe ripresa, è che nei nostri romanzi ci sono di gran lunga troppi bambini petulanti e troppe nonne impiccione. Molti nostri romanzi pullulano di protagonistini incompresi e bistrattati dai genitori o da chi ne fa le veci. Questi sventurati ragazzini cercano in tutti i modi di struggerci, approfittando del fatto che sono appunto negletti dai perfidi adulti, e spesso anche battuti, e/o abbandonati, o semplicemente orfani, mettendosi nei pericoli, ferendosi, entrando in coma, vivendo ogni sorta di mirabolanti avventure. Lo fanno beninteso con spigliata naturalezza, con un’arguzia controllata e sicura di sé, con accattivante umorismo e senso delle relazioni sociali: in una maniera cioè sotto tutti gli aspetti accettabile, moderna. A ogni paragrafo ci fanno capire che sono molto meglio dei loro aguzzini, più intelligenti, più lungimiranti, più spiritosi, più etici, e che anzi sono lì proprio per farci vedere il vero truculento volto di questi, per spiegarci cos’è e come funziona la vita. Sanno essere didascalici e molto convincenti, e quindi l’idea che ci facciamo del melodrammatico universo in cui si ritrovano a vivere è fin troppo vivida. Ma appunto un po’ uniforme.</p>
<p>Questi lucidissimi pinocchietti sono capaci delle peggiori spietatezze e assassinii, va da sé, ma sono fondamentalmente buoni. Anche quando non è detto nero su bianco, quando le loro azioni non parlano da sole, lo si capisce da tanti piccoli ma inequivocabili dettagli. Sono esattamente come i letterati del diciannovesimo secolo si immaginavano che fossero i bambini. Quasi sempre amano e si amano di passioni adulte e financo sessualmente mature (nemmeno l’ombra della freudiana fase di latenza!), furori amorosi beninteso in genere ostacolati dall’invariabile ma pur sempre varia malvagità adulta. In qualche caso ci lasciano attoniti discettando dottamente, molto attenti anche al lato formale e per così dire filosofico dei loro dialoghi (è evidente che hanno apprezzato <em>L’uomo senza qualità</em>). Per farci capire che ci considerano dei loro, o forse anche solo per evitare che ci distraiamo, ci danno spesso e volentieri delle aguzze gomitate, o anche solo ci fanno l’occhiolino. In questo, e forse solo in questo, restano dei normali bambini.</p>
<p>In molti casi non hanno nemmeno un ruolo da protagonisti, il che può essere visto come una perfidia quasi peggiore, un maltrattamento ancora più subdolo che devono subire: con la loro saggezza, nobilitata dall’umiltà della posizione subordinata, accettata con stoica benevolenza, con i loro interventi parchi ma precisi e pregnanti, con la loro evidente seppur misconosciuta superiorità umana e intellettuale, riescono pur sempre a tenere sui binari giusti la vicenda e il romanzo. Verrebbe da rimetterli al posto che si meritano, spingendo via quegli egoistoni, spesso quarantenni, che hanno messo le radici nei cerchi di luce dei riflettori.</p>
<p>Qualche volta, anzi spesso, hanno qualche annetto di più, e bazzicano l’adolescenza, ma appunto vista la loro connaturata maturità la differenza si nota appena. Qualche volta sono invece già adulti, o anche anziani, e quindi ci raccontano le loro triste vicende a ritroso, spennellando le piaghe dell’ingiustizia con un più o meno smanceroso unguento di nostalgia. Comunque vada non ci risparmiano alcun dettaglio del mondo truculento che gli adulti si sono costruiti e del quale non sembrano sentirsi responsabili. Comunque vada sanno conquistarsi le simpatie dei giurati dei premi (si veda la lista dei vincitori nell’ultimo decennio del Premio Strega) e del vasto pubblico. Sono contenti, lo si intuisce, quando riescono a farci sentire &#8211; noi che apparteniamo pur sempre al campo avverso &#8211; un po’diversi, migliori.</p>
<p>Le nonne di tanti romanzi purtroppo non sono da meno. Ognuna di queste nonne, con la sua fiera monumentalità di albero secolare, le sue imprevedibili e paralizzanti eccentricità, la sua anastomizzata prensilità di grande piovra, la sua inimitabile e carismatica maniera di socializzare, l’autorità di sovrano assoluto sui sentimenti del nipote, perché c’è sempre una nipote o un nipote che racconta, cercano in tutti i modi di ammaliarci. Le nonne dei romanzi italiani sono tutte diverse e tutte uguali, tutte egualmente accentratrici e invadenti. Ci troviamo quindi a allungare il collo sui lati, come quando al cinema capitiamo dietro a un armadio irto di indomiti capelli. A volte queste nonne sono di sesso maschile, ma la sostanza non cambia: lo straripamento egolatrico sembra fatto su misura per compensare la scontatezza che fa capolino dappertutto. Ci si domanda se per caso tutte queste nonne non si siano messe d’accordo con i bambini – e in molti romanzi agiscono in effetti di combutta – per nasconderci gli accadimenti banali e pedissequi, o anche solo opachi, assurdi, e proprio per questo inclassificabili e struggenti, eroici, della cosiddetta realtà. Ma sarebbe forse un lungo discorso.</p>
<p><em>[Questo articolo è apparso sul n. 1 di &#8220;Alfabeta2&#8221; (luglio-agosto 2010)]</em></p>
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