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		<title>El boligrafo boliviano 20</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 28 Dec 2008 07:30:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Bolivia]]></category>
		<category><![CDATA[neve]]></category>
		<category><![CDATA[nuoto]]></category>
		<category><![CDATA[Silvio Mignano]]></category>
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					<description><![CDATA[di Silvio Mignano Trovate il perimetro dell’allegria, la superficie della libertà, il volume della felicità&#8230; Quest’altro poi è un po’ troppo difficile per noi: Quanto pesa una corsa in mezzo ai prati? Gianni Rodari, problemi di stagione 11 giugno 2008 Il taglio della mano precipita, coltello opaco che fende il fluido, generando un’esplosione silenziosa di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/12/fiocco-2.jpg" alt="" title="fiocco-2" width="227" height="201" class="alignleft size-full wp-image-12907" />di <strong>Silvio Mignano</strong></p>
<p><em>Trovate il perimetro dell’allegria,<br />
la superficie della libertà,<br />
il volume della felicità&#8230;<br />
Quest’altro poi<br />
è un po’ troppo difficile per noi:<br />
Quanto pesa una corsa in mezzo ai prati?</em></p>
<p>Gianni Rodari, <em>problemi di stagione</em></p>
<p><em>11 giugno 2008</em></p>
<p>Il taglio della mano precipita, coltello opaco che fende il fluido, generando un’esplosione silenziosa di sfere tralucenti che mi vengono incontro, catturando e sparandomi in faccia la luce obliqua dell’ultima parte del giorno. Quattro, la destra, la sinistra, cinque, la destra, la sinistra, sei, torsione dello sternocleidomastoideo, la bocca si apre a cercare l’aria, l’arco della bracciata segue il disegno del compasso e affonda davanti ai miei occhi, subito raggiunto – o meglio, sostituito – dall’altro avambraccio. <span id="more-12906"></span><br />
Seguo la linea gialla della corsia tracciata sul fondo azzurro della piscina. È la quarantesima vasca, sbaffi di nuvole biaccose sul ceruleo pulito oltre le vetrate della cupola piramidale da Louvre, polvere in sospensione sulle diagonali di luce che attraversano l’ambiente riscaldato, umidità piacevole, appena stagnante, sui dorsi delle quattro o cinque persone che si riposano in costume sulle piastrelle del bordo.<br />
Altre bollicine, mazzi di perline iridescenti che fioccano dal basso verso l’alto e in orizzontale, puntando alle clavicole. Come una strana nevicata liquida.</p>
<p>Neve a quattromila metri, una cosa normalissima a pensarci bene, tanto più che sta entrando l’inverno. Neve abbondante sul Gran Paradiso, sul Plateau Rosa, primi fiocchi sui passi dolomitici, chiusi il Gavia e lo Stelvio, transitabili con uso di catene il Rolle e il San Pellegrino.<br />
Qui un po’ meno, sull’altopiano tropicale. Più su, dove le montagne vere – sembra assurdo fare questa distinzione – si arrampicano fino a cinquemila e poi a seimila, seimilacinquecento, luccicano per tutto l’anno nevai compatti, glassa zuccherosa che ci osserva da lontano e scuote il capo in sincronia con lo sviluppo dei miti, Illimani il Signore dell’Acqua, Wayna Potosí il Signore della Pietra, Illampu il Signore della Luce, e Mururata, il dio ribelle dalla testa mozzata.<br />
Oggi invece ci siamo svegliati con i fiocchi che cadevano spessi e compatti su tutto il pianoro di El Alto: ce l’hanno raccontato, a noi che viviamo quasi nel fondo dell’avello che precipita giù lungo i gironi de La Paz e non abbiamo avuto la fortuna di vederli di persona. Le notizie scendono, scivolano a valle, parlano di una città, lassù, trasformata in un campo bianco che trasfigura l’architettura altegna, copre la polvere delle strade, incornicia le casette di mattoni a vista, disegna ville e sentieri sulle aiole e gli spartitraffico stopposi.<br />
I contrafforti della nevicata ci sfiorano, rocce spolverate di zucchero a velo incombono a bordo valle che sembra quasi di poterle toccare, come la testa di ghiacciai morenici. Il telegiornale apre con la notizia, evidentemente inconsueta: mostra colonne di pacegni che vanno in pellegrinaggio sui passi andini che chiudono l’imbuto della città, per ammirare da vicino la neve, mescolandosi ai turisti che scendono dai pullman o dalle grosse jeep.<br />
La vecchietta che vende pochi pacchetti di gomma da masticare, biscotti al cioccolato e qualche torrone, stendendo la mercanzia su un telo poggiato per terra, all’angolo della nostra piazzetta, se ne sta accoccolata, rinchiusa dietro un usbergo di coperte e mantelle, la testa piccola nascosta da un cappello di lana, la fronte incartapecorita e bruciata dal gelo.<br />
«Fa molto freddo», osservo passandole accanto e chiedendole un pacchetto di gomme, «Come fa a resistere?».<br />
«Sì, mi’hijo, si gela, però hai visto la neve, hai visto com’è bella? La bellezza, mi’hijito, è la bellezza la cosa più importante. E’ un regalo della Pachamama, e che cosa te ne importa di tutto il resto, scusa?».<br />
(Non deve aver mai letto Keats, non ne ha bisogno).</p>
<p>Adesso sono quarantaquattro vasche, se stiro il collo tra una bracciata e l’altra lo sguardo davanti a me arriva fino in fondo alla piscina, un tubo di tante sfumature azzurre, oltremare, cobalto, cianotiche, indaco, esplosioni di luce bianca, l’ombra del mio corpo sotto di me, un siluro o un’otaria allungata, sfratta in pezzi di materialità smontata.<br />
Era un’altra lontananza, più profonda, quella che sperimentavo nel mare dell’infanzia o in quello della maturità, il Tirreno o il Caribe, la vista che rifiutava di fermarsi e scappava metri e metri davanti al petto e alle spalle protese, proiettandosi sul tappeto di velluto della sabbia, grigi ocra che perdevano la loro guerra con il verde più profondo, e allora dalla steppa di smeraldo, Veronese, vescica o cinabro ci si aspettava che prendesse corpo un mostro, la sagoma di un pesce spada o di un barracuda, e invece ne usciva fuori appena un’ombrina o un piccolo banco di pesci angelo, incuriositi dalla nostra goffaggine mammifera.</p>
<p>Timmy si chiama proprio così, un nome nordamericano, da cartone americano, come quello dei Padrini magici che ha visto qualche volta, a casa di una zia che vive in centro e che ha una televisione decente. Però, nome a parte, Timmy ha una faccia inequivocabilmente quechua-aymara e viene da Achachicala, un quartiere arrampicato in verticale a metà dell’autostrada che porta all’aeroporto di El Alto, senza strade asfaltate, dove ci si sposta soprattutto lungo scalinate ripide e strette su cui si affacciano i numeri civici delle stamberghe di legno, di adobe e quando va bene di mattoni rossi.<br />
Timmy è riuscito a salire fin quassù, alla Cumbre, dove la città si perde a cinquemila metri e non si capisce se ci si trovi più su o più giù dell’altopiano, smarriti nella vertigine dell’imbuto in basso e del massiccio del Wayna Potosí in alto, oltre il laghetto di melma grigioverde e il grande arco scuro della diga.<br />
Timmy è un bambino delle Ande ma non aveva mai visto la neve, prima d’ora. Come del resto non ha mai visto il mare. Però sa che cosa siano, l’una e l’altro, gliene parlano a scuola, quando riesce ad andarci, di solito nel turno serale, dopo aver lavorato in plaza San Francisco lucidando le scarpe per un boliviano alla volta. Non è nemmeno proprietario della cassetta di legno con le spazzole e le creme, quelle appartengono all’imprenditore che le distribuisce in affitto, in cambio della metà dei guadagni.<br />
Affonda le mani annerite nella neve, Timmy, ridendo sotto lo sguardo incuriosito di una coppia di svedesi biondi. Adesso ha visto anche la neve, gli manca il mare, quello che ancora appartiene ai boliviani, come gli hanno insegnato a scuola, anche se è stato perso in una guerra centoventinove anni fa.<br />
Per fortuna Timmy non conosce nemmeno la guerra.<br />
Il mare almeno può provare a immaginarlo, da quella parte, oltre le Ande, una massa di fluido azzurro che si spande come la macchia di lucido da scarpe nero sulla neve, e che si spacca in gorgoglii tralucenti, come quando la mano cade di taglio sulla corsia della piscina, ferita dalle lame dell’ultimo sole.</p>
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