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	<title>Nuova Prosa &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>La letteratura italiana con gli occhi di fuori #2 : mandato sociale, posterità, riviste</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Dec 2018 06:00:53 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Francesco Forlani, Andrea Inglese, Giacomo Sartori e Giuseppe Schillaci, ossia Il Cartello, hanno curato su invito di Luigi Grazioli un intero numero di &#8220;Nuova Prosa&#8221;, il 69. Presentiamo qui le ultime tre voci dell&#8217;editoriale scritto a otto mani e la nostra nota introduttiva sulle modalità di realizzazione del numero. EDITORIALE A PIÙ VOCI MANDATO SOCIALE [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="size-medium wp-image-76915 alignleft" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/DSC02361-2-300x188.jpg" alt="" width="300" height="188" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/DSC02361-2-300x188.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/DSC02361-2-768x482.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/DSC02361-2-1024x642.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/DSC02361-2-250x157.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/DSC02361-2-200x125.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/DSC02361-2-160x100.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/DSC02361-2.jpg 1126w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Francesco Forlani, Andrea Inglese, Giacomo Sartori e Giuseppe Schillaci, ossia Il Cartello, hanno curato su invito di Luigi Grazioli un intero numero di &#8220;Nuova Prosa&#8221;, il 69. Presentiamo qui le ultime tre voci dell&#8217;editoriale scritto a otto mani e la nostra nota introduttiva sulle modalità di realizzazione del numero.</p>
<p><em>EDITORIALE A PIÙ VOCI</em></p>
<p>MANDATO SOCIALE (A. I.)<br />
Oggi si tende a fare questo ragionamento: una volta gli scrittori (narratori, poeti, drammaturghi) avevano un mandato sociale, la loro arte letteraria riguardava la nazione, o il popolo, o la formazione dei cittadini. Questo accadeva ancora nel Novecento.<span id="more-76810"></span><br />
Oggi le cose sono cambiate: la letteratura non è più la stessa e lo statuto sociale degli scrittori è stato revocato. Oggi lo scrittore ha soprattutto un mandato commerciale: egli interpreta adeguatamente il suo ruolo se riesce a persuadere un numero importante di lettori ad acquistare il suo libro. Uno scrittore che realizza il suo mandato commerciale può certo essere aspramente criticato per la fattura dei suoi prodotti, ma in definitiva nessuno può permettersi di mettere in dubbio il suo statuto. Bravo o non bravo, egli è un sacrosanto scrittore del XXI secolo. Uno scrittore che invece non realizza il suo mandato commerciale, uno scrittore, insomma, che non vende attira su di sé i più gravi sospetti. Bravo o non bravo, egli non è uno scrittore del suo tempo e, siccome l’epoca attuale non crede in alcuna forma di posterità, lo scrittore che non vende è uno scrittore del passato o di nessun tempo. È uno sfasato, forse interessante come curiosità, ma non pertinente come fenomeno propriamente letterario. Affronteremo nella voce successiva la questione della posterità, ma vediamo di capire meglio come funzioni il mandato commerciale. I critici più aggiornati, anche quelli di severa formazione universitaria, sono ormai d’accordo sul fatto che il mercato editoriale funzioni un po’ come l’inconscio popolare, e quindi le casse del libraio costituiscono la suprema istanza legittimante di un’attività letteraria. Un secolo e mezzo fa, Baudelaire aveva una visione un po’ meno angusta delle cose. Sosteneva che la fortuna letteraria è nelle casse dei librai e/o nella stima dei pari. Oggi naturalmente la seconda opzione assomiglia a un partito preso elitario e antidemocratico. Al di fuori dei grandi numeri, al di fuori di una maggioranza, non c’è salvezza. Dove c’è minoranza, c’è per forza un fenomeno di casta, di usurpazione, ecc.<br />
La nostra impressione, invece, è che l’osservazione di Baudelaire, inaugurando il regime moderno della letteratura e delle arti, rimane ancora oggi grandemente acuta e valida. Il mandato sociale di cui tanto si fantastica, infatti, è fin dall’inizio preso in una contraddizione tra universale e particolare, tra maggioranze e minoranze. In uno dei saggi raccolti da Guido Guglielmi in <em>Ironia e negazione</em> (Einaudi, 1974), leggiamo: “la scrittura classica designava attraverso le sue strette convenzioni il proprio destinatario di fatto e di diritto, la scrittura romantica scardinando il sistema dei generi e degli stili, designa un destinatario di diritto (l’umanità) e un destinatario di fatto (il borghese). (…) L’una appartiene a una letteratura a pubblico particolare (aristocratico) e reale, l’altra a una letteratura a pubblico universale ma irreale”. Il mandato novecentesco, quindi, è sempre stato inficiato da questa interna contraddizione tra una universalità di principio e una particolarità di fatto. E i tentativi delle correnti letterarie progressiste di rimpiazzare la particolarità borghese con l’universalità proletaria non hanno sciolto il nodo. Oggi lo scioglierebbe il mercato: l’unica universalità indiscutibile è quella dell’acquirente. Contro questo principio, possiamo però continuare a difendere la visione baudelairiana, più chiaroveggente. Un libro prima di essere venduto, deve essere scritto. E la scrittura, prima di assumere definitivamente il rigore cristallino della merce, vive di scommesse, di fede, di reciproco riconoscimento tra cerchie ristrette di scrittori-lettori. Se il consumatore ha un inconscio, lo ha anche il produttore. Non solo ma, non pretendendo di risolvere la contraddizione tra universale e particolare tipica del mandato moderno dello scrittore, ci piace pensare che la scrittura sia il luogo non solo del consenso (lo scrittore in fase con i tempi), ma anche del dissenso (lo scrittore sfasato.)</p>
<p>POSTERITÀ (A. I.)<br />
La posterità letteraria pare una di quelle cose che non solo uno non si può più permettere oggi, ma a cui non ci si può appellare senza immediatamente coprirsi di ridicolo. Naturalmente è sempre stato presuntuoso appellarsi alla posterità, ma siccome gli scrittori sono in genere persone presuntuose lo hanno sempre fatto. Il problema è che l’industria culturale, e quella del libro in particolare, non può permettersi margini di posterità, in quanto quello che è stato prodotto, va anche consumato in tempi ragionevolmente brevi. L’obiettivo delle “scorte zero” tocca tutti i settori, quelli creativi e umanistici compresi. Poiché si consuma velocemente e in dosi massicce, tutto quanto non entra immediatamente nel ciclo del rapido e abbondante consumo non ha ragione d’esistere, se non come errore comunicativo, e quindi non solo è destinato a rimanere ai margini, ma lo resterà per sempre. Una qualche profezia (o una qualche previsione scientifica) vorrebbe che nel grande volume di ciò che si propone al consumo, non potrà mai essere riproposto qualcosa che è sfuggito in un momento dato alla voracità dei consumatori. Sembra questo un principio contro-intuitivo, anche dando un’occhiata al comportamento del mercato editoriale che vive non solo di novità nuove, ma di quelle novità ancora più gustose costituite dalle riscoperte, dai ripescaggi, con tutta la mitologia che ad essi si accompagna e che nutre la macchina commerciale. Il tentativo di sopprimere il concetto di posterità, un tentativo che è in qualche modo accettato, se non difeso persino dalla critica, ci sembra allora molto presuntuoso, almeno tanto presuntuoso quanto lo sono coloro che si appellano ad essa, per conferire una qualche legittimità di esistenza alle loro creazioni anche se non incontrano il favore commerciale, ossia il gusto dei tempi. Ci sembra piuttosto che la legge del rapido e massiccio consumo non faccia che produrre serbatoi di posterità, di cui l’editoria, e la critica letteraria stessa, faranno tesoro, l’una per rimpolpare l’urgenza di novità, l’altra per assegnarsi una patente d’esistenza. L’idea, poi, che un testo di una certa articolazione e complessità sia destinato a essere goduto e perfettamente spolpato in una finestra temporale assai breve, appare una concezione un po’ ingenua del funzionamento effettivo degli oggetti letterari. Si dirà che questi oggetti letterari “resistenti”, poco propensi ad essere assorbiti senza residui, sono frutto di pratiche elitarie e sorpassate, che poco hanno a che fare con ciò che detta l’inconscio commerciale. Ma su questo punto, rinvio alla voce precedente: “Mandato sociale”.</p>
<p><span style="color: #000000;">RIVISTE (F. F.)</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Far parte di una rivista letteraria significa frequentare e vivere con spiriti liberi. E quando si vivono esperienze del genere che si fanno sul filo degli anni e non tramite episodici incontri, qualcosa cambia davvero in te, innanzitutto come essere umano e poi scrittore. Ho partecipato alla creazione di riviste come “Paso Doble” in Francia e “Sud” in Italia, e al di là delle straordinarie partecipazioni, da Peter Handke a Yasmina Khadra, Erri De Luca o Ingo Schultze, e delle belle scoperte di giovanissimi autori, in oltre dieci anni di attività e quasi venti numeri sono innumerevoli i momenti di memoria poetica; uno su tutti l&#8217;happening a Procida, ai giardini Elsa Morante con Louis Sclavis, il jazzista francese che duettava con i poeti Biagio Cepollaro e Giuliano Mesa. Perché le riviste ancora oggi? La parigina “Atelier du Roman”, a cui ognuno di noi del cartello collabora, la rivista fondata da Kundera, Lakis Proguidis e Massimo Rizzante è la prova vivente che non solo esiste in Europa una comunità letteraria, ma che questa comunità dispensa letteratura con una generosità che è arte del dono più che della “partecipazione al bel mondo”. Gli incontri si svolgono in bistrot incastonati tra un grand boulevard e una piazzetta, a ridosso dell’Odeon a St Germain de Près, e non accade mai nulla di particolare, che so una presentazione del numero della rivista, di un libro, un dibattito. C’è la consegna ai collaboratori della copia e poi si beve insieme un bicchiere. Milan Kundera, come del resto Fernando Arrabal, Petr Kral, Michel Dèon tra un sorso e l’altro ti tirano fuori davanti a un bicchiere un’osservazione che vale un intero seminario sul romanzo. Perché l’arte del romanzo è innanzitutto arte della vita.</span></p>
<p style="text-align: center;">⊗⊗⊗</p>
<p><em>REGOLE DEL GIOCO</em><b></b></p>
<p>Il Cartello (Francesco Forlani, Andrea Inglese, Giacomo Sartori, Giuseppe Schillaci)</p>
<p>Quando Luigi Grazioli ci ha investito dell’onore di curare un intero numero di “Nuova prosa” l’orgoglio ci ha ovviamente acciecati, rendendoci del tutto incoscienti degli oneri che una tale impresa richiede. Grazioli, lui, che questi oneri si accolla ininterrottamente da anni, ne sapeva diabolicamente qualcosa. Comunque la sfida non solo ci piaceva, ma anche si attagliava alla nostra irrequietezza nei confronti del mondo letterario, di quanto soprattutto vi è di più ufficiale, visibile, dato per ovvio in tale mondo. Almeno due di noi, poi, condividono con Luigi Grazioli questo tarlo, che consiste nel trarre grande nutrimento dal lavoro sempre esagerato della conduzione di riviste. In breve ci siamo divertiti. L’idea era innanzitutto di metterci in ascolto, di dare importanza a quello sguardo tra pari, che non è frutto né del calcolo editoriale né della distanza accademica. Se i libri per esistere in quanto libri hanno infatti bisogno sia dell’editoria sia della critica, per essere semplicemente <em>scritti</em> hanno bisogno di un terreno fatto di passione e amicizia, di curiosità e incoraggiamento, che non è garantito da nessuna economia in atto e nessun sapere codificato. Quindi ci siamo messi in ascolto, e ognuno di noi ha scelto alcuni autori che, per qualche ragione, fossero per lui esemplari di un percorso in movimento e nello stesso tempo di un’idea già realizzata di scrittura narrativa. Non ci siamo quindi dati limiti anagrafici o generazionali. Si è trattato, insomma, di invitare alcuni autori, domandando loro dei testi inediti. (Divenuti poi editi nel frattempo, in alcuni casi.) E ci siamo permessi di scrivere qualcosa su di loro, non da critici ovviamente, ma da compagni di strada, da lettori-scrittori più o meno prossimi alle loro ragioni di scrittura. Abbiamo voluto, però, aprire un confronto più ampio, anche con autori che avessero alle spalle un’opera ormai forte per ricchezza di titoli e considerazione di pubblico e critica. C’interessa ovviamente comprendere come la radicalità di certi progetti letterari possa prendere spazio sulla scena ufficiale e eventualmente modificarla. In questo caso, ognuno di noi ha invitato un autore, a rispondere a un’intervista che abbiamo redatto collettivamente – e l’interesse per i quattro autori invitati era altrettanto collettivo. Infine, sollecitati nuovamente da Luigi Grazioli, abbiamo accettato l’idea di proporre anche dei nostri inediti, dal momento, appunto, che fin dall’inizio l’intero nostro progetto per “Nuova prosa” ha funzionato come una conversazione, un dialogo tra pari, nell’interesse ovviamente di tutti coloro che sono innanzitutto, come noi pure sempre siamo, dei <em>lettori</em> di romanzi, prose, saggi, racconti, poesie, ecc.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Parigi, 19 /06/ 2018</p>
<p>*</p>
<p>Foto di Andrea Inglese tratta dalla serie <em>Pagine.</em></p>
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		<title>La letteratura italiana con gli occhi di fuori #1: frontiera, lingua, luogo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Nov 2018 06:00:19 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/index.jpg"><img decoding="async" class="alignleft wp-image-76825" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/index.jpg" alt="" width="184" height="129" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/index.jpg 268w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/index-250x175.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/index-200x140.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/index-160x112.jpg 160w" sizes="(max-width: 184px) 100vw, 184px" /></a>Francesco Forlani, Andrea Inglese, Giacomo Sartori e Giuseppe Schillaci, ossia <em>Il Cartello</em>, hanno curato su invito di Luigi Grazioli un intero numero di &#8220;Nuova Prosa&#8221;, il 69. Presentiamo qui le prime tre voci dell&#8217;editoriale scritto a otto mani e il sommario del numero.</p>
<p><strong><em>EDITORIALE A PIÙ VOCI</em></strong></p>
<p>FRONTIERA (G. Schillaci)</p>
<p>I luoghi sono unici e diversi, simili, mai uguali. Perché sono tagliati, amputati, circoscritti, e limitati da un quadro, una prospettiva, una frontiera.<br />
Senza frontiera non sapremmo definire un luogo, un’identità, un mondo. In fondo la prima frontiera che conosciamo, che ci definisce è la pelle che separa il nostro corpo « di dentro » da quello « di fuori ». Le frontiere dunque non sono un problema, anzi sono necessarie, fondamentali alla creazione dell’io e di un noi, di un’immagine, di un racconto.<span id="more-76806"></span><br />
Le frontiere definiscono le regole e le consuetudini, le lingue a volte, le ricette. E le frontiere sono anche metaforiche, ovviamente, tra ambiti diversi dell’umano, tra specie animali e religioni. Così c’è frontiera tra le classi sociali, tra le discipline accademiche e tra le arti, tra i generi letterari e gli idioletti regionali. Io ho la fortuna di poter spesso varcare la frontiera tra letteratura e cinema, ad esempio, non senza un certo timore ogni volta, e di passare dalle distese del cinema documentario alle foreste della finzione, navigando tra interminabili scritture intermedie. Ogni passaggio mi trasforma e mi arricchisce, come le migrazioni ataviche e i commerci millenari hanno cambiato la specie e le civiltà, fino alla meravigliosa aberrazione che è l’uomo contemporaneo.<br />
La frontiera, poi, è quella che passo seduto comodamente in volo, tra la Francia e l’Italia, quando torno a casa per passare qualche tempo con la mia famiglia. Perché qualche anno fa ho deciso di venire a vivere a Parigi, dove ho condizioni migliori per il mio lavoro.<br />
Le frontiere, dicevo, non sono dunque un problema. Non per me. Perché esistono per gestire il passaggio, per essere oltrepassate, infrante, come la placenta che è una pelle da fendere per consentire la vita. Ma frontiere sono anche i muri e i mari, i fiumi in piena, le montagne ghiacciate e i fili spinati. E non posso far finta di non sapere che le frontiere che passo io, quelle di cui ho parlato finora, sono un lusso per i ricchi e i miracolati, per coloro che hanno un passaporto, un lasciapassare, un passacondotto. Per tutti gli altri, invece, la frontiera è immobilità, respingimento, prigione. E tutto ciò è aberrante, terribile. Ha il sapore rancido di una frontiera davvero invalicabile, quella della morte.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>LINGUA (G. Sartori)</p>
<p>L’unico criterio sul quale posso basarmi per cercare di valutare se uno scrittore contemporaneo italiano che non conosco è interessante, è vedere se sa piegare ai suoi bisogni, che in genere ancora non conosco, la lingua. Mi basta leggere la prima pagina, o anche aprire il libro a caso, e leggerla. Mi è subito evidente se la lingua è forzata alla volontà e alle esigenze di chi scrive, e mostra una sua necessaria verità e coerenza, o se invece inietta nel testo le sue ovvietà, i suoi luoghi comuni, le sue facilità e stupidità, le sue compromissioni con le ideologie dominanti e il potere, le sue volgarità e sciatterie. O addirittura parla da sola, toglie per così dire la parola allo scrivente. Succede molto spesso anche questo. Lo scrittore vorrebbe dire una cosa, e lei dice qualcosa di diverso, magari il contrario. Lui vorrebbe essere trasgressivo, si crede tale, sforna con candida scaltrezza elementi e situazioni che dovrebbero comprovarlo, e lei è borghesina e noiosetta. Lui si vuole rivoluzionario e battagliero, come dimostra anche la scelta dei temi e intrighi, ci tiene proprio a mostrarsi così, cerca di gridarlo a ogni frase, per consolidare le sue note prese di posizione pubbliche, e lei è conservatrice e retriva. Lui ambisce a darsi un tono alto e distinto, e lei sa di armadio chiuso da troppo tempo, di vestiti che hanno preso irrimediabili odori e pieghe. Ma più spesso lui cavalca tante aspirazioni assieme, forse nemmeno tanto meditate e profonde, e lei domina incontrastata, come quelle voci arroganti che coprono tutte le altre con il loro vuoto. Perché la lingua ha tendenza innata a parlare da sola, a ripetere le cose già dette, a vomitare fuori le idee e le mode dominanti, i cliché del momento. Non è facile costringerla a essere vera, a mettersi al servizio di una visione originale delle cose. Le costa fatica, cerca di sottrarsi.<br />
Sarebbe fraintendermi interpretare le mie parole, utilizzando una griglia filosofica e teorica che non mi appartiene, molto radicata in Italia (e che ha pesato nella nostra storia letteraria), come un dare priorità alla forma rispetto al contenuto. Penso con Rancière che l’una e l’altro non siano opposti, e che i grandi testi risultino anzi da una loro complicità e intimo connubio. E del resto l’esame di cui parlo non è solo linguistico, coinvolge in primo luogo conoscenze psicologiche, sociologiche, storiche, filosofiche, di vita, intuitive, tecniche, scientifiche, che fanno parte del mio bagaglio. Si tratta di vedere come la lingua veicola questi “contenuti” nel testo, se appunto dal loro amalgamarsi con le parole ne esca qualcosa di originale, coerente e solido. Ma l’oggetto preso in esame dalla mia analisi speditiva rimane pur sempre, prima di avere una dimestichezza con il mondo dell’autore, la superficie polisemica e sfaccettata delle parole e delle frasi.<br />
E non sto dicendo che superata la prova della lingua, che appunto non è solo linguistica in senso stretto, lo scrittore deva necessariamente piacermi o apparirmi assai interessante. Il suo universo può rivelarsi anzi molto lontano dai miei interessi più profondi e dalla mia sensibilità, può non sedurmi, o anche darmi noia, indispormi. Considererò però pur sempre quell’autore degno di nota e stimabile. La letteratura è bella e mi attira proprio perché c’è posto per tutti, compresi i posizionamenti più lontani dai miei appetiti.<br />
Questo mio metodo non ha beninteso nulla di oggettivo, e tanto meno di scientifico. Non foss’altro perché è vincolato alla mia cultura e conoscenza dei testi della tradizione letteraria, che sono limitate, alle mie competenze linguistiche e nei vari domini, anch’esse parziali, alla mia sensibilità nei confronti della lingua, personalissima e non quantizzabile, alla mia esperienza della vita, chiamiamola così, anch’essa tutt’altro che infinita, al mio mondo emotivo. E’ quello che posso fare io con i miei mezzi di persona che trova alimento fin dall’infanzia nei testi scritti e che pratica in età adulta la scrittura.<br />
Ho notato che in genere gli scrittori che apprezzo hanno il mio stesso metro di giudizio, e arrivano agli stessi miei risultati. Rimango invece esterrefatto quando constato che critici anche molto colti, anche molto esigenti, e magari conosciuti e influenti, dei quali ammiro l’acume e l’erudizione non hanno questa capacità. Lo ho visto sui miei stessi testi, che venivano fraintesi nella loro complessità linguistica (che può prendere le sembianze d’un tono piano, o invece di registri grotteschi …) per me più che esplicita, ma qui potrei sbagliarmi io. Lo verifico soprattutto osservando la lingua di autori che vengono da essi osannati, o inseriti in antologie, o insomma considerati notevoli. Mentre quelli che io reputo molto profondi, e dotati di una sensibilità eccezionale, di una inventiva rarissima, vengono ignorati. Non potevo crederlo, e invece ho finito per arrendermi all’evidenza: quei critici conosciuti e brillanti mancano completamente di sensibilità linguistica, di orecchio. Giudicano i testi in base a caratteristiche che a me sfuggono, o che comunque hanno ai miei occhi importanza ben minore: forse il tema, i contenuti espliciti, le soluzioni che a me suonano facili. Lo ripeto, non ho però nessuna prova per dire che ho ragione io e non loro. Ci si dovrebbe confrontare su una pagina, e io dovrei dire, partendo forse svantaggiato per erudizione e capacità dialettiche, quello che di scontato vedo e che mi disturba nelle frasi, le zavorre e le inerzie tra le parole e nei vuoti tra di esse.<br />
Non so se questo scoglio dell’espressione linguistica sia centrale anche in altre letterature. Bisognerebbe forse vedere caso per caso. Di certo altre lingue letterarie, e in particolare il francese, che posso giudicare meglio, sono mille volte più sedimentate e codificate, lasciano allo scrittore un margine di manovra lessicale e sintattico infinitamente più angusto. Sono lingue affinate e addomesticate nei secoli, meno eterogenee e confuse della nostra, assediata da una parte da un registro artificiale molto povero di recente conio, con il conformismo culturale che lo accompagna, dall’altra dalla lingua della tradizione letteraria, per alcuni aspetti altrettanto artificiale, e dall’altra ancora dalla ricchezza dei dialetti e delle lingue regionali, miniere inesauribili ma anche pericolose nei loro particolarismi. O lingue tutt’al contrario dal lessico sconfinato e svincolato dal presente, ricchissime e antiche, come l’inglese. Certo è che chi scrive in italiano e vuole sfuggire all’ovvietà non può non prendere posizione, non può non essere innovativo, e per così dire radicale, anche se le possibili vie e le possibile soluzioni per esserlo sono diversissime. E se il risultato è positivo si dirà che il testo è “scritto bene”, anche se confrontando con un altro testo “scritto bene” paiono quasi due animali di specie differente.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>LUOGO (G. Sch)</p>
<p>Se non so esattamente cosa c’è sul tavolo, non posso iniziare. Se non ho idea del colore della finestra e dell’odore che c’è fuori, della tonalità della carta da parati e di quella del campanello, del numero della strada e ovviamente del suo nome, e di come quella strada si chiamava prima, e perché… non riesco a scrivere. Se non conosco i sassi e i rifiuti del luogo dove dovrebbe nascere la mia storia, allora l’acqua, che è scrittura e racconto, non scorre; il torrente resta secco, o tutt’al più una pozzanghera.<br />
Il luogo incarna e ispira, iscrive l’autore e il personaggio, dà loro il desiderio di vivere e d’evocare l’altrove o la casa d’infanzia, le ossessioni e i nascondigli, i posti vietati e quelli obbligati, le frontiere, le panchine, i dettagli di un paesaggio, di un palazzo, di un balcone, del mare che sbatte sugli scogli, sullo scoglio, su quello scoglio nero dalla punta biforcuta incastrato tra le alghe verdi come muschio.<br />
Spesso mi metto a scrivere perché innamorato di un personaggio incontrato per strada o su un aereo. Dopo poche pagine, però, tutto si ferma. Se non trovo il luogo d’origine, di partenza e d’arrivo, la scrittura si arena. Nello spazio si articolano e si dipanano le emozioni, come amorevoli ragnatele e circuiti vuoti, o pieni di rabbia, che cercano un senso. E lo spazio, ancora prima del personaggio, ha una sua anima, complessa, stratificata, soggettiva. I latini chiamavano genius loci quello spirito che abita un luogo preciso e che può essere invocato per ottenere sortilegi e buona sorte. Lo scrittore è dunque uno sciamano che cerca di entrare in contatto con il genio del luogo e di far vivere grazie a lui i personaggi, i desideri, la storia.<br />
Si dice che ogni scrittore abbia un luogo di predilezione, una città, un bar, una stanza. Io, in effetti, scrivo spesso su Palermo, col suo genio che mi ha visto nascere. Il genio di Palermo è una statua che esiste realmente; non è solo un pretesto o una finzione letteraria. La statua del Genio di Palermo esiste almeno in quattro esemplari e rappresenta un vecchio mezzo nudo, la barba bitorzoluta, una corona sul capo e un enorme serpente che gli morde il petto. Io evoco sempre il genio di Palermo quando voglio animare un luogo e farlo vivere in una realtà più vera e salvifica di quella quotidiana. Ma il mio genio è capriccioso, è un vecchio che si diverte a mentire e far dispetti, peggio di un bambino di sei anni. Il mio genio resta immobile, lo sguardo severo e vuoto, forse troppo concentrato per darmi retta. E io, a volte, credo che stia ascoltando proprio me, e che tutta quella immota energia serva davvero a dar vita al mondo.</p>
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<p style="text-align: center;">⊗⊗⊗</p>
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<p><strong>La letteratura italiana con gli occhi di fuori</strong><br />
<strong>Avanpost – à la carte</strong><br />
A cura di Il Cartello (F. Forlani, A. Inglese, G. Sartori, G. Schillaci)</p>
<p>0.1 Il Cartello, <em>Editoriale a più voci</em><br />
0.2 Il Cartello, <em>Regole del gioco</em></p>
<p>I<br />
1.1 Francesco Forlani, <em>Introduzione</em><br />
1.2 Paolo Mastroianni, <em>L’insediamento del nuovo potere</em><br />
1.3 Biagio Cepollaro, <em>Da “La notte dei botti”</em><br />
1.4 Azra Nuhefendić, <em>Smijeh</em><br />
1.5 Valerio Evangelisti, <em>Intervista</em></p>
<p>II<br />
2.1 Andrea Inglese, <em>Dalle terre di mezzo della prosa: Broggi, Cirilli, Micaletto</em><br />
2.2 Alessandro Broggi, <em>Da “Noi”</em><br />
2.3 Fiammetta Cirilli, <em>Le domeniche</em><br />
2.4 Manuel Micaletto, <em>AFK</em><br />
2.5 Giuseppe Montesano, <em>Intervista</em></p>
<p>III<br />
3.1 Giacomo Sartori, <em>Introduzione a Sergio Nelli e Vincenzo Pardini</em><br />
3.2 Sergio Nelli, <em>Capodanno 2016</em><br />
3.3 Vincenzo Pardini, <em>Il signor Deando Carrias</em><br />
3.4 Simona Vinci, <em>Intervista</em></p>
<p>IV<br />
4.1 Giuseppe Schillaci, <em>L’eredità siciliana nello sfaldamento dell’Italia contemporanea</em><br />
4.2 Irene Chias, <em>Il posto del sale</em><br />
4.3 Domenico Conoscenti, <em>Epigrafisti in rosa e nero</em><br />
4.4 Gioacchino Lonobile, <em>Possibilia</em><br />
4.5 Tommaso Pincio, <em>Intervista</em></p>
<p>V<br />
5.1 Francesco Forlani, <em>Riflessi condizionati</em><br />
5.2 Andrea Inglese, <em>Io davvero non me la prendo</em><br />
5.3 Giacomo Sartori, <em>Domenica pomeriggio sul ponte</em><br />
5.4 Giuseppe Schillaci, <em>Lo studio di Sciascia</em></p>
<p><strong>Biobibliografie</strong></p>
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		<title>GLI SCRITTORI PREPOSTUMI</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Dec 2017 06:00:04 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giacomo Sartori (Questo testo fa parte di un dossier curato dal Cartello (Forlani, Inglese, Schillaci e il sottoscritto) uscito nella rivista francese “La Revue Littéraire” e ora nel numero 68 di “Nuova Prosa” col titolo Esercizi di sopravvivenza dello scrittore italiano.) Il mio quinto romanzo, l’ultimo venuto, è stato rifiutato da tutti gli editori, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/CBernard_061006.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-71524" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/CBernard_061006-300x228.jpg" alt="" width="300" height="228" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/CBernard_061006-300x228.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/CBernard_061006.jpg 632w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>(Questo testo fa parte di un dossier curato dal Cartello (Forlani, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/12/04/lera-dellautopromozione-permanente/">Inglese</a>, Schillaci e il sottoscritto) uscito nella rivista francese “La Revue Littéraire” e ora nel numero 68 di “Nuova Prosa” col titolo <em>Esercizi di sopravvivenza dello scrittore italiano</em>.)</p>
<p>Il mio quinto romanzo, l’ultimo venuto, è stato rifiutato da tutti gli editori, come del resto i precedenti. <span id="more-71443"></span>E non parliamo delle raccolte di racconti, che sarebbero la mia vera passione. Se scrivessi in una qualsiasi altra lingua dovrei dedurne che non valgo molto come scrittore, ma io sono italiano e scrivo in italiano, quindi le cose si complicano. Chi conosce la storia letteraria italiana recente e non recente, sa bene che non riuscire a pubblicare  può essere un ottimo indizio, se non anzi una condizione sine qua per far parte dei <em>grandi isolati</em>, o degli <em>scrittori prepostumi</em> che dir si voglia. Naturalmente questa abilità a non farsi pubblicare non basta da sola, ce ne vogliono altre, quali un lavoro che non ha nulla a che fare con la letteratura, l’allergia a ogni sorta di cricca, o anche solo ai conformistici conformismi, la lontananza fisica dai luoghi che contano, e la capacità a inimicarsi qualche importante critico, ma insomma è pur sempre il più grande asso nella manica. Molti nostri giganti non hanno pubblicato nulla nel corso della loro vita, molti altri sono stati osteggiati e umiliati, hanno pubblicato qualcosina con molta difficoltà, spesso a spese d’autore. Si potrebbe stilare una lunga lista, magari vedendo in parallelo quanti pochi sono gli scrittori osannati dalla loro epoca che sono resistiti nel tempo.<br />
In tutte le letterature ci sono casi di capolavori rifiutati, fa parte della spicciola mitologia letteraria, però in nessuna succede che moltissimi scrittori molto validi vengano ignorati o dileggiati, in genere appunto fino alla loro morte. Lascio però la ricerca delle vere cause a qualcun altro più ferrato, e poi è sempre un po’ triste trovare delle giustificazione agli insuccessi, e anche meschino. E’ curioso comunque che una magnifica e prestigiosissima casa editrice, <em>Adelphi</em>, si sia distinta proprio grazie alla sua necrofilia letteraria, che le ha permesso di guadagnare stima e quattrini: prima lascia morire gli autori (contribuisce indirettamente alla loro morte?), e poi li fa propri e li pubblica in pompa magna.<br />
Antonio Moresco, geniale contemporaneo che per un quarto di secolo ha vissuto una raminga condizione di scrittore prepostumo, prima di accedere negli ultimi tempi, ormai anziano e disilluso, a quella di <em>ex-prepostumo</em>, c’è anche questa sottospecie, ha pubblicato a questo proposito un bellissimo e paradigmatico libro, <em>Lettere a nessuno</em>, che raccoglie moltissime missive che ha scritto nell’arco di tanti anni a editori, critici e scrittori conosciuti, e che non hanno ricevuto alcuna risposta. Perché questi scrittori dei quali stiamo parlando, e quindi anch’io, passano la loro vita a scrivere patetiche o anche ridicole lettere che non ricevono mai, ma proprio mai, una risposta. E quando dico mai intendo mai, capisco che per uno straniero sia difficilmente concepibile, e anche qui si potrebbero tirare in campo delle spiegazioni storiche, sociologiche, psicologiche, che per pigrizia salto a pie pari. Del resto qualche ricaduta positiva c’è sempre: io per esempio conosco alla perfezione le tariffe postali, e anche alcuni trucchetti &#8211; siamo pur sempre  in Italia- per pagare meno.<br />
Com’è ovvio potrebbe essere vera anche l’altra ipotesi, dal punto di vista statistico anzi infinitamente più probabile, vale a dire che i miei scritti siano senza alcun interesse. Io stesso, più spesso la sera, o quando piove, o il conto in banca si tinge di rosso, o anche solo il frigo è vuoto, propendo per quest’altra possibilità. Mi dico che non sono uno scrittore prepostumo, ma uno scrittore fallito: il mio reiterato e cristallino insuccesso è esattamente quello che mi merito. La mattina dopo per fortuna mi alzo, e ricomincio la lotta per trovare un po’ di tempo per scrivere e un posto dove lavarmi le mani (faccio l’agronomo, e il mio lavoro consiste a sporcarmi di terra), indifferente a quello che blaterano le autoreferenziali pagine culturali dei giornali, dove i critici parlano dei romanzi scritti dai critici degli altri giornali, o dagli editor delle case editrici dove pubblicano essi stessi, e ai libri completamente idioti che troneggiano nelle vetrine dei librai, vera fiera della vacuità. Illudendomi magari, quando comincio a avere un po’ fame, che forse un giorno la mia facoltosa e bella editrice mi inviterà a pranzo, come succede in tanti film francesi.<br />
Del resto non devo disperare, in coda alla lunghissima sequela di rifiuti, di solito un microeditorino salta fuori, come certe volte in novembre si trova un’isolata e ormai quasi postuma fragolina di bosco. La mancanza di riconoscimenti rende la mia natura ancora più oblomoviana, e quindi spesso è per intercessione di qualche altro sfigato (io frequento solo sfigati). Questa volta è stato il mio amico Marino Magliani, anche lui un grande scrittore che elemosina patetiche pubblicazioni e ingaggi ridicoli, ma che è molto più intraprendente di me, ha conosciuto a una fierettina letteraria di provincia i ragazzi di una piccolissima casa editrice di una piccolissima città. Gli ha mandato uno dei suoi manoscritti &#8211; lui ha i cassetti pieni, non riesce nemmeno più a chiuderli &#8211; e poi mi ha fatto mandare anche il mio. Il mio l’hanno preso, e il suo no.<br />
La piccola casa editrice s’è rivelata una catastrofe, come tutte le precedenti, e i suoi conduttori dei pazzi scatenati, come sempre. Credo che un giorno scriverò un’enciclopedia sui piccoli editori italiani con i quali ho avuto a che fare personalmente o dei quali ho sentito parlare. Non sarà facile descrivere e cercare di decriptare modi di agire così irrazionali, così imprevedibili, così furiosamente masochistici e controproducenti, e animati da una tale vanità e incompetenza, ma la mia grande esperienza mi permetterà di venircene a capo. Anche questa volta nessuna distribuzione, nessuna recensione, nessun premio, nessun saldo dell’anticipo pattuito, e un sacco di seccature che adesso non sto a descrivere. Ma insomma il mio smalto di prepostumo, che è in fondo quello a cui tengo, è salvo.</p>
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<p><em>NdR: il pezzo di Andrea Inglese del medesimo dossier è stato pubblicato qualche giorno fa su Nazione Indiana, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/12/04/lera-dellautopromozione-permanente/">qui;</a></em></p>
<p><em>l&#8217;immagine, che forse vuole ricordare di non prendere troppo seriamente il mio testo, che come tutte le narrazioni dice anche bugie, è un quadro, peraltro molto conosciuto, di lui:</em></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/dubuffet-51_rit.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-71553" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/dubuffet-51_rit-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/dubuffet-51_rit-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/dubuffet-51_rit-120x80.jpg 120w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/dubuffet-51_rit.jpg 330w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
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		<title>L’era dell’autopromozione permanente</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Dec 2017 06:00:12 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[il Cartello]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-71417 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/tiravanija_1998.97-Rirkrit-Tiravanija-“Catalogue-Back-of-Postcard-Reads-Memories-300x193.jpg" alt="" width="300" height="193" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/tiravanija_1998.97-Rirkrit-Tiravanija-“Catalogue-Back-of-Postcard-Reads-Memories-300x193.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/tiravanija_1998.97-Rirkrit-Tiravanija-“Catalogue-Back-of-Postcard-Reads-Memories-768x494.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/tiravanija_1998.97-Rirkrit-Tiravanija-“Catalogue-Back-of-Postcard-Reads-Memories.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/tiravanija_1998.97-Rirkrit-Tiravanija-“Catalogue-Back-of-Postcard-Reads-Memories-80x50.jpg 80w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" />[Questo testo fa parte di un dossier curato dal Cartello (Forlani, Sartori, Schillaci e il sottoscritto) uscito nella rivista francese &#8220;La Revue Littéraire&#8221; e ora nel numero 68 di &#8220;Nuova Prosa&#8221; col titolo <em>Esercizi di sopravvivenza dello scrittore italiano</em>.]</p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>C’era la <em>rivoluzione permanente</em>. È un concetto di cui ho sentito parlare molto tempo fa, e qualcuno me l’ha pure spiegato.<span id="more-71115"></span> Con più precisione, però, ricordo il concetto di <em>formazione permanente</em>; su questo hanno battuto chiodo in modo molto più deciso, e in tempi molto più recenti. Il fatto che uno faccia fatica a trovare lavoro è qualcosa di intimamente legato alla formazione permanente, perché non ci si può accontentare di fare degli studi che finalmente qualificano, per accedere poi a un conseguente lavoro qualificato. Bisogna andarci cauti con il lavoro, perché non basta avere studiato, bisogna anche essere in una disponibilità formativa permanente. Di questi tempi, l’essere umano deve tenere il passo con il mercato, il quale si evolve a tradimento, a macchia di leopardo, con modalità asimmetriche, da guerriglia, non in modo lineare e frontale. Quindi bisogna stare sul chi vive in fatto di competenze o di capacità. Non ricordo più ora quali siano da formare in permanenza, se le competenze o le qualità, oppure tutte e due insieme, o se non siano in fondo la stessa cosa. Ma il momento glorioso della formazione permanente è già passato. Ora siamo in una fase ulteriore, più intima, forse più matura, dove nozioni spensierate come “tempo libero”, “vita privata”, “crescita intellettuale”, sono state spazzate via dall’unico rovello legittimo, quello dell’<em>autopromozione permanente</em>.</p>
<p>Si dirà che l’autopromozione permanente, in questa vivace società di egoismi lanciati gli uni contro gli altri come palle da bigliardo, è un fatto banale e di tutti, ma io sostengo che ne soffrono di più coloro che agiscono nell’ambito delle arti, della letteratura, e più in genere della cultura, soprattutto se sono di nazionalità italiana e vivono nel paese che inventò gli Antichi Romani e il Rinascimento. Se uno ha la disgrazia, ad esempio, di voler fare – e mi vergogno un po’ a dirlo – lo <em>scrittore</em> – dico “la disgrazia”, ma magari bisognerebbe dire la presunzione, l’enorme e irragionevole presunzione – ebbene, se uno vuol fare quella cosa lì, o molto sciagurata o molto boriosa, allora deve avere ben chiaro il concetto di <em>autopromozione permanente</em>. Ad ognuno la sua epoca, il suo concetto e il suo daffare.</p>
<p>Diciamo che oggi uno scrittore si sveglia alla mattina con un certo numero di sensi di colpa. Nello scrittore italiano questi sensi di colpa sono interamente presenti, ma la sua particolarità è che essi sono acuiti in modo pazzesco. Sono diversi sensi di colpa <em>pazzeschi</em>. Il primo tra questi è conseguente alla decisione, nonostante le evidenze empiriche raccolte nel corso degli anni, di mettere su famiglia, anche solo in maniera prudente, informale, condividendo la vita con un’altra persona amata, oppure in modo decisamente sregolato, mettendo al mondo dei figli. Lo scrittore italiano lo sa, che la sua scelta di vita può avere parvenza di ragionevolezza solo se: 1) vivrà come individuo senza progenie e senza legami affettivi di qualche peso (scapolone o zitellona), 2) potrà fare affidamento su patrimoni familiari ingenti, che non temono crisi di mercato azionario o immobiliare, 3) possiede, per privilegio di casta, e fin da bambino semianalfabeta, potenti relazioni nel mondo intellettuale, editoriale e giornalistico. In tutti gli altri casi, la sua ambizione “letteraria” è totalmente scriteriata.</p>
<p>Infatti lo scrittore italiano sa bene che, tranne in casi molto rari, il suo non si può definire un <em>mestiere</em>. Un mestiere inizia ad essere un mestiere quando una persona risponde a una domanda sociale, una vasta e sentita esigenza, quando c’è una quantità di gente in pena per ottenere una determinata cosa, un oggetto o un servizio, da qualcuno che, fuori dalla massa insipiente e maldestra, è in grado di fornirlo, questo servizio, di farlo come si deve, questo oggetto, per esserne così giustamente e rispettosamente ricambiato in denaro. Ma chi ha mai richiesto il romanzo “del tutto nuovo e inaspettato” che lo scrittore ha prodotto? Chi ha chiesto la “nuova e sorprendente” raccolta di poesie che lo scrittore ha con cura realizzato? Certo, oggi sono quasi tutti un po’ nella veste degli scrittori, tutta la piccola, media e grande impresa è un po’ in una situazione simile, dovendo dare alla gente delle cose nuove e inaspettate che la gente non ha chiesto, e di cui non aveva fino a qualche minuto fa alcun bisogno impellente, ma l’impresa almeno, quella grande e media se non altro, può delegare la promozione del prodotto non desiderato a gente abilissima nel trasformare tale prodotto in qualcosa di necessario. Questa gente viene pagata profumatamente proprio per rendere desiderabile un prodotto che nessuno si è mai sognato di richiedere. Quindi lo scrittore produce qualcosa di dubbia utilità, come un folto numero di altre persone sul nostro pianeta, ma gli manca un’agenzia specifica, delle persone competenti, che rendano credibile il suo prodotto. Questo servizio deve renderselo da solo. Da qui il senso di colpa pazzesco.</p>
<p>In genere lo scrittore sostiene a gran voce che quello che più conta nella sua vita (eccezion fatta per la persona amata o i suoi figli – se questa e questi sono presenti alla conversazione) è la scrittura, e in questo modo lascia intendere in modo inequivocabile che l’altro mestiere, quello vero, con cui si garantisce i bisogni primari, secondari e un certo numero di superflui, non ha la priorità nei suoi quotidiani sforzi mentali e fisici. Lo scrittore che presumibilmente non vive di scrittura, e che persiste a sostenere che la scrittura è la cosa che più conta nella vita (dopo la famiglia o le/gli amanti), non mette tutte le sue più preziose e vive energie nella ricerca di somme crescenti di denaro. Egli possiede, infatti, due mestieri, uno fantasma, illusorio, senza seria contropartita economica, e uno vero, certo, in grado di fornirgli salario, l’indispensabile salario. E in questa situazione buffa, egli in modo del tutto irresponsabile continua a giustificare l’assoluta precedenza che, nel suo spirito, avrebbero le questioni inerenti al mestiere fasullo che porta salari simbolici, ossia evanescenti, come la fama letteraria, rispetto alle questioni invece serie e tangibili, inerenti al mestiere retribuito in cartamoneta autentica e corrente.</p>
<p>Comunque, essendo lo scrittore un individuo spesso senza scrupoli, egli arriva quasi sempre a tacitare i suoi pazzeschi sensi di colpa con una sorta di immoralismo perfetto. L’unico senso di colpa che non può tacitare è quello nato da un perseguimento superficiale dell’autopromozione permanente. Qui c’è pochissimo da scherzare. Più il prodotto fornito dallo scrittore è poco <em>amichevole</em>, ossia non risponde ad esigenze decrittabili del lettore medio, più egli deve entrare in quel circuito d’agitazione pubblicitaria di se stesso, che dura ventiquattro ore su ventiquattro. Tra tutte le vittime dell’autopromozione permanente, le più seriamente devastate sono infatti i poeti, dal momento che il mondo, ormai, non chiede più nulla a loro, salvo in casi specifici, dove il poeta può partecipare a tornei vocali, che sollazzano almeno un certo numero di spettatori. Ma questo vantaggio rispetto ai poeti schivi, ingrugnati, della parola meditata e silenziosa, non li esime dalla loro indispensabile agitazione autopubblicitaria.</p>
<p>La macchina autopromozionale più a buon mercato, è un aggiornato apparecchio elettronico (computer, tavoletta, o telefono) con cui sia possibile accedere alla grande rete che tutti globalmente unisce, per praticare l’assillo del prossimo a largo raggio. D’altra parte, una gran fetta della popolazione delle disastrate lande della letteratura italiana, vive nell’eterno dubbio della propria esistenza. Scrive, pubblica persino, ma non sa mai veramente a che punto è, se abbia ottenuto qualche legittima marca d’interesse, di riconoscimento dei pari, qualche lasciapassare per la fama postuma, dal momento che al di fuori del successo commerciale dispensato a un numero ristretto d’indiscutibili campioni delle lettere, gli altri galleggiano nella grande penombra delle valutazioni discutibili, dei giudizi estetici, riflettenti o meno.</p>
<p>Tutti quindi hanno bisogno, non solo di assillare, ma di essere assillati, ognuno vuole perseguitare ed essere perseguitato, tampinare ed essere tampinato, solo questo smanazzamento comunicativo, questo spintonamento reciproco, ci rende vivi, reali, nella nostra fantomatica attività non remunerata, non richiesta, dispensabilissima.</p>
<p>La legge dell’autopromozione permanente è semplice, ma non comoda: tanto più la <em>cosa</em> letteraria realizzata è marginale, d’interesse confidenziale, sprofondata nella notte delle altre mille <em>cose</em> letterarie indiscernibili, tanto più bisogna inscenare un’atmosfera di solennità, e stamburare a morte, replicare ovunque, in tal modo che la <em>cosa</em> da piccola diventi grande, da periferica centrale, da gassosa solida, da unica molteplice. E questo bisogna farlo una dozzina di volte al giorno su Facebook, ma poi via mail personalizzata o di gruppo, e ovviamente sul proprio sito, che deve includere ogni occorrenza seppur incidentale del nome d’autore o delle sue opere, e poi bisogna sguinzagliare – se se ne hanno – allievi del corso di laurea, o gruppetti di fan, su Wikipedia, per scrivere queste benedette pagine, insomma il lavoro è tosto, e si affianca in questo modo ai due altri lavori già esigenti, quello vero del salario reale in cartamoneta e quello fantasmatico del salario simbolico in recensioni o premi provinciali. E appare del tutto chiaro che il lavoro di autopromozione permanente, se davvero si vuole fare con spirito professionistico, e non a singhiozzo dilettantesco, divora progressivamente lo spazio residuo della creazione letteraria, a tal punto che, di tanto in tanto, si scrive ancora qualcosa soltanto per nutrire la macchina dell’autopromozione, sapendo per altro che essa, come il dispositivo dell’ostrica, abbellisce e nobilita l’originario e mediocre granellino che l’autore gli porge.</p>
<p>*</p>
<p>Immagine: Rirkrit Tiravanija, <em>Catalogue (Back of Postcard Reads) Memories, </em>1997</p>
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		<title>Leggere la terra (autismi della terra # 3)</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Apr 2016 05:00:53 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Giacomo Sartori Per capire meglio la terra, o forse  meglio nell’illusione di farlo, mi capita di leggere articoli scientifici che trattano di questo o quell’aspetto della matrice chiamata da moltissimi secoli così, ma che nei resoconti specialistici diventa più tecnologico suolo. Spesso sono questioni molto particolari, perché al giorno d’oggi le ricerche sono estremamente [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
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<p>Per capire meglio la terra, o forse  meglio nell’illusione di farlo, mi capita di leggere articoli scientifici che trattano di questo o quell’aspetto della matrice chiamata da moltissimi secoli così, ma che nei resoconti specialistici diventa più tecnologico <em>suolo</em>. Spesso sono questioni molto particolari, perché al giorno d’oggi le ricerche sono estremamente specializzate: il tema può essere per esempio il materiale genetico che rivela la presenza del determinato gruppo di batteri in un certo punto di una data foresta, o anche certe molecole di sostanza organica in un campo di barbabietole da zucchero della data località. Io non sono uno scienziato, ma passo pur sempre molto tempo a leggere scritti del genere, che sono destinati piuttosto agli apostoli delle varie discipline.</p>
<p>Per me la lettura è per definizione un piacere, il piacere anzi più sicuro e facile, e più persistente, meno precario (come è noto il problema dei piaceri è la loro fugacità). A leggere questi resoconti tutti con lo stesso ineluttabile scheletro – introduzione, metodi, risultati, conclusioni &#8211; non provo invece alcun godimento. Li trovo quasi sempre molto noiosi, davvero tediosissimi, però cerco di arrivare in fondo, o insomma di scorrere le parti che mi sembrano più importanti. Resisto come posso alle seduzioni del romanzo scosciato con voluttuosa noncuranza sul bracciolo della poltrona, che cerca di attirarmi nei suoi vortici di futilità, mi aggrappo a quelle righe austere.</p>
<p>Il nuovo latino in uso nella liturgia scientifica, l’inglese, è sempre legnoso, il più possibile impersonale, e soprattutto assertivo, sentenzioso, cattedratico, privo di sfumature, non parliamo poi di umorismo. I serrati paragrafi sono interrotti da incessanti parentesi con i riferimenti bibliografici, nella canonica forma del cognome e dell’anno (e quel salmodico <em>“et al.”</em> se gli artefici sono più di uno). Tutti questi rimandi sembrano puntelli che sostengono una costruzione non ancora finita, sono ostacoli che rendono la deambulazione poco agevole. Avanzo quindi con fatica, distraendomi di continuo, ma con la mia grande perseveranza, l’unica mia dote (ammesso che possa essere considerata una dote), riesco a non demordere.</p>
<p>È evidente che il fine principale di quello stile di scrittura è l’evacuazione dei sentimenti, l’occultamento degli stati d’animo e della sensibilità sotto l’apparenza di un piglio oggettivo. Tutto deve risultare impersonale, arido, in modo che la razionalità appaia il più possibile incontaminata, assoluta. Meglio le fragilità e le debolezze risultano mimetizzate più la ricerca sembra solida, <em>scientifica</em>. Quando in realtà ogni frase è pur sempre il frutto di un’intuizione, un tentativo di esprimere significati che le parole non dicono, o dicono male, e di occultate contenuti che si vogliono tacere, come tutte le frasi umane. I linguaggi umani sono per definizione imperfetti, contraddittori, intrisi di emozioni e ambiguità. Alla ricerca di un riconforto provo allora a decifrare le figure, che però si rilevano anch’esse severe e non belle, spesso di assai ardua decifrazione.</p>
<p>Sono però i contenuti che mi risvegliano le perplessità più pervasive. Quasi sempre la visuale è molto ristretta, e me ne deriva l’impressione che quella parzialità nasconda in realtà l’ignoranza dei legami tra i vari aspetti di fondo, o per meglio dire l’ignoranza dell’ignoranza. Perché è stato scelto proprio quel caso di studio, e cosa rappresenta, posando per un secondo la lente deformante di quella sottodisciplina, prendendo in conto anche altri punti di vista? Considerando le cose un po’ più da lontano l’oggetto non risulta forse mal definito e ibrido, per non dire pretestuoso, e anche l’approccio scelto per affrontarlo non appare per caso assai arbitrario?</p>
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<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/04/11/60532/dsc_0261_rid/" rel="attachment wp-att-60983"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-60983" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/DSC_0261_rid.jpg" alt="DSC_0261_rid" width="640" height="428" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/DSC_0261_rid.jpg 640w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/DSC_0261_rid-300x201.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/DSC_0261_rid-120x80.jpg 120w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px" /></a></p>
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<p>Per svelare la verità parziale di cui è questione, ci si affida alla statistica, che ha preso ormai il posto del pronunciamento divino. Se il metodo statistico adottato sentenzia che una data relazione è vera, o meglio che ha la determinata probabilità di essere vera, vuol dire che la <em>legge naturale</em> è quella, beninteso anche in assenza della minima spiegazione convincente. La mia vita mi insegna che la grande probabilità è solo una potenzialità astratta, e è in fondo inutile ai fini previsionali, o insomma di per sé inutilizzabile, perché spesso è poi l’eccezione che si realizza, o insomma entrano in gioco fattori non previsti. Lì però la possibilità diventa inflessibile e inconfutabile causalità, senza rischio di colpi di testa o sbavature. E come poi quelle risultanze tanto tendenziose si conciliano con gli esiti di approcci non considerati, con altre visioni, altre domande? Il sistema delle citazioni solo a difesa (come se in un processo non ci fossero anche i testimoni a carico), e la forma breve di questi componimenti, consente di restare nel dominio della perorazione senza contradditorio, sfuggendo a una reale verifica. Certo, quella dissertazione è passata al vaglio di severi e anonimi referi, però questi appartengono in realtà alla stessa sottospecie, sono inclini in genere agli stessi errori.</p>
<p>Leggendo ho quindi l’impressione che quella cosiddetta imparzialità scientifica sia solo una finta, una maschera che nasconde le normali esitazioni umane, l’usuale incompetenza. Facendo più attenzione mi accorgo che gli stessi puntelli bibliografici non sono poi così solidi, non sono poi così adatti a quel ruolo di cariatidi, sebbene il loro essere incastrati con risolutezza possa suggerire l’impressione che sostengano senza sforzo il ragionamento. Quei disparati studi, intruppati poi in sequenza alfabetica alla fine (titoli di coda accademici?), a una verifica anche frettolosa sembrano avere gli stessi difetti, paiono a loro volta appoggiarsi su altri scritti presi un po’ qui e un po’ lì, citati a sproposito. Non si può fare a meno di pensare a un manipolo di pencolanti ubriachi che si reggono a vicenda.</p>
<p>Il quel mio crescente imbarazzo la statistica mi appare come l’arte di far dire alle cifre quello che si vuole, proprio come un tempo ci si appellava allo spirito santo per giustificare gli eventi più diversi. Si troverà sempre un’algebrica prestidigitazione per far risultare due serie di dati un po’ correlati. Ma certo esagero. Certo parlo così perché non sono un vero officiante, tutto quello che faccio è partecipare a volte a esperimenti di professori o ricercatori che studiano questo o quell’aspetto della terra. Risulto utile soprattutto per il lavoro di campagna, visto che faccio volentieri delle buche, e eseguo con professionale precisione i relativi rilievi. Ormai sono tra i più anziani, e c’è chi mi stima, ma il mio ruolo è quello di un ragazzo che inizia, finisco per essere un po’ l’uomo tutto fare. Dalla mia ho solo la mia esperienza, che certo non può costituire una garanzia di autorevolezza scientifica, e la mia intuizione, i cui volubili suggerimenti non potrebbero essere comprovati in alcun modo (anche se a me sembrano validi). Perché a ben vedere non sono molto razionale, e la mia diffidenza per le logiche tetragone nasconde anzi una difficoltà a seguire linee rigorosamente coerenti nelle mie elucubrazioni. Probabilmente criticando a priori quei rapporti cerco solo di difendere la mia inconseguenza, la mia difficoltà a concentrarmi, a staccarmi dall’empirismo. E forse quella lingua mi riesce antipatica solo perché la manovro stentatamente, lungi dalla maccheronica disinvoltura di molti colleghi.</p>
<p>Leggo comunque quei bigotti racconti che rappresentano l’esatto contrario di ciò che cerco nei romanzi (in particolare quello che mi fa l’occhiolino dal bracciolo della poltrona), continuo a masticarli. Non so poi cosa mi resta di tutte quelle frequentazioni, visto che la mia memoria non è molto forte (per rintanarmi dietro un eufemismo). Forse ben poco. E probabilmente spazio tra tanti campi diversi proprio perché non ho alcuna effettiva competenza in un qualsivoglia ramo, nessun ruolo preciso. Si direbbe quasi che voglia mantenermi aperte molte porte in attesa di decidere dove orientarmi. Strategia per la quale non resta più alcuna plausibile giustificazione, visto che ho quasi l’età del pensionamento (se solo avessi, ma questo è un altro discorso, una qualche forma di pensione). A quanto pare dentro di me un nocciolo di pazzia reputa che la mia vita potrebbe forse offrirmi ancora questa o quella tardiva e fiabesca opportunità (o che io sia immortale?).</p>
<p>Soffro di non avere tempo di leggere romanzi, che mi danno piacere, e che con la loro capricciosa volubilità mi sembrano avvicinarmi alla verità, e impiego le mie giornate a spulciare questi compitini che non mi danno alcun diletto, e che non contengono molta verità, non quella che cerco (anche proprio nella terra). L’educazione di mio padre, forse è questo, mi ha inculcato l’abitudine a sprezzare o anche evitare le attività che mi appagano, a concentrarmi sugli sforzi che mi risultano penosi, per i quali sono forse meno dotato. Certo il nodo della questione è solo lì, non sono riuscito a liberarmi dal fascismo. La frequentazione della terra, quell’unico contatto pragmatico che ho con il mondo, e che coltivo proprio per appropriarmi di una qualche identità, una plausibilità sociale, e per guadagnarmi da vivere in un modo che abbia una parvenza di senso, per non affondare in me stesso, è quindi solo l’incapacità a ammettere che l’unico autentico legame sarebbe l’assenza di autocostrizione, la libertà di vivere la mia esistenza assecondando le mie autentiche propensioni, senza pagare alcun pegno. Cedendo al richiamo del discinto romanzo che dalla poltrona mi canticchia la sua sciocca ma anche sapiente cantilena.</p>
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<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/04/11/60532/dsc_0494_rit/" rel="attachment wp-att-60981"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-60981" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/DSC_0494_rit.jpg" alt="DSC_0494_rit" width="640" height="428" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/DSC_0494_rit.jpg 640w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/DSC_0494_rit-300x201.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/DSC_0494_rit-120x80.jpg 120w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px" /></a></p>
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<p><em>(questo testo è apparso su “Nuova Prosa”, numero 66, marzo 2016)</em></p>
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		<title>La terra metafisica (autismi della terra # 2)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Mar 2016 05:00:01 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[narrativa contemporanea]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giacomo Sartori &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; Quando sono in una delle mie buche qualche volta mi chiedo perché sono finito lì. Alzo gli occhi, e guardo il cielo, o insomma la fetta di cielo che posso vedere, se la buca è molto profonda, o anche lo strato più o meno denso [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/03/29/la-terra-metafisica-autismi-della-terra-2/dsc_0364_rid/" rel="attachment wp-att-60844"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-60844" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/03/DSC_0364_rid-300x201.jpg" alt="DSC_0364_rid" width="300" height="201" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/03/DSC_0364_rid-300x201.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/03/DSC_0364_rid-120x80.jpg 120w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/03/DSC_0364_rid.jpg 640w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
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<p>Quando sono in una delle mie buche qualche volta mi chiedo perché sono finito lì. Alzo gli occhi, e guardo il cielo, o insomma la fetta di cielo che posso vedere, se la buca è molto profonda, o anche lo strato più o meno denso di alberi, se sono in un bosco, o il merletto formato dai tralci, se mi trovo sotto una pergola di viti,<span id="more-60529"></span> cercando la risposta. <em>Perché?</em>, mi domando, aggrappandomi alla manciata di terra che ho ancora in mano, come cercando un appiglio che possa sorreggermi. <em>Cosa mi ha portato qui?</em>, mi chiedo. <em>Cosa ci faccio in questa vasta pianura, sotto questo cielo più simile a un mare?</em></p>
<p>Con quei <em>perché?</em> non cerco beninteso le cause immediate: so bene che se sono lì mezzo sotterrato, o anche annegato per intero (dipende da quanto è profondo lo strato di terra), è perché ho firmato il certo contratto per fare il dato lavoro nell’ambito della data iniziativa sostenuta dal tale organismo, e avversata dal tal altro, che serve alla determinata cosa ma purtroppo non alla tal altra, perché il famigerato fattore legato alla stranota condizione lo impedisce, almeno fino a che l’eterno intoppo non sarà rimosso, il che dipende da questo o quel dettame politico (si arriva sempre lì), a sua volta subordinato a ingiunzioni ancora più dittatoriali, sempre politiche. La realtà è sempre fatta di tanti pezzetti concatenati gli uni agli altri, e le mie giornate passano a cercare di farli combaciare, io che non ho mai amato i puzzle. Con l’aggravante che non conosco l’immagine che sto ricostruendo, perché nessuno me l’ha mai mostrata, e nemmeno so se ci sono abbastanza pezzi per completarla: vado avanti alla cieca, augurandomi che dio me la mandi buona. A volte è divertente, a volte estenuante, soprattutto se si tiene conto che di tanto in tanto un terremoto rimescola il cantiere in fieri, e devo ricominciare tutto da capo (o quasi). Finché non perderò definitivamente la pazienza, e darò un calcione a quel quadro non finito e non bellissimo, composto da aridi frammenti di cartone, che è la mia vita: mi conforta il pensiero – certo anch’esso velleitario &#8211; che se un giorno ne avrò voglia potrò sottrarmi al gioco.<br />
<em>Perché?</em>, mi chiedo ancora, sapendo che non sono certo quelle certosine catene sequenziali alle quali il mio cervello mi ha abituato che mi daranno una risposta, e che la spiegazione che cerco è più generale, sfugge forse all’ordine rassicurante ma anche artificioso delle concatenazioni di causa e effetto, più o meno ossessive che siano. <em>Perché proprio ora mi ritrovo in questo preciso campo coltivato, sotto questo cielo che sembra invece incolto, con queste nuvole simili a straccetti sfilacciati di garza?</em></p>
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<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/03/29/la-terra-metafisica-autismi-della-terra-2/dsc_0482_rit1_rid/" rel="attachment wp-att-60857"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-60857" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/03/DSC_0482_rit1_rid.jpg" alt="DSC_0482_rit1_rid" width="640" height="427" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/03/DSC_0482_rit1_rid.jpg 640w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/03/DSC_0482_rit1_rid-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/03/DSC_0482_rit1_rid-120x80.jpg 120w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px" /></a></p>
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<p>Osservo quelle incostanti garzette bianche, quasi potessero aiutarmi a trovare una risposta. Sento che gli indizi ci sono: sono io che non riesco a decifrarli, sono io che sono miope. <em>Perché sono finito a fare quest’attività così strana, e in questo modo così intimo, così viscerale?</em> <em>Perché non la microelettronica, o la gastronomia, l’architettura</em>? Mi accorgo però che quelle nuvolette sono troppo inconsistenti, troppo fragili, per potermi aiutare. Ne hanno probabilmente già fin sopra i capelli a pensare al vento che le strattona e sbrindella, sanno forse ancora meno di me chi sono e che destino avranno.<br />
Alzo un po’ gli occhi, e cerco una spiegazione nel ventre profondo del cielo, là dove non ci sono inaffidabili garzette bianche. Mi sembra che quel blu abissale, lui sì, possa albergare nella sua pancia trasparente delle risposte affidabili. <em>Sono le eredità famigliari, quelle innominate maschere che si tramandano assieme ai cromosomi, a guidarmi?,</em> mi chiedo. <em>La mia esistenza ricalca comportamenti ben codificati, come i personaggi del teatro popolare,</em> <em>ricopiando un perentorio destino già scritto? </em>O <em>ubbidisce invece all’algebra spirituale delle reincarnazioni? Non risulta piuttosto da lacerti di tutto questo, come la confusione di vortici e bonacce generata da venti che spirano in sensi diversi, che si scontrano, si sommano, si annullano? </em>Nemmeno quell’oceano di aria sembra però volermi dare una mano. Non pare accorgersi che esisto, si gongola nella sua grandiosa indifferenza alle cose umane.<br />
Sento che per ognuna delle possibili piste ci sono segnali ben precisi, si tratterebbe solo di saperli afferrare e tirare con fermezza verso di me, come pesci presi all’amo, per poi aprire le loro pance misteriose e estrarre le delucidazioni che cerco. Ma io non ci riesco, posso solo osservare di nuovo quelle cangianti nuvolette che fanno i capricci sopra di me. Devo arrendermi all’evidenza che non saprò mai tradurre in parole certe intuizioni che a tratti mi sembrano essere abbozzi di risposte: non capisco niente, non so niente. Perfino i pochi punti fermi che credevo avere si rivelano fondamenta precarie e franose, come appunto gli sbuffi di vapore sopra la mia testa che si stirano, si sfilacciano, si squagliano. Sento che sono agito da forze che non conosco, che mi strattonano dove vogliono loro: nemmeno riesco a dare un nome, alle correnti sotterranee che hanno sempre fatto di me quello che volevano, e sempre lo faranno.<br />
Mi stringo nelle spalle, e mi dico che fa un po’ freddo. <em>Devo finire  i rilievi prima di gelarmi</em>, mi dico, lasciando cadere la terra che non ricordavo più di avere nella mano. <em>Mi conviene affrettarmi, se non voglio fare tardi</em>, mi sprono, anche nel caso non faccia freddo. Come la maggior parte dei miei contemporanei passo gli anni a dirmi che sono in ritardo e che mi resta da fare questo o quello, e poi ancora quell’altro ancora, e ho l’impressione che il tempo non sia mai abbastanza. Pure io penso in continuazione a come sarò soddisfatto quando avrò finito questo o quello, o potrò fare quell’altro, anch’io vivo quasi in perennità nel cosiddetto futuro, quel miraggio lenitivo che svapora prima che lo si possa raggiungere. Mi figuro quello che farò per non pensare al presente, in altre parole non vivo. Quello che chiamo futuro non è che la mia vigliaccheria, la mia inettitudine.<br />
Abbasso lo sguardo, e riprendo contatto con la terra, come si ritrova un famigliare che ti accetta come sei e ti incoraggia sempre, o insomma ti sopporta. So che qualsiasi cosa succeda lei non mi snobberà, non mi prenderà in giro, e mal che vada un posto per riposarmi me lo troverà sempre. Mi concentro sull’operazione che devo portare a termine, guardando e toccando quella furbona che si finge materia minerale, ma è piuttosto apoteosi di attività, palpitante agglomerato di costruzioni e esseri viventi, proprio come le nostre folli metropoli (pure lei con le sue contraddizioni e esalazioni, e la sua rude bellezza). <em>Avanti</em>!, mi dico, imitando senza volerlo il tono di voce di mio padre. <em>Coraggio!</em>, mi dico.<br />
Se ci facessi bene attenzione quando abbandono a questo modo i cosiddetti questionamenti cosmici percepirei forse il fragore di una serranda che si abbassa come una implacabile ghigliottina, chiudendomi fuori dal solo veicolo che avrebbe potuto portarmi da qualche parte. Se fossi riuscito a entrare in quella navetta (la sapienza?), invece di venirne escluso come un clandestino beccato senza biglietto, sarei forse arrivato a qualche precetto o ricetta che mi aiuterebbe a esistere. Ma non sono un antico filosofo, non sono un grande saggio, e nemmeno uno di quei virtuosi giocolieri di frasi e citazioni, questi sgamati professorini che vivono di parole, sono un bestione impaurito dai suoi stessi limiti. La mia condanna è questa, partorire mio malgrado schiaccianti domande e non avere i mezzi per rispondere, non poter fare a meno di anelare spiegazioni e teorie, e dover invece deglutire aria e informi grumi di parole.<br />
Senza rendermi conto ritorno al rosario dei miei pensieri utilitaristici, che nel mio caso sono in assoluto i più rilassati, più appaganti. <em>Ho già misurato l’acidità dello strato più profondo?</em>, mi chiedo. <em>E quel sette virgola sette di quello sopra sarà affidabile? Che sia il caso di rifarlo?</em> Mi reimmergo nella pedissequa routine lavorativa, quel bagno di reale che anestetizza le mie ambizioni di trovare un senso alla mia esistenza. Ma forse è proprio mentre sono in balia di quelle riflessioni pratiche concernenti la terra che tocco il mio apice, e approdo a qualcosa. In quegli istanti sono attento e concentrato, e anche aperto e recettivo, e rilassato, appagato, quasi divertito. In altre parole seppellito in quella buca di terra, che è una evidente allegoria della morte (manca solo il teschio amletico posato sul bordo), finalmente vivo. <em>Vale la pena che stimi la percentuale di sabbia anche qua in mezzo, se l’ho già fatta sopra?</em>, mi chiedo, e ho la sensazione di vivere, sento nei miei muscoli e nelle mie vene che sto vivendo.</p>
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<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/03/29/la-terra-metafisica-autismi-della-terra-2/dsc_0232_rit_rit_rid/" rel="attachment wp-att-60859"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-60859" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/03/DSC_0232_rit_rit_rid.jpg" alt="DSC_0232_rit_rit_rid" width="640" height="427" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/03/DSC_0232_rit_rit_rid.jpg 640w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/03/DSC_0232_rit_rit_rid-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/03/DSC_0232_rit_rit_rid-120x80.jpg 120w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px" /></a></p>
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<p><em>Ho un po’ fame</em>, mi dico mentre finisco quello che devo fare. Il corpo non smette di sottopormi le sue richieste, soprattutto quando comincio a essere a corto di pensieri, quasi temesse che senza il suo aiuto mi annoierei. Mi sottopone le sue istanze, e io le prendo graziosamente in considerazione come un monarca seduto sul suo scranno, un re che può fare il bello e cattivo tempo. Ma so bene che se lo disdegno sarà lui poi a alzare il tono delle rivendicazioni, fino a incollerirsi e maltrattarmi, e magari anche a farmela pagare. Sì, <em>ho proprio fame</em>, mi dico quindi, mentre ripongo i vari strumenti nella mia borsa da fotografia. Quasi fosse solo una questione cerebrale, quasi non avessi un corpo.<br />
D<em>evo fare pipì</em>, mi dico, mentre già mi sollevo con le braccia per uscire dalla buca. <em>Cerco un bar dove mangiare un panino e la faccio lì</em>, mi dico. Pedisseque prese di posizione mentali che fanno ripartire nuove catene causali di pensieri, ennesime disordinate e spesso mozzate concatenazioni cerebrali. Perché beninteso le procedure e le modalità anche solo per trovare un bar e mangiare un panino sono in fondo numerosissime, per non dire infinite. Per non parlare della successione di gesti per sistemare i campioni nel bagagliaio della macchina e mettermi al volante, che suscitano uno sprizzare mentale simile al folle schizzo di scintille di una fiamma ossidrica.<br />
Mentre guido è invece la fascia asfaltata davanti a me, e tutto quello che avviene su di essa, e la sponda di costruzioni o di vegetazione sui fianchi, che stimolano e intrattengono il mio pensiero. La mia mente smette di occuparsi di me, e divaga a partire da quella moltitudine di immagini sempre diverse, rapide e come possedute da un cinetismo schizofrenico, quasi futuriste, che captano i miei occhi. Per qualche minuto, ma anche per ore, dipende dalla distanza da casa mia.<br />
Guidare è il gioco che più appassiona gli uomini occidentali, e io stesso schiacciando l’acceleratore ho l’impressione di essere onnipotente (seppure il mio veicolo sia tutt’altro che un bolide), ho la sensazione che niente potrà fermarmi. Con una lieve carezza del piede posso ridurre a schizzi impazziti gli alberi e le case. Senza la minima fatica, senza che la mia mente deva stressarsi aizzando e spronando il mio corpo. È il piede che fa avanzare l’auto, sono le mani che si occupano di girare il volante e cambiare le marce, la mia mente può vagare dove vuole lei, esaltata dall’ebbrezza di questo correre a spese dell’olio nero intrappolato tra gli strati geologici. Non c’è quindi da stupirsi che le divagazioni che accompagnano il mio incedere tecnologico siano capricciose e irresponsabili.<br />
Ogni tanto il pensiero torna alla terra che ho messo nel bagagliaio. Penso che appena arrivato a casa dovrò aprire i sacchetti, in modo che possa almeno respirare, seppure imprigionata. La maggior parte dei colleghi non hanno questa accortezza forse eccessiva, forse maniacale, mentre la prima cosa che faccio io, prima ancora di cambiarmi, è quella. Poi li porterò al laboratorio, dove saranno trasformati in numeri, cifre più o meno grandi, con e senza decimali, sopra o sotto la norma. Diventeranno essenzialissimi segni scritti, analoghi per molti versi a incisioni su una lapide: la loro esistenza sarà allora astratta, come appunto quella di un morto. Del resto pure loro hanno lasciato nel posto dove li ho prelevati dei vicini e dei parenti, esattamente come succede alla maggior parte dei defunti.<br />
Non ci penso più ai miei vagiti filosofici nella buca, quando ero stregato dai pezzetti di garza che si sfrangiavano e disfacevano nel mare del cielo. La fuga dalle elucubrazioni elevate mi ha salvato: se avessi continuato a interrogarmi sui massimi sistemi non sarei riuscito a tornare a imbozzolarmi nel presente. Mi sarei solo spossato, finendo forse per andare fuori di testa. Sarebbe però errato dire che delle mie interrogazioni non rimane niente: mi resta un retrogusto nella bocca, una fiacchezza di digestione difficoltosa. So bene, se mi costringo a pensarci, che quando meno me l’aspetto riaffioreranno, e stringendomi la gola con le loro dita dure mi angustieranno ancora con i loro assurdi tentativi di costringermi a capire qualcosa.</p>
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<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/03/29/la-terra-metafisica-autismi-della-terra-2/dsc_0426_rid/" rel="attachment wp-att-60855"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-60855" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/03/DSC_0426_rid.jpg" alt="DSC_0426_rid" width="640" height="428" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/03/DSC_0426_rid.jpg 640w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/03/DSC_0426_rid-300x201.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/03/DSC_0426_rid-120x80.jpg 120w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px" /></a></p>
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<p><em>(questo testo è apparso su &#8220;Nuova Prosa&#8221;, numero 66, marzo 2016)</em></p>
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		<title>Nuove prose a Milano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Jan 2012 13:27:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[lettura]]></category>
		<category><![CDATA[libreria Tadino]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
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					<description><![CDATA[a Milano, lunedì 16 gennaio 2012 &#8211; ore 21:00 Libreria Popolare (via Tadino 18) READING NON ASSERTIVO &#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212; nuova prosa  Lettura di testi inediti di  Daniele Bellomi Alessandro Broggi Marco Giovenale Manuel Micaletto Michele Zaffarano  il reading sarà eccezionalmente accompagnato da una pregiata edizione numerata di fogli A4 fotocopiati e spillati, in vendita a prezzo popolare per [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="center">a Milano, lunedì <strong>16 gennaio</strong> 2012 &#8211; ore <strong>21:00</strong></p>
<p align="center"><strong>Libreria Popolare</strong> (via Tadino 18)</p>
<p align="center">READING NON ASSERTIVO</p>
<p align="center">&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;</p>
<p align="center">nuova prosa</p>
<p align="center"> Lettura di testi inediti di</p>
<p align="center"> Daniele <strong>Bellomi</strong> Alessandro <strong>Broggi</strong> Marco <strong>Giovenale</strong> Manuel <strong>Micaletto</strong> Michele <strong>Zaffarano<span id="more-41319"></span></strong></p>
<p align="center"> il reading sarà eccezionalmente accompagnato da una pregiata edizione numerata di fogli A4 fotocopiati e spillati,</p>
<p align="center">in vendita a prezzo popolare per la</p>
<p align="center"><strong>LIBRERIA POPOLARE<br />
di </strong>via Tadino 18<br />
20124 Milano</p>
<p align="center">tel.             02-29513268</p>
<p align="center">email:</p>
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		<title>Intervista a Luigi Di Ruscio (un&#8217;integrazione)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Oct 2010 12:04:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Cristi polverizzati]]></category>
		<category><![CDATA[giacomo sartori]]></category>
		<category><![CDATA[L'allucinazione]]></category>
		<category><![CDATA[Le mitologie di Mary]]></category>
		<category><![CDATA[Luigi Di Ruscio]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/di-ruscio2.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-medium wp-image-36870" title="di ruscio2" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/di-ruscio2-300x185.jpg" alt="" width="300" height="185" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/di-ruscio2-300x185.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/di-ruscio2.jpg 408w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>[questo è uno spezzone aggiuntivo, non pubblicato, dell&#8217;intervista di Roberta Salardi a Luigi Di Ruscio (<a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/06/09/da-cristi-polverizzati/"><em>Cristi polverizzati</em></a>), pubblicata sul numero 52 (aprile 2010) di <em>Nuova Prosa (Greco&amp;Greco), </em>e ripresa <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/06/09/intervista-a-di-ruscio/">qui</a> da NI; gs]</p>
<p>di <strong>Roberta Salardi</strong></p>
<p>1) Ho trovato in un’edizione rarissima un altro suo libro in prosa, L’allucinazione (Cattedrale, Ancona 2007). Anche questo libro come gli altri romanzi viene da lontano, da molti anni addietro?</p>
<p><em>Ho preso in mano </em>L&#8217;allucinazione,<em> pubblicato solo due anni fa, e di questo libro non ricordavo nulla. Ricordo solo che diedi il manoscritto all’editore precisamente a Valentina Conti, che poi mi fece sapere che il libro voleva pubblicarlo ed io avevo cambiato idea, il libro non volevo più pubblicarlo. La Valentina Conti (molto bella e molto corteggiata), insisteva ed io alla fine dissi pubblicate anche questo, va bene, nel frattempo continuavo a scrivere corte prose immaginando che non si potesse scrivere poesia senza che la cattedrale dell’ultimo secolo abbia una sua centralità. La cattedrale dell&#8217;ultimo secolo è la fabbrica metallurgica. Il sottoscritto doveva diventare un chierico della grande cattedrale. Come comunista e come poeta <span id="more-36869"></span>dovevo diventare un operaio, questa è stata la mia &#8220;prospettiva” e la mia scelta operaia ha del comico, una specie di Chaplin di </em>Tempi moderni<em> che sventola la bandiera rossa per sbaglio e così mi presento come L&#8217;ULTIMO BUON POETA ITALIANO metto anche questa maschera e rimarrà impresso nella mia memoria quel convegno di poesie neorealiste nei primi mesi del 1953. Eravamo tutti giovanissimi, sui venti anni, con le tasche piene delle carte delle nostre prime poesie e poi tutte quelle polemiche contro il neorealismo, quello sparare contro un niente e quell&#8217;immagine di ragazzi con le camicette pulite, le prime cravatte, con le loro madri ancora giovani trepide per questi figli che volevano fare i poeti, ragazzi con la speranza intatta per un mondo migliore e all&#8217;immagine di questi ragazzi rimarrò fedele per tutta la vita. Ho lavorato sulle infernali trafilatrici per anni 37 e tutto il mio tempo libero è stato sacrificato per scrivere. La mia poesia è stata per decine d’anni nella emarginazione totale. Anche ora la mia poesia vive in una situazione di semiclandestinità. La poesia mi ha dato il dono della diversità e mi ripetevo questa frase: Non occupatevi della poesia del sottoscritto. &#8220;Tutto il credito di cui possiate godere è inutile nei miei confronti,  non spero nulla dal mondo,  non temo nulla,  non voglio nulla,  non ho bisogno grazie a Dio, né della ricchezza né dell&#8217;autorità di nessuno.  Quindi,  padre,  sfuggo ai vostri lacci. Non riuscirete a prendermi, da qualunque parte tentaste di farlo&#8221;. Citazione ricavata dalle </em>Lettere provinciali<em> di Pascal. Ci fu il periodo che Pascal, Rimbaud e Leopardi erano i miei autori quotidiani e proprio adesso sfogliando, </em>L&#8217;allucinazione<em> e leggendo a caso mi sono accorto che il libro è pervaso da una certa allegria, in quel periodo stavo bene, tutto filava bene, avevamo messo da parte una certa somma, riuscivamo a cenare tutte le sere, poi avvenne la catastrofe mentre mi pubblicavano </em>Cristi polverizzati<em> mi sono accadute una serie di disgrazie che mi hanno portato vicino alla morte e nella miseria. E’ bene tener conto che i miei romanzi </em>Palmiro<em> e </em>Cristi polverizzati<em> sono stati scritti più o meno come si scrivono romanzi. Invece </em>Le mitologie di Mary <em>e </em>L&#8217;allucinazione<em> si sono formati raccogliendo prose nei miei tanti documenti. La raccolta fu fatta velocemente, stranamente quel giorno che raccolsi le prose che avrebbero formato </em>L’allucinazione<em> dovevo essere molto allegro, anche il titolo </em>L&#8217;allucinazione<em> a me sembra un titolo buffo e mi fa sorridere ancora.</em></p>
<p>2) Nelle prime pagine si legge: “Ieri passeggiando pensavo a una possibile poesia per mia moglie, un elogio alla forza della sua debolezza, il superare le malattie più gravi con un’alzata di spalle, un girare nel labirinto delle piccole cose, nominare le crune degli aghi, un bottone staccato e perso, la telefonata che fa bruciare la frittata, ci perdiamo nel caos delle cose minuscole…” (p. 14). Mi sono piaciuti questi frammenti per una poesia in costruzione. Poi so che lei a sua moglie ha dedicato un intero volume, <em>Le mitologie di Mary</em>: vuole parlarcene (è un volume diverso dagli altri, mi pare, in cui si fa riferimento alla mitologia nordica)?</p>
<p><em>Io sino a poco tempo fa scrivevo tutti i giorni, scrivevo prosa come scrivevo poesie, in una raccolta di poesie non c&#8217;è la narrazione, ogni poesia è un mondo a se, stessa cosa con le mie prose, come sono nate </em>Le mitologie di Mary<em>? Un giorno ho immaginato che in mia moglie ci fossero dei punti fissi, qualcosa di mitologico nel profondo di sé. Con questa idea ho raccolta da tutte le mie prose tutti i documenti dove Mary era citata. Scrissi la prima cartella ed ho spedito all&#8217;editore LietoColle il manoscritto. Tempo addietro l&#8217;editore di LietoColle mi aveva cercato per alcune poesie che dovevano essere pubblicate in un libro calendario. Vivo con mia moglie da più di cinquant’anni, conoscere mia moglie mi ha aiutato molto a conoscere me stesso. Sposarci fu semplicemente una cosa burocratica, vivevamo già insieme e pensammo che fosse meglio formalizzare la nostra unione. Io e mia moglie ci amavamo molto, in </em>Cristi polverizzati <em>c&#8217;è un episodio amoroso che Andrea Cortellessa nella prefazione al volume dice che è la scrittura d&#8217;amore  più bella di questi ultimi anni.</em></p>
<p>3) Sono umanissimi e tenerissimi i ritratti contenuti in<em> Palmiro</em>. Oltre a quelli molto amati di Ciocca e di Roscetta a me pare molto interessante quello di Nettonici, il personaggio della sezione del Pci che cerca di far quadrare sempre la teoria con i fatti e consulta continuamente tonnellate di carte. “Quando si sfasciano tutti gli schemi e la realtà sputa l’imprevedibile, Nettonici rafforzava le lenti degli occhiali e ricontrollava le tonnellate di pagine teoriche (…) Quando Nettonici aveva ritrovato il punto di congiunzione tra i fatti e le carte, franava in una gioia totale, toglieva gli occhiali e rimaneva nella nebbia. Gli occhi vedevano la nebbia, e tutto avvolto in una nebbia d’oro se c’era il sole, e gli oggetti erano come se avessero un’aureola. Si dilatavano con tutta l’aureola, e senza gli occhiali piombava in un mondo marino, in un mondo profondo, e vagava felice in quel mondo che senza gli occhiali diventava sempre più indistinto e confuso tanto che la gioia lo plasmava, insomma se era franato nella gioia Nettonici toglieva gli occhiali quasi a mirare fuori di sé la sua gioia. A volontà plasmava tutte le parvenze, perché tutto senza occhiali gli diventava parvenza.” (pp. 95-96). Non c’è dubbio, quei personaggi della sezione del Pci di Fermo degli anni cinquanta erano molto più ingenui e sinceri, idealisti e altruisti di quanto noi oggi possiamo anche solo immaginare. I nostri sono anni più cinici… Cosa pensa e cosa si pensa in Norvegia degli scandali della politica italiana di oggi?</p>
<p><em>Sono un cittadino italiano e sono una persona anziana e a rischio e non ho avuto nessuna difficoltà a vaccinarmi, il primo ministro con tutto il governo norvegese non sono stati vaccinati perché non sono persone anziane e non sono a rischio. Poi l&#8217; età media del governo norvegese è di cinquant’anni e nel governo norvegese ci sono il cinquanta per cento di donne. Immagina il sottoscritto che vive in Norvegia però segue quello che avviene in Italia seguendo in internet il &#8220;Corriere della sera&#8221; insieme a &#8220;la Repubblica&#8221; e vede tre telegiornali al giorno. In un giornale norvegese c&#8217;era la foto del primo ministro con la moglie che andava a fare la spesa in un fruttivendolo turco. E&#8217; da notare poi che nella aule scolastiche norvegesi non ci sono e non ci sono mai stati crocifissi e mia moglie ha sul collo un piccolo crocifisso vuoto perché mia moglie mi dice che Cristo è risuscitato e la croce è rimasta vuota per sempre.</em></p>
<p>4) “Come poeta sono nato nel momento in cui la cultura italiana era nella massima apertura verso il mondo, verso i momenti più avanzati della cultura moderna, basta scorrere le pagine del Politecnico di Vittorini, Fortini eccetera, la freschezza di quelle pagine e perfino una specie di allegria evidente perfino nell’assetto tipografico, una allegria che scaturiva dalla speranza che era quasi una certezza in un mondo migliore.” (<em>L’allucinazione</em>, p. 35). Ora invece pensa che ci sia una chiusura delle lettere italiane rispetto al mondo?</p>
<p><em>Non seguo quello che avviene nella poesia italiana degli ultimi cinquant’anni, un giovane poeta mi ha scritto e domandato se leggevo la Marini, ho risposto dicendo scherzando che non leggo le poesie della Marini perché sono di un altro mondo ed io non sono un astronauta. Poi anche la maniera di essere poeta, io negato ad ogni forma di esibizionismo, per poter scrivere la mia seconda raccolta sono emigrato, nel senso che avere contatti con gli artisti con i poeti era diventato insignificante, dovevo emigrare, trovare un lavoro per scrivere e riscrivere in pace la seconda raccolta. Notare le date, la prima raccolta pubblicata nel 1953, la seconda nel 1967, la terza raccolta nel 1978 e attorno ad ogni mia raccolta è come se ci fosse un mare di silenzio. La cultura del primo dopoguerra con i famosi film del neorealismo </em>Ladri di biciclette<em> e </em>Roma città aperta<em> fu il mio punto di partenza, poi fu come un camminare in un corridoio, con sempre nuove porte da aprire sino ad arrivare a </em>L&#8217;Iddio ridente<em> che è la mia ultima raccolta.</em></p>
<p><em>[NB: abbiamo lasciato nella risposta di Di Ruscio &#8220;Marini&#8221;, che sta ovviamente per &#8220;Merini&#8221;]</em><strong><br />
</strong></p>
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		<title>Intervista a Luigi Di Ruscio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Jun 2010 05:30:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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					<description><![CDATA[di Roberta Salardi L’italiano è una lingua che non si parla nella sua famiglia a Oslo. Esprimersi in una lingua che non è quella quotidiana ma appartiene all’infanzia, un’infanzia per di più sgrammaticata e indisciplinata, un pezzo di vita lontanissima e perdutissima, rende l’operazione del suo scrivere fin dalle premesse un po’ surreale, fuori dall’ordinario. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Roberta Salardi</strong><strong><br />
</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/di-ruscio.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-medium wp-image-35565" title="di ruscio" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/di-ruscio-300x267.jpg" alt="" width="300" height="267" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/di-ruscio-300x267.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/di-ruscio.jpg 500w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>L’italiano è una lingua che non si parla nella sua famiglia a Oslo. Esprimersi in una lingua che non è quella quotidiana ma appartiene all’infanzia, un’infanzia per di più sgrammaticata e indisciplinata, un pezzo di vita lontanissima e perdutissima, rende l’operazione del suo scrivere fin dalle premesse un po’ surreale, fuori dall’ordinario. Vuole dirci qualcosa a proposito di questa lingua tutta particolare?</p>
<p><em>Che posso dirvi della mia lingua, la lingua con cui scrivo si è formata naturalmente dentro di me frequentando giornalmente il norvegese. Qui da Oslo scrivo e leggo in italiano ma io l’italiano lo parlo raramente tanto che la lingua italiana diventa lingua letteraria, il norvegese lo leggo e lo capisco come un norvegese ma lo parlo molto male,  l’italiano è come l’anima mia, certamente non è un’anima candida. Si sporca continuamente e non sarà più l’italiano dell’Italia di oggi. Insomma la mia “lingua particolare”, il mio “italiano particolare” è venuto a formarsi naturalmente, essere “sbattuto” nel posto più appropriato per la mia formazione. Tenete sempre presente che vivo in Norvegia dal 1957, cinquantadue anni di vita in Norvegia e appena per ventisette anni sono vissuto in Italia, come ho già detto il mio italiano è quello di quando sono partito, più di mezzo secolo fa, e delle mie letture continue.<span id="more-35530"></span></em></p>
<p>A proposito dello stile sgrammaticato, ci sono in <em>Cristi polverizzati</em> almeno due frasi molto significative, una che rimanda al linguaggio familiare e una più propriamente politica: &#8220;Tutte le storie raccontate in maniera tanto diversa ed opposta, la menzogna del maestro espressa con un italiano illustre, dall&#8217;altra parte la verità che mi raccontava nonna con un linguaggio straziato che si sarebbe prestato solo all&#8217;irrisione, così ho intuito prestissimo che i linguaggi illustri, raffinati, aulici sono i linguaggi della menzogna, la verità si esprime con una verbalizzazione stritolata, inceppata e caotica, una verbalizzazione straziata.&#8221; (p. 41);</p>
<p>&#8220;Io avevo anni quattordici e sognavo di diventare partigiano, scappai via di casa e arrivai in un paese dove c&#8217;erano i partigiani che mi dettero un calcio in culo e mi rimandarono a casa: Vai a casa! Vai a casa, scemo! Ferito nell&#8217;orgoglio me ne tornai indietro, babbo mi chiese dove ero stato e io zitto, custodii il segreto del mio tentativo di essere anch&#8217;io tra i liberatori rossi e garibaldini. E nonostante il mio affabulare, mai sarò tra i liberatori. Allora mi chiudo qui, almeno a liberare le parole e poter dire come disse e scrisse il grandissimo poeta ho adoperato le parole che nessuno osava.&#8221; (p. 56).</p>
<p>La sgrammaticatura, conseguenza penalizzante di un profondo divario sociale d’origine, eletta a sistema, diventa consapevolmente eversiva, strumento di una battaglia culturale e politica portata avanti attraverso le <em>matte scritture</em>…</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>E&#8217; difficile dire qualcosa sul tema delle &#8220;trasgressioni” linguistiche perché quello che io scrivo ha una valenza poetica, non è una ideologizzazione, cioè è come fosse la voce di un personaggio, cioè quello che ho scritto sulle trasgressioni non sempre è vero, però è bello pensare in questa maniera. Insomma bisogna tenere presente che sono un poeta, poi è da tener presente il perenne conflitto con me stesso tanto da farmi scrivere che vedendomi improvvisamente nelle specchio ho avuto l&#8217;impressione di vedere il mio proprio assassino. Un professore universitario mi manda le sue poesie, non erano male e gli scrissi che la poesia è roba di disgraziati, come disse Montale in una sua intervista, basta un pezzetto di carta e una matita per scrivere dei versi, è meglio che uno dedichi la propria intelligenza in qualcosa di più utile a se stesso e alla società. Sono stato proprio io a scoraggiare un giovane poeta proprio io che avevo scritto questo: “Non disperate, mettetevi a scrivere le poesie, ne ricaverete rilassatezza, felicità gestuale, leggerezza nei contatti con il prossimo vostro, sentirete la presenza degli Dei in prossimità della tua ombra, gioia lavorativa, aumento vertiginoso nella creatività in tutti i campi, sviluppo della personalità. Leggermente folle correrai verso tutte le sciagure, ti crederai inseguito da bande antiblasfemiche armate di mazze ferrate, sfuggirai ai pericoli con rapidissime fughe, potrai metterti a volare come niente fosse, diminuzione vertiginosa della rigidità muscolare e anche mentale, diminuzione dei mali di testa, sarai in preda a dolcissimi spasimi sessuali. Iscrivere poesie a occhi chiusi, sgranare frasi una dietro  l’altra con la massima velocità sino al punto che la battitura segue perfettamente il ritmo delle pensate anche quelle più stravaganti, velocità massima nel concatenare libere associazioni, scrivere con la schiena bene appoggiata alla spalliera della sedia, tenere la testa non troppo reclinata sulla tastiera, da oggi tutte le ore sono le nostre mi disse un poeta, fa’ rimbalzare tutto sulla tastiera. Piove, nevica, suona il telefono alla porta tu inchiodato davanti alla tastiera della macchina da scrivere”. </em></p>
<p>La ribellione permanente contro la lingua ufficiale, ma anche contro i vari condizionamenti e mode di questo periodo storico particolarmente conformista, la rende discepolo autodidatta di un continuo sperimentalismo e apprendistato: “In questi problemi abbiamo lasciato il nostro, che chiamiamo dilettante e autodidatta perché è rimasto in un apprendistato sperimentalistico eterno. Insomma fa le prove, apprendendo in maniera permanente (…) Forse questo sperimentalismo o apprendistato è inevitabile per ogni scrittura, ma lui questa posizione la spinge fino alle ultime conseguenze ed è come perennemente sospeso, come sempre sul punto di, sempre nella predisposizione, ma mai oltre…” leggiamo in <em>Palmiro</em>, il suo primo romanzo (Baldini&amp;Castoldi, Milano 1996, p. 85; prima edizione Il lavoro editoriale, Ancona 1986). Oltre che per l’aspetto lessicale e sintattico, i suoi romanzi sono sperimentali anche come genere e struttura. A me pare che nascano e si sviluppino senza un’idea prestabilita…</p>
<p><em>I miei romanzi sarebbero sperimentali. Non è proprio vero, non faccio sperimenti, ho scritto nell&#8217;unica maniera che mi è possibile. Iniziai a scrivere il </em>Palmiro<em> verso il 1955 subito dopo aver scritto la prima raccolta nel 1953, avevo raccolto nella sezione del partito comunista di Fermo molti manifesti non adoperati, scrissi sul risvolto di quei fogli quello che sarebbe diventato il</em> Palmiro<em>. Emigrai in Norvegia nel 1957 e dopo alcuni anni ritornando per le ferie estive a Fermo a casa dei miei genitori ritrovai quei fogli dimenticati. Ritornai ad Oslo, decisi di ricopiare tutto, riscrivendo tutto mi liberavo, era come se fossi in una continua catarsi, ricopiavo, scrivevo e riscrivevo ridendo continuamente tanto che mia moglie pensava che fossi ammattito. Come vedi nessuno sperimentalismo, scrivo nell&#8217;unica maniera che in quel momento mi era possibile, non posso scegliere una maniera di scrivere, scrivo nelle sola maniera che mi è possibile.</em></p>
<p>Il nucleo originario di <em>Cristi polverizzati</em> è costituito dai ricordi d’infanzia e giovinezza (un’infanzia mitica, <em>assoluta</em>, secondo l’espressione di Andrea Cavalletti su “Alias” del 10-10-2009), che si addensano in un corposo memoriale “stravolto da furia espressionista” (Massimo Raffaeli su “La  Stampa-TuttoLibri” dell’1-7-2009), o vi sono ceppi romanzeschi diversi, di romanzi precedenti forse rimasti allo stato embrionale e cresciuti poi tutti insieme in un più grande progetto narrativo?</p>
<p>Cristi polverizzati<em> ha una gestazione estremamente complessa, negli anni settanta a Fermo c&#8217;era un foglio “Garofano rosso”, e i dirigenti di questo foglio decisero di dedicarmi un numero con il mio contributo, nel numero del 9 marzo 1977 compaiono in “Garofano rosso” 27 poesie, che verranno ripubblicate nella mia terza raccolta </em>Apprendistati<em> del 1978, e un racconto che verrà ristampato in </em>Cristi polverizzati<em>, stampato quest&#8217;anno nella collana “fuoriformato” diretta da Andrea Cortellessa. Cioè questo romanzo l&#8217;ho iniziato negli anni settanta e l&#8217;ultimo capitolo che ho scritto è proprio quello all&#8217;inizio di questo romanzo. Ho lavorato in questa maniera: rileggendo quello già scritto mi veniva in mente di fare aggiunte e queste aggiunte potevano capitare alla fine o all&#8217;inizio e nel mezzo del romanzo e tutto questo veniva fatto per impulsi rapidi, poteva venirmi in testa di adoperare un brano che avevo destinato per un racconto per esempio. Tutto questo insomma non per scelta ma per impulsi veloci. Il numero di “Garofano rosso” con le mie scritte è molto bello, è accompagnato anche da una serie di fotografie di Luigi Crocenzi che erano state pubblicate nel primo dopoguerra sul “Politecnico” di Elio Vittorini.</em></p>
<p>Il riferimento costante alle <em>matte scritture</em> (<em>Cristi polverizzati</em>) mi fa pensare allo <em>studio matto e disperatissimo</em> di Leopardi. Tra l’altro l’incipit di <em>Palmiro</em> contiene memorie leopardiane: “Nella biblioteca c’era un infinito tutto scritto. Si poteva anche riscrivere tutto. Quell’infinito emanava un grande odore di sudore seccato: da questo enorme odore venne fuori l’espressione le sudate carte leopardiane”(p. 13). In generale si trovano molte citazioni di poeti e filosofi nei suoi scritti. A quali poeti e prosatori si sente soprattutto legato?</p>
<p><em>Ero giovanissimo, avevo fatto solo la quinta elementare e verso i quattordici anni mi capita tra le mani la Divina commedia, iniziai a leggere con continuo entusiasmo tanto da imparare interi canti a memoria a forza di rileggerli. Veramente sono stato sempre un grande lettore, con i compagni d&#8217;infanzia ci scambiavamo i libri i fogli i fumetti che riuscivamo a trovare, solo verso i quattordici anni mi imbatto nella </em>Divina commedia,<em> non fu certo questo libro a farmi iniziare a scrivere le poesie, nello stesso periodo leggevo Leopardi e Foscolo ma chi mi fece diventare poeta fu la lettura dei </em>Lirici nuovi<em> di Luciano Anceschi del 1942, trovato nella biblioteca di Fermo che frequentavo molto spesso. Ho scoperto il verso libero, poi in questi lirici nuovi non trovai un verso che dicesse della nostra vera vita, della nostra miseria e così nacque la mia prima raccolta </em>Non possiamo abituarci a morire,<em> che venne pubblicata per puro caso nel 1953. Avevo spedito ad una rivista di giovani una mia poesia e venni invitato ad un convegno di giovani poeti a Pontedera, non potevo recarmi a Pontedera perché non avevo una lira per il viaggio, parlando di questo con Luigi Crocenzi ebbi da lui i soldi per il viaggio. (Luigi Crocenzi  è conosciuto per aver illustrato con le sue fotografie una edizione di </em>Conversazione in Sicilia<em> di Elio Vittorini). Durante il convegno fu letta una mia poesia e all&#8217;uscita mi fermò Arturo Schwarz che mi disse che dovevo mandargli tutte le mie poesie, ho spedito la raccolta che aveva per titolo semplicemente </em>Poesie per un vicolo<em>, fu Franco Fortini a trovare il titolo definitivo: </em>Non possiamo abituarci a morire<em>. </em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Lei è stato più volte associato allo scrittore ceco Bohumil Hrabal, i cui personaggi, dal punto di vista di umili lavoratori emarginati, riescono a vedere la realtà in una luce insolita e straniata, carnevalesca e rivelatrice. Pure lei rivendica una posizione <em>straniata</em> ed <em>emigrata</em> (&#8220;… qui c&#8217;è solo l&#8217;abbacinazione per la mia condizione disoccupata e straniata che diventerà anche emigrata…&#8221;, <em>Cristi polverizzati</em>, p. 151). Riconosce questa somiglianza con Hrabal?</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Disgraziatamente Hrabal non l&#8217;ho mai letto, anche Enrico Capodaglio mi disse di questo scrittore che non mi sono neppure preoccupato di cercare. </em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Nell’opera di Carlo Emilio Gadda la lingua non è mai accettata passivamente ma costantemente trasformata e reinventata (anche se Gadda lavora più sul lessico che sulla sintassi, mentre in Di Ruscio troviamo costruzioni <em>ad sensum</em>, anacoluti, una sintassi contorta e distorta, con frasi secondarie che si ribellano all’egemonia della principale, si sganciano e disarticolano, la lingua, sentita come carcere sociale e di classe, forzata il più possibile). Lei sente una vicinanza per esempio al Gadda del <em>Pasticciaccio</em>?</p>
<p><em>Gadda mi ha profondamente affascinato, lessi qui in Norvegia il</em> Ducato in fiamme<em>, soprattutto il racconto </em>L&#8217;incendio di via Keplero,<em> che considero uno dei capolavori della letteratura non solo italiana. Certo Gadda mi ha aiutato non certo ad imitarlo ma mi ha aiutato a rendermi più libero, nel senso che potevo andare oltre alla scrittura normale, potevo toccare anche argomenti scabrosi, insomma la lettura di Gadda mi diede vigore. Ho trovato Gadda in una biblioteca pubblica di Oslo, trovai uno scaffale di romanzi italiani, tutti i libri messi per ordine alfabetico, Bacchelli era il primo e mi lessi molti libri di Bacchelli, poi tutti gli altri, oltre a Gadda mi ha colpito anche un libro del fratello di De Chirico che in questo momento non mi ricordo come si chiama. Io di De Chirico ho appeso in cucina la riproduzione di un quadro metafisico che mi è caro perché mio figlio quando aveva quattro o cinque anni, indicandomi col ditino l&#8217;illustrazione, disse una cosa che non dimenticherò mai: “QUELLO E&#8217; IL POSTO DOVE ERAVAMO PRIMA DI NASCERE”.</em></p>
<p>[questo è un estratto (la parte centrale) dell&#8217;intervista di Roberta Salardi a Luigi Di Ruscio (<a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/06/09/da-cristi-polverizzati/"><em>Cristi polverizzati</em></a>), pubblicata sul numero 52 (aprile 2010) di <em>Nuova Prosa (Greco&amp;Greco)]<br />
</em></p>
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		<title>Che l&#8217;amore non esiste</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Jun 2010 07:20:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[materiali per un libro su Parigi]]></category>
		<category><![CDATA[Nuova Prosa]]></category>
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					<description><![CDATA[di Andrea Inglese L’amore non esiste (per questo me ne occupo) L&#8217;amore non c&#8217;entra niente. Con la vita ordinaria, con la vita giornaliera, l&#8217;amore c&#8217;entra pochissimo. In primo luogo per il fatto che l&#8217;amore non esiste, e nel caso esistesse, l&#8217;amore sarebbe una finzione, ovvero avrebbe scarsissima realtà, per cui non entrerebbe nelle vite, se [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/DSCF4189.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-medium wp-image-35543" title="DSCF4189" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/DSCF4189-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/DSCF4189-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/DSCF4189-1024x768.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>  di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p><em>L’amore non esiste (per questo me ne occupo) </em></p>
<p>L&#8217;amore non c&#8217;entra niente. Con la vita ordinaria, con la vita giornaliera, l&#8217;amore c&#8217;entra pochissimo. In primo luogo per il fatto che l&#8217;amore non esiste, e nel caso esistesse, l&#8217;amore sarebbe una finzione, ovvero avrebbe scarsissima realtà, per cui non entrerebbe nelle vite, se non in forma irrilevante, con lo stesso peso dell&#8217;ombra gettata da un corpo sul muro.</p>
<p>Che l&#8217;amore esista poco, che venga male interpretato, malinteso, che sia qualcosa di inutile, un&#8217;invenzione senza scopo, che rimanga comunque a margine, buono per le immagini in movimento, che l&#8217;amore manchi, sia evocato in quanto pezzo mancante, grossa assenza, buco, lo si capisce bene a Parigi, la cui psicogeografia manca completamente di una plausibile insularità dell&#8217;amore, di una zona franca, di una coppia di passanti, in cui possa essere situato, e poi descritto un fenomeno dell&#8217;amore, un suo pezzo, una fase.<span id="more-35516"></span></p>
<p>L&#8217;amore non interviene quasi mai nelle nostre vite, non sappiamo neppure come potrebbe intervenire, non sappiamo assolutamente cos&#8217;è, e siamo quasi sicuri che non sia niente, se poi venisse verso di noi, prendendoci a bersaglio, se penetrasse nel sangue o nei pensieri, sarebbe come un placebo, una sostanza insapore e incolore, e al massimo produrrebbe una breve suggestione, come chi volesse girare  su se stesso a gran velocità.</p>
<p>Nella vita delle persone l&#8217;amore ormai ha pochissimo peso. (Naturalmente non ne hai mai avuto uno maggiore: ma per comodità non lo si dice, si alimenta l&#8217;idea di novità, di una crisi epocale.) Nessuno è disposto veramente a dare credito a questa storia dell&#8217;amore. L&#8217;amore è un sentimento? L&#8217;amore è un&#8217;esperienza? L&#8217;amore è un fenomeno psicologico? Nessuno è interessato a dargli spazio e spessore. Lo si usa solo nella fabbricazione d&#8217;immagini sonore o di libri che raccontano di persone mai esistite. Lo usano preti a corto di argomenti terrificanti, non potendo più spaventare i credenti.</p>
<p>L&#8217;amore era quello che tutti tentavano di fare, di fare non completamente, anche non sapendo bene come, ma convinti, convinti che oltre i soldi, che servono a tutto, c&#8217;era da fare l&#8217;amore, non solo fisicamente, ma come grande irretimento, per controbilanciare il peso dei soldi, i soldi che servono a tutto, con l&#8217;amore, che da ogni parte cattura, lega, ostacola movimenti, solleva dilemmi, disorienta, e per nessuna chiara finalità, se non lo stordimento e non di rado nausea, era questo, poter avere dentro al mondo anche questo banco mobile di sabbia, d&#8217;aria, questo squilibrio inservibile, oltre che il denaro nelle tasche, il denaro sicuro, un&#8217;altra cosa, per niente, per incanalare il fiume immane delle perdite.</p>
<p>Non è possibile che tutto sia così semplice. Ce lo hanno insegnato fin da bambini: la terra gira, il sole sta fermo, anzi gira pure lui, e tutto quanto il resto gira, ovunque, e senza sensi unici, come per un moto di diserzione diffuso, o per dirottamenti coatti, esoterici, che prendono un punto qualsiasi, per lanciarlo in tutt&#8217;altra regione, in tutt&#8217;altro clima, disperando ognuno, e ogni punto di ognuno o di qualcosa, di trovare quella pace di cui cristo signore e vari uomini allucinati parlano spesso e praticano di rado. Nulla è meno semplice della semplicità. Anzi: di questo passo si va di trabocchetto in trabocchetto. C&#8217;è la complicazione che dà subito dolore: quando si entra in una stanza e – pur sapendo chi vi è presente – non sarà mai chiaro chi per primo o per ultimo prenderà la parola. O chi troverà i soldi di cui l&#8217;umanità ha bisogno tra duemila anni. O chi saprà nuotare, dopo l&#8217;ennesimo scioglimento dei poli. O chi acquisterà la merce con un unico gesto preciso, senza alcun tremore. In ogni stanza in cui si entra, tra gente apparentemente tranquilla o indaffarata, si addensano domande incontrollabili, taglienti, che lasciano sapore di metallo in bocca. L&#8217;uscita non avviene mai in modo indolore, alzarsi è rischioso, stando fermi le cose ci cadono addosso. C&#8217;è chi conserva rancori, sempre. Eppure, proprio quando tutti sono al culmine delle difficoltà, che da piccole e lontane si coalizzano nella vicinanza, proprio allora qualcuno se lo ricorda: stare dentro l&#8217;amore significa stare nella semplicità di una chiamata telefonica, di una stretta al braccio, di un vestito di cui si scruta la cerniera a lampo e la si apre: l&#8217;amore è la grande e ultima semplificazione, l&#8217;abbaglio prima di un caos perfettamente insostenibile.</p>
<p>Dunque l&#8217;amore era così facile? Bastava il nome proprio, la formulazione del nome proprio, la ripetizione di quel nome, magari in forma allusiva, o muta, quasi un cenno della mente, un semplice dito puntato verso di lei o lui, laggiù, e la sua immagine, il suo volto, ma neppure del tutto disegnato, la sagoma, l&#8217;ombra? Bastava un nodo formato dal suo volto con la didascalia del nome proprio, questo stemma invisibile, eppure potentissimo, evidente come una pianta sotto le dita con il suo fusto, le foglie, gli odori? Era questa semplice cosa che occupava tutto il tempo e lo spazio, questo campo vastissimo ma di valore minimo, quasi zero, invisibile, incolore, eppure teso a sostenere ogni gesto e pensiero, come uno straordinario anfiteatro, con cornice e scorrimento di sipari? Era questa maestosità dell&#8217;incedere, nel traffico, sull&#8217;asfalto bagnato, con le sciabolate incerte dei fari, l&#8217;addensarsi degli ombrelli di fronte a un portone, una specie di poltiglia di foglie sotto la suola? Era questa spinta avvolgente, onda costante ed energica, una forma di realtà? Era questo delirio a buon mercato, facile, evidente, inesauribile, una cosa di cui rendere conto, un evento da socializzare, una modalità plausibile dei viventi, quando tutto il resto, il grande e magnifico resto, la galleria della merce, per più piani e snodi, e precipizi, e salite meccaniche, è una straordinaria e sofisticata trappola, in cui morire per distrazione, nello splendore delle superfici e delle musiche di accompagnamento?</p>
<p>Ci sono gravissimi problemi, grandi problemi, appena fuori dalla porta, appena spento lo schermo. C&#8217;è chi vuol dar fuoco agli altri. C&#8217;è tutto il problema della cattiveria sottile, e di quella monumentale. E tu comunque ti senti malato, ti senti debole. Tu non riesci a pensare al grosso problema, a cui va aggiungersi quello della crisi finanziaria mondiale. E alle gravi carenze democratiche del tuo paese. Ti senti piuttosto ombra, un&#8217;ombra così poco addestrata, che pur avendo solo cenni di braccia e mani, come un attore poco pagato non sai dove piazzarle, e le lasci ballonzolare sui fianchi, semisgonfie. Perché guardi le sue foto, sperando che il loro effetto cominci ad affievolire, a smorzarsi: e invece la ami, la ami più di quanto lei ti ami – non è dimostrabile questo, non è importante questo, tanto la perderai lo stesso, tanto perderai tutto, anzi scoprirai che non era per nulla importante, che sembrava forte ma non lo era, che erano fenomeni di triangolazione, di rimbalzo, di flessione, d&#8217;interferenza. Ma oggi tu sei indebolito, tradito, da questo tuo amore, che è troppo, sproporzionato, e tu comunque non ne sei all&#8217;altezza, non farai nulla di strano, nessun gesto eclatante. Il troppo amore che hai, che credi di avere, più di quanto lei ne abbia, o creda di averne, tutto questo amore non ti ingigantisce: soltanto ti svilisce, ti estenua, ti spegne.</p>
<p>Non sapevi neppure, per altro, che esistesse ancora, o che giungesse a te, dal pozzo della sua cupa irrilevanza, questa inanità mai estinta dell&#8217;amore, e ti cingesse a una persona viva, e al suo corredo d&#8217;immagini, in modo da lanciarti, simultaneamente, dietro alla preda e alle sue ombre, verso il corpo, e a capofitto nel mantra del nome proprio, con la bocca spalancata tra le sue gambe, e la mente calamitata dagli echi, dai miraggi di lonze e murene, dalle movimentate piogge mescaliniche, nel risucchio massacrante del nulla.</p>
<p><em>La bellezza di Hélène (è quanto mi tiene occupato, dentro il nulla)</em></p>
<p>I contatti attraverso Skype non hanno attenuato la bellezza di Hélène. Mentre parliamo, a sua insaputa, fotografo Hélène. Grazie ad un&#8217;opzione del programma Skype, l&#8217;immagine in movimento di Hélène io la posso fissare in un fotogramma. Ogni giorno la fotografo più volte, proprio mentre parliamo, senza dirle ovviamente nulla, e così ho le foto di Hélène ogni giorno, le foto del suo volto ogni nuovo giorno, avrò quindi almeno 31 foto di Hélène nel mese di ottobre, ma io faccio più foto durante ogni connessione – una connessione in media può durare tra i venti minuti e l&#8217;ora –, io scatto molte foto, che raccolgo in un&#8217;apposita cartella, la cartella che contiene la bellezza di Hélène, in questa serie di foto Hélène è più bella che mai, e la luce di Parigi, quando è ancora giorno, le piove addosso in maniere sempre diverse, oppure c&#8217;è la luce elettrica, che è ancora più suggestiva, in quanto proviene da una lampada in carta di riso, e taglia sempre il volto in due, una parte in luce e l&#8217;altra in ombra, la carne delle braccia di Hélène, nelle foto che raccolgo nell&#8217;apposita cartella, quella carne mi fa star male, è troppo bella, è una bellezza che opera direttamente sul mio sistema nervoso, anche per questo, da quando guardo Hélène attraverso lo schermo di Skype, non posso più permettermi di ascoltare John Coltrane, e neppure proseguire la mia esplorazione dei quartetti d&#8217;archi, sopratutto nel Novecento, ma nemmeno posso andare più a teatro, vedere altre braccia, che non siano quelle di Hélène, mi sembra uno stupido sforzo, una spesa di energia inutile, mentre io ho le mie fotografie, che guardo a lungo, anche quelle dove Hélène mostra i seni, o le mutandine che indossa, ma io non posso masturbarmi davanti alla bellezza, essa colpisce i centri nervosi, annienta l’erezione, disinnesca la perversione retinica, in qualche modo blocca anche la possibilità che io me ne vada in giro per la città, rende irrilevante la mia parentesi di vita tra un’apparizione Skype e la successiva, perché la bellezza è tutta ben concentrata nelle labbra di Hélène, che a volte sono evidenziate da un rossetto, e poi Hélène un paio di volte è comparsa con una parrucca nera, e questo la rendeva di una bellezza ancora diversa, a cui ero pochissimo preparato, se verrà la guerra io non sarò utile per fermarla, se faremo la guerra, io non potrò pensarci a lungo, a come sparare o difendermi, e neppure saprò scappare al momento opportuno, non farò un buon soldato né un buon disertore, io ho la bellezza di Hélène che mi occupa, e cerco di renderla più ordinaria, anche perché molte donne sono belle, magari sul tram numero 14 a Milano, in queste donne vicine, che io posso vedere spesso, c&#8217;è della bellezza, ma quella di Hélène è più pericolosa, almeno per me, io sento che agisce meglio, con più decisione, non posso mettermi a leggere i romanzieri degli Stati Uniti, davvero non posso, per via della cartella apposita, quella con le foto di Hèlène, dove compare ridendo, o seria, o assorta, o triste, dove si toglie il maglione, dove mi manda baci agitando le mani, dove porta la gonna rossa, dove ha il culo tutto stretto nei jeans, dove è nuda sotto il piumone, dove mi guarda pensando ad altro.</p>
<p>Hélène è la donna più bella del mondo, lo dico con tutta calma e cordialità, non pretendo di convincere nessuno, non uso un tono intimidatorio, molte donne sono probabilmente molto belle, ma esse non entrano nel mio campo visivo per un tempo sufficientemente lungo a convincermi che lo sono più di Hélène, queste donne saranno anche belle e anche tante, ma sono troppo poco organizzate per convincermi che Hélène sia meno bella di loro, per ora ho questo schiacciante fatto percettivo da affrontare, Hélène ha una bellezza forse patologica, so bene che ci sono cose più importanti di cui parlare, cose più evidenti, come gli scoppi improvvisi di aggressività collettiva, per cui un dato paese entra in guerra con un altro, non c&#8217;è tanto tempo da perdere, anche perché più si fanno veloci certe operazioni più soldi entrano, più si rallentano quelle operazioni più soldi si perdono, ma Hélène è più bella di quanto io supponessi, di quanto io sia capace di sopportare, questo crea a me un grosso problema, pensando che se tutti gli altri uomini si mettono d&#8217;accordo su questo fatto, sulla bellezza mondiale di Hélène, ne potrebbe scaturire una guerra di tutti contro tutti, una corsa a chi conquista Hélène, perché la bellezza che io stesso con difficoltà controllo, moderandone l&#8217;irradiazione dentro di me, può trascinare a propositi ciechi e violenti psicologie maschili più deboli della mia, dico maschili ma questa faccenda può coinvolgere anche parecchie donne, nessuno è escluso in questo gioco al massacro scatenato dall&#8217;eccessiva bellezza fisica di Hélène, anche se è riduttivo dire fisica, come se la parlata di Hélène, e la scelta delle parole che usa non acuisse quella bellezza data dal suo corpo anche in una situazione puramente inerte, di corpo morto, abbandonato in un angolo, in un qualche luogo.</p>
<p>La bellezza di Hélène mi preoccupa, anche perché non sono in grado di parlarne, non posso parlarne con nessuno, l&#8217;ottusità della gente è esasperante, nessuno ha veramente l&#8217;urgenza di sentirmi parlare della bellezza di Hélène, tutti si fingono cordiali, cortesi, almeno umani, tutti simulano un atteggiamento di media umanità, ma a nessuno interessa che io dica loro che fanno l&#8217;amore con delle vecchie ciabatte, con delle zavorre di donne, con dei piumini disastrati, che emettono gemiti fasulli come i delfini di gomma che si regalano ai bimbi – delfini o giraffe, con la valvola a fischietto sul dorso. Nessuno vuole sentirsi dire che Hélène, quando avanza oscillando sui tacchi come un&#8217;antica e solenne regina, portandosi al braccio un borsa a forma di cane, la collana di perline blu al collo, proprio lei, a causa della montuosità dei suoi glutei, che sono lampi di bellezza disumani, causerà una guerra, una guerra generalizzata, in cui la società del capitale finanziario troverà la sua definitiva purificazione con carestie, sangue, epidemie.</p>
<p>(Da <em>Materiali per un libro su Parigi</em>, apparso su &#8220;Atti impuri&#8221;)</p>
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