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		<title>Troppa informazione &#8211; Un saggio sull&#8217;opera di David Foster Wallace</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giuseppe zucco]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Oct 2012 06:00:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[(Poco più di quattro anni fa veniva a mancare lo scrittore David Foster Wallace. Gli animatori dell&#8217;Archivio David Foster Wallace Italia hanno pensato bene di rendergli omaggio traducendo il saggio che J.J. Sullivan ha scritto e pubblicato nel maggio 2011 su GQ USA. Ringraziando Andrea Firrincieli e Roberto Natalini sia per la traduzione sia per [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>(<em>Poco più di quattro anni fa veniva a mancare lo scrittore David Foster Wallace. Gli animatori dell&#8217;<a title="archivio dfw" href="http://archivio-dfw.tumblr.com/" target="_blank">Archivio David Foster Wallace Italia</a> hanno pensato bene di rendergli omaggio traducendo il saggio che J.J. Sullivan ha scritto e pubblicato nel maggio 2011 su GQ USA. Ringraziando Andrea Firrincieli e Roberto Natalini sia per la traduzione sia per la generosità, lo ripubblichiamo qui.</em>)</p>
<figure id="attachment_43862" aria-describedby="caption-attachment-43862" style="width: 700px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/?attachment_id=43862" rel="attachment wp-att-43862"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="size-large wp-image-43862" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/10/pinciowallacelight-945x1024.jpg" alt="" width="700" height="758" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/10/pinciowallacelight-945x1024.jpg 945w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/10/pinciowallacelight-276x300.jpg 276w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/10/pinciowallacelight.jpg 962w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></a><figcaption id="caption-attachment-43862" class="wp-caption-text">Tommaso Pincio “Ritratto di David Foster Wallace”, 2011, olio su tavola, cm. 65 x 60</figcaption></figure>
<p><em>Quando David Foster Wallace, scrittore simbolo della sua generazione, si è tolto la vita nel 2008, ha lasciato dietro di sé un romanzo incompiuto, </em>Il Re Pallido, <em>che potrà servire alternativamente a completare il corpus trascendente delle sue opere oppure a porre un inquietante punto interrogativo sulla fine della sua carriera. John Jeremiah Sullivan si immerge nel nuovo libro e considera quello che ci ha lasciato.</em></p>
<p>di <strong>John Jeremiah Sullivan</strong></p>
<p>Una delle poche bugie che riusciamo a rintracciare nei libri di David Foster Wallace si trova nel pezzo su Michael Joyce, oscuro prodigio del tennis degli anni ‘90, incluso nella sua prima raccolta di saggi, <em>Una cosa divertente che non farò mai più</em>. A parte alcune pagine dei suoi romanzi, è la cosa migliore che Wallace abbia scritto sul tennis &#8211; migliore persino del pezzo giustamente lodato, ma spropositatamente famoso, su Roger Federer [1] &#8211; proprio perché Joyce era un operaio del tennis, uno sconosciuto, per Wallace era come una tela bianca. Wallace non aveva praticamente nulla su cui lavorare per quel pezzo [2]: un tortuoso accesso ai gironi di qualificazione di un torneo canadese, qualche ora passata a guardare attraverso la rete metallica un soggetto che era allo stesso tempo troppo gentile per essere divertente e non particolarmente articolato. Di fronte a quello che per molti scrittori sarebbe stata una disastrosa mancanza di materiale, Wallace scatenò tutti i suoi stupefacenti poteri d’osservazione sul tennis nel suo complesso, pescando in parte dalla sua personale conoscenza del gioco, ma soprattutto grazie alla sua genuina abilità di considerare una situazione, facendola ruotare mentalmente tra le sue dita come un gioiello di dubbia integrità. Scrive: “Tutti hanno l’aspetto infelice e introverso di persone che passano enormi quantità di tempo sugli aerei e ad aspettare con le mani in mano nelle hall degli alberghi, l’aria di persone che devono crearsi intorno un guscio di privacy usando soltanto la loro espressione.” Ascolta il “pang autorevole” delle corde della racchetta tese per il torneo e osserva i raccattapalle “riconfigurarsi in maniera complessa”. Passa il tempo nei campi dove i giocatori fanno pratica e si riscaldano, i loro corpi “si muovono con la compatta disinvoltura che ho imparato a riconoscere nei professionisti quando si allenano: danno l’idea di un motore potentissimo tenuto a bassi giri.”</p>
<p>La bugia arriva all’inizio del pezzo, quando Wallace sottolinea l’ironia potenziale di ciò che si prepara a fare, e cioè scrivere di persone di cui non abbiamo mai sentito parlare, che sono culturalmente marginali, ma comunque tra i migliori al mondo in un dato campo. Wallace dice: “Vi invito ora a immaginare cosa si proverebbe a essere fra i cento migliori al mondo in qualcosa. Qualunque cosa. Io ho provato a immaginarmelo; è difficile”. Quello che è strano è che questo pezzo è scritto nel 1996 &#8211; quando Wallace aveva già  completato il suo secondo romanzo che avrebbe influito sull’intero genere narrativo, <em>Infinite Jest</em>, così come i racconti, alcuni già considerati dei classici, della raccolta <em>La Ragazza dai capelli strani</em>. È difficile credere che non sapesse di essere tra i cento migliori in qualcosa, e precisamente nello scrivere narrativa, e che c’erano già persone serie e competenti disposte ad includerlo in una cerchia ancora più ristretta. Forse dobbiamo supporre che, essendo umano, qualche volta ne fosse consapevole e qualche volta avesse paura che non fosse vero. Ad ogni modo, questa falsa modestia &#8211; chiederci di accettare l’idea che lui non pensasse mai di essere così bravo e abbia proposto l’esperimento in maniera ingenua &#8211; non può che sembrarci strana. E forse era una cosa voluta. Non ci sono molte cose che accadono per caso negli affari di Wallace; il suo tratto profondamente ossessivo non lo permetteva. È possibile che ci sia qualcosa di stratificato in questo modo di usare lo sport come metafora per la scrittura &#8211; più strati di quanto già non ce ne si aspetti? È di per sé curioso che Wallace scelga un giocatore, tra i tanti, che si chiama Joyce, la cui irlandesità “etnica” Wallace enfatizza abbondantemente, alludendo quindi a un artista la cui propria fissazione sulla maestria tecnica lo aveva reso una sorta di mostruoso, splendente ma poco salutare, problema umano della letteratura. Di sicuro Wallace faceva dei giochi testuali a quel livello.</p>
<p>Ecco una cosa difficile da immaginare: essere uno scrittore così creativo che, quando muori, il linguaggio ne rimane impoverito. Questo è ciò che ha compiuto il suicidio di Wallace, due anni e mezzo fa. Non è stata solo una cosa triste, è stato un colpo durissimo.</p>
<p style="text-align: center"><strong>° ° ° ° °</strong></p>
<p>È difficile fare il classico paragrafetto biografico su Wallace per lettori che, in questo scenario mediatico soprassaturo, non sapessero chi è stato o perché fosse importante, perché ti torna continuamente in mente il suo racconto <em>La morte non è la fine</em>, in cui faceva la parodia del modo in cui si scrivono i paragrafi biografici sugli scrittori, con la lista delle loro onorificenze e quant’altro, lista che diventa sempre più inesplicabilmente ridicola quando si elencano i nomi dei premi vinti, e capisci come Wallace stia scavando dentro la solita stupidità auto-incensante del mondo letterario americano: “una Lannan Foundation Fellowship, [&#8230;] un Mildred and Harold Strauss Living Award dell’American Academy e dell’Institute of Arts and Letters&#8230; un poeta che due diverse generazioni hanno acclamato come la voce della propria generazione.” Lo stesso Wallace aveva ottenuto molti dei premi di quella lista, come il ‘Genius Grant’ della prestigiona Fondazione MacArthur. Tre romanzi, tre raccolte di racconti, due libri di saggi, la cattedra Roy E. Disney di scrittura creativa al Pomona College.</p>
<p>Quando dicono che Wallace era uno scrittore generazionale, che “parlava per una generazione”, c’è un modo in cui questo è quasi scientificamente vero. Tutto quello che sappiamo su come la letteratura viene prodotta suggerisce che c’è un legame tra il talento individuale e la società che lo produce, l’organismo sociale. Le culture generano geni come un alveare trova una nuova ape regina quando la vecchia muore, ed è facile ora vedere Wallace come uno di questi geni. Ho il ricordo, abbastanza netto da sapere che non è solo il senno di poi, di averne sentito parlare e poi di aver letto per la prima volta <em>Infinite Jest</em> quando avevo 20 anni, e la sensazione immediata: eccolo. Uno di noi sta provando a fare questo. Il “questo” stava per tutto questo, ossia il provare a catturare la sensazione di vivere in una superpotenza frammentata alla fine del ventesimo secolo. È arrivato qualcuno con un intelletto potenzialmente abbastanza forte per rispecchiare questo spettacolo e con una serietà morale abbastanza profonda da voler essere in prima linea. Non si può dire che nessuno dei suoi contemporanei &#8211; anche quelli che in quanto ad abilità potevano competere con lui &#8211; abbia rischiato un fallimento così grande quanto Wallace.</p>
<p>Gente che non ha mai letto una parola di quello che ha scritto riconosce il suo stile, i cosiddetti vezzi, un mucchio di giochi tipografici presi dal romanzo comico del diciottesimo secolo e ricontestualizzati: le note e le parentetiche scettiche, proposizioni che compulsivamente tornano sui loro passi, ammettendo la loro stessa debolezza. È vero anche che corrispondevano alle idiosincrasie del suo modo di parlare e pensare. (E lo sappiamo bene ora che tutti quei video su YouTube delle sue letture e interviste ci sono diventati familiari &#8211; anche un po’ stranamente: per qualcuno che chiaramente si contorceva come un insetto in trappola se posto sotto attenta osservazione, Wallace si sottometteva e si assoggettava a molte di queste situazioni. Aveva molte più foto pubblicitarie di altri sui colleghi. Non si può dire che non fosse una persona combattuta.)</p>
<p>Il punto è che il suo stile ha fatto molto di più che limitarsi a riflettere la sua <em>forma mentis</em>; era una espressione di una sensibilità insolitamente coerente. Wallace era un implacabile revisore e avrebbe potuto semplificare tutti quei paragrafi sintatticamente barocchi. Ma non credeva che il mondo funzionasse in quel modo. La verità, o la ricerca della verità, non gli sembrava fatta così. Era auto-critica &#8211; o meglio, un’auto-interrogazione &#8211; alla ricerca dei propri diversivi. Da questo punto di vista, è interessante notare che il New Yorker, che ha pubblicato alcuni dei suoi migliori pezzi di narrativa, non abbia mai pubblicato i suoi saggi. Non è un disonore per Wallace o per il New Yorker, è solo un fatto tecnicamente interessante: non avrebbe saputo cambiare la sua voce per adattarsi allo stile tipico della testata. Lo “stile sobrio” si basa sul cancellare la propria presenza come scrittore e invocare una sorta di invisibile autorità narrativa, con l’idea che la personalità e la mente dell’autore sono manifeste in ogni riga, senza il cattivo gusto di dire al lettore quello che sta succedendo. Ma l’incessante strategia del parlare in prima persona di Wallace non deriva dal narcisismo, assolutamente no &#8211; era invece un segno di testardaggine filosofica. (Suo padre, filosofo di professione, aveva studiato con l’ultimo assistente di Wittgenstein; lo stesso Wallace da studente aveva offerto un effettivo contributo intervenendo nel dibattito sul libero arbitrio &#8211; di recente pubblicato come <em>Fate, Time and Language</em>). Il suo punto di vista sullo stile sobrio era che il suo scopo, alla fin fine, fosse solo quello di vendere qualcosa al lettore. Non in senso volgare, ma in quello retorico. La caratteristica moderazione della rivista, per quanto possa piacere, è una sorta di cuneo fascista che cerca di farti dimenticare i suoi problemi, le mezze verità, le decisioni arbitrarie, e di farti digerire un inesistente sigillo di autorevolezza. Wallace non avrebbe mai potuto escludere se stesso o i suoi articoli dall’insieme delle cose soggette ad un esame scrupoloso.</p>
<p>L’unica volta che l’ho incontrato, ad un rinfresco prima di una lettura, riuscii solo a biascicare qualche frase convenzionale del tipo “ammiro il suo lavoro” etc. Ma l’impressione visiva mi ha segnato fortemente, perché in quella atmosfera da cocktail party (Tom Wolfe era a tre metri da noi, nel suo vestito bianco), Wallace sembrava la persona più fisicamente a disagio che abbia mai visto. Se vi è mai capitato, ad un certo momento nella vostra vita, di essere intrappolato in una stanza di una casa di montagna con un animale selvaggio, un procione o una lince, ecco a cosa somigliava Wallace, pietrificato in quel modo. Aveva un sorriso sul viso come se stesse aspettando che qualcuno gli stesse per dare un pugno. Allo stesso tempo era educato e faceva spallucce quando ti parlava. Tutti erano vestiti elegantemente tranne Wallace, che portava una sorta di camicia da contadino russo ed era nella fase “ho i capelli lunghi come una signora, ma anche la barba”. Gli dava un’aria da barbone, uno che aveva visto una tavola piena di cibo e avesse deciso di unirsi alla festa. Tuttavia quando salì sul palco alla fine, insieme a George Plimpton e Seymour Hersh tra gli altri, non solo fece la sua parte, ma riuscì anche ad incantare il pubblico e più di una volta dovette interrompersi per far calmare le risate, pronunciando quelle vocali così rotondamente nasali.</p>
<p>Il suo stile era regionale in molti sensi &#8211; ad esempio nella scrupolosità dell’uso della lingua. Solo nel Midwest perdono tempo nella grammatica in una chiacchierata tra amici; da nessun’altra parte, quando chiedi “Posso avere un the freddo?” ti rispondono “Non saprei&#8230; puoi?” E Wallace si considerava in qualche modo uno scrittore regionale &#8211; altrimenti non avrebbe permesso a Marion Ettlinger, la fotografa per eccellenza degli scrittori arci-famosi, di scattare quella foto di lui con il trench che sorride in maniera ironica accanto ad un campo di grano ondeggiante. Come disse nel saggio che lesse quella sera, sapeva di provenire da un paesaggio “la cui vuotezza è al tempo stesso fisica e spirituale.” Il vero “massimalismo” del suo stile, che i detrattori trovavano auto-indulgente, sembrava suggerire un ambiente con molto spazio da riempire. In uno dei suoi primi saggi &#8211; sul giocare a tennis nella zona dei tornado &#8211; mitizza il suo rapporto con le pianure:</p>
<p><em>Amavo la precisa relazione delle linee rette più di ogni altro ragazzino con cui sia cresciuto. Penso che sia perché loro erano nativi del luogo, mentre io mi ci ero trasferito quando ero piccolissimo da Ithaca, che era dove mio padre aveva ottenuto il Dottorato. Perciò, quello che avevo conosciuto, seppure nella maniera orizzontale e semiconsapevole di quando si è bambini, era qualcosa di diverso: le alte colline e i tortuosi sensi unici dell’interno dello stato di New York. Sono abbastanza sicuro che conservai quella poltiglia amorfa di curve e dossi in controluce laggiù in qualche anfratto lucertolesco del mio cervello, perché i [&#8230;] bambini con cui giocavo e facevo la lotta, ragazzini che non conoscevano e non avevano conosciuto niente di diverso, non vedevano nulla di assoluto o nuovi-mondesco nella disposizione planare dell’area cittadina [&#8230;]</em></p>
<p><em>Nuovi-mondesco</em>: era come se Wallace diventasse informale quando abbandonava il rigore e traeva delle conclusioni che non erano propriamente difendibili &#8211; un modo per averti dalla sua parte.</p>
<p>Probabilmente si tratta dell’unico scrittore notoriamente “difficile” che non abbia quasi mai scritto una pagina che non fosse piacevole, o almeno interessante, da leggere. Ma era il tema della solitudine, un tipo particolare di solitudine postmoderna, satura di informazioni, che, più di tutto, attirava folle ai suoi reading che per dimensione e livello di eccitazione erano più simili a ciò che si può vedere ai concerti di una nuova band in un negozietto di dischi. Molti dei lettori di Wallace (cosa che ora è facile da vedere visto che ognuno di loro ha scritto un messaggio di apprezzamento da qualche parte su internet) credevano che stesse parlando a loro nei suoi testi &#8211; che fosse una delle poche persone al mondo che potesse aiutarli a navigare in una nuova spiritualità selvaggia, in cui ogni possibile sorgente di consolazione è stata annullata. E Wallace stava parlando a loro; la sua innata consapevolezza gli impediva di sottrarsi interamente al suo ruolo di saggio. In questo senso possiamo capire le sue frequenti affermazioni, stranamente alla Pollyanna, sul presunto potere della narrativa contro il solipsismo, e cioè che solo nella letteratura sappiamo con certezza di avere “una profonda conversazione piena di significato con un’altra coscienza.”</p>
<p>Wallace sapeva che questo era un luogo comune. (Come dimostra il fatto che venne ripresa come una cosa da dire su di lui, negli articoli scritti dopo la sua morte.) La narrativa può solo sostituire il caos di un testo al caos di un discorso. Sostituisce gli specchi della stanza con altri specchi. Non voleva essere soltanto una cavolata, però; in più gli dava qualcosa da dire nelle interviste. Nei suoi libri, un’idea così leggera non sarebbe mai sopravvissuta alle tempeste fulminanti della sua analisi panottica. È proprio come in <em>Caro vecchio neon</em>, la storia di un ragazzo dell’elite dorata che si uccide, ricordata dal suo compagno di classe, David Wallace, che è “pienamente cosciente che il cliché secondo cui non si può mai veramente sapere quello che avviene nella testa di qualcun altro è vecchio e insulso, ma al tempo stesso cercava molto coscientemente di impedire a quella consapevolezza di farsi gioco di quel tentativo o di spedire tutta quella linea di pensiero in quella spirale ripiegata su se stessa che non ti permette di andare da nessuna parte.”</p>
<p style="text-align: center"><strong>° ° ° ° °</strong></p>
<p>Si sente che in qualche modo Wallace non riusciva a risparmiarsi nessuna di queste spirali tortuose. Anche se tendeva a tenerlo per sé quando era in vita &#8211; sappiamo che aveva sofferto di depressione clinica e disturbi d’ansia da quando era adolescente e che aveva combattuto coraggiosamente per tutto quel tempo contro la chimica del suo cervello. Con la sua morte abbiamo perso uno scrittore che ha tenuto la scena della letteratura americana in uno stato di flusso energizzante, perché lui si metteva sempre in gioco e, tecnicamente parlando, si era dimostrato capace di quasi qualsiasi cosa. L’ultima raccolta di racconti pubblicata da lui in vita, <em>Oblio</em>, non a torto è considerato il suo libro più cupo e meno divertente, ma contiene storie che mostravano una nuova maestria e concisione, compreso il capolavoro in un paragrafo di <em>Incarnazioni dei bambini bruciati</em>. La nozione che Wallace non avesse altri capolavori dentro di sé sembrava insensata, come la predizione un cambiamento nelle leggi della natura.</p>
<p>Ci aiuta sapere tutto ciò, o sapere ad ogni modo che c’è un popolo di persone che prova la stessa cosa, se vogliamo capire il frastuono che si è creato intorno a <em>Il Re Pallido</em>, il romanzo che Wallace ha lasciato incompiuto, e che ora è stato pubblicato da Little, Brown. Voci di un romanzo incompiuto avevano incominciato a girare subito dopo la sua morte, e possiamo anche dire che negli ultimi anni i lettori fedeli erano rimasti aggrappati a questa promessa di un nuovo libro, quasi come un modo per difendersi dalla realtà e dalla violenza di quello che era accaduto. Un po’ del dolore collettivo per l’uomo si era sublimato nell’eccitazione per il nuovo libro. Mi sono sorpreso anche io, mentre finivo la mia copia per la recensione, di sentirmi mancare il fiato al pensiero &#8211; a lungo rimandato &#8211; che non ci sarebbero stati più nuovi libri di Wallace. Di sicuro ci offriranno ancora un bel mezzo scaffale di volumi: le sue lettere, la roba non raccolta in precedenza, “il meglio di&#8221;, la raccolta delle opere. Ci può stare.</p>
<p style="text-align: center"><strong>° ° ° ° °</strong></p>
<p><em>Il Re Pallido</em> è diverso. Questo libro ce lo ha lasciato &#8211; le persone più vicine a lui sono d’accordo nel dire che voleva che lo vedessimo. Non si tratta quindi, in altre parole, del classico caso di Gran Romanzo Postumo, in cui dei professori vanno a stanare un manoscritto che l’autore probabilmente non voleva che leggessimo. Sembra che Wallace abbia lasciato questo libro dicendo qualcosa del tipo “fatene ciò che volete”. A quanto pare uno dei suoi ultimi gesti in vita è stato di ordinare le pagine già pronte da leggere e metterle in un posto dove la moglie, l’artista Karen Green, le avrebbe trovate. Dai suoi appunti si è risaliti a dei capitoli parziali, che il suo editor storico Michael Pietsch ha messo insieme creando una specie di bozza di romanzo come doveva apparire nella testa di Wallace &#8211; più rifinito in alcune parti, meno in altre. Pensate ad un murale finito a metà. <em>Il Re Pallido</em> (titolo che potrebbe riferirsi ad un’espressione popolare del diciannovesimo secolo, “il re pallido dei terrori” ad indicare la paura malinconica della morte) tratta la storia di un gruppo di persone che lavora in un palazzo dell’Agenzia delle Entrate nell’Illinois. Alcuni dei personaggi si relazionano tra loro in diversi modi, mai banalmente consequenziali. Due di loro si chiamano David Wallace. E questa è la trama. Non va mai avanti [3]. Non inizia praticamente mai.</p>
<p>Non c’è da vergognarsi se vi viene il sospetto che un libro su un gruppo di persone a caso che lavorano per il governo possa sembrare una cosa insopportabilmente noiosa. La ragione per cui non lo è però ha che fare con la parola su – non è il termine esatto, né la giusta preposizione. Wallace non scrive sui suoi personaggi; non lo ha fatto per quasi mai. Lui ci scrive dentro. Le cose che riesce a fare su un campo da tennis o in una crociera, o a una convention sulla pornografia, lo hanno reso una fonte di ispirazione e allo stesso tempo di invidia folle per il genere di persone che, come me, ha imparato a fare ”scrittura per riviste” alla sua ombra (era il genere di scrittore che anche quando non cercavi di copiare il suo stile ti faceva pensare a come non stavi cercando di copiarlo) &#8211; a Wallace piaceva fare così, nei romanzi, con le vite interiori dei suoi personaggi.</p>
<p><em>Immaginate di entrare in un posto, diciamo un’immensa copisteria di un grande magazzino. È mattina presto e siete il primo cliente. Vi fermate sotto le luci accese fosforescenti e lasciate che le porte si chiudano scivolando alle vostre spalle, osservate i commessi nella loro divisa con la camicia blu, le bocche aperte, che girano per il negozio ancora assonnati. Prendeteli come un’immagine unificata, con una vaga superficie impenetrabile di noia e insoddisfazione di cui siete contenti di non far parte, e partite per il vostro obiettivo, fare delle fotocopie o quello che sia. Ecco il momento in cui Wallace preme il pulsante di Pausa, quel breve istante in cui voi accendete la disattenzione, e vi concentrate in voi stessi. Lui porta indietro quel momento, e preme Play di nuovo. Adesso è diverso. Vi trovate in una stanza con un gruppo di esseri umani. Ognuno di loro è come voi, è stato ferito ed è guarito in modo strano. Ognuno di loro, anche il più superficiale, ha un romanzo dentro sé. Ognuno di loro è amato da Dio, o merita di esserlo. Hanno tutti qualcosa a che fare con te: quando lasci che la membrana della consapevolezza diventi porosa, l’osmosi è possibile, sapete che è vero, abbiamo tutti a che fare l’uno con l’altro, siamo parte di una narrazione &#8211; ma quale? Wallace vuole assolutamente scoprirlo. E capiva che il mondo moderno ci bombardava con scenari come quello della copisteria, in cui è molto facile scordarsi di questa domanda. Ci sentiamo “soli nella folla”, scrive in uno dei suoi racconti, ma non “ci fermiamo a pensare a cosa abbia dato vita a quella folla,” con il risultato che “siamo, sempre, volti in mezzo a una folla”.</em></p>
<p>Ecco cosa adoro in Wallace, questi dettagli osservati così bene, microdescrizioni di stati d’animo di intere ramificazioni del super-sistema sociale, frasi che mi fanno sentire come: <em>“Se non lo capisci vuol dire che vivi in un altro mondo&#8221;</em>. Era la cosa più simile ad un angelo custode che abbiamo mai avuto. Ci sono paragrafi in <em>Infinite Jest</em> in cui riesce ad intrappolare certe cose, qualità sfuggenti di nostri “momenti”, cose che non siamo sicuri che gli altri sentano, ma abbiamo il sospetto che forse sia così. Leggere quei passaggi è come guardare lo svilupparsi dell’inconscio collettivo su una lastra a raggi-X:</p>
<p><em>Con il braccio fuori dal finestrino come un tassista, Gately sfreccia nel territorio della Boston University. Nel territorio degli zainetti personalizzati e delle tute sportive firmate. Ragazzini senza barba con gli zaini e i capelli ritti e duri sulla testa e fronti spianate. Fronti completamente prive di rughe e di pensieri, come la crema di formaggio o le lenzuola stirate. [&#8230;] Gately ha le rughe sulla fronte da quando aveva dodici anni. [&#8230;] Sembra che le ragazze della Boston University non abbiano mangiato che prodotti caseari in tutta la loro vita. Queste ragazze fanno l’aerobica step. Hanno capelli lunghi puliti e spazzolati e belli. Non hanno nessun tipo di dipendenza. La strana sensazione di disperazione nel cuore del desiderio.</em></p>
<p><em>Il Re Pallido</em> ha molto in comune con <em>Infinite Jest</em>, che pure si occupa di un gruppo di persone, unificate in maniera circostanziale &#8211; in questo caso i residenti di una casa di recupero per tossicodipendenti, o gli studenti di una accademia di tennis &#8211; si immerge nelle loro vite, creando alla fine una sorta di ruota di storie interconnesse tra loro. Ma <em>Il Re Pallido</em> non ricorda esattamente <em>Infinite Jest</em>, non ce lo fa tornare in mente, diciamo. Leggendolo si sente quanto Wallace era cambiato come scrittore, si era compresso ed era sprofondato dentro di sé. Ci sono diversi personaggi, e alcuni che possono essere definiti come personaggi principali. Come Claude Sylvanshine. Un veggente dei dati. Sa cose sulla gente, ma queste conoscenza si manifesta come piccole esplosioni di informazioni disconnesse, che non riesce a fermare. (Wallace presta parti di se a diversi personaggi, e talvolta i loro tratti si confondono). Troviamo Lane Dean Jr., che è stato un cattolico fervente ai tempi delle superiori. E Meredith Rand, la bella dell’ufficio &#8211; il resoconto passo-dopo-passo di cosa succede in una tavolata di uomini e donne (in questo caso in un bar dove i dipendenti dell’Agenzia delle Entrate si ritrovano dopo il lavoro) quando arriva una persona estremamente attraente è allo stesso tempo doloroso e dotato di humor nero, un esempio di quello che cercavo di descrivere come il suo potere di osservazione, e di come doveva essere scoraggiante il trovarsi chiuso nella testa di Wallace, non nel senso della malattia, ma della sua chiarezza:</p>
<p><em>Basti dire che Meredith Rand mette i [&#8230;] maschi in imbarazzo. O si innervosiscono piombando in un silenzio impacciato, come se partecipassero a un gioco in cui la posta è diventata improvvisamente altissima, oppure si scioglie loro la lingua e vogliono dominare la conversazione e si mettono a raccontare un mucchio di barzellette, e in generale sembrano volutamente privi di imbarazzo, mentre prima che Meredith Rand arrivasse, prendesse una sedia e si unisse a loro, volontà e imbarazzo erano totalmente estranei al gruppo. Le liquidatrici, da parte loro, reagiscono a questi cambiamenti in una varietà di modi: alcune si ritraggono rimpicciolendo visibilmente (come Enid Welch e Rachel Robbie Towne), altre osservano l’effetto che Meredith produce sugli uomini con una specie di cupo divertimento, altre ancora sprizzano antipatia e diventano inclini a sospiri ostili se non addirittura a fughe plateali. [&#8230;] Alcuni liquidatori, al secondo bicchiere, danno spettacolo per Meredith Rand, anche se il succo dello spettacolo sta in una complessa ostentazione del fatto che non stanno dando spettacolo per Meredith Rand, anzi, non si sono quasi nemmeno accorti che è a quel tavolo. Bob McKenzie, in particolare, per poco non dà i numeri, rivolge quasi ogni commento o battuta alla persona che sta a destra o a sinistra di Meredith Rand [&#8230;]</em></p>
<p>Immaginate di essere capaci di queste dissezioni, con quella risoluzione dei dettagli &#8211; come primati, se preferite &#8211; e, il che è peggio, non essere capaci di smettere. Bisognerebbe avere delle enormi quantità di empatia per riuscire a fare in modo che il mondo non si trasformi in un continuo assalto dai grotteschi toni swiftiani. Wallace non provava a rifuggirne &#8211; lo coltivava, come la sua arte richiedeva. C’è da ricordare i rischi psichici dello scrivere ai livelli che lui cercava. Come tutte le persone perbene, sono tra quelli che vogliono resistere alle tentazioni di definire il suo suicidio un gesto romantico, ma resta la sensazione che gli artisti siano esposti ai torrenti del tempo in un modo che non può che causare danni, e non c’è nulla di sbagliato nel definirlo come nobile, se fatto al servizio di qualcosa di bello. Wallace ha pagato per aver viaggiato così in profondità in se stesso, per non aver mai distolto gli occhi fino a quando era necessario per scrivere passaggi come quelli che abbiamo citato, per aver trovato gli altri interessanti tanto da dedicargli l’attenzione che serve per riuscire a scrivere scene come quelle. Ecco la ragione per cui la maggior parte di noi non riesce a scrivere un grande romanzo e neanche uno decente. Bisogna lasciare entrare una gran quantità di consapevolezza altrui nella nostra. È un male per il proprio equilibrio.</p>
<p>La scelta di Wallace dell’Agenzia delle Entrate come ambientazione ha senso se consideriamo che stava cercando di fare qualcosa di teologico con questo romanzo, e il ”servizio”, come lo chiamano gli impiegati, offre delle opportune sfumature gesuitiche. Usa l’Agenzia delle Entrate come Borges usava la biblioteca e Kafka i palazzi della legge: come un’analogia del mondo. Insinua un legame tra lo spostamento sotterraneo della politica dell’Agenzia delle Entrate che si trasforma da un’agenzia che ha il compito di raccogliere le tasse (cioè mettere in atto la legge) ad un ente che cerca di massimizzare il profitto, o come Wallace spiega in una nota a margine lasciata sul manoscritto, “Il vero problema è se l’Agenzia delle Entrate debba essenzialmente essere un’entità aziendale o morale”. Attraverso sottili ammiccamenti (tirando in ballo oscure cause civili), Wallace collega la nozione che l’Agenzia delle Entrate stia diventando un’azienda, all’idea, introdotta nella vita americana alla fine del diciannovesimo secolo, che agli occhi della legge, una grande azienda sia la stessa cosa che un individuo, con gli stessi diritti. Wallace non è arrivato a completare tutta l’opera, ma ci basta per capire che una versione completa de <em>Il re pallido</em> avrebbe operato in una logica simbolica in cui, se Agenzia delle Entrate=grande azienda, e grande azienda=individuo, allora Agenzia delle Entrate=individuo. L’agenzia sarebbe diventata una metafora per tutta l’anima politica americana.</p>
<p>Il romanzo ripete certe mosse, zoomando nell’infanzia o gioventù di certi personaggi, che incontriamo da adulti in altre parti del libro, nell’orbita dell’ufficio dell’Agenzia delle Entrate. La complessità dei personaggi si sviluppa in giustapposizione con questi scorci delle loro versioni giovanili. Wallace sta cercando di farci capire che siamo tutti complicati, che quando le persone ci sembrano stupide e sciocche, siamo noi che non stiamo facendo abbastanza attenzione, è la nostra innata testarda tendenza a vedere le altre persone come personaggi minori o maggiori nella nostra storia.</p>
<p>È facile farlo sembrare un libro pesante, ma invece spesso è divertente, e non sempre in maniera educata. Incontriamo il super ottimista Leonard Stecyk, con un “sorriso così largo da apparire quasi doloroso”, una versione di qualcuno che ognuno di noi conosce o forse anche è in qualche misura. Da bambino era così altruista che tutti quelli che incontrava non potevano che odiarlo. ’Un’insegnante nella cui aula il bambino propone un progetto di riorganizzazione per i ganci appendiabiti e gli armadietti delle scarpe che tappezzano una parete [&#8230;] finisce col brandire le forbici smussate minacciando di uccidere prima il bambino e poi se stessa.” (Non vi rovinerò una bella scena dicendovi cosa l’insegnante di tecnica alle superiori pensa di lui.)</p>
<p>Tristemente, è attraverso questo aspetto del libro &#8211; il salto avanti e indietro tra il passato recente (all’Agenzia delle Entrate) e il passato più lontano (gli anni formativi dei personaggi) &#8211; che arriviamo a capire cosa l’editore intenda per romanzo ”incompiuto”. Lo schema non funziona. Anzi è quasi assente. Wallace ha faticato per comporre i temi di queste vite in maniera sinfonica, ma non c’è riuscito o, per dirla tutta, non c’è nemmeno arrivato vicino.</p>
<p>Eppure anche in questo stato frammentario, <em>Il re pallido</em> contiene quello che di sicuro è la migliore narrativa di quest’anno. È arduo descrivere la perfezione di alcuni di questi pezzi, tra cui il capitolo (pubblicato sul New Yorker) in cui Lane Dean Jr. cerca di capire se ama o meno la sua fidanzata del college, Sheri, che aspetta un figlio da lui. Se le dice che la ama, lei lo terrà, e passeranno il resto della vita assieme (come poi succede). Nessuno dei due ha però la minima idea di cosa sia l’amore o come interpretare l’uso di questa parola da parte dell’altro: si stanno basando su di una cattiva traduzione. Ma quello che diranno in questo momento determinerà le loro vite. Wallace tratta questa scena d’amore adolescenziale con enorme serietà e fedeltà alla consapevolezza emotiva, tanto da darle una grandezza degna di Madame Bovary. Piccoli dettagli descrittivi che gli sono congeniali sono disseminati ovunque &#8211; ad esempio che le figure nel foglio laminato con le istruzioni di sicurezza dell’aereo hanno “braccia incrociate in maniera funeraria”, o che dal finestrino dell’aereo il traffico sembra scorrere “con un pathos futile e senza senso di cui non ci si accorge da terra”. Questi non sono passaggi vistosi. Sono solo descrizioni stranamente precise delle cose che facciamo o vediamo. Entriamo dentro e riconosciamo l’ambiente degli uffici moderni: “La scrivania praticamente un’astrazione. Il sussurro di una climatizzazione priva di fonte”. Gli amici che si sono lasciati nelle cittadine vengono immaginati “vendersi assicurazioni tra di loro, bere liquori del supermercato, guardare la televisione, aspettare la formalità del primo infarto.” Michael Pietsch, l’editor del libro, mi ha indicato un capitolo surreale sul finale, dove Lane Dean Jr., ormai adulto e impiegato dell’Agenzia delle Entrate, ha una conversazione con uno degli spiriti di agenti morti che girano per gli uffici. Pietsch definisce questo passaggio “pienamente fiorente”, e “densamente intricato e fitto come niente di quello che aveva scritto prima”. Un tour de force in miniatura, nemmeno venti pagine, tutto dialoghi, che ricorda in alcune parti il capitolo “Nighttown” dell’Ulisse. Quando ho chiesto a Pietsch come si immaginava che <em>Il re pallido</em> sarebbe stato completato, mi ha risposto “Un libro in cui anche altri capitoli sarebbero stato così ricchi e fitti come questo”, ossia un libro che ci mancherà in maniera fervida.</p>
<p style="text-align: center"><strong>° ° ° ° °</strong></p>
<p>Le pagine più interessanti ne <em>Il Re Pallido</em> – che dominano in modo interessante il romanzo – hanno a che fare con l’infanzia della giovane Toni Ware, un personaggio che appare raramente nelle parti del romanzo sull’Agenzia delle Entrate. Resta nella periferia; Wallace non era ancora arrivato a lei. Ma i capitoli sui suoi ricordi di come era cresciuta in uno spettrale parco per roulotte, con una madre malata di mente che portava a casa una serie di fidanzati molesti, sono dei pezzi di prosa formidabili. In più, non somigliano a niente di ciò che Wallace aveva scritto prima. Non trovando parole migliori, potremmo dire che sono privi di coscienza di sé. Wallace si lascia scrivere nel modo in cui i grandi scrittori fanno, nel momento in cui le storie non hanno tempo per i tuoi stessi sofismi interiori. Se è vero, come è stato detto, che Wallace non riusciva con <em>Il Re Pallido</em> a trovare un altro livello per andare oltre <em>Infinite Jest</em>, forse lo trova almeno in questo pagine.</p>
<p><em>Viaggiarono ancora una volta di notte. Sotto una luna che sorgeva rotonda davanti a loro. Quello che veniva definito il sedile posteriore del furgone era una stretta mensola sulla quale la ragazzina poteva dormire se metteva le gambe nel vuoto dietro i veri sedili posteriori i cui poggiatesta possedevano il lucore opaco dei capelli sporchi. Il disordine e la puzza di lievito indicavano che in quel furgone qualcuno ci abitava o ci aveva abitato; il furgone e il suo uomo avevano lo stesso odore. La ragazzina con la maglietta di cotone e i jeans sbiaditi alle ginocchia. La concezione che la madre aveva dei maschi era che li usava come una fattucchiera gli animali, quale segno e oggetto dei suoi poteri soprannaturali. La parola che usava per loro, a cui la ragazzina non obiettava, era: “familiari&#8221;. Mori con le basette che succhiavano fiammiferi di legno e schiacciavano lattine con le mani. Di cui le falde dei cappelli avevano righe di sudore come anelli degli alberi. I cui occhi ti strisciavano addosso nello specchietto retrovisore. Uomini che era inconcepibile fossero mai stati a loro volta bambini o avessero guardato nudi dal basso in alto qualcuno di cui si fidavano, con un giocattolo. Ai quali la madre parlava come fossero dei poppanti facendosi trattare come una bambola senza testa: </em>bistrattare<em>.</em></p>
<p>A volte, anche nel mezzo della bellezza o del terrore, c’è un’ondata di parodia o di pastiche nelle sezioni con Toni Ware. Wallace sembra prendere in giro il peggior Cormac McCarthy, l’incorreggibile McCarthy che, quando vuole scrivere “funghi velenosi&#8221; scrive “funghi con strombature dentellate e membranose sotto cui i rospi pare facciano la siesta.&#8221; Wallace fa ricordare a Toni Ware i ragazzi che “portavano grossi cappelli spiegazzati e lacci di cuoio al collo e certi sfoggiavano turchesi sulla persona, e uno l’aveva aiutata a svuotare il serbatoio sanitario della roulotte pretendendo poi in cambio un rapporto orale.&#8221; Questa strana incertezza di tono è accresciuta quando il passato atroce di Toni ricorre successivamente nel libro, ma questa volta con il tono di un altro personaggio, che inizia con “La mamma di Toni era un po’ fuori di testa&#8230;blah, blah”, come se la storia di ognuno di noi non fosse che una questione di tecnica. Tuttavia questo passaggio a prima vista frivolo, successivamente scivola di nuovo nello stesso stile in terza persona, e ci riporta alla pagina più memorabile del libro, la scena della morte della mamma di Toni. Come se Wallace non riuscisse a resistere a questa nuova voce. Forse possiamo concludere che la sua era una ricerca di qualcosa di più soddisfacentemente convenzionale, di più adulto, nel suo lavoro, e che questi capitoli siano solo lampi entusiasmanti di un nuovo Wallace, tragicamente mai nato&#8230;</p>
<p style="text-align: center"><strong>° ° ° ° °</strong></p>
<p>Aspettate un attimo &#8211; stiamo parlando di David Foster Wallace. Le cose non possono essere così semplici, e tanto meno così melense. Ovviamente subito dopo l’ultima frase del capitolo su Toni Ware, come per punirci per il fatto che ci sia piaciuto più del resto del libro, Wallace fa una cosa che può essere descritta come un vero e proprio schiaffo sul torace. Dopo averci servito una dose di virtù vecchio stampo, pagine e pagine di scrittura di tipo classico, entra nel capitolo più arci-meta, più fitto di note, ammiccante e consapevole di esserlo, intelligente che la metà bastava, ubriacante con trucchetti da post-modernismo che abbia mai scritto. È qualcosa di perverso, come se Wallace ci ascoltasse, nella sua testa, scrivere la stessa lettera che lui ha scritto a Eggers per <em>L’opera struggente di un formidabile genio</em> e che Eggers ha messo nel retro di copertina come citazione e che dicevano, in parte, “Ho ammirato i molti inebrianti pezzi comici post-moderni,” ma “le parti in cui ti sei lasciato andare e hai costruito dei madrigali dolorosi [&#8230;] sono le parti più artistiche del libro.” Riesce a sentire che gli diciamo qualcosa del genere, subito dopo che il pezzo su Toni Ware ci ha distrutto, e lui ci risponde, molto enfaticamente, “Scusami ma questo problema del testo è proprio parte di quello che sto cercando di dire. Senza di questo starei suonando musica da camera.&#8221;</p>
<p>Saranno i critici del futuro a dibattere sui meriti estetici di questa decisione. Wallace di certe non era per niente tranquillo su questo punto. Spesso mentre leggevo <em>Il Re Pallido</em> mi sono tornati in mente dei pensieri riferiti al saggio che ha scritto su Dostoevskij:</p>
<p>[Questa nuova]<em> biografia ci spinge a domandarci come mai sembriamo richiedere alla nostra arte di tenere una distanza ironica da profonde convinzioni o domande disperate, costringendo cosí gli scrittori contemporanei a ridicolizzarle o a cercare di farle passare camuffandole con qualche trucco formale come citazioni intertestuali o giustapposizioni incongrue, relegando le cose veramente pressanti fra asterischi, come parte di qualche artificio polivalente di defamiliarizzazione o qualche altra cagata del genere. La povertà tematica della nostra letteratura si spiega ovviamente in parte con il nostro secolo e la nostra situazione.</em></p>
<p>È quasi come se stesse descrivendo <em>Il Re Pallido</em>. Come se avesse dentro la testa un critico ostile che odia il suo lavoro. Tutti gli scrittori hanno queste voci, ma in Wallace erano praticamente personalità aggiunte. Nel capitolo-trabocchetto ci viene detto che il romanzo che stiamo leggendo è in realtà un “libro di memorie in prima persona”, la vera storia di un uomo che si chiama David Foster Wallace. E c’è anche un altro personaggio nel libro che si chiama David F. Wallace. Come anche uno che si chiama David Cusck, che condivide tante cose, biograficamente, con il vero David Foster Wallace.</p>
<p>Non si tratta semplicemente di trucchi da giocoliere. E non è nemmeno una questione di cosa intendesse veramente Wallace, visto che non sappiamo cosa intendeva. Michael Pietsch ha fatto un lavoro egregio come editore &#8211; da lettori gli dobbiamo molto &#8211; ma non c’era molto da editare. Sarebbe disonesto dire altrimenti. La prosa non arriva mai a possedere quello che Poe chiamava “unità di impressione” nel modo in cui <em>Infinite Jest</em>, nonostante la struttura a matassa, ci riusciva, o ci riusciva a tratti. In più c’è la questione della pubblicazione postuma. Ti priva di quella sensazione di piacere, che si ha mentre si legge, di essere in dialogo con le decisioni dell’autore, dando i propri giudizi e allo stesso tempo provando l’eccitazione di esserne testimone, che è parte dell’emozione creata dai libri. Qui non sai quali sono queste decisioni. Ogni parola che leggi e che non ti piace pensi “Beh, l’avrebbe cambiata.” Mentre tutto quello che funziona, quello diventa il vero Wallace. Ma anche le scelte principali, come cosa usare come finale del romanzo, sono state fatte, per necessità, non da Wallace, ma da Pietsch. “Non c’era un sommario o una sequenza dei capitoli”, mi ha detto, “e nemmeno un’indicazione di cosa doveva essere il capitolo iniziale e finale.” A questo punto la questione se questo sia o meno “un romanzo di Wallace” rimane irrisolvibile.</p>
<p>Se volessimo un altro finale, potremmo dire una cosa: <em>Il Re Pallido</em>, per come lo conosciamo, è vero rispetto a Wallace almeno per un aspetto importante. Era egli stesso incompiuto e irrisolto. C’è una bella poesia di Stevie Smith che si chiama “Era sposato?” in cui sostiene che gli uomini siano più eroici degli dei. Le difficoltà degli uomini sono più grandi, dice, “perché sono così contrastati.”. Wallace era così contrastato. Era ambivalente e in conflitto, tra le altre cose, con i diversi modi di scrivere il suo romanzo. Non era sicuro di quale preferiva, o come potessero andare bene insieme. E cosa sarebbe successo se quello a cui dava più valore non sarebbe stato quello che gli veniva più congeniale?</p>
<p>Mettere da parte queste contraddizioni avrebbe significato abbandonare la fonte della sua forza. Queste contraddizioni lo hanno salvato dal suo moralismo. Era uno scrittore che, in lotta per sollevarsi dal rumore del suo tempo, restava disperatamente parte di esso, sensibile alle sue voci anche mentre cercava di controllarle. La sua realtà, come scrisse una volta, era stata “MTVizzata”. Ecco perché, meglio di tutti, sembra parlare dall’interno di un tornado. (Un simbolo che lo ha inseguito in tutta la sua opera, e che ricompare ne <em>Il Re Pallido</em>). Ed è questa qualità, di essere diviso all’interno, che rischia di essere appiattita e cancellata via dalla sua storia dall’idolatria post-mortem, che lo vuole un distributore di saggezza. Dobbiamo proteggerci da questo. Perderemmo il Wallace più essenziale, quello che ammicca di continuo, riconsidera, spera di non aver detto quello che ha appena detto. Quelli erano i momenti in cui la sua voce era più autenticamente parte del nostro tempo, e sono la ragione per cui la gente un giorno sarà capace di leggerlo e sentire cosa significava essere vivi oggi.</p>
<p>L’opera di Wallace sarà considerata un grande fallimento, e non nel senso peggiorativo, ma nel senso speciale che usava Faulkner quando diceva dei romanzieri americani “Giudico la nostra opera sulla base del nostro splendido fallimento nel fare l’impossibile”. Wallace ha fallito in maniera stupenda. Non c’è nessun mistero sul perché gli venisse così difficile finire questo romanzo. Gli scorci che vediamo di quello che voleva che fosse &#8211; un vasto modello di qualcosa di piatto e schiacciante, dentro cui una costellazione di anime individuali avrebbe splenduto nella sua luminosità, e le connessioni che ci tengono tutti insieme in questo mondo si sarebbero anche loro accese, come filamenti &#8211; questo avrebbe dovuto essere un romanzo di un livello straordinario, e crediamo che lo scrittore nel pieno delle sue forze sarebbe stato abbastanza forte per riuscirci. Ma non sempre ha avuto la forza necessaria.</p>
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<p><em>John Jeremiah Sullivan collabora da molto tempo con la rivista GQ, e recentemente anche con The New York Times Magazine e The Paris Review. È stato premiato due volte con il National Magazine Award. È autore di due libri, Blood Horses (FSG, 2004) e la raccolta di saggi Pulphead (FSG, 2011). </em></p>
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<p>[1] Questa nota a piè di pagina non è soltanto un tributo, ma un annesso reale e difendibile a questo pezzo: avrei dovuto scrivere io il pezzo su Federer per Play, la rivista sportiva pubblicata per troppi pochi anni dal New York Times. Come Wallace, avevo giocato a tennis a scuola e continuavo a seguire questo sport. Era stato facile rispondere quando Play mi chiamò per dirmi che avevano accesso a Federer a Wimbledon. Tuttavia GQ non mi permise di farlo. A quanto pare avevo firmato qualcosa che il mio agente descrisse come un “contratto,” che mi impediva di scrivere per altre testate. In più, per correttezza nei confronti di GQ, da qualche mese non rendevo molto, avevo mandato all’aria un paio di pezzi e non potevo certo mettermi a discutere. Alla fine della discussione con quello che sarebbe stato il mio editor, e dopo avergli detto che non se ne faceva nulla, fui io a suggerirgli di contattare Wallace, che per me era come dire “perché non chiami la Casa Bianca?” L’editor si trovò molto in imbarazzo. Disse “Beh, a dire il vero abbiamo chiamato prima lui. E non poteva farlo”. In ogni modo, Wallace doveva aver cambiato idea. Diversi mesi dopo, c’era il suo saggio sul mio tavolo di cucina. Leggendolo provai sentimenti complessi. Ad un certo livello era gratificante vedere che aveva usato una chiave di lettura che anch’io avevo vagamente pensato di trattare, e cioè che la grandezza di Federer si trovava nel modo in cui sviluppava il suo gioco elegante a tutto campo dall’interno della spietata velocità e brutalità del gioco di potenza dalla linea di fondo. Ma Wallace lo aveva spiegato con un’accuratezza e una naturalezza che sapevo di non poter raggiungere o nemmeno considerare come possibile. In questa umiliazione c’era una certa strana intimità. Riuscii a sentire, per un breve e confuso istante, esattamente come il cervello di Wallace avrebbe trattato un soggetto che io avevo avuto nel mio, come nel vuoto, prima di sapere che lo avrebbe trattato lui. Ad ogni modo, questo è il mio contributo all’opera di Wallace, il suo ultimo pezzo per una rivista. Non voglio far sentire in colpa il lettore che starà pensando che il mondo delle lettere abbia solo guadagnato da questa sostituzione. Sto solo dicendo che è stato un piacere.</p>
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<p>[2] Spesso Wallace preferiva queste situazioni. Ricordiamoci che si fece invitare sul set di un film di David Lynch rassicurando lo staff che non aveva nessuna voglia di intervistare il regista. All’inizio del 2008, GQ gli chiese di scrivere sui discorsi di Obama, o più in generale, sulla retorica politica in America. Ancora una volta era un’idea evanescente che gli veniva presentata, ma Wallace vide delle potenzialità, e noi cominciammo a chiedere informazioni allo staff di Obama che organizzava la campagna, e facemmo anche qualche prenotazione per lui perché andasse a Denver durante la convention. La nostra idea era di piazzarlo il più vicino possibile a coloro che scrivevano i discorsi (e quindi il più vicino possibile ad Obama stesso). Ma Wallace rispose, molto educatamente, che non era questo che lo interessava. Avrebbe voluto essere messo assieme con qualcuna delle “api operaie” del team che preparava i discorsi &#8211; per scoprire come il linguaggio fosse usato da, come la definì, “la nona persona in panchina”. E forse era per una questione di carattere che Wallace si trovava meglio a fare il reporter stando lontano dalle luci della ribalta.</p>
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<p>[3] In verità qualcosa cambia. Ci sono momenti da paura, e ci sono sdoppiamenti. Appaiono dei fantasmi. Uno dei personaggi si scopre essere un veggente. Una nota alla fine del libro suggerisce che un team di agenti-X, in qualche modo, tutti dotati di qualità inusuali, si stia venendo a formare sotto la guida di un piccolo gruppo di supervisori. La storia è ambientata in un mondo in cui Bush, e non Reagan, è stato eletto nel 1980 (Reagan era il suo vice). Ma queste intrusioni di misticismo non creano problemi nella trama realistica del romanzo.</p>
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		<title>L&#8217;arte della dimenticanza</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Dec 2008 05:30:30 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Andrea Inglese Io ho sempre voluto dimenticare. Il mio problema specifico è dimenticare. Ho sempre avuto molte cose da dimenticare, e questo mi ha tenuto parecchio occupato durante quarantun anni di vita. Purtroppo come tutti ho dei ricordi. Uno non sceglie di avere ricordi, perché i ricordi sono già sempre lì, nelle pieghe del [&#8230;]]]></description>
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<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Io ho sempre voluto dimenticare. Il mio problema specifico è dimenticare. Ho sempre avuto molte cose da dimenticare, e questo mi ha tenuto parecchio occupato durante quarantun anni di vita. Purtroppo come tutti ho dei ricordi. Uno non sceglie di avere ricordi, perché i ricordi sono già sempre lì, nelle pieghe del presente, strani e imprevedibili flussi che ci allontanano dagli oggetti e dalle persone che ci stanno più vicine. Ci sono molti più ricordi che oggetti reali: il mondo ne è infestato. Sottrarsi al ricordo è un lavoro, ma diventa alla fine un&#8217;abitudine, uno splendido e inquietante automatismo. Uno comincia come me, con dei ricordi precisi di cui vuole dimenticarsi. Un bel po&#8217; di ricordi, innanzitutto dei ricordi d&#8217;infanzia. Uno può aver passato un&#8217;infanzia infernale. Anche solo parzialmente infernale. L&#8217;infanzia non va mai liscia, non è per nulla un periodo facile, ma delle volte può essere il peggiore periodo che ad un essere umano capiti di vivere.<br />
<span id="more-12491"></span><br />
La mia infanzia è stata solo parzialmente infernale: più che con genitori amorosi ho avuto a che fare con pazzi sadici. Non sempre, per carità. Infatti non posso dire che l&#8217;infanzia sia stato un perfetto inferno. Ci sono ampie zone amene, alcune davvero luminose, piene di gioia e anche di amore. Ciò non toglie che il mio compito principale sia stato quello di distruggere grandi quantità di ricordi risalenti a quel periodo. Bisogna subito precisare una cosa. C&#8217;è una parola tecnica che descrive questo tipo di strage: “rimozione”. Questa bella parola, però, non copre l&#8217;intera esperienza di colui che deve sbarazzarsi dei ricordi. La “rimozione” sembra evocare una sorta di pio meccanismo, che in modo automatico e in un batter d&#8217;occhio inabissi nel nulla qualche zona infernale del nostro passato. Posto che ognuno possa usufruire di una certa dose di rimozione, rimane sempre una quantità di ricordi che si devono cancellare in modo consapevole e con una certa fatica. Questa cancellazione volontaria si chiama dimenticanza. Dimenticare è un&#8217;azione attiva, implica sforzo, esercizio, talento. Il problema di chi voglia dimenticare un&#8217;infanzia parzialmente infernale, ad esempio, è quello poi della difficoltà della scelta. Quando uno si abitua a dimenticare, ossia diventa abile nel respingere tutta quella pullulante massa di ricordi che sorge ad ogni istante, incontra poi seri problemi nel selezionare ricordi “buoni” per conservarli. Per chi si esercita nell&#8217;arte di dimenticare, in definitiva non esistono ricordi buoni.</p>
<p>La memoria rappresenta un deposito caotico dove ricordi orribili e radiosi sono sempre inestricabilmente legati tra loro. Per questo motivo, dimenticare significa dimenticare tutto. Per questo motivo, io non ho quasi ricordi dei miei quarantun anni di vita. Ho fissato alcuni immobili scenari ed episodi del passato più lontano, ma degli eventi che sono venuti dopo non ho quasi ritenuto nulla. La mia memoria sono i miei amici, sono le donne che ho amato. Una memoria che mi guardo bene dal consultare, anche solo perché avrei vergogna di farlo. Chi si ricorda tutto ha sempre buone ragioni per vergognarsi di fronte a sé, ma chi dimentica tutto si vergogna di fronte agli altri, amici ed amori, per la sua incapacità di condividere pezzi di passato. Vi è un biasimo costante nei confronti di colui che dimentica episodi divertenti e pittoreschi di un&#8217;amicizia, per non parlare di dimenticanze che riguardano eventi dell&#8217;intimità amorosa. Ma quando l&#8217;arte della dimenticanza è stata appresa in tenera età e poi praticata con sempre maggiore dimestichezza, è davvero difficile pensare di invertire la rotta. Togliersi da dosso i ricordi, neutralizzarli, renderli innocui, vaghi, fumosi, imprecisi, quasi impercepibili, questi sono gli obbiettivi che una persona come me si pone. E questo avviene in particolar modo per ciò che riguarda i ricordi dell&#8217;amore passato, degli amori passati. In questo caso bisogna essere drastici: la nostalgia infatti è un&#8217;esperienza assolutamente deleteria e detestabile. Non c&#8217;è nulla di più velenoso, di più insano della nostalgia. Questa tensione ad abitare il passato, a vivere in esso, a preferire la sua dimensione irreale ed onirica alla noia e agli urti del tempo presente, io la giudico un&#8217;attitudine malsana. Forse questo rifiutarmi alla nostalgia nasce dal fatto che i ricordi, quando s&#8217;impossessano di me, i ricordi di un amore in particolar modo, rischiano di uccidermi. La nostalgia è un tipo di esperienza che non posso permettermi: essa mi consumerebbe, produrrebbe dolori morali tali da ricadere disastrosamente sul mio fisico. La nostalgia vissuta, coltivata, profusa, mi porterebbe in poco tempo a stati di paralisi e di cecità. Di questo sono assolutamente convinto.</p>
<p>Dimenticare tutto è comunque una condanna. La vita senza ricordi è una vita a due dimensioni. È una sfera angusta, priva di spessore e profondità, un cammino per corridoi in ombra, dove si scorgono solo gli oggetti contro cui si finisce per sbattere. Vivere senza ricordi significa spostare l&#8217;irrealtà del passato nell&#8217;irrealtà del futuro. Ma il passato, per irreale che sia, ha una densità di colori, suoni, odori. Il futuro è invece un orizzonte esangue, in cui evolvono profili accennati, lungo scenari astratti, di un bianco ospedaliero e burocratico. Chi dimentica sempre di continuo dissangua la propria vita, ha poca identità, è l&#8217;ombra di qualcuno, un&#8217;ipotesi che ogni volta dovrà essere verificata nei giorni, nelle ore a venire. Quando si rende conto di questo, il campione della dimenticanza, lo sterminatore di ricordi, il gran talento del nulla alle spalle, sente l&#8217;esigenza di correre ai ripari. È spesso così che nascono le ossessioni per la scrittura. La pagina scritta diventa il luogo in cui intrappolare qualcosa del proprio presente. Non si scrive infatti al passato, ma solo al presente. Non si collezionano evocazioni nostalgiche, racconti retrospettivi, restauri di magnifici o terribili eventi. Si cerca di dare consistenza al presente, a quel cerchio ristretto che getta una luce su cose e persone sempre prossime ad essere dimenticate, a sparire. La scrittura qui non cerca le cose e le persone, una volta che esse sono diventate ricordo, e ci raggiungono dal passato, in modo sempre imprevedibile e secondo un ritardo variabile. Qui chi scrive acciuffa sopratutto quanto rimane al margine degli eventi e delle situazioni, ossia ciò che non diventerà materia di ricordo, e che di conseguenza non subirà la cancellazione per volontaria dimenticanza.<br />
<strong><br />
Georges Perec</strong> ha parlato di questo nesso tra oblio e scrittura. Ma lo ha fatto in modo ancora ingenuo. Perec era uno a cui la rimozione non bastava. Perec era uno che aveva un&#8217;infanzia parzialmente infernale da dimenticare (entrambi i genitori morti durante la seconda guerra mondiale, il padre al fronte e la madre ad Auschwitz). Perec era un gran talento della dimenticanza. Talentuoso a tal punto, da ignorare che la dimenticanza era un suo prodotto, l&#8217;effetto di una sua arte, e non una necessità imposta da un destino avverso. In un testo del 1977, intitolato <em>Les lieux d&#8217;une ruse</em>, Perec tocca direttamente la questione della scrittura intesa come barriera contro l&#8217;oblio. E scrive:</p>
<p>“E nello stesso tempo s&#8217;instaurò come un fallimento della memoria: ho cominciato ad avere paura di dimenticare, come se, a meno di registrare tutto, non riuscissi a trattenere nulla della vita che fuggiva. Ogni sera, scrupolosamente, con una coscienza maniacale, presi a scrivere una specie di diario: era tutto il contrario di un diario intimo; non vi consegnavo che ciò che mi era accaduto di «oggettivo»: l&#8217;ora del risveglio, l&#8217;uso del tempo, gli spostamenti, le compere, il progresso – valutato in righe o pagine – del mio lavoro, le persone che avevo incontrato o semplicemente visto, il dettaglio dei pasti che facevo la sera in questo o quel ristorante, le letture, i dischi che avevo ascoltato, i film che avevo visto, ecc. Questo panico di perdere le mie tracce s&#8217;accompagnò con il furore di conservare e di classificare.&#8221; [Traduzione mia, da <em>Penser/Classer</em>, Seuil, 2003].</p>
<p>Il fallimento della memoria è in realtà un successo nell&#8217;arte della dimenticanza. Ma questo successo atterrisce: rende l&#8217;esistenza un&#8217;esperienza puntuale, minore, evanescente. Da qui il salvataggio non attraverso la memoria, che ormai è stata bandita, ma attraverso la registrazione di ciò che non è memorabile: le ore del risveglio, i menu delle cene ordinarie, gli acquisti giornalieri, ecc. Ma è in questo modo che nasce una “seconda memoria”, una memoria di quello che <strong>Paul Virilio</strong> (compagno di strada di Perec) chiamava l&#8217;<em>infraordinario</em>, ossia ciò che si trova tra gli eventi che richiamano la nostra attenzione e il nostro interesse narrativo. Questa “seconda memoria” non può che essere un prodotto della scrittura, suo prolungamento spontaneo. “Interrogare ciò che sembra aver cessato per sempre di stupirci”, scrive in un&#8217;altra occasione Perec.</p>
<p>Oggi 16 ottobre, verso le 18.30 in via Volturno a Milano, vedo per il secondo giorno consecutivo centinaia di uccelli fermi a cinguettare sul braccio orizzontale di un&#8217;immensa gru rossa. Sciami di altri uccelli creano forme fluide nel cielo come nubi d&#8217;atomi che si aggregano e si disfano. Anche i due carrozzieri siciliani sono usciti sulla soglia dell&#8217;officina a guardare questo spettacolo. Ho buttato via un portachiavi rettangolare e lungo, in finta pelle. Era diventato di un verde slavato, come quello di una rana schiacciata sull&#8217;asfalto. Ne ho comprato uno nuovo da 15 euro (color nero, vera pelle). Sembra meno interessante, e ha un “v” impressa su uno dei risvolti. Altre cose sono successe e stanno accadendo, cose forse memorabili, eventi più importanti, che si preparano a bagnarsi nella sostanza onirica del ricordo, ma la “seconda memoria”, quella esclusivamente scritta, è interessata ad altro, a tutto quanto non ha sufficiente forza per foggiare un aneddoto.</p>
<p>(Questo articolo è stato scritto per il numero 20 del novembre 2008  di <strong>Qui. Appunti dal presente</strong>, <a href="http://www.quiappuntidalpresente.it/">www.quiappuntidalpresente.it/</a>)</p>
<p><em>[Immagine di A. I.]</em></p>
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		<title>La vittima, la memoria, l&#8217;oblio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Nov 2008 07:02:36 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Christian Raimo Nello spento dibattito politico italiano, ossia in quel palcoscenico sfasciato che può venir occupato per giorni da un dito medio di Bossi, da una caduta dal gommone di D’Alema o dagli apprezzamenti di Berlusconi per una schermidora olimpica, c’è forse un tema meno farsesco che ha carsicamente attraversato gli ultimi mesi, ed [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Christian Raimo</strong></p>
<div></div>
<p><span></p>
<p align="justify">Nello spento dibattito politico italiano, ossia in quel palcoscenico sfasciato che può venir occupato per giorni da un dito medio di Bossi, da una caduta dal gommone di D’Alema o dagli apprezzamenti di Berlusconi per una schermidora olimpica, c’è forse un tema meno farsesco che ha carsicamente attraversato gli ultimi mesi, ed è quello della memoria.</p>
<p> </p>
<p></span></p>
<p>Da Veltroni che quest’estate ne ha fatto una piccola apologia con una lettera aperta a &#8220;Repubblica&#8221; in coda alle geremiadi di Scalfari e Moretti sul disastro civile immanente, alla rivisitazione in chiave post-ideologica del fascismo da parte di La Russa e Alemanno, alle dimissioni conseguenti dello stesso Veltroni e di Amato (rispettivamente, dal comitato del museo della Shoah e dalla commissione interpolitica promossa da Alemanno), alla querelle Fini contro Azione Giovani, fino allo scontro tra Mario Calabresi, giornalista e figlio del commissario Luigi ammazzato nel maggio 1972, e Adriano Sofri, giornalista e detenuto da ormai dieci anni per quest’omicidio: si parla tanto di memoria, di memoria disprezzata, mancante, perduta, non condivisa.<span id="more-11548"></span></p>
<p>Si potrebbe partire proprio dall’inedito scatto di Sofri per individuare alcune costanti che caratterizzano questi e altri episodi. Il destro, all’ex-leader di Lotta Continua, era stato fornito da un articolo di &#8220;Repubblica&#8221; del 10 settembre, in cui Mario Calabresi faceva un dolente reportage dell’assemblea che le Nazioni Unite avevano indetto a New York, chiamando a raccolta una cinquantina di vittime di atti terroristici avvenuti a ogni latitudine del mondo. Seduti, uno accanto all’altro, una donna africana coinvolta nell’esplosione dell’ambasciata americana a Nairobi nel ’98, la bambina di uno dei morti delle Torri Gemelle, la maestra della scuola di Beslan, Ingrid Betancourt da poco liberata, il figlio di un pacifista indiano ammazzato da integralisti&#8230; e non ultimo lui – Mario Calabresi –, invitato come orfano di un padre ucciso trentacinque anni fa da un commando ancora non identificato. Lo scopo dell’incontro, secondo le intenzioni dell’Onu, era di cominciare ad ascoltare la voce delle vittime, per riuscire in futuro a trovare una definizione di terrorismo, cosa che, riconosceva lo stesso Calabresi, pare oggi non semplice, soprattutto per le immaginabili contrapposizioni dei rappresentanti israeliani e arabi.</p>
<p>L’indomani sul &#8220;Foglio&#8221;, Adriano Sofri replicava a caldo, dichiarando: Io non sono un terrorista, e soprattutto quell’omicidio per cui io sono stato condannato, pur professandomi innocente, non fu comunque un atto terroristico. Era l’ovvio innesco per editoriali, commenti, precisazioni, polemiche e contropolemiche che occupavano le pagine dei quotidiani nei giorni successivi. Nessuno di questi però centrava un punto. Ovvero: il fatto che l’affermazione di Sofri (&#8220;Io non sono un terrorista&#8221;) avesse del tautologico in sé. Chi mai al mondo si definisce terrorista?</p>
<p align="justify">Lo scorso anno per Bompiani è uscito <em>All’ordine del giorno è il terrore</em>, un pamphlet di Daniele Giglioli, che proprio da questo paradosso prendeva le mosse: &#8220;Il terrorismo è la violenza degli altri&#8221;, era la frase d’attacco. &#8220;Nessuno si definisce terrorista. Non al-Qaeda, non i guerriglieri dei movimenti di liberazione nazionale, non i brigatisti, non i fanatici religiosi che spargono gas nella metro di Tokyo, non i regimi autoritari che praticano sistematicamente il Terrore di Stato; e meno che mai i governi democratici, anche quando bombardano civili inermi&#8221;. È quello che devono aver pensato anche all’Onu. Se nessuno di quelli che piazza bombe o spara nella folla, si proclama terrorista, per capire cosa è il terrorismo partiamo dai racconti di chi la subisce la violenza. Partiamo dalla voce delle vittime.</p>
<p align="justify">Ecco che però, se pure con tutte queste buone intenzioni iniziamo a rovesciare il punto di vista e non ascoltiamo più la voce detonante dei terroristi ma il silenzio agghiacciato di chi sopravvive, all’aporia precedente se ne sostituisce ben presto un’altra. Quella di trovarci di fronte a una teoria infinita di testimonianze emotive, molto spesso laceranti, strazianti, che però: quanto riescono a dirci delle irragionevoli ragioni che stanno dietro un attentato o un sequestro?</p>
<p>Il paradosso dell’attenzione alla vittima è proprio questo. Se noi immaginiamo una società che invece di interrogarsi sulle cause dei conflitti, debba prima di tutto elaborare i lutti e proteggere dalle sofferenze, chi riuscirà a darci conto della giusta considerazione di un trauma? A una madre che ci dice che niente mai potrà compensare l’assassinio di un figlio, cosa potremmo mai obiettare? Chi può pronunciare parola davanti alla testimonianza di un uomo – come scrive Calabresi – &#8220;che ha perso 27 tra amici e parenti per l’esplosione del ristorante in cui stava festeggiando il suo matrimonio&#8221;? È per comprensibile attitudine empatica che si può finire per appiattirsi sulla prospettiva delle vittime, fare del loro il nostro punto di vista, fino a fargli un torto mascherato da ragione: monumentalizzarle, farne delle icone viventi. Testimoni, vittime, superstiti, al posto degli eroi, dei militanti, dei vincitori che fino all’altroieri facevano la storia, e la politica.</p>
<p align="justify">È questo un rischio che a partire dagli anni ’90 è stato evidenziato da vari storici, prima fra tutti Anniette Wieviorka, che coniò la famosa espressione l’Era del testimone, indicando un’epoca come la nostra, nella quale i perdenti, le vittime, ignorati per decenni, diventano <em>d’amblais</em> coscienza civile di un paese e incarnazione vivente di un passato da ricordare in modo prescrittivo.</p>
<p>Generata dal processo di santificazione in vita dei superstiti dell’Olocausto, di questa corsa alla &#8220;vittimizzazione&#8221; hanno parlato in tanti (pochi in Italia): Susan Sontag (<em>Davanti al dolore degli altri</em>), Luc Boltanski (<em>Lo spettacolo del dolore</em>), Slavoj Žižek (<em>Contro i diritti umani</em>), Denis Salas (<em>La volonté de punir</em>) l’ha messa ben in evidenza parlando di &#8220;irruzione della vittima nella nostra società&#8221;, Daniele Giglioli ne ha sostenuto la sua centralità nella costruzione dell’identità nella coscienza contemporanea, René Girard (<em>Vedo Satana cadere come la folgore</em>) ha addirittura individuato in questa tendenza la comparsa dell’Anticristo. All’improvviso, nel nuovo millennio, lo status sociale della vittima sembra essere diventato l’unico soggetto di diritti, degno di ascolto, e portatore di verità.</p>
<p>Ma l’immediato effetto perverso di questa sostituzione (all’essere umano che agisce subentra l’essere umano che patisce) l’hanno giustamente intravisto vari teorici del diritto, come Robert Cario o Andrè Bellon: in un clima di depoliticizzazione, il conflitto delle ideologie lascia campo totalmente libero allo scontro binario vittima-carnefice. Le rivendicazioni politiche acquisteranno valore soltanto se troveranno non delle idee da difendere o per cui combattere, ma delle vittime da compatire e da compensare. Come sintetizza Richard Sennett (<em>Autorità</em>): &#8220;Nulla di più pericoloso di una condizione in cui l’idea stessa di diritto, ‘quello che mi spetta’, si può esprimere solo nella forma di ‘quello che mi è stato negato’&#8221;. E bene l’hanno capito molti nuovi conservatori, che del loro essere vittime di uno Stato oppressivo, del senso di insicurezza, del fisco aggressivo, o dell’acrimonia di magistrati ideologizzati hanno fatto l’arma strategica principale.</p>
<p>Ma questa tendenza è indicativa di un’altra sostituzione che ne è a fondamento, ed è forse più problematica, soprattutto nella sua versione progressista: quella della memoria che si mangia la storia. La memoria, come la vittima, era un emerita sconosciuta nel dibattito culturale, nelle scienze sociali fino a vent’anni. Oggi, come sintetizza perfettamente Ezio Traverso nel <em>Passato: istruzioni per l’uso</em>, &#8220;ha invaso il terreno&#8221;, ormai ingloba in sé il passato e lo fa con una rete a maglie più larghe di quelle della disciplina chiamata storia: depositandovi una dose ben più grande di soggettività e di &#8220;vissuto&#8221;. Ci appare come una storia meno arida, più toccante, più &#8220;umana&#8221;.</p>
<p>Questa capacità emotiva della memoria, rispetto alla &#8220;freddezza&#8221; della storia, viene invocata consapevolmente da Calabresi nell’articolo, così come da Veltroni nella sua lettera a &#8220;Repubblica&#8221;, quando esalta, rispetto alla Grande Storia che sorvola le nostre teste, le mille piccole storie singolari e drammatiche raccolte nei recenti archivi di storia nazionale: &#8220;Il grumo di vita vera che le vicende umane di Pieve Santo Stefano e di bancadellamemoria.it raccontano ci ricordano che tutto non può essere riassunto in grafici colorati e in parole sagge. [&#8230;]La storia grande, quella sistemata ordinatamente nei libri, ha significato un padre scomparso in Russia, una sorella devastata dal tifo, un figlio trasformato in una sagoma dipinta con il gesso sulla strada. La memoria. Ciò che ci fa, storicamente e soggettivamente, quello che siamo&#8221;.</p>
<p>La memoria, il dovere della memoria, il dovere della memoria perché la storia non ripeta i suoi errori: questa esortazione è ormai organica alla nostra sensibilità. Ma è vero che la memoria crea la nostra identità? È un processo così lineare, così automatico? Il richiamo alla memoria, alla sensibilizzazione non rischia invece autoconfutarsi? Quando Veltroni reagisce in modo fermo e indignato alle affermazioni di Alemanno e La Russa che cercano di riabilitare il fascismo e i repubblichini che &#8220;dal loro punto di vista&#8221; combattevano per la patria, non si accorge che in fondo l’autorevolezza del suo discorso è quella di una celebrazione della memoria che si oppone a un’altra celebrazione della memoria? Non si rende conto che la sacralizzazione che lui incoraggia di questa memoria non può che portare a una contrapposizione di due eredità vittimarie? I caduti per la patria in disfatta e i caduti per la Resistenza. I ragazzi delle montagne e i ragazzi di Salò. I superstiti che festeggiano la giornata della Memoria e i superstiti che festeggiano quella del Ricordo. I cuori rossi e i cuori neri. Se si sdogana la contesa delle vittime, nessuno avrà mai scampo. Ognuno, <em>dal suo punto di vista</em>, <em>se ci fidiamo della memoria</em>, sarà più vittima dell’altro. E ogni vittima, come ricorda Hannah Arendt, produrrà altre vittime. Mentre le ragioni di queste ferite andranno perdute. Perdute, cancellate, in nome di attenzione così grande alla fragilità dell’essere umano tale da oscurarne la sua complessità di individuo.</p>
<p>Riempire troppo la memoria lascia uno spazio vuoto. Come capita ad esempio nella laconica didascalia che lo stesso Veltroni, da sindaco, ha fatto apporre intitolando una via a Paolo Di Nella, militante neo-fascista, brutalmente assassinato nella Roma degli anni ’70: <em>Paolo Di Nella</em>, <em>(1963-1983)</em> <em>vittima della violenza</em>. La questione principale non è la doverosità dell’omaggio, ma la domanda non esplicitata: Quale violenza? Cosa accadde allora? Uno tsunami sconvolse l’Italia? Un’epidemia di spagnola? Come si chiamava la violenza che uccise Paolo di Nella?</p>
<p>La vicenda della morte di Paolo di Nella che Luca Telese che ricostruisce in <em>Cuori neri</em>, vero libro rivelatore di questa memoria che cannibalizza la storia, diventa emblematica proprio per l’enfasi sull’emotività, sulla soggettività che finisce per rendere opaco il contesto che si vuole illuminare. Come per il caso Calabresi, come per le ultime polemiche su fascismo e Olocausto.</p>
<p>Tobia Zevi, sull’<em>Unità </em>del 10 settembre, richiamava a se stesso e alla sua generazione la responsabilità primaria dei giovani di rammemorare il passato, ricordando una ragione &#8220;tecnica&#8221; che mina ogni giorno di più la nostra memoria sulla Shoah: il fatto che i superstiti hanno novanta e più anni, stanno morendo. È una considerazione con cui non si può che concordare, che fa risuonare le parole di Primo Levi pochi anni prima di morire, nei <em>Sommersi e i salvati</em> (&#8220;Per noi parlare con i giovani è sempre più difficile. Lo percepiamo come un dovere, ed insieme come un rischio: il rischio di apparire anacronistici, di non essere ascoltati&#8221;), ma che deve tenere conto di un altro processo imprescindibile.</p>
<p align="justify">Quello che la nostra epoca sta dimenticando, nella sua capacità di riproducibilità della memoria, è proprio il valore dell’oblio. Oblio è oggi sinonimo di ignominia. Mentre è invece dell’oblio che bisognerebbe fare un’apologia, riscattando la sua funzione dialettica da contrapporre agli eccessi di memoria che cristallizzano il passato. Rivalutare questa capacità della memoria di perdere se stessa vuol dire riscoprire il valore di un &#8220;oblio attivo&#8221;, come lo definiscono Paul Ricoeur e Marc Augè, opposto all’ &#8220;oblio passivo&#8221; che è coazione a ripetere senza fare esperienza, desiderio di fuga, o nel peggiore dei casi revisionismo e negazionismo.</p>
<p>L’oblio invece può dimostrarsi quella possibilità che la nostra umanità ci concede di gestire, di diminuire il carico emotivo con cui affrontiamo le difficoltà della vita: ma senza che ciò produca una rimozione. D’altronde è questo il quiproquo: l’accelerazione dei processi di elaborazione emotiva ha fatto sì che molto spesso, alla dialettica memoria-oblio, noi siamo costretti a supplire con quella più rapida registrazione-rimozione.</p>
<p align="justify">L’emotività, senza che sia accompagnata da un parallelo processo di conoscenza teorica, rischia di finire come un nastro magnetico su cui si registra sopra in continuazione. È per questo che anche l’esperienza più intensa – che può essere quella di visitare Auschwitz o di parlare vis-à-vis con un ex-deportato, se non comprendiamo la complessità storica, se non siamo capaci di distanziarcene per capire da noi stessi dove collocarla emotivamente, può avere soltanto la funzione di uno shock momentaneo, un input di sensibilizzazione che registreremo insieme a tanti altri, e che non ci consentirà di costruire la nostra identità come scelta. Non dovrebbe essere invece preservato il nostro ambito di scelta, ossia di responsabilità? Di distinguere, senza ovviamente separare, le nostre convinzioni dal nostro vissuto emotivo? Non è eclatante in tal senso la parabola di Benny Morris? Grande <em>new historician</em> e paladino della sinistra, dopo aver riscritto la storia della nascita di Israele e aver attribuito a Ben Gurion la responsabilità di una deportazione dei palestinesi avvicinabile a un disegno di pulizia etnica, Morris ha negli ultimi anni distinto sempre di più la sua prospettiva di studioso dalla sua visione politica, tanto da affermare in una recente intervista: &#8220;Capisco e dunque approvo i crimini di guerra e le espulsioni di massa di allora. Si deve essere pragmatici, il moralismo nella storia è un impiccio, un ostacolo. La verità è che non poteva sorgere uno Stato ebraico che avesse al suo interno una minoranza araba ostile e numerosa. Ben Gurion ne era convinto e aveva ragione. Se non li avesse espulsi, non ci sarebbe Israele&#8221;.</p>
<p align="justify"> </p>
<p align="justify">Come la storia ci insegna un uso attivo della memoria che può paradossalmente portare anche alle posizioni di Morris, così dovremmo esercitare un uso attivo dell’oblio. Ossia, renderci capaci di un lavoro selettivo che interessi i processi della comprensione e del racconto, e quindi diventi al pari della memoria<em> matrice </em>della storia, e <em>costituente </em>della nostra identità. L’oblio attivo ci permette di non considerare il passato un cristallo del tempo, e quindi di &#8220;fare nostro&#8221; quel vissuto. In definitiva, è ciò che ci rende capaci di giudicare come di perdonare.</p>
<p>A ricordarci il valore di quest’arte perduta, <em>l’ars oblivionis</em>, è l’esempio meta-storico delle tante occasioni in cui si è inverato quel motto che rilanciava la possibilità di coesistenza ad Atene dopo la guerra civile: <em>mè mnesikakein</em>, non ricordare il male subito. Da allora fino alla commissione di riconciliazione in Sudafrica, gli esseri umani hanno spesso preservato l’oblio come unica possibilità di sopravvivenza della specie.</p>
<p>(<em>Pubblicato a ottobre sul Riformista</em>)</p>
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		<title>I boschi ombrosi e l’arte dell&#8217;oblio</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Jul 2008 05:00:48 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[&#160; &#160; di Marco Palasciano [ Si pubblica uno studio-racconto che ritengo di grande rilievo. Lo scrittore Marco Palasciano fa chiarezza sulla realtà dei rifiuti campani, ovvero la complica terribilmente. D.P. ] Prologo. Presso «de l’ombre il vasto impero» (Orfeo, atto III) __Un’Europa si aggira tra i fantasmi. Rifugiatasi nella loro caverna, la ragazza affannata [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/foto_ridotta.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-6429 aligncenter" title="foto_ridotta" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/foto_ridotta.jpg" alt="" width="360" height="360" /></a></p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: 13pt; font-family: &quot;Garamond&quot;;">di <strong>Marco Palasciano</strong></span></p>
<p style="text-align: center;">
<p><small>[ Si pubblica uno studio-racconto che ritengo di grande rilievo. Lo scrittore Marco Palasciano fa chiarezza sulla realtà dei rifiuti campani, ovvero la complica terribilmente. D.P. ]</small></p>
<p style="text-align: center">
<p style="text-align: center">
<span style="font-size: 13pt; font-family: &quot;Garamond&quot;;"></p>
<p style="text-align: center"><strong>Prologo.</strong></p>
<p style="text-align: right"><em>Presso «de l’ombre il vasto impero» (</em>Orfeo<em>, atto III)</em></p>
<p><span style="color: #FFF;">__</span>Un’Europa si aggira tra i fantasmi. Rifugiatasi nella loro caverna, la ragazza affannata dalla corsa sulla riva – un fiore d’ibisco le cade dai capelli – prova a afferrare per un lembo una, un’altra, né mai riesce a far presa, di quelle figure vane, a gridare nei loro orecchi sordi che c’è un toro che la insegue. Ma lei per le ombre è un’ombra; camminano senza vederla, intente al loro niente; e già un mugghito ottenebra la soglia.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>(Quest’Europa non è Europa, è Campania; e quel toro non è Zeus innamorato, ma un mostro sbranatore, metà ragno, affine al kraken che aspettava Andromeda.)<br />
<span id="more-6427"></span></p>
<p style="text-align: center">
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;"><strong>1.</strong></p>
<p style="text-align: right"><em>Da Capua alla selva di Chiaiano</em></p>
<p><span style="color: #FFF;">__</span><strong>1.</strong>1.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>La Campania e il pensiero: Vico, Bruno, Parmenide. La storia, l’ars memoriæ, la ragione metro del giudizio. Ora, per la delizia del dicotomista naïf, predomina il perfetto contrario: sradicamento e tabula rasa, oblio sistematico, plebei a un tavolino di caffè che annuiscono a uno gnomone<a title="testo1" name="testo1" href="#nota1"><strong>[1]</strong></a> introiettato nei loro encefali.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Il sole risplende sulle miserie umane, sulla piazza ricca e illustre di scolpiti dèi, di stemmi preziosi. Sul tavolino, un manifesto che nessuno legge. Hanno tutti dimenticato gli occhiali.</p>
<p><span style="color: #FFF;">__</span><strong>1.</strong>2.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>È il 1° giugno 2008, domenica, luna in Toro. Cinque cittadini di Capua (già è molto – si dirà – da una città nota al mondo per i suoi ozi), dopo avere trascorso la mattinata a raccogliere a piè del loro campanile firme pro la fine del regime commissariale e il ripristino della legalità in Campania<a title="testo2" name="testo2" href="#nota2"><strong>[2]</strong></a>, partecipano al corteo – composto da circa diecimila anime fatte fiume venute fin dalle Alpi e da oltremare, sette bambini in testa, antichi magistrati, egregie donne, No Dal Molin, No TAV, No Acatarsía, ragazzi rasta e snelli a torso nudo e vecchine con il parasole, qualcuno in sedia a rotelle, in pensieri alati, le consuete belle bandiere striscioni cartelli oneste arguzie sdegno ingentilito – che dalla stazione metro Chiaiano-Marianella si muove quieto e multicolore per il paio di chilometri di via Santa Maria a Cubito (ai lati, per un tratto – e il pur piú alto fra noi ne sale su un muretto a esperire meglio; là, un ficheto –, scorci di mondo bucolico ancóra, foglie scaglie speranza spiranti, qui cólto qui foresto, nell’aria dolce che si allegra del sole pomeridiano malgrado — … il sangue che ci hanno fatto buttare in queste settimane — si accora la vox populi al microfono) e si concluderà, il corteo<a title="testo3" name="testo3" href="#nota3"><strong>[3]</strong></a>, in Marano di Napoli, presso piazza Rosa del Ciel, mi correggo: piazza Rosa dei Venti, detta pure rotonda Titanic per la sua vaga aiuola naviforme (non per ricordo della Titanomàchia; ché a lottare in Campania con gli dèi, alla piana di Flegra, non furono i Titani ma i Giganti); poco oltre, ci preannuncia un amico casertano freelance camera a mano, è sistemato un palco cui fanno ala degli stand: tra cui quello d’un organizzatissimo mediacenter, dal quale via web (vedi <a href="http://www.chiaianodiscarica.it/"> <strong>www.chiaiaNOdiscarica.it</strong></a>) zampilla informazione viva, mentre altrove zampetta deformazione vile.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>— Parlavano di vetrine spaccate, parlavano di chissà quali balordi dovevano arrivare in questa città e in questo quartiere — svergogna i mala media la vox populi. Cui consuona, fluendo per il cyberspazio, una cartolina virtuale:</p>
<p style="padding-left: 20px"><em>Sono al presidio di Chiaiano da giorni, ed è vergognoso vedere sui TG nazionali e sui quotidiani notizie false e tendenziose. Raccontano di presunti scontri e di clima tesissimo</em><a title="testo4" name="testo4" href="#nota4"><strong>[4]</strong></a>: <em>in realtà qui ci sono clown, mamme e bambini che giocano, e liberi cittadini che si stanno riunendo in nome del diritto alla salute</em><a title="testo5" name="testo5" href="#nota5"><strong>[5]</strong></a> <em>e con animo pacifista, aperto al dialogo</em><a title="testo6" name="testo6" href="#nota6"><strong>[6]</strong></a>.</p>
<p>Bello è per me, che nacqui nel maggio francese; e che spero di non morire prima del ritorno di Àstrea – spiga e tutto – dagli stellanti giri.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Ma un po’ di violenza, a essere precisi, c’è stata, una settimana fa<a title="testo7" name="testo7" href="#nota7"><strong>[7]</strong></a>: i rappresentanti di non so quale legge hanno spezzato il braccio a una bambina<a title="testo8" name="testo8" href="#nota8"><strong>[8]</strong></a>, hanno spinto altri giú da uno strapiombo d’una decina di metri<a title="testo9" name="testo9" href="#nota9"><strong>[9]</strong></a>, smanganellato un giornalista<a title="testo10" name="testo10" href="#nota10"><strong>[10]</strong></a> ecc. Però li comprendo: nel cuore dell’uomo sta sempre appiattata la belva, avida di estrudere la sua rabbia, che è amore sublimato.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Infine meglio questi che chi freddo ti lima via la vita tra lunghi aspri tormenti, a cocktail di scorie aeree e terrestri, tu in beckettiana attesa di bonifica, la pancia a gonfiarsi di cancri o di feti deformi. In proposito, certo piú tardi parlerà sul palco anche il dottor Marfella, tossicologo oncologo al Pascale, che incontriamo nel corteo; e che avemmo relatore a Capua, l’anno passato, a un nostro convegno, <em>Ecomafie e inceneritori: tumori senza rumore</em>.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Fu là che facemmo l’unico mezzo proselito in due anni; che è qui col mio zainetto sulle spalle, ora, perché è giovane e forte e io un mezzo morto. Sopra ambo noi poi svetta quel sodale al cui cospetto moralmente io non sono che un’ombra, e del quale cristallizzerò fra queste pagine qualche sospiro saturnino ad alternarlo con i miei. Completano la delegazione capuana due soci ARCI, alla cui strumentazione si deve l’immagine che andrà a illustrare l’editio princeps di questo racconto, foto scattata or ora a uno striscione: «Selva di Chiaiano: da itinerario di Maggio dei monumenti a discarica di monnezza» (piú corretto <em>munnezza</em>).</p>
<p><span style="color: #FFF;">__</span><strong>1.</strong>3.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Nella quale selva, «ultimo polmone verde di Napoli» (corpus italicarum chronicarum, 2008, passim), si doveva portare a compimento il Parco delle Colline. Poi, a menomare quello e altri spazi materiali e morali dell’umano, ecco che decerne il suo decreto<a title="testo11" name="testo11" href="#nota11"><strong>[11]</strong></a> un visir bellicoso, degno successore di quel Prodi che prolungò l’infamia CIP6<a title="testo12" name="testo12" href="#nota12"><strong>[12]</strong></a> apposta per rimettere in gioco i teratovalorizzatori (sic) campani – sennò non convenivano a nessuno<a title="testo13" name="testo13" href="#nota13"><strong>[13]</strong></a> – e per colmo dichiarò abili al rogo, per quando ad Acerra si inaugurerà l’inferno, le false ecoballe<a title="testo14" name="testo14" href="#nota14"><strong>[14]</strong></a>.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Ed ecco rispuntare Bertolaso, come in un incubo latebroso. Ecco i novissimi rimedi, nati stravecchi già lo scorso secolo, dei due Ber; e i due lino, Basso e Iervo, a far prego si accomodi; il cardinale Sepe (ah questi cardinali) pronto a benedire la vendita di kelle terre, per trenta sicli, da parte Sancti Benedicti o di non sao quale arcikonfraternita massonica o kon altri fini que le possette<a title="testo15" name="testo15" href="#nota15"><strong>[15]</strong></a>; la parchità a cadere nell’oblio; Arcadia addio; le Malebolge in terra. E i chiaianesi i maranesi ecc.? le mani nei capelli.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Le mani alle molotov no: quella è una leggenda metropolittoria. Ma, mentre uomini donne vecchi bambini protestano a braccia alzate, tu asino presuntuoso orecchi il TG e borbotti: «O barbaròi, o bòrboros, o birbe, è colpa vostra, ecco, se l’immondizia è ancora per le strade», oblioso che per fare la discarica ci vorranno assai peripli lunari, e pubblici denari, mentre che la munnezza (ma piú Gerione) tutto il mondo appuzza. Lo sai?<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>E intanto, un volantino<a title="testo16" name="testo16" href="#nota16"><strong>[16]</strong></a> informa, già</p>
<p style="padding-left: 20px"><em>devastano con espropri interi campi coltivati a ciliegie, da spianare per il passaggio di centinaia di camion al giorno</em><a title="testo17" name="testo17" href="#nota17"><strong>[17]</strong></a> <em>[…]. E lo sai che le cave distano da 200 metri a 2 km da casa tua? con quattro mega ospedali</em><a title="testo18" name="testo18" href="#nota18"><strong>[18]</strong></a> <em>intorno, ai quali fanno riferimento tutte le regioni del sud. Tutto questo con la scusa dell’emergenza.</em></p>
<p><span style="color: #FFF;">__</span><strong>1.</strong>4.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Chiaiano – non lo si dimentichi – è un’inezia, come l’intera questione discariche e come l’intera emergenza rifiuti, se si confronti col problema vero: la Campania cui urge la bonifica; l’infelice che giace su un fianco imbozzolata (ma non è una crisalide) in un intrico di fili sul fondo di un fosso tramortita dal veleno dell’aracnotauro che la tiene in vita per poterne sbocconcellare un brano oggi un brano domani e stuprarla a suo piacere in conno e in culo né alcuno dai casali e le caserme mostra di udirla gemere poiché forse hanno gli orecchi chiusi dal ragnatelo come lei ne ha chiusa la bocca, lei gli organi esterni pieni di piaghe e le viscere di eiaculato tossico e continuano ad arrivare ancora tutta la notte illune o a luna ridens non uno ma innumeri Api traboccanti seme nero e non stiamo parlando di buoi egizi né di albi versòri, continuano – come dice il poeta –</p>
<p style="padding-left: 20px"><em>tutti i notturni abusi che il cafone<br />
non lamenta e il satellite non segue</em></p>
<p>e a un tratto delle ombre si avvicinano e conficcano intorno quattro ceri fetido fumiganti – allegoria degli inceneritori…<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Basta, Muse: NI ci avrà ben chiesto uno scritto su Chiaiano; torniamo in tema, in lettera, in corteo.</p>
<p><span style="color: #FFF;">__</span><strong>1.</strong>5.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>In corteo, tra di noi (non io e le Muse: io e l’alto sodale etico ecc.), per un tratto si parla di essere e tempo; o, per la precisione, di aiòn, kairòs e chrònos. E passa, il tempo; ecco piú obliqui i raggi, e il sole che meno ferisce il tuo capo, comunque domani dolente.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Il carro del sole, per inciso, in questi giorni viaggia in congiunzione con quello di Venere; che, a credere agli antichi, lo caricherebbe d’amore. Con lei ascende, con lei si asconde, entrambi incorniciati nei miei etterni Gemelli. E venerdí, aggiungendosi Mercurio…<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>— E questi stronzi in quindici anni non sono riusciti a organizzare il minimo della raccolta differenziata: la differenziazione almeno tra secco e umido — ci ricorda un signore hippy col megafono (e non è di stelle e pianeti che parla). — In quindici anni sono riusciti soltanto a rubare milioni di euro<a title="testo19" name="testo19" href="#nota19"><strong>[19]</strong></a>. E dopo quindici anni vengono qui, ci mandano l’esercito…<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>(Quattordici anni e centodieci giorni, a essere precisi.)<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Saturno è allo zenith quando giungiamo all’albero semispezzato, e costretto a piegarsi dall’aria alla terra, sacrificato a servire da intralcio al traffico in qualche kairòs terribile, presso cui il corteo ha fine. Ecco gli stand e il palco; e nel mentre che questo si prepara ad animarsi di musica e di logos, un sottoinsieme dei capuani, i maschi, decide di inoltrarsi.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Per la cupa<a title="testo20" name="testo20" href="#nota20"><strong>[20]</strong></a> del Cane. E andare a visionare – sulla soglia è seduta su una pietra una donna, ignoro se mortale o immortale – il luogo della contesa tra popolo e governanti: la selva.
</p>
<p style="text-align: center">
<p align="center">
<p align="center"><strong>2.</strong></p>
<p><span style="color: #FFF;">__</span><strong>2.</strong>1.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Il calle che la taglia, sinuoso tra le coste di verzura che infrescano d’un colpo e ti incamíci, è segmentato da frequenti ostacoli: montagnette di terra e detriti alzate dai ribelli a impacciare l’avanzata della milizia e dei futuri carichi d’immondizia, se mai saranno. A un punto, qualche giovane e meno giovane, presso un gazebo messo lí, e brandine, sediòle, una chitarra; nessun pirata, a ora, della Malesia, né mortai o casse di granate. A qualcuno di noi viene, frattanto, da cantare l’<em>Orfeo</em> di Monteverdi, giusto perché in un bosco ombroso ci si trova:</p>
<p style="padding-left: 20px"><em><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/vi-ricorda-boschi-ombrosi.mp3" target="_blank"><strong>Vi ricorda, o boschi ombrosi?</strong></a><br />
vi ricorda, o boschi ombrosi,<br />
de’ miei lunghi aspri tormenti,<br />
quando i sassi a’ miei lamenti<br />
rispondean, fatti pietosi?…</em></p>
<p><span style="color: #FFF;">__</span>E viene naturale, a percorrere a piedi il lungo serpe, domandarsi che senso voglia avere fare qua e non altrove una discarica<a title="testo21" name="testo21" href="#nota21"><strong>[21]</strong></a> – c’è, ci dicono, anche un agriturismo, oltre le ciliegie dell’Arecca<a title="testo22" name="testo22" href="#nota22"><strong>[22]</strong></a> e i castagni cedui e il tenero suncus etruscus – visto tra l’altro che, per giungere alla meta, i trecento camion al giorno di rifiuti (anche pericolosi, da decreto<a title="testo23" name="testo23" href="#nota23"><strong>[23]</strong></a>) pasarán prima in mezzo all’abitato, sotto i balconi e tra i bambin che giocano, e poi per questa via nel verde; che pare troppo facile a sbarrarsi, e a difendersi da tra le fronde stile Robin Hood. Forse, la cava Poligono è un falso obiettivo – come qualcuno di noi ha sentito dire alle assise di Palazzo Marigliano –, su cui si vorrebbe accentrare l’attenzione per decentrarla da altri: come, nel casertano, la cava Mastroianni. Cosí accadde per Pianura, dove si vinse mentre Marigliano e Ferrandelle venivano perdute.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Ultimo, fresco di giornata, è il dubbio sul significato che dovrà darsi all’ostinazione – mulina o diabolica? – di chi voglia impiantare, qui, una megalodiscarica ex novo, ancora, dopo un coup de théâtre come questo: Walter Ganapini<a title="testo24" name="testo24" href="#nota24"><strong>[24]</strong></a> che ieri, sabato 31 maggio, rinviene altrove – cioè in Santa Maria La Fossa, nel sito di Parco Saurino – una discarica stupenda, in regola, perfetta, pronta da chissà quanto, e inutilizzata chissà perché. Né questo è il solo absurdum riscontrato, in quei loci un tempo amœni, dal buon assessore; del quale gioverà visionare su YouTube l’intervista completa, registrata da Matteo Incerti giusto oggi a Chiaiano.</p>
<p><span style="color: #FFF;">__</span><strong>2.</strong>2.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>E giusto oggi, intorno a mezzogiorno, sotto gli occhi del sole che tutto mira, nello stesso momento in cui davanti a un bar di Capua (su un tavolino un manifesto che nessuno legge) altri si sprecava in onesti discorsi sulla meccanica della cosiddetta emergenza rifiuti a petto di paesani antidialettici, davanti a un bar di Casal di Principe<a title="testo25" name="testo25" href="#nota25"><strong>[25]</strong></a> il supertestimone Michele Orsi lo hanno sparato al cuore e alla testa due sicari<a title="testo26" name="testo26" href="#nota26"><strong>[26]</strong></a> che nessuno ha visto niente.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>«E veramente fui figliuol dell’orsa»? Azienda leader nel settore delle cose immonde, la società ECO 4 da lui diretta – in cui tra l’altro si erano piazzati due nipoti del cardinale Sepe (ah questi cardinali) – giovò al moltiplicarsi per mille anfratti e balze dei tesori dei boss ecomafiosi, trovandosi immischiata fin forse in una perversa connection fra i vertici del commissariato<a title="testo27" name="testo27" href="#nota27"><strong>[27]</strong></a> e i vertici della camorra<a title="testo28" name="testo28" href="#nota28"><strong>[28]</strong></a>. Cosí da fiore a fiore reca il polline una farfalla prònube. Nauseato, cinque mesi di carcere, il sequestro dei beni, malgrado le minacce ecco Orsi pronto per additare tutti i politici coinvolti; tremano gli empi; morto, ecco festare caroselli d’auto, senza pietà correndo e sonando gli ottoni per il suo atroce paese, piene di giovani perduti.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Giovedí prossimo avrebbe dovuto deporre innanzi a un giudice; verrà invece deposto nel sepolcro, quello stesso mattino; e per giudici avrà Eaco e Minosse. Funerale semideserto; ma i suoi concittadini non se ne resteranno chiusi in casa. Altro tempio<a title="testo29" name="testo29" href="#nota29"><strong>[29]</strong></a> a quell’ora affolleranno: per le nozze<a title="testo30" name="testo30" href="#nota30"><strong>[30]</strong></a> non di Orfeo né di Cadmo ma di Carmine, figlio del feroce Sandokan<a title="testo31" name="testo31" href="#nota31"><strong>[31]</strong></a>, principe di Casale.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>E l’indomani stesso, venerdí, alle sette e mezza della sera, Walter Ganapini (messo da qualche giorno sotto scorta<a title="testo32" name="testo32" href="#nota32"><strong>[32]</strong></a>) sopravvivrà – per grazia di stellium mercuriale – a un “incidente” misterioso<a title="testo33" name="testo33" href="#nota33"><strong>[33]</strong></a>. Sventrata solamente la sua Croma, incornata da un toro a quattro ruote apparso e disparso. Rabbia dei rei, pizzini accartocciati, per questa volta niente caroselli.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Cosí ha intanto descritto, oggi, la discarica fossatara ieri scoperta: — Nuova. Teli, argilla, tutti i sistemi di tenuta, la vasca del percolato – da novecento metri cubi – mai usata. E a quel punto diciamo che ho provato anche un po’ di paura, nel senso che la domanda immediata è: com’è possibile che nessuno si sia posto il tema di usare questa discarica?, che da sola è in grado di contenere tutti i rifiuti della Campania per sei mesi: e dunque, usandola, non ci sarebbe mai stata l’emergenza.</p>
<p><span style="color: #FFF;">__</span><strong>2.</strong>3.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>«Ma allora è vero che l’emergenza rifiuti è costruita ad arte?», potrebbe pensare qualcuno; «che il ricatto della fretta, le città che scoppiano di immondizia, la differenziata che non decolla da anni e anni, le bugie degli esperti di ’sta minchia, la politica valzer di puttane, tutto è stato ed è parte di un “banale” (Arendt) piano affaristico-camorristico per lucrare dapprima sulle discariche, e infine sbolognando alla Campania quei loro costosi, dannosi, inutilissimi inceneritori in cui sognano di bruciare l’Italia intera?».<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Gli inceneritori sono un racconto a sé, se non un romanzo. Per ora dico solo che chiunque ne parli bene lo fa per una di queste, in sintesi, tre I: o per ignoranza, o per interesse, o per imbecillità.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Riguardo gli impianti di compostaggio, questi sí una cosa buona, Ganapini nell’intervista ha accennato tra l’altro a quello di San Tammaro; che non è attivo solo perché mancano le soffianti. Due settimane prima, da quelle parti aveva già indagato – modestamente – il nostro Osservatorio capuano per l’ambiente urbano e rurale (ex Comitato capuano allarme rifiuti); cavandone i dati seguenti. Un mese fa i lavori si sono bloccati, benché l’impianto fosse quasi pronto, poiché qualcuno ha decretato di adibirne i locali allo stoccaggio “provvisorio” di ventimila balle di rifiuti.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>«Ciò vuol dire che», come scritto nel nostro manifesto del 17 maggio,</p>
<p style="padding-left: 20px"><em>per tamponare l’equivalente di appena 3 giorni di consumi campani, si sono interrotti i lavori di un impianto da 6 milioni di euro e capace di trattare 30.000 tonnellate all’anno (circa il 25% della produzione di rifiuto organico della provincia).</em></p>
<p>Nel contempo a cinquanta metri da lí, presso una discarica morta di nome Maruzzella, si stanno allestendo un altro stoccatoio di balle, e una vasca da FOS, cui lavorano – convocate mediante trattativa privata – ditte di San Cipriano d’Aversa, di Casal di Principe…</p>
<p style="padding-left: 20px"><em>Tutto ciò si offre allo sguardo dell’osservatore come libro aperto sulla meccanica della cosiddetta emergenza rifiuti: si ostacolano, di fatto, le realizzazioni che gioverebbero strutturalmente a una futura gestione ordinaria (l’impianto di compostaggio), mentre si adottano soluzioni (piazzole per lo stoccaggio e la trasferenza) che concedono, di volta in volta, al commissario – oramai sottosegretario – di guadare le situazioni critiche, e alle ditte locali (si tenga presente di qual loco qui si parla) di prosperare di settimana in settimana con camion, asfalto e cemento.</em></p>
<p align="center">
<p align="center">
<p align="center"><strong>3.</strong></p>
<p style="text-align: right"><em>Dalla selva di Chiaiano a Capua</em></p>
<p><span style="color: #FFF;">__</span><strong>3.</strong>1.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Ma, intanto, a chi si dà dei camorristi<a title="testo34" name="testo34" href="#nota34"><strong>[34]</strong></a>? ai cives in protesta civilissima di Chiaiano e dintorni.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>— E questa cosa è davvero seccante da sentirsi, visto che ormai come accusa viene da ogni parte politica — ci dirà piú tardi un’amica mugnanese. — A destra [un visir bellicoso] dice spudoratamente che la discarica si farà perché il terreno lo consente, il che non ha senso perché i dati si avranno solo nei prossimi giorni<a title="testo35" name="testo35" href="#nota35"><strong>[35]</strong></a>; a sinistra ti ritrovi giornali come «la Repubblica» che dicono enormi… e ti risparmio il francesismo<a title="testo36" name="testo36" href="#nota36"><strong>[36]</strong></a>, tipo che non si vuole la discarica lí perché ci vanno le coppiette<a title="testo37" name="testo37" href="#nota37"><strong>[37]</strong></a>; e poco importa se sta venendo fuori — (grazie all’arte, tanto invisa al governo, dell’intercettazione) — che la Di Gennaro e Bertolaso erano conniventi alla gestione illegale dei rifiuti<a title="testo38" name="testo38" href="#nota38"><strong>[38]</strong></a>: l’importante è dare a noi cittadini del camorrista o del black block<a title="testo39" name="testo39" href="#nota39"><strong>[39]</strong></a>.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>(Ma il Comune di Marano chiederà ufficialmente<a title="testo40" name="testo40" href="#nota40"><strong>[40]</strong></a> che si estenda l’area protetta, proprio a impedire strumentalizzazioni da parte dei boss del cemento<a title="testo41" name="testo41" href="#nota41"><strong>[41]</strong></a>; e ogni lauzengier dovrà solo contorcersi autoglossoproctico.)</p>
<p><span style="color: #FFF;">__</span><strong>3.</strong>2.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Magari avessimo noialtri, a Capua, qualche migliaio di concittadini che si dànno una smossa, per l’agro che períclita tra la Cariddi della camorra e la Scilla della scienza avolterata, invece di trovarci sempre a sisifare in quattro gatti se non, quando il Volturno è in secca, due; che poi siamo letterati, umanisti, non certo tossicologi o geochimici; e proviamo vergogna, quando abbiamo dei dati da trattare, a dover fare le veci degli esperti. Io non l’ENEA, io non Paul Connet sono. Ci fosse almeno un tecnico, di qui, che si metta a disposizione dell’osservatorio; no: temono chissà quali ombre. Cosí diventano ombre essi stessi.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Paralisi, gnomone, simonia. Una piazza che è l’opposto dell’agorà. Questa mattina, prima del pellegrinaggio nel napoletano (e: lungo la Giugliano-Marcianise, che commozione, o Goethe, le pergole di asprinio), con profonda desolazione abbiamo preso atto di quanti – a parte confondere percolato e pergolati – si spaurino a mettere un nonnulla di firma su una petizione; e se non vi è paura, di chissà che bussare nottetempo casa per casa, volentieri (o meglio macchinieri) vi è chiusura; semiautistica inettitudine all’ascolto, che si accompagna a quella di argomentare, per il che – trionfo della mala istruzione – muori al dialogo e vivi nella chiacchiera; la chiacchiera come modalità inautentica dell’esserci, per dirla heideggerianamente.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>— Chest’è ’a scola, ’o vi’. Un fallimento, totale proprio.</p>
<p><span style="color: #FFF;">__</span><strong>3.</strong>3.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Ma a proposito di Heidegger e di sentieri interrotti, eccoci giunti al punto della selva in cui siamo costretti a interrompere, dopo un chilohypnerotòmetro, il vïaggio. Non vedremo l’antica cava tufacea – già poligono di iuessèi marines<a title="testo42" name="testo42" href="#nota42"><strong>[42]</strong></a> – condannata a trasformarsi, altro che dilettoso monte, in immondezzaio: vengono contro a noi, giuro, tre fiere.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Cani; uno scisso Cerbero. Ci minacciano, cupi, quali tori gelosi e d’ira ardenti, massime il capo, bianco<a title="testo43" name="testo43" href="#nota43"><strong>[43]</strong></a>. Facciamo dietrofront, dantescamente, non essendo forniti di cetre incantatrici né offe soporate; e ci trottano dietro, per orridi attimi, che uno pensa alla fine di Atteone; ma è meglio, Orfeo insegna, non voltarsi a guardare.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Poi – stanchi di trattare di munnezza – si gioca a chi intenda prima quali versi, di quelli improvvisati per la via dal poeta che è fra noi, siano endecasillabi perfetti, e quali invece ipèrmetri o ipòmetri. O si addita una felce, un equiseto, un cespo di matricaria; e si fa lezioncina di botanica. (Che saranno quegli erbi giganteschi, con foglie lunghe un metro, ricordanti la flora radioattiva di certi <em>Sogni</em>?)<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Infine una pianta di cicuta – se non è di angelica silvestris – ci riporta a Socrate, e all’aneddoto del flauto (una siringa, immagino; non amava gli aulòi, pure se i suoi discorsi – per musicalità e suadenza – nel <em>Simposio</em> sono detti «arie da aulòs»): su cui si concentrava nello studio di una melodia, in cella, nell’attesa che gli approntassero il farmaco.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>— Stai per morire: a che ti serve impararla?<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>— A conoscerla prima di morire.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Cosí, se dobbiamo finire avvelenati dai rifiuti, almeno impariamo a distinguere gli endecasillabi.</p>
<p><span style="color: #FFF;">__</span><strong>3.</strong>4.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Dopo tanto galateo in bosco, e mezz’ora di còmiti in comizio, maiores cadunt umbræ e salutate le terre ribelli ci avviamo a rincasare nel meno selvaggio dei natii borghi possibili. Ci chiuderemo nei nostri studiòli e daccapo ci passerà di mente che la varíetas dominante, qui, ha altra episteme (si fa per dire) e codice che i nostri; torneremo ad amare l’uomo in sé; e quando avremo battuto un nuovo manifesto, da farne quelle povere fotocopie e da spiegare a voce, “aulica” o meno, torneremo a riaccorgerci di quanto possano pesare – su una città abituata ai negozi con re ed imperatori, altro che ozi – centoquarantasette anni e otto mesi di decadenza.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Torneranno a noi malinconia e misantropia; forsanche immagineremo piú degne di affezione le pietre di Capua che gli abitanti, essendo esse abili a piú organici argomentari: ecco contrappuntarsi a uno scenario barocco una facciata medievale e, qui intarsiato, un frammento di antico anfiteatro, che ci esemplano la brillanza vitale del riciclo. Come oggi uno scrivente che fra le proprie pagine incastoni qualche parola antica, un sintagma dantesco, zanzottesco…<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Ma poi daccapo uno s’ ’u scorda ca ’a ggente è…; e se non rimuovessimo ogni volta questa e piú atre consapevolezze, staremmo forse tanto sconsolati che i nostri sospiri farebbero controsospirare, a borborigmi geòdici, fin i sassi della selva di Chiaiano.</p>
<p><span style="color: #FFF;">__</span><strong>3.</strong>5.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Altro l’orbe orbo obliò: le discariche pronte, i vagli mobili, la Costituzione, quante volte l’Italia è stata biasimata dall’Europa e perché, che cosa fa davvero la Germania con i nostri rifiuti anziché arderli<a title="testo44" name="testo44" href="#nota44"><strong>[44]</strong></a>, quanto poco ci vorrebbe ad attrezzarsi come Vedelago<a title="testo45" name="testo45" href="#nota45"><strong>[45]</strong></a>, per quali impianti invece fanno il tifo – a esempio – Vaticano e Benetton<a title="testo46" name="testo46" href="#nota46"><strong>[46]</strong></a>, come per opus Dei opus Diaboli transire sínitur, chi è quel Guido nipote del cardinal Ruini (ah questi cardinali), quanti suoi vice sono stati arrestati ecc.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Tutto, piú o meno a fondo, scordato e seppellito. Come ceneri tossiche in un campo, o una pecora morta; o come saranno seppelliti dalla Storia (se non è mia patetica illusione) tutti i grandi politici e industriali e i príncipi e generali grandi protagonisti di questi grandi tempi di munnezza. Parimenti in nessuna enciclopedia è citato il sommo traditore dei napoletani; alle sofferenze dei quali stette a guardare, scrive Lomonaco, «col riso dell’impudenza», «del tutto otturate le orecchie»; e né la cetra di Orfeo, né il flauto di Socrate avrebbe mosso a pietà quell’infimo, o il tale cardinale calabrese (ah questi cardinali), o gli altri affossatori della nostra repubblica.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Cosí spietata venga, se non la dea Nemesi, la damnatio umana.</p>
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<p align="center"><strong>Epilogo.</strong></p>
<p><span style="color: #FFF;">__</span>Il gran sole carico d’amore è tramontato nell’immensa lacrima che avvolge il piú del mondo e ha nome oceano, lasciandoci prima alla notte e poi alla sorda luna che impudente sorride disfiorando coi medusèi tentacoli il Tifata. Il suo funereo carro seguono farfatopi neroalati, spargendo per lo spazio la tenue sabbia degli incubi, invisibile come un flusso di nanoparticelle.<br />
<span style="color: #FFF;">__</span>Salendo abbraccerà in un sola fredda occhiata il lago d’Averno e la Reggia di Caserta, i Lagni contaminati e il carrozzone della Sibilla, i templi di Pæstum e le ville dei camorristi, il grattacielo osceno in via Medina e l’anfiteatro di Capua antica canoro di ruggiti fantasma, una strada di campagna dove un treruote porta a spasso sotto un telo alcuni bidoni di scorie abusive del nordest e la stazione di Napoli centrale con alcuni gentili noglobal del nordest seduti tra i loro zainetti in attesa del treno delle 4.07, la bianca palla aliena della centrale nucleare in letargo sul Garigliano e le ombre di Plinio e suo nipote che siedono presso la riva del mare e guardano con atarassia al Vesuvio che si prepara a curare le piaghe della Campania con il suo fuoco quello sí veramente purificatore, la tomba di Leopardi su cui riposa le ali chiuse come un libro chiuso una farfalla nei cui ommatídi si specchiano le prime nubi che tinteggia l’alba – ecco, è già lunedí e io non so come può concludersi questa storia – e il cantiere acerrano dove incompiuta torre nacque già rugginosa e sogna un suo finale babelico.</p>
<p></span>
</p>
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<p><span style="font-size: 12pt; font-family: &quot;Garamond&quot;;"><br />
<a title="nota1" name="nota1"></a><strong>1.</strong> <em>gnomone</em>: «gobbo» televisivo. <a title="torna su" href="#testo1"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota2" name="nota2"></a><strong>2. </strong>Petizione lanciata dal Coordinamento regionale rifiuti il 21 maggio.<a title="torna su" href="#testo2"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota3" name="nota3"></a><strong>3.</strong> Che un Giulio Di Donato oltraggerà parlando di «cascàmi del sessantotto, scampoli di indiani metropolitani, rivoluzionari obesi, lussuriosi della protesta» riunitisi a Chiaiano «per una masturbazione collettiva nelle cave di tufo con tanto di orgasmo virtuale sognando la rivoluzione» (<em>Giustizialisti in agguato</em>, «Roma», 7 giugno).<a title="torna su" href="#testo3"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota4" name="nota4"></a><strong>4. </strong>Vedi per es. Attilio Bolzoni, <em>Le barricate in attesa dell’ora X tra ultras, guappi e centri sociali</em>, «la Repubblica», 27 maggio: «I “fetienti” […] sono pronti con le loro molotov […], forse anche con le loro armi». «Dietro piazza Titanic», scriveva due giorni prima, «qualcuno ha nascosto un piccolo arsenale» (<em>Il chilometro maledetto</em>); «forse qualcuno […] anche “fatto” di coca. I caporioni l’avevano distribuita gratis la polvere bianca» (<em>Irriducibili alla rotonda, la notte della resa e i tecnici entrano dal cancello secondario</em>, 28 maggio).<a title="torna su" href="#testo4"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota5" name="nota5"></a><strong>5.</strong> Sui rischi per la salute delle popolazioni residenti in prossimità di discariche (a norma) vedi per es. Mark S. Goldberg, Nohal Al-Homsi, Lise Goulet, Helene Riberdy, <em>Incidence of cancer among persons living near a municipal solid waste landfill site in Montreal, Quebec</em>, «Archives of Environmental Health», vol. 50, n. 6, novembre-dicembre 1995.<a title="torna su" href="#testo5"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota6" name="nota6"></a><strong>6.</strong> La loro è, scriverà Erri De Luca, «una rivolta compatta ma di forza quieta e ragionevole: ha accettato di trattare, di aspettare le conclusioni delle perizie scientifiche, di smobilitare la barricata nel frattempo» (<em>La repubblica di Chiaiano</em>, «il manifesto», 5 giugno).<a title="torna su" href="#testo6"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota7" name="nota7"></a><strong>7.</strong> Il 23 maggio. Due giorni dopo, sulla «Repubblica» si giustifica il tutto, in prima pagina, col lancio di fantomatici accrocchi esplosivi «contro la polizia che ha risposto caricando», e all’interno si cita Roberto Maroni: «qualcuno ha organizzato un attacco violento contro la polizia» (Liana Milella, <em>«Non ci sarà dialogo con chi usa le molotov»</em>). Controtestimonia Elisa Di Guida in una lettera aperta, scritta la sera stessa del 23: «Ma io ero lí. E la storia è un’altra. Alle 20 e 20 almeno 100 uomini, tra poliziotti, carabinieri e guardie di finanza hanno caricato la gente inerme […]. La gente urlava ma non rispondeva alla violenza […]. Lo stato di polizia e l’atmosfera violenta di questa sera somigliano troppo a quelli dei regimi totalitaristi. Proprio quelli di cui racconto, con orrore, ai miei studenti durante le lezioni di storia».<a title="torna su" href="#testo7"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota8" name="nota8"></a><strong>8. </strong>Emanuela Campochiaro.<a title="torna su" href="#testo8"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota9" name="nota9"></a><strong>9.</strong> Vedi per es. Dario Del Porto, <em>Chiaiano, il ferito caduto dal muro: «Ero appeso, manganellate sulle mani»</em>, «la Repubblica», 26 maggio.<a title="torna su" href="#testo9"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota10" name="nota10"></a><strong>10.</strong> Romolo Sticchi.<a title="torna su" href="#testo10"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota11" name="nota11"></a><strong>11.</strong> Decreto legge n. 90 del 23 maggio 2008 (il 9 luglio sarà convertito in legge). Nell’art. 9 è autorizzata la realizzazione di discariche in dieci località, tra cui Chiaiano; nell’art. 2 il sottosegretario di Stato con delega all’emergenza rifiuti in Campania è autorizzato a realizzare le discariche «anche in deroga a specifiche disposizioni legislative e regolamentari in materia ambientale, paesaggistico-territoriale, di pianificazione del territorio e della difesa del suolo, nonché igienico-sanitaria».<a title="torna su" href="#testo11"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota12" name="nota12"></a><strong>12.</strong> Con l’art. 1 dell’ordinanza n. 3656 del 6 febbraio 2008.<a title="torna su" href="#testo12"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota13" name="nota13"></a><strong>13.</strong> «La decisione di Prodi di dare i contributi CIP6 ai tre inceneritori della Campania» (ancora non si era aggiunto alla lista quello di Napoli) «apre la porta per il ritorno in gara di A2A e di Veolia […] che ha avuto la scorsa settimana 6 dirigenti […] arrestati» (Alex Zanotelli, <em>Il ritorno dei CIP6: politica da inquinamento</em>, comunicato, 4 febbraio). Per inciso, Veolia è tra gli sponsor della fondazione di Umberto Veronesi, il quale parlò piuttosto bene degli inceneritori a <em>Che tempo che fa</em>, su RAI 3, il 20 gennaio; seguirono, tre giorni dopo, gli arresti di cui sopra (da non confondere con quelli di cui sotto). Al completamento dell’impianto di Acerra opera, attualmente, ancora la FIBE, massima responsabile dell’attuale disastro rifiuti; il cui amministratore delegato è un tale Massimo Malvagna. Martedí scorso, 27 maggio, l’AGI riportava: «Malvagna, intervistato dal GR1, assicura che il nuovo termovalorizzatore può bruciare tutto, anche rifiuti nocivi, e non è pericoloso». Lo stesso giorno il Malvagna, la Di Gennaro et alii venivano arrestati sotto accusa di falso ideologico, traffico illecito di rifiuti, truffa aggravata ai danni dello Stato ecc.<a title="torna su" href="#testo13"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota14" name="nota14"></a><strong>14.</strong> Con l’art. 4 dell’ordinanza n. 3657 del 20 febbraio 2008. Un mese e mezzo prima, Walter Ganapini ricordava: «non possono essere bruciate poiché non si sa cosa ci sia dentro. È notorio che sostanze tossiche provenienti da lavorazioni industriali sono state assemblate con rifiuti ordinari. Due anni fa, alcune ecoballe portate a Terni per essere smaltite si rivelarono radioattive e contaminarono l’inceneritore. […] La Germania si è detta pronta a stoccarle in grande profondità nel suo sottosuolo senza rischi ambientali. Una proposta che ha suscitato ironie ma che andrebbe presa in considerazione» (Simone Verde, <em>Fermiamo la lobby degli inceneritori</em>, «il manifesto», 6 gennaio).<a title="torna su" href="#testo14"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota15" name="nota15"></a><strong>15. </strong>L’Augustissima arciconfraternita della santissima Trinità dei pellegrini e convalescenti.<a title="torna su" href="#testo15"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota16" name="nota16"></a><strong>16.</strong> Del Forum del terzo settore e dell’ASCOM di Marano di Napoli.<a title="torna su" href="#testo16"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota17" name="nota17"></a><strong>17. </strong>I quali, destinati a incolonnarsi «dall’alba fino a mezzogiorno» per la già sovratrafficata via Santa Maria a Cubito ecc. e da qui «insinuarsi nel viottolo» che conduce alle cave, «rappresentano un incubo per chiunque abbia fatto anche una sola volta nella vita quella strada alle otto di mattina» (Antonio Menna, <em>Ragionamenti sul no a Chiaiano</em>, blog personale, 12 giugno).<a title="torna su" href="#testo17"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota18" name="nota18"></a><strong>18.</strong> Cardarelli, Cotugno, Monaldi, Pascale.<a title="torna su" href="#testo18"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota19" name="nota19"></a><strong>19. </strong>O meglio a dilapidarne per «una spesa totale accertata di oltre 2 miliardi di euro» (Paolo Chiariello, <em>Monnezzopoli. La grande truffa</em>, Tullio Pironti, Napoli 2008, p. 52).<a title="torna su" href="#testo19"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota20" name="nota20"></a><strong>20.</strong> <em>cupa</em>: strada di campagna, incassata rispetto al piano, e sovrastata da una volta d’alberi.<a title="torna su" href="#testo20"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota21" name="nota21"></a><strong>21.</strong> Su questo tema vedi per es. Francesca Pilla, <em>«I siti alternativi ci sono, a bloccarli è De Mita»</em>, «il manifesto», 15 gennaio 2008. O anche la relazione tenuta da Giovan Battista de’ Medici a una conferenza stampa delle Assise della città di Napoli e del Mezzogiorno d’Italia, presso l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, il 12 maggio 2007: «Io feci un discorso molto chiaro alla dottoressa Di Gennaro […]: “Dottoressa, io le ho consegnato la relazione dei siti che secondo me sono i migliori […]; però voi volete continuare per forza su Serre […]. Allora io non capisco questa situazione; […] se ci sono siti alternativi idonei a ospitare discariche, […] perché si insiste sulle aree protette?”». Circa un anno dopo, cinque giorni fa, Marta Di Gennaro – ex vice di Bertolaso – è stata arrestata. Una sua frase resterà famosa: «Noi stiamo parlando di una discarica da truccare e voi ci dovete aiutare a fare quello» (citata da lei stessa in una telefonata a Guido Bertolaso, 28 giugno 2007).<a title="torna su" href="#testo21"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota22" name="nota22"></a><strong>22.</strong> Varietà che cresce sull’omonima collina fin dal 1629, si narra, quando donna Catarina Mandrie y Manriquez de Mendoza marchesa di Cirella – allontanata da Madrid, dacché Elisabetta di Francia la seppe amante di Filippo IV, e fatta principessa di Marano – qui trapiantò una dozzina di ciliegi portati con sé a ricordo della Spagna.<a title="torna su" href="#testo22"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota23" name="nota23"></a><strong>23.</strong> Il secondo comma dell’art. 9 del citato decreto legge del 23 maggio autorizza lo smaltimento in discarica delle tipologie di rifiuti pericolosi contraddistinte dai codici CER 19.01.11 (ceneri pesanti), 19.01.13 (ceneri leggere), 19.02.05 (fanghi industriali) ecc. Si noti, inoltre, che il governo precedente ha esteso il segreto di Stato anche allo smaltimento delle scorie prodotte dagli inceneritori e da altri – quale in teoria quale in pratica – «impianti civili per produzione di energia» (punto 17 dell’allegato al decreto del presidente del Consiglio dei ministri dell’8 aprile 2008).<a title="torna su" href="#testo23"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota24" name="nota24"></a><strong>24.</strong> Assessore tecnico all’ambiente della regione Campania.<a title="torna su" href="#testo24"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota25" name="nota25"></a><strong>25.</strong> Roxy Bar, corso Dante. La vittima era scesa di casa ad acquistare delle bibite per i figli.<a title="torna su" href="#testo25"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota26" name="nota26"></a><strong>26.</strong> Armati di una calibro 9×21 e di una calibro 9 short, dalle quali sono partiti diciotto proiettili.<a title="torna su" href="#testo26"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota27" name="nota27"></a><strong>27.</strong> Primo incriminato Claudio De Biasio, all’epoca vice di Bertolaso. Lui, i fratelli Orsi et alii sono stati arrestati il 3 aprile 2007 sotto accusa di truffa aggravata ai danni dello Stato, concorso esterno in associazione mafiosa di stampo camorristico, favoreggiamento ecc. «A questo punto arrivati, chiunque avrebbe pensato che Claudio De Biasio […] sarebbe stato messo da parte. E invece […] ricompare a Roma, negli uffici della Protezione civile, quindi sempre alle dipendenze di Guido Bertolaso» (Paolo Chiariello, op. cit., pp. 171-172).<a title="torna su" href="#testo27"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota28" name="nota28"></a><strong>28.</strong> In ispecifico, della confederazione dei Casalesi e del clan mondragonese dei La Torre.<a title="torna su" href="#testo28"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota29" name="nota29"></a><strong>29.</strong> La chiesa dello Spirito Santo, a circa un chilometro da quella del funerale, Maria Santissima Preziosa.<a title="torna su" href="#testo29"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota30" name="nota30"></a><strong>30. </strong>Il banchetto si terrà all’Hotel Raito di Vietri sul Mare. Lo guasterà una retata della squadra mobile di Caserta.<a title="torna su" href="#testo30"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota31" name="nota31"></a><strong>31.</strong> Francesco Schiavone, in carcere dall’11 luglio 1998. Il 19 giugno 2008 verrà confermata la sua condanna all’ergastolo.<a title="torna su" href="#testo31"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota32" name="nota32"></a><strong>32.</strong> Nessuna scorta, invece, a Michele Orsi, malgrado la richiesta del suo avvocato.<a title="torna su" href="#testo32"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota33" name="nota33"></a><strong>33. </strong>Sull’autostrada A1, direzione Reggio Emilia, nei pressi del casello di Modena nord.<a title="torna su" href="#testo33"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota34" name="nota34"></a><strong>34.</strong> Non sarebbe però «la camorra con la C maiuscola» quella che – secondo certa stampa – «Ingaggia bande di ultras, facili alla cocaina», e sta «dietro quelle barricate»; bensí «delinquenza di quartiere che ha piccoli interessi edilizi intorno alle cave e li vedrebbe impoveriti dallo smaltimento dei rifiuti» (Giuseppe D’Avanzo, <em>La città che gioca con i suoi vizi</em>, «la Repubblica», 27 maggio).<a title="torna su" href="#testo34"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota35" name="nota35"></a><strong>35. </strong>«Intanto, di certo c’è solo che, a norma di legge, per essere idoneo a ospitare una discarica, il sito deve essere stabile, il suolo impermeabile, lontano da falde acquifere e coltivazioni di pregio, ospedali e centri abitati, facilmente raggiungibile dai mezzi. “A Chiaiano non c’è nemmeno una di queste condizioni” commenta Ortolani. […] “Le cave adiacenti sono già crollate [e] tutta la zona è molto instabile anche perché, con le piogge, l’acqua dilava attraverso le cave e finisce nella falda sottostante. […]”. [Quelli del] commissariato sono convinti di poter effettuare l’impermeabilizzazione “ma sono sfortunati – commenta il geologo – perché a giugno è caduta molta pioggia e si è visto che il terreno l’ha assorbita tutta, non c’è nessuna fascia di terreno argilloso o altro che la blocchi in tutta la zona. In queste condizioni, bastano 15-30 giorni al percolato per arrivare in falda”» (Adriana Pollice, <em>«Ma il tavolo tecnico in realtà non c’è mai stato»</em>, «il manifesto», 24 giugno). E quandanche riuscisse l’impermeabilizzazione, sarebbe disastro: «Chi vive a Marano lo sa: quando piove, dalla collina dei Camaldoli arriva un torrente di detriti nel centro storico […] perché sulla collina hanno costruito abusivamente, i terreni che assorbivano l’acqua piovana non ci sono piú. La pioggia impatta l’asfalto e scivola a valle. Puntualmente si allaga il quartiere del Truglio […]. Sull’altro versante dei Camaldoli, quello delle cave, la terra e il tufo, invece, assorbono ancora e il torrente di detriti non arriva sulle case. Se le cave vengono occluse e la zona impermeabilizzata, oltre che urbanizzata per il passaggio dei camion, anche quel ventricolo della collina pomperà acqua e detriti durante le piogge. Saremo invasi da due lati. Ci vuole poco a fare la fine di Sarno» (Antonio Menna, art. cit.).<a title="torna su" href="#testo35"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota36" name="nota36"></a><strong>36. </strong>Cfr. Franco Ortolani, <em>Chiaiano: perché il quotidiano «la Repubblica» diffonde notizie false?</em>, comunicato, 9 giugno.<a title="torna su" href="#testo36"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota37" name="nota37"></a><strong>37.</strong> Vedi Giorgio Bocca, <em>A Napoli rivolte popolari contro il popolo</em>, «il Venerdí di Repubblica», 6 giugno. Ivi il Bocca tra l’altro sbotta, confusionario: «Ma cosa vogliono questi sofisti della Magna Grecia, che non solo hanno permesso alla camorra di diventare governo, ma sostengono anche che sia conveniente e giusto assecondarla in questa manifestazione d’inciviltà che è la sepoltura di Napoli sotto una coltre di immondizie?». Commenterà la blogger Ciboulette (riferendosi non a noi «sofisti», ovviamente, ma a lui): «Se questi sono gli intellettuali che abbiamo, non voglio pensare a cosa sono gli ignoranti».<a title="torna su" href="#testo37"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota38" name="nota38"></a><strong>38. </strong>«Non capisco come è possibile che la Di Gennaro risulti colpevole e lui ne esca pulito» (Nando Vignola, <em>Promesse, monnezza e “intoccabili”</em>, «La voce democratica», 5-19 giugno). Illuminante in proposito mi sembra Claudio Lanti, <em>Guido Bertolaso, l’uomo dalla mano d’oro</em>, «La Velina Azzurra» (supplemento di «Italian Outlook»), 13 gennaio 2005.<a title="torna su" href="#testo38"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota39" name="nota39"></a><strong>39.</strong> O dire, ampliando il tiro, che «l’Italia che va in piazza a Chiaiano incarna la parte piú meschina del Paese» (Michele Brambilla, <em>L’Italia dei peggiori</em>, «il Giornale», 26 maggio).<a title="torna su" href="#testo39"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota40" name="nota40"></a><strong>40.</strong> Il 19 giugno, in una riunione convocata dall’Assessorato all’urbanistica della provincia di Napoli.<a title="torna su" href="#testo40"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota41" name="nota41"></a><strong>41.</strong> Vedi due articoli di Conchita Sannino che appariranno il 4 giugno rispettivamente su «la Repubblica» e «la Repubblica Napoli»: «Un affare da 100 milioni di euro aleggia sui suoli edificabili che circondano la cava della discordia di Chiaiano. Proprio lí dovrebbero nascere 570 appartamenti, una maxi lottizzazione […] i cui profitti verrebbero drasticamente minacciati dall’avvento della discarica» (<em>Centinaia di case vicino alla discarica: la superprocura indaga su Chiaiano</em>); da ciò «il sospetto che qualcuno abbia provato o stia provando a strumentalizzare la protesta» (<em>Chiaiano, tutti i sospetti del sindaco sulla maxi lottizzazione edilizia</em>). Si tratterebbe, secondo «la Repubblica Napoli», di una certa Marlin costruzioni.<a title="torna su" href="#testo41"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota42" name="nota42"></a><strong>42. </strong>Per il che, ricorderà il geochimico Domenico Cicchella, «C’è già una grossa contaminazione di piombo e antimonio […]. Quindi […], volendo allestire una discarica nella cava, sarebbe necessaria prima la bonifica, che peraltro è estremamente costosa» (Comune di Marano di Napoli, <em>Cava di Chiaiano, i tecnici di parte: indagini allo stato sono approssimative</em>, comunicato, 19 giugno).<a title="torna su" href="#testo42"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota43" name="nota43"></a><strong>43. </strong>Cane citato anche in Marcello Anselmo, <em>La sagra della monnezza</em>, «Napoli Monitor», maggio-giugno, pp. 1 e 5.<a title="torna su" href="#testo43"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota44" name="nota44"></a><strong>44.</strong> Vedi dichiarazione del Ministero dell’ambiente della Sassonia riportata dall’ANSA il 21 maggio.<a title="torna su" href="#testo44"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota45" name="nota45"></a><strong>45.</strong> Dove ormai si attua il riciclo pressoché al 100%.<a title="torna su" href="#testo45"><strong>[»]</strong></a><br />
<a title="nota46" name="nota46"></a><strong>46.</strong> La Benetton controlla un terzo della IGLI, azionista di maggioranza della IMPREGILO (fino al 2005 una cosa di Cesare Romiti), che a sua volta controlla la FIBE, «una società “protetta” dal governo e vicina al Vaticano» (Giantomaso De Matteis, <em>In un contratto l’oro della FIBE, la società “figlia” di IMPREGILO</em>, «la Repubblica Napoli», 26 febbraio 2005). Che in questo «grande affare trasversale» sia implicato il Vaticano lo ha esplicato, per es., Tommaso Sodano (attualmente sotto scorta) nella sua relazione al convegno <em>Gestione rifiuti in Campania: cronaca di un disastro</em>, Palazzo Marigliano, Napoli, 22 ottobre 2006.<a title="torna su" href="#testo46"><strong>[»]</strong></a></span></p>
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