<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>OCSE &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
	<atom:link href="https://staging.nazioneindiana.com/tag/ocse/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://staging.nazioneindiana.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Sun, 20 Oct 2013 15:29:34 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=6.7.5</generator>
<site xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">211417809</site>	<item>
		<title>L’Italia e la sua ignoranza senza grida  ( note in margine al rapporto PIAAC 2013)</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2013/10/25/litalia-e-la-sua-ignoranza-senza-grida-note-in-margine-al-rapporto-piaac-2013/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2013/10/25/litalia-e-la-sua-ignoranza-senza-grida-note-in-margine-al-rapporto-piaac-2013/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Oct 2013 06:00:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[competenze adulti]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></category>
		<category><![CDATA[OCSE]]></category>
		<category><![CDATA[rapporto PIAAC]]></category>
		<category><![CDATA[scuola]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=46706</guid>

					<description><![CDATA[Di Giorgio Mascitelli Nei primi giorni di ottobre sono stati resi noti i risultati dell’indagine PIAAC promossa dall’OCSE in 24 paesi sul grado di competenze linguistiche (literacy) e matematiche (numeracy) degli adulti compresi tra i 16 e i 65 anni. Si tratta di un’indagine che mi sembra significativa e seria a differenza di altre pure [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Di <b>Giorgio Mascitelli</b></p>
<p>Nei primi giorni di ottobre sono stati resi noti i risultati dell’indagine PIAAC promossa dall’OCSE in 24 paesi sul grado di competenze linguistiche (literacy) e matematiche (numeracy) degli adulti compresi tra i 16 e i 65 anni. Si tratta di un’indagine che mi sembra significativa e seria a differenza di altre pure salite agli onori della cronaca, ma chiaramente costruite ad hoc per dimostrare certe tesi,  per la trasparenza metodologica, per lo sforzo di avere un campione statistico abbastanza ampio e per la scelta abbastanza oggettiva delle informazioni da ricercare.</p>
<p>Proprio in ragione di questa serietà, vorrei lasciare da parte tutto il tormentone mediatico sull’Italia ultima in classifica, sul fatto che facciamo schifo, che nessuno investirebbe da noi, che gli svedesi sono molto meglio di noi: diciamo che può essere tutto vero, ma non capisco a che cosa serva ripeterlo per di più con toni isterici come quelli usati generalmente dalla stampa. Tra l’altro il dato nuovo di questa ricerca non è la posizione dell’Italia, che era tale anche nelle indagini precedenti, ma che il divario con la media internazionale è diminuito. Non è però un effetto di una politica attuale, ma di un elemento demografico: statisticamente escono dal campione le classi scolarizzate negli anni precedenti alla scolarità di massa, che in Italia a livello di scuole superiori data dagli anni settanta. In realtà anche su questo piano c’è un elemento negativo e cioè, che le classi di età più giovani non migliorano rispetto a quelle immediatamente precedenti. In altri termini le generazioni nate negli anni sessanta, settanta e ottanta registrano un costante miglioramento rispetto a quelle immediatamente precedenti e tale tendenza si arresta con le generazioni degli anni novanta.</p>
<p>Molti dei dati naturalmente rientrano nelle attese: per esempio i laureati hanno generalmente i risultati migliori ( ma in Italia essi sono il 12% del campione, mentre la media internazionale è del 29%) e non vi sono sostanziali differenze tra i sessi. Vi sono alcuni dati invece più interessanti e cioè che l’Italia ha il record di lavoratori sottoqualificati, ossia di lavoratori che occupano una posizione più alta del loro titolo di studi, e che l’Italia è il paese con il più alto numero di lavoratori che nel loro lavoro non hanno particolare bisogno di quelle competenze di literacy e numeracy, indagate dall’indagine.</p>
<p>Questi dati sembrano indicare un paese in ritardo storico, che per un certo periodo è riuscito a colmare la distanza con i paesi più avanzati e ora sembra fermarsi. Questo succede perché la struttura economica e sociale non offre quelle occasioni di crescita successiva alla scuola che sono necessarie a mantenere e sviluppare le conoscenze acquisite negli studi. In definitiva questi dati sono il sintomo e nel contempo una delle cause della progressiva collocazione al ribasso del nostro paese nella divisione internazionale del lavoro.</p>
<p>Se, come ricordano gli autori del rapporto italiano ( del quale è curatrice per l’Isfol Gabriella Di Francesco e scaricabile al sito www.isfol.it/primo-piano/i-dati-dellindagine-isfol-piaac), i fattori di riuscita individuale sono in ordine di rilievo il livello di studi individuali, quelli della famiglia di origine e infine i fattori relativi al lavoro e alle attività svolte, oltre all’età, possiamo dedurre l’immagine di un paese  che sconta un ritardo nello sviluppo di una piena scolarità e ha un apparato economico piuttosto tradizionale, in cui il lavoro serve meno di frequente da stimolo per mantenere attive e sviluppare le competenze acquisite. In questo senso è indicativo il fatto che solo il 58% degli intervistati abbia accettato di svolgere le prove con il computer a fronte di una media internazionale del 77%. Un dato apparentemente strano spiega a mio avviso ancora meglio questa dinamica: i risultati divisi per macroregioni ( Nord Ovest, Nord Est, Centro, Sud, Isole) presentano la solita divaricazione di ogni statistica tra regioni povere e ricche, o forse sarebbe meglio dire più e meno povere, con il Centronord in posizioni migliori, salvo il Nordovest.</p>
<p>Il Nordovest è caratterizzato da una curiosa schizofrenia: i laureati del Nordovest sono i migliori d’Italia nella literacy prossimi alla rispettiva media internazionale, mentre coloro che occupano il segmento basso, scuola dell’obbligo e meno, sono sulle stesse posizioni del Sud, molto lontani dalla media internazionale. Questa divergenza è un chiaro riflesso della duplicità del mondo produttivo, dove esistono realtà urbane in cui si concentra quel poco di economia della conoscenza che c’è, e una provincia magari anche ricca, perlomeno negli anni passati, ma concentrata esclusivamente su attività poco avanzate. E’ quel mondo, alquanto dominante in Italia a dispetto delle sue autorappresentazioni, che ha fatto dire a un suo esponente politico, qualche anno fa,  che con la cultura non si mangia.</p>
<p>In generale mi sembra che questa indagine confermi che il capitale culturale ereditato, per dirla alla Bourdieu, ha un ruolo importante nelle formazione di una persona e che accanto a esso giochi un ruolo quello che si potrebbe chiamare il capitale culturale sociale, ossia l’insieme di occasioni di formazione che una società offre: ovviamente quanto più è significativo questo secondo tipo di capitale tanto meno conta il primo.  Le politiche che dovrebbero favorire questo sviluppo naturalmente passano per un rafforzamento dell’istruzione pubblica e per l’incentivazione di un’economia della conoscenza, che non significa soltanto settori all’avanguardia tecnologica, ma anche interventi consapevoli in settori come turismo, alimentare ecc. Se dico che nutro fiducia nelle capacità delle nostre classi dirigenti economiche e politiche di avviare tali percorsi, è solo perché penso che un momento di ilarità tra cose tanto cupe dia un po’ di riposo al lettore.</p>
<p>Quand’anche esistesse una classe dirigente più capace, non sarebbe molto semplice avviare  politiche del genere perché il taglio della spesa pubblica e il clima di conflittualità sociale che ne nasce rende quasi impossibile un intervento sistematico e stabile nel tempo. Che poi questo taglio sia imposto da quelle organizzazioni internazionali del capitalismo, delle quali fa parte a pieno titolo l’OCSE, che da un lato indicano i mali e dall’altro contribuiscono a togliere i mezzi per curarli, è l’effetto ironico di un posizionamento politico-mediatico del quale, temo, non avremo molto tempo né voglia di ridere nel futuro.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2013/10/25/litalia-e-la-sua-ignoranza-senza-grida-note-in-margine-al-rapporto-piaac-2013/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>4</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">46706</post-id>	</item>
		<item>
		<title>LA SCUOLA PER TUTTI NON SERVE PIU’</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2008/10/06/la-scuola-per-tutti-non-serve-piu%e2%80%99/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2008/10/06/la-scuola-per-tutti-non-serve-piu%e2%80%99/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Oct 2008 05:00:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
		<category><![CDATA[istruzione pubblica]]></category>
		<category><![CDATA[OCSE]]></category>
		<category><![CDATA[riforme della scuola]]></category>
		<category><![CDATA[tagli]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=9255</guid>

					<description><![CDATA[di Giorgio Mascitelli Circa due anni fa Norberto Bottani, illustre esperto di problemi scolastici, si guadagnò l’attenzione fugace dei giornali con una dichiarazione ad effetto nella quale si annunciava che tra 50 anni la figura dell’insegnante come la conosciamo oggi non sarebbe più esistita nella scuola europea, sostituita da qualcosa di simile a un assistente [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giorgio Mascitelli</strong></p>
<p>Circa due anni fa Norberto Bottani,  illustre esperto di problemi scolastici, si guadagnò l’attenzione fugace dei giornali con una dichiarazione ad effetto nella quale si annunciava che tra 50 anni la figura dell’insegnante come la conosciamo oggi non sarebbe più esistita nella scuola europea, sostituita da qualcosa di simile a un assistente sociale. Questa dichiarazione era fatta secondo la consueta tecnica della previsione che si autoavvera o, se si preferisce, del presentare un obiettivo di alcune politiche come una tendenza naturale.  Tale uscita in sé non sarebbe significativa se non fosse possibile rintracciare nelle politiche scolastiche di vari paesi europei elementi che confermano tale ipotesi: un esempio per tutti la ventilata proposta in Germania di abolire le bocciature o quanto meno di limitarle non è frutto di un’improvvisa irruzione dello spirito del maggio parigino in qualche serio ministro del governo federale, ma la risposta alla continua pressione dell’OCSE (l’organizzazione che ha come scopo quello di indirizzare le politiche dei paesi più ricchi verso un maggiore sviluppo economico) a limitare i costi della scuola.<br />
<span id="more-9255"></span><br />
L’OCSE ha individuato da molti anni nella scuola uno dei principali settori in cui tagliare la spesa pubblica, sulla base di un ragionamento molto semplice: i sistemi scolastici attuali producono troppe persone qualificate rispetto a quelle che sono le esigenze delle moderne società di mercato. Siccome nella concezione della società di questa organizzazione lo studio e la formazione non hanno alcuna valenza di crescita personale e civile ma soltanto di utilità economica, è ovvio che le spese scolastiche siano considerate superflue. Infatti a cominciare dagli anni settanta, dopo due decenni di crescita, la percentuale di lavori qualificati si è stabilizzata, mentre la scolarità superiore continuava a espandersi. </p>
<p>Naturalmente la soluzione più ovvia sarebbe quella di un ritorno all’antico con un sistema chiuso di studi superiori (o di scuole private d’élite in cui si viene ammessi per censo), ma in Europa in questa forma diretta sarebbe troppo impopolare per qualsiasi governo. Allora viene suggerita una politica che apparentemente affermi una volontà di riforma della scuola, ma che nella sostanza tagli i fondi e lentamente dequalifichi la didattica e trasformi la maggioranza delle scuole in immensi oratori mal gestiti. Prova ne sia che ogni riforma proposta o realizzata comporta sempre una riduzione della spesa<br />
Le politiche dell’istruzione in Italia degli ultimi quindici anni (con l’unica parziale eccezione di Fioroni) da Berlinguer alla Gelmini hanno seguito questo tipo di obbiettivo e di strategia sia pure con modi, linguaggi e tempi diversi.</p>
<p>L’OCSE è anche l’organizzazione che promuove le cosiddette prove PISA per la valutazione dell’efficienza dei sistemi scolastici, sui criteri delle quali ci sarebbe molto da obiettare, ma non essendoci qui lo spazio, prendiamole pure per buone. Gli attuali tagli alla spesa scolastica in Italia, e non solo,  sono spesso giustificati con i pessimi risultati ottenuti dalla scuola italiana in queste prove (non a caso  la ragioneria di stato è stata la prima a interpretare questi risultati come la prova di uno spreco e quindi semplicemente della necessità di tagliare i costi). Ma se si analizzano con attenzione questi esiti, vediamo che la scuola superiore italiana nella sua media è insufficiente, ma la scuola del centro-nord è generalmente nella media internazionale e i licei vanno meglio degli istituti professionali e tecnici (tutte cose che si sapevano, credo). </p>
<p>Dal che si potrebbe dedurre che c’è un problema non di scuola in quanto tale, ma di un paese a due velocità e di un tipo di scuola tecnica pensata per una produzione industriale pesante e fordista che non esiste più e si trasforma lentamente in un deposito di studenti difficili. E invece no, per la maggioranza dei commentatori, delle istituzioni economiche e della classe politica l’unica conseguenza è che la scuola fa schifo, quindi è uno spreco e quindi vanno tagliate le spese. Insomma un bel paralogismo che trova un adeguato sbocco nelle misure attuali che colpiscono principalmente la scuola elementare (ma naturalmente ci sarà un secondo tempo per le superiori), che non era coinvolta nelle prove PISA. </p>
<p>Come dicevo sopra, politiche del genere possono essere rintracciate in ogni paese europeo. E questo la dice molto sulla lungimiranza delle èlites occidentali: l’efficienza di un sistema scolastico anche sul piano utilitaristico non può essere valutata solo dalle immediate ricadute sul mondo del lavoro, perché un fattore di ricchezza e sviluppo anche economici è quell’intelletto generale, cioè quella sfera della società nella quale nascono  bisogni e soluzioni nuove, che può essere alimentato solo da un livello culturale generale elevato. Ma da un’epoca e da un sistema che hanno ritenuto la loro più alta realizzazione il giocare al casinò delle borse i risparmi e i soldi delle pensioni di gente inerme e inconsapevole non era forse lecito attendersi altro.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2008/10/06/la-scuola-per-tutti-non-serve-piu%e2%80%99/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>21</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">9255</post-id>	</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/

Page Caching using Disk: Enhanced 

Served from: staging.nazioneindiana.com @ 2026-05-08 19:58:22 by W3 Total Cache
-->