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	<title>Officina Italia &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Il Marco Polo sdoppiato di Giorgio Manganelli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 Aug 2011 06:48:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Filippo Milani]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Manganelli]]></category>
		<category><![CDATA[marco polo]]></category>
		<category><![CDATA[Officina Italia]]></category>
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					<description><![CDATA[di Filippo Milani, via Cineresie Da sempre la figura di Marco Polo è stata oggetto di innumerevoli interpretazioni, non solo da parte di geografi, storici e antropologi, che hanno cercato di verificare le notizie fornite dal mercante veneziano durante i suoi viaggi alle soglie del ’300, ma anche da parte di critici letterari e scrittori, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Filippo Milani</strong>, via <a href="http://www.cineresie.info/il-marco-polo-sdoppiato-di-giorgio-manganelli/">Cineresie</a><strong><br />
</strong></p>
<p><strong></strong>Da sempre la figura di <strong>Marco Polo</strong> è stata oggetto di innumerevoli interpretazioni, non solo da parte di  geografi, storici e antropologi, che hanno cercato di verificare le  notizie fornite dal mercante veneziano durante i suoi viaggi alle soglie  del ’300, ma anche da parte di critici letterari e scrittori, che hanno  indagato la <strong>complessità del <em>Milione</em></strong>, testo stravagante, ambiguo e multiforme.</p>
<p>Tra tutte le riletture della figura di  Polo all’interno del panorama letterario italiano risulta  particolarmente intrigante quella proposta da <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Giorgio_Manganelli" target="_blank">Giorgio Manganelli</a>, uno scrittore e giornalista che ha fatto parte del <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Neoavanguardia" target="_blank">Gruppo 63</a>; Manganelli infatti ha interpretato le divergenze e i punti inconciliabili dell’esperienza di Polo come l’effetto dello <strong>sdoppiamento</strong>,  umano e letterario, subito dal mercante. A partire da questo spunto  egli ha proposto nel 1965 un nuovo tipo di letteratura di viaggio, la<em> geocritica</em>:<span id="more-39907"></span></p>
<blockquote><p>un nuovo genere letterario, che io  chiamerei critica geografica o geocritica, e che consisterebbe, per  l’appunto, nel trattare un luogo alla stessa maniera con cui trattiamo  sostanzialmente un libro. Cioè come un sistema di stimoli che agisce su  di noi, e che noi possiamo, nel caso di una visita frettolosa recensire,  nel caso di un soggiorno più paziente ricostruire con una critica vera e  propria.</p></blockquote>
<p>Manganelli si avvale degli strumenti  propri della critica letteraria per analizzare un luogo geografico,  fornendo una recensione del luogo come se si trattasse di un libro. In  questo senso i libri di viaggio di Manganelli non sono affatto resoconti  dei luoghi visitati, descrizioni di città o paesaggi, ma vere e proprie  analisi stilistiche degli spazi percorsi. Ogni viaggio per Manganelli è  un “dis-agio”, in quanto dislocazione del proprio corpo in un altrove  che non gli appartiene e con il quale difficilmente riesce ad entrare in  sintonia, perché sempre in bilico tra l’andata e il ritorno. Nonostante  questo, egli viaggiò molto lasciandoci numerosi racconti delle sue  esperienze in Cina, India, Nord Europa e Africa.</p>
<h2>Tra verità e menzogna</h2>
<p>In <em>Cina e altri orienti</em> ed <em>Esperimento con l’India </em>Manganelli  ha letto il paesaggio orientale come se si trattasse di un’enorme  biblioteca di segni e strutture retoriche. Infatti se la Cina può essere  paragonata ad una «biblioteca di alberi», la città-libro di Goa in  India «può essere letta come una figura retorica, una invenzione  manierista, che per supremo capriccio ha scelto di farsi iscrivere in  margine al più gigantesco ed estraneo palinsesto del mondo». In questo  senso ciò che lo affascina della figura di Marco Polo è la creazione di  una narrazione che oscilla sempre <strong>tra verità e menzogna</strong>, e nella quale le contraddizioni risultano impossibili da dipanare. Come scrive nella prefazione all’edizione del 1982 del <em>Milione</em> per Editori Riuniti:</p>
<blockquote><p>Sulle pareti grigie del carcere genovese  si spalanca un infinito spazio mentale, che non è fatto di materie  verificabili, di documenti, ma unicamente di memorie, più esattamente di  parole […]. Nella prigione genovese, l’itinerario di Marco Polo diventa  ciò che è per noi, non già una descrizione, un documento, ma una  “istoria”, una invenzione veridica ma tutta mentale di qualcosa che  esiste non perché è sperimentabile, ma perché è raccontabile e materia  di ricordo.</p></blockquote>
<p>Manganelli considera il <em>Milione</em> in quanto «istoria», «invenzione veridica ma tutta mentale», alla quale  i lettori credono solo perché è raccontabile, ma non direttamente  esperibile. Egli accoglie la possibilità che i racconti di Marco Polo  siano stati un modo per evadere dal carcere genovese (in cui il  veneziano fu richiuso nel 1298) attraverso l’immaginazione di <strong>luoghi impossibili</strong>,  che appartengono al mondo delle favole e non all’esattezza del  resoconto mercantile. L’interpretazione proposta da Manganelli è assai  affine a quella che sta alla base delle <em>Città invisibili </em>di  Calvino, in cui Marco Polo è uno straordinario affabulatore che inganna  per anni il Gran Kahn, descrivendo città inesistenti o forse continue  variazioni della città d’origine. Marco Polo può essere considerato  l’alter ego maschile di Sherazade, poiché per riuscire ad inanellare una  favola sull’altra crea una cornice il più possibile realistica. Per  Manganelli il <em>Milione</em>:</p>
<blockquote><p>E’ un libro di lucidità insondabile,  dove assistiamo all’esplodere dell’esperienza, come momento tangibile e  mentale dell’avventura. Se le favole incantevoli della Tavola Rotonda  formavano uno sterminato labirinto senza via d’uscita, il libro di Marco  Polo proponeva un itinerario, lungo il quale potevano procedere tutte  le favole, infinitamente, senza mai incontrare un termine, da favola  nascendo favola, da esperienza esperienza.</p></blockquote>
<p>In una recensione radiofonica alle <em>Città invisibili </em>del 1972, Manganelli mette in rilievo proprio il carattere artificiale del <strong>gioco combinatorio</strong> ideato da Calvino, in cui i fili si intrecciano tra loro come la trama di un tappeto, creando un misterioso disegno:</p>
<blockquote><p>Calvino sperimentò una gioia  combinatoria che potremo chiamare adesso […] la gioia del tappeto, del  disegno del tappeto, l’intrico di fili variati ciascuno dei quali indica  un itinerario, una strada possibile, il suo incontrarsi e scontrarsi e  intrecciarsi e disegnare un misterioso disegno in collaborazione con  tutti gli altri fili. […] Le città passano davanti ai nostri occhi con  una nitidezza di mappa assurda, dissennata, tragica, drammatica, che ha  la lucidità, la perfezione, l’esattezza dura e vitrea dei colori dello  stemma e del disegno dello stemma.</p></blockquote>
<p>Ognuna delle città narrate da Marco Polo  al Gran Khan è il filo di uno dei possibili percorsi che,  intrecciandosi, compongono il disegno enigmatico della trama del  tappeto, la mappa dell’impossibile viaggio. Calvino non solo ha colto il  valore profondo dell’«insondabile» libro di Polo, ma ha dimostrato le  potenzialità narrative della funzione “Marco Polo” ben oltre il campo  della letteratura di viaggio. Secondo questa prospettiva, l’architettura  compositiva del <em>Milione</em> si configura come mappatura  combinatoria delle narrazioni di itinerari e città che, innestandosi una  sull’altra – come scrive Manganelli – «da favola nascendo favola, da  esperienza esperienza», compongono l’<strong>enigmatico mosaico</strong> del viaggio di Marco Polo. La narrazione può nascere da  qualsiasi tipo  di spazialità: non è rilevante che lo spazio sia quello delle pianure  cinesi, o di una carta geografica o del disegno di un tappeto, perché la  narrazione prende avvio non come ricerca di un significato, ma come  creazione di uno spazio mentale. In un brano della sceneggiatura scritta  da Calvino per il documentario <em>Marco Polo</em> (che si sarebbe  dovuto realizzare attorno al 1960 per la regia di Monicelli, ma non fu  mai completato), un giovane Marco Polo seduto su un tappeto persiano  prima della partenza afferma:</p>
<blockquote><p>“Questo tappeto viene dalla Persia, i  suoi disegni non hanno nessun significato, ma a guardarli, a percorrerli  con lo sguardo senza smettere mai, tutte queste linee, tutti questi  colori, il modo come nascondono uno dall’altro, e si incontrano e si  sovrappongono, mi pare che racchiuda tutto il mondo, città con palazzi  dai tetti d’oro e templi e golfi, e mari pieni di isole…”</p></blockquote>
<h2>Marco Polo, ambasciatore inadempiente</h2>
<p>L’osservazione degli arabeschi del  tappeto stimola l’indole affabulatoria del veneziano, il quale  attraverso gli enigmatici disegni del tappeto immagina i luoghi che  sogna di visitare. La superficie del tappeto è di per sé già emblema  della mappa, la mappa è già esperienza dei <strong>possibili itinerari</strong> del viaggio, la narrazione del viaggio è già contenuta nella superficie  del tappeto. Come nota puntualmente Manganelli: dalle descrizioni  urbane del Marco Polo di Calvino emerge «un Oriente del tutto favoloso  […] un Oriente che è il luogo della non storia, in cui tutto si pone in  tutta la sua gloriosa totalità e la sua incapacità di divenire».</p>
<p>Analizzando uno dei capitoletti del <em>Milione</em>,  Manganelli svela tutta l’ambiguità della figura del mercante, che è la  ragione per la quale questo testo da un lato affascina come una favola e  dall’altro demolisce tutte le leggende arcaiche. Infatti nel capitolo  XV del <em>Milione</em> leggiamo:</p>
<blockquote><p>[Marco Polo] bene e saviamente ridisse  l’ambasciata ed altre novelle di ciò ch’elli lo domandò, perché ‘l  giovane avea veduto altri ambasciadori tornare d’altre terre, e non  sappiendo dire altre novelle de le contrade fuori che l’ambasciata, egli  gli avea per folli, e dice che più amava li diversi costumi de le terre  sapere che sapere quello perch’egli avea mandato. E Marco, sappiendo  questo, aparò bene ogni cosa per ridire al Grande Cane.</p></blockquote>
<p>Manganelli in <em>Laboriose inezie</em> commenta così:</p>
<blockquote><p>Egli diventa ambasciatore perché non è  ambasciatore; è un viaggiatore che guarda mentalmente, annota, paragona,  vede cose, uomini, bestie. E il Grande Cane, immobile sul suo trono  poderoso, vuole queste storie, vuole sapere notizie di genti, e certo al  discorso tartaro del giovane veneziano ride, si agita, e la sua alacre  mente di conquistatore della steppa vagabonda si perde nel grande,  diverso mondo di Marco Polo.</p></blockquote>
<p>Marco Polo è ambasciatore per difetto e <strong>cantastorie per natura</strong>:  egli non si interessa dell’ambasciata che deve compiere, ma anzi  preferisce raccontare le storie legate al viaggio e donarle al Gran  Khan. Ciò gli permette, a differenza degli altri ambasciatori, di  sopravvivere alla ire del Gran Khan, che annoiato nella sua reggia  desidera conoscere non tanto le città del suo enorme impero ma le storie  meravigliose che vi si nascondono. Nel <em>Milione</em> Polo esplicita immediatamente la sua astuzia di <strong>ambasciatore inadempiente</strong>,  ma allo stesso tempo utilizza un linguaggio assai poco narrativo,  privilegiando una concisione tipicamente mercantile. L’ambiguità del <em>Milione</em> è tutta in questo gioco di specchi tra le molteplici figure che lo  compongono: Marco Polo ambasciatore in Cina, e quello che racconta la  sua verità in carcere; Rustichello autore sotto dettatura, e quello  scrittore di poemi cavallereschi. Il <em>Milione </em>non è un libro univoco ma una coabitazione di verità e finzione, impossibile da districare:</p>
<blockquote><p>La sorte di  Marco Polo conteneva una  allegoria: egli aveva dettato quelle sue storie che affermava vere ad  uno scrivano, Rustico da Pisa, aduso a narrare eventi che egli sapeva e  dichiarava falsi. […] Rustico medicava la fatica quotidiana con immagini  impossibili e che non occorreva credere. Marco Polo era l’opposto.  Dunque, doveva mentire. La grandezza di Marco Polo ha sempre coabitato  con una sorta di attenta diffidenza. Cronaca o fola?</p></blockquote>
<p>In una delle interviste impossibili contenute nella raccolta manganelliana <em>A e B</em>,<em> </em>un  Marco Polo che sostiene di essere stato costretto dalla sorte a mentire  confida: «Parlo a vanvera, adesso, con lei, come mi capitava con  Rustichello, nelle prigioni di Genova, ai miei tempi». Polo non cerca  scuse, ma in sua difesa si materializza la voce di Ulisse che, dall’alto  della sua esperienza di astuto e bugiardo viaggiatore, è l’unico in  grado di giustificare l’indole menzognera che li accomuna: «Non si può  tornare da un gran viaggio senza diventare un <strong>trasportatore di bugie</strong>:  prima si parla, si parla… e quando si vede che gli altri, i sedentari,  non smettono di ridere, di batterci la mano sulla spalla, allora si  tace». E’ probabile invece che entrambi siano stati «trasportatori di  bugie» non solo al loro ritorno, ma anche durante il viaggio stesso,  proprio per la loro connaturata necessità alla menzogna e alla  divagazione. Il <em>Milione</em>, secondo le ragioni del Marco Polo di  Manganelli, nasce proprio da un’inestricabile ambiguità: egli viaggiò  non solo in territori sconosciuti ma anche all’interno delle sue stesse  fantasticazioni:</p>
<blockquote><p>Gli altri, le allegorie, i simboli, li  fantasticano; a me era capitato di viaggiarci in mezzo. Fu così che  nacque il Milione; non fu solo una maschera, fu una favola epica, e oggi  voi dite che fu verità… Maschera, leggenda, storia: c’è poi tanta  differenza? E ora la maschera non mi offende più, mi incanta.</p></blockquote>
<p>La maschera del Gran Bugiardo, con la  quale veniva sbeffeggiato durante il Carnevale dai suoi concittadini,  non è più una burla per annientare l’attendibilità del suo racconto, ma  l’essenza stessa del mercante diviso tra due inconciliabili altrove:</p>
<blockquote><p>Forse mi ero sdoppiato; forse mi ero  diviso in un me stesso e un doppio; e mentre io credevo di essere uno  sventurato, un fallito, io ero una divinità. […] Capisce? Io sono stato  un fallito, un pazzoide; ma io non sono mai tornato a Venezia, e sto  laggiù, in quei luoghi caldi e strani, e ho il mio trono. Io sono in  prigione, ma io sono in una reggia. Io sono incatenato, ma io opero  prodigi; io detto veritiere meraviglie ma io sono una meraviglia, una  favola.</p></blockquote>
<p>Dunque i Marco Polo sono due: quello  che, tornato a Venezia, ha raccontato ai compagni le sue «veritiere  meraviglie», a cui nessuno ha creduto; e quello che, rimasto in Asia, è  diventato egli stesso «una meraviglia, una favola», addirittura una  divinità per i sudditi del Gran Khan. L’idea dello <strong>sdoppiamento di Marco Polo</strong>,  che emerge nell’intervista impossibile, è strettamente connessa al  viaggio in India compiuto da Manganelli nel 1975, e in particolare alle  riflessioni legate all’incontro casuale con la statua di Polo a Bangkok:</p>
<blockquote><p>Mentre Marco Polo sceglie di scrivere un  libro destinato ad essere inesistente e proliferante, e si avvia a  scomparire nella sua Venezia, in Oriente comincia un’altra storia,  anch’essa sua. Possiamo immaginare che, all’imbarco con la principessa  sposa, il doppio si fosse congedato dalla sua immagine; e avesse scelto  di restare in Asia, ambigua, duplice, ombra e corpo, un immortale.</p></blockquote>
<p>La figura di Marco Polo è la «somma degli itinerari» che lo attraversano, e di conseguenza il <em>Milione</em> è la mappatura di questi itinerari, è l’alfabeto necessario per  decodificare i luoghi incredibili letti dagli occhi del mercante. Il  senso del viaggio per Manganelli è inscindibile dalla ricerca della  propria autocoscienza in movimento, ed è per questo che ogni viaggio lo  disorienta verso <strong>innumerevoli altrove</strong>. Comprimere in un  testo tutta la complessità di un altrove non è compito facile per il  viaggiatore-scrivente, alle prese con l’esondante ambiguità di un  linguaggio simbolico sconosciuto; è per questo che Manganelli riconosce a  Marco Polo non tanto la capacità di essersi spinto in luoghi  inesplorati, ma la caparbietà con la quale è riuscito, attraverso la  penna di Rustichello, ad abbreviare il mondo in poche pagine di vita:</p>
<blockquote><p>Marco Polo resta ciò che noi conosciamo:  l’uomo verso il quale corrono le immagini dell’avventura, al quale  l’ignoto, l’imprevedibile, il casuale, il difficile, si disvelano. […]  un uomo che in pochi appunti abbrevia la dimensione del mondo, che  stringe in brevi righe lo spazio di una vita, di tutte le vite, di tutti  i viaggi.</p></blockquote>
<p>Nell’interpretazione di Manganelli, il  mercante si delinea come figura archetipica dell’avventuriero, «infido e  indifferente progenitore dell’avventura», e di conseguenza <strong>incompreso</strong> dai suoi contemporanei. Come scrisse Victor Sklovskij<em> </em>a proposito della carica innovativa del <em>Milione</em>:  «I concittadini ascoltarono Marco Polo: era uno di loro. Ma non gli  crederono, perché era un uomo del futuro». L’accezione manganelliana di <em>geocritica</em>, attraverso il recupero della funzione “Marco Polo” e delle possibilità compositive insite nel <em>Milione</em>, può fornire<em> </em>una  stimolante prospettiva per la letteratura di viaggio, consentendole di  svincolarsi dalle mistificazioni delle guide turistiche e  dall’annientamento stilistico dei <em>reportage</em> di viaggio.</p>
<p>&#8212;</p>
<p>Pubblicato su <a href="http://www.cineresie.info/il-marco-polo-sdoppiato-di-giorgio-manganelli/">Cineresie</a> l&#8217;8/8/2011. Per l’articolo originale da cui il testo è tratto e riadattato si veda: F. Milani, <em>Il Marco Polo di Manganelli</em>, in <em>Poetiche</em>, n.2/3, 2010.</p>
<p><strong>Filippo Milani</strong> (Mirano, 1983): Dottorando in Italianistica presso l’Università di  Bologna, si occupa principalmente dell’opera di Giorgio Manganelli; ha  scritto inoltre articoli sulla Neoavanguardia italiana, su C. E. Gadda e  su P. Camporesi. Lavora presso la Cooperativa sociale Teatro del  Pratello, che produce spettacoli teatrali all’interno dell’Istituto  Penale Minorile di Bologna.</p>
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		<title>Senza vergogna</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 May 2009 06:30:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[Andy Warhol]]></category>
		<category><![CDATA[giorgio agamben]]></category>
		<category><![CDATA[Jean Baudrillard]]></category>
		<category><![CDATA[marco belpoliti]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img fetchpriority="high" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/senza-vergogna.jpg" alt="senza-vergogna" title="senza-vergogna" width="454" height="189" class="alignnone size-full wp-image-18051" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/senza-vergogna.jpg 454w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/senza-vergogna-300x124.jpg 300w" sizes="(max-width: 454px) 100vw, 454px" /><br />
[<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Marco_Belpoliti">Marco Belpoliti</a> mi ha mandato l&#8217;intervento che ha letto la scorsa settimana a <a href="http://www.officinaitalia.net/">Officina Italia</a> e qui io volentierissimo pubblico. <em>G.B.</em>]</p>
<p>di <strong>Marco Belpoliti</strong></p>
<p>La vergogna non c’è più. Quel sentimento che ci suggeriva di provare un turbamento, oppure un senso d’indegnità di fronte alle conseguenze di una nostra frase o azione, che c’induceva a chinare il capo, abbassare gli occhi, evitare lo sguardo dell’altro, di farci piccoli e timorosi, sembra scomparso.<br />
   Ho in mente un passo della <em>Tregua </em>di Primo Levi, proprio all’inizio del libro, dove i giovani soldati russi arrivano in vista del Lager, e dall’alto dei loro cavalli osservano lo spettacolo che si offre ai loro sguardi di vincitori: “Non salutavano, non sorridevano; apparivano oppressi, oltre che da pietà, da un confuso ritegno, che sigillava le loro bocche, e avvinceva i loro occhi allo scenario funereo. Era la stessa vergogna a noi ben nota”. <span id="more-18050"></span><br />
Levi spiega che la vergogna è il sentimento che lui e i suoi compagni provano dopo le selezioni, oppure ogni volta che assistono ad un oltraggio: la vergogna sentita dal giusto “davanti alla colpa commessa da altrui, e gli rimorde che esista, che sia stata introdotta irrevocabilmente nel mondo delle cose che esistono, e che la sua volontà buona sia stata nulla o scarsa, e non abbia valso a difesa”.<br />
Da qualche tempo mi domando perché si sia perduto questo sentimento così forte, essenziale, e insieme terribile, come mai abbiamo perso questo guardiano o, come dicono gli psicologi, questo strumento essenziale per la salvaguardia di sé. Oggi la vergogna, ma anche il pudore, non costituisce più un freno al trionfo dell’esibizionismo, al voyeurismo, sia tra la gente comune come nelle classi dirigenti. La perdita di valore della vergogna corrisponde alla idealizzazione del banale e dell’insignificante. Lo sguardo ammirato di molti si rivolge non più a persone di rilievo morale o intellettuale, bensì a uomini e donne modesti, anonimi, assolutamente identici all’uomo della strada o alla donna della porta accanto. Un tratto che evidenzia il processo di omologazione in corso nelle società fondate sulla democrazia dei consumi. La vergogna è forse il sentimento proprio di altre epoche dell’umanità, quando il bisogno di esserci, o meglio, di essere visti, e di vedere tutto, sempre e comunque, non era così significativo e rilevante come oggi ?<br />
La vergogna, ci raccontano gli psicoanalisti, è diventata un tabù. O meglio, si è trasformata in vergogna-di-non-aver-successo, di non essere notati: la terribile vergogna d’essere nessuno. Ha scritto uno psicologo che la nostra vergogna contemporanea consiste nel sentimento del fallimento della propria esibizione. Ci si vergogna di vergognarsi, poiché questo richiama l’attenzione di tutti sull’unica cosa che si vuole nascondere: l’insuccesso. Non è più vero come nel passato che la vergogna costituiva comunque un valore, e designava ciò che distingue l’essere umano dagli animali. La vergogna della società contemporanea è una “vergogna sulla pelle” o, come dicono gli psicologi, una “vergogna amorale”.<br />
Alla fine del <em>Processo </em>K., mentre viene sgozzato dai signori in nero che lo hanno prelevato nel suo appartamento, fa in tempo a dire di sé: “Come un cane!”; e mentre muore prova la sensazione che la vergogna gli debba sopravvivere. La vergogna è davvero morta con K.<br />
Nessuno si vergogna del conformismo che sembra dominare la nostra società attuale, così come non ci si accorge che l’etica del successo, motore del processo d’omologazione, è connessa con la grande frequenza di disturbi dell’identità e delle patologie del Sé. Nelle scuole gli  insegnanti, prime vittime di questo sistema, si meravigliano della timidezza dei loro allievi e non al contrario della loro sfrontatezza. Tutti noi oggi siamo spinti a essere attivi, a “fare”, come se la produttività fosse il segno di una vitalità sana, e non invece il contrario. Il bisogno di stare soli con se stessi, di non comunicare, di non fare, di non scambiare messaggi, sembra appartenere ad una patologia individuale piuttosto che a una sana esigenza di vivere nei limiti del proprio possibile; e questo là dove invece tutti chiedono l’impossibile.<br />
In un passo di un recente libro Giorgio Agamben riflette su due espressioni dell’uomo odierno che ci sentiamo ripetere ogni giorno dovunque: “Non c’è problema”; oppure: “Si può fare”. Il non-fare, scrive Agamben, è invece  la garanzia stessa del fare: “Colui che è separato da ciò che può fare, può, tuttavia, ancora resistere, può ancora non fare. Colui che è separato dalla propria impotenza perde invece, innanzitutto, la capacità di resistere”.<br />
La capacità di resistere, ecco cosa stiamo perdendo. Tutti si chiedono: cosa dobbiamo fare in questa situazione? La domanda andrebbe rovesciata: cosa dobbiamo non fare?<br />
Nessuno meglio di Andy Warhol ha saputo raccontare questa società senza pudore e senza vergogna, una società in cui “ogni desiderio trascendente si è ritirato, lasciando il posto solamente all’immanenza dell’immagine”, come ha scritto Jean Baudrillard. Le opere di Warhol sono la meravigliosa rappresentazione della nostra condizione, proprio per questo ci attraggono, ci ammaliano: le guardiamo incantati e stupiti di trovare sulla loro superficie la forza scintillante del Nulla.<br />
Il Nulla è la musa inquietante del nostro tempo.<br />
Ha affermato Warhol in uno dei suoi libri: “Sono certo che guardandomi allo specchio non vedrò nulla. La gente dice sempre che sono uno specchio, e se uno specchio si guarda allo specchio cosa può trovarci?”. E più avanti: “Alcuni critici hanno detto che sono il Nulla In Persona e questo non ha aiutato per niente il mio senso dell’esistenza. Poi mi sono reso conto che la mia stessa esistenza non è nulla e mi sono sentito meglio. Ma ora sono ancora ossessionato dall’idea di guardarmi allo specchio e di non vedere nessuno, niente”.<br />
Warhol rappresenta il Nulla e insieme la sua aura. Sembra un paradosso, ma non lo è: egli non ha abolito la forza dell’aura, la fascinazione e la magia aleggiano intorno alla sua arte. Ha potenziato l’aura. Scrive: “Alcune aziende erano recentemente interessate all’acquisto della mia “aura”. Non volevano i miei prodotti. Continuavano a dirmi: “Vogliamo la tua aura” (…) Penso che l’aura sia qualcosa che gli altri possono vedere, e ne vedono solo quel tanto che vogliono vedere. Sta solo negli occhi degli altri”.<br />
Come ha osservato un critico in modo icastico il potere dell’aura dell’artista americano risiede nel fatto che “egli non è solo un divo fra i divi, ma anche fan tra in fan”. È al tempo stesso attore e spettatore, voyeur ed esibizionista. Questa è la forma contemporanea dello spettacolo che ha cancellato il senso della vergogna.<br />
E questa è anche la forma del potere politico esercitato oggi in Italia da Silvio Berlusconi, perfetto personaggio warholiano, incarnazione dell’estrema insignificanza, quella che, per parafrasare Baudrillard, fa il vuoto intorno a sé, e verso la quale tutti i desideri sono irrefrenabilmente attratti. “Questa insignificanza – aggiunge il filosofo – non è tanto facile. Nello spazio vuoto del desiderio i posti sono cari”.<br />
L’artista contemporaneo non coincide più con la sua opera, ma si situa all’incrocio tra l’aura che promana e le aspettative del pubblico, ovvero coincide con la sua stessa commercializzazione. Più è commerciale, più ha successo; e più ha successo, più è commerciale. A metà degli anni Settanta, anticipando quel decennio di sterminio del senso che sono stati gli anni Ottanta, Warhol poteva scrivere: “Oggigiorno sei considerato se anche sei un imbroglione. Puoi scrivere libri, andare alla TV, concedere interviste: sei una grande celebrità e nessuno ti disprezza anche se sei un imbroglione. Sei sempre una star. Questo avviene perché la gente ha bisogno delle star più di ogni altra cosa”.<br />
Guardo le fotografie della festa di compleanno a Casoria – Noemi, i genitori di Noemi, il Presidente del Consiglio, gli amici di Noemi, i camerieri e i cuochi del ristorante. Sembrano uscite da un libro fotografico di Andy Warhol, oppure estratte or ora da una delle casse dove l’artista americano custodiva tutti i ritagli, i biglietti, le cartoline, le annotazioni, le cianfrusaglie, tutto ciò che la sua vita sfiorava. Sono immagini insignificanti, come i pezzi del reale che portiamo in tasca, scontrini del supermercato, biglietti del tram, liste della spesa, ricevute, ritagli; tutte cose che finiscono nel cestino della carta. Sono immagini pronte per la nuova edizione di <em>Cafonal</em>, l’album warholiano confezionato da Roberto D’Agostino.<br />
Costituiscono il racconto di una inespressività meticolosa, la suprema volontà di insignificanza, quella volontà, lo ha notato Baudrillard a proposito dell’opera di Warhol, che è la vera versione contemporanea della volontà di potenza.<br />
È con questa volontà che ora dobbiamo fare i conti, con la sua “pretesa minima dell’essere, la strategia minima dei fini e dei mezzi”.<br />
L’unica cosa che noi possediamo è la capacità di formulare giudizi. Provare a giudicare ciò che con costanza cerca di sottrarsi al nostro giudizio, ciò che cerca di condurci nel campo degli “stati d’animo”, d’appenderci all’istante eterno, senza passato e senza futuro. Come aveva capito Warhol tutto in America, e ora in Italia, comincia e finisce con gli stati d’animo.</p>
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		<title>Gentilissimo Vittorio Sgarbi</title>
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		<pubDate>Thu, 07 Jun 2007 21:31:30 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Gianni Biondillo Gentilissimo Vittorio Sgarbi, le parlo non come scrittore ma come cittadino, come un milanese che scrive all’assessore alla Cultura della sua città. Quello che siamo, in fondo. Certe volte avere ragione, certe volte poter dire “lo sapevo, ve l’avevo detto io”, certe volte fregiarsi di una lungimiranza da Cassandra di quart’ordine è [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img src='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/06/big.gif' alt='big.gif' /><br />
di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Gentilissimo Vittorio Sgarbi,<br />
le parlo non come scrittore ma come cittadino, come un milanese che scrive all’assessore alla Cultura della sua città. Quello che siamo, in fondo.<br />
Certe volte avere ragione, certe volte poter dire “lo sapevo, ve l’avevo detto io”, certe volte fregiarsi di una lungimiranza da Cassandra di quart’ordine è cosa davvero poco piacevole. Avrei preferito avere torto. Avrei preferito essere smentito.<span id="more-3999"></span><br />
Circa un mese fa, in concomitanza di una manifestazione culturale patrocinata dal Comune di Milano, <em>Officina Italia</em>, ho posto delle domande, antipatiche forse, ma davvero accorate. Non hanno ricevuto risposta. Quello che è stato <em>Officina Italia</em>, l’ho detto e non ho problemi a ripeterlo, è stata una iniziativa culturale davvero importante in un panorama culturale, quale quello meneghino, sempre più desolato. Avevo fiducia in chi l’organizzava, la stima e l’amicizia che mi lega ad Alessandro Bertante e Antonio Scurati erano per me una garanzia. E proprio a loro per primi, in privato e in pubblico, sui giornali, in radio, ho esposto alcuni dubbi. Dubbi di chi crede nella positività di ogni progetto, nella virtuosa circolazione delle opinioni, anche se stonate dal coro plaudente. Trovavo, ad esempio, improprio, incomprensibile, l’elenco degli autori invitati: così difformi, così dissonanti da non trovarci un vero filo rosso che li tenesse assieme. Che c’entrano Saviano con Baricco, Fois con Piperno, Maggiani con Buttafuoco? Che c’azzeccano? Il <em>parterre de roi </em>messo sul piatto della comunicazione massmediale era da far tremare le vene ai polsi: di primo acchito sembrava fosse lo sfoggio di <em>star</em> della scrittura (ben inteso: scrittori, alcuni, di enorme qualità, umana e artistica)  l’unico criterio di selezione. Mi è stato risposto, nello specifico da Scurati, con schiettezza, che la loro era una strategia che cercava di coinvolgere il mondo della cultura nazionale, radicando nel territorio la manifestazione e permettendo, perciò, maggiore autonomia di ricerca negli anni a venire. Ci ho creduto. I tre giorni di <em>Officina Italia</em> hanno dato ragione agli organizzatori. La manifestazione è stata bella, ricca, importante. Il pubblico, non solo quello degli addetti ai lavori, ha risposto con entusiasmo.<br />
Ma, avrà capito caro assessore, io sono uno di quelli che i dubbi sulla pioggia a venire se li pone sempre, anche durante le belle giornate di sole.<br />
Il dubbio lo espressi nelle pagine meneghine di un quotidiano, proprio in quei giorni. Mi chiedevo: ma tutto ciò, l’arrivo di scrittori di vaglia, il tam tam mediatico, la sede prestigiosa, ci permetteva di ipotizzare <em>Officina Italia</em> come una testa d’ariete che sfondava il muro d’indifferenza verso la scrittura viva e fosse perciò inclusiva, germinativa, vivificatrice di nuove realtà meneghine, oppure, non sicuramente per volontà di Bertante e Scurati, ma a un livello più alto, quello dell’amministrazione comunale, tutto terminava qui, nell’ennesima vetrina autocelebrativa, come una pietra tombale che chiudeva ogni discorso di diffusione capillare della cultura nel territorio? Per dirla con Eliot, <em>not with a bang but a whimper</em>?<br />
Mi chiedevo: e tutte le altre realtà che da anni operano a Milano, troveranno giovamento da tutto ciò o dovranno, Dio ce ne scampi, tirare i remi in barca, avendo l’amministrazione nient’affatto aumentato i fondi per la cultura, coll’aumentare delle iniziative?<br />
Chiedevo, voce nel deserto, d’essere smentito dai fatti. Così non è stato, il silenzio ha imperato per un mese. Poi la notizia del mancato patrocinio al <em>Festival del cinema gay e lesbico</em> è stata la prima delle risposte che non volevo sentire. Ma la mia indignazione, forse perché mi occupo di scrittura, ha raggiunto il parossismo di fronte alla notizia che <strong>La Biblioteca in giardino</strong>, per gli amici BIG, a tutto giugno, quando la programmazione doveva essere fatta già da mesi, ancora non aveva ricevuto nessun tipo di finanziamento pubblico né nessuna promessa formale o informale al sicuro patrocinio.<br />
Assessore, lei è qui da un anno appena, forse non sa di cosa sto parlando.  Potrei chiederle di informarsi presso sua sorella, attenta osservatrice degli eventi culturali milanesi, essa stessa curatrice della prestigiosa <em>Milanesiana</em>. BIG, da otto anni, porta nelle biblioteca rionali, che siano esse del centro o della periferia estrema, musicisti, narratori, poeti, artisti. Alcuni esordienti al loro primo libro, altri di vaglia internazionale, autori inglesi, francesi, americani. A Lambrate, alla Bovisa, a Quarto Oggiaro. Lo so, quella delle periferie è una mia ossessione. Ma qui non si tratta di mera demagogia. La Biblioteca in Giardino è stata, per anni un successo autentico di pubblico, <em>low cost</em>. La risposta degli abitanti dei quartieri è sempre stata colma di entusiasmo. Ricordo una serata di un paio di anni fa, dove io, alle 21.00 di sera, avrei dovuto essere, insieme proprio a Bertante, uno degli ospiti della biblioteca rionale di via Odazio, al Giambellino (sì, quella del Cerrutti Gino, assessore).  Piovve per tutto il pomeriggio. Diluviò. Mesti mesti i bibliotecari, riportarono al riparo le sedie fradice. Già prevedevo una <em>debacle</em> storica. Alle 21 e un minuto, d’incanto, la pioggia terminò, come se qualcuno, lassù, avesse finalmente riparato la falla idrica. Un quarto d’ora dopo, di fronte allo stupore quasi infantile dell’organizzatore della serata, la sala si riempì come un uovo, di ragazzi, pensionati, studenti, operai, impiegati, casalinghe, attirati non certo da me ma dall’idea che finalmente si facesse qualcosa di diverso, anzi: qualcosa!, in quel quartiere. Ecco perché trovo scandaloso che la <em>Biblioteca in Giardino</em> non abbia ancora ricevuto quel patrocinio comunale che si è guadagnata, negli anni, sul campo.<br />
Quando ho espresso queste lamentele ad un giornalista del maggiore quotidiano nazionale ho ricevuto una risposta davvero paradgmatica: “ma c’è già <em>Officina Italia</em>, c’è già la <em>Milanesiana</em>. Se uno vuole, prende un tram e viene in centro”. E no, miei cari. Questa è una risposta, oltre che deprimente, classista. Sono stufo di vedere accadere tutto dentro la cerchia dei bastioni. Sono indignato dall’idea che il resto del territorio comunale sia considerato, ancora oggi, nel 2007, un semplice deposito di braccia rubate all’agricoltura, quartieri dormitorio dove nulla di davvero interessante, possa o debba accadere. Sono furibondo al pensiero che la cultura in questa città resti una cosa da esporre come un gioiello di famiglia nei salotti bene, depotenziata, pastorizzata, imbellettata.<br />
Lei, assessore, che non ha avuto problemi a lodare iniziative artistiche estreme, quali quelle del Leoncavallo, apprezzerà chi oggi in quelle periferie sta organizzando, dal basso, incontri pubblici, letture di poesie, concerti nei cortili ultrapopolari. Proprio per questo, proprio perché lo spauracchio della sicurezza è stato sventolato dalla sua amministrazione, lei sa meglio di me che le biblioteche non devono essere abbandonate alla grigia burocrazia, ma possono essere trasformate in presidi, nel territorio, di legalità e di cultura viva, apprezzando e qualificando chi da anni ci lavora con dedizione (e ce n’è davvero di bibliotecari entusiasti, vada a cercarli).<br />
Svuotiamo una volta tanto il nostro centro congestionato di eventi spesso solo autocelebrativi, e proviamo, una volta tanto, ad avere il coraggio di trasferirli sul territorio. Portiamo <em>Officina Italia</em> al Gratosoglio o alla Bovisa, chieda a sua sorella di rinunciare al <em>Dal Verme</em> e portare la <em>Milanesiana</em> a Quarto Oggiaro  o a Baggio. Per una volta siano gli abitanti del centro a prendere l’autobus o la metropolitana, muovano i loro preziosi deretani e li portino dove mai sono stati.<br />
Io non ho interesse alcuno a difendere BIG. Non sono fra gli organizzatori, non ho nessun ritorno né d’immagine, né economico. Non è improbabile che questo mio sfogo mi procuri persino, se non dei nemici, quanto meno delle scrollate di capo sarcastiche. Ma quando ho saputo che gli organizzatori degli scorsi anni, di tasca loro, finanzieranno la loro <em>Biblioteca in Giardino</em>, come a rispettare un patto d’onore con chi negli anni (e sono state migliaia e migliaia di persone) li ha seguiti con entusiasmo, ho sentito il dovere di dichiarare la mia solidarietà. Non so se sarò il solo. Non so se altri scrittori, poeti, intellettuali, artisti, lettori, sentiranno il bisogno di solidarizzare, di partecipare attivamente alla riuscita di una iniziativa che organizzata in tempi così ristretti e senza i necessari fondi, può apparire solo come un suicidio annunciato. Ma io amo i folli, assessore, amo i sognatori. E le chiedo, da folle, da sognatore, di attivarsi per quel patrocinio, le chiedo quella solidarietà, attiva, sul campo, che le biblioteche rionali di tutta la città chiedono a chi li amministra. E con loro anche tutta la popolazione che per disgrazia o per fortuna, in centro non vive e non vivrà mai.</p>
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