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	<title>omosessualità &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>I Neoplatonici di Luigi Settembrini &#8211; Domenico Conoscenti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giuseppe schillaci]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Sep 2019 11:56:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
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					<description><![CDATA[Note da I Neoplatonici di Luigi Settembrini (Mimesis, 2019) &#160; III. b. Una singolare fiaba di formazione &#160; I Neoplatonici non è soltanto una liberatoria favola erotica intessuta di malizie e di ammicchi: la trama è visibilmente organizzata in tre blocchi narrativi che scandiscono per i protagonisti un originale percorso di educazione sentimentale. Il primo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center"><strong>Note da <em>I Neoplatonici di Luigi Settembrini</em> (Mimesis, 2019)</strong></p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignnone wp-image-80390 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/lgbti-conoscenti-neoplatonici-luigi-settembrini-200x300.jpg" alt="" width="275" height="400" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>III. b. Una singolare fiaba di formazione</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>I Neoplatonici</em> non è soltanto una liberatoria favola erotica intessuta di malizie e di ammicchi: la trama è visibilmente organizzata in tre blocchi narrativi che scandiscono per i protagonisti un originale percorso di educazione sentimentale. Il primo blocco (capitoli 1-2) mostra la nascita della relazione fra Doro e Callicle e prosegue con la riflessione sull’<em>amore platonico</em> che essi compiono e mettono in pratica insieme al filosofo Codro; nel secondo (capitoli 3-5) vengono raccontati gli incontri dei protagonisti con Innide e le considerazioni sulla scoperta del rapporto con la donna; infine nel terzo blocco (capitoli 6-8), Callicle si innamora di Psiche, dopo un episodio guerresco, che vede coinvolti entrambi i protagonisti, Doro si innamora di Ioessa, e con queste fanciulle i due convolano a felici e feconde nozze, senza peraltro smettere di amarsi.</p>
<p>Attraverso questa articolazione il «racconto osceno sino a la metà» può integrare la <em>metà</em> restante, lasciata nell’<em>Avvertenza </em>priva di qualunque connotazione, riceverne e darle senso, svelarne la coerenza e la finalità interne. Le modalità, la forma propria di questo percorso di formazione vengono determinate dalla cultura di quella “antica Atene”, all’interno della quale esso è collocato e di cui Settembrini ha una conoscenza non superficiale, che gestisce però da artista, in modo da trarne – anziché un verosimile racconto “storico” – una fiaba o, ancora meglio, una parabola di formazione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Capitoli 1-2. Aperto favolisticamente <em>ab ovo</em> con le origini dei genitori dei protagonisti, il primo capitolo mostra Doro e Callicle legati fin da bambini di un affetto che li porta a condividere qualunque esperienza fino a quando capiscono che il sentimento e la confidenza fisica che li uniscono da sempre si sono trasformati in amore:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Erano già efebi, e già sentivano quell’interno rimescolamento quell’angoscia che è il primo segno la prima voce di amore. E Doro disse: Io sento, o Callicle, che t’amo con un nuovo ardore, e maggiore di quello che ho sentito sinora. E credo sia quell’amore che secondo il divino Platone, gli Dei mettono nel petto soltanto dei savi, quell’amore che nutrisce la sapienza e la purifica, che unisce e rende prodi i giovani guerrieri. Sì, o Doro, disse Callicle: io non amo che te, e più forte di prima, e credo che sia nato in noi questo amore platonico. Godiamone ora che ne è tempo. [APP, p. 187]</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La consapevolezza non si tinge, modernamente, di inquietudine, di tormento, di vergogna per il sesso dell’oggetto d’amore: nel sentimento appena scoperto i protagonisti ravvisano i tratti di quell’amore di cui ha parlato Platone (che coinvolge i savi, cioè i filosofi, e i giovani guerrieri) e che è positivamente riconosciuto dalla cultura della polis. Se il collegamento pederastia-filosofia si affaccia in alcuni luoghi di Luciano di Samosata, in modo particolare negli <em>Amori</em> (per quanto condotto sul filo ambiguo della castità),<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a> non si riscontra nella sua opera alcun accostamento tra omosessualità e virtù guerriere, se non implicitamente per qualche generico cenno alla coppia Achille-Patroclo.</p>
<p>L’esortazione di Callicle a vivere insieme e consapevolmente l’amore appena scoperto non ha l’urgenza che risuona nel rapporto pederastico, ammissibile per l’amato solo nell’arco adolescenziale, prima che giunga a compimento lo sviluppo fisico e sessuale. La prima voce del loro amore si fa sentire infatti a diciotto anni, con l’ingresso nell’efebia,<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a> che ad Atene sanciva, col compimento dei vent’anni, il passaggio al mondo degli adulti. Trovata la maniera in cui esplicitarlo anche sessualmente, «l’amore dei due giovani non ebbe più smanie né angosce», chiudendo il momento in cui avevano sentito per la prima volta «quell’angoscia che è il primo segno, la prima voce di amore». Da allora, la relazione fra Doro e Callicle, più che semplicemente inserirsi nella quotidianità della vita a scuola, a casa, con i vicini&#8230; rafforza e rende più serena, positiva, <em>sennata</em> la loro partecipazione agli impegni quotidiani, alle mansioni e ai doveri richiesti dal loro ruolo sociale. Appare qui la prima eco platonica indipendente dalla mediazione di Luciano, un ricordo del mito raccontato da Aristofane nel <em>Simposio</em>: dopo aver tagliato in due gli esseri sferici, Giove trasferisce i loro genitali sul davanti affinché, se si fossero incontrate le metà maschio-femmina, esse perpetuassero la discendenza umana, «se invece si fossero trovati insieme un maschio con un maschio, ne venisse almeno sazietà dallo stare insieme e smettessero e si volgessero al lavoro e si curassero del resto della vita».<a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a></p>
<p>La reciprocità del diletto viene a ragione ribadita dopo che ha iniziato a includere la penetrazione, sempre replicata a ruoli inversi già dalla prima volta: «E così vivevano pigliandosi diletto con temperanza, e tanto ne pigliava l&#8217;uno quanto l&#8217;altro, una volta per uno in ogni cosa e sempre, come vuole giustizia ed amore» [APP, p. 189]. Che <em>giustizia ed amore, </em>dittologia ripetuta in chiusura di capitolo, sia da intendere nel senso dell&#8217;assoluta eguaglianza<a href="#_ftn4" name="_ftnref4">[4]</a> e reciprocità affettivo-sessuale è evidente; <em>temperanza</em>, l’altra parola chiave<em>,</em> verrà ripresa dal filosofo Codro, in contrapposizione alle caratteristiche del rapporto con la donna.</p>
<p>È possibile cogliere in questo primo capitolo uno scarto fondamentale nell’<em>amore platonico</em> di Doro e Callicle rispetto al modello che emerge nei testi di Luciano, perché il rapporto fra i due comincia quando di solito, per l’amato, terminava il rapporto pederastico, cioè con la fine dell’adolescenza (attorno ai diciassette-diciotto anni).<a href="#_ftn5" name="_ftnref5">[5]</a> Si ricordi infatti negli <em>Amori</em> l’osservazione di Caricle, paladino degli amori “eterosessuali” e detrattore di quelli “omosessuali”:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma se uno tenta un giovanotto di vent’anni, parmi che ei cerchi piuttosto di esser picchiato [= sodomizzato] egli. Chè a quell’età le membra sono già dure e fatte, le gote non più morbide ma aspre e folte di barba, le cosce vigorose sono ispide e brutte di peli, le altre parti nascose le lascio a voi che le conoscete. [LUC, II, p. 237]</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Siamo al di fuori della concezione pederastica anche perché l’uguaglianza anagrafica tra amante e amato è strettamente correlata, come si è visto, alla più sconvolgente uguaglianza dei ruoli all&#8217;interno del rapporto sessuale.<a href="#_ftn6" name="_ftnref6">[6]</a></p>
<p>Il narratore, già intervenuto nel ruolo del testimone nella parte inziale, si inserisce in prima persona anche nel finale:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Ed io credo</em> che se gli Dei immortali riguardano a le cose che fanno gli uomini, hanno dovuto compiacersi a mirare questa bellissima, e forse sentire invidia di due fiorenti giovanetti che tanto si amano fra loro, e godono secondo giustizia e amore. [APP, p. 189]</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il compiacimento degli Dei riprende il cenno contenuto nella “confessione” di Doro, in base al quale l’amore platonico è ispirato dalle divinità. L’intervento della voce narrante ribadisce la legittimità di quell’amore, visto con favore dagli Dei, <em>forse </em>pure invidiosi di tale sentimento goduto secondo giustizia e amore (la <em>reciprocanza</em>). Doro e Callicle stanno sperimentando qualcosa di sconosciuto perfino all’esperienza divina: gli esempi di Giove e Ganimede e di Apollo e Jacinto, ricordati da Settembrini nel <em>Discorso </em>premesso alla traduzione di Luciano, rinviano infatti al modello pederastico, asimmetrico e perciò privo di <em>giustizia</em>.</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Cfr. LUC, II, pp. 236-37, 241 e 249.</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> L’<em>efebia</em> era una sorta di addestramento militare istituzionalizzato (che includeva anche un’educazione letteraria e musicale) della durata di due anni, al termine dei quali i giovani acquisivano la piena cittadinanza.</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> Cfr. Platone, <em>Simposio. </em>Testo a fronte. Traduzione e commento di M. Nucci. Introduzione di B. Centrone, Einaudi, Torino 2009, p. 85.</p>
<p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> Cfr. anche <em>Di non credere facilmente alla dinunzia:</em> «Nessuno può negare che la giustizia consiste nell’eguaglianza in ogni cosa, e nel niente di soverchio, e la ingiustizia nella disuguaglianza e soverchianza», LUC, III, p. 109.</p>
<p><a href="#_ftnref5" name="_ftn5">[5]</a> E. Cantarella, <em>op. cit.</em>, pp. 58-65 sostiene che l’età per essere <em>eromenos</em> andava solitamente dai dodici ai diciassette-diciotto anni, appunto; sull’estensione di tali limiti cfr. anche G. Dall’Orto, <em>Tutta un’altra storia</em>, cit., pp. 60-63.</p>
<p><a href="#_ftnref6" name="_ftn6">[6]</a> Cfr. K. J. Dover, <em>op. cit.</em>, p. 91: «si poteva essere erastés ed erómenos nello stesso momento, ma non era possibile essere l’uno e l’altro nei confronti della stessa persona». E. Cantarella, <em>op. cit</em>., p. 70, ritiene che il discredito nel caso di rapporti omosessuali fra adulti, non fosse globale: «Ricalcando il modello della coppia pederastica, quella composta da due adulti prevedeva che uno solo dei due assumesse il ruolo dell’amato: e in questo stava, appunto, il problema sociale e morale che determinava tensioni, contraddizioni, ambiguità, e non poca ipocrisia. Uno solo dei due violava formalmente le regole. E la società greca rispondeva a questa constatazione applicando i tipici criteri di una “doppia morale”. Uno solo dei due era il vizioso, l’indegno, quello da ridicolizzare: quello che, per lo più, veniva definito <em>katapygōn</em>».</p>
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		<title>Xenofemminismo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 Feb 2019 06:00:31 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Ceci Kulp “Mentre il capitalismo è inteso come una totalità complessa e in continua espansione, molti aspiranti progetti anticapitalisti di emancipazione continuano ad avere una profonda paura di transizionare all&#8217;universale e resistono alle politiche che riflettono sul quadro d’insieme, condannandole come vettori necessariamente oppressivi. Tale falsa garanzia considera gli universali come assoluti, generando una [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di <strong>Ceci Kulp</strong></p>
<p><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-77664" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/xenofemwave.jpg" alt="" width="1024" height="682" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/xenofemwave.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/xenofemwave-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/xenofemwave-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/xenofemwave-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/xenofemwave-200x133.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/xenofemwave-160x107.jpg 160w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p>
<p style="text-align: right;"><em> “Mentre il capitalismo è inteso come una totalità complessa e in continua espansione, molti aspiranti progetti anticapitalisti di emancipazione continuano ad avere una profonda paura di transizionare all&#8217;universale e resistono alle politiche che riflettono sul quadro d’insieme, condannandole come vettori necessariamente oppressivi. Tale falsa garanzia considera gli universali come assoluti, generando una disgiunzione debilitante tra ciò che cerchiamo </em><em>di destituire e le strategie che promuoviamo per riuscirvi.”<br />
XF Manifesto, Laboria Cuboniks</em></p>
<p>Interrompere 0x05 <a href="http://www.laboriacuboniks.net/it/index.html#interrupt/1">http://www.laboriacuboniks.net/it/index.html#interrupt/1</a></p>
<p>Il libro di recente pubblicazione “Xenofemminismo” di Helen Hester  (uscito a novembre 2018 con Produzioni Nero, tradotto in italiano da Clara Ciccioni) da’ una panoramica illuminante sul tema del postumanesimo coprendo nello specifico i temi della riproduzione sociale e dell&#8217; accelerazionismo. Il saggio si propone di estendere il discorso iniziato dal Manifesto Xenofemminista del collettivo Laboria Cuboniks (&#8220;Xenofeminism: A Politics for Alienation&#8221;) e allo stesso tempo di muovere verso la riprogettazione del mondo facendo un passo ulteriore nella direzione di una ridefinizione delle relazioni. Attraverso esempi pratici il testo mette in evidenza i vincoli del sistema culturale circostante all&#8217;interno del quale nascono le tecnologie, e pone le basi per la considerazione di un attivismo femminista consapevole.</p>
<p>Iniziando dalla definizione di Xenofemminismo (XF), “una forma di postumanesimo anti-naturalista, tecno-materialista e per l’abolizione del genere”  , la dissertazione di Hester spiega molto chiaramente i tre argomenti principali a supporto del movimento XF: la tecnologia come uno strumento per l’attivismo  , la natura come campo sconfinato della scienza  , e il genere come concetto ridicolo e obsoleto.</p>
<p>Concludendo direi che questo libro è una lettura obbligatoria, un punto di vista razionale e <i>altro</i> carico di accelerazionismo disilluso, una chiamata all’azione che va dritta al punto.</p>
<p>Esaminerò brevemente il testo con la speranza di generare qualche diffrazione   </a>significativa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>La tecnologia è sociale tanto quanto la società è tecnica </strong><strong><br />
</strong></p>
<p>La mitologica percezione di tutto cio’ che e’ <i>tecno</i> come capacità di rimediare qualsiasi imperfezione e’ molto oltre una visione realistica del mondo in cui viviamo.</p>
<p>La tecnologia e’ uno strumento che rimane legato, dal primo concepimento dell’idea fino al suo <i>repurposing</i>, alla sudicia condizione di distribuzione del potere e delle risorse . Non c’e’ nulla di pulito e puro riguardo alla tecnologia e lo XF dovrebbe esserne conscio quando il suo utilizzo mira ad impattare la vita di una donna/queer. </p>
<p>Il punto di partenza della Hester e’ un campanello d’allarme per le menti disincantate che credevano ancora in un futuro tech-salvatore che avrebbe automagicamente liberato l’individuo.  In breve, un discorso attivista che considera gli aspetti tecnologici come materia di “esperti”/”altri” non capisce il potenziale di questi strumenti per l’intervento politico  , e nega la propria responsabilità facendo un passo che oltrepassi la complessità socio-tecnica.</p>
<p><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-77661" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/anonlabcoatsblu.jpg" alt="" width="1024" height="617" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/anonlabcoatsblu.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/anonlabcoatsblu-300x181.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/anonlabcoatsblu-768x463.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/anonlabcoatsblu-250x151.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/anonlabcoatsblu-200x121.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/anonlabcoatsblu-160x96.jpg 160w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p>
<p><b>Il naturale come spazio di contestazione </b><b><br />
</b></p>
<p>Sulla stessa linea del progresso tecno-materialista c&#8217;è l’importanza di eliminare l’ipocrisia di una categorizzazione semplicistica del vissuto. Ciò risiede nell’approccio anti-naturalistico, il quale spiega come nulla sia sacro, nulla sia’ soprannaturale, e a maggior ragione la natura in se’ non lo sia.   Hester chiarifica questo concetto sollevando l’argomento problematico per cui alcune politiche femministe tendono a romanticizzare la sofferenza causata dalla condizione biologica (ad esempio la gravidanza). Questo tipo di progetto politico che delinea la natura come  limite, porta solo all’idea conservatrice della differenza radicale.   Il corpo dovrebbe invece essere il luogo di intervento tecnopolitico femminista. </p>
<p><b>Un mondo in cui Il genere si </b><b><i>moltiplica </i></b><i></i><b><i><br />
</i></b></p>
<p>Il terzo punto del discorso XF è l’abolizione del sistema di genere binario  , o in altre parole: XF non e’ una chiamata per l&#8217;austerità del gender ma per una post-scarsità del genere  . Hester non si riferisce solo al genere ma a tutte le strutture che agiscono come criterio di oppressione  incluso il concetto di identità stesso. E’ immediatamente chiaro che centinaia di menù a tendina  non possono essere la soluzione e che la <i>diversità</i> così com’è oggi nel discorso politico sta solo fingendo di coprire lo spettro dell&#8217;alterità.</p>
<p><b>Un futuro tecno-alieno </b></p>
<p>Dopo aver esplorato i fondamenti dello XF nella prima parte del libro, Hester continua la sua dissertazione immergendosi nel problema della riproduzione sociale e biologica. Affrontando l’idealizzazione del* Bambin* (metafora di un futuro che necessita di essere protetto) e mettendo in evidenza come questa norma subdola sia la sistematica consolidazione della riproduzione infinita dell’identico. <br />
Parzialmente supportata dal mito della femminilità nel discorso eco-femminista, il vocabolario utilizzato da queste politiche descrive specificatamente come tossica qualsiasi cosa che fermi il divenire del* Bambin*, rivelando così una paura della mutazione: il queer come elemento inquinante.<br />
Preservare questo futuro immutato è uno degli obiettivi che la nostra società del consumismo ha consolidato attraverso un meccanismo di copia guidato dalla ripetizione/alienazione.<br />
Per una società che si muove sforzandosi per l’<i>alterato</i> e non per l’utopica copia del sé è necessario enfatizzare la solidarietà XF e la riproduzione relazionale (“Generate parentele, non bambini!”). </p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-77662" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/cyborg.jpeg" alt="" width="1024" height="341" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/cyborg.jpeg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/cyborg-300x100.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/cyborg-768x256.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/cyborg-250x83.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/cyborg-200x67.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/cyborg-160x53.jpeg 160w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p>
<p>In fine Hester conclude il libro con le “tecnologie XF” portando degli esempi tangibili di come possa essere una tecnologia xenofemminista, e quali siano le dipendenze che non possiamo ignorare quando la tecnologia viene riadattata. Ad esempio: conoscere l’importanza dell’assistenza sanitaria open source e dell’accesso all’auto-aiuto non deve soddisfare, perché stiamo ancora facendo affidamento su un’infrastruttura medica e un sistema di informazione dato.</p>
<p>E’ forse necessario muovere oltre, verso una mentalità che revisioni le modalità di hacking in modo da ripensare e proporre nuovi sistemi  alternativi. Questo e’ l’effettivo campanello d’allarme che le politiche di sinistra non possono ignorare ed e’ anche una domanda aperta per i prossimi passi della tecnopolitica xenofemminista. </p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p><b><i>Accelerazionismo del Gender</i></b></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Diffrattendo oltre dalla tesi di Hester, vorrei proporre le basi per la possibile esistenza di un movimento <i>gender accelerazionista</i>.</p>
<p>Mentre e’ sotto gli occhi di tutti che la xenofobia verso le ramificazioni del gender non è  morta, e al contrario prolifera con il crescere dei movimenti di estrema destra in tutto il globo, d’altra parte facciamo esperienza di uno sforzo molto interessante da parte di molte aziende capitaliste verso la multiculturalità e la multi-diversità degli ambienti di lavoro. Una prospettiva neoliberale che porta un senso di appartenenza ai colleghi affiliati.</p>
<p>La maggior parte delle corporazioni hanno politiche antidroga, politiche contro l’alcol negli ambienti di lavoro, politiche dog-friendly, politiche per la consegna di frutta gratuita contro la carenza di vitamine, e pure politiche direzionali per il programma di esercizi di ergonomia per quelli che stanno bloccati a smanettare al PC. Ma voglio mettere in discussione il fatto che queste politiche non vadano abbastanza a fondo, perché il gender rimane comunque il meno definito con “solo” le comunità LGBTQ ad avere la più grande fetta di considerazione nelle politiche anti-discriminatorie.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-77660" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/lelameme.jpg" alt="" width="603" height="452" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/lelameme.jpg 603w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/lelameme-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/lelameme-250x187.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/lelameme-200x150.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/lelameme-160x120.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/lelameme-400x300.jpg 400w" sizes="auto, (max-width: 603px) 100vw, 603px" /></p>
<p>Ed è per questo che propongo di far salire a bordo del movimento accelerazionista gender tutte gli sforzi per la diversità’ e di spingere a velocità massima.<br />
Che cosa significa portare più donne nella forza lavoro con politiche egualitarie? O supportare trans e omosessualita’ durante le dimostrazioni per i diritti civili (es. conglomerati multinazionali come Amazon hanno partecipato e finanziato intere porzioni delle Pride Parades in varie città del mondo)? Questi sforzi non provano nulla se non possiamo raggiungere lo stesso per tutti i generi (im)possibili.<br />
Dovremmo cercare e muoverci verso una sistematica richiesta per piu’ e piu’ inclusione e diversificazione, “Che sboccino un centinaio di sessi!” , e chiediamo poi che queste categorizzazioni kantiane siano incluse in ogni singola politica / decisione economica.<br />
Creando una spirale di continui <i>lavori in corso</i> per la costruzione di politiche appropriate ad ogni nuovo genere che nasce, la pressione di un tale sforzo finirà per esplodere in un genere NaN che avrà un’unica via d’uscita accettabile dal loop: quella di riconoscere il concetto di genere come obsoleto.</p>
<p>C&#8217;è una vasta realtà di azioni quotidiane che può essere il punto di partenza per tale accelerazione. Sostenere e lottare per l&#8217;inclusione, con ogni mezzo possibile e penso ai meme per esempio, o il ri-formare e il ri-proporre algoritmico è un’altra possibilità. Una duplice battaglia sul lato dialettico con argomentazione che consideri una diversificazione esponenziale, e sullo spettro troll-matico creando un significato sopra un significato in uno sforzo iperrealistico che rispecchi la riproduzione sociale.</p>
<p>Lasciate che ogni XF dirotti il vostro sistema e preparatevi per la mutazione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><b>∞ = ∅</b></p>
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		<title>Appunti su “Tutta un’altra storia” di Giovanni Dall’Orto</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2016/07/10/appunti-tutta-unaltra-storia-giovanni-dallorto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 Jul 2016 05:00:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Carlo Alberto Frassanito]]></category>
		<category><![CDATA[giovanni dall'orto]]></category>
		<category><![CDATA[lgbt]]></category>
		<category><![CDATA[omosessualità]]></category>
		<category><![CDATA[recensioni]]></category>
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					<description><![CDATA[di Carlo Alberto Frassanito Quando ho letto per la prima volta Dall’Orto ero uno sbarbatello alle prese con l’etimologia dell’ingiuriativo “finocchio”. Non mi convinceva la vulgata, in auge allora come adesso, sui roghi sodomitici all’aroma d’anice. Tramite la rete, unico strumento di ricerca che potessi all’epoca permettermi, m’imbattevo casualmente nel checcabolario, dictionnaire raisonné dell’onomastica omosessuale. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Carlo Alberto Frassanito</strong></p>
<p>Quando ho letto per la prima volta Dall’Orto ero uno sbarbatello alle prese con l’etimologia dell’ingiuriativo “finocchio”. Non mi convinceva la vulgata, in auge allora come adesso, sui roghi sodomitici all’aroma d’anice. Tramite la rete, unico strumento di ricerca che potessi all’epoca permettermi, m’imbattevo casualmente nel <a href="http://www.giovannidallorto.com/cultura/checcabolario/checcabolario.html" target="_blank">checcabolario</a>, dictionnaire raisonné dell’onomastica<br />
omosessuale. E di lemma in lemma prima, di articolo in articolo poi, cominciavo ad avvicinare quel pozzo senza fondo di materiali e idee che era, ed è tuttora, <a href="http://giovannidallorto.com" target="_blank">giovannidallorto.com</a>.</p>
<p>A secoli di distanza dalla pubertà, conclusa la lettura dell’ultima pubblicazione di Dall’Orto, <a href="http://amzn.to/29ldBvS" target="_blank"><em>Tutta</em> <em>un’altra storia. L’omosessualità dall’antichità al secondo dopoguerra (edito da Il Saggiatore)</em></a>, la sensazione che ho avvertito è stata inaspettatamente la medesima dei miei lunghi anni imberbi, vale a dire quella di chi si rende conto di essersi perso un pezzo della storia, un pezzo bello grosso per giunta.</p>
<p>Nel suo libro Dall’Orto racconta svariate cose interessanti. La sua personale idiosincrasia nei riguardi dei luoghi comuni lo induce a capovolgere cliché storici putrefattisi da tempo nella nostra privata Weltanschauung. E se alcuni di questi smascheramenti provocano istantanei sollievi – è il caso della presunta bisessualità grecoromana, oppure dell’ascendenza biblica del pregiudizio sulla contranaturalità omoerotica, di origine in realtà accademico-stoica – altri generano un certo fastidioso imbarazzo (se non altro nel sottoscritto), come le prove di un’aspirazione al matrimonio egualitario risalente almeno al XVI secolo e de facto più vecchia di quanto era lecito aspettarsi; Altri ancora, poi, non è difficile vaticinarlo, susciteranno ulteriori occasioni di dibattito, primo fra tutti il rinvenimento di una concezione innatista dell’omosessualità databile all’età antica.</p>
<p><em>Tutta un&#8217;altra storia</em> è per sua esplicita ammissione uno “strano” libro di storia. Eppure, la sua “stranezza” non risiede nel programmatico rifiuto dell’impostazione per exempla, dell’immancabile, e invero un po’ voyeuristico, martirologio delle checche illustri, né tantomeno nello stile, lontano anni luce dalla prosa sedativa a cui ci ha reso avvezzi l’accademia e che, se non temessi di essere frainteso, definirei “frocio”, vale a dire ironico, franco e scintillante. Si tratta, invece, di un libro “strano” perché costantemente e volutamente polemico.</p>
<p>Fin dalle premesse del suo discorso, Dall’Orto ingaggia una mordace battaglia contro coloro chedefinisce, con intento più critico che semplificatorio, “invenzionisti”, ossia i sostenitori della tesi, di derivazione foucaultiana, per la quale l’omosessualità rappresenterebbe una costruzione sociale formatasi tra il XVIII e il XIX secolo, piuttosto che una realtà ontologica o un’immanenza umana.</p>
<p>Alla confutazione di Foucault l’Autore ha dedicato finanche un intero capitolo che, per discutibili ragioni editoriali, è rimasto escluso dal volume cartaceo, benché reperibile online.</p>
<p>C’è da dire che la polemica non è affatto pretestuosa, la questione che s’intende discutere è tutt’altro che gratuita e da essa dipende lo statuto stesso del saggio: se non si dà l’esistenza dell’omosessualità cade di necessità la ragion d’essere di una storia della stessa.</p>
<p>I termini della diatriba, nondimeno, appaiono come offuscati da alcuni fraintendimenti di fondo. Se è vero che Dall’Orto dimostra, prove documentarie alla mano, che concezioni essenzialiste e performative dell’omosessualità si sono sovrapposte in pratica da sempre e ben prima del XVIII secolo, dall’altro non si può omettere, in primis, che Foucault non era, a suo stesso dire, uno storico<br />
stricto sensu e che più volte nelle sue opere si premura di chiarire che le sue ricerche sono funzionali più al sostegno di un ragionamento, che all’accuratezza della ricostruzione storica; in secundis che, proprio in virtù della sua atipicità, Foucault muoveva da presupposti (speculativi) già di per sé antiessenzialisti, a prescindere dal fatto che si occupasse di sessualità, di follia o di checchessia.</p>
<p>L’intento di Dall’Orto appare peraltro più che nobile e s’intreccia alle motivazioni che lo hanno persuaso a scrivere una storia dei finocchi occidentali. Il ricercare nel passato le tracce di un’antica frocietà palesa il disegno di rinsaldare quell’identità omosessuale tanto a lungo e faticosamente costruita a partire dagli anni settanta del secolo scorso e così indebolita negli ultimi decenni.D’altronde, un effetto della prolificazione dei discorsi post-strutturalisti circa le nozioni di sesso, genere e orientamento sessuale, emblematizzato secondo Dall’Orto dall’infinita sequela di lettere giustapposte quotidianamente all’acronimo LGBT, è stato in modo incontestabile quello di frantumare man mano l’unità e la forza politica di una comunità minoritaria, un tempo conscia dell’importanza della sua compattezza e ad oggi focalizzata pressoché soltanto sulla propria<br />
parcellizzazione individualistica.</p>
<p>In questo processo di minorazione della minoranza, analogo a quello riscontrabile in altri gruppi “minoritari” come quello delle donne, dei precari, dei migranti e via dicendo, non è infondato scorgere una futura dissoluzione della stessa e quindi del suo potenziale oppositivo e antisistemico.</p>
<p>L’evidenza, in più, che certi discorsi di moltiplicazione identitaria provengano dall’accademia nordamericana, quelli di Butler innanzitutto, e che, come ben rileva Dall’Orto, denuncino una certa tendenza all’esportazione di modelli di contestazione estranei a quelli nostrani, porta a sospettare che stiamo forse saggiando, per dirla con Foucault, degli inediti dispositivi di sapere e potere.</p>
<p>Lungi dal voler offrire, in questa o in altra sede, alcuna proposta risolutiva circa la vexata quaestio se froci “lo si è” oppure “lo si fa”, mi limito a suggerire come la negazione di una realtà ontologica all’omosessualità non escluda a priori la costruzione di un’identità omosessuale contingente. In altre parole, non vedo perché in un contesto storicamente dato non possa comporsi senza sensi di colpa un profilo identitario, quantunque socialmente e culturalmente fondato, che accomuni fra di loro gli invertiti e con essi le lesbiche, i bisessuali, i transessuali e qualunque altro individuo sia portatore di una sessualità alternativa alla norma.</p>
<p>Si obietterà che un siffatto esperimento di artefatta integrazione possa risultare castrante e riduttivo per i soggetti che vi sono coinvolti, che sia pericolosamente simile ad alcuni tentativi di fondazione identitaria studiati a tavolino, come l’italianità neoromana di matrice fascista o la padanità pseudoceltica della Lega ante Salvini, che finisca per essere eterodeterminato dalla norma perché si realizza nella negazione della stessa. Eppure tutti questi vizi di forma sono compensati dalla forza oppositiva che una comunità coesa eserciterebbe, e al contempo attenuati dalla consapevolezza che il collante sarebbe in ogni caso un’identità ideologica e non “reale”.</p>
<p>Si tratterebbe, in sostanza, di sostituire ad un’identità gay tout court un’identità gay indebolita quel tanto che basti a non scadere, alla stregua di tutte le ideologie, in derive autoritarie, gerarchizzanti, escludenti e colonizzatrici (come quelle di chi tenta di sbiancare <a href="http://www.huffingtonpost.com/entry/roland-emmerich-stonewall-white-event_us_576ab781e4b09926ce5d493b" target="_blank">Stonewall</a>). Un’identità che si collochi nella contingenza, nell’Italia, ad esempio, in cui una legge dello Stato, salutata come progressista, non soltanto istituzionalizza una discriminazione, ma impone che il riconoscimento giuridico dei rapporti interpersonali sessualizzati passi in maniera esclusiva dallo scimmiottamento della coppia eterosessuale; oppure, per dire, nell’Occidente che sullo sfondo di una strage omofobica proietta l’arcinoto spettacolo sullo scontro di civiltà, mentre tace sulla liberalizzazione, imposta dalle lobby transnazionali, del consumo della violenza armata.</p>
<p>Nessuno nega che si parli di una possibilità molto semplice sulla carta, ma oltremodo più difficoltosa nella pratica, una possibilità destinata gratia sui a parecchi compromessi, errori e scacchi. Se non altro, tuttavia, assumendo una teoria identitaria del genere, in una prospettiva, mi si passi la locuzione vattimiana, di “sessualità debole”, una storia come quella di Dall’Orto può addossarsi il significato di quello che in effetti è: un’azione politica, l’atto sovversivo di un movimento di <em>interpretazione</em> omosessuale.</p>
<p>Giovanni Dall&#8217;Orto<br />
<a href="http://amzn.to/29ldBvS" target="_blank">Tutta un’altra storia</a><br />
Il Saggiatore<br />
ISBN 9788842818748<br />
Pagine 728<br />
€ 27.00</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>L&#8217;ordinarietà che sorprende. Qualche considerazione sulla ricezione di Carol</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 16 Jan 2016 06:00:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[cinema]]></category>
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		<category><![CDATA[Hollywood]]></category>
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		<category><![CDATA[omosessualità]]></category>
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					<description><![CDATA[di Ornella Tajani Sul piano della qualità filmica Carol di Todd Haynes è un prodotto medio, e forse è giunta l’ora di abituarsi al fatto che un film che racconta una storia omosessuale non deve necessariamente battere un qualche primato, per farsi strumentalizzare e prestarsi a vessillo dell’una o dell’altra barricata, ma può serenamente collocarsi nel [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Ornella Tajani</strong></p>
<p>Sul piano della qualità filmica <em>Carol</em> di Todd Haynes è un prodotto medio, e forse è giunta l’ora di abituarsi al fatto che un film che racconta una storia omosessuale non deve necessariamente battere un qualche primato, per farsi strumentalizzare e prestarsi a vessillo dell’una o dell’altra barricata, ma può serenamente collocarsi nel larghissimo spazio che sta tra il capolavoro e il disastro, senza disturbare nessuno dei due estremi.<br />
Le due protagoniste Cate Blanchett e Rooney Mara sono brave e convincenti, e alcuni tocchi di regia, alcune inquadrature sfumate tra il bluastro e il verde sono molto gradevoli. Detto ciò, il film risente dell’operazione di taglia e cuci cui deve averlo costretto l’adattamento dal romanzo di Patricia Highsmith: il filo della trama, ora esitante ora precipitoso, si svolge fra lacune e qualche incongruenza, e i dialoghi risuonano a volte così scontati da suscitare nello spettatore un’immediata sensazione di déjà-vu; ma forse è proprio questo effetto che, per quanto riguarda la ricezione, costituisce un punto di forza del film.<br />
Come è stato già notato, <em>Carol</em> ricalca il modello cinematografico hollywoodiano anni ’50 e ci si potrebbe sbizzarrire nel ritracciare il palinsesto di un plot che è un po’ la copia di mille riassunti, come cantava Samuele Bersani. Tuttavia, proprio muovendosi all’interno di uno spazio formale già noto, il film riesce a raccontare una storia d’amore senza nulla concedere ai temi solitamente trattati dalle narrazioni di coppia omosessuali, rifiutando inoltre lo schema dell’extra-ordinario e adottando quello dell’ordinarietà. Nessuna delle due protagoniste, ad esempio, si ritrova di colpo intimamente o dolorosamente costretta a fare i conti con l’attrazione per una donna: non lo fa Carol, seppur sposata e madre, né la più giovane Therese, nonostante abbia al suo fianco un fidanzato che la spinge a partire da New York per l’Europa. Questi due personaggi non sono donne eccezionali, non appaiono particolarmente ribelli, non hanno gusti o stili di vita sopra le righe che avrebbero potuto portarci a concludere che, negli anni ’50, un’attrazione omosessuale fosse possibile solo fra donne fuori dal comune; anche nel look e nei modi, sono in tutto e per tutto aderenti al modello femminile dell’epoca. Inoltre, Carol e Therese si desiderano senza esitazioni di sorta, e si vengono incontro in maniera determinata, senza fretta ma anche senza dubbi. Non esiste nessuna presunta <em>scusante</em> biografica o sociale alla loro voglia di stare insieme, non si indugia sul loro passato, non si precisano le passate esperienze dell’una o dell’altra con particolare zelo. Nessuna molla sofisticata fa scattare l’attrazione e il loro colpo di fulmine è di una semplicità che impedisce ogni eventuale congettura. Non c’è spazio, insomma, per le facili etichette e il rapporto tra le due donne si cristallizza in una dimensione sospesa e cangiante, non dissimile da quella rappresentata dal loro viaggio in auto, che non prevede una destinazione precisa ma non è nemmeno una classica fuga, e la cui principale ragion d’essere sta proprio nel creare la condizione dell’incontro.<br />
L’unico momento in cui lo spettro della morale fa la sua comparsa è pienamente giustificato, concreto, poiché per le protagoniste il fatto di essere due donne comporta &#8211; in maniera quanto mai attuale &#8211; un ostacolo di ordine giuridico, ossia l’affidamento a Carol della figlia che il marito vuole sottrarle. A questo punto lo spettatore prevede di assistere al solito epilogo vintage fatto di rinunce squisitamente “femminili”, di madri-coraggio declinate all’americana, e inizia ad assaporare il gusto di paglia di una conclusione infelice, perché “erano solo gli anni ‘50” e l’emancipazione aveva ancora tanta strada da fare. Invece Carol non cede a nessun ripiegamento identitario e, con una mossa da non sottovalutare, il film serve sul piatto l’happy end, la cui portata politico-culturale è considerevole: il messaggio che passa, infatti, è che, <em>nonostante siano due donne</em>, la loro storia può finire bene, e anche lo spettatore estraneo alle tematiche gay esce dalla sala, io credo, intenerito e rassicurato dal lieto fine – lo stesso lieto fine che nelle grandi produzioni cinematografiche della Hollywood di metà secolo serviva a confermare l’ordine sociale precostituito.<br />
<em>Carol</em> è una storia per il grande pubblico costruita su un abile paradosso, perché rappresenta l’amore omosessuale senza ghettizzare, rovesciando come un guanto il <em>modus narrandi</em> del grande mélo, scardinando il ruolo da protagonista della coppia eterosessuale e spostando la narrazione in un’epoca un po&#8217; lontana ma visivamente, cinematograficamente nota e ben riconoscibile. «Il pubblico vuole riconoscere, più che conoscere, perché riconoscere è meno faticoso», ha detto una volta Jean Cocteau.<br />
Naturalmente la realtà può essere molto più complessa e faticosa della finzione, ma forse di tanto in tanto non è un male ricordare che potrebbe anche essere più semplice di com&#8217;è. Nella prefazione a <em>Tricks</em> (1979) di Renaud Camus, un diario di incontri sessuali occasionali, Roland Barthes scrive che il libro «prova a raccontare il sesso omosessuale («l’<em>homosexe</em>») come se si trattasse di una battaglia già vinta, come se i problemi che un tale progetto comporta fossero già stati risolti: lo racconta <em>tranquillamente</em>». Il caso del film <em>Carol</em> è in parte simile poiché, pur non rinunciando a far scorgere i problemi che le due protagoniste sono costrette ad affrontare, lascia sullo sfondo il discorso sulla condizione omosessuale, riducendo gli ostacoli a elemento esterno alla coppia, a fattore di crisi necessario alla trama; così la coppia appare in tutta la sua interezza, in tutto il suo essere, in fondo, &#8220;socialmente possibile&#8221;, e lo spettatore ne ricava un sapore di familiarità.<br />
Volendo ipotizzare un punto d’arrivo simbolico nel percorso di rappresentazione e ricezione di narrazioni omosessuali al cinema, io, sparigliando un po&#8217; le carte, proporrei il seguente: che la definizione stringata di un film come <i>Via col vento</i> fosse «È una storia d’amore tra un uomo e una donna» e non soltanto «È una storia d’amore», polverizzando così il consacrato predominio eterosessuale sull’amore per antonomasia. In quest’ottica un film qualitativamente medio come <em>Carol</em> segnerebbe una tappa significativa proprio nel suo essere, semplicemente, una storia d’amore tra due donne.</p>
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		<title>Simone</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 Nov 2013 14:14:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[cattolicesimo]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Buffoni]]></category>
		<category><![CDATA[omofobia]]></category>
		<category><![CDATA[omosessualità]]></category>
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		<category><![CDATA[suicidio]]></category>
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					<description><![CDATA[di Franco Buffoni Dalle cronache dei giorni scorsi ho appreso che a Roma il 21enne Simone si è ucciso gettandosi dal tetto dell&#8217;ex pastificio Pantanella in via Casilina perché omosessuale. &#8220;La vita piena e serena di Simone, i suoi impegni, i suoi sogni, il suo essere grato a tutte le persone, il suo obiettivo di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Franco Buffoni</strong></p>
<p>Dalle cronache dei giorni scorsi ho appreso che a Roma il 21enne Simone si è ucciso gettandosi dal tetto dell&#8217;ex pastificio Pantanella in via Casilina perché omosessuale.</p>
<p>&#8220;La vita piena e serena di Simone, i suoi impegni, i suoi sogni, il suo essere grato a tutte le persone, il suo obiettivo di diventare un bravo infermiere per aiutare gli altri…”: sono le parole con cui Don Lorenzo, che lo conosceva bene, inizia l&#8217;omelia nella chiesa di San Giustino di viale Alessandrino, accanto alla sua bara insieme a Don Giulio, Don Silvano e padre Gianni. Anche Don Giulio, Don Silvano e padre Gianni conoscevano bene Simone e i suoi famigliari, molto assidui in parrocchia.<span id="more-46836"></span></p>
<p>&#8220;Pur con l&#8217;amore della sua famiglia” – ha continuato Don Lorenzo &#8211; Simone non è riuscito a superare le fatiche e le difficoltà della vita quotidiana, nonostante i suoi valori forti e i suoi principi. Pensiamo a quanto potesse stare male, a quanto forte fosse il suo disagio che nessuno è riuscito ad ascoltare e comprendere&#8221;.</p>
<p>Leggendo la parola “disagio” lo scenario mi si è illuminato. Disagio &#8211; per chi sa di catechismo e di chiesa cattolica &#8211; è un termine-spia. Gli omosessuali devono vivere la propria condizione con disagio; gli omosessuali devono essere accolti con delicatezza.</p>
<p>E se fossero stati proprio i valori forti e i principi di cui parla Don Lorenzo a soffocare Simone?</p>
<p>Un interrogativo avvalorato dalle parole della sorella di Simone, Ilaria; parole lette in chiesa dal padre di Simone, Fabio: “Sentirsi diversi non è bello per nessuno, ma per fortuna ci sono persone accoglienti che danno conforto a chi è in difficoltà”.</p>
<p>La sorella con cui Simone si confidava, oltre all’accoglienza e al conforto, menziona subito il “diverso”. Da qui inevitabilmente il disagio.</p>
<p>Non viene a nessuno il dubbio che forse un ragazzo di 21 anni non ne potesse più del disagio e dell’accoglienza, della castità e della tolleranza? E che &#8211; se invece della parrocchia di San Giustino di viale Alessandrino &#8211; avesse frequentato la sede Uaar di via Ostiense o il vicino Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli, magari avrebbe imparato che altri valori forti, altri principi, erano in grado di indirizzarlo verso la realizzazione dei suoi sogni e delle sue aspirazioni?</p>
<p>Non viene a nessuno il dubbio che a uccidere Simone non sia stata l’omosessualità ma il cattolicesimo?</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>L’italiano vero e l’omosessuale</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2013/08/10/litaliano-vero-e-lomosessuale-2/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[silvia contarini]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 10 Aug 2013 07:04:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Comunismo]]></category>
		<category><![CDATA[Curzio Malaparte]]></category>
		<category><![CDATA[disprezzo donna]]></category>
		<category><![CDATA[libertà sessuale]]></category>
		<category><![CDATA[omosessualità]]></category>
		<category><![CDATA[Silvia Contarini]]></category>
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					<description><![CDATA[di Silvia Contarini Quando nel 2010 uscì la biografia di Maurizio Serra su Curzio Malaparte, recensendola sul Sole 24 ore, Emilio Gentile si augurava che essa fosse definitiva, ossia tale da “consentire di proseguire l&#8217;esame critico dello scrittore senza doversi porre nuovamente le domande alternative sull&#8217;uomo”. Non conosco gli studi critici più recenti sull’opera di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Silvia Contarini</strong></p>
<p>Quando nel 2010 uscì la biografia di Maurizio Serra su Curzio Malaparte, recensendola sul Sole 24 ore, Emilio Gentile si augurava che essa fosse definitiva, ossia tale da “consentire di proseguire l&#8217;esame critico dello scrittore senza doversi porre nuovamente le domande alternative sull&#8217;uomo”. Non conosco gli studi critici più recenti sull’opera di Malaparte per sapere se l’augurio di Gentile abbia avuto seguito; mi chiedo in particolare se <i>Mamma marcia</i> sia stato oggetto di attente letture. Perché mi è capitata fra le mani l’edizione originale di questo  libro pubblicato postumo (Vallecchi 1959), un “romanzo” nelle intenzioni di Malaparte, un insieme composito di testi nel volume edito a cura di Enrico Falqui. Buona parte dei due capitoli finali, intitolati <i>Lettera alla gioventù italiana</i> e <i>Sesso e libertà</i>, sono dedicati a quella che Malaparte chiama “epidemia di inversione sessuale”. L’ossessione era già presente nella <i>Pelle</i>, ma Malaparte sviluppa qui, su decine di pagine, una complicata e a tratti contraddittoria tesi: nella marcescenza generalizzata dell’Europa, si assisterebbe al diffondersi della “corruzione omosessuale”, che non sarebbe il prodotto della guerra, della decadenza borghese, né un “morbo fisiologico”: sarebbe un fatto politico-culturale-psicologico, una reazione alla mancanza di libertà: “In sostanza – scrive Malaparte – lo Stato moderno, tirannico, totalitario, la tirannia sotto tutti i suoi aspetti, genera l’omosessualità”. L’omosessualità è “difesa contro la tirannia […] reazione inconscia alla mancanza di libertà”. Malaparte non si riferisce a personalità come Gide o Proust, ma a un tipo di gioventù comune in tutta l’Italia e in tutta l’Europa, a quello che considera un fenomeno dilagante, prima e dopo la guerra (“Dall’America era sbarcata in Europa una folla enorme di omosessuali di ogni classe sociale”). Non che tutti i giovani fossero pederasti, riconosce Malaparte, “quel che conta è che si atteggiassero tutti a pederasti”; si riferisce soprattutto ai maschi, ma sono incluse le femmine. Malaparte dice di provare una “avversione istintiva” per gli omosessuali, di aver sempre evitato la loro compagnia “sgradevolissima”, del resto per parlare dell&#8217;omosessualità usa espressioni come “focolaio d’infezione”. Si sofferma soprattutto sulle “ostentate tendenze comuniste nei giovani omosessuali” che lo preoccupano molto: per “salvare” i giovani da questa “aberrazione”,già negli anni ’39-’40 avrebbe voluto dedicare un numero della rivista <i>Prospettive</i> al tema “Pederastia e marxismo”; ne viene dissuaso da Moravia e Guttuso, dice, perché, in quel tempo, il comunismo era una forza antifascista e non la si doveva discreditare. Malaparte spiega poi che i fascisti hanno tentato di attribuire agli ebrei la “tendenza dei giovani al Comunismo e all’omosessualità […] forse anche per trovar ragioni efficaci all’antisemitismo ufficiale”, affrettandosi a precisare, per essere onesti, dice, come l&#8217;accusa fosse ingiusta dato che “gli Ebrei italiani sono stati, fino al 1938, ferventi fascisti nella quasi totalità”. Insomma, per Malaparte, da qualunque parte stia, “l’omosessuale è sempre da temersi, da diffidarne”; e “quando si farà la storia del ‘collaborazionismo’ europeo, si vedrà che la maggioranza degli omosessuali ne facevano parte”. Perfino la ribellione di Roehm contro Hitler viene spiegata come una reazione sessuale inconscia del pederasta Roehm contro la tirannia.</p>
<p>Sarei tentata di liquidare quanto sopra come deliri di un Malaparte fascista e omofobo, deliri che appartengono a un passato senza incidenza su noi e i nostri tempi. Mi sembra troppo semplice. Intanto, perché Malaparte gode fama di intellettuale addirittura prototipico, “arcitaliano”, un “italiano vero malgrado l’Italia” lo definisce Giordano Bruno Guerri, il quale vede gli intellettuali e gli italiani in un modo che mi ricorda tanto il “brava gente”: compiacimento e tolleranza per un popolo di simpaticoni e furbi dei quali si tollera l’intollerabile (<a href="http://www.ilgiornale.it/news/curzio-malaparte-italiano-vero-malgrado-litalia.html">http://www.ilgiornale.it/news/curzio-malaparte-italiano-vero-malgrado-litalia.html</a>)</p>
<p>E poi perché da alcune rappresentazioni, da certi qualificativi, viene fuori qualcosa di rivelatore. Per esempio, Malaparte descrive così il comportamento dei giovani che si fanno tentare da comunismo e omosessualità: “Al disprezzo dichiarato per la donna, si accompagnava in loro una tendenza assai chiara a vivere in compagnie femminili, a considerare la donna come una compagna, una camerata, e a dilettarsi della sua compagnia senza sottintesi di natura sessuale, come appunto è proprio degli omosessuali”. Disprezzare la donna, insomma, significa non farla oggetto di attenzioni sessuali, trattarla alla pari, oserei dire considerarla uguale, cosa che un uomo vero – italiano vero – non farebbe mai; l’omosessuale invece sì. D&#8217;altronde, l’omosessuale viene aborrito proprio perché si femminilizza, occhi languidi, gesti lenti, movenze femminee, debolezza: “la morale effeminata è la morale dei deboli”. Correlativamente, la donna coraggiosa di fronte al pericolo “si mascolinizza, si virilizza per meglio lottare”. In altri termini, ci sono caratteri femminili (debolezza, languore, corruzione, passività, gelosia) che si addicono alla donna e caratteri maschili (forza, coraggio etc.) che si addicono all’uomo; l’indistinzione e la confusione di genere sono un’aberrazione da combattere.</p>
<p>Formulate così le cose, siamo sicuri che Malaparte sia un caso isolato? Che rappresenti un passato ormai superato? Maurizio Serra, commentando l’amalgama di Malaparte tra comunismo e omosessualità, ricorda che in realtà, a quei tempi era diffusa l&#8217;idea che il socialismo avrebbe sconvolto la morale borghese e permesso ogni libertà sessuale: alla repulsione dell’indistinzione sessuale si affiancava il terrore della libertà sessuale. Oddio: tutti liberi di aver l’orientamento e il comportamento sessuale di predilezione! oddio, ruoli e prerogative potevano ribaltarsi! Si capisce meglio la repulsione dei “veri italiani”, quelli di ieri e quelli di oggi.</p>
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		<title>El prologo alucinante</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Dec 2012 05:00:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[eleonora quadri]]></category>
		<category><![CDATA[gianluca cataldo]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[omosessualità]]></category>
		<category><![CDATA[Reinaldo Arenas]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
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					<description><![CDATA[ di Reinaldo Arenas, a cura di Gianluca Cataldo &#160; Foto: &#8220;Baracoa&#8221;, di Eleonora Quadri &#160; Pubblichiamo di seguito la traduzione di una parte del prologo scritto da Reinaldo Arenas in contemporanea, si presume, alla revisione del romanzo El mundo alucinante, un atto di difesa della propria visione poetica della Storia, fatta di storie incastrate in [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/?attachment_id=44246" rel="attachment wp-att-44246"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-thumbnail wp-image-44246" title="Baracoa - foto di Eleonora Quadri" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/Baracoa-foto-di-Eleonora-Quadri-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/Baracoa-foto-di-Eleonora-Quadri-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/Baracoa-foto-di-Eleonora-Quadri-60x60.jpg 60w" sizes="auto, (max-width: 150px) 100vw, 150px" /></a> di <strong><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Reinaldo_Arenas" target="_blank">Reinaldo Arenas</a></strong>, a cura di <strong>Gianluca Cataldo</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Foto: &#8220;Baracoa&#8221;, di <strong>Eleonora Quadri</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Pubblichiamo di seguito la traduzione di una parte del prologo scritto da Reinaldo Arenas in contemporanea, si presume, alla revisione del romanzo </em>El mundo alucinante<em>, un atto di difesa della propria visione poetica della Storia, fatta di storie incastrate in un frenetico e semplice fluire del tempo. Nella speranza di vedere presto un’edizione italiana delle sue prime opere, mi scuso per gli eventuali errori di traduzione, e ringrazio Fabio Burani per l’aiuto.  </em></p>
<p><span id="more-44245"></span></p>
<p>[…] Ho sempre diffidato del dato “storico”, di questo elemento “minuzioso e preciso”. Perché, alla fine, cos’è la Storia? Una serie di fascicoli ordinati più o meno cronologicamente? […] Gli impulsi, le ragioni, le segrete percezioni che sollecitano (formano) un uomo non appaiono, non possono essere colti dalla Storia, così come il chirurgo non comprenderà mai il dolore di un uomo che soffre.</p>
<p><em>La Storia registra la data di una battaglia, i morti che ci hanno mostrato la stessa cosa, cioè l’evidenza.</em> Questi temibili scartafacci riassumono (ed è sufficiente) ciò che è fugace. L’effetto, e non la causa. Per questo, più che nella Storia, io frugo nel tempo. In questo tempo incessante e diverso, un buco nella sua metafora. Perché l’uomo, tirate le somme, è la metafora della Storia, una sua vittima, anche quando, apparentemente, provi a modificarla e, secondo alcuni, vi riesca. Generalmente gli storici guardano al tempo come qualcosa di lineare e di per sé infinito. Ma quali prove dimostrano che è così? L’elementare ragionamento che il 1500 è precedente alla decapitazione di Maria Antonietta? Come se il tempo traesse qualche utilità da tali segni, come se il tempo si intendesse di cronologia, di progressi, come se il tempo potesse evolvere&#8230; Davanti all’ingenuità dell’uomo che cerca di sfogliarlo, schedandolo, con un’intenzione progressiva, e perfino “progressista”, il tempo, semplicemente, si oppone. D’altra parte, come schedare l’infinito? Però l’uomo non si rassegna a questo timore, e dunque l’incessante invasione di codici, date, calende, etc. I suoi progressi&#8230; Quello che ci sorprende quando nel tempo incontriamo, in qualunque tempo, un personaggio autentico, lacerante, è proprio la sua atemporalità, e cioè, la sua attualità; la sua condizione di eterno. Perché eterno – e non storico – è Achille con la sua collera e il suo amore, indipendentemente dal fatto che sia esistito o meno; come eterno sarà Cristo a causa della sua impraticabile filosofia, che la Storia ne prenda nota o meno. Queste metafore, queste immagini, appartengono all’eternità.</p>
<p>Credo che l’infinito non sia né lineare né evidente, poiché vedere la realtà come una sfilata o una fotografia è osservare, in verità, qualcosa di molto distante dalla realtà. Per questo, il cosiddetto realismo mi sembra esattamente il suo contrario. Dal momento che, nel tentativo di sottomettere questa realtà, di incasellarla, di osservarla da una sola prospettiva (“il realista”) finisce per perderne la percezione completa.</p>
<p>Inoltre, ultimamente, non solo ci ritroviamo (soffriamo) il realismo, ma addirittura il realismo-socialista, cosicché la realtà non solo è osservata da una sola prospettiva, ma da una prospettiva politica. Quale realtà, da questa prospettiva e visuale, dovranno rassegnarsi a registrare (e a vivere) le vittime di questa forma di realismo&#8230;? Sinceramente, se dobbiamo parlare di opere realiste socialiste, possiamo ricordare solo i romanzi di Aleksàndr Solženicyn. Essi, almeno, riflettono parte di una realtà socialista, la più evidente e superficiale: i campi di concentramento.</p>
<p>Non mi stancherò di scoprire che l’albero delle sei della mattina non è quello di mezzogiorno, né quello il cui profilo ci consola al crepuscolo. E questa brezza che avanza nella notte, può essere la stessa della mattina? E l’acqua salmastra, che all’imbrunire il nuotatore solca tagliandola come torta, è forse la stessa del mezzogiorno? Dal momento che il tempo influisce, in modo così evidente, su un albero o un paesaggio, noi, le creature più sensibili, restiamo davvero noi stessi, immuni a tali segnali? Io credo fermamente il contrario: siamo crudeli e gentili, egoisti e generosi, terribili e sublimi, come il mare&#8230; Perciò, forse, in quel poco che ho fatto, e di ciò che ho fatto, e per quel poco che mi riguarda, ho provato a rispecchiare non una realtà, ma tutte le realtà, o per lo meno alcune.</p>
<p>Chi, per truculenza del caso, leggerà qualche mio libro, non troverà una contraddizione, ma tante; non uno stile, ma molti; non una linea, ma vari cerchi. Per questo non credo che i miei romanzi possano leggersi come il racconto di avvenimenti concatenati, bensì come onde che si espandono, ritornano, si ingrossano,  rientrano, più lievi, più ardenti; incessanti, nel bel mezzo di situazioni così estreme che da tanto intollerabili risultano a volte liberatorie.</p>
<p>E penso che anche la vita sia così. Non un dogma, non un codice, non una storia, ma un mistero da aggredire da più fronti. E non con lo scopo di sviscerarla (sarebbe orribile), ma con il fine di non darci mai per sconfitti.</p>
<p>Ed è in questo contesto, quello di vittima inconsolabile e infaticabile della Storia, del tempo, che il nostro amato Fra’ Servando trova la sua corretta ubicazione. Egli giustifica e motiva questa specie di poema informe e disperato, questa menzogna torrenziale e galoppante, irriverente e grottesca, afflitta e amorevole, questo (bisogna pur identificarlo in qualche modo) romanzo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="right">Reinaldo Arenas.</p>
<p align="right">Caracas, 13 luglio 1980.</p>
<p><em>Post scriptum</em>: Mi informano che informazioni/informatori disinformate (e patetiche) informano che questo romanzo – <em>El mundo alucinante</em> –, scritto nel 1965, Mencion al Concorso UNEAC, 1966, risenta dell’influenza di opere che sono state scritte e pubblicate in seguito, come <em>Cent’anni di solitudine</em> (1967), e <em>De donde son los cantantes</em> (1967). Influenze simili sono state segnalate anche riguardo a <em>Celestino antes del alba</em>, scritto nel 1964, e Mencion UNEAC, 1965. Trovo in tutto ciò un’ulteriore e incontestabile prova che, almeno per i recensori e critici letterari, il tempo non esiste.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Zona Rossa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[franco buffoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Feb 2012 07:00:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[alessandro chiappanuvoli]]></category>
		<category><![CDATA[alessandro gioia]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Buffoni]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[omosessualità]]></category>
		<category><![CDATA[terremoto L'Aquila]]></category>
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					<description><![CDATA[di Alessandro Chiappanuvoli Avete presente una di quelle serate in cui siete talmente fuori che il giorno dopo ricordate un decimo di quello che avete fatto? Quelle serate in cui vivete d’improvvisi flash che s’incastrano a fatica tra le immagini velocizzate della mente? Flash nei quali per un attimo appena recuperate coscienza di voi stessi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Alessandro Chiappanuvoli</strong></p>
<p>Avete presente una di quelle serate in cui siete talmente fuori che il giorno dopo ricordate un decimo di quello che avete fatto? Quelle serate in cui vivete d’improvvisi flash che s’incastrano a fatica tra le immagini velocizzate della mente? Flash nei quali per un attimo appena recuperate coscienza di voi stessi e realizzate, cazzo realizzate che state vivendo uno dei momenti che vorreste ricordare per sempre nella vostra vita e gioite e i polmoni si riempiono di aria buona e vi sentite di esplodere, ma ce la fate a malapena ad accennare un sorriso ebete? So che avete presente di quali sere sto parlando. Per me ieri sera è condensato nell’immagine delle mie mani che si strusciano tra loro nel mezzo dei suoi seni.<span id="more-41476"></span><br />
Ero stata attratta da lei fin dai tempi in cui ancora cercavo di piacere agli uomini. Tempi scomodi, frustranti. Ero attratta ma mi limitavo ad osservarla, a fantasticare di poterla conoscere. I desideri non erano del tutto chiari. Poi passarono gli anni. Vennero quelli dell’università assieme a quelli della consapevolezza. Poi venne il terremoto. E venne anche il ritorno all’Aquila. Oggi, vivo in una città distrutta, una sorta di open space che comunque pare non essere in grado di contenere tanta energia e tanta rabbia. Oggi, ci si arrangia a sopravvivere contentandosi di avere ancora un’esistenza, nonostante il mostro che ci ha morso da sottoterra ed il male, forse peggiore, che ci è venuto in soccorso.<br />
Ma non è di questo che voglio parlarvi.<br />
La sera scorsa sono stata in piazza Regina Margherita. Lì, in quegli unici 20 metri quadrati di centro che hanno resistito. Ho fatto l’aperitivo lungo con gli amici. Sono arrivata alle 19.15 più o meno. Ho atteso la chiusura del Boss, che poi ci mette sempre una vita a cacciar fuori tutti. Poi mi sono spostata in piazzetta e cocktail a ripetizione al Malacoda. Quindi, “tazza della staffa” allo Zenzero, locale troppo chic, infatti non ci vado spesso, e ultima consumazione che rigorosamente non arriva mai. Ieri, però, le cose dovevano andare per forza così. Almeno mi piace pensarlo. La musica assordante. Il sudore. Gli sguardi. Lo stupore e l’emozione che ne è seguita. Il tocco delle sue dita attorno alle mie e il suo biglietto di carta abbandonato nella mano.<br />
Ciao. Non mi aspettavo di rivederti in giro.<br />
Ed io non mi sarei mai aspettata questo bigliettino!<br />
Non ci credo. Ma se avevo una cotta per te dalle Superiori!<br />
L’avessi capito prima!.. Sei sola? Ti vanno 2 chiacchiere?<br />
Stasera sono con degli amici… Sola con degli amici : ) E cosa stiamo aspettando?<br />
E mentre stavo scrivendo “Sto solo aspettando di conoscere te…”, l’ho vista ammiccarmi ed uscire dal locale.<br />
L’aria gelida mi ha tagliato le labbra. L’ho trovata che si abbottonava il doppio petto del cappotto nero. Doveva costare un sacco di soldi quel soprabito. Ecco perché non ci siamo mai incontrate in questi due anni aquilani, abbiamo frequentato locali differenti, altra gente, evidentemente veniamo anche da due classi sociali diverse. Poi il subbuglio delle deportazioni sulla costa e le abitazioni provvisorie costruite a casa del diavolo. Le singole vite che ricominciano.<br />
I suoi capelli si poggiavano dolcemente sulle spalle. Ha acceso una sigaretta. Attraverso il fumo mi ha sorriso. Le parole di quei pezzetti di carta, che si sgualcivano in fondo alle tasche tra le mie mani sudate, presero vita, suono, speranza. Ricordo di aver notato i tanti bicchieri appoggiati dentro a uno dei vasi del locale. Ricordo di aver fissato per la prima volta i suoi occhi e di essere arrossita. Ricordo che mi sentivo calmissima, nonostante le sue risposte mi emozionassero ed ancor più le sue domande. Avevo paura di fare una pessima figura. Ero disinibita e, al contempo, nervosa. La sbronza. Qualcosa di buono, però, devo averlo pur detto se siamo restare a parlare per un bel po’ di tempo. Se gli amici, che a turno venivano a chiamarci, desistevano sempre. Se mi ha detto che era felice di avermi conosciuta, sfiorandosi appena il viso con le dita. Se senza esitazioni ha accettato il mio invito a fare due passi poco più in là, nella zona rossa.<br />
Ricordo la chiesa di Santa Maria Paganica e il suo tetto di plastica e di aver detto una cavolata. Lei che, accendendo una sigaretta, per poco non ha perso l’equilibrio. Ho pensato che non sembrava affatto brilla mentre mi parlava. Ricordo che dopo qualche metro ci siamo infilate in una viuzza. Abbiamo parlato di quanto era triste quello che ci circondava. Lei ce l’ha un po’ meno di me col Governo e l’amministrazione locale. La cosa non mi ha dato troppo fastidio. Sembrava avere le sue ragioni. Sembrava senza pregiudizio. Ricordo la luce completamente arancione e la sua pelle che mi attraeva. Quel portone antico aperto. I puntellamenti di legno muffo a sorreggere il soffitto. La paura. L’ansia. E quell’atrio che si apriva davanti a noi. Macerie ovunque, ancora. L’oscurità blu scuro. La sigaretta che nel tiro le ha illuminato gli occhi. Il pozzo dietro di lei. E il nostro primo bacio.<br />
Ho cinto la sua vita con la mano. Il suo sapore si diluiva nella mia saliva. La tenerezza nel tepore dei respiri. Le carezze tra i miei capelli. La testa mi ondeggiava come cullata dal mare. Un’impercettibile senso di nausea mi ha ridestato. Ci siamo guardate negli occhi e ci siamo sciolte in un sorriso. E poi il desiderio. La gola. I baci violenti sul suo collo. La mia lingua che imparava il gusto della sua pelle. I suoi gemiti dentro le mie orecchie. Le sue gambe che hanno preso ad attorcigliarsi sulle mie. I bottoni dei cappotti saltati via come lapilli. Una mano a sorreggerle una coscia e l’altra ferma sulla camicia di seta a cercare il coraggio di salire o di scendere. Lei mi stringeva forte la testa. Le unghie infilate nella nuca. E il suo bacino che ha preso a strusciarsi sul mio, nylon contro jeans. La sua camicia che si è aperta lentamente mentre lei ha cominciato a ridiscendere la mia schiena. Mi ha sfiorato il sedere ed io mi sono immersa nei tuoi seni. Morsi e palpeggiamenti. I nostri corpi si univano in danza sopra il pozzo dei nostri desideri.<br />
Ecco le mie mani che si agitavano sul tuo petto e poi la lampo dei miei pantaloni che scendeva. Era come se le sue mani mi avessero posseduto da sempre, decise e sapienti. Ho gemito. Lei mi ha baciato con forza. Mentre giocavo con la lingua sui suoi capezzoli, mi trascinava oltre la logica. Il respiro si è interrotto presto. Ho preso a singhiozzare quasi. L’unica salvezza è stata chiudere gli occhi e lasciarmi conquistare completamente da lei. Il mio cuore pompava a centomila battiti al minuto. Ha portato le dita alla bocca.<br />
Ricordo che ho avuto paura di romperle le calze. La restituzione del dono, perché è così che si creano le alleanze. Lei che riusciva persino a pronunciare delle sillabe piene di vapore. E mi stropicciava le orecchie. Mi mordeva il mento. Mi soggiogava al suo volere. Ero lì solo per lei. L’eco dei nostri vagiti che riempiva di vita quelle mura morte. E poi ricordo l’odore dei suoi capelli e il mio mento che premeva sulla sua schiena. Si è contorta dentro le mie braccia. Ho sentito una carezza calda tra le dita. Non sono riuscita a formulare pensieri composti. Felice. Innamorata. Emozionata. Eccitata. Confusa. E il mio cellulare che non la smetteva di squillare, da terra dentro la borsa, quella canzone che quasi come un prodigio. Take me somewhere nice dei Mogwai. Portami in qualche luogo piacevole. E c’ero.<br />
Avrei voluto fotografarla per non pensare di aver immaginato tutto il giorno dopo. Mi rifiutavo di rischiare di perdere quel ricordo. Totalmente rapita. Avevo già paura di perderla. Era il peso di quel desiderio che avevo finalmente esaudito. Cosa avremmo fatto poi? Il giorno dopo ci saremmo ignorate? Saremmo state cattive?<br />
Ci siamo ricomposte in fretta e furia. Mi ha detto che la stavano di certo aspettando. Abbiamo sorriso e scherzato per un po’. La luce del cellulare per trovare l’uscita. Il puzzo delle travi di legno. La luce arancione intatta nella viuzza. Qualche metro più in là si è fermata. Mi ha baciato di nuovo cogliendomi di sorpresa. La mia bocca si è aperta in ritardo. La morsa delle sue labbra mi ha fatto correre un brivido lungo la schiena. Non avrei mai immaginato di sentirmi così a mio agio, istintivamente, con una ragazza dell’Aquila. L’adolescenza sofferta. La libertà ritrovata solo lontano da qui. Le difficoltà al ritorno. Il peso del silenzio. La minaccia della vergogna. Il senso di colpa nel vedere i sogni di mia madre infranti. Il nervosismo ed i segreti. Le bugie che riempiono il melodramma della mia esistenza. Sono crollate le mura e ancora sento che non c’è spazio per noi qui all’Aquila. La città di Sant’Agnese.<br />
Sto ricomponendo i pezzi di carta che ci siamo scambiate ieri sera. È come ricomporre me stessa, in questa piccola provincia mai diventata città. Li leggo e li rileggo senza sosta. Per cercare di carpire un altro senso, magari più profondo, che però non c’è. So, però, che è tutta in questi piccoli brandelli di carta la speranza di una vita che vuole ricostruirsi. Una vita che vuole rinascere.<br />
In questa carta c’è la svolta del nostro domani.</p>
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		<title>Nazifascismo e omosessualità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[franco buffoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 12:49:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
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		<category><![CDATA[Franco Buffoni]]></category>
		<category><![CDATA[G.l. Mosse]]></category>
		<category><![CDATA[Gianfranco Goretti]]></category>
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		<category><![CDATA[sperimentazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[di Gianfranco Goretti Io sono un insegnante di sostegno, lavoro in classi in cui sono inseriti alunni con difficoltà di apprendimento. Anche in virtù di questo vorrei ricordare che il primo grande sterminio nella Germania nazista iniziò nei manicomi psichiatrici, con l&#8217;uccisione di 70.000 adulti e bambini disabili, gasati e bruciati. Quindi vorrei porre una [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di Gianfranco Goretti</p>
<p>Io sono un insegnante di sostegno, lavoro in classi in cui sono inseriti alunni con difficoltà di apprendimento. Anche in virtù di questo vorrei ricordare che il primo grande sterminio nella Germania nazista iniziò nei manicomi psichiatrici, con l&#8217;uccisione di 70.000 adulti e bambini disabili, gasati e bruciati. Quindi vorrei porre una domanda: chi è un omosessuale? Ripensate alla storia &#8211; del corpo, della sessualità, dell&#8217;amore, degli affetti, ma anche alla storia sociale in genere &#8211; e vi accorgerete che non esiste una definizione applicabile a tutte le epoche storiche. In altri termini, la persona omosessuale non è &#8220;catalogabile&#8221;, non è &#8220;spiegabile&#8221; in base a una sua astorica omosessualità.<span id="more-41477"></span><br />
Categorizzare significa chiudere la persona in un pregiudizio: e questo è il fondamento della persecuzione nazista. In Sessualità e nazionalismo, George L. Mosse, storico tedesco fuggito nel &#8217;38 dalla Germania negli Stati Uniti, applica alla storia d&#8217;Europa dalla fine dell&#8217;Ottocento al nazismo un approccio storico-culturale. Il suo intento è di mostrare in che modo l&#8217;idea di rispettabilità borghese, il nascente nazionalismo, la teorizzazione degli stereotipi nazionali, il degenerazionismo, si incontrino e si incrocino. Tali idee in seguito si concretizzarono nel pensiero nazista e portarono alle colonie di confino fascista e all&#8217;uccisione degli omosessuali nei Lager nazisti.</p>
<p>I riferimenti antiomosessuali sono presenti in molti discorsi dei dirigenti del partito nazista, anche prima della presa del potere. Va ricordato che la Germania di Weimar si era mostrata disponibile ad accogliere alcune istanze del nascente movimento omosessuale. A Berlino operava un medico all&#8217;epoca molto noto, Magnus Hirschfeld, che nel 1899 aveva fondato un&#8217;associazione detta &#8220;Comitato scientifico umanitario&#8221;. Hirschfeld era un omosessuale ebreo e lavorava a studi sull&#8217;origine dell&#8217;omosessualità e sulla sessualità in genere. Creò in seguito anche un &#8220;Istituto per le scienze sessuali&#8221; con sede a Berlino. Questa fu un&#8217;esperienza di grande visibilità e di lotta politica per l&#8217;emancipazione delle persone omosessuali, forse la più importante, e non solo per la Germania. La nascita e il lavoro dell&#8217;Istituto furono possibili nonostante fosse in vigore in Germania una legge antiomosessuale, il &#8220;paragrafo 175&#8221;, contro la quale l&#8217;Istituto di Hirschfeld si batteva. La petizione che chiedeva l&#8217;abrogazione del paragrafo 175 &#8211; sottoscritta a livello internazionale da figure come Einstein, Hesse, Tolstoj, Zola, e sostenuta con forza da uno dei maggiori esponenti del partito socialdemocratico tedesco, August Bebel &#8211; arrivò al Reichstag nel 1922, e nel 1929 la Commissione penale del Parlamento espresse parere favorevole all&#8217;abrogazione.<br />
All&#8217;indomani della nomina di Hitler a cancelliere, il primo &#8220;segnale&#8221; dei tempi a venire, fu proprio l&#8217;assalto all&#8217;Istituto per le scienze sessuali. Distruzione della biblioteca; distruzione dei lavori di ricerca; distruzione di tutto il materiale d&#8217;archivio; fuga di Hirschfeld dalla Germania (morirà a Parigi nel 1935), e inizio di fatto della campagna antiomosessuale.<br />
Va ricordato che il paragrafo 175 aveva avuto scarsa applicazione nella Germania di Weimar; con Hitler invece cominciano gli arresti massicci e le condanne al carcere. La più massiccia ondata repressiva ha inizio nel giugno del 1934, in coincidenza con la liquidazione, probabilmente per motivi politici, dell&#8217;ala &#8220;sinistra&#8221; del partito nazista: saranno assassinati tutti i dirigenti delle SA, compreso Röhm, notoriamente omosessuale. Questo eccidio sarà direttamente rivendicato da Hitler come necessario per &#8220;ripulire&#8221; la Nazione tedesca dalla piaga omosessuale. Nel 1935 viene modificato, e inasprito, l&#8217;articolo 175. Nel 1936 Himmler crea (entro la Gestapo) l'&#8221;Ufficio speciale 2S&#8221;, organo centrale del Reich per la lotta contro l&#8217;aborto e l&#8217;omosessualità. Il numero di arresti aumenta vertiginosamente, con punte massime nel periodo 1936-39.<br />
E&#8217; estremamente difficile fare una stima precisa dei deportati per omosessualità a Sachsenhausen, Mauthausen, Buchenwald e Dachau. Il professor Lautmann &#8211; che ha potuto consultare il materiale d’archivio delle vittime del nazismo conservato presso l&#8217;International Tracing Service di Arolsen (Hessen, Germania) &#8211; spiega che si tratta di materiale frammentario perché i conteggi degli arrivi non sempre venivano svolti con regolarità. Inoltre la ricostruzione della storia degli omosessuali è complicata sia dal fatto che al momento della liberazione alcuni dei deportati continuarono a scontare la pena in carcere (visto che erano stati condannati per la violazione di un articolo del codice penale, appunto il paragrafo 175), sia &#8211; soprattutto &#8211; dalla difficoltà di reperire testimoni diretti della deportazione (visto che l&#8217;articolo 175 rimase in vigore nella Germania occidentale fino al 1967). Testimoniare dopo la liberazione dai campi o all&#8217;uscita dalla prigione significava anche autodenunciarsi. Si capirà inoltre che fu impossibile per le persone omosessuali, a differenza delle altre vittime del nazismo, chiedere risarcimenti per le pene subite dai nazisti, come previsto dalla legge tedesca: i pochi che provarono ebbero come risposta che la loro condanna e il conseguente internamento erano avvenuti in base ad una legge in vigore già prima del 1933. Quindi non potevano essere considerati vittime del nazismo.<br />
In base ai dati a disposizione e alle testimonianze raccolte, Lautmann ritiene realistico parlare di circa centomila arresti, cinquantamila condanne, trentamila deportati e quindicimila vittime nei campi.<br />
Per le dure condizioni di vita comuni a tutti i deportati, ma soprattutto perché triangoli rosa, gli internati omosessuali nei campi di concentramento perirono in una percentuale variante &#8211; secondo Lautmann &#8211; dal 60 al 90%. La vita nei campi era dura per tutti, ma in genere le testimonianze sono concordi nell&#8217;affermare che le persone omosessuali erano vittime del pregiudizio anche da parte degli altri internati. Tra le “sperimentazioni” che dovettero subire ne ricordo una, avvenuta nel campo di Buchenwald. Siamo alla fine degli anni Trenta, e un medico danese, il dottor Karl Vernaet, ottiene il permesso di avviare una sperimentazione sulle persone omosessuali. Si tratta di inserire nell&#8217;addome una ghiandola artificiale che rilascia ormoni maschili. L&#8217;esperimento viene ripetuto più volte su diversi soggetti: fallisce, per la morte dei soggetti stessi, e viene abbandonato. L&#8217;idea era di &#8220;correggere&#8221; l&#8217;omosessualità attraverso la cura con ormoni maschili.</p>
<p>Per quanto riguarda l&#8217;Italia, la storia è stata in parte ricostruita in base ai documenti raccolti nell&#8217;Archivio Centrale di Stato. Nel progetto preliminare del nuovo Codice penale del 1927, quello che diventerà nel 1931 il Codice Rocco, si previde l&#8217;inserimento di un articolo antiomosessuale. In seguito però l&#8217;articolo venne cassato. Nella motivazione dell’esclusione si rimanda &#8211; in caso di necessità di intervento &#8211; ai sistemi di repressione contenuti nel Testo unico di Pubblica sicurezza: il confino, l&#8217;ammonizione, la diffida. Questi strumenti saranno di fatto utilizzati, soprattutto a partire dal 1938. Quante le persone coinvolte? Siamo sicuri di trecento casi di confino per omosessualità dal 1938 al 1943; potrebbero essere di più. Non conosciamo il numero dei casi di diffida e ammonizione. In alcune sentenze complete che ho trovato, il numero delle persone ammonite e diffidate era in genere superiore rispetto a quello dei confinati. Le province coinvolte in questa ondata repressiva iniziata nel 1938 sono 59 su 90.<br />
L&#8217;art. 528 del progetto di codice penale inserito nel Titolo VIII, &#8220;Dei delitti contro la moralità pubblica e il buon costume&#8221;, così recitava: “Relazioni omosessuali. Chiunque (&#8230;) compie atti di libidine su persona dello stesso sesso, è punito, se dal fatto derivi pubblico scandalo, con la reclusione da sei mesi a tre anni. La pena è della reclusione da uno a cinque anni: 1) se il colpevole, essendo maggiore degli anni ventuno, commetta il fatto su persona di anni diciotto; 2) se il fatto sia commesso abitualmente o a fine di lucro.&#8221;<br />
Questo articolo riscosse molto successo. I giudizi dei magistrati e dei professori universitari dell&#8217;Azione cattolica furono quasi tutti favorevoli. Ma nella discussione finale della commissione incaricata l&#8217;articolo venne cassato. E&#8217; interessante la motivazione che la commissione dà per il non inserimento dell&#8217;articolo 528 : &#8220;La commissione ne propose ad unanimità, senza alcuna esitazione, la soppressione per questi due fondamentali riflessi: a) La previsione di questo reato non e’ affatto necessaria, perché, per fortuna ed orgoglio dell&#8217;Italia, il vizio abominevole che vi darebbe vita, non è così diffuso tra noi, da giustificare l&#8217;intervento del legislatore. b) Nei congrui casi, può ricorrere l’applicazione delle più severe sanzioni relative ai delitti di violenza carnale, corruzioni di minorenni e offesa al pudore. E’ noto che per gli abituali e i professionisti del vizio, per verità assai rari, e di importazione o di sfruttamento straniero, la polizia provvede fin d&#8217;ora, con assai maggiore efficacia, con l’applicazione immediata delle sue misure di sicurezza, anche detentive.”<br />
A parte la retorica nazionalista sulla purezza morale degli italiani, il retroterra di questa motivazione è in realtà indicativo di una ben precisa scelta politica. Qualcosa di simile si era già verificato in Italia con la discussione del Codice Zanardelli: un articolo analogo era stato prima inserito nel progetto di Codice e poi cassato. L&#8217;esclusione era stata motivata da una parte con l&#8217;opportunità che il legislatore non invadesse il campo della morale, e dall&#8217;altra con l&#8217;idea che tacere sui &#8220;delitti di libidine contro natura&#8221; sia più utile nella lotta per la repressione del vizio stesso, in quanto il silenzio non permette la conoscenza dell&#8217;omosessualità.<br />
L&#8217;esperienza dei paesi europei nei quali vigevano leggi antiomosessuali era già, e sarebbe rimasta, sotto gli occhi di tutti: Oscar Wilde in Inghilterra, e Hirschfeld in Germania, solo per citare i casi più eclatanti. L&#8217;Italia scelse, dapprima col codice Zanardelli e poi con il codice Rocco, la strada della negazione della differenza, del massimo silenzio possibile. Giovanni Dall&#8217;Orto, in un suo saggio, parla di &#8220;tolleranza repressiva&#8221;: non si parli dell&#8217;omosessualità, per far sì che intorno alla persona omosessuale si creino solitudine, isolamento e nessun sentimento di solidarietà. Strategia che ha ridotto (e in parte questo è visibile ancora oggi) gli omosessuali italiani al parziale silenzio.<br />
Ma in epoca fascista si intervenne anche in maniera diretta, con la repressione attiva, attraverso l&#8217;applicazione delle sanzioni amministrative previste dal Testo unico di polizia del 1926 e del 1931. Il confino, come la diffida e l&#8217;ammonizione, venivano assegnati su proposta del questore da una Commissione provinciale presieduta dal prefetto. I motivi delle assegnazioni erano contemplati dagli articoli 164-189 del Testo unico, ma erano piuttosto vaghi e grazie a questa vaghezza fu possibile utilizzare tali strumenti non solo per i delinquenti abituali usciti assolti da processi per insufficienza di prove, o per gli &#8220;oziosi e vagabondi&#8221;, ma anche come strumento di repressione delle opposizioni politiche e, appunto, per la repressione della &#8220;pederastia&#8221; (questo in genere il termine che ho trovato nei documenti relativi ai confinati). Gli articoli del Testo unico non menzionano affatto la distinzione tra confino politico e comune, ma di fatto i due diversi istituti nascono e sono di competenza di due diverse sezioni del Ministero degli interni. Esistono quindi nell&#8217;Archivio Centrale di Stato due differenti fondi, uno contenente i fascicoli dei confinati politici, l&#8217;altro che raccoglie i fascicoli dei confinati comuni: sappiamo che i materiali di archivio non possono essere consultati se non a distanza di settanta anni dai fatti, ma l&#8217;ANPPIA (Associazione nazionale perseguitati politici italiani antifascisti) ha ottenuto il permesso, per ricostruire la storia della repressione politica durante il fascismo, di consultare il materiale relativo ai confinati comuni. Grazie all&#8217;ANPPIA siamo riusciti a consultare almeno i fascicoli degli omosessuali confinati come politici. L&#8217;amministrazione centrale infatti presentò ambiguità nel classificare i “pederasti” arrestati: alcuni furono spediti nelle colonie come confinati politici, altri (la maggioranza) come comuni.<br />
Nel fondo dei politici sono stati trovati circa 90 fascicoli personali di persone confinate per omosessualità: di questi, 10 furono confinati prima del 1938, e il motivo per cui si mosse la questura è legato a fatti diciamo così &#8220;collaterali&#8221; all&#8217;omosessualità (denunce di terzi legati a casi di ricatto, truffe, sacerdoti denunciati dalla popolazione, e così via). Fra questi si trova l&#8217;unico caso (in assoluto) di arresto per lesbismo: riguarda una donna denunciata appunto dal marito di una sua amica, in una difficile causa di separazione.<br />
Gli arresti aumentano a partire dal 1938: solo a Catania da gennaio a maggio del 1939 vengono confinati 44 uomini. Il documento che segue è del questore di Catania: si tratta di una serie di considerazioni che precedevano il profilo di ciascun candidato al confino per pederastia. Propongo questo testo perché è indicativo del nuovo clima che si respira in Italia. Siamo nel 1939, le leggi razziali sono entrate in vigore nell&#8217;ottobre del &#8217;38.<br />
“Oggetto: proposta per il confino di polizia a carico di &#8230;&#8230;<br />
La piaga della pederastia in questo capoluogo tende ad aggravarsi e generalizzarsi perché giovani finora insospettati, ora risultano presi da tale forma di degenerazione sessuale sia passiva che attiva che molto spesso procura loro anche mali venerei. In passato molto raramente si notava che un pederasta frequentasse caffè e sale da ballo o andasse in giro per le vie più affollate; più raro ancora che lo accompagnassero pubblicamente giovani amanti e avventori. Il pederasta ed il suo ammiratore preferivano allora le vie solitarie per sottrarsi ai frizzi ed ai commenti salaci; erano in ogni caso generalmente disprezzati non solo dai più timidi, ma anche da quelli che passavano per audaci e senza scrupoli, ma che in fondo erano di sana moralità. Oggi si nota che anche molto spontanee e naturali ripugnanze sono superate e si deve constatare con tristezza che vari caffè, sale da ballo, ritrovi balneari o di montagna, secondo le epoche accolgono tali ammalati, e che giovani di tutte le classi sociali ricercano pubblicamente la loro compagnia e preferiscono i loro amori snervandosi e abbrutendosi. Questo dilagare di degenerazione in questa Città ha richiamato l’attenzione della locale questura che è intervenuta a stroncare o per lo meno ad arginare tale grave aberrazione sessuale che offende la morale e che è esiziale alla sanità e al miglioramento della razza, ma purtroppo i mezzi adoperati si sono mostrati insufficienti.<br />
I fermi per misure, le visite sanitarie, la maggiore sorveglianza esercitata negli esercizi pubblici e nelle pubbliche vie, non rispondono più alla bisogna. Perché infatti i pederasti fatti più cauti per eludere la vigilanza della Pubblica Sicurezza ricorrono ad una infinità di ripieghi.<br />
I più abbienti mettono su quartini con gusto civettuolo ed invitante, ricorrono ai più disparati espedienti non escluso il furto, per procurarsi i mezzi e mettere anch’essi una casa ospitale. Tutti poi per vanità, per piccole gelosie, menano vanto delle conquiste fatte che tentano mantenere a prezzo di qualsiasi sacrificio.<br />
I giovani dall’altro (quando non espressamente invitati) sono sospinti in quelle case, alcuni dalla curiosità, altri dall’insidioso desiderio di fumarvi gratuitamente una sigaretta, e tutti, dopo aver visto, hanno voluto poi provare sicché vi sono sempre ritornati.<br />
E’ tale presa di contatto, anche quando non sfugge alla polizia, che non può in ogni caso essere impedita, pur prevedendosene gli sviluppi e le ultime conseguenze.<br />
Ritengo pertanto indispensabile dell’interesse del buon costume e della sanità della razza, intervenire con provvedimenti più energici, perché il male venga aggredito e cauterizzato nei suoi focolai. A ciò soccorre, nel silenzio della legge, il provvedimento del Confino di polizia da adottarsi nei confronti dei più ostinati fra cui segnalo l’individuo in oggetto segnato&#8230;.”</p>
<p>Lo stesso stile e tono, sicuramente con minore fantasia e con minore ricchezza di particolari relativi alla vita dei pederasti (il questore di Catania sembra essere un profondo conoscitore della vita omosessuale catanese), si ha nei rapporti dei questori di Salerno, Palermo e Sondrio (che complessivamente inviano al confino 8 persone).<br />
Il riferimento alla mutata politica razziale sembra essere la chiave per la comprensione del fenomeno in questione, la motivazione a rafforzare la repressione delle persone omosessuali.<br />
Altri arresti, con conseguente sanzione di confino politico, si hanno a Firenze, a Vercelli e in altre città. Questi confinati sconteranno la pena (da 2 a 5 anni) in genere su un&#8217;isola, a S. Domino delle Tremiti. Il dramma che questi uomini hanno vissuto, oltre alla perdita della libertà personale, è essenzialmente legato all&#8217;arresto, all&#8217;aver subito la visita medica (all&#8217;ano, per &#8220;stabilire&#8221; se fossero pederasti o meno&#8230;), all&#8217;aver vissuto lo sradicamento e la vergogna davanti ai loro famigliari e concittadini. A distanza di quarant&#8217;anni ho rintracciato due dei catanesi arrestati: uno confinato, l&#8217;altro arrestato e rilasciato perché minorenne. Alcuni dei reduci dal confino si sposarono per ricostruirsi una vivibilità sociale a Catania.<br />
Continuando a cercare documenti nell&#8217;Archivio Centrale di Stato, ho scoperto che nel 1943 sono ancora al confino per pederastia, a Ustica e Lampedusa, 192 persone classificate come confinati comuni. Non è possibile vedere i loro fascicoli personali (per i fascicoli dei comuni viene rigidamente rispettato il termine dei settanta anni dai fatti). Per poter ricostruire con esattezza la loro storia dovemmo aspettare almeno fino al 2013&#8230;. Sappiamo che arrivavano da 50 province italiane, segno, come dicevo prima, che la repressione coinvolse la maggior parte del paese: fra le città con il maggior numero di arresti abbiamo Roma, Vercelli, Venezia, Verona, Napoli, e ancora Catania e Palermo.<br />
A parte il nuovo clima razzista che spiega l’aumento degli arresti, devo dire che a tutt&#8217;oggi non ho trovato direttive che autorizzino a livello centrale l&#8217;ondata repressiva. Si trattò forse di iniziative dei questori e dei prefetti, sicuramente non ostacolate a livello centrale (il Ministero stabiliva le destinazioni di confino), anzi considerate logiche in quanto rientravano nella retorica della lotta per &#8220;la purezza e la sanità della razza&#8221;.</p>
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		<title>PREGIUDIZIALE DI COSTITUZIONALITA&#8217; ?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[franco buffoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Aug 2011 15:54:24 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Piero Russo Non poteva più sopportare i sorrisetti ironici dei suoi concittadini, gli insulti e le allusioni all&#8217;omosessualità del fratello maggiore. In un eccesso d’ira Pasquale Intellicato, 20 anni, un giovane di Cerignola ha afferrato due coltelli e ha infierito sul fratello: &#8220;Sei il disonore della famiglia&#8221;. Pasquale Intellicato si trovava a casa dei [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di Piero Russo</p>
<p>Non poteva più sopportare i sorrisetti ironici dei suoi concittadini, gli insulti e le allusioni all&#8217;omosessualità del fratello maggiore. In un eccesso d’ira Pasquale Intellicato, 20 anni, un giovane di Cerignola ha afferrato due coltelli e ha infierito sul fratello: &#8220;Sei il disonore della famiglia&#8221;.</p>
<p>Pasquale Intellicato si trovava a casa dei genitori quando ha iniziato a litigare col fratello Antonio, 36 anni,  per futili motivi. Accanto a loro c’erano anche la mamma e un terzo fratello, ignari di quel che stesse per accadere. Tra una parola e l’altra, Pasquale ha pesantemente insultato per l’ennesima volta il fratello maggiore, poi ha afferrato due coltelli da cucina e ha iniziato a colpirlo, perché l’omosessualità di Antonio gli rendeva la vita difficile e disonorava l’intera famiglia. Lo ha fatto per ben 19 volte, soprattutto all’altezza del torace. <span id="more-39696"></span>Non c’era premeditazione nel suo gesto, perché il giovane non aveva portato i coltelli con sé, ma certamente la volontà di uccidere il fratello a sangue freddo non gli è mancata.   Gli altri familiari hanno cercato di dividere i due litiganti e Pasquale ha mollato la presa ed è fuggito.<br />
Sul posto gli agenti delle volanti e i sanitari del 118, che hanno trasportato d’urgenza Antonio Intellicato agli Ospedali Riuniti di Foggia. Ancora cosciente sebbene in una pozza di sangue, la vittima ha indicato ai poliziotti il suo aggressore. Gli agenti del commissariato si sono appostati nei pressi dell’abitazione di Pasquale, che dopo quasi due ore dall’accoltellamento è ritornato in quella zona per prendere la sua Apecar e fuggire. Ma i poliziotti l’hanno arrestato e portato al carcere di Foggia. Nel ciclomotore è stato trovato uno dei due coltelli, sporco di sangue. Nel frattempo il fratello maggiore ha subito un delicatissimo intervento al torace, durato diverse ore. I medici non hanno sciolto la prognosi, le sue condizioni sono gravissime, ma pare non sia in pericolo di vita.</p>
<p>da La Repubblica, 05 agosto 2011</p>
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