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	<title>One Big Union &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Intervista a Valerio Evangelisti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Mar 2012 06:38:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Industrial Worker of the World]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana]]></category>
		<category><![CDATA[One Big Union]]></category>
		<category><![CDATA[sindacalismo]]></category>
		<category><![CDATA[tiziano colombi]]></category>
		<category><![CDATA[valerio evangelisti]]></category>
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					<description><![CDATA[ a cura di Tiziano Colombi One Big Union è l’ultimo romanzo dello scrittore bolognese padre di Eymerich l’inquisitore catalano la cui saga ha raggiunto i lettori di tutto il mondo. Qui però si racconta altro. L’epopea è quella degli Industrial Worker of the World, il sindacato rivoluzionario che, tra la fine dell’800 e gli inizi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;" align="right"> a cura di<strong> Tiziano Colombi</strong></p>
<p>One Big Union<em> è l’ultimo romanzo dello scrittore bolognese padre di Eymerich l’inquisitore catalano la cui saga ha raggiunto i lettori di tutto il mondo. Qui però si racconta altro. L’epopea è quella degli Industrial Worker of the World, il sindacato rivoluzionario che, tra la fine dell’800 e gli inizi del 900, provò a organizzare precari, bracciati, manovali, immigrati e disoccupati. Storia di una sconfitta.<span id="more-41895"></span></em></p>
<p><em>Il suo romanzo racconta la fine di un’utopia, quella del sindacalismo rivoluzionario americano. Anche oggi i sindacati appaiono in gravi difficoltà. Quale pensa sarà il loro destino?</em></p>
<p>Sui destini lascio decidere gli dei, personalmente non posso conoscerlo. Noto però che una parte del sindacalismo italiano, quello di base ma anche una parte di quello un tempo detto “confederale” (soprattutto la FIOM), sembra porsi il problema del precariato. La tragedia dei nostri giorni, almeno in Italia. Se queste forze sapessero unirsi, gran parte del cammino sarebbe fatta.</p>
<p><strong> </strong><em>Gli IWW ricorrevano, talvolta, al consapevole uso della forza. Oggi i movimenti sembrano non essere in grado di gestire lo scontro radicale. Sempre più spesso appare  controproducente.</em></p>
<p>Gli IWW teorizzavano, è vero, l’uso della forza. Raramente la praticavano, però era sempre contro cose, non persone. Per esempio le trebbiatrici, o i campi incendiati. Si trattava della risposta di un proletariato quasi schiavizzato a una condizione invivibile.</p>
<p><em>La violenza è stata, ed è, un elemento centrale delle dinamiche della società capitalistica. Oggi però è stigmatizzata. Media e commentatori si rifiutano perfino di analizzarne la natura. Lei come interpreta tale atteggiamento?</em></p>
<p>Il più delle volte, la violenza delle classi subalterne è difensiva. Reagisce a un’aggressione scatenata contro una protesta. Lo si è visto, di recente, nelle rivolte dell’Africa del Nord. Se vogliamo venire all’Italia, le presunte violenze dei No Tav sono state di reazione. Nessuno di loro aveva in mente uno scontro programmatico. Aggrediti mentre affermavano un diritto, si sono difesi come potevano. Quasi tutti i feriti sono dalla loro parte.</p>
<p><em>Le politiche liberiste hanno, di fatto, fallito. Eppure si fatica a trovare strade alternative. Su Carmilla lei ha scritto recentemente “il capitalismo non entra mai in crisi finale da solo, senza una spinta energica che lo butti gambe all’aria “. Da dove pensa debba arrivare questa spinta? E quale sarà il ruolo della politica?</em></p>
<p>La spinta non può arrivare che dall’organizzazione in controsocietà di quanti il liberismo lo subiscono sulla loro pelle. La politica, se intesa quale politica istituzionale, oggi serve a poco, visto che i normali meccanismi costituzionali sono soppiantati da centri di comando su scala continentale, o addirittura planetaria, sottratti a ogni controllo. La domanda va però posta al movimento reale. Non a chi, come me, può magari sollevare problemi, ma non additare soluzioni.</p>
<p><em>Gli uomini che i rappresentanti degli IWW tentavano di organizzare erano sostanzialmente manovalanza non specializzata composta di analfabeti e immigrati. Individui essenziali per il buon funzionamento del capitalismo vorace dei primi anni del ‘900. Queste figure permangono ancora oggi?</em></p>
<p>Il capitalismo ha sempre avuto bisogno di figure del genere per funzionare. Forza lavoro a prezzo bassissimo, utile anche per fare pressione su quella più solida, cosciente e organizzata, fino a dissolverla.</p>
<p><em>Possiamo far rientrare in questa categoria anche quanti, pur dotati di un alto livello di istruzione, non accedono ad un mercato del lavoro in grado di garantirne l’emancipazione sociale e salariale?</em><strong></strong></p>
<p>Sì. Sono le nuove forme dell’esercito industriale di riserva di cui parlava Marx.</p>
<p><em>Gli IWW usavano per comunicare con i proprio iscritti fumetti e canzoni popolari. Unico mezzo per rendere accessibile a tutti la propaganda sindacale. Oggi i nuovi media possono svolgere il medesimo compito?</em></p>
<p>Penso di sì. Per di più oggi esistono tanti mezzi in più, legati all’informatica e alla telefonia mobile. Ne abbiamo visto l’uso creativo durante molte sollevazioni recenti.</p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p>*<strong><em></em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>OLTRE</strong></p>
<p>Valerio Evangelisti, <em>Controinsurrezioni</em> (con Antonio Moresco), <em>Noi saremo tutto</em>. Entrambi i testi sono editi da Mondadori</p>
<p><strong> </strong></p>
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