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	<title>opera poetica &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Voce e paesaggio. Su Giuliano Mesa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Aug 2011 07:30:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[Atti impuri]]></category>
		<category><![CDATA[critica letteraria]]></category>
		<category><![CDATA[Giuliano Mesa]]></category>
		<category><![CDATA[opera poetica]]></category>
		<category><![CDATA[poesia contemporanea]]></category>
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					<description><![CDATA[[Questo testo, seguito da una breve antologia di poesie di Mesa, è apparso sul n° 3 di &#8220;Atti impuri&#8220;] di Andrea Inglese Quali prove ho, che Giuliano Mesa sia uno dei maggiori poeti italiani viventi? Dico questo perché, in poesia, la confusione dei valori è più evidente che altrove. Qualsiasi titolo e trofeo, vanno vagliati [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Questo testo, seguito da una breve antologia di poesie di Mesa, è apparso sul n° 3 di &#8220;<a href="http://www.attimpuri.it/">Atti impuri</a>&#8220;]</em></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Quali prove ho, che Giuliano Mesa sia uno dei maggiori poeti italiani viventi?</p>
<p>Dico questo perché, in poesia, la confusione dei valori è più evidente che altrove. Qualsiasi titolo e trofeo, vanno vagliati con cautela. Nella narrativa, almeno, il successo commerciale permette di squadernare evidenze, che possono poi essere confutate da evidenze d’altro genere, quali il giudizio del critico. In poesia tutto si decide tra pochi, endogamicamente, con grande rischio. A volte, persino, non si decide un bel niente: ognuno nutre semplicemente, nel cantuccio proprio, nella chiesuola d’appartenenza, le proprie chimere. L’opera di un poeta può esserci, straordinaria, ma risulta magari invisibile o dispersa dal punto di vista editoriale, mentre altri libri di nessun pregio, per ragioni estrinseche, girano per librerie, biblioteche e premi.<span id="more-39901"></span></p>
<p>Proverò, quindi, nel poco spazio che mi è concesso, a fornire degli argomenti, delle prove, a sostegno del mio giudizio.</p>
<p>1) L’opera di un poeta è importante, quando essa è in grado di manifestare ancora una volta le ragioni estetiche e conoscitive del genere poetico. Detto in altri termini, è importante ogni opera poetica che ci permetta di leggere il destino umano attraverso un’ottica peculiare, non traducibile in forme artistiche e culturali che non siano quelle della poesia stessa. La poesia di Mesa riesce a fare questo, innanzitutto perché si presenta come opera, ossia itinerario complesso, sviluppo di temi e forme, di possibilità sintattiche e di famiglie lessicali, di ritmi e partiture grafiche. Ogni libro appare come un ripensamento, come la crisi o la radicalizzazione del precedente. Nel contempo, però, i rimandi interni sono fitti, a ribadire una coerenza d’insieme, una fedeltà nel tempo alle proprie ossessioni.</p>
<p>2) Quest’opera è oggi accessibile al lettore, grazie al lavoro rigoroso della casa editrice La Camera Verde di Roma, che nel 2010 ha raccolto in volume, a cura del critico Alessandro Baldacci e con la supervisione dell’autore, tutte le poesie fino ad ora pubblicate in volume. <em>Poesie 1973-2008</em> contiene <em>Schedario </em>(1973-1977), <em>Poesie per un romanzo d’avventura</em> (1985-1995), <em>Da recitare nei giorni di festa</em> (1996), <em>Quattro quaderni</em> (1995-1998), <em>chissà</em> (1999), <em>Tiresia</em> (2000-2001), <em>nun</em> (2002-2008). Anche se i volumi della Camera Verde non sono presenti nelle librerie, come non lo sono la maggior parte dei volumi di poesia delle piccole e medie case editrici, l’opera poetica di Mesa è oggi interamente disponibile per chi la voglia conoscere. È sufficiente ordinarla, recandosi sul sito dell’editore (<a href="http://www.lacameraverde.com/">www.lacameraverde.com</a>). Insomma, chi davvero ami la poesia, ha tutte le opportunità per misurarsi con l’opera di questo autore.</p>
<p>3) Proverò a dire, ora, di cosa parla la poesia di Mesa. Ad una prima approssimazione, i motivi che appaiono più costanti sono quelli della <em>voce</em> e del <em>paesaggio</em>. Si tratta non di due figure distinte, ma di un’articolazione fondamentale che assume la scrittura poetica: quest’ultima “chiama”, fa sorgere, una voce al cospetto di un paesaggio. Voce e paesaggio affiorano assieme, si definiscono per esplosione e rimbalzo. La voce permette al paesaggio di apparire, anche se il paesaggio precede silenziosamente la voce. Nell’incontro tra voce e paesaggio è la figura dell’umano che emerge, ma un umano primordiale, oscillante tra preistoria e dopo-storia, privo di ogni sostegno istituzionale, ossia senza funzione sociale, legittimazione ideologica, identità storica. Il tema della voce-paesaggio è un tema ben presente nella poesia novecentesca, basti pensare al caso del “vocativo” zanzottiano. Ma in Mesa il paesaggio non ha una radicamento storico-geografico su cui far leva per sprigionare senso, valore, narrazioni possibili, seppure nella forma aurorale e innocente del balbettio. È un paesaggio di rovine e detriti ai margini di ogni civiltà possibile; un paesaggio sconquassato dai cataclismi storici delle guerre, delle spoliazioni, dei campi di prigionia e di sterminio. Vi è come l’ombra apocalittica di Celan a perturbare in modo sinistro il vocativo di Zanzotto. (Ma bisogna tener conto anche della baldanza tragi-comica di Beckett, che è in grado di rovesciare di continuo la gravità del dettato celaniano in un insolente falsetto, in una voce stridula, da autoparodia.)</p>
<p>vento, che smuove le tegole bisunte, cremose,<br />
di sterco dei piccioni e di fuliggine,<br />
e sfoglia molte epidermidi, dal vero,<br />
crespe come un fritto di mare, un rimasuglio,<br />
stantio e disoliato,<br />
oh l’ora è inclemente,<br />
brillii alogeni, cappi di neon,<br />
e sbraita chi briga per riandare nel buio, nel pesto,<br />
pigiare tutto nel buio, fare un furioso<br />
amplesso di mandibole<br />
oh se ossuti e burrosi,<br />
solvibili, insolventi, dal vento impollinati,<br />
e poi a sgravarsi, tutti quanti,<br />
di altre prede preziose</p>
<p>[da <em>I loro scritti</em></p>
<p>4) Ciò che però davvero conta, non è né il soggetto spettrale che fa da supporto alla voce né le caratteristiche del paesaggio, che questa voce tende, come fatalmente, a rivelare. La voce, che il verso di Mesa “mette in scena”, rompe il silenzio, e ogni volta “vuole dire”, annuncia e insegue un senso, raccoglie – tra il corpo che la lascia vibrare e il mondo in cui si diffonde – dei significati. Ma questi significati, in virtù della regia ritmica e grafica della scrittura, non sedimentano, scorrono in continua permutazione, contraddizione o sviamento, senza mai acquisire <em>l’autorità per permanere</em>.</p>
<p>occorrerà affrettarsi<br />
perché rimanga solo il vero<br />
e dunque nulla, forse –<br />
forse soltanto il movimento,<br />
verso</p>
<p>anche a ritroso:<br />
via, e vai</p>
<p>[da <em>Quattro quaderni</em></p>
<p>L’<em>incipit</em> presenta un verbo di necessità, declinato al futuro, con un soggetto impersonale che ben corrisponde alla “neutralità” della voce. Il “vero” qui evocato, come resto finale e scopo del discorso, funge da paradigma di tutti i possibili “significati”, ossia qualcosa che la mente può definire e di cui può affermare l’esistenza. Solo che questo vero si rovescia in “nulla”, come se ciò fosse un passo logico conseguente. (D’altra parte, la verità, come gli stessi corpi, è soggetta al tempo e all’annichilimento.) L’introduzione dell’avverbio “forse”, seguito da un tratto orizzontale, blocca e svia il proseguimento del discorso. E, dopo questo salto, il “nulla” è ridefinito come “movimento”. Ma il “movimento” è un significato che espone una duplice e problematica natura: è movimento “verso” ma “anche a ritroso”, in definitiva un “via, e vai”, tradimento della formula comune “via vai”. Ed è su questa imprevista esortazione, che chiude il testo, che s’arresta la voce. Siamo agli antipodi dell’amore novecentesco per le chiuse gnomiche che fanno precipitare il senso, concentrandolo e facendolo così risuonare in modo ampio. La maggior parte delle chiuse di Mesa sono della anti-chiuse, mostrano appunto l’impossibilità di chiudere in termini semantici e discorsivi; esibiscono, anzi, l’illusione e l’artificio della chiusura compositiva, dal momento che la vita continua, avulsa, remota, dopo la cristallizzazione della traccia poetica. Ciò che chiude è solo la musica, il battito, l’atomo grammaticale, il segno grafico. Ma si tratta in realtà di un rinvio, di un differimento, di un’ulteriore apertura. Il “vero” è appunto questo: il dover ogni volta dire, senza mai afferrarlo, senza mai esserne padrone, un qualche significato, come se fosse quello buono, quello definitivo, quello <em>vero</em>. E per un carattere profondamente libertario come Mesa, non è causale questa corrispondenza tra biografia ed opera: si può essere padroni <em>del ritmo</em> delle nostre catastrofi di senso, ma non padroni <em>del senso</em>, che ci promette riparo dalle catastrofi.</p>
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		<title>Biagio Cepollaro, &#8220;Da strato a strato&#8221;: dal libro alla mostra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 Jan 2010 05:27:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Biagio Cepollaro]]></category>
		<category><![CDATA[da strato a strato]]></category>
		<category><![CDATA[La Camera Verde]]></category>
		<category><![CDATA[opera pittorica]]></category>
		<category><![CDATA[opera poetica]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/da-strato2.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/da-strato2-300x212.jpg" alt="" title="da strato" width="300" height="212" class="alignnone size-medium wp-image-28849" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/da-strato2-300x212.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/da-strato2-1024x724.jpg 1024w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><br />
Antiquum Oratorium Passionis- Basilica di S. Ambrogio, a <strong>Milano</strong>.<br />
<strong>28 gennaio</strong>, giovedì, alle <strong>18.30</strong></p>
<p><em>Da strato a strato</em> è il titolo di un libro e di una mostra.<br />
Raccoglie 21 immagini di quadri e 21 stanze di un poemetto di <strong>Biagio Cepollaro</strong>. Testi e immagini nate contemporaneamente, parole che si sono coagulate sulla pagina e parole che hanno dialogato con i materiali della pittura, diventando segni tra segni.</p>
<p>Le parole della poesia sono leggibili, stampate in un libro: possono essere lette ad alta voce chiamando chi ascolta al significato, le parole che sono diventate segni possono in un certo senso essere viste per quelle che sono: tracce su legno o su tela di movimenti della mano e della sua intensità nell’insieme di altri gesti e di altre tracce.<br />
<span id="more-28843"></span><br />
&#8220;Ho voluto scrivere sul cemento, sul gesso, sul pigmento, sul catrame. Non solo sulla carta. Le parole, diventate illeggibili ma non irriconoscibili, ai miei occhi hanno conquistato un senso che non avevano: si sono incarnate, sono diventate, con i colori e con le materie, elementi della composizione complessiva: le parole, insomma, sono nel quadro, sono il quadro. E’ stato come uscire dall’astrazione e dal mentale del linguaggio. E’ stato come esplorare la lingua delle cose, la lingua muta ma espressiva di quell’immenso mondo extra-verbale che una volta era la Natura e che oggi è la Città, dove non tanto la tecnica regna, ma il caso, spesso, violento e talvolta sorprendentemente bello. Ecco perché il catrame, il cemento e il gesso, e, insieme, l’acrilico, il pigmento e l’antica tecnica della tempera all’uovo. Per provare con mezzi elementari ad indicare la complessità che non si lascia dire.&#8221; (<strong>Biagio Cepollaro</strong>)</p>
<p>&#8220;Sono piuttosto soddisfatto di essere un grafico (cioè un designer &#8211; fra l&#8217;altro &#8211; della scrittura), perché i miei attrezzi conoscitivi mi sembrano abbastanza calzanti rispetto al lavoro di Biagio Cepollaro. Avere un piede nel verbale  e uno nel figurale, e essere abituato a pensare che la scrittura ha un apparenza e una fenomenalità, va proprio bene per i quadri di Biagio.<br />
Rispetto alla origine verbale, e poi scrittoria, però è come se Biagio quasi una volta per tutte, oltre che all&#8217;avviarsi di ognuna delle sue opere, facesse quanto dice Stefano Agosti a proposito di Klee e della pratica usata da tutti i pittori: il gesto, cioé, di strizzare gli occhi: “Socchiudendo gli occhi il pittore libera forme, masse, volume e colore dai loro vincoli con gli oggetti”, (e per Cepollaro gli oggetti sono &#8220;cose scritte&#8221;). Strizzando gli occhi il pittore nega, cioé, cancella, oblitera la semantica proprio per mettersi in grado di fare esplodere i valori estesici.&#8221; (<strong>Giovanni Anceschi</strong>, <em>La scrittura rinnegata</em>)</p>
<p>&#8220;It’s hard to imagine a time when only landscapes and portraiture were the order of the day. We are surrounded by so many kinds of art today, that considering any restraints is nearly impossible. Here we are in the 21st century, where using words, letters, marks and gestures is quite common. Writing has become such an integral part of many an artist’s oeuvre. One such artist is Biagio Cepollaro. In some of his work, there’s the enigma of seeing legible words without being able to understand them, which makes us wonder what he’s saying; what ideas are being proffered. In other works, it’s only the gesture of writing that he captures and he uses that as construction, with no intention of conveying a meaning. But whether readable or not his compositions are all about writing and marks. Instead of looking at a still life or landscape, here we are appreciating something totally human; a man’s thoughts and gestures.&#8221; (<strong>Dean Aldrich</strong> , <strong>Words and Mark Making</strong>)</p>
<p><strong>Biagio Cepollaro</strong> (Napoli, 1959) che ha prodotto in un trentennio di attività poetica libri come la <em>Trilogia 1985-1997 </em>(Scribeide, Luna persciente, Fabrica) e i più recenti <em>Versi Nuovi</em> (2004) e <em>Lavoro da fare</em> (2006), in questa fase della sua vita si è dedicato intensamente all’attività pittorica, portando in tale ambito tutta l’esperienza compositiva e la sensibilità per i segni della poesia.<br />
Due libri, editi da La Camera verde di Roma, illustrano il suo lavoro artistico: <em>Nel fuoco della scrittura </em>(2008), titolo omonimo delle mostre a Roma (La Camera verde,2008), Napoli (Il filo di Partenope, 2009), Piacenza (Laboratorio delle Arti,2009) e Milano (Archi Gallery,2009) e Da strato a strato (2009).<br />
La rivista &#8220;il Verri&#8221; (n.41, 2009) gli ha dedicato la copertina.<br />
Sono intervenuti criticamente sul suo lavoro pittorico: Giovanni Anceschi, Introduzione a <em>Da strato a strato</em>, La Camera verde, Roma, 2009), Ottavio Rossani, Corriere della sera.it ; Paola de Ciuceis, Il mattino di Napoli, 15 gennaio, 2009; Rosanna Guida, Italo Testa, Davide Racca. </p>
<p>Info: <a href="http://www.cepollaro.it">www.cepollaro.it</a><br />
biagiocepollaro@tin.it </p>
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