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	<title>Ortega y Gasset &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>TQ – fenomenologia di una generazione letteraria allo specchio: Simone Barillari</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 May 2011 07:46:13 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Per un nuovo pubblico di Simone Barillari Si è fatto molto parlare, nelle riunioni e nel forum di TQ, di penetrare maggiormente nella società italiana, di aumentare il numero dei lettori, e sono state anche individuate aree e pratiche di intervento sociale degli scrittori. Mi chiedo però se non debba essere presa in considerazione anche [&#8230;]]]></description>
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<p><strong>Per un nuovo pubblico</strong><br />
di<br />
<strong>Simone Barillari</strong></p>
<p>Si è fatto molto parlare, nelle riunioni e nel forum di TQ, di penetrare maggiormente nella società italiana, di aumentare il numero dei lettori, e sono state anche individuate aree e pratiche di intervento sociale degli scrittori. Mi chiedo però se non debba essere presa in considerazione anche una possibilità di intervento che non sia solo orizzontale, per ampliare il pubblico, ma verticale, per innalzarlo – una linea migliorista (una “linea elitista”?), minoritaria e complementare rispetto alla giusta, indispensabile “linea azionista” di TQ, ma forse non meno importante, e non meno impervia.<br />
<span id="more-39013"></span><br />
Portare la cultura tra chi non ne ha come un bene primario quanto il pane e l’acqua, portarla nelle carceri, portarla nei presidi dell’immigrazione, come è stato detto, e fino alle frontiere ultime dell’umanità, è un impegno nobile e decisivo in questo tempo, eppure impegno non meno nobile e non meno decisivo, così mi sembra, è di portare la cultura più rara e scelta tra chi ha disimparato a servirsene anche se vorrebbe tornare a farlo, e  in questo modo tracciare con forza una linea di separazione tra ciò che è letteratura e ciò che non lo è, disegnando una frontiera diversa e mancante che sia poi continuamente rimarcata.</p>
<p>La letteratura è già adesso, e sarà condannata a essere sempre più, al margine dei processi di trasmissione della conoscenza e di formazione della coscienza degli uomini – nell’età dell’immagine la letteratura è destinata a essere didascalia. Apparteniamo pienamente, irreversibilmente, a quella che Neil Postman ha definito già trent’anni fa <em>la terza età della conoscenza umana </em>dopo quella orale e quella scritta, spiegando che l’acquisizione di gran parte della conoscenza attraverso l’immagine e lo schermo invece che attraverso la parola e la pagina comporta un cambiamento copernicano della conoscenza stessa e del suo assetto, delle sue funzioni e delle sue finalità, e di chi, e di come, la produce e la fruisce. La profezia di Steve Jobs è che i libri così come li conosciamo ora, e non solo la loro veste cartacea, si estingueranno entro poche decine d’anni, e l’immane ambizione di grandi menti contemporanee come la sua sembra essere quella di codificare, di traslare in forma di visione e di percezione tutto ciò che è stato elaborato sotto forma di parola scritta – e il vero tradurre è sempre stato un violento appropriarsi, un dichiararsi degni di dire come se si dicesse per primi, di ridire qualcosa per far dimenticare che era già stato detto. Quella che dev’essere difesa e propugnata in questo tempo è dunque una letteratura intraducibile, quella che contiene, si potrebbe dire con Robert Frost, la maggior quantità di ciò che va perso nel tradurre, quella che dimostra di avere il maggior gradiente di specificità letteraria, e che, per questo, non potrà che essere assimilata sempre e solo attraverso la lettura – in questo senso, l’unica letteratura da difendere è anche, storicamente, l’unica letteratura che può ancora essere difesa.</p>
<p>In un tempo in cui i libri somigliano sempre più, per la qualità e la durata della scrittura di cui sono fatti, a grossi giornali rilegati, e i giornali, a loro volta, a lenti blog di carta, in un tempo in cui i libri si insediano goffamente nel vuoto lasciato dai giornali e non fanno che pubblicare reportage e inchieste in serie (a questo è ridotta la saggistica di oggi), in questo improvviso collasso dei piani della scrittura uno sull’altro fino a renderli indistinguibili come macerie, bisogna tornare a rivendicare l’altezza della letteratura, l’incomunicabilità mediatica della cultura più alta. Scriveva Baudrillard che ogni comunicazione rende l’oggetto del comunicare sempre più semplificato, incolore e infine trasparente, che una terribile trasparenza è la prerogativa richiesta a tutto ciò che vuole comunicarsi perché lo si possa comunicare e che la comunicazione è dunque il processo degenerativo di ciò che è comunicato, così che dovremmo forse rinunciare a comunicare certe cose e ritornare a trasmetterle quasi da persona a persona, a tramandare – che è un comunicare preservando, un consegnare in mano – ciò che ci è più caro per salvaguardarlo quanto più possibile, preoccupandoci perciò non di informare il lettore ma di formarlo, non solo di essere letti più largamente ma soprattutto di essere letti più profondamente. Penso che dovremmo domandarci, per esempio, com’è stato possibile che un’opera di inossidabile perfezione, uno degli autentici romanzi italiani del Novecento com’è definitivamente <em>Gli esordi</em> di Antonio Moresco, non abbia trovato non solo quei riconoscimenti ufficiali che ha meritato come forse nessun’altra opera del suo tempo ma anche soltanto un numero di lettori sufficiente per restare stabilmente in catalogo – mi risuona in testa, mentre scrivo queste righe, una veritiera e violenta riflessione di Ortega y Gasset: «<em>Chi si adira nel vedere trattati diversamente gli uguali, e non si commuove nel vedere trattati ugualmente i disuguali, non è democratico, è plebeo»</em>. Quattro o cinque anni fa, durante una riunione degli stati generali dell’editoria, Gian Arturo Ferrari fornì un dato che deve far riflettere: è tra i cosiddetti lettori forti e fortissimi, in quella contesa nicchia superiore del 5% della popolazione italiana, che ha costruito il suo successo Il Codice da Vinci. Mi sembra allora che, accanto al compito costitutivo di ampliare il pubblico dei lettori portando i libri tra chi non legge o legge pochissimo, uno dei compiti essenziali e urgenti di TQ debba essere proprio quello di fondare un nuovo pubblico, di educare intorno a noi, nel tempo, una comunità di lettori forti e fedeli, quasi scegliendoli a uno a uno, una comunità necessariamente ristretta eppure auspicabilmente importante e crescente – dunque non solo, attraverso gesti umanitari, insegnare a leggere, ma non meno, attraverso gesti umanistici, reinsegnare a leggere e insegnare a rileggere.</p>
<p>Mi riferisco, in termini pratici, a istituire seminari e cicli di lettura in cui sceverare con dedizione certosina una pagina di un classico o di un grande contemporaneo, in cui spiegare cosa rende a noi sacra una certa poesia, in cui far riscoprire il piacere estetico della lettura e istruire all&#8217;habitus mentale quasi religioso che richiede, a organizzare incontri di filosofia in cui condividere e unire i nostri maestri fondamentali, a comporre un canone aperto di opere italiane recenti da sostenere e far vivere, a promuovere già prima della sua uscita un libro italiano meritevole attribuendogli una patente di qualità, a esercitare pressioni su grandi gruppi editoriali affinché ritraducano classici con una traduzione invecchiata o ripropongano grandi libri abbandonati, proprio potendo noi far affidamento anche sulla comunità di lettori che partecipano alle iniziative di TQ – a riportare, infine, la qualità della scrittura e del pensiero, a scapito dell’attualità e della popolarità del tema, al centro del dibattito mediatico. A fare, cioè, di TQ il centro pulsante della giovane eccellenza artistica e intellettuale italiana, e della qualità delle opere che sostiene un’istanza non solo estetica, ma etica e politica.</p>
<p><strong>Nota</strong> di <strong>effeffe</strong><br />
<em>Come ho già scritto qualche tempo fa ho pensato che fosse cosa buona e giusta condividere con i lettori di Nazione Indiana alcune delle tappe che gli autori coinvolti nel  TQ stanno via via definendo, per un giro dell&#8217;Immaginario politico e letterario dei nostri giorni. Non ci sono di certo le maglie rosa di quell&#8217;altro, giro, ma di certo non mancherà chi troverà il tempo e la fantasia di spargere chiodi per strada. Pazienza, mi viene da dire a loro mentre agli autori dei testi dico grazie per aver accettato il mio invito. <a href="https://www.nazioneindiana.com/2011/05/07/tq-fenomenologia-di-una-generazione-letteraria-allo-specchio-prima-parte/">Qui</a> e <a href="https://www.nazioneindiana.com/2011/05/06/tq-fenomenologia-di-una-generazione-letteraria-allo-specchio-federica-sgaggio/">qui</a> gli altri interventi.</em></p>
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