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		<title>La staticità dell&#8217;assenza</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Nov 2019 05:00:18 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Mariasole Ariot &#160; John Cage In a Landscape [1944-45] &#160; La distanza che separa il voler essere dall’essere, questa sacca nera stomacale, quando la notte buca il ventre ed esce il buio dalla bocca: si affianca il nero al nero, gli oggetti ricoperti da pelli animali, l’animale che si muove ridendo rannicchiato alla finestra. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di <strong>Mariasole Ariot </strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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<p><small>John Cage <em>In a Landscape</em> [1944-45]</small></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La distanza che separa il voler essere dall’essere, questa sacca nera stomacale, quando la notte buca il ventre ed esce il buio dalla bocca: si affianca il nero al nero, gli oggetti ricoperti da pelli animali, l’animale che si muove ridendo rannicchiato alla finestra. E’ questo dolore immobile, la staticità dell’assenza, le presenze che gridano la stanza.<em> </em></p>
<p style="text-align: right;"><em> Una bocca</em><em><br />
non è una parola</em></p>
<p>Si richiamano le certezze antiche, riemergono dal fondale e s’insinuano piano, il cercare estenuati la riproduzione, accoppiarsi col presente per far nascere il passato. E allora dire: basta, e poi ripetere: ancòra.<br />
Tutto il mondo è messo a silenzio, l’urlo degli arti eretti si affianca alle ossa.</p>
<p>Chiedersi perché non finisce e ostinarsi per non farlo finire, mantenere questo occhio spalancato con la sbarra per non dire è un lutto, per non fare un lutto, per piegare il lutto sulle ombre, perché l’ombra che è l’ombra che hai visto e rivisto e ancora rivedi rassicura la tua specie. Allora riposizionare i passi, amputarsi le zampe per tagliare un cordone. Ma un parto non è una nascita.</p>
<p style="text-align: left;">Le maledizioni, l’usura dei rapporti umani, quando alla voce si risponde con il bianco muto e i denti scheggiati, e la muta non avviene, e cadono i corpi sulle strade affollate : i passanti si fermano a guardare, si dilata la pupilla e poi ricomincia a camminare, un rìvolo di sangue, il respiro di un suono senza suono, il morto lasciato morire.</p>
<p><em>La solitudine<br />
</em><em>non è un’assoluzione.</em></p>
<p>E bruciano soli sulla pelle, si anneriscono le superfici, una superstizione di pochi, quando dicono: la salute, il grembo pieno, un colorito.<br />
Di nuovo tornare, curvare la biografia alla tua domanda, affogare la testa, tappare le buche dei timpani, smetterla di sentire, i granelli nella cornea, questo disabitare il sé reciso, lasciare la decisione a un dolore tra le gambe – e poi strapparsi, e poi tornare, e poi  chiedere: il permesso all’esistenza.</p>
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