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		<title>Un libro vi trasporterà: Carlo Grande</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Jan 2011 09:11:58 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Nuova puntata per gli amici di Torno Giovedì dedicata a un vero gentleman della letteratura italiana, Carlo Grande. Così Torino ci accoglie tra le strade illuminate dalle luci d&#8217;artista, caffè storici, come il caval &#8216;d brons di Piazza San Carlo, l&#8217;area di rigore di un campo di calcio su cui si allena l&#8217;Osvaldo Soriano Football [&#8230;]]]></description>
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<p>Nuova puntata per gli amici di <a href="http://www.tornogiovedi.it/un-libro-vi-trasportera/">Torno Giovedì</a> dedicata a un vero gentleman della letteratura italiana, Carlo Grande. Così Torino ci accoglie tra le strade illuminate dalle luci d&#8217;artista, caffè storici, come il caval &#8216;d brons <span id="more-37761"></span>di Piazza San Carlo, l&#8217;area di rigore di un campo di calcio su cui si allena l&#8217;Osvaldo Soriano Football club e soprattutto le pagine di Terre alte, ed Ponte alle Grazie, che si lasciano sfogliare strada facendo. La band torinese che ci accompagna è quella dei Nadar Solo il cui cantante, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/07/22/genealogia-del-male-1/">Matteo de Simone</a>, scrittore e promessa della scena musicale rock torinese, ci ha suggerito &#8220;Radical Trip&#8221; come colonna sonora. Cosa aggiungere se non, Hare Krishna, Hare Krishna, Hare Krishna, hare Hare&#8230; effeffe</p>
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		<title>BIzArt and foot! &#8211; Rafael Spregelburd</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Jan 2011 09:48:10 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Bizarra: teatro e telenovela. Intervista a Rafael Spregelburd di Graziano Graziani Rafael Spregelburd è tra i drammaturghi argentini più interessanti della sua generazione, quella dei quarantenni che hanno vissuto la dittatura solo durante l’infanzia, affacciandosi nell’età adulta quando l’Argentina cominciava a fare i conti con quel suo doloroso recente passato. La sua opera, per altro [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/MST-2010-news-56558-1.jpg"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/MST-2010-news-56558-1-300x165.jpg" alt="" title="MST-2010-news-56558-1" width="300" height="165" class="aligncenter size-medium wp-image-37749" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/MST-2010-news-56558-1-300x165.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/MST-2010-news-56558-1.jpg 580w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><br />
<strong>Bizarra: teatro e telenovela. Intervista a Rafael Spregelburd</strong><br />
di<br />
<strong><a href="http://grazianograziani.wordpress.com">Graziano Graziani</a></strong></p>
<p>Rafael Spregelburd è tra i drammaturghi argentini più interessanti della sua generazione, quella dei quarantenni che hanno vissuto la dittatura solo durante l’infanzia, affacciandosi nell’età adulta quando l’Argentina cominciava a fare i conti con quel suo doloroso recente passato. La sua opera, per altro piuttosto prolifica, è ben conosciuta in paesi come l’Inghilterra e la Germania, mentre solo da qualche anno viene rappresentata in Italia, grazie anche all’opera di traduzione e regia di Manuela Cherubini, che nell’ultima edizione del Napoli Teatro Festival ha realizzato la versione “napoletana” di «Bizarra», una delle opere più particolari di Spregelburd, che verrà riproposta a in versione “romana” tra ottobre e dicembre all’Angelo Mai (produttore dello spettacolo assieme alla regista e a Giorgio Barberio Corsetti). «Bizarra» è una teatronovela in dieci puntate, un lavoro smisurato che si confronta con le regole assurde – ma accettate senza alcuna difficoltà dal pubblico – che caratterizzano il racconto della fiction televisiva, ed è proprio quest’opera il centro di questa conversazione con Rafael Spregelburd. Perché la scrittura di Spregelburd, oltre a mettere in risalto l’assurdità del linguaggio televisivo, con un sicuro effetto comico, coglie i nodi più profondi dove questo influenza e modella il linguaggio della politica e dell’informazione. D’altronde la genesi stessa di «Bizarra» ha un peso importante: il drammaturgo argenti ha scritto la prima teatronovela della storia del teatro all’indomani della crisi economica del 2001, quando non c’erano più soldi per lavorare e tutti pensavano ad andarsene dal paese. Una situazione che, pur con le dovute differenze, ricorda l’Italia dei nostri giorni.<br />
<em>Come è nata Bizarra?</em><br />
<span id="more-37745"></span><br />
«Bizarra» è stata scritta durante il 2002, nell’anno della crisi economica più forte che ho vissuto nella mia vita. È nata dal desiderio di un gruppo molto esteso di attori di fare qualcosa con la nostra tristezza, qualcosa che non fosse un’opera nostalgica che dicesse quello che si diceva ovunque – durante la crisi tutto era molto politicizzato. Quando ci siamo riuniti, molti attori stavano abbandonando il paese, andavano in Spagna, Messico, Spagna, Italia e questo ci rendeva molto tristi. Cercavamo un formato contraddittorio e la telenovela era l’ideale: un formato esageratamente romantico, festoso, e assolutamente fuori da ogni regola economica. «Bizarra» non è economica: ha 70 attori. Non può essere trattata come un prodotto commerciabile, si è verificata esclusivamente in una circostanza sociale molto particolare.</p>
<p><em>Perché hai scelto di lavorare sul linguaggio della telenovela, che è un formato molto popolare in Sudamerica?</em><br />
La prima motivazione è che avevamo un gruppo molto grande. Volevamo fare qualcosa insieme ma eravamo tanti. Lavorare con molta gente implica di solito un tipo di drammaturgia tradizionale, con pochi protagonisti e molti personaggi secondari. Non volevamo questo. Volevamo dare lavoro a tutti in modo più o meno democratico. Da alcuni anni mi interesso della struttura democratica della drammaturgia. Esistono opere pensate in epoca monarchica che riflettono la gerarchia monarchica nella loro struttura: un protagonista, e a scendere i personaggi secondari. Quasi tutta la produzione classica è strutturata così, dall’Amleto di Shakespeare in giù. Gli attori sono gli operai di un sistema che li vede ultimi nella gerarchia della produzione del senso, al cui vertice c’è l’autore. D’altra parte le opere democratiche sono spesso poco interessanti. Oggi nel cinema vanno di moda le pellicole “corali”, che non hanno un solo protagonista; però questi film sembrano avere tutti la stessa struttura e lo stesso argomento. Questo è un problema su cui noi abbiamo riflettuto molto. Volevamo sentirci operai di un’opera che fosse come una fabbrica occupata dagli operai, e per fare questo avevamo bisogno di una struttura che non permettesse a nessuno di essere il padrone dell’opera. Così nacque l’idea della telenovela.<br />
La telenovela classica non è come la nostra, naturalmente. Si segue il destino dei protagonisti. In «Bizarra» invece le storie secondarie o parallele hanno la stessa importanza di quella principale. La nostra è una struttura “bastarda”.</p>
<p><em>Vi siete confrontati, in teatro, con un linguaggio di massa. Cosa ha significato?</em><br />
La telenovela è certo un prodotto di massa che cerca un’identificazione del pubblico che sia la più vasta possibile. Ce ne sono diversi tipi: la telenovela del pomeriggio, ad esempio, è dedicata alle casalinghe che non vanno a lavoro. Un simile obiettivo sociologico fa sì che questo tipo di telenovela presenti una struttura distinta: sono più lente, hanno personaggi maschili affascinanti. La telenovela della sera, invece, è più sofisticata, meno prevedibile, e non è così classica nella divisione tra il bene e il male nei personaggi, perché cerca di andare incontro a un pubblico diverso, donne che lavorano e anche uomini. Difatti nelle telenovelas della sera si trovano argomenti di vita criminale o donne nude, quello che si pensa debba interessare di più gli uomini; nelle telenovelas del pomeriggio questo sarebbe impensabile. Oggi in Argentina va di moda una telenovela che ha per protagonista delle “botineras”. Botinera è il modo in cui chiamiamo le fidanzate dei calciatori (deriva da “botine”, che sono le scarpe dei calciatori), e sono generalmente modelle e show girls. Suona un po’ come le “veline” italiane. Questa telenovela è indirizzata agli uomini perché parla di calcio, ma anche alle donne, anche se le protagoniste praticamente si prostituiscono per raggiungere il proprio obiettivo. La telenovela, come ogni altro prodotto televisivo, non ha una finalità estetica, ma ha bisogno di un target a cui è destinata la pubblicità commerciale che intervalla la trasmissione. Possono esserci diversi pubblici, ma vanno sempre definiti, e questa definizione comporta delle regole estetiche di linguaggio.<br />
Noi non avevamo lo stesso problema, o forse sì, se è vero che il teatro si indirizza sempre a una elite culturale che lo frequenta. È un pubblico annoiato di vedere un teatro ridondante e intellettuale, che ripete le stesse cose di cui si parla nei media benpensanti di sinistra. Noi volevamo provocare uno scandalo per questo tipo di pubblico. La provocazione di «Bizarra» non è diretta a mia nonna, che il teatro non lo frequenta; chi si può scandalizzare è lo spettatore classico di teatro che pensa che il teatro debba tematizzare gli argomenti della realtà, invece che tradurli in una forma estetica. «Bizarra» è una traduzione di un momento cruciale per il mio paese, una traduzione che è politica non tanto perché si parla di temi politici (elemento che trasgredisce una delle regole della telenovela classica: non si può parlare di politica perché tutti ci si devono poter riconoscere), ma perché restituisce quella realtà in modo trasfigurato.</p>
<p><em>«Bizarra» è stata un successo in Argentina, e molti altri attori hanno chiesto di aggiungersi in corsa. Come è andata?</em><br />
Abbiamo iniziato che eravamo una trentina, ma poi abbiamo cominciato ad invitare gente. Ci hanno chiesto di partecipare anche attori molto conosciuti, che lavorano nel cinema o nella televisione, e che non potevano dedicare a «Bizarra» tutto il tempo che dedicavamo noi. Così abbiamo creato molti personaggi secondari che compaiono meno, ai quali non avevo pensato assolutamente quando ho cominciato a scrivere il testo: ce li siamo inventati dopo per accogliere questi attori. In qualche caso gli attori più famosi hanno interpretato se stessi. Si sposava bene a una delle regole che ci eravamo dati per «Bizarra»: in ogni puntata doveva accadere qualcosa di assolutamente demenziale.</p>
<p><em>Qual è secondo te la dimensione politica del teatro?</em><br />
In Argentina abbiamo una forte tradizione di teatro politico, che è quel tipo di teatro che porta alla luce le contraddizioni del tuo credo politico. Chi segue il teatro più o meno sa quali sono i problemi, sa ad esempio che la ricchezza è mal distribuita. Ma spesso per dire questa cosa riproduciamo delle organizzazioni tra gli uomini che sono una forma del capitalismo che si intende criticare. La struttura che mette l’autore al vertice della piramide, con uno stato ontologico superiore a quello degli attori, che invece sono manodopera contrattata per la rappresentazione della sua idea, ne è un esempio perfetto. La mia generazione ha cominciato a rifiutare questa organizzazione della produzione del senso, che quasi non esiste più.<br />
Le compagnie di teatro oggi sono gruppi di persone che spesso hanno punti di vista simili, ma che non appartengono ad un partito politico. Un tempo tutto il teatro d’avanguardia ruotava attorno al partito comunista, un po’ come in tutti i paesi del mondo. Oggi non è più così, le persone non si raggruppano più in base a un’idea politica, o lo fanno meno. Viviamo un’epoca di grande individualismo, ma questo non vuol dire che non si possano più trovare soluzioni collettive di comprensione della realtà. Certamente però quei gruppi che vogliono denunciare qualcosa in base a un’idea politica oggi scontano un’ingenuità, perché non si rendono conto che stanno “riproducendo” una forma. A volte le rivoluzioni passano per l’invenzione di nuove forme.</p>
<p><em>Perché, allora, consideri un atto politico lavorare sul linguaggio della telenovela a teatro?</em><br />
La telenovela ha delle regole assurde. Ma assolutamente fisse. Mette in scena la lotta della virtù in un mondo dove regna il male. La virtù è incarnata da una giovane donna, il cui obiettivo è sposarsi, trasformando l’uomo che ama in un padre di famiglia ideale. L’uomo che ama non è sempre buono, ma lei riuscirà a trasformarlo grazie al suo amore e alla sua virtù. Queste le regole principali, ma ce ne sono molte altre. Possiamo dire che la telenovela è il risultato dell’incrocio tra il genere fantastico e la fiaba di tradizione centroeuropea, quella dei fratelli Grimm: alla protagonista succede tutto il male possibile, ma lei non si piegherà mai, non perderà mai la virtù. La lotta della virtù alla fine è premiata da un gesto simbolico che è il matrimonio – e deve essere un matrimonio legale, che avviene in chiesa dopo aver superato una serie di impedimenti cavillosi. La telenovela mescola credenze cattoliche all’universo gotico.<br />
Queste sono le regole di una telenovela classica, ma una buona telenovela normalmente le rispetta tutte ma ne trasgredisce una. La trasgressione di una regola fa la particolarità di quella telenovela. Altrimenti sarebbero tutte identiche.<br />
Queste regole sono assurde, ma funzionano perché sono riconosciute universalmente. La politica, allo stesso modo, segue delle regole molto precise. Per politica intendo la rappresentazione mediatica dei politici di professione, non la politica vera che fa la gente. I politici hanno imparato a costruire una dimensione fittizia della politica, basata su regole altrettanto assurde di quelle della telenovela. Si tratta di un racconto epico, che ha un protagonista che deve superare molte difficoltà, di cui vengono raccontati i successi e le avventure erotiche. È stato così in Argentina con Menem, ma anche in Italia dove si fanno delle leggi per salvaguardare certi singoli politici. Tutti lo accettano. Perché? Perché ha la forma di una regola. Perché non è caotico: magari è una regola ingiusta, ma è una regola, si presenta come una convenzione organizzata. Questo, invece di creare indignazione, rassicura. Perché la gente si adatta a ogni tipo di regola; ciò che non sopporta è l’anarchia.<br />
Ma le regole assurde della politica non funzionano solo con un protagonista fuori dal comune. Da noi il modello menemista sta scomparendo, e oggi “menemista” è quasi un insulto. Le regole però si estendono ai discorsi più generali, come quelli odierni sulla crisi. Tutti danno per scontato che dalla crisi si uscirà salvando le banche. Ma si tratta di una menzogna: durante una crisi occorre salvare le fabbriche e tutti quei luoghi dove si lavora e si produce ricchezza reale, non certo sostenere chi specula e ha provocato la crisi. Eppure questa “fiction” della finanza mondiale si è imposta nell’agenda delle potenze europee, che fanno operazioni economiche seguendo questa regola. La gente dà loro fiducia, perché la regola dice che se le banche vanno in frantumi anche il paese va in frantumi. È una menzogna, che però ha la forma di una regola.</p>
<p><em>Bizzarra è stata fatta in Italia a Napoli questa estate, e viene riproposta ora a Roma. L’operazione di Manuela Cherubini, che ha tradotto e diretto Bizarra in Italia, è quella di proporre una comparazione indiretta: Spergelburg ha fatto Bizarra nel 2003, all’indomani della crisi argentina, qui viene riproposta nel 2010, mentre l’Italia attraversa una delle sue peggiori crisi economiche e di valori. Che ne pensi?</em><br />
Il pubblico italiano riesce a capire Bizarra più facilmente di altri pubblici non argentini, è un fatto quasi istintivo. In altri casi gli adattamenti hanno dovuto affrontare questioni “regionali” più che “politiche”. Ad esempio Napoli, che pure fa parte dell’Italia, ha una sua peculiarità culturale molto forte, ma vive anche la sensazione di sentirsi “periferia” del proprio paese, di non essere al centro della vita culturale e politica: questo permette di capire il cuore del problema di cui parla «Bizarra».<br />
Capire come si svolge una crisi come quella che ha avuto luogo in Argentina non è semplice. Nel mio paese si è verificata una cosa particolare, una sorta di “rivoluzione borghese” – che è una contraddizione in termini, perché in realtà la borghesia non vuole alcuna rivoluzione – che vedeva coinvolta nella crisi e nelle proteste anche la parte tradizionalmente agiata della popolazione. Questo in Italia si può comprendere perfettamente. Non voglio dire l’Italia del 2010 vive una situazione equivalente a quella dell’Argentina del 2001, però ci sono dei punti di contatto, un “profumo” simile, per dirla così. In entrambi i casi la gente si chiede e si chiedeva perché tutte le relazioni umane, comprese quelle affettive, sono così fortemente influenzate dal lavoro, dalla gestione politica dell’economia, dalle forme della produzione.<br />
L’Europa ha vissuto molte crisi economiche. Storicamente la maniera di occultare la fine di un ciclo del capitalismo, e di rimettere in moto le economie, era la guerra. Con la guerra tutto si distruggeva e tutto si ricostruiva. Oggi le cose sono un po’ diverse, fare guerre in Europa non è più pratico né sostenibile: molte cose si spostano così fuori dall’Europa, ma nonostante questo anche in Europa si continua a morire a causa dei cicli economici che producono ricchezza per una piccola fetta della popolazione europea. Anche in Argentina accade qualcosa di simile, anche se in Argentina si è verificato un evento particolare che difficilmente si verificherà in Europa: la scomparsa del denaro. Quando questo avviene si verifica molta confusione, ma nascono nuove speranze. «Bizarra» in realtà, dà conto di questa sensazione sconosciuta che abbiamo vissuto in Argentina in quel momento. Anche la sua complessità come opera drammaturgica deriva da questo: ci sono elementi che compaiono in una puntata come marginali, che successivamente in un’altra puntata diventano rilevanti, elementi che sembrano insignificanti che si sommano e che danno luogo a svolte complesse della storia, che i personaggi vivono come improvvise e catastrofiche, ma che in realtà sono connesse a questi piccoli eventi che all’inizio sembravano senza significato.<br />
Tornando alla comparazione con la situazione politica italiana, credo che sia evidente e non ha bisogno di traduzione. Ma tieni conto di una cosa: «Bizarra» è un’opera che ha già 7 o 8 anni, e tanto c’è voluto affinché l’Europa la considerasse leggibile, non solo dal punto di vista della comicità, ma anche e soprattutto nel suo nodo più profondo. A marzo di quest’anno sono stato allo Shaubhune di Berlino per una lettura di «Bizarra», che è un teatro essenzialmente politico e interessato ad approfondire proprio questa lettura dell’opera. Eppure diversi aspetti non sono stati afferrati dal pubblico e dagli attori tedeschi, a partire dall’idea di una struttura di compagnia che non replicasse il sistema produttivo che ha provocato da crisi – un’idea quasi irrealizzabile nell’ambito del teatro tedesco.<br />
[da <a href="http://www.lostraniero.net/">Lo Straniero</a> 126-127 – dicembre 2010 / gennaio 2011]</p>
<p><strong>Post (Scritto e giocato)</strong>di effeffe</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/Italia-ArgentinaLoc.jpg"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/Italia-ArgentinaLoc-150x300.jpg" alt="" title="Italia-ArgentinaLoc" width="150" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-37750" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/Italia-ArgentinaLoc-150x300.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/Italia-ArgentinaLoc-512x1024.jpg 512w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/Italia-ArgentinaLoc.jpg 702w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /></a> Quando Graziano mi ha inviato la sua intervista, pubblicata su &#8220;lo straniero&#8221;, a Rafael Spregelburd mi è subito venuta in mente una partita di calcio. E che c&#8217;entra una partita di calcio con il teatro?- qualcuno dirà. Senza scomodare il maestro Carmelo Bene che vedeva nell&#8217;irripetibilità e imprevedibilità di un match quel che restava delle tragedie greche, vi dirò di come un centinaio di giorni prima avevamo disputato con la <a href="http://www.nazionalescrittori.it/">nazionale italiana scrittori Osvaldo Soriano football club</a> una leggendaria partita contro <a href="http://www.facebook.com/pages/Combinado-Argentino-de-Dramaturgos/112634035446317">Combinado Argentino de Dramaturgos</a>, tra le cui fila militava proprio l&#8217;eccellente drammaturgo argentino. Per chi fosse incuriosito dall&#8217;evento ho pensato potesse interessare la chronica della partita che a me toccò in sorte, dedicandola ai miei compagni di squadra ma soprattutto a quella compagine di spiriti liberi venuti da così lontano e capitanati dal fantastico Agustín Mendilaharzu. effeffe</p>
<figure id="attachment_37747" aria-describedby="caption-attachment-37747" style="width: 300px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/155363_162161883826865_112634035446317_298356_8106401_n.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/155363_162161883826865_112634035446317_298356_8106401_n-300x169.jpg" alt="" title="155363_162161883826865_112634035446317_298356_8106401_n" width="300" height="169" class="size-medium wp-image-37747" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/155363_162161883826865_112634035446317_298356_8106401_n-300x169.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/155363_162161883826865_112634035446317_298356_8106401_n.jpg 720w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><figcaption id="caption-attachment-37747" class="wp-caption-text">Goleador y goleado posan en armonía. El uno porta orgulloso los colores de su club. El otro, una especie de pijama hippie al que se ha vuelto muy afecto últimamente. In this photo: Rafael Spregelburd, Guido Losantos</figcaption></figure>
<p><strong>Chronica Sturm Und Tang</strong><br />
di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong></p>
<p>Sempre è commovente il tramonto\per indigente o sgargiante che sia,\ma più commovente ancora\è quel brillìo disperato e finale\che arrugginisce la pianura, scriveva JLB e così, a estate appena finita, al campo Vittorio Bachelet in Roma erano schierate, come si deve le due formazioni. Nazionale Argentina con folta e inneggiante tifoseria sugli spalti e Nazionale Italiana con panchina lunghissima ( infatti il ct Paolo Verri ne ha fatti sedere tre anche su quella avversaria, in cambio di due bottiglie di vino dei Castelli, delle note case vinicole Ciro Menotti e  Santorre di Santarosa.)<br />
Dalle prime mosse in campo, più tango metà campo argentina, più milonga in quella Italiana, si capiva che non sarebbe stato facile per nessuno mettere nel sacco l’avversario, o metterla nel sacco all’avversario, fate voi. Certo è che durante la conferenza stampa alla Dante Alighieri un giornalista del Resto del Clarin,  seminava lo scompiglio tra i partecipanti con una domanda tanto chiara quanto inopportuna. Com’era infatti che la nazionale italiana portasse il nome di uno scrittore di Mar del Plata e quella argentina nemmeno il nome di un poeta di Tor Pignattara?<br />
Per fortuna la nota interprete Francisca Amiga del Trento, traduceva  con altre parole quella che ai più era subito suonata come una provocazione, ma sfortunatamente la sala gremita era composta per lo più da argentini, figli di argentini, zii di argentini e abitanti di largo Argentina, e così tutti avevano fatto finta di non capire.<br />
Ecco allora che mentre le prime luci artificiali scomponevano in quattro l’ombra di ciascun giocatore, il ct Paolo Verri schierava dal primo minuto la sua formazione:<br />
in porta Stefano Lazzarini detto Lev Ivanovič Jašin  quando non gioca Gianluca Favetto detto Лев Ива́нович Я́шин, il ragno tra i pali. In difesa, centrale Simi con Mathieu, affiancati da Sardiello e Aiolli, davanti a loro Carletto D’Amicis e Zannoni leggermente a destra, Menni sulla fascia sinistra, spostato al centro un incredibile Cassardo, Lombardi sulla destra, Audisio e Trento, in area nemica.<br />
Gli avversari presentavano una squadra da Bildungroman, con Patricio Abadi, Joaquín Bonet, Bernardo Cappa, Ezequiel de Almeida, Matías Feldman, Santiago Gobernori, Omar Kühn, Federico León, Guido Lozanitos, Agustín Mendilaharzu (Historias Extraordinarias), Alejo Moguillansky autore di Nueve pequeños goals durante la Super Coppa latinoamericana Borges/Santiago. Completavano la formazione, Lucas Oliveira, Rafael Spregelburd Octavio Tomas, Maximiliano Tomas, Martín Urruty e Mariano Tenconi Blanco che al ventesimo del primo tempo, fino ad allora giocato in modo robusto e pareggiabile dalle due squadre avrebbe  intonato una delle sue Canciones de Amor para hacer la Revolución, con la stessa potenza vocale di Mercedes Sosa: Cambia el rumbo el caminante aunque esto le cause daño y así como todo cambia  que yo cambie no es extraño   Cambia, todo cambia  Cambia, todo cambia Cambia, todo cambia  Cambia, todo cambia. Il tuttonostro (vostro) Furlèn. approfittando della posizione in panchina avversaria replicava cantando a squarciagola, vedrai vedrai, più per allitterata vicinanza di Tenco con Tenconi che per forza del tema. Infatti vuoi l’ispirazione a Dalida, vuoi i recenti turbamenti dei giovaniTörless dei nostri attaccanti, la nazionale azzurra subiva un calo di forma micidiale che stava per premiare gli ospiti argentini pericolosissimi in area. Si andava così agli spogliatoi sul punteggio di zero a zero e con la necessità di scolare le due bottiglie di spumante ancora, ma non per molto, fresche, trafugate al momento dell’aperitivo dalla consolle del DJ. Mentre le addette stampa ciclostilavano i primi rapporti per faxarli a Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook, e che avrebbe così informato i suoi 500 milioni di iscritti in tempo reale, metà panchina si riscaldava come un forno IKEA per strappare agli avversari argentini la vittoria che porge la chioma. Va a tal proposito segnalato che i giocatori argentini presentavano capigliature piuttosto folte e spettinate mentre le teste dei nostri brillavano per lucidità e compostezza.<br />
Effettuati i molti cambi, il nostro ct inseriva Sardo e Bernini, poi dopo aver visto palleggiare Sardiello junior con il pallone da tre chili che si usa per la muscolazione, ha deciso di mettere dentro anche lui perché ne venisse fuori qualcosa. Se l’asse Sardo Cassardo assai giovò alla nostra compagine, così come l’inserimento di Marco Boccia, va detto che Trento sfiorava  in almeno un paio di occasioni il gol, raggiungendo così il titolo di capocannoniere della writer’s League. Purtroppo però la fortuna non gli ha arriso e sul finale da brivido, provvidenziale è stato l’evangelico takle in scivolata di Selon Mathieu che ha impedito all’anarchico Urruti di infilare la nostra rete.<br />
Risultato finale 0-0, con decisione unanime di non cedere alla tentazione dei rigori e alle angosce e tremori dei portieri davanti al penalty. Hanno arbitrato i tre fratelli Gonella. Va registrato il dopo partita da brivido, nella celebre locanda argentina Los Ritmos Rojos, con trenta giocatori paganti secondo la prefettura, ottanta per i sindacati, tutti insieme a cantare. Sui tavoli, ubriachi:</p>
<p><em>Todas las voces todas,<br />
todas las manos todas,<br />
toda la sangre puede<br />
ser canción en el viento;<br />
canta conmigo canta,<br />
hermano americano,<br />
libera tu esperanza<br />
con un grito en la voz.<br />
 </em><br />
E fu solo allora che il vostro umile cronista, sporgendosi verso il grande portiere Stefano Lazzarini a cui il capitano argentino aveva appena regalato un paio di guanti nuovi, aveva sussurrato:</p>
<p><em>Te acordás hermano / qué linda que era / se formaba rueda / pa verla bailar</em></p>
<p>(Ricordi fratello / quanto era bella / facevano cerchio / per vederla ballare).</p>
<p>E lui a me. <em>Mi dispiace che tu non abbia giocato nemmeno un minuto.</em><br />
<em>Se avessi giocato non avrei potuto raccontare il resto!</em>&#8211; risposi.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/36664_132414830112414_116612365025994_245569_5520579_n.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/36664_132414830112414_116612365025994_245569_5520579_n-300x200.jpg" alt="" title="36664_132414830112414_116612365025994_245569_5520579_n" width="300" height="200" class="aligncenter size-medium wp-image-37748" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/36664_132414830112414_116612365025994_245569_5520579_n-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/36664_132414830112414_116612365025994_245569_5520579_n.jpg 720w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
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		<title>I piedi pensano, olé</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2010/10/05/i-piedi-pensano-ole/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Oct 2010 08:27:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[nazionale scrittori]]></category>
		<category><![CDATA[osvaldo soriano football club]]></category>
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					<description><![CDATA[La nazionale scrittori in in collaborazione con la Società Dante Alighieri e con il Centro Sportivo APD OLIMPIA. presenta: Italia- Argentina, una sfida culturale Letteratura, cinema e teatro ai tempi della crisi. Programma: 5 OTTOBRE 2010 ore 11- 17.30 Società Dante Alighieri piazza Firenze 27 &#8211; Roma Interventi di cinema, letteratura e teatro. “La letteratura [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/65198_157576114262952_116612365025994_373772_1368847_n.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/65198_157576114262952_116612365025994_373772_1368847_n.jpg" alt="" title="65198_157576114262952_116612365025994_373772_1368847_n" width="360" height="720" class="aligncenter size-full wp-image-36819" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/65198_157576114262952_116612365025994_373772_1368847_n.jpg 360w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/65198_157576114262952_116612365025994_373772_1368847_n-150x300.jpg 150w" sizes="auto, (max-width: 360px) 100vw, 360px" /></a></p>
<p><a href="http://www.nazionalescrittori.it/">La nazionale scrittori in in collaborazione con la Società Dante Alighieri e con il Centro Sportivo APD OLIMPIA. presenta:</a><br />
<strong>Italia- Argentina, una sfida culturale</strong><br />
<em>Letteratura, cinema e teatro ai tempi della crisi.</em></p>
<p><strong>Programma: </strong><br />
<span id="more-36818"></span></p>
<p>5 OTTOBRE 2010<br />
<strong>ore 11- 17.30</strong>  Società Dante Alighieri<br />
piazza Firenze 27 &#8211; Roma<br />
Interventi di cinema, letteratura e teatro.<br />
“La letteratura oggi in Argentina e Italia. Stili, temi, letture” con interventi e letture di MAXIMILIANO TOMAS e LUCAS OLIVEIRA “contro” gli italiani Carlo D’Amicis e Giampaolo Simi.<br />
“Il cinema in Argentina e in Italia tra produzione indipendente e mercato” sarà il titolo del dibattito. Interverranno FEDERICO LEÓN + &#8220;EL PAMPERO CINE&#8221;, ALEJO MOGUILLANSKY ed AGUSTÍN MENDILAHARZU. In campo italiano Stefano Sardo e Francesco Trento.<br />
“Teatro e realtà. Nuovi modelli per raccontare il presente”. Su “realtà e scrittura teatrale” si affronteranno BERNARDO CAPPA, MARIANO TENCONI e PATRICIO ABADI a cui risponderanno per “realtà, crisi e produzione indipendente” gli argentini MATÍAS FELDMAN, SANTIAGO GOBERNORI ed EZEQUIEL DE ALMEIDA.</p>
<p><strong>Ore 19 Partita di calcio</strong> &#8211; Centro Sportivo APD Olimpia<br />
Campo Sportivo Vittorio Bachelet, via Vitellia 50 &#8211; Roma</p>
<p>6 OTTOBRE 2010<br />
<strong>ore 16</strong>  Facoltà Scienze della Comunicazione “La Sapienza”<br />
&#8220;Nueva Ola argentina&#8221; (prima di lasciare l&#8217;Italia gli scrittori argentini incontrano gli studenti dell&#8217;Università la Sapienza presso l&#8217;aula Wolf di Via Salaria 113)</p>
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		<title>Pier Paolo&#8217;s dream</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2010/04/28/pier-paolos-dream/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Apr 2010 21:03:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[moysikh!]]></category>
		<category><![CDATA[tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[diego armando maradona]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
		<category><![CDATA[Gianni Rivera]]></category>
		<category><![CDATA[Gigi Riva]]></category>
		<category><![CDATA[osvaldo soriano football club]]></category>
		<category><![CDATA[Pier Paolo Pasolini]]></category>
		<category><![CDATA[Sandro Mazzola]]></category>
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					<description><![CDATA[Domani partirò insieme ai compagni dell&#8217;Osvaldo Soriano Football Club alla volta di Unna, in Germania dove dal 29 Aprile al 1° Maggio si svolgerà la RUHR LIT CUP Italia, Germania, Inghilterra, Turchia, Ungheria, Svezia e Austria si sfidano in tre giorni di competizioni calcistiche e confronti culturali. Per l&#8217;occasione ho pensato a questo piccolo omaggio, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><object width="480" height="385"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/ZcyFqB6U0jE&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param></object></p>
<p><em>Domani partirò insieme ai compagni dell&#8217;<a href="http://www.nazionalescrittori.it/appuntamenti.html">Osvaldo Soriano Football Club</a> alla volta di Unna, in Germania dove dal  29 Aprile al 1° Maggio si svolgerà la RUHR LIT CUP<br />
Italia, Germania, Inghilterra, Turchia, Ungheria, Svezia e Austria si sfidano in tre giorni di competizioni calcistiche e confronti culturali. Per l&#8217;occasione ho pensato a questo piccolo omaggio, a Pier Paolo Pasolini, per le cose che ha detto, a Maradona per quello che ha fatto vedere in campo, e ad un amico che non c&#8217;è più, Bruno Tramontano che mi fece scoprire come e quando il campione argentino realizzò il sogno del poeta</em>. effeffe</p>
<p>L&#8217;articolo completo da cui sono stati estratti i brani riportati nel video, è consultabile sul sito dedicato a <a href="
http://www.pasolini.net/saggistica_ppp-e-il-calcioAM.htm">Pasolini</a><br />
<span id="more-33548"></span></p>
<p>[&#8230;] Il football è un sistema di segni, cioè un linguaggio. Esso ha tutte le caratteristiche fondamentali del linguaggio per eccellenza, quello che noi ci poniamo subito come termine di confronto, ossia il linguaggio scritto-parlato.I «fonemi» sono dunque le «unità minime» della lingua scritto-parlata. I «podemi» sono ventidue (circa, dunque, come i fonemi): le «parole calcistiche» sono potenzialmente infinite, perché infinite sono le possibilità di combinazione dei «podemi» (ossia, in pratica, dei passaggi del pallone tra giocatore e giocatore); la sintassi si esprime nella «partita», che è un vero e proprio discorso drammatico.<br />
 I cifratori di questo linguaggio sono i giocatori, noi, sugli spalti, siamo i decifratori: in comune dunque possediamo un codice<br />
 Ebbene, anche per la lingua del calcio si possono fare distinzioni del genere: anche il calcio possiede dei sottocodici, dal momento in cui, da puramente strumentale, diventa espressivo.<br />
Ci può essere un calcio come linguaggio fondamentalmente prosastico e un calcio come linguaggio fondamentalmente poetico.<br />
 Per spiegarmi, darò, anticipando le conclusioni“, alcuni esempi: Bulgarelli gioca un calcio in prosa: egli è un «prosatore realista»; Riva gioca un calcio in poesia: egli è un «poeta realista».  Corso gioca un calcio in poesia, ma non è un «poeta realista»: è un poeta un pò maudit, extravagante.<br />
Rivera gioca un calcio in prosa: ma la sua è una prosa poetica, da «elzeviro».<br />
Anche Mazzola è un elzevirista, che potrebbe scrivere sul «Corriere della Sera»: ma è più poeta di Rivera; ogni tanto egli interrompe la prosa, e inventa lì per lì due versi folgoranti.<br />
Ci sono nel calcio dei momenti che sono esclusivamente poetici: si tratta dei momenti del «goal». Ogni goal è sempre un&#8217;invenzione, è sempre una sovversione del codice: ogni goal è ineluttabilità, folgorazione, stupore, irreversibilità. Proprio come la parola poetica. Il capocannoniere di un campionato è sempre il miglior poeta dell&#8217;anno. (francesco Trento per esempio)<br />
Anche il «dribbling» è di per sé poetico (anche se non «sempre» come l&#8217;azione del goal). Infatti il sogno di ogni giocatore (condiviso da ogni spettatore) è partire da metà campo, dribblare tutti e segnare. Se, entro i limiti consentiti, si può immaginare nel calcio una cosa sublime, è proprio questa. Ma non succede mai. E&#8217; un sogno </p>
<p>Da  Pier Paolo Pasolini, Saggi sulla letteratura e sull&#8217;arte, Vol. II, Meridiani Mondadori, Milano 1999</p>
<p>l&#8217;articolo completo in italiano  è consultabile <a href="http://www.pasolini.net/saggistica_ppp-e-il-calcioAM.htm">qui</a> </p>
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		<title>Fuori ( gioco )</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2009/05/11/fuori-gioco/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 May 2009 07:35:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[calcio]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
		<category><![CDATA[mètromorphoses]]></category>
		<category><![CDATA[osvaldo soriano football club]]></category>
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					<description><![CDATA[Racconto per i miei compagni di squadra della Nazionale Scrittori Osvaldo Soriano Football Club di Francesco Forlani Quella che valeva di più era la figurina di Dino Zoff. Per averla bisognava sborsare almeno quaranta giocatori, nessun doppione e soprattutto sperare che in banda non ci fosse qualcuno disposto a giocare al rilancio e a batterti [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Racconto  per i miei compagni di squadra della <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Osvaldo_Soriano_Football_Club">Nazionale Scrittori Osvaldo Soriano Football Club</a><br />
 <a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/tenu10m.png"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/tenu10m.png" alt="tenu10m" title="tenu10m" width="500" height="525" class="alignnone size-full wp-image-17563" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/tenu10m.png 500w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/tenu10m-285x300.png 285w" sizes="auto, (max-width: 500px) 100vw, 500px" /></a></p>
<p>di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong></p>
<p>Quella che valeva di più era la figurina di Dino Zoff. Per averla bisognava sborsare almeno quaranta giocatori, nessun doppione e soprattutto sperare che in banda non ci fosse qualcuno disposto a giocare al rilancio e a batterti sul tempo.<br />
Un po&#8217; come quando cerchi di affittare un appartamento a Valbeneunamessa, vero e proprio periplo e psicanalisi dello spazio. Il proprietario infatti ha convocato quarantacinque persone per quella stessa ora. Li passa uno ad uno in rivista senza tralasciare alcun dettaglio. La postura, il modo in cui sono vestiti, la nazionalità ma soprattutto le buste paga. Poco importa quanto ti sembrino di sinistra, loro i proprietari, un bancario o meglio ancora un commercialista vale più di te. E hai come l&#8217;impressione di trovarti davanti a tuo padre nell&#8217;atto di soffocare miserabilmente dietro un &#8221; </em><em>ecco un altro che non ha saputo che farsene della vita</em>&#8221;<br />
<span id="more-17558"></span><br />
Eppure c&#8217;era un altro modo per procurasela la figurina ed era al gioco. Quattro le discipline: il cuppulone, la calamita, la pizzica e il <strong>pée</strong>.<br />
Dietro una tale suddivisione si nascondeva una visione del mondo che mi sarebbe servita per sempre come punto di riferimento nel difficile mondo degli adulti. Come lo svolgimento di quattro modalità distinte di destino in cui il genere umano si sarebbe trovato incasellato, una volta raggiunta l&#8217;età della ragione. </p>
<p>Vero è che si dovrebbe parlare di sotto categorie. La prima divisione toccava ovviamente alla differenza di classe, in parole povere tra i ricchi e noi. Vale la pena aggiungere infatti che un album Panini perfettamente riempito da uno dei ragazzi di parco Gabriella non aveva lo stesso impatto dello stesso album di Tonino De Lucia. Il nome derivava probabilmente dal fatto che si dovessero mettere le mani a forma di cupola e consisteva nel colpire con tutte le forze accanto al mazzo di figurine i cui occhi restavano fissi e rivolti al cielo. Le si piazzavano per terra, sull&#8217;asfalto di strade che cambiavano il volto della città e le pietruzze nere ti si ficcavano nella mano arrossata o in qualche caso sanguinante.<br />
Ho visto con i miei occhi Alfonso Valentino riuscire a sollevarne un mazzo di sessanta con la sola forza delle dita. Lo schianto sugli scalini del portone aveva sottratto la portiera Carmela dal sonno pomeridiano spingendola ad inseguirci fino all&#8217;angolo di strada; l&#8217;unico che potesse reggere il confronto con lui era Giampo Brancaccio. </p>
<p>La calamita invece era un gioco assai meno pericoloso. Come lo suggerisce il nome, bisognava rovesciare il pacchetto delle figurine grazie alla rapidità con cui la mano, a ventosa, avrebbe sollevato i giocatori. Se nel cuppulone non si poteva barare, nella calamita c’era, me lo ricordo bene, Raffaele Madonna, solo per fare un nome, che di nascosto si umettava le dita per riuscire nell’impresa.<br />
Un volta capitò che le figurine gli rimasero incollate alla mano suscitando l’ilarità dei presenti e l’incazzatura del contendente.<br />
La pizzica &#8211; in realtà aveva un altro nome ma proprio non me lo ricordo – si riduceva ad una tecnica puramente meccanica. Bisognava mettere il pacchetto sul bordo del tavolo, o di uno scalino, in modo che un buon quarto restasse sospesa in aria. Con il pollice, trattenuto dall’indice e poi lasciato scattare come una molla, si colpiva il bordo del pacchetto in modo da far girare i giocatori. </p>
<p>Perché lo scopo del gioco era quello di rovesciare le figurine . Se il colpo del giocatore andava a segno, e invece delle facce dei “calciatori”, e delle maglie della squadra appariva il dorso della figurina, giallastro col numero corrispondente al posto nell’album, quelle erano sue. Made in Panini, le edizioni.<br />
Ecco che allora, se il cuppulone era la prova più dura – nessuna concessione era lasciata ai giocatori, e quale che fosse la superficie in marmo o di pietra, su cui si metteva il pacchetto &#8211; il pée era il più vigliacco, buono solo per i figli di papà, i chiattilli (i fichetti).</p>
<p>In effetti il pacchetto era messo alla stesso modo del cuppulone con la sola variante che invece di mandare al diavolo tutte le articolazioni che fanno di una mano, una mano e l’uomo un animale intelligente, ci si limitava , in questo caso, ad appoggiare le labbra sul pacchetto per poi soffiare con un’aria ebete, lasciandosi scappare “Pée” , da cui il nome.<br />
Colui o coloro che appartenevano alla prima categoria, per quella del cuppulone, erano dei ragazzi che in svariate occasioni avevano dato prova del proprio coraggio. Erano saltati dai muretti più alti cadendo sempre in piedi , baciato per primi una ragazza , rubato cioccolata e palle da tennis nei grandi magazzini, senza mai rompersi un a gamba, farsi beccare dai controllori della Standa o dell’Upim e soprattutto farsi respingere dalle ragazze.</p>
<p>Antonio de Renzis mi ricordo era uno che poteva farsi un isolato intero su una suola ruota di bicicletta, e Marco Decimo, soprannominato Sandokan, era scappato a una volante che lo aveva sorpreso nel lancio di cachi (‘o kakìs) dall’albero più alto di via G.M.Bosco sulle macchine più belle . Poi c’era Muller, Giggino, e tanti che non riesco nemmeno a immaginare cosa siano diventati. L’unica cosa che so per certa è che gli anni che seguirono furono assai duri.<br />
A un grado leggermente più basso c’erano i “calamitosi”. Mi fa allora sorridere il pensiero e a come l’appartenenza alla tribù della “calamita” si traducesse spesso con fallimenti sentimentali, l’interdizione d’ingresso in qualsiasi negozio e una collezione di fratture degna del più sfigato sciatore.<br />
Eppure erano simpatici, faceva tenerezza la loro aria di eterni perdenti, loosers con sempre una nuova sfida piantata in una tasca scucita dei pantaloni<br />
I praticanti della Pizzica, invece, erano del genere grandi calcolatori. Sempre prudenti, al momento giusto nel posto giusto. Mai beccati, ma se è per questo nemmeno esposti mai, al rischio di una grande impresa fuorilegge o a un qualsiasi gioco che andasse oltre le righe. Sempre apprezzati, raccomandati, portati, da capi e padroni su un palmo di mano e da ragazze di buona famiglia, pronte a offrire loro la verginità riconquistata di un futuro radioso.</p>
<p>Di quelli che facevano parte dei pée, e già, la grande famiglia, la più grande tra noi ragazzini, una famiglia silenziosa, maggioritaria, pronta a gridare allo scandalo, a farsi moralisti nella sfortuna degli altri, pèe, meglio tacere.<br />
Talvolta, per sfortuna spesso, li senti gridare nel mezzo di grandi cortei, il nome del nuovo padrone, e lamentarsi, sempre, di questa assurda idea di democrazia, contro zingari e omosessuali.</p>
<p>E io? Chi ero io? E con chi? Con gli uni, i cuppuloni, eroi per un giorno solo, forse tutta un’infanzia, dalle mani sporche, o i sinistrati dagli affetti, i savi o…tutti quegli altri<br />
Bah, Io non stavo né con gli uni né con gli altri. Io ero solo una ragazza.</p>
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