<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Ovidio &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
	<atom:link href="https://staging.nazioneindiana.com/tag/ovidio/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://staging.nazioneindiana.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Thu, 18 Mar 2021 20:56:29 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=7.0.4</generator>
<site xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">211417809</site>	<item>
		<title>RICORDO DI ALLEN MANDELBAUM</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2011/10/29/ricordo-di-allen-mandelbaum/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2011/10/29/ricordo-di-allen-mandelbaum/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[franco buffoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 29 Oct 2011 18:08:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[allen mandelbaum]]></category>
		<category><![CDATA[Dante]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Buffoni]]></category>
		<category><![CDATA[Omero]]></category>
		<category><![CDATA[Ovidio]]></category>
		<category><![CDATA[Testo a fronte]]></category>
		<category><![CDATA[traduzione di poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Virgilio]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=40492</guid>

					<description><![CDATA[di Franco Buffoni E’ scomparso due giorni fa a New York Allen Mandelbaum, uno dei più grandi traduttori in lingua inglese del Novecento. Era nato ad Albany NY nel 1926. A noi italiani raramente accade di pensare al mondo letterario mediterraneo &#8211; ebraico, greco, latino e italiano &#8211; come ad un&#8217;ideale globalità. Per Mandelbaum fu [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di Franco Buffoni</p>
<p>E’ scomparso due giorni fa a New York Allen Mandelbaum, uno dei più grandi traduttori in lingua inglese del Novecento. Era nato ad Albany NY nel 1926.<br />
A noi italiani raramente accade di pensare al mondo letterario mediterraneo &#8211; ebraico, greco, latino e italiano &#8211; come ad un&#8217;ideale globalità. Per Mandelbaum fu quanto di più naturale. Già giovanile traduttore di poeti italiani di lingua ebraica quali Refael da Faenza, Agnelo Dato, Immanuel Romano, i fratelli Frances, negli anni Cinquanta egli si volse con naturalezza all&#8217;apprendistato a Dante, a Virgilio, a Omero, a Ovidio. Da gloss a comment, da comment a interpret, da interpret a expound, da expound a translate.<br />
Come da un&#8217;ideale cassaforte (Mandelbaum adorava Roberto Murolo) fuoriescono oggi gli impressionanti tomi della traduzione integrale dell&#8217;Eneide (con testo a fronte, California U.P., 1972), delle tre Cantiche della Commedia: l&#8217;Inferno nel 1980, il Purgatorio nell&#8217;82, il Paradiso nell&#8217;84 (dapprima presso California, poi con Bantam Books); e ancora l&#8217;Odissea integrale nel 1990, e nel &#8217;93 Le Metamorfosi.<br />
Per illustrare l&#8217;influenza che tali opere ebbero sul pubblico colto di lingua inglese, credo sia sufficiente ricordare la motivazione con cui venne conferito a Mandelbaum nel 1973 il National Book Award per la traduzione dell&#8217;Eneide: &#8220;Magistrale la prosodia di Mandelbaum al servizio di un verso inglese energico ed estremamente duttile, adatto al nostro tempo per l&#8217;implicita consapevolezza dell&#8217;impatto che Virgilio ebbe sulla storia della lingua e della poesia inglese&#8221;.<span id="more-40492"></span><br />
Il modo in cui il poeta riesce a penetrare nella fucina di Dante, di Virgilio e di Omero e a riforgiarne il verso nel novecentesco linguaggio poetico anglo-americano ha del &#8220;miracoloso&#8221;. Lo ha scritto un poeta tra i maggiori della generazione successiva a quella di Mandelbaum, Charles Simic, con specifico riferimento alla traduzione dell&#8217;Odissea: &#8220;A miracle. A lesson in the art of translation and a model (an encyclopedia) for poets. The full range and richness of American English is displayed as never before&#8221;.<br />
Ma leggiamo almeno qualche verso dal IX Libro:</p>
<p>I am Odysseus, Laértës’ son.<br />
Men know me for many stratagems.<br />
My fame has reached the heavens. And my home<br />
Is Ithaca, an island bright with sun.</p>
<p>Esempio più esplicito di ciò che teoricamente si intende per approccio intertestuale all&#8217;atto traduttivo non potrebbe darsi. L&#8217;Omero e il Dante di Mandelbaum sono diventati modello di linguaggio e palestra per chi scrive poesia in ambito nord-americano. Perché versioni come queste sono fatalmente destinate a lasciare l&#8217;impronta nella lingua letteraria, e quindi tout court nella civiltà culturale a cui sono volte. Mandelbaum non considera i classici come monumenti immobili nel tempo: marmorei testi di partenza ai quali contrapporre una moderna versione nella cosiddetta lingua d&#8217;arrivo. (E colgo l&#8217;occasione per proporre che le espressioni &#8220;lingua di partenza&#8221; e &#8220;lingua di arrivo&#8221; vengano definitivamente abolite dal lessico di ogni gentiluomo). Egli vede in un continuo fluire nel tempo Dante, Virgilio e Omero, e in quel costante movimento del linguaggio inserisce il proprio processo traduttivo.<br />
Di veri e propri incontri &#8220;poietici&#8221;, con costruttive intersecazioni tra poetica del tradotto e poetica del traduttore, si può a pieno titolo ancora parlare per le versioni di Mandelbaum che hanno permesso al pubblico di lingua inglese di conoscere l&#8217;opera di Ungaretti (a partire da Vita di un uomo &#8211; Life of a Man &#8211; apparsa nel 1958 presso New Directions), di Quasimodo, di Montale, e ancora di Cardarelli, Giudici, Zanzotto. E sempre attentissimo Mandelbaum a rifuggire da quello che egli stesso in un memorabile saggio definisce il sublime &#8220;clandestino&#8221;. Esemplificandolo magari in una parola breve ma insidiosissima: &#8220;tutto&#8221;/&#8221;all&#8221;. E andandolo a scovare anche in autori grandissimi, da Montale (&#8220;perché tutta la vita e il suo travaglio&#8221;) a Wordsworth: &#8220;And all that mighty heart is lying still&#8221;.<br />
Da un lato quindi &#8211; per Mandelbaum &#8211; il valore della memoria e della storia &#8211; consegnato alle generazioni future per permettere loro di riflettere su ciò che è stato; dall&#8217;altro i dettami di una ferrea disciplina etica e lavorativa, di una &#8220;regola&#8221; capace di insegnare come canalizzare l&#8217;energia creativa, perché il savantasse non oscuri con il dito la luna e il sapiente possa continuare a penetrare l&#8217;universo &#8220;nel ciel che più de la sua luce prende&#8221;.<br />
Ad Allen Mandelbaum ero legato da profonda amicizia fin dal 1988, quando egli partecipò in qualità di guest-speaker al convegno “La traduzione del testo poetico” che organizzai presso l’Università di Bergamo, dove all’epoca ero professore associato. L’incontro con Allen fu determinante per le mie successive scelte di ricerca e accademiche, con la fondazione della rivista Testo a fronte, e Allen nel Comitato Direttivo sin dalla fondazione. E i suoi preziosi consigli che negli anni sono continuati a giungere, anche se ultimamente solo da Oltreoceano.<br />
Emblematico di quei primi anni di vita della rivista fu l’invito che insieme a Emilio Mattioli ricevemmo da Gianfranco Folena a Monselice nel 1992 per presentare Testo a fronte e illustrarne i primi numeri. Siedevamo noi quattro dietro quell’imponente tavolo in una domenica mattina di primavera e io – lo ricordo bene – per qualche istante fui perfettamente felice. Folena, al termine delle relazioni, ci confessò: “Ormai resisto solo cogli analgesici”. E fu il primo ad abbandonare la partita. Seguito da Mattioli. E ora da Mandelbaum.<br />
Potete dunque immaginare la mia commozione, oggi. Ricordo che, quando nel 2003, a Santo Stefano Belbo, mi venne attribuito il Premio Cesare Pavese per il volume Del maestro in bottega, il pensiero che in quelle stanze, con quelle stesse persone, due anni prima lo stesso Allen era stato, mi accompagnò per tutta la giornata. Quella era stata la sua ultima volta in Italia. Poi il cuore non gli permise più di varcare l’oceano in aereo.<br />
E proprio con un testo poetico di Allen che porta un’epigrafe da Cesare Pavese, desidero concludere questo mio ricordo.</p>
<p>SLOWLY</p>
<p>“Nail Drives Out Nail, but Four Nails Make a Cross”<br />
Cesare Pavese</p>
<p>Slowly,<br />
he amassed<br />
his poverty:<br />
of faith and hope, of courage and<br />
of caritas,<br />
wrote I.<br />
O. U.’s to<br />
everyone;<br />
of his own<br />
substantial<br />
capital,<br />
uncertain:<br />
where it<br />
lay hid,<br />
or whether<br />
it existed</p>
<p>LENTAMENTE</p>
<p>“Chiodo schiaccia chiodo, ma quattro chiodi fanno una croce”<br />
Cesare Pavese</p>
<p>Lentamente<br />
Accumulò<br />
La sua povertà<br />
Di fede speranza coraggio e carità,<br />
Firmando<br />
A tutti<br />
Cambiali<br />
E pagherò.<br />
Del suo<br />
Sostanzioso<br />
Capitale,<br />
Incerto:<br />
Dove stesse<br />
Nascosto<br />
O tanto meno<br />
Se esistesse.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2011/10/29/ricordo-di-allen-mandelbaum/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>5</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">40492</post-id>	</item>
		<item>
		<title>VISIONI in TRALICE [IV] Cum dederit dilectis suis somnum</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2011/08/22/visioni-in-tralice-iv-cum-dederit-dilectis-suis-somnum/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2011/08/22/visioni-in-tralice-iv-cum-dederit-dilectis-suis-somnum/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Aug 2011 08:30:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[moysikh!]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Vivaldi]]></category>
		<category><![CDATA[Cum dederit dilectis suis somnum]]></category>
		<category><![CDATA[DOGVILLE di Lars Von Trier]]></category>
		<category><![CDATA[Engelbert Humperdinck]]></category>
		<category><![CDATA[Hänsel und Gretel]]></category>
		<category><![CDATA[Mago Sabbiolino]]></category>
		<category><![CDATA[Metamorfosi]]></category>
		<category><![CDATA[Muta quies habitat]]></category>
		<category><![CDATA[Nisi Dominus RV 608 IV]]></category>
		<category><![CDATA[Omino del Sonno]]></category>
		<category><![CDATA[Orsola Puecher]]></category>
		<category><![CDATA[Ovidio]]></category>
		<category><![CDATA[Salmo 127]]></category>
		<category><![CDATA[verticalismi&trasversalismi]]></category>
		<category><![CDATA[VISIONI in TRALICE]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=39702</guid>

					<description><![CDATA["Grace si addormentò lungo la strada maestra grazie alla sua sana capacità di allontanare da sé qualunque sgradevolezza. Un Dio generoso l’aveva benedetta con un raro talento: il potere di guardare avanti e solo avanti."]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div style="width:700px;">
<center></p>
<div style="width:640px;"><div style="width: 640px;" class="wp-video"><video class="wp-video-shortcode" id="video-39702-1" width="640" height="272" loop autoplay preload="metadata" controls="controls"><source type="video/mp4" src="http://www.suave-est-nus.org/ville.mp4?_=1" /><a href="http://www.suave-est-nus.org/ville.mp4">http://www.suave-est-nus.org/ville.mp4</a></video></div></div>
<p></center><br />
<center></p>
<div style="width:300px;">
    <audio class="wp-audio-shortcode" id="audio-39702-1" preload="none" style="width: 100%;" controls="controls"><source type="audio/mpeg" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/cumdederit.mp3?_=1" /><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/cumdederit.mp3">https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/cumdederit.mp3</a></audio></div>
<p><span style="font-size:11pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;color: #0066cc"><em>Cum dederit dilectis suis somnum.</em></span><br />
<span style="font-size:11pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;color: #0066cc">IV. <em>Largo</em> da &#8220;Nisi Dominus&#8221; RV 608<br />
ANTONIO VIVALDI [ 1678 &#8211; 1741 ] </span></center><br />
<center><span style="font-size:14pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">di <strong>Orsola Puecher</strong></span></center></p>
<blockquote><p>&nbsp;<br />
<span style="font-size:11pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><em>Grace si addormentò lungo la strada maestra grazie alla sua sana capacità di allontanare da s&eacute; qualunque sgradevolezza. Un Dio generoso l&#8217;aveva benedetta con un raro talento: il potere di guardare avanti e solo avanti.</em></span></p>
<p align="right"><span style="font-size:9pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">[ da DOGVILLE  di Lars Von Trier ]</span></p>
</blockquote>
<p align="right"><span style="font-size:11pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><em><span id="more-39702"></span></em></span></p>
<p>&nbsp;<br />
<center><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/126.png"/></center><br />
&nbsp;<br />
<span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">La cantata sacra <strong>Nisi Dominus</strong> per contralto e archi in 8 movimenti sul testo del Salmo 126 [127], fu scritta nel 1738, insieme ad altre tre, per l&#8217;Orfanatrofio di Santa Maria della Pietà di Venezia. E&#8217; uno degli ultimi ritrovamenti, nel 2003, di spartiti vivaldiani.  Giaceva, ignorato e attribuito da un copista a Baldassarre Galuppi, nella ⇨ <a href="http://www.deutschefotothek.de/obj87710404.html" target="_blank" rel="noopener"><strong>Biblioteca di Stato di Dresda</strong></a> fra sue altre opere acquistate dalla Corte della città tedesca, all&#8217;epoca una delle più colte e raffinate d&#8217;Europa. Il <em>Largo</em>, sui versi 10, 11 e 12 del Salmo, si culla nella ripetizione di un&#8217;unica figura musicale, un semplice trocheo [ <strong>— ∪</strong> ], che traspare ipnotico nelle sfocataure delle sordine degli archi &#8211;  ⇨ <a target="_blank" rel="noopener"><strong>sordine con piombi</strong></a>  &#8211; richieste espressamente da Vivaldi, che, conferendo al timbro un alone irreale, del sonno e del sogno restituiscono l&#8217;abbandono.</span><br />
&nbsp;<br />
&nbsp;</p>
<blockquote><p><span style="font-size:11pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><strong>L&#8217;antro del sonno</strong><br />
&nbsp;<br />
⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/07/12/muta-quies-habitat/" target="_blank" rel="noopener">Muta quies habitat; </a>saxo tamen exit ab imo<br />
rivus aquae Lethes, per quem cum murmure labens<br />
invitat somnos crepitantibus unda lapillis.<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;&nbsp;<em>Una muta quiete l’abita; solo sgorga alla base della roccia<br />
&nbsp;&nbsp;un rivolo del fiume Lete e fluente il mormorio<br />
&nbsp;&nbsp;dell’onda invita al sonno con crepitio di sassolini.</em><br />
&nbsp;<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>Ovidio</strong> <em>Metamorfosi</em> [ libro XI, vv. 603 -605 ]</span></p></blockquote>
<p><center></p>
<table style="border:1px solid #ffffff;" style="width:90%;" CELLPADDING="20" CELLSPACING="20" CLASS="">
<tr>
<td style="border:1px solid #ffffff;" CLASS="" style="width:90%;">
<p STYLE="text-align: justify"><span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;; color: #0066cc;">Non si fidava  [ <em>da bambina </em> ] di lasciare al sonno le cose del giorno. E se al risveglio non le avesse più ritrovate? Con che cuore abbandonarle al buio, che nel suo mantello di mago potrebbe farle sparire?  [ <em>solo le anime quiete chiudono gli occhi e s&#8217;addormentano appena appoggiata la testa sul cuscino</em> ]  Spenta la luce, nella tana tiepida delle coperte, tutto diventa un nero senza fondo, senza pareti, porte e finestre. Vasto spazio scuro, con le stelle, i satelliti, i pianeti e le galassie più remote che ruotano intorno al letto e il mondo intero che entra nella stanza. I tram che sferragliavano lontani, ora corrono sul soffitto, incrociandosi veloci, e ci sono intere città adagiate sul pavimento, con le finestrine illuminate che brillano. Tutto lo stivale che sta sul sussidiario e i due emisferi dell&#8217;Atlante, tutti lì a pigiarsi, a spingersi, ad affollarsi. Tra le gambe delle sedie, scorre un fiume largo e lento, solcato da battelli a ruota e sampan di pirati malesi armati fino ai denti e certi farfarelli con i campanelli sulle punte dei cappelli fanno cucù dall&#8217;armadio e sbattono per dispetto ante e svuotano cassetti. Sotto la scrivania una balena bianca infilzata di arpioni, fra onde e sbuffi d&#8217;acqua, salta con tremendi colpi di coda e un veliero beccheggia, prigioniero nel cestino della carta straccia. Un esercito di bambini di tutte le razze e i colori fa un baccano infernale: chi gioca al mondo sui riquadri della coperta, chi fa il girotondo intorno al cuscino, chi tira biglie. A un certo punto si allungano con zampe di ragno le gambe del letto che inizia a ballare a tempo di Walzer. E se non arrivasse, volando appeso al suo ombrello, l&#8217;Omino Del Sonno, un Mago Sabbiolino benevolo, quel pandemonio durerebbe per tutta la notte. Lui è piccolo, un grillo, con un cappuccetto a punta da gnomo e sulle spalle porta un sacco legato che sfavilla un alone luminoso. </span></p>
<p>&nbsp;<br />
<center></p>
<div style="width:300px;">
    <audio class="wp-audio-shortcode" id="audio-39702-2" preload="none" style="width: 100%;" controls="controls"><source type="audio/mpeg" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/Hansel-und-Gretel-2-1.mp3?_=2" /><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/Hansel-und-Gretel-2-1.mp3">https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/Hansel-und-Gretel-2-1.mp3</a></audio></div>
<p></center><br />
<center><span style="font-size:14pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;color: #0066cc"><em>Nel bosco c&#8217;è un ometto gentile e bello,<br />
di porpora ha il farsetto ed il mantello.<br />
Chi sa dir chi sia l&#8217;ometto<br />
che nel bosco sta soletto<br />
con quel grazioso mantelletto?<br />
&nbsp;<br />
Sta ritto quell&#8217;ometto sovra un solo piè<br />
in testa ha un cappuccetto color caffè<br />
Chi sa dir chi sia l&#8217;ometto<br />
che nel bosco sta soletto<br />
con quel grazioso cappuccetto? </em></span>  <br />
&nbsp;<br />
</center><br />
&nbsp;</p>
<p STYLE="text-align: justify"><span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;; color: #0066cc;">Si insinua dalle fessure delle finestre, dalla cappa dei camini, siede sui pomoli dei letti o sulle maniglie dei comodini ed estrae dal sacco un pizzico di Polverina del Sonno, la mette sul palmo della mano e la soffia piano ed essa si posa, in una nuvola dorata, sulle ciglia e sulle palpebre che cominciano a chiudersi, pesanti come battiti d&#8217;ali di farfalle notturne [ <em>dormi &#8211; dormi &#8211; sono stato dovunque attraverso il buio e il silenzio e solo tu ormai sei rimasta sveglia </em> ] e racconta dei suoi viaggi, a far dormire i paesi lontani, di pianure, mari calmi, tempeste di neve fra gli igloo e le steppe, montagne altissime, grattacieli e capanne, e mai non riesce a finire, che tutto s&#8217;acquieta e in punta di piedi il mondo se ne torna fuori, al suo posto.</span></p>
</td>
</tr>
</table>
<p><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/magosabbiolino.png" style="border:2px solid #c0c0c0;"/></center><br />
&nbsp;<br />
<span style="font-size:11pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><em>ora &#8211; invece &#8211; la tristezza e l&#8217;inquietudine le si trasformano in una specie di benefico torpore &#8211; smemorato e provvidenziale &#8211; seppur simile &#8211; per certi versi &#8211; alla &#8220;morte bianca&#8221; degli alpinisti &#8211; degli esploratori artici &#8211; del reduci del Generale Inverno coperti di stracci legati che si lasciano cadere nella neve &#8211;  dolcemente vinti da una stanchezza profonda &#8211; annebbiati dal desiderio di non proseguire più &#8211; di lasciarsi andare senza raggiungere nessuna vetta &#8211; nessuna salvezza &#8211; ma soltanto di dormire &#8211; di dormire un sonno senza sogni da bambino stanco e felice &#8211; la mamma che ti spoglia nel dormiveglia  e le membra che ne assecondano i movimenti &#8211; sonnambule &#8211; mentre ti copre e lascia accesa una piccola luce per la notte.</em><span></span></span><br />
&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
<center><span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">a Febbraio<br />
pensò che non avrebbe più riso<br />
&nbsp;<br />
[ <em>mortificata </em>]<br />
&nbsp;<br />
che non sarebbe mai più riuscita a dormire<br />
a lasciare solo quel dolore<br />
&nbsp;<br />
e invece il sonno venne<br />
&nbsp;<br />
[ <em>come il  sasso silenzioso<br />
della caduta dei gravi nel vuoto<br />
che tocca terra insieme alla piuma</em> ]<span></span></span></p>
<div style="width:270px;">
    <audio class="wp-audio-shortcode" id="audio-39702-3" preload="none" style="width: 100%;" controls="controls"><source type="audio/mpeg" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/fusa.mp3?_=3" /><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/fusa.mp3">https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/fusa.mp3</a></audio></div>
<p><span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">come <em>fusa</em> di gatto arcano e beato</span></center><br />
<center></p>
<table style="border:1px solid #ffffff;" style="width:80%;" CELLPADDING="20" CELLSPACING="20" CLASS="">
<tr>
<td style="border:1px solid #ffffff;" style="width:80%;" CLASS="">
<blockquote>
<pre>
 <span style="font-size:10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">    <strong>Lebenslauf [1798]</strong>
In jüngern Tagen war ich des Morgens froh,
  Des Abends weint ich; jetzt, da ich älter bin,
    Beginn ich zweifelnd meinen Tag, doch
      Heilig und heiter ist mir seine Ende.
&nbsp;
       <strong>Il corso della vita</strong>
<em>In più giovani giorni di mattina ero allegro,
  Di sera piangevo; ora che sono più vecchio,
    Comincio dubbioso il mio giorno, ma
      sacra e serena è per me la sua fine.</em></span></pre>
<p>&nbsp;</p>
<p align="right"><span style="font-size:10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><strong>Friedrich Hölderlin</strong></span></p>
</blockquote>
</td>
</tr>
</table>
<p></center><br />
<span style="font-size:11pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">* al canto: <strong>Gerard Lesne</strong>, contralto, con <em>Il Seminario Musicale</em> e  <strong>Renate Hoff </strong>, <em>Gretel</em>, soprano<br />
** alle fusa: la gatta  ⇨ <a onclick="window.open(this.href, 'popupwindow', 'width=814,height=458,scrollbars,resizable'); return false;" href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/mizzi.jpg" target="_blank" rel="noopener"><strong>Principessa Mizzi</strong></a>, basso continuo, esperta di <a href="http://archive.wikiwix.com/cache/?url=http://ura1195-6.univ-lyon1.fr/articles/jouvet/jcnrs/paradoxal.html" target="_blank" rel="noopener"> ⇨ <strong>sonno paradossale</strong></a></span><br />
&nbsp;<br />
<center>_____________ ,\\&#8217; _____________</center><br />
&nbsp;<br />
<script type="text/javascript" src="http://webplayer.yahooapis.com/player-beta.js"></script></p>
<p align="center"><span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><strong>VISIONI in TRALICE</strong></span></p>
<p align="center"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/tralice.png"/></p>
<p>&nbsp;<br />
<span style="font-size:12pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/2011/07/15/visioni-in-tralice-i-cant-hide-you-the-rock-cried-out/" target="_blank" rel="noopener">VISIONI in TRALICE <em>I can’t hide you the rock cried out</em></a><br />
⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/2011/07/24/visioni-in-tralice-ii-but-doth-suffer-a-sea-change/" target="_blank" rel="noopener">VISIONI in TRALICE [II] <em>But doth suffer a sea-change…</em></a><br />
⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/2011/08/17/visioni-in-tralice-iii-e-abito-sempre-nel-mio-sogno/" target="_blank" rel="noopener">VISIONI in TRALICE [III] <em>&#8230; e abito sempre nel mio sogno&#8230;</em></a><br />
⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/2011/08/22/visioni-in-tralice-iv-cum-dederit-dilectis-suis-somnum/" target="_blank" rel="noopener">VISIONI in TRALICE [IV] <em>Cum dederit dilectis suis somnum </em></a></span><br />
&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;</div>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2011/08/22/visioni-in-tralice-iv-cum-dederit-dilectis-suis-somnum/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>4</slash:comments>
		
		<enclosure url="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/cumdederit.mp3" length="7045087" type="audio/mpeg" />
<enclosure url="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/Hansel-und-Gretel-2-1.mp3" length="1437312" type="audio/mpeg" />
<enclosure url="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/fusa.mp3" length="455850" type="audio/mpeg" />
<enclosure url="http://www.suave-est-nus.org/ville.mp4" length="1400114" type="video/mp4" />

		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">39702</post-id>	</item>
		<item>
		<title>la Fenice: 1. il bennu</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2010/10/19/la-fenice/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2010/10/19/la-fenice/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 Oct 2010 05:00:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Alan B. Lloyd]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
		<category><![CDATA[egitto]]></category>
		<category><![CDATA[Esiodo]]></category>
		<category><![CDATA[Fenice]]></category>
		<category><![CDATA[geroglifici]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio de Santillana]]></category>
		<category><![CDATA[Hertha von Dechend]]></category>
		<category><![CDATA[Ovidio]]></category>
		<category><![CDATA[Plinio il Vecchio]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=36913</guid>

					<description><![CDATA[di Antonio Sparzani &#8220;Come l&#8217;araba Fenice, che vi sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa&#8221; C’è un libro che riguarda miti e che è ormai diventato mitico per me, ed è Il mulino di Amleto ‒ Saggio sul mito e sulla struttura del tempo, scritto negli anni sessanta dello scorso secolo da Giorgio [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong></p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter" title="la Fenice" src="http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/f/f7/Fenix_bennu.jpg" alt="" width="389" height="282" /></p>
<p style="text-align: right;">
<p style="text-align: right;">&#8220;Come l&#8217;araba Fenice,<br />
che vi sia ciascun lo dice,<br />
dove sia nessun lo sa&#8221;</p>
<p style="text-align: left;">C’è un libro che riguarda miti e che è ormai diventato mitico per me, ed è <em>Il mulino di Amleto ‒ Saggio sul mito e sulla struttura del tempo</em>, scritto negli anni sessanta dello scorso secolo da <strong>Giorgio De Santillana</strong> (1902 ‒ 1974) e da <strong>Hertha von Dechend </strong>(1915 ‒ 2001). <br />
Credo sia un grande libro, ma non riesco a parlarne qui con sufficiente competenza e con la dovuta ampiezza. Lo cito perché affronta un tema che trovo da sempre affascinante, quello dei miti che hanno accomunato e ancora accomunano tante civiltà tra loro diverse e lontane. E lo trovo un tema affascinante perché è di quelli che, molto profondamente, fanno sentire tutti noi donne e uomini di questo pianeta, un po’ concretamente fratelli e sorelle, discendenti da un qualche unico ceppo; popoli che affondano le proprie radici giù nello stesso humus. Una sensazione identitaria che a me provoca una certa gioia. Quando ne sarò capace parlerò di questa straordinaria ricerca che ha portato i due studiosi a individuare nella precessione degli equinozi la radice profonda di tanti miti.<br />
Qui invece mi accontento di un tema molto più limitato, e leggero, quello del mito della Fenice, che tuttavia, di mano in mano che ci si avventura alla cerca delle sue origini, spunta inaspettatamente in diverse forme in luoghi della terra molto diversi e distanti tra loro.<span id="more-36913"></span></p>
<p style="text-align: left;">Quei versi leggeri citati in esergo provengono dal poco noto dramma <em>Demetrio</em>, di Pietro Metastasio (atto II, scena III), e contengono quell’aggettivo <em>araba</em> che sposta subito il centro dell’attenzione in territori non europei. Nel bacino del Mediterraneo il mito della Fenice arriva dall’Egitto dei Faraoni, dove questa straordinaria creatura veniva chiamata <strong>bennu</strong> (più correttamente: <em>bnw</em>, la “e” viene inserita talvolta nelle trascrizioni per indicare una approssimata pronuncia, ma non esisteva nell’alfabeto egizio), dal verbo <em>benu</em>, splendere.</p>
<p style="text-align: right;">“Io sono il Bennu, l’anima di Ra, la guida degli Dei del Duat.<br />
Che mi sia concesso entrare come un falco,<br />
ch’io possa procedere come il Bennu, la Stella del Mattino”.</p>
<p style="text-align: left;">Di esso abbiamo notizia fin da <strong>Esiodo</strong> ‒ siamo intorno al 700 a. C. ‒ che la menziona come uccello straordinariamente longevo, con questa peculiare scala, pronunciata da una ninfa dei fiumi, una Naiade, che asserisce che la cornacchia gracchiante vive nove volte la vita di un mortale splendente di giovinezza (mettiamo 30 anni, a quei tempi), il cervo vive quattro volte la cornacchia e il corvo tre volte il cervo; e infine la fenice (<em>phoinix</em>) nove volte il corvo; a furia di moltiplicare, 30 x 9 x 3 x 4 x 9 salta fuori 29160, che certo è un ragguardevole numero di anni per questo benefico uccello, ; la ninfa aggiunge peraltro che «noi ninfe dalle belle trecce, figlie di Zeus egìoco, viviamo dieci volte tanto» (Hes. fr. L, citato da Plutarco, <a href="http://books.google.it/books?id=EYITAAAAQAAJ&amp;pg=PA190&amp;img=1&amp;zoom=3&amp;hl=it&amp;sig=ACfU3U0RScAdRYMN2RDco00zkmoYBPhG3g&amp;ci=110%2C869%2C847%2C606&amp;edge=0">qui</a>, per chi voglia toccare con mano), comunque meno di trecentomila anni, uno scherzo per i tempi geologici, le Naiadi di oggi videro i Neanderthal e poco più.</p>
<p>Io mi limiterò a citarvi le testimonianze antiche sulla Fenice, che non sono poche, questa creatura affascinava poeti, storici e scienziati, e ne sceglierò un paio: anzitutto <strong>Erodoto</strong>, che nel secondo libro delle <em>Storie</em>, quello dedicato all’Egitto, così si esprime:</p>
<blockquote><p>«1. C’è anche un altro uccello sacro: si chiama Fenice. Io, però, l’ho visto solo in pittura. Di rado infatti compare tra di loro: come dicono gli abitanti di Eliopoli, ogni cinquecento anni. 2. Dicono che venga quando gli muore il padre. Se è come lo si dipinge, ha queste dimensioni e questo aspetto: alcune delle sue piume sono dorate, altre rosse; nella sagoma e per la grandezza somiglia moltissimo a un’aquila. 3. Dicendo cose per me incredibili, raccontano che la fenice compia questa impresa: muovendo dall’Arabia, porta il padre tutto avvolto in mirra nel santuario di Helios, e lo seppellisce in quello stesso santuario. Lo porta così. 4. In primo luogo modella un uovo di mirra tanto grande quanto gli è possibile portarlo; quindi prova a portarlo; dopo che ci è riuscito, svuota l’uovo e ci mette dentro il padre; con altra mirra ricopre la parte dell’uovo da cui ha praticato la cavità per introdurvi il padre; quando il padre è nell’uovo, si riproduce il peso di prima. Dopo aver avvolto il padre così, lo porta in Egitto nel santuario di Helios. Ecco l’impresa che questo uccello, a loro dire, compie.» Erodoto, <em>Le Storie</em>, II, 73. 1 ‒ 4, ed. Fondazione Lorenzo Valla, Mondadori 1989).</p></blockquote>
<p>E questo è il commento assai ricco e accurato di <strong>Alan B. Lloyd</strong> (che cura, introduce e annota il volume) </p>
<blockquote><p>«nonostante il comportamento straordinario, dell’uccello, è chiaro dal testo di Erodoto che egli lo considerava un essere che esisteva come la <em>Chenalopex</em> del capitolo precedente. Il termine φοῖνιξ deriva dall’egiziano «<em>uccello bnw</em>» con assimilazione al nome Φοῖνιξ [che è già presente in Omero (<em>Odissea</em>, XIV) a indicare un fenicio, abitante della Fenicia, <em>a.s.</em>]. In contesti egiziani era originariamente un piccolo uccello simile alla cutrettola d’acqua, ma le sue rappresentazioni a partire dal Medio Regno lo mostrano come un airone purpureo o come un airone grigio.[ &#8230; ] la classica leggenda della fenice, che si è arricchita nell’antichità di elementi sempre più fantastici, va considerata come la rielaborazione greca di un mito egiziano. Nella mitologia egiziana, il <em>bnw</em> era associato alla collina primordiale, la fonte di tutte le cose create, e come tale era spesso considerato la manifestazione di <em>Ra‒Atum</em>, il grande dio creatore di Eliopoli. A Eliopoli era anche associato all’albero <em>̓išd</em> sulle cui foglie secondo la leggenda erano incisi grandi eventi, come le successioni regali: un rapporto che portò alla sua connessione con il trascorrere del tempo [ &#8230;]  In Grecia la prima menzione della fenice risale al corpus esiodeo [ &#8230; ] a partire dal quinto secolo furono introdotti nella leggenda il ritorno ciclico, il colore vivace dell’uccello, la connessione con l’Arabia, la palla di mirra e il rapporto con il padre. E possibile che molto di tutto questo avesse radici in fonti egiziane, benché in esse non appaia esplicitamente. Le aggiunte successive includono in particolare l’idea che la fenice periodicamente fosse consumata nel fuoco e da esso rinascesse, e che fosse eterna, nozione accolta con entusiasmo dalla chiesa cristiana [ &#8230; ] il ciclo classico della fenice è calcolato normalmente in 500 anni»</p></blockquote>
<p> e, per quel che riguarda la presenza dell&#8217;uovo, Lloyd nota inoltre che </p>
<blockquote><p>«nella mitologia egiziana l’uovo ricorre spesso come simbolo di nascita e di rinascita. Esiste perfino una rappresentazione di un <em>bnw</em> che emerge da un uovo.»</p></blockquote>
<p>Nella lingua egiziana antica ci sono almeno una novantina di geroglifici che rappresentano uccelli diversi e un’altra ventina per le loro parti del corpo. La caratteristica dell’immagine della Fenice è che da dietro la testa dell’uccello rappresentato partono due nastri orizzontali diritti, così: <a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/fenice1.gif"><img decoding="async" class="alignright size-full wp-image-36914" title="fenice" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/fenice1.gif" alt="" width="60" height="50" /></a></p>
<p>Ne parla, in ambiente latino, <strong>Plinio il Vecchio</strong> (Gaio Plinio Secondo, I° secolo d. C.) nella sua monumentale <em>Naturalis Historia</em>, (10.2.2, 3), ripetendo e adornando con ulteriori particolari colorati le versioni a lui pervenute (chi vuol vedere l’originale latino vada <a href="http://la.wikisource.org/wiki/Naturalis_Historia/Liber_X#2">qui</a>, al numero 2), ma io trascriverò qui soltanto la versione di <strong>Ovidio</strong> (Publio Ovidio Nasone, I° sec. a. C.) che non poteva certo trascurare l’argomento, assai interessante per le  sue <em>Metamorfosi</em>, per quella capacità unica della Fenice di autoriprodursi, oltre che per il fascino orientale delle molteplici spezie che curano il suo nido:</p>
<blockquote><p>«Tutti gli esseri viventi, comunque, traggono origine da altri;<br />
l&#8217;unico a nascere riproducendosi da sé è un uccello<br />
che gli Assiri chiamano fenice. Non di erbe o di frumento vive,<br />
ma di lacrime d&#8217;incenso e stille d&#8217;amomo,<br />
e quando giunge a cinque secoli di vita,<br />
se ne va in cima a una tremula palma e con gli artigli,<br />
col suo becco immacolato si costruisce un nido tra il fogliame.<br />
E non appena sul fondo ha steso foglie di cassia, spighe<br />
di <a href="http://www.gardencenterejea.com/fotos/productos/detalle/3330-1.jpg">nardo</a> fragrante, cannella sminuzzata e bionda mirra,<br />
vi si adagia e conclude la sua vita fra gli aromi.<br />
Allora, si dice, dal corpo paterno rinasce un piccolo<br />
di fenice, che è destinato a vivere altrettanti anni.<br />
E quando l&#8217;età gli ha dato le forze per reggere alla fatica,<br />
libera i rami sulla cima della pianta dal peso del nido,<br />
religiosamente prende con sé la culla, sepolcro del padre,<br />
e, giunto sull&#8217;alito dell&#8217;aria alla città di Iperione,<br />
davanti alle porte sacre del suo tempio la posa.»<br />
[Ovidio, <em>Metamorfosi</em>, 15, 391 ‒ 407, testo originale <a href="http://www.hs-augsburg.de/~harsch/Chronologia/Lsante01/Ovidius/ovi_me15.html#02">qui</a>]</p></blockquote>
<p style="text-align: left;">
<p>Lo stesso mito torna, come dicevo, in ambienti diversi, come quello cinese, di cui dirò nella prossima puntata. </p>
<p>La fama della Fenice “<em>non istinge negli evi</em>”, direbbe Gadda: la capsula benedetta nella quale 33 minatori cileni sono stati da pochi giorni riportati alla vita si chiamava <strong>Fenix</strong>!</p>
<p>[l&#8217;immagine del nardo è stata presa dal sito: <a href="http://www.gardencenterejea.com/">http://www.gardencenterejea.com/</a>]</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2010/10/19/la-fenice/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>12</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">36913</post-id>	</item>
		<item>
		<title>L’amore a due</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2008/09/16/l-amore-a-due/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2008/09/16/l-amore-a-due/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Sep 2008 05:00:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Andrè Gorz]]></category>
		<category><![CDATA[bompiani]]></category>
		<category><![CDATA[emil cioran]]></category>
		<category><![CDATA[Filemone e Bauci]]></category>
		<category><![CDATA[Grytzko Mascioni]]></category>
		<category><![CDATA[Jacques Brel]]></category>
		<category><![CDATA[Lettera a D.]]></category>
		<category><![CDATA[linnio accorroni]]></category>
		<category><![CDATA[Metamorfosi]]></category>
		<category><![CDATA[Ovidio]]></category>
		<category><![CDATA[Sellerio]]></category>
		<category><![CDATA[Tempi supplementari]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=8217</guid>

					<description><![CDATA[di Linnio Accorroni &#160; Christoph Willibald Gluck, “Philémon &#38; Baucis” Ditte Andersen,  Aria Il Mio Pastor Tu Sei &#160; Tra le tante storie raccontate nelle Metamorfosi ovidiane ce n’è una in particolare che stranisce e turba: sta nell’ottavo libro delle Metamorfosi dove si narra la vegetale trasformazione dei due anziani sposi Filemone e Bauci: “A [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div style="width:700px;">di <strong>Linnio Accorroni</strong></p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
<p><center></p>
<div style="width:560px;"><iframe width="560" height="315" src="https://www.youtube.com/embed/IE0luQg-SqY" frameborder="0" allow="autoplay; encrypted-media" allowfullscreen></iframe></div>
<p></center></p>
<p style="text-align: center;"><small>Christoph Willibald Gluck, “Philémon &amp; Baucis”</small><br />
<small>Ditte Andersen,  Aria <em>Il Mio Pastor Tu Sei</em></small></p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
<p>Tra le tante storie raccontate nelle Metamorfosi ovidiane ce n’è una in particolare che stranisce e turba: sta nell’ottavo libro delle Metamorfosi dove si narra la vegetale trasformazione dei due anziani sposi Filemone e Bauci: “A un tratto Bauci vide Filemone mettere fronde, mentre il vecchio Filemone, dal canto suo, vedeva le membra di Bauci irrigidirsi e metter fronde anch’esse. Intanto che la cima degli alberi cresceva, i due sposi si scambiavano parole di saluto, fino a quando fu loro possibile.&#8221;<em>Addio, sposo mio</em>&#8221; si dissero a un tempo. In quello stesso momento le loro labbra scomparvero sotto la corteccia”. Così vedevano realizzarsi, in finale di vita, il loro desiderio: essere trasformati in una quercia ed in un tiglio, uniti per il tronco perché insieme avevano trascorso tutta la vita: “<em>che io non debba vedere il sepolcro della mia sposa, né essere da lei sepolto</em>”. <span id="more-8217"></span>Riletto oggi, nell’epoca in cui i rapporti di coppia si sciolgono con l’ineludibile obbligatorietà di un rito di passaggio, questo mito pare, più degli altri, come avvolto da un alone di follia e di insensatezza che esula da ogni logica corrente. Un affresco che magari suscita commozione, ma è comunque incastonato in un tempo remotissimo, non assimilabile al nostro, in cui tutto (anche i rapporti sentimentali) deve essere consumato in maniera convulsa e spasmodica. “Au suivant”- Avanti un altro, come in quella canzone di Brel . L’amore a due è, oggi, una moneta che suona falsa: nel <em>recto</em> le melensaggini infinite di Moccia &#038; C, nel <em>verso</em>, quasi per contrappeso, la ferocia tranchant di giudizi cinici e sentenziosi. Molti ricorderanno, per esempio, quello spietato di Cioran che individua nella miseria della contabilità ragionieristica del do ut des la base di ogni rapporto duale: &#8220;il dubbio travaglia a tal punto gli esseri umani che per rimediarvi essi hanno inventato l&#8217;amore, patto tacito tra due infelici per sopravvalutarsi, per elogiarsi sfacciatamente”. “Mistificando”(?) Cioran, ho sempre ritenuto che in questo aforisma si celasse invece una specie di sotterranea empatia verso quella allegria di naufraghi che induce un uomo ed una donna (o due uomini o due donne) a mettere insieme, per un tempo più o meno lungo, i pezzi scomposti delle loro individuali solitudini, i frammenti della loro infelicità al singolare. Questa stessa ossimorica allegria di naufraghi agisce da basso continuo nelle pagine di due libri usciti recentemente e molto diversi fra loro, ognuno dei quali, a suo modo, esalta ciò che di più impermanente e caduco esista nel mondo, ovverosia l’amore a due. Il primo, edito da Sellerio, è ‘Lettera a D.’ dove D. sta per Dorine, compagna di Andrè Gorz (nom de plume di Gerhard Hirsch che, da giornalista, si faceva chiamare Michel Bosquet), filosofo esistenzialista, direttore di ‘Le temps modernes’ e fondatore di ‘Le Nouvelle Observateur’, allievo ed intimo di Sartre, ebreo austriaco, archetipo novecentesco della figura del ribelle. Questo suo libro (che, come dice il sottotitolo ‘Recit’, è, contemporaneamente, una narrazione ed un bilancio) si differenzia, per stile e contenuto, dalla fluviale retorica dei suoi ponderosi saggi filosofici. È infatti una lettera d’amore coniugale scritta alla sua compagna, colpita da una malattia degenerativa delle ossa. Un tragico calvario di dolori e sofferenze che solo la morte avrebbe placato: “Stai per compiere 82 anni. Sei rimpicciolita di 6 centimetri, non pesi che 45 chili e sei sempre bella, elegante e desiderabile. Sono 58 anni che stiamo insieme e ti amo più che mai”. A tormentare Gorz c’era poi la ricorrenza di un sogno in cui lui vedeva un uomo dietro una carro funebre: “quell’uomo sono io. Sei tu che il carro funebre trasporta. Non voglio assistere alla cremazione, non voglio ricevere un vaso con le tue ceneri”. Nella soffitta parigina dove vivevano però non c’erano né Zeus, né Eros a regalare per loro un’uscita di scena clamorosa quale quella riservata a Filemone e Bauci. Meglio allora il veleno per tutti e due, alcune lettere per gli amici, un cartello in cui si diceva alla domestica di avvisare la polizia. Era il 22 settembre 2007. Due giorni dopo su ‘Le Monde’ un annuncio non firmato, ma sicuramente redatto da loro, in cui si comunicava il decesso e l’appuntamento per coloro che avrebbero voluto assistere all’ incinerazione. Ma anche se vi fosse stato un altro finale, magari meno ultraromantico, magari meno eros/thanatos, questo ‘Lettera a D.’ colpisce perché è una lucida meditazione su come un’esistenza, irriducibilmente ‘singolare’, si possa trasformare in ‘duale’. L’altro libro è ‘Tempi supplementari’ di Grytzko Mascioni (Bompiani), poeta, narratore e saggista di razza. I ‘tempi supplementari’ del titolo consistono in pochi mesi di vita, quelli che l’autore è riuscito a strappare dopo un trapianto di fegato, atto terminale di una dolorosa odissea ospedaliera di speranze, attese, delusioni. Il carcinoma maligno epatocellulare che gli era stato diagnosticato non consentiva altre soluzioni. Il 22 settembre 2002 l’intervento: l’esito positivo gli permette di sbrigare alcuni ‘impicci’ prima della morte: un libro, un matrimonio, qualche conferenza,&#8230; Un anno dopo, il 13 settembre 2003, appare sul  ‘Corriere della sera’ questo necrologio in cui eleganza, stile, cultura, riserbo e stoicismo sembrano darsi convegno tutt’assieme: “A cose fatte Grytzko Mascioni avverte amici e conoscenti di non esserci più. A chi gli ha voluto bene assicura che la vita che si è lasciato alle spalle è stata così ricca ed avventurosa che a dispetto di ogni guaio, ostilità e noncuranza, non vale la pena compiangerla”. Anche in questo libro che, a modo suo, è come ‘Lettera a D.” un’elegia del rapporto di coppia, c’è una figura femminile che, nonostante appaia quasi sempre di sguincio, domina la scena in virtù della grazia, del pudore, del decoro con cui questa donna ha saputo accompagnare il suo amato in quello scorcio d’esistenza che gli era stato concesso. Per lei Mascioni scrisse questa poesia testamento di cui val la pena citare almeno la parte finale: “[…] : tu che vai nel sole,/ ricorderai le bizze dei delfini, / l’orso polare, i passeri d’Apollo, / Delfi e il castello nerofumo a Praga,/ ogni tratto di strada. Ancora a lungo/ sarò con te come il foulard che svola/ dal collo nella brezza che il profilo/ ti carezza gentile: e tu, polena,/ frangi altro mare, vai, / non ti voltare.”.  Per D., invece, Gorz aveva scritto nelle ultime righe di “Lettera a D.”: “Ci siamo spesso detti che se, per assurdo, avessimo un seconda vita, vorremmo trascorrerla insieme”.</div>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2008/09/16/l-amore-a-due/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>10</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">8217</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Muta quies habitat</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2008/07/12/muta-quies-habitat/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2008/07/12/muta-quies-habitat/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 12 Jul 2008 05:05:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Benjamin Britten]]></category>
		<category><![CDATA[Fantaso]]></category>
		<category><![CDATA[Fobetoro]]></category>
		<category><![CDATA[Iride]]></category>
		<category><![CDATA[Metamorfosi]]></category>
		<category><![CDATA[Morfeo]]></category>
		<category><![CDATA[Orsola Puecher]]></category>
		<category><![CDATA[Ovidio]]></category>
		<category><![CDATA[Sonno]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=6370</guid>

					<description><![CDATA[Ovidio Metamorfosi [ libro XI, vv. 592-649 ] NIOBE di Benjamin Britten [1913-1976] da Six Metamorphoses after Ovid Op 49 per Oboe solo V’è presso i Cimmeri una spelonca dai fondi recessi, un monte cavo e impenetrabile dimora del pigro Sonno, in cui mai con i suoi raggi all’alba, né a mezzodì, né al tramonto [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size:14pt; font-family: Garamond"><strong>Ovidio</strong><br />
<em>Metamorfosi</em><br />
[ <em>libro XI, vv. 592-649</em> ]</span></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-6377" title="antro del sonno" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/courbet.gif" alt="" width="500" height="399" /></p>
<p><center></p>
<div style="width:300px;">
    <audio class="wp-audio-shortcode" id="audio-6370-4" preload="none" style="width: 100%;" controls="controls"><source type="audio/mpeg" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/niobe_benjamin-britten-da-six-metamorphoses-after-ovid-op-491.mp3?_=4" /><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/niobe_benjamin-britten-da-six-metamorphoses-after-ovid-op-491.mp3">https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/niobe_benjamin-britten-da-six-metamorphoses-after-ovid-op-491.mp3</a></audio>
</div>
<p><strong>NIOBE</strong> di <em>Benjamin Britten</em> [1913-1976]<br />
da <em>Six Metamorphoses after Ovid</em> Op 49<br />
per Oboe solo</center><br />
<span style="font-size:14pt; font-family: Garamond"></p>
<p style="padding-left: 10px;"><em>V’è presso i Cimmeri una spelonca dai fondi recessi,<br />
un monte cavo e impenetrabile dimora del pigro Sonno,<br />
in cui mai con i suoi raggi all’alba, né a mezzodì,  né al tramonto<br />
il Sole riesce a filtrare: nebbie miste a caligine<br />
esalano dal suolo in un crepuscolo dalla luce incerta.<span id="more-6370"></span><br />
Qui nessun volatile dal capo crestato con i suoi canti<br />
evoca l’Aurora, né con la loro voce rompono i silenzi<br />
i cani da guardia,  né l’oca dei cani ancor più scaltra;<br />
non suoni di fiere, non di armenti, non di rami mossi dal vento<br />
e schiamazzi di lingue umane vi eccheggiano.<br />
Una muta quiete l’abita; solo sgorga alla base della roccia<br />
un rivolo del fiume Lete e fluente il mormorio<br />
dell’onda invita al sonno con crepitio di sassolini.<br />
All’ingresso dell’antro una distesa fiorita di papaveri<br />
ed un’infinità d’erbe, e dalla loro linfa il sopore<br />
estrae l’umida Notte e lo sparge sulle terre oscure.<br />
Una sola porta per cui stridio di cardini risuoni<br />
in tutta la dimora non c’è,  nessun guardiano sulla soglia;<br />
al centro dell’antro sta un alto letto d’ebano,<br />
con piume, d’ugual colore, coperto da un velario scuro,<br />
in cui giace il dio stesso con le membra sciolte dal languore.<br />
Attorno a lui alla rinfusa nelle molteplici forme che imitano<br />
giacciono vaghi Sogni, tanti quanti le spighe delle messi,<br />
le fronde delle selve, la sabbia sospinta sulla spiaggia.<br />
Ed appena entrò la vergine [Iride] scostando con le mani  i Sogni<br />
che glielo impedivano, al fulgore della sua veste s’illuminò<br />
la sacra dimora e il Dio socchiudendo gli occhi pesanti dal sonno<br />
a stento e ancora e ancora ricadendo<br />
con il mento ciondolante che gli sbatteva sul petto<br />
si riscosse infine e sollevandosi sul gomito,<br />
(la riconobbe dunque) le chiese perché fosse venuta, e lei:<br />
“Sonno, quiete delle cose, placidissimo, Sonno, fra gli dei<br />
pace dell’animo, che  fughi gli affanni, che i corpi spossati<br />
dai faticosi doveri accarezzi e recuperi alla fatica,<br />
a quelli fra i Sogni, che sanno imitare le forme vere,<br />
ordina che con l’aspetto del re Alcione<br />
vadano a Trachine  patria di Ercole<br />
e simulino le sembianze di un naufrago.<br />
Lo comanda Giunone.&#8221; Appena assolto il compito<br />
Iride scappò via: che non poteva oltre sopportare<br />
la forza del sopore, al sentire il sonno nelle membra,<br />
fuggì  risalendo sull’arcobaleno com’era giunta.<br />
Allora il padre dalla marea dei suo mille figli<br />
svegliò l’artefice ed imitatore di figure<br />
Morfeo: nessun altro è più abile di lui<br />
nel ricalcare l’incedere e il volto e il suono della voce;<br />
ed anche le vesti e il modo di parlare;<br />
ma imita solo gli uomini  e un altro<br />
si trasforma in fiere, uccelli o un serpente dal lungo corpo<br />
questi gli dei chiamano Icelo, i comuni mortali Fobetoro;<br />
c’è anche un terzo con diversa capacità<br />
Fantaso: quello in terra e roccia e acqua e tronco,<br />
in una qualsiasi cosa inanimata si muta con l’inganno;<br />
questi a re e condottieri  il  volto sono soliti<br />
mostrare la notte, altri si aggirano fra il popolo e la plebe.<br />
Il vecchio Sonno li tralasciò e tra i tanti fratelli il solo<br />
Morfeo prescelse per eseguire gli ordini della figlia di Taumanide,<br />
poi sciogliendosi di nuovo in molle languore<br />
reclinò il capo e sprofondò sotto le coltri.</em></p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 10px;">Est prope Cimmerios longo spelunca recessu,<br />
mons cavus, ignavi domus et penetralia Somni,<br />
quo numquam radiis oriens mediusve cadensve<br />
Phoebus adire potest: nebulae caligine mixtae<br />
exhalantur humo dubiaeque crepuscula lucis.<br />
Non vigil ales ibi cristati cantibus oris<br />
evocat Auroram, nec voce silentia rumpunt<br />
sollicitive canes canibusve sagacior anser;<br />
non fera, non pecudes, non moti flamine rami<br />
humanaeve sonum reddunt convicia linguae.<br />
Muta quies habitat; saxo tamen exit ab imo<br />
rivus aquae Lethes, per quem cum murmure labens<br />
invitat somnos crepitantibus unda lapillis.<br />
Ante fores antri fecunda papavera florent<br />
innumeraeque herbae, quarum de lacte soporem<br />
Nox legit et spargit per opacas umida terras.<br />
Ianua, ne verso stridores cardine reddat,<br />
nulla domo tota est, custos in limine nullus;<br />
at medio torus est ebeno sublimis in antro,<br />
plumeus, atricolor, pullo velamine tectus,<br />
quo cubat ipse deus membris languore solutis.<br />
Hunc circa passim varias imitantia formas<br />
Somnia vana iacent totidem, quot messis aristas,<br />
silva gerit frondes, eiectas litus harenas.<br />
Quo simul intravit manibusque obstantia virgo<br />
Somnia dimovit, vestis fulgore reluxit<br />
sacra domus, tardaque deus gravitate iacentes<br />
vix oculos tollens iterumque iterumque relabens<br />
summaque percutiens nutanti pectora mento<br />
excussit tandem sibi se cubitoque levatus,<br />
quid veniat, (cognovit enim) scitatur, at illa:<br />
Somne, quies rerum, placidissime, Somne, deorum,<br />
pax animi, quem cura fugit, qui corpora duris<br />
fessa ministeriis mulces reparasque labori,<br />
Somnia, quae veras aequent imitamine formas,<br />
Herculea Trachine iube sub imagine regis<br />
Alcyonen adeant simulacraque naufraga fingant.<br />
Imperat hoc Iuno. Postquam mandata peregit,<br />
Iris abit: neque enim ulterius tolerare soporis<br />
vim poterat, labique ut somnum sensit in artus,<br />
effugit et remeat per quos modo venerat arcus.<br />
At pater e populo natorum mille suorum<br />
excitat artificem simulatoremque figurae<br />
Morphea: non illo quisquam sollertius alter<br />
exprimit incessus vultumque sonumque loquendi;<br />
adicit et vestes et consuetissima cuique<br />
verba; sed hic solos homines imitatur, at alter<br />
fit fera, fit volucris, fit longo corpore serpens:<br />
hunc Icelon superi, mortale Phobetora vulgus<br />
nominat; est etiam diversae tertius artis<br />
Phantasos: ille in humum saxumque undamque trabemque,<br />
quaeque vacant anima, fallaciter omnia transit;<br />
regibus hi ducibusque suos ostendere vultus<br />
nocte solent, populos alii plebemque pererrant.<br />
Praeterit hos senior cunctisque e fratribus unum<br />
Morphea, qui peragat Thaumantidos edita, Somnus<br />
eligit et rursus molli languore solutus<br />
deposuitque caput stratoque recondidit alto.</p>
<p></span></p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 10px;"><small>[ traduzione di Orsola Puecher ]</small></p>
<p align="center">
<p><small>[ immagine <strong>Gustave Courbet</strong>, Ruscello boscoso del Puits-Noir (1860-1865), olio su tela, Cone Collection, Baltimore Museum of Art, Baltimora ]</small><br />
<small>[ musica da Britten &#8211; Chamber Works, track 2, (6) Metamorphoses after Ovid, oboe Eric Speller, Ambroisie, 18 Aug 2002 ]</small></p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2008/07/12/muta-quies-habitat/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>23</slash:comments>
		
		<enclosure url="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/niobe_benjamin-britten-da-six-metamorphoses-after-ovid-op-491.mp3" length="1269793" type="audio/mpeg" />

		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">6370</post-id>	</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/

Page Caching using Disk: Enhanced 

Served from: staging.nazioneindiana.com @ 2026-08-25 09:41:02 by W3 Total Cache
-->