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	<title>pagine culturali &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Nazione Indiana, i blog letterari, la cultura italiana</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Mar 2013 12:00:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[blog letterari]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giacomo Sartori GS Si dice che i blog letterari siano in crisi, e per certi versi superati, sei d’accordo? GS Non mi sembra che si possa parlare di crisi dei blog letterari: Nazione Indiana e Carmilla mantengono la loro posizione preminente, e negli ultimi anni sono nati molti altri blog di peso e qualità, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><i>GS</i> <i>Si dice che i blog letterari siano in crisi, e per certi versi superati, sei d’accordo?</i></p>
<p>GS Non mi sembra che si possa parlare di crisi dei blog letterari: <i>Nazione Indiana</i> e <i>Carmilla</i> mantengono la loro posizione preminente, e negli ultimi anni sono nati molti altri blog di peso e qualità, ognuno dei quali ha un numero più o meno grande di lettori. In qualche caso, come per esempio <i>Minima Moralia </i>e<i> La poesia e lo spirito</i>, il seguito comincia a essere (stando a <i>blogbabel) </i>quasi dello stesso ordine di grandezza di quello di <i>Nazione Indiana</i> e <i>Carmilla</i>. Senza contare che certi temi meno strettamente letterari adesso sono trattati anche da blog più “specialistici”, a cominciare da quello di <i>Alfabeta</i>2. Quindi mi sembra innegabile che il bacino totale si è allargato, e probabilmente continua a crescere, anche se purtroppo non ci sono dati certi, perché i parametri disponibili non sono facili da interpretare in modo immediato. E soprattutto nessuno si è preso o si prende la briga di fare un’analisi seria, che io sappia.</p>
<p><i>GS Quindi ti sembra che godano di buona salute, e che continueranno a esistere nei prossimi anni?</i></p>
<p>GS D’altra parte i motivi che hanno portato alla nascita di questi blog sono tutti lì, o forse sono ancora più invasivi rispetto a dieci anni fa, quando è nata <i>Nazione Indiana</i>: lo stato di abbandono in cui versa la nostra cultura, il conformismo della narrativa <i>mainstream</i> e delle grandi case editrici, la cieca e probabilmente autolesionistica dittatura di queste ultime sulla distribuzione, la loro completa chiusura nei confronti della poesia più interessante e innovativa, l’impaludamento e il nepotismo e la gerontocrazia della maggior parte delle pagine culturali, le meschinità e le relazioni incestuose nei premi, l’asma provinciale di molta critica letteraria, la mancanza di originalità e la sottomissione alle leggi della notorietà della maggior parte dei festival letterari etc. È un fenomeno molto italiano questo dei blog letterati collettivi di scrittori, o comunque con molti scrittori: in molti altri paesi ci sono blog di singoli autori, anche molto seguiti, e soprattutto blog che segnalano e commentano testi, non blog collettivi dove gli scrittori sono dominanti o comunque molto presenti. E non mi sembra un caso che proprio in Italia molti scrittori giovani e non, e alcuni dei quali con un successo di vendite, altri novizi o non ancora pubblicati, sentano il bisogno di associarsi per formare e portare avanti delle esperienze collettive. Io la vedo come una forma di difesa, di resistenza, di fronte a uno stato delle cose nel quale appunto il nuovo, il dibattito aperto, la critica radicale, o più semplicemente l’intelligenza e la qualità, sono repressi e non trovano il loro spazio. Avendo scelto di non farne parte io conosco poco i social network, ma non credo, proprio per il loro funzionamento effimero, che possano svolgere il ruolo di approfondimento e di trattazione sistematica di certe tematiche, e di segnalazione delle opere di valore, che portano avanti i blog letterari. Semmai possono integrarsi molto bene con questi.</p>
<p><i>GS Però ora i commenti ai post sono meno numerosi di qualche anno fa, no?</i></p>
<p>GS Certo negli ultimi due o tre anni una buona fetta del dibattito si è trasferito dai thread sotto i pezzi dei blog letterari ai social network, ma non mi sembra che i commenti abbiano mai costituito il motivo principale di essere e l’aspetto più innovativo dei blog. Certo danno vitalità e apertura, attentando forse a quell’autorità fittizia della parola scritta della quale ci ha parlato Platone, e qualche volta sono davvero interessanti, e/o contengono delle perle, ma raramente la sostanza sta lì. Non dobbiamo dimenticare che in ogni caso le persone che commentano sono un’infinita minoranza rispetto ai lettori “silenziosi”. E questo ora come qualche anno fa, quando i dibattiti sotto i post erano più vivaci, e le tenzoni più frequenti. A fronte di qualche appassionante dibattito con belle idee e approfondite analisi, spesso frutto di qualche lucidissimo commentatore che poi ha finito per pubblicare le proprie cose, hanno spesso prevalso i deliri di ego frustrati e non di rado incattiviti, con quella mancanza di un galateo compartito che caratterizza i primi tempi di ogni nuovo medium.</p>
<p><i>GS Quindi quella dei blog letterari ti sembra una realtà con una sua vitalità?</i></p>
<p>GS Lasciando stare una valutazione sul preciso apporto che è venuto dai blog, anche per quanto riguarda l’emergenza o una più grande visibilità di nuovi autori o nuove forme di scrittura (ma come sappiamo la questione è ben più complicata, si vedano Raffaele Simone e altri), o nei confronti della critica letteraria, delle riviste letterarie, del giornalismo culturale etc., valutazione che secondo me richiederebbe un grosso lavoro di analisi e di riflessione, mi sembra che si può dire qualche cosa sulle dinamiche in generale. Da una parte i blog letterari sono ora più numerosi e più vari, e quindi sostanzialmente rappresentano un’offerta più ampia per il lettore/utente. Vengono tuttora snobbati da gran parte del giornalismo culturale (rarissimamente i giornali che pescano contenuti e notizie da <i>Nazione Indiana</i> si degnano di citare la fonte, tanto per fare un esempio) e dalle case editrici (che sostanzialmente li ignorano, o fingono di), la maggior parte dei critici letterari e dei ricercatori preferiscono attenersi a un ruolo voyeuristico, ma pesano di più. Qualsiasi approfondito intervento critico su <i>Nazione Indiana</i> ha un seguito ben superiore a quello che avrebbe sulle più conosciute riviste letterarie, mi stupisce sempre che molte persone attente a queste cose non se ne rendano conto e non ne approfittino, quasi avessero paura di sporcarsi le mani, o comunque necessitino ancora del sigillo della rivista cartacea. D’altra parte è evidente che si sono create tante parrocchiette indipendenti, per non dire impermeabili una all’altra. Quindi quell’esigenza di apertura e di condivisione che stava alla base della nascita di ogni realtà si è trasformata in molti casi in chiusura. Non riesco a non vederci quella solita incapacità tutta italiana, di cui hanno parlato tantissimi, anche prima di Leopardi, e su fino a Gervaso e Galli della Loggia, di uscire dall’orizzonte ristretto del proprio clan di amicizie e relazioni, una recalcitranza a creare connessioni ampie, a concepire dei fini meno immediati e per così dire più disinteressati, a mettere in sordina i particolarismi per costruire una sana e vasta opposizione a malfunzionamenti che non soddisfano nessuno. Io personalmente la considero una grossissima tara, e lo trovo spesso insopportabile, e triste. Il limite principale mi sembra questo, non certo la concorrenza dei social network.</p>
<p><i>GS E i frequentatori/lettori, in tutto ciò?</i></p>
<p>GS Per paradosso chi fa il legame tra i vari blog sono soprattutto i lettori, perché è evidente che molti di loro si spostano da un sito all’altro. Probabilmente ognuno di loro fa individualmente le sue valutazioni e i suoi confronti, le sue sintesi, ma manca appunto un dibattito diretto tra le varie realtà. Non riesco a non vederci uno specchio dello stato del paese, carico degli effetti della storia recente, perché la crisi non è solo crisi della rappresentanza, crisi della Politica, ma anche capillare incapacità di confrontarsi e di discutere, crisi del legame sociale a tutti i livelli, anche proprio nella cultura. Pur con le sue specificità la rete non è immune da quello che succede “fuori”, dai comportamenti diffusi. E chi paga in fondo è sempre l’ultimo anello della catena, il lettore, il cittadino, che si trova solo, e deve fare tutto senza nessun aiuto. In balia, se parliamo di libri, dell’affliggente offerta libraria delle librerie Feltrinelli, dell’ennesimo festival letterario con De Luca e Lucarelli, della recensione su Repubblica dell’amico del tale noto scrittore o della sconosciuta scamorza, che ne parla come se non fosse suo amico o sodale di gruppo editoriale, e appunto con la stampella dei blog, che sono certo più gagliardi e affidabili, ma il più delle volte si ignorano a vicenda, o sembrano occupati a perpetrare se stessi, rifuggendo come la peste il confronto e in definitiva la possibilità di contare di più.</p>
<p><i>GS E non potrebbe esserci qualche forma di apertura reciproca?</i></p>
<p>GS Forse si potrebbe pensare, almeno dove non prevale il settarismo (che a me fa pensare in qualche caso all’insofferenza reciproca tra i ”gruppi extraparlamentari” degli anni ’70, la violenza subliminale, che coagula i gorghi non sopiti della nostra società, sembrerebbe echeggiare quella) a delle iniziative in comune, quali per esempio delle riflessioni su determinati temi, o a delle collane in comune di e-book. O anche si potrebbero organizzare degli eventi fuori dalla rete (dibattiti &#8230;), ingaggiare delle battaglie (per esempio per un trattamento dignitoso dei traduttori, per dei finanziamenti alla cultura &#8230;). La vedo dura, perché appena si profila una possibilità in questo senso scattano le reazioni e le rigidità di parte, ma credo sarebbe molto bello, e permetterebbe di uscire dalla claustrofobia dei microhabitat di ogni blog, e forse appunto anche di avere più influenza.</p>
<p><i> GS Come vedi l’esperienza di Nazione Indiana, in questo panorama di cui parli, dopo dieci anni di esistenza?</i></p>
<p><i> </i>GS Quello che caratterizza <i>Nazione Indiana</i> fin dalla sua nascita è l’estrema eterogeneità delle sue anime. I suoi componenti sono sempre stati e sono tuttora molto diversi per origine geografica, luogo di residenza, età, sensibilità, formazione, percorso, esperienze creative e lavorative, visione della letteratura, posizionamento nell’industria delle lettere. Senza alcuna forma di gerarchia esplicita o subliminale, senza legami di interessi materiali, senza settarismi di clan. Chi ci accusava di comportamenti interessati, in una polemica di qualche anno fa sulla “classifica Dedalus”, dimostrava di non cogliere la specificità di questa realtà. Io la considero un’enorme ricchezza, in un paese appunto dove le coesistenze e il confronto costruttivo sono molto difficili. La sua gran vitalità, e il fatto che rimanga il blog culturale più seguito e autorevole, o insomma uno dei, risiede lì. Beninteso è anche la sua debolezza, perché l’estrema diversità impedisce qualsiasi forma di sintesi o anche semplicemente di coerenza. <i>Nazione Indiana</i> è in fondo una grande macchina anarchica, che sposa e sfrutta l’orizzontalità della rete. Quando la riflessione per avanzare ha bisogno di solidi minimi comuni denominatori, di scelte compartite, di seppure indisciplinata disciplina. Io personalmente ogni tanto rimpiango un funzionamento più coerente e meno individualista, e credo che il motivo per cui nel corso degli anni tante persone sono uscite, rimpiazzate via via da altre, sia proprio questo. L’anarchia è bella ma faticosa, logorante, spessissimo inconcludente. Ma sarebbe possibile oggi in Italia far lavorare assieme anime tanto diverse, adottando per esempio un classico funzionamento di redazione, cercando di individuare una anche minima linea editoriale, senza scatenare ipso facto l’instaurarsi di gerarchie e chiusure, gregarismi e irrigidimenti, appiattimenti e esclusioni? A modo suo <i>Nazione Indiana</i> è riuscita a evitare queste piaghe, che mi sembra in misura diversa contaminino, e limitino, molti altri blog. Senza bisogno di nessun Grillo.</p>
<p><i> GS E la scissione che ha portato alla nascita del Primo Amore?</i></p>
<p><i> </i>GS Io all’epoca non facevo parte del blog, ma avevo letto e condivido appieno l’analisi di fondo sul blog fatta da Moresco nella lettera di commiato quando ne è uscito: mi sembra che le sue parole restino validissime anche adesso. E pure a me piacerebbe una <i>Nazione Indiana</i> più combattiva e più coerente e più impegnata in progetti e posizionamenti radicali di lungo respiro, composta esclusivamente da coraggiosi paladini senza l’ombra di compromissione con il mondo editoriale e terreno. Ma il sentito richiamo alla radicalità e alla coerenza di Moresco, al quale sono molto sensibile, mi sembra rifletta una concezione della militanza superata, legata alla sua storia personale, e soprattutto velleitaria. Ci vedo una sottovalutazione degli effetti pervasivi del disastro capillare della cultura italiana nell’era della rivoluzione digitale, e degli stessi cambiamenti antropologici che questo connubio di arretratezza e di microelettronica ha indotto, e che la rete riflette in maniera cristallina. Io sono convinto che sia vano rincorrere una purezza che non esiste e non può esistere. E questo non vuole certo dire a rinunciare a checchessia. Il <i>Primo amore</i> è un bellissimo e molto coerente blog, ma non mi sembra che rappresenti un qualcosa di più radicale e incisivo di <i>Nazione Indiana</i>. Anzi. E non è un caso.</p>
<p><i> GS E il futuro?</i></p>
<p>GS Non dobbiamo dimenticare che i blog letterari sono mandati avanti da volontari. Ma per scrivere un buon post ci vuole tempo e fatica, esattamente come per partorire un buon pezzo per una rivista o una pagina culturale. Questo è un grosso limite. O meglio, il carattere “amatoriale” implica la più grande libertà, e quel confronto disinteressato con il testo che può permettere di cogliere la letteratura per quello che è, ma è anche un limite. La maggior parte delle persone che fanno parte dei blog collettivi sono giovani o non più tanto giovani intellettuali, che spesso hanno al loro attivo lavori importanti (di creazione, o di traduzione, di critica), ma hanno un enorme difficoltà a sbarcare il lunario, nell’indigenza in cui naviga la nostra cultura. È quel sottoproletariato culturale, sovente con delle enormi doti, che conosciamo tutti, e che non trova impieghi degni, che è bistrattato e umiliato, e in qualche caso riesce a tirare avanti solo con l’aiuto della famiglia. È una situazione che in altri paesi occidentali non è nemmeno immaginabile. Ognuno di noi potrebbe citare decine di casi. Queste persone, e ripeto, spesso hanno grandi capacità, e che sono affiancate da scrittori o professori o ricercatori che stanno un po’ meglio, spesso non possono permettersi di dedicare molto tempo al confezionamento di contributi originali. E nello stesso tempo sono proprio la loro indigenza e la loro esclusione che li spingono pur sempre a partecipare a un’impresa collettiva, a dedicare il loro tempo libero a un’attività di militanza, perché di questo si tratta. Mi sembra questa la contraddizione di fondo che sta dietro a questa realtà.</p>
<p><i>GS Quindi?</i></p>
<p>GS Forse in un futuro non immediato ci sarà una professionalizzazione, e continueranno solo i blog che sapranno organizzarsi, che sapranno fornire dei contenuti di qualità, trovandosi qualche sponda economica. Un po’ come è successo per le radio libere trent’anni fa: dopo un periodo di disordinato fermento, sono sopravvissute e sono andate avanti solo quelle che hanno saputo strutturarsi, e hanno preso, anche se c’è qualche bella eccezione, una piega commerciale. Riuscirà <i>Nazione Indiana</i> a mutare la sua anima, diventando appunto meno anarchica? Probabilmente no (e sarà una perdita). Mi sembra emblematico a questo proposito il caso di <i>Minima Moralia</i>, che è una costola e si appoggia a una casa editrice che ha avuto la lungimiranza di capire l’importanza e anche la convenienza di ospitare un blog letterario. Mi sembra incredibile che le grandi case editrici non imitino questa esperienza. Costerebbe una pipa di tabacco, davvero nulla, e porterebbe a dei risultati anche proprio in termine di immagine e di vendite, visto che sono così focalizzati sulle vendite. Ma appunto sarebbe forse troppo in contrasto con l’impaludamento generale, con le reti di regole silenziose, con tutto il non detto (non a caso la sezione “blog” della Feltrinelli è una ilarante soffitta polverosa). Mentre <i>Minimum Fax</i>, che è una bella e vitale casa editrice, può permetterselo. Ma è solo un’ipotesi, per carità. Per ora i blog sono mandati avanti da desesperados della cultura, affiancati da qualche nobile e generoso intellettuale e scrittore di successo o successino.</p>
<p><i>[ho realizzato quest’intervista a me stesso soprattutto nell’intento di mettere lì qualche spunto di discussione, anche in previsione <a href="https://www.nazioneindiana.com/2013/03/18/10-anni-fuori-dalla-pozzanghera-programma/">dell’incontro di sabato prossimo a Milano</a>; convinto peraltro, molto umilmente, che altri avrebbero forse potuto sviscerare meglio di me la questione; GS]</i></p>
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		<title>Giornalismo culturale: prime indagini sulla scomparsa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 Jun 2012 09:32:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Profumo]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[La Repubblica]]></category>
		<category><![CDATA[Michele Dantini]]></category>
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		<category><![CDATA[Sole 24Ore]]></category>
		<category><![CDATA[Tomaso Montanari]]></category>
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					<description><![CDATA[di  Michele Dantini e Tomaso Montanari Niente o pressoché niente, nell’informazione culturale in Italia, appare oggi al servizio del lettore: eppure il discorso giornalistico appare stabilire standard pubblici di competenza e ragionamento in un paese in cui pochi accedono al saggio o alla monografia. Il processo è in corso da tempo, ma manca un dibattito [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di  <a href="http://micheledantini.micheledantini.com/"><strong>Michele Dantini</strong></a> e <strong>Tomaso Montanari</strong></p>
<p>Niente o pressoché niente, nell’informazione culturale in Italia, appare oggi al servizio del lettore: eppure il discorso giornalistico appare stabilire standard pubblici di competenza e ragionamento in un paese in cui pochi accedono al saggio o alla monografia. Il processo è in corso da tempo, ma manca un dibattito pubblico su quella che potremmo considerare la scomparsa del giornalismo di cultura o la mutazione in marketing di recensioni, interviste, presentazioni. <span id="more-42650"></span>Accade come se, con riferimento ai “nutrienti” culturali, non si avvertisse la necessità di tutelare il diritto di sovranità per così dire alimentare da parte del consumatore. La rarità di iniziative editoriali che intendono contribuire al mantenimento di un’opinione pubblica indipendente riduce per di più le opportunità di ricerca, formazione e partecipazione qualificata al di fuori del contesto specialistico. Non ci attarderemo oltre in considerazioni di carattere generale: è urgente esemplificare con riferimento a pagine e inserti culturali delle più diffuse testate nazionali.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Il Manifesto “Senza sviluppo niente cultura” del </em>Sole 24Ore</p>
<p>La pubblicazione, in febbraio, del dibattuto “Manifesto per la cultura” sul supplemento domenicale del <em>Sole 24Ore</em> costituisce un primo <em>case study</em>. Il “Manifesto”, dal titolo <em>Senza cultura niente sviluppo</em>, ha ricevuto numerose adesioni e incontrato sostegno istituzionale: tre ministri e lo stesso presidente della Repubblica si sono pronunciati in suo favore. Malgrado la campagna mediatica sia stata formidabile, il documento ha trovato sottoscrittori per così dire d’ufficio, istituzionali e distratti, che non gli hanno riservato attenzione specifica. A una considerazione ravvicinata il “Manifesto” del <em>Sole</em> si rivela opaco, improvvisato e casuale, colmo di propositi magniloquenti ma fatalmente riconducibile, se indagato, a principi neoliberisti di monetarizzazione del patrimonio storico-artistico da cui pure si sostiene di volersi distaccare .</p>
<p>L’atteggiamento nei confronti delle discipline storiche e sociali è condiscendente quanto indeterminato, e non dissipa il timore di una strumentale genericità. Non è chiaro a quali politiche di “valorizzazione” ci si riferisca, e se queste giungano a includere gli alti istituti pubblici di formazione. “Valorizzazione” come finanziamento di centri di ricerca e politiche trasparenti di reclutamento o mero commercio dell’aura storico-artistica e archeologica in chiave neocoloniale e neofolklorica? In breve: dovremo formare archeologi magnogreci o camerieri? Hostess o storici dell’arte trecentesca? L’iniziativa manca di ciò che pure si invoca: l’approssimazione argomentativa e le non poche sviste storiografiche irridono <em>de facto</em> alla competenza umanistica e lasciano aleggiare attorno all’intera iniziativa il sospetto di una campagna autopromozionale del Gruppo 24Ore.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La Repubblica <em>e l’”innovazione”</em></p>
<p>La vicenda più clamorosa di <em>battage</em> propagandistico ha avuto (e ha tuttora) luogo su <em>Repubblica</em>. Tra le pagine del quotidiano si dispiega, nei mesi più recenti, un ufficio stampa governativo-ombra. L’informazione relativa alle iniziative (o ai semplici pronunciamenti) del ministro dell’istruzione e della ricerca con delega all’innovazione, Francesco Profumo, è data in forma acritica e irresponsabilmente semplificata da giornalisti subalterni e opinionisti sprovvisti di cognizioni adeguate. Processi di indubbia rilevanza e persino validità potenziale, come la digitalizzazione dell’amministrazione pubblica o dell’editoria scolastica, l’indagine su ciò che debba insegnarsi o l’allestimento di reti digitali più potenti estese all’intero territorio nazionale appaiono imporsi alla comunità dei cittadini senza che vi sia discussione riflessiva e partecipata. Al tempo stesso, nel silenzio dei media, si adottano misure intrasparenti e restrittive per la ricerca pubblica, come l’abolizione dei criteri di <em>peer review</em> per l’assegnazione dei fondi di ricerca agli scienziati più giovani o la norma che fissa in 1:5 [sic!] la <em>ratio</em> assunzioni|pensionamenti nelle università. Un disegno che pare di commissariamento si compie tra <em>boutades</em> offensive sugli alti stipendi degli insegnanti e l’imitazione non dichiarata di modelli scolastici o di apprendimento né occidentali né democratici, invece indiani, coreani o cinesi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Storie dell’arte con sponsor</em></p>
<p>Il giornalismo culturale si va trasformando in industria creativa: le maggiori testate vendono pagine agli sponsors delle mostre senza dichiararlo in modo trasparente. Le “Grandi Mostre” di <em>Repubblica</em> o i “Grandi Eventi” del <em>Corriere della sera</em> sono inserti periodici in cui vengono pubblicati stralci del catalogo accanto a interventi di noti storici dell’arte e di giornalisti culturali. E’ vero: didascalie stampate in caratteri minuscoli avvertono che le pagine sono realizzate “in collaborazione” con lo sponsor. Il lettore tuttavia crede di consultare informazione indipendente. Con il <em>Domenicale</em> del <em>Sole 24Ore</em> l’uso raggiunge la perfezione. La società 24Ore Cultura produce le mostre. Motta (dello stesso gruppo) stampa i cataloghi. Il <em>Domenicale</em> patrocina le stesse mostre con una pubblicità martellante. Tutto fatto in casa e bellamente confezionato. Consideriamo il caso di <em>Artemisia</em>, mostra da poco conclusasi a Palazzo Reale, Milano, prodotta appunto da 24Ore cultura. Il <em>Domenicale</em> dedica ampio spazio alla mostra-“evento” non solo in occasione dell’apertura, a settembre, ma ancora in seguito: grandi foto di Chiambretti in visita, l’allusivo <em>reenactment</em> dello stupro della pittrice secentesca e luoghi comuni sulla condizione femminile. Una mostra mediocre, aperta dalla voyeuristica trovata del letto sfatto che si tinge del rosso della verginità violata, diviene la più pompata della storia recente.</p>
<p>Possiamo chiederci: chi di noi sarebbe disposto a considerare serio un quotidiano che proponesse due o tre pagine di interventi di medici, farmacologi, storici della medicina e psicologi dedicati a un nuovo farmaco e poi dichiarasse che quelle pagine sono realizzate in collaborazione con la casa farmaceutica detentrice del brevetto e dei diritti di commercializzazione? Perché, allora, non insorgiamo quando la stessa, identica cosa succede con la storia dell’arte? La risposta, supponiamo, è che consideriamo la scienza in generale e la medicina in particolare questioni terribilmente serie. Siamo invece persuasi che la storia dell’arte sia una materia leggera, un’occasione di intrattenimento o di evasione: niente per cui abbia senso andare per il sottile.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Per una prima introduzione al tema e ai </em>case studies<em> richiamati:</em></p>
<p>sul Manifesto Sole 24Ore @<a href="http://micheledantini.micheledantini.com/2012/02/29/una-replica-sul-manifesto-al-sole-24ore/" target="http://micheledantini.micheledantini.com/2012/02/29/una-replica-sul-manifesto-al-sole-24ore/">http://micheledantini.micheledantini.com/2012/02/29/una-replica-sul-manifesto-al-sole-24ore/</a></p>
<p>su Repubblica e le campagne sul digitale @ <a href="http://micheledantini.micheledantini.com/2012/05/10/ideologia-italiana-le-campagne-pro-miur-di-repubblica/" target="http://micheledantini.micheledantini.com/2012/05/10/ideologia-italiana-le-campagne-pro-miur-di-repubblica/">http://micheledantini.micheledantini.com/2012/05/10/ideologia-italiana-le-campagne-pro-miur-di-repubblica/</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>[Questo articolo è apparso su<a href="http://www.alfabeta2.it/2012/05/05/sommario-di-alfalibro-maggio-2012/"> alfalibro</a> supplemento di &#8220;alfabeta2&#8221; di maggio.]</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Recensimenti letterari</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Nov 2011 08:32:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[censimento 2011]]></category>
		<category><![CDATA[deadline for s mainstream]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
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		<category><![CDATA[Sergio Garufi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesco Forlani L&#8217;Amministrazione mi angoscia. Ho una relazione di tipo K (Kant passa la palla a Kafka) con tutto quello che è scadenza dei termini. Ho con la burocrazia lo stesso maniacale rapporto che ho con le date limite dei generi alimentari, to be on a deadline sulla soglia dell&#8217;invalicabile. Un sistema che violenta [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/rece.jpg"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/rece-300x165.jpg" alt="" title="rece" width="300" height="165" class="alignleft size-medium wp-image-40830" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/rece-300x165.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/rece.jpg 539w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><br />
L&#8217;Amministrazione mi angoscia. Ho una relazione di tipo K (Kant passa la palla a Kafka) con tutto quello che è scadenza dei termini. Ho con la burocrazia lo stesso maniacale rapporto che ho con le date limite dei generi alimentari, <em>to be on a deadline</em> sulla soglia dell&#8217;invalicabile. Un <em>sistema</em> che violenta con la sua durata-durezza, <em>sistematicamente</em>, le persone che vivono sole, che hanno deciso di non tenere famiglia ma che le famiglie non tengono. Infatti un single, celibe, nubile, uno una che se ne stia per i cazzi propri fa la spesa max su due giorni, altrimenti butta la roba, <em>sistematicamente</em>, controllando sul retro la vaschetta di yogurth (mi piace dirlo alla francese iaùr) o quella di un formaggio ricco di fermenti lattici. Con questa angoscia ho compilato il mio atto di devozione alla statistica. L&#8217;Istat mi è entrata in casa come un agente della Stasi a determinare quantitativamente <em>chaque pièce</em> del mio orizzonte vero, reale ed io mi sono fatto accecare dalla lampada gialla apposta sulla sinistra della scrivania. La stessa che, presumo, mi ha ad un tratto illuminato la capa. E mi sono detto: se coloro che fanno e disfano le pagine culturali (paraculturali porno soft e palliative come le parafarmacie) invece di pubblicare i comunicati stampa delle case editrici manco fossero notizie  Ansa, o di proporre un giro di Monòpoli (vd <a href="http://lavienbeige.wordpress.com/2011/11/20/10-margaret-mazzantini-2/">l&#8217;ottima riflessione di Sergio Garufi </a>) o di recensire i propri collaboratori sulle stesse pagine su cui questi ultimi recensiranno i testi degli amici dei collaboratori, mandassero agli autori un questionario Istat, non ne sapremmo di più sulla genealogia di un&#8217;opera e sulla visionarietà del suo autore?<br />
<span id="more-40829"></span><br />
Magari dividendolo in due parti. Una, diremo noi delle notizie sull&#8217;autore, tipo:</p>
<p><em>8.1 Ha difficoltà nel vedere?<br />
No, nessuna difficoltà, tranne quando mi dicono che vedere le cose come stanno non piace al mercato e ai lettori ( che i lettori si sa passano il tempo al mercato non avendo un cazzo d&#8217;altro da fare)<br />
8.2 Ha difficoltà nel sentire?<br />
No, nessuna difficoltà, se si intende sentire sentire, perché sentire ascoltare, meglio non prestare ascolto al mondo che come lei sa mi distrae dalla creazione della mia opera maggiore.<br />
8.3 Ha difficoltà nel camminare o nel salire/scendere le scale?<br />
No, nessuna difficoltà ma lei ben conosce la lezione del narratore tipo, secondo cui bisogna inchiodare il culo alla sedia e farsi dire dagli altri quello che accade lì fuori per raccontarlo insieme al crucifige e così sia.<br />
8.4 Ha difficoltà nel ricordare o nel concentrarsi?<br />
No, nessuna difficoltà ma poi si sa no, che il romanzo è l&#8217;arte dell&#8217;oblio, e la letteratura un&#8217;arte di distrazione di massa</em></p>
<p>L&#8217;altra sull&#8217;opera, trattandola come una cosa-casa in sé. </p>
<p><em>3.3 L&#8217;acqua calda è prodotta esclusivamente dallo stesso impianto che è utilizzato per il<br />
riscaldamento dell&#8217;abitazione?<br />
No<br />
3.4 Qual è il combustibile o l&#8217;energia usata per riscaldare l&#8217;acqua?<br />
&#8211; Energia elettrica<br />
3.5 Di quanti impianti doccia e/o vasche da bagno dispone l&#8217;abitazione?<br />
1<br />
3.6 Quanti sono i gabinetti presenti nell&#8217;abitazione?</em></p>
<p>E finalmente sapere quanti cessi ci sono in casa di Moccia o della Mazzantini. Se Faletti usa PC o MAC, se l&#8217;avanguardia letteraria romana ha la vasca in casa mentre sappiamo che quella del Nord Est è piuttosto doccia. Scoprire che tipo di energia i letterati guru della sinistra adoperano per scrivere opere dai titoli visionari (era dai tempi dei geniali titoli di Peter Sloterdijk, dai famosi <em>Saggi di intossicazione volontaria</em>, che non si leggevano cose tipo: <em>La sinistra? si, ma  a sinistra di che? o Bisogna fare in fretta. Sì ma cosa?</em>)<br />
In fondo le case sono il linguaggio dell&#8217;essere. La frase faceva più o meno così, no?</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Nuovi autismi 3 &#8211; La mia carriera letteraria</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 17 Jul 2011 09:50:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Cielo nero]]></category>
		<category><![CDATA[critici]]></category>
		<category><![CDATA[festival letterari]]></category>
		<category><![CDATA[giacomo sartori]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[nuovi autismi]]></category>
		<category><![CDATA[pagine culturali]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giacomo Sartori Il mio ultimo romanzo è andato benissimo: nessuno l’ha comprato, nessuno l’ha recensito, nessuno ne ha parlato. Nessuno mi ha invitato a discuterne da qualche parte, nessuno mi ha cooptato a un qualche festival letterario. Nemmeno a uno piccoletto, in uno di quei villaggi abbioccati dove gli scrittori locali inscenano scialbe ruotine [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><strong><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/mucca.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-thumbnail wp-image-39582" title="mucca" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/mucca-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a></strong></p>
<p>Il mio ultimo romanzo è andato benissimo: nessuno l’ha comprato, nessuno l’ha recensito, nessuno ne ha parlato. Nessuno mi ha invitato a discuterne da qualche parte, nessuno mi ha cooptato a un qualche festival letterario. Nemmeno a uno piccoletto, in uno di quei villaggi abbioccati dove gli scrittori locali inscenano scialbe ruotine di provincia (anche ai festival preclari gli scrittori fanno la ruota, ma è una ruota celebre e rifulgente), nemmeno quando il tema prescelto era giustappunto quello del romanzo. A me piace fare le cose bene, adoro la purezza. Prima purtroppo qualche derelitto dei miei romanzi ne parlava (nelle catacombe dei blog, su qualche confidenziale periodico cartaceo), il che un po’ mi rattristava. Adesso invece ho fatto enormi progressi: finalmente attorno ai miei testi il silenzio è puro e grandioso. Le cose vanno fatte bene: ci vuole un’inossidabile professionalità, molta dedizione. E naturalmente tanto talento, perché senza quello non si fa nulla. Prima di tutto bisogna saper scegliere il momento. Se per esempio sulle pagine cosiddette culturali dei quotidiani frotte di boriosi critici deprecano la marea di noir che converge sui banchi dei librai, quello è il momento ottimale per mettere in cantiere un noir. <span id="more-39579"></span>Un noir anche molto atipico, inatteso e bellissimo, un capolavoro, ma pur sempre un noir. Al limite un finto noir, ma che abbia pur sempre l’apparenza di un noir. La cosa più sicura è però disseppellire un soggetto ostico e fuori moda, o anche solo ineluttabilmente prematuro. Meglio ancora: un vero e proprio tabù nazionale. Rifuggendo beninteso le attitudini rivelatrici o provocatorie (che potrebbe risvegliare un pavloviano interesse dei media), e dipanandolo invece nella sua contraddittoria e inestinguibile complessità: battendo le rotte meno dirette e appariscenti, più inattuali, più a controcorrente. Bisogna accumulare una viscerale competenza sui tic e sui cliché della cultura nazionale, per evitare tutti gli agguati, per non offrire alcun appiglio. Ma naturalmente l’argomento non può fare tutto: anche lo stile va curato al massimo. La cosa più sicura è scrivere molto bene, non però alla maniera che si intende comunemente, dove ogni frase – in reazione alla scialbezza imperante, funzionale a un disavanzo di senso &#8211; sembra gridare “guarda che bel vestito indosso!”, ma anzi con un’eleganza dimessa e pacata, una classe austera e esigentissima, inattesa e imprevedibile: in questo modo tutti daranno per scontato, non ritrovandosi, che il romanzo sia scritto molto male, e il gioco è fatto. L’importante è puntare sul tempo: la grazia e la grandezza del testo devono rivelarsi solo a una lettura partecipe e molto vigile, paziente, quasi ostinata: vanno occultate, rese quasi inaccessibili. I recensori hanno già anche troppi fardelli obbligati – le fuoriserie dirette a gran carriera verso i premi e di cui tutti parlano &#8211; da smazzarsi, quindi i libri meno necessari li leggiucchiano, se proprio se li ritrovano per le mani, spiluccando qua e là, con occhio tediato e prevenuto. E allora per andare sul sicuro le frasi devono avere già di primo acchito un che di ostico e quasi repellente, in modo che il frettoloso esegeta non ne colga la vera essenza, e interrompa la lettura. Ma attenzione, basta la minima disattenzione, il minimo effetto scontato, la minima caduta di intelligenza, la meno auspicata scorrevolezza, e il recensore può drizzare le orecchie, come i muli quando riconoscono un cammino appunto da muli: può continuare la chiamiamola così passeggiata veloce, può risvegliarsi alle sottese intimità delle frasi. Addio ripulsa, addio fallimento. Questi però sono solo i caratteri intrinseci: come tutti sappiamo di questi tempi conta soprattutto l’immagine. Bisogna che attorno a un testo si crei un alone di sconcerto, di ignominiosa disfatta, di raccapriccio: occorre che tutti gli editori lo abbiano rifiutato. Come quelle donne con la reputazione ormai irrimediabilmente compromessa, infrequentabili. Non bisogna lesinare, bisogna immergersi con coraggio nella palude egodevastante dei dinieghi. Ci vuole tempo, determinazione, costanza. Qualche volta si teme un illuminato colpo di testa, ma poi per fortuna il testo viene ancora rigettato, si può continuare. Il manoscritto del mio ultimo romanzo è stato bocciato da tutti gli editori, proprio tutti, anche quelli asserragliati in due stanzette umidicce: l’elenco farebbe impallidire il lagnoso Antonio Moresco. Già lì ho capito che le cose si mettevano bene, che avrei superato me stesso. Ma naturalmente non basta. Quando poi il libro è stampato, perché uno psicopatico disposto a perdere dei soldi finisce sempre per saltare fuori, bisogna giocarsela molto bene. La cosa ottimale è non conoscere nessun addetto ai lavori: vivere in una segregata provincia, occuparsi di mucche e licheni, non schiodarsi dal bar del villaggio. O al limite soggiornare ogni tanto nella Dancalia, come faccio appunto io. Purtroppo in questo paese un conoscente del mestiere o peggio ancora un amico è una mina vagante: una recensione te la fa sempre, un qualche aiuto te lo dà. C’è il grosso rischio che il libro arrivi in un pugno di ardite librerie, che qualche lettore lo prenda in mano. Quindi se per disgrazia si ha un compare o una conoscenza con una qualche influenza, anche infima, bisogna lavorarsela ai fianchi finché non ne possa più, finché non risponda più ai messaggi di posta elettronica. Anche qui ci vuole tempo e pazienza, ci vuole l’intuizione per tirare fuori la cosa spiacevole al momento giusto: non esitando a offendere, con la scusa di omaggiare, quando la sola insistenza non ha effetto. Occorre che quando esce il libro attorno all’autore si estenda il deserto più inospitale: un meschino individuo – un escremento di dromedario &#8211; solo con il suo importuno testo. Ma naturalmente a questo punto giova inimicarsi con qualche mossa azzeccata anche l’editore, farlo pentire di aver accettato di perdere dei quattrini. Mostrandosi supponenti e sprezzanti soprattutto con l’ufficio stampa, ribadendo a ogni frase la propria incompresa superiorità, la meschinità del loro indaffararsi. Ma pure questo non è sufficiente. Ci vuole anche un po’ di fortuna, come in tutte le cose. Io grazie a dio ho avuto fortuna.</p>
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		<title>La responsabilità dell&#8217;autore: Igiaba Scego</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 Oct 2010 07:00:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[igiaba scego]]></category>
		<category><![CDATA[inchiesta]]></category>
		<category><![CDATA[la responsabilità dell'autore]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[pagine culturali]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
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					<description><![CDATA[[Dopo gli interventi di Helena Janeczek e Andrea Inglese, abbiamo pensato di mettere a punto un questionario composto di 10 domande, e di mandarlo a un certo numero di autori, critici e addetti al mestiere. Dopo Erri De Luca, Luigi Bernardi, Michela Murgia, Giulio Mozzi, Emanule Trevi, Ferruccio Parazzoli, Claudio Piersanti, Franco Cordelli, Gherardo Bortolotti, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/nazind5.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter size-medium wp-image-37014" title="copertina chi è stato?" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/nazind5-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/nazind5-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/nazind5-1024x686.jpg 1024w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>[Dopo gli interventi di <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/01/20/pubblicare-per-berlusconi/">Helena  Janeczek</a> e <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/01/26/su-letteratura-e-politica-la-penso-proprio-come-george-orwell-e-danilo-kis/">Andrea  Inglese</a>, abbiamo pensato di mettere a punto un questionario  composto di 10 domande, e di mandarlo a un certo numero di autori,  critici e addetti al mestiere. Dopo <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/02/17/il-calzolaio/">Erri  De Luca</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/02/19/la-responsabilita-dell%E2%80%99autore-luigi-bernardi/">Luigi  Bernardi</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/02/22/la-responsabilita-dell%E2%80%99autore-michela-murgia/">Michela  Murgia</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/02/27/la-responsabilita-dellautore-giulio-mozzi/">Giulio  Mozzi</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/02/la-responsabilita-dellautore-emanuele-trevi/">Emanule  Trevi</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/06/la-responsabilita-dellautore-perazzoli/">Ferruccio  Parazzoli</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/09/la-responsabilita-dellautore-claudio-piersanti/">Claudio  Piersanti</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/14/la-responsabilita-dellautore-franco-cordelli/">Franco  Cordelli</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/16/la-responsabilita-dellautore/">Gherardo  Bortolotti,</a> <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/20/la-responsabilita-dellautore-dario-voltolini/">Dario  Voltolini</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/23/la-responsabilita-dellautore-tommaso-pincio/">Tommaso  Pincio</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/26/32231/">Alberto  Abruzzese</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/30/la-responsabilita-dellautore-nicola-lagioia/">Nicola  Lagioia</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/04/06/la-responsabilita-dellautore-christian-raimo/">Christian  Raimo</a>, <a href="http://http//www.nazioneindiana.com/2010/04/10/la-responsabilita-dellautore-gianni-celati/">Gianni  Celati</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/04/13/la-responsabilita-dellautore-marcello-fois/">Marcello  Fois</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/04/17/la-responsabilita-dellautore-laura-pugno/">Laura  Pugno</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/04/21/la-responsabilita-dellautore-biagio-cepollaro/">Biagio  Cepollaro</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/04/28/la-responsabilita-dellautore-ginevra-bompiani/">Ginevra  Bompiani</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/05/04/la-responsabil…arco-giovenale/">Marco  Giovenale</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/05/19/la-responsabilita-dellautore-vincenzo-latronico/">Vincenzo Latronico</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/06/03/la-responsabilita-dellautore-franz-krauspenhaar">Franz Krauspenhaar</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/06/10/la-responsabilita-dellautore-giorgio-vasta/">Giorgio Vasta</a>, ecco le risposte di <strong>Igiaba Scego</strong>.]</p>
<p>Con Igiaba si conclude la nostra inchiesta. Le questioni rimangono aperte, ovviamente; ma, proprio per il desiderio di offrire uno strumento di analisi a quanti si siano posti le nostre stesse domande, da scrittori o semplici lettori, noi di Nazione Indiana abbiamo pensato di raccogliere  l’insieme delle risposte che ci sono state così gentilmente offerte da scrittrici e scrittori in un <em>libro cartaceo</em> che verrà pubblicato a Dicembre. Nel volume, curato da Francesco Forlani e Antonio Sparzani, per la casa editrice <strong>Sottovoce</strong>, ci saranno gli interventi  di Helena Janeczek e di Andrea Inglese, da cui aveva preso spunto la nostra inchiesta  e una prefazione di Andrea Cortellessa, a partire dal testo letto in occasione degli incontri organizzati da Nazione Indiana a Castel Fos di Novo. Parallelamente <strong>Nazione Indiana</strong> curerà un <em>e-book</em> con gli stessi contenuti nell&#8217;ambito di un progetto di cui vi daremo prossimamente informazioni più dettagliate.</p>
<p>1) <strong>Come giudichi in generale, come speditivo apprezzamento di massima, lo stato della nostra letteratura contemporanea (narrativa e/o poesia)? Concordi con quei critici, che denunciano la totale mancanza di vitalità del romanzo e della poesia nell’Italia contemporanea? </strong></p>
<p><em>Io non penso che la narrativa italiana sia in crisi.<span id="more-37013"></span> Lo pensavo anni fa questo, però mi sono accorta che la mia opinione di allora era falsata da un pregiudizio. Come molti in Italia anch&#8217;io (non sono esente) mi dedico talvolta allo sport nazionale, ossia alla liturgia del “lamento”. Mi dicevo frasi del tipo In Italia va tutto male, fuori va tutto bene; noi siamo in declino, gli altri stanno benissimo; noi non riusciamo più a esprimerci, gli altri sanno comunicare&#8230;.e via discorrendo. Certo la liturgia del lamento, mio e di molti altri, ha un fondamento reale.L&#8217;Italia sta passando, purtroppo, uno dei periodi peggiori della sua vita sociale e politica. Grazie a Dio questo non significa che anche la vita culturale langue. Mancano purtroppo spazi per l&#8217;espressione artistica e in generale la vita degli artisti in Italia è molto dura (mancano sovvenzioni, borse, ecc. ecc.). Nonostante ciò soprattutto in letteratura (sia in poesia sia in prosa) stanno uscendo fuori delle voci interessanti. C&#8217;è anche (finalmente direi) nella letteratura italiana di oggi una vocazione all&#8217;indagine che sembrava completamente sparita. Indagine non solo introspettiva, ma anche di contenuto storico. Mi sono accorta di questo cominciando a leggere i testi e andando agli </em><em>slam poetry</em> in giro per la città. Ho letto molta narrativa italiana ultimamente (io che notoriamente sono una esterofila pazzesca). Soprattutto ho cominciato a confrontarmi con le persone che hanno costruito questi testi. Mi sono accorta che il mio pregiudizio sulla narrativa italiana era viziato dalla teoria del lamento. Mi sono accorta che intorno a me era un pullulare di autrici/autori di spessore non indifferente. Gente che aveva e ha nel cuore la voglia di fare delle belle opere, senza banalizzare il quotidiano. Poi, e questo mi fa ben sperare per il futuro della letteratura italiana, c&#8217;è molta voglia di mettere a nudo i “misteri” di questo paese. La storia con la S maiuscola non spaventa più gli italiani. Finalmente la letteratura (nel suo insieme) affronta anche i nodi più spinosi della storia patria. Siamo usciti dalla fase “ombelicale”. Questa per me è una buona notizia.</p>
<p>Avere autori come Chiara Valerio, Cristina Ali Farah, Andrea Bajani, Fabio Geda, Lidia Riviello, Vincenzo Ostuni, Christian raimo, Michela Murgia, Vittorio Giacopini, Carola Susani, Elena Stancanelli, Amara Lakhous, ecc secondo me sono una garanzia per una feconda letteratura italiana del futuro.</p>
<p>Noto anche che si sta affacciando una nuova generazione molto interessante. Non c&#8217;è solo Moccia per fortuna. Non abbiamo ancora (e speriamo mai) perso la capacità di descrivere il nostro mondo.</p>
<p>2) <strong>Ti sembra che la tendenza verso un&#8217;industrializzazione crescente dell&#8217;editoria freni in qualche modo l&#8217;apparizione di opere di qualità? </strong></p>
<p><em>Questo può essere un pericolo reale. Però noto che in Italia ci sono molte case editrici, soprattutto piccole e medie, che hanno il coraggio di prendersi dei rischi e di lanciare degli autori sconosciuti e spesso sperimentali. Per esempio le case editrici piccole e medie sono state importantissime nello scouting di autori italiani di origine migrante (gente come me, figlia di migranti, con due lingue madri) o di migranti che hanno scelto di scrivere in italiano. Certo molte major editoriali preferiscono puntare su nomi sicuri o sui blockbuster del libro. Ma anche lì, e qui dipende molto dal singolo che lavora nella major, escono opere interessanti e innovative. Inoltre (e qui sarebbe da dar loro un premio) c&#8217;è chi ancora punta, nonostante le difficoltà, sulla poesia.</em></p>
<p><em>L&#8217;industrializzazione, la mercificazione, la prostituzione&#8230;sono dietro l&#8217;angolo purtroppo. Ma c&#8217;è chi la contrasta a suon di sacrifici. Speriamo solo che i sacrifici non schiaccino chi li compie. Solo i posteri potranno saperlo con certezza. Io mi limito a notare la forza, il coraggio, ma anche un pericolo che si avvicina sempre più e che può inghiottirci tutti.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>3) <strong>Ti sembra che le pagine culturali dei quotidiani e dei settimanali rispecchino in modo soddisfacente lo stato della nostra letteratura (prosa e poesia), e quali critiche faresti? </strong></p>
<p><em>Le terze pagine dei giornali sono spesso per la sottoscritta una delusione assoluta. Non tutte naturalmente, non sono il tipo da fare di tutta un&#8217;erba un fascio. Però noto la tendenza dei giornali (soprattutto di quelli più grandi) di fare più pubblicità che critica. Non libri quindi, ma merci. Sto cominciando a diffidare dei paginoni e delle interviste al “divo” letterario di turno (che stranamente sono quelli che scrivono noir. Mai che un paginone sia dedicato alla poesia per esempio), sto cominciando a non leggere più i paginoni. Un po&#8217; perché sono scritti male, un po&#8217; perché mi da fastidio il tono pubblicitario degli articoli di questo genere. Sembra che la critica non sappia più tastare il suo oggetto di lavoro. La critica almeno sui giornali è lontana dal testo. Si appiglia sempre di più all&#8217;extra testo, anche in modo stravagante e voyeuristico.</em></p>
<p><em>È chiaro che non è tutto così. Ci sono anche giornali/riviste che fanno un lavoro egregio. Un lavoro puntuale, attento, critico nella sua essenza più pura. Io per esempio leggo sempre con piacere l&#8217;allegato del sabato del Sole 24 ore e anche le piccole recensioni della stampa estera che trovo sulla rivista internazionale. Lì ho la sensazione di essere veramente informata. Non amo le celebrazioni slegate dalla realtà. Inoltre mi da sommamente fastidio che alcuni generi non siano proprio trattati. Per esempio la poesia è completamente ignorata dai giornali. Per avere informazioni, dibattiti, ecc ci si deve necessariamente appoggiare alle riviste specializzate. Questo lo trovo ingiusto nei confronti di chi legge e vorrebbe essere adeguatamente informato.<br />
</em></p>
<p>4) <strong>Ti sembra che la maggior parte delle case editrici italiane facciano un buon lavoro in rapporto alla ricerca di nuovi autori di buon livello e alla promozione a lungo termine di autori e testi di qualità (prosa e/o poesia)?<br />
</strong><br />
<em>Dipende. C&#8217;è chi fa scouting e chi invece no. Chi rischia e chi no. Io se devo esaminare la mia vita come autrice devo veramente ringraziare chi ha deciso di rischiare pubblicando i miei scritti. Come figlia di migranti la strada è stata naturalmente tutta in salita. Gli autori come me, non erano considerati credibili in quanto “stranieri”. Tra di noi siamo molto diversi, c&#8217;è chi migrante ha scelto l&#8217;italiano come lingua scritta (novelli Conrad in un certo senso) o chi figlio di migranti, l&#8217;italiano lo possiede dalla nascita. Due percorsi diversi, ma che hanno trovato un punto di congiunzione nella discriminazione che arrivava da terzi. Il nostro aspetto esteriore era considerato un handicap per una eventuale pubblicazione. Nessuno scommetteva su di noi e sulle nostre capacità. Non si pensava che persone con altra origine potessero scrivere veramente in italiano. E lì che il ruolo di alcune case editrici è stato fondamentale. Hanno creduto in noi. Si, i n noi&#8230; nel nostro stile, nei nostri contenuti, nella contaminazione linguistica che portavamo. Siamo stati una novità per la letteratura italiana, ma una novità nel solco di quello che era già successo per alcuni scrittori che hanno usato nei loro testi i dialetti. Un testo come per esempio Madre piccola di Cristina Ali Farah pubblicato da Frassinelli è stata una scomessa vinta. Un testo poetico, plurilinguistico, geograficamente vario ha avuto una pubblicazione di prestigio ed è riuscito a farsi apprezzare.</em></p>
<p>5) <strong>Credi che il web abbia mutato le modalità di diffusione e di fruizione della nostra letteratura (narrativa e/o poesia) contemporanea? E se sì, in che modo? </strong></p>
<p><em>Un po&#8217; si. Però dobbiamo vedere nei prossimi anni come evolverà la fruizione della letteratura sul web. Non solo le informazioni, quindi la critica, ma proprio la lettura. Non so prevedere per esempio come si leggerà nel futuro. Sono sicura che cambierà qualcosa, sia nella lettura sia nella scrittura. L&#8217;</em><em>e-book</em> sarà di fatto una rivoluzione culturale, quasi un&#8217;apocalisse (io la vedo benefica però). Mi chiedo da autrice se questo trasformerà il mio modo di scrivere e in generale il modo di scrivere e se si in che modo. Veramente ho vari punti interrogativi in testa sul web. Però aspetto questi cambiamenti con curiosità, in me è assente la diffidenza verso le tecnologie.</p>
<p>6) <strong>Pensi che la letteratura, o alcune sue componenti, andrebbero sostenute in qualche modo, e in caso affermativo, in quali forme? </strong></p>
<p><em>Assolutamente si! Servono spazi, fondi, sovvenzioni. Per esempio in Italia per gli scrittori non c&#8217;è quasi nulla. Parlando con scrittori stranieri noto sempre come loro hanno più possibilità di poter mantenere la scrittura senza troppi sacrifici. Hanno un indotto per esempio nelle università, hanno accesso a borse di studio, hanno la possibilità di fare delle residenze all&#8217;estero. Io quando parlo con qualche scrittore straniero mi sento sempre un po&#8217; in imbarazzo. Qui in Italia a volte fare lo scrittore è considerata una perdita di tempo. All&#8217;estero c&#8217;è un certo rispetto invece.</em></p>
<p><em>Poi si servirebbe un aiuto alle piccole librerie, un po&#8217; come in Francia. Nella mia città, Roma, ci sono belle realtà. Ma nessuno aiuta queste persone. Grava tutto sulle loro spalle. Secondo me le piccole librerie in un paese come l&#8217;Italia (dove non si legge) sono dei presidi di civiltà e democrazia. Infatti sarebbe facile e liquidatorio dire i libri devono essere sostenuti dai lettori. Ma il libro non è solo una faccenda di chi scrive e di chi legge. C&#8217;è chi lo produce, lo spedisce, lo tassa, lo ordina, lo riceve, lo espone, lo consiglia, lo ama, lo odia. Spesso chi scrive libri si scorda di questi passaggi. Ma sono passaggi importanti, passaggi che fanno oscillare il prezzo di un libro, la sua permanenza negli scaffali, la sua esistenza fisica. Quindi è necessario il ruolo di un mediatore. Nelle nostre caotiche città questo mediatore è un libraio di una media o piccola libreria. Nelle grandi catene non c&#8217;è il tempo materiale di prendersi cura del prodotto. I ritmi sono serrati, concitati, appiattiti sulle novità o sul grande nome. Invece nella piccola libreria c&#8217;è la possibilità di curare di più il prodotto. Però serve una legge seria per questi librai, una tutela reale.<br />
</em></p>
<p>7) <strong>Nella oggettiva e evidente crisi della nostra democrazia (pervasivo controllo politico sui media e sostanziale impunità giuridica di chi detiene il potere, crescenti xenofobia e razzismo &#8230;), che ha una risonanza sempre maggiore all&#8217;estero, ti sembra che gli scrittori italiani abbiano modo di dire la loro, o abbiano comunque un qualche peso?<br />
</strong><br />
<em>Sono molto d&#8217;accordo con quello che hanno scritto Laura Pugno e Inglese. Siamo tutti cittadini e in quanto tali abbiamo delle responsabilità. La scrittrice/ lo scrittore nell&#8217;Italia telecentrica di oggi fa fatica a dire la sua, a farsi portavoce di un pensiero democratico. In pochi ci riescono. E sono quelli più conosciuti naturalmente. Però penso che la categoria ha altri modi per farsi sentire. Io per esempio negli ultimi anni insieme a scrittori come Amara Lakhous, Cristina Ali Farah, Ingy Mubiayi ho scoperto il mondo della scuola. Giriamo (anche con sacrifici notevoli) le scuole di tutta Italia. Parliamo di convivenza, immigrazione, razzismo, ovvero di quei temi sociali che riscaldano il dibattito del paese (e che purtroppo sempre più spesso sono usati nelle campagne elettorali per creare scontro sociale e discriminazione). Non sono mai incontri facili quelli con i ragazzi. Ma sono incontri in cui davvero lo scrittore può essere utile ad una crescita personale del ragazzo. In una Italia che sta diventando sempre più una società multiculturale questo mi sembra un buon contributo per accrescere la democrazia nel paese. Certo un singolo non può fare nulla da solo. Il singolo è in una situazione di assoluto svantaggio. Ma io sono una fautrice della politica della goccia. Una goccia da sola si perde del nulla, tante gocce insieme fanno un oceano. Quindi in generale la figura dello scrittore non ha peso, ma se cambiamo per un attimo il punto di vista e la modalità allora il peso diventerà rilevante. Il peso non è mai dato da un singolo, ma da una collettività. L&#8217;unica cosa che secondo me manca un po&#8217; in Italia è un confronto serio fra scrittori su questi temi.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>8) <strong>Nella suddetta evidente crisi della nostra democrazia, ti sembra che gli scrittori abbiano delle responsabilità, vale a dire che avrebbero potuto o potrebbero esporsi maggiormente e in quali forme?<br />
</strong><br />
<em>L&#8217;ho spiegato nella domanda precedente.</em></p>
<p>9) <strong>Reputi che ci sia una separazione tra mondo della cultura e mondo politico e, in caso affermativo, pensi che abbia dei precisi effetti? </strong></p>
<p><em>La politica in questo momento non è lontana solo dal mondo culturale&#8230;è lontana da tutto. Si da tutto: dai cittadini, dalle regole, dalla civiltà. La politica italiana di questi anni è una politica sterile, triste, autoritaria, sola. La cultura deve diffidare da questa politica </em><em>mainstream</em>. Per quanto riguarda l&#8217;ambito che mi compete, la letteratura cioè, direi questo: dobbiamo ridare dignità alle parole. Ricostruire un senso, ecco cosa dobbiamo fare. Solo attraverso una rivoluzione culturale riusciremo a riapproppiarci di questa politica che è diventata estranea, lontana, nemica.</p>
<p>10) <strong>Ti sembra opportuno che uno scrittore con convincimenti democratici collabori alle pagine culturali di quotidiani quali “Libero” e il Giornale, caratterizzati da stili giornalistici non consoni a un paese democratico (marcata faziosità dell&#8217;informazione, servilismo nei confronti di chi detiene il potere, prese di posizione xenofobe, razziste e omofobe &#8230;), e che appoggiano apertamente politiche che portano a un oggettivo deterioramento della democrazia?<br />
</strong></p>
<p><em>No, non mi sembra opportuno. Io non lo farei. Non mi piacerebbe essere complice di un sistema poco democratico (e con sistemi a dir poco dubbi, vedi in tal senso il caso Boffo). Ognuno di noi fa le sue scelte. Ognuno ha i suoi percorsi. Però alcune scelte pesano come macigni. E questo resta. </em></p>
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		<title>carta st[r]ampa[la]ta n.22</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 Jul 2010 08:30:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[camalli]]></category>
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		<category><![CDATA[fabrizio tonello]]></category>
		<category><![CDATA[il giornale]]></category>
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					<description><![CDATA[di Fabrizio Tonello Confesso: la vita dei giornalisti delle pagine culturali mi affascina, forse perché in Italia “pagine culturali” è un ossimoro, come “ghiaccio bollente”, “Berlusconi incensurato” o “Scajola cosciente di ciò che accade intorno a lui”. Nelle sezioni Cultura (di solito accuratamente nascoste tra i listini di Borsa e il gossip televisivo) gli infelici [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/foto-pertini.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-36032" title="foto pertini" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/foto-pertini.jpg" alt="" width="336" height="486" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/foto-pertini.jpg 500w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/foto-pertini-207x300.jpg 207w" sizes="auto, (max-width: 336px) 100vw, 336px" /></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Confesso: la vita dei giornalisti delle pagine culturali mi affascina, forse perché in Italia “pagine culturali” è un ossimoro, come “ghiaccio bollente”, “Berlusconi incensurato” o “Scajola cosciente di ciò che accade intorno a lui”. Nelle sezioni Cultura (di solito accuratamente nascoste tra i listini di Borsa e il gossip televisivo) gli infelici redattori che abbiamo descritto su <em>Nazione Indiana</em> la settimana scorsa convivono faticosamente con “le Firme”.<br />
<span id="more-36030"></span><br />
Le Firme sono il fiore all’occhiello del giornale, gli intellettuali che il direttore vuole assolutamente far scrivere e (un tempo) arruolava con contratti milionari. Ora sono piuttosto loro, le Firme, che andrebbero ogni settimana a farsi cavare un litro di sangue pur di apparire a <em>Domenica In</em> o di firmare 50 righe nelle auguste pagine del <em>Corriere</em> o dell’inserto domenicale del <em>Sole </em>(<em>il foglio</em> e <em>il manifesto</em> riscuotono un successo di stima ma sono considerate solo come tappe per essere promossi in serie A). Solo che una volta le Firme erano Montale, Buzzati, Volponi, Pasolini; adesso sono Gianluca Nicoletti, Mina e Simona Ventura.</p>
<p>Anche <em>il Giornale</em> ha le sue Firme, in particolare Marcello Veneziani, la cui produzione editoriale è sterminata: ha collaborato praticamente a tutti i giornali d’Italia, compreso il fascistissimo <em>Borghese</em>, ha scritto libri con tutti gli editori, per esempio Ciarrapico, quello accusato di aver arraffato contributi pubblici per 20 milioni di euro con giornali di forte impronta culturale come <em>Ciociaria Oggi</em>. Sul suo sito web, Veneziani, afferma di essere posseduto dalla “inquietudine del viandante” : infatti è passato dalle edizioni Settimo Sigillo alla più redditizia Mondadori, dalla scomparsa SugarCo alla frizzante Fazi.</p>
<p>Al <em>Giornale</em>, Veneziani si occupa di un po’ di tutto ma mercoledì 30 giugno (p. 34) si cimentava con un pezzo di storia intitolato, niente meno, “Così i camalli affondarono la democrazia dell’alternanza”. Congratulazioni al caporedattore che ha messo la parola “camalli” nel titolo, difficilmente comprensibile per i suoi lettori in quanto desueta: oggi i portuali genovesi vengono probabilmente chiamati “operatori alle banchine” o qualcosa di simile. Ma vediamo quali sono le tesi del giornalista-scrittore-filosofo sugli avvenimenti del luglio 1960.</p>
<p>Ce lo dice il sottotitolo: “Il 30 giugno di cinquant’anni fa i portuali misero Genova a ferro e fuoco”. Belìn, “a ferro e a fuoco”. La foto su tre colonne che illustra l’articolo mostra gruppetti di persone in mezzo ai tavolini rovesciati di un bar, non precisamente un’immagine tipo Baghdad. E’ vero che ci furono scontri per varie ore tra la Celere e i giovani che manifestavano contro il congresso dell’Msi ma non ci fu nemmeno un morto, né tra i poliziotti né tra i dimostranti, e l’episodio più grave fu il caso di un dirigente degli odiati celerini gettato dai “feroci camalli”, come li definisce l’autore, nella fontana di piazza De Ferrari. Suvvia Veneziani, “a ferro e a fuoco”: guarda che gli archivi dei giornali dell’epoca adesso sono disponibili anche on line, non si possono sparare balle troppo grosse.</p>
<p>La tesi dell’articolo è che il governo Tambroni , “il primo governo di centro-destra che godeva dell’appoggio esterno dell’Msi” era “legittimamente uscito dalle urne” e fu rovesciato “da un vero e proprio golpe di piazza” organizzato  dai portuali comunisti e dal “violento” Sandro Pertini.</p>
<p>Il filosofo di Bisceglie dichiara <a href="http://www.marcelloveneziani.it/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=47&amp;Itemid=29">sul proprio sito</a> che “non pretende di scoprire verità che nessuno finora aveva mai pensato o conosciuto” e quindi è necessario dargli un piccolo aiuto sulla faccenda del governo Tambroni “legittimamente uscito dalle urne”. Nella primavera 1960 non c’erano affatto state elezioni: il 24 febbraio si era dimesso il governo Segni per contrasti interni alla DC, come spesso accadeva a quei tempi, e ci furono vari tentativi di comporre un nuovo esecutivo, tra cui un incarico a Fanfani, che rinunciò il 22 aprile. Solo allora il presidente della Repubblica Giovanni Gronchi diede l’incarico a Ferdinando Tambroni, che il 29 aprile ottenne la fiducia con i voti missini. Non c’era stata alcuna campagna elettorale di un “centrodestra” contro un “centrosinistra” e la “democrazia dell’alternanza” era di là da venire: furono le varie correnti democristiane a dilaniarsi tra loro e la reazione di Genova fu contro il congresso dell’Msi, allora guidato da un gerarca della repubblica di Salò, un fascista fatto e finito come Giorgio Almirante.</p>
<p>Sempre il filosofo di Bisceglie, che non troppo tempo fa era alla ricerca della sposa invisibile “che si nasconde dietro mille volti: il primo amore, la madre perduta, l’autrice celata, la prostituta, la dea…” , continua nella sua opera storiografica sull’anno 1960: “Anche la guerra fredda, con l’avvento di Krusciov e Kennedy si era intiepidita”. Vediamo, vediamo, il 30 giugno 1960: Krusciov e Kennedy cosa facevano? Il primo si preparava alla famosa seduta del 12 ottobre alle Nazioni Unite quando, infuriato dall’intervento del delegato filippino, si tolse una scarpa per sbatterla più volte sul banco dietro cui stava: un momento in cui, ai diplomatici occidentali, non apparve affatto tiepido. Quanto al compianto Kennedy, doveva ancora diventare presidente perché in giugno 1960 alle elezioni mancavano parecchi mesi e Richard Nixon era un avversario formidabile: JFK sarebbe stato eletto (con un forte sospetto di brogli) solo in novembre e sarebbe entrato in carica solo nel gennaio 1961. Tra l’altro, in politica estera, il candidato democratico, aveva una posizione estremamente bellicosa, accusando l’amministrazione Eisenhower di aver lasciato i russi prendere un vantaggio nella produzione di missili (l’inesistente missile gap di cui molto si discusse in quei mesi). Altro che “intiepidimento”.</p>
<p>Veneziani conclude che “quando si parla del rumore di sciabole dei militari e carabinieri italiani, e della strisciante tentazione golpista che attraversò l’italia tra il ’64 e il ’70 (…) si deve considerare quel precedente genovese che rendeva impossibile la nascita per vie democratiche di un centro-destra in Italia”. Magari le idee di un golpe (di Freda, Ventura, Rauti, Valerio Borghese e qualche altra decina di missini o ex missini) furono un po’ più di una “tentazione”: il piano di colpo di Stato del generale De Lorenzo arrivò allesoglie della realizzazione, le bombe a Milano del 1969 facevano parte di una strategia della tensione che doveva provocare la nascita di un governo autoritario, così come gli attentati sui treni per cui fu condannato Mario Tuti negli anni ’70 e la bomba di Bologna nel 1980. Per fortuna che il nostro filosofo, ammorbidito dall’età nonostante l’aspetto giovanile, scrive, con magnanimità, che a Genova “forse fece bene la polizia a non rispondere col fuoco”. Almeno nel 1960: cosa fece nel 2001 (con l’entusiastica approvazione di Veneziani) lo sappiamo bene.</p>
<p><span style="color: #00ccff;">[ndr. avrete tutti riconosciuto nell&#8217;immagine in apice un fotoritocco, su pacifico fondo azzurro, del &#8220;violento Sandro Pertini&#8221;]</span></p>
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		<title>La responsabilità dell&#8217;autore: Giorgio Vasta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Jun 2010 06:00:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Vasta]]></category>
		<category><![CDATA[inchiesta]]></category>
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		<category><![CDATA[letteratura italiana]]></category>
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					<description><![CDATA[[Dopo gli interventi di Helena Janeczek e Andrea Inglese, abbiamo pensato di mettere a punto un questionario composto di 10 domande, e di mandarlo a un certo numero di autori, critici e addetti al mestiere. Dopo Erri De Luca, Luigi Bernardi, Michela Murgia, Giulio Mozzi, Emanule Trevi, Ferruccio Parazzoli, Claudio Piersanti, Franco Cordelli, Gherardo Bortolotti, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/vasta.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-medium wp-image-35199" title="vasta" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/vasta-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/vasta-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/vasta-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/vasta.jpg 400w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>[Dopo gli interventi di <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/01/20/pubblicare-per-berlusconi/">Helena  Janeczek</a> e <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/01/26/su-letteratura-e-politica-la-penso-proprio-come-george-orwell-e-danilo-kis/">Andrea  Inglese</a>, abbiamo pensato di mettere a punto un questionario  composto di 10 domande, e di mandarlo a un certo numero di autori,  critici e addetti al mestiere. Dopo <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/02/17/il-calzolaio/">Erri  De Luca</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/02/19/la-responsabilita-dell%E2%80%99autore-luigi-bernardi/">Luigi  Bernardi</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/02/22/la-responsabilita-dell%E2%80%99autore-michela-murgia/">Michela  Murgia</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/02/27/la-responsabilita-dellautore-giulio-mozzi/">Giulio  Mozzi</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/02/la-responsabilita-dellautore-emanuele-trevi/">Emanule  Trevi</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/06/la-responsabilita-dellautore-perazzoli/">Ferruccio  Parazzoli</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/09/la-responsabilita-dellautore-claudio-piersanti/">Claudio  Piersanti</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/14/la-responsabilita-dellautore-franco-cordelli/">Franco  Cordelli</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/16/la-responsabilita-dellautore/">Gherardo  Bortolotti,</a> <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/20/la-responsabilita-dellautore-dario-voltolini/">Dario  Voltolini</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/23/la-responsabilita-dellautore-tommaso-pincio/">Tommaso  Pincio</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/26/32231/">Alberto  Abruzzese</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/30/la-responsabilita-dellautore-nicola-lagioia/">Nicola  Lagioia</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/04/06/la-responsabilita-dellautore-christian-raimo/">Christian  Raimo</a>, <a href="http://http//www.nazioneindiana.com/2010/04/10/la-responsabilita-dellautore-gianni-celati/">Gianni  Celati</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/04/13/la-responsabilita-dellautore-marcello-fois/">Marcello  Fois</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/04/17/la-responsabilita-dellautore-laura-pugno/">Laura  Pugno</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/04/21/la-responsabilita-dellautore-biagio-cepollaro/">Biagio  Cepollaro</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/04/28/la-responsabilita-dellautore-ginevra-bompiani/">Ginevra  Bompiani</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/05/04/la-responsabil…arco-giovenale/">Marco  Giovenale</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/05/19/la-responsabilita-dellautore-vincenzo-latronico/">Vincenzo Latronico</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/06/03/la-responsabilita-dellautore-franz-krauspenhaar">Franz Krauspenhaar</a>, ecco le risposte di Giorgio Vasta.]</p>
<p><strong>1) Come giudichi in generale, come speditivo apprezzamento di massima, lo stato della nostra letteratura contemporanea (narrativa e/o poesia)? Concordi con quei critici, che denunciano la totale mancanza di vitalità del romanzo e della poesia nell’Italia contemporanea?</strong></p>
<p>Soltanto una breve nota preliminare. Nel rispondere al questionario tengo conto del fatto che il mio intervento ne segue parecchi altri e che è dunque inevitabile, a questo punto, che nel rispondere alle domande si dialoghi contemporaneamente con molte tra le risposte che sono state date. Ho anche provato a seguire un filo rosso – il ragionamento sulle retoriche – per dare continuità alle riflessioni proposte.<br />
<span id="more-35071"></span><br />
Rispondo.<br />
Considerate le discussioni che questa domanda ha da subito innescato, provo a darle un’accezione specifica.<br />
La mia sensazione è che quando si fa riferimento a una denuncia di “totale mancanza di vitalità del romanzo e della poesia nell’Italia contemporanea” si stia mobilitando una ben precisa retorica. Una retorica composita. A darle forma intervengono elementi diversi: prima di tutto – non ha senso escluderlo – quella che si ritiene un’analisi obiettiva, fondata sullo studio e sulla competenza, di ciò che la nostra letteratura propone; a questo si mescolano altre componenti: il piacere umano della recriminazione prêt-à-porter, l’altrettanto umano rimpianto di un’età dell’oro che qualcuno, forte di una memoria e di una sensibilità acutissime, è in grado ancora di ricordare, il gusto del biasimo e una specie di strutturale bisogno del nemico.<br />
Considerato che questa retorica – invalsa ed evidentemente persuasiva – descrive uno scenario nel quale scrittore e critico sono antagonisti e che il secondo costringe il primo su un letto di Procuste stirandogli le gambe o amputandogli i piedi secondo occorrenza, allora, così sollecitati, si dovrebbe reagire rigettando le accuse e respingendo al mittente le denunce, del tutto certi di trovarsi all’interno di ciò che questa retorica propone. Facendo cioè coincidere la retorica descrittiva con una presunta realtà dei fatti.<br />
Il problema è che in questo modo si costruisce un dialogo nevrotico tra interlocutori fantasma: da una parte i critici, o meglio il fantasma edipico del critico per il quale sarai sempre e inevitabilmente insufficiente, dall’altra l’emotività offesa di ognuno di noi quando si confronta con rilievi di questo tipo. Insomma, pur con tutta la disponibilità alla generalizzazione, in questi casi sarebbe meglio vedere e toccare il proprio interlocutore, ragionare con lui riducendo al minimo le tentazioni paranoidi.</p>
<p>Detto ciò, credo che possa essere utile coinvolgere in questa valutazione sia i “prodotti” sia il processo. Nel senso che per me è importante leggere la letteratura italiana contemporanea in modo intenso. Questo potrà anche essere considerato un doping indebito, ma penso che sia indispensabile dialogare in modo fertile curioso agonistico e disponibile con la materia letteraria in cui si vive immersi. Insomma, è necessario che <em>vitale </em>sia prima di tutto il nostro modo di leggere.</p>
<p><strong>2) Ti sembra che la tendenza verso un&#8217;industrializzazione crescente dell&#8217;editoria freni in qualche modo l&#8217;apparizione di opere di qualità?</strong></p>
<p>Mi permetto di modificare i termini della domanda e del discorso che ne consegue: è possibile che a un’industrializzazione crescente dell’editoria corrisponda un’industrializzazione, una meccanizzazione, una automatizzazione altrettanto crescente della ricezione dei testi? È possibile cioè che il lettore, oggi, non sia vittima ma rischi di essere complice se non si mette nelle condizioni di assumersi la responsabilità delle sue azioni – scegliere dei libri, acquistarli, leggerli – e dunque del suo ruolo attivo nel campo letterario? Un lettore desiderante, critico e desiderante, consapevole dei processi di industrializzazione in atto, sarebbe probabilmente un lettore “indesiderabile” per chi fa coincidere il lavoro editoriale con il mainstream. Perché un lettore consapevole equilibrato e coraggioso smette di essere complice e costringe la monocultura del mainstream a una frammentazione interna e dunque a una diversificazione salvifica.<br />
Se questa collettiva assunzione di responsabilità fosse possibile si scoprirebbe non soltanto che le opere di qualità esistono, ma che per esistere davvero non è sufficiente che siano state immaginate e scritte; non basta neppure che vengano pubblicate: occorre che vengano lette perché le letture, le centinaia o le migliaia di letture individuali di un’opera – nel collaudarla e metterla in crisi – danno senso alla sua esistenza.<br />
Per sintetizzare, se l’industrializzazione della proposta cresce – e cresce – allora io lettore devo mettermi nelle condizioni di essere sempre più attento e robusto, sempre più acuto e acuminato.</p>
<p><strong>3) Ti sembra che le pagine culturali dei quotidiani e dei settimanali rispecchino in modo soddisfacente lo stato della nostra letteratura (prosa e poesia), e quali critiche faresti?</strong></p>
<p>Alle pagine culturali dei quotidiani e dei settimanali domando di descrivere – un giorno dopo l’altro, un articolo dopo l’altro – un’idea di cultura e dunque un’idea di mondo. Considerato che, al netto delle tentazioni paranoidi di cui si è parlato nella prima risposta, queste pagine sono composte da più firme e dunque da più persone, si dovrebbe ragionare caso per caso, riconoscendo che sicuramente la somma delle firme descrive un’attitudine generale ma che è altrettanto inevitabile che ci siano firme più disponibili, generose e intense di altre.<br />
È chiaro che la compenetrazione di una serie di prassi degli uffici stampa – su tutte la cosiddetta “notiziabilità” – con un discorso che dovrebbe concentrarsi esclusivamente sulla dimensione letteraria, crea un bel po’ di problemi. Se le parti coinvolte – uffici stampa delle case editrici e capi-cultura delle testate giornalistiche – sono costrette, o si costringono per forza d’inerzia, a vendere e a comprare il discorso sui libri valutando prima di tutto la relazione tra un determinato libro e ciò che pertiene al costume, mettiamo, o allo spettacolo (e pensiamo alla frequenza con la quale in molti palinsesti da diverso tempo “cultura e spettacolo” vengono serenamente legati), allora si determina uno scadimento dei ragionamenti. Constatato che il movimento in atto è in buona parte di questo tipo, è ancora una volta necessario tornare all’assunzione di responsabilità: uffici stampa intelligenti che dialogano su libri non notiziabili con capi-cultura altrettanto intelligenti che lavorano muovendo da un’idea di cultura e di mondo. Confidando se non in uno scardinamento delle prassi più diffuse perlomeno sulla costruzione di una serie di buone alternative.</p>
<p><strong>4) Ti sembra che la maggior parte delle case editrici italiane facciano un buon lavoro in rapporto alla ricerca di nuovi autori di buon livello e alla promozione a lungo termine di autori e testi di qualità (prosa e/o poesia)?</strong></p>
<p>Rispondendo in sintesi, e tagliando con l’accetta, sì, secondo me – considerate le tante variabili attive – fanno un buon lavoro. Rispondendo più analiticamente, serve ragionare su cosa può succedere quando un nuovo autore viene pubblicato. Quando una casa editrice <em>punta </em>– come si dice usando un verbo che rimanda sia al gioco sia alla caccia (dunque alla persecuzione) – su un nuovo autore ritenendo che la sua scrittura possa essere immessa, tramite la pubblicazione, in un circuito che la rende disponibile agli altri, prova contestualmente, e con intensità che dipendono dalla forza commerciale della casa editrice, a compiere una serie di azioni intorno a quella scrittura. Partendo dalla constatazione che tutte queste azioni si pongono l’obiettivo logico di assicurare al libro pubblicato maggiore circolazione possibile, alcune di queste azioni producono, al di là della loro efficacia, effetti sui quali può essere utile soffermarsi.</p>
<p>Prima di tutto la casa editrice mobilita delle retoriche di promozione. Queste retoriche tendono a suggerire delle gerarchie: “Il primo”, “La prima”, “Il più”, “La più” (un giro sui siti delle case editrici e una lettura dei lanci può essere molto istruttiva). Per un singolo titolo o per un’intera collana, smarcarsi dagli altri e “allungare” il passo descrivendosi come apripista sembra essere un imperativo inderogabile.<br />
Niente di grave, ancora una volta, perché il gioco dell’aura, dell’hapax editoriale, è ormai un automatismo che fa persino tenerezza. Ma ancora una volta è necessario che al dispiegamento di queste retoriche reagisca, in ogni lettore, uno sguardo critico e dirimente, una capacità di comprensione che nel prendere atto dei meccanismi promozionali sia nelle condizioni di distinguere le retoriche semplificatorie finalizzate alla vendita dalle retoriche più raffinate e profonde, quelle retoriche più drastiche ed eversive che dovrebbero generarsi nell’intelligenza e <em>dall</em>’intelligenza di chi riceve quel libro, lo legge, lo pensa, lo immagina ed eventualmente decide di scriverne o di parlarne, di farlo esistere in un discorso critico. Questo non per mero antagonismo o per una sistematica diffidenza nei confronti del modo in cui perlopiù le case editrici parlano dei libri che pubblicano, ma perché <em>distinguere</em>, <em>discriminare</em>, fa bene agli stessi libri.</p>
<p>Anche per contenere alcuni fenomeni tutto sommato frequenti, per esempio quello per il quale alcuni lettori parlano di un libro ricalcando la prospettiva attraverso cui è stato promosso dalla casa editrice che l’ha pubblicato. La retorica di vendita è stata talmente introiettata da essersi trasformata in una retorica interpretativa tout court. Ma ancora più impressionante è verificare il retroagire di queste retoriche – una specie di tragicomico rinculo – su quella parte del funzionariato editoriale che non riesce più a distinguere, o che non vuole più distinguere, la retorica di vendita costruita da un ufficio stampa per promuovere un determinato libro dalle altre retoriche possibili. Nel momento in cui le retoriche di vendita sono talmente pervasive da andare a occupare lo spazio che dovrebbe appartenere alla riflessione critica, ci troviamo davanti a una contrazione violenta delle possibilità di lettura  (di fatto la retorica di vendita cerca di imporsi come monolettura, come prospettiva unica e unificante) e dunque assistiamo a una specie di riforma del senso, o meglio a un suo impoverimento. Il discorso sui libri si riduce a una serie di blurb e di slogan, l’argomentazione non ha corso e la lettura come responsabilità viene del tutto mortificata.</p>
<p><strong>5) Credi che il web abbia mutato le modalità di diffusione e di fruizione della nostra letteratura (narrativa e/o poesia) contemporanea? E se sì, in che modo?</strong><br />
Credo che il web abbia agito sulle modalità di diffusione e di ricerca, mentre non so quanto possa agire su quel fenomeno sfuggente che è la specifica fruizione di un testo (nel senso che non lo escludo ma non sono in grado di capire se il legame con il web riesca a incidere sulla grammatica della ricezione, sul modo di leggere un libro, su quello che succede alle parole scritte quando collidono o si mescolano con gli immaginari e le immaginazioni che gravitano come nubi dentro le nostre teste producendo scariche neuronali, microscopici temporali oppure lasciando il nostro clima mentale del tutto imperturbato).</p>
<p>Il web è un altro spazio di discussione; per qualcuno è marginale, per altri sembra essere l’unico o almeno quello più importante. Buona parte dei blog letterari (ma qualcosa di simile vale senz’altro anche per altre tipologie di blog) mi sembrano spesso luoghi nei quali chi commenta “si fa la punta” – come se fossero i temperamatite del temperamento – e prova a pungere, punzecchiare, perforare o penetrare (rischiando a volte di spezzarsi in due).</p>
<p>Diversamente da una camera anecoica – quello spazio fonoassorbente che riduce al minimo il riverbero – il web, in particolare nella forma dei blog letterari, amplifica il riverbero finendo spesso per essere connotato dalla ridondanza. Se da un lato ciò può a volte pregiudicare la comprensione reciproca, dall’altro questo continuo strutturale deformare dà luogo a una forma interessante e persino affidabile: la dialettizzazione, in questo presente, non può non tenere conto dell’effetto eco, delle distorsioni e del brusio. Continuare a recriminare all’infinito contro questioni che mi sembra siano connaturate al mezzo serve a poco; desiderare di generare comunque, in questo semicaos, una parola il più possibile nitida, rimane indispensabile.</p>
<p>La discussione in rete è significativa anche dal punto di vista, ancora una volta, delle retoriche. La colonna dei commenti di molti post è il luogo di un involontario eroicomico. Senza voler porre in secondo piano il senso di quanto viene detto – le proposte, i ragionamenti e le argomentazioni – consideriamo per un momento le tonalità.<br />
È come se nei commenti si affrontassero due macrotoni: da una parte chi, forte di una serie di certezze che ritiene incontestabili, impone il proprio discorso con veemenza assertiva e con una serietà che però a tratti assume un’involontaria coloritura seriosa; dall’altra chi intuisce la vulnerabilità di queste prime retoriche, si rende conto che sono parodiabili – non per un loro limite ma intrinsecamente – e si mette a smontarle. La frizione che si determina tra chi monta il ragionamento e chi pervicacemente lo smonta genera quella diffusa dimessa euforia (che può oscillare tra gli estremi del lazzo epigrafico, da un lato, e la minaccia circostanziata di denunce penali contro nickname e fantasmi affini, dall’altro) che forse in maniera approssimativa mi viene da chiamare tonalità eroicomica.<br />
Il tutto vuole essere una constatazione – mi interessa la relazione che si stabilisce tra la natura del mezzo-piattaforma e le parole versate dentro quel mezzo – non un giudizio complessivo.</p>
<p>La questione aperta riguarda invece la relazione tra il dibattito in rete e ciò che non è rete. Se la rete ci consente di amplificare e ostentare una certa nostra tendenza costitutiva alla conflittualità (o a tutto questo ci costringe), dà da pensare che questo scatenamento di retoriche di costruzione e di distruzione si produca entro i limiti di un recinto che per quanto sia in continua espansione non è sempre e necessariamente connesso a tutto ciò che non è rete. In sostanza, la tendenza alla conflittualità – in sé uno straordinario combustibile – rischia di generarsi ed esaurirsi qui dentro, senza sfondare questo perimetro. Da ciò discende un senso di claustrofobia che potrebbe non essere altro che il riflesso di una preliminare – forse irrinunciabile – claustrofilia.</p>
<p><strong>6) Pensi che la letteratura, o alcune sue componenti, andrebbero sostenute in qualche modo, e in caso affermativo, in quali forme? </strong></p>
<p>Credo che il sostegno da accordare alla parole stia nel far sì che le parole vengano lette. Creare le condizioni per moltiplicare l’ascolto delle parole, di quelle più nascoste, degli infrasuoni, penso produrrebbe una serie di ulteriori effetti positivi.</p>
<p><strong>7) Nella oggettiva e evidente crisi della nostra democrazia (pervasivo controllo politico sui media e sostanziale impunità giuridica di chi detiene il potere, crescenti xenofobia e razzismo &#8230;), che ha una risonanza sempre maggiore all&#8217;estero, ti sembra che gli scrittori italiani abbiano modo di dire la loro, o abbiano comunque un qualche peso?</strong><br />
Torno a quanto accennato nelle rispose precedenti. Affinché la parola letteraria – dunque una parola politica – esista e incida, non basta che questa parola venga immaginata, scritta e pubblicata: occorre un ascolto critico e costante, una complicità attiva e valutativa tra chi parla e chi ascolta (scambiandosi i ruoli), e una preliminare fiducia nel valore di questo legame. “Dire la propria” ha un valore se esiste un interlocutore, se si produce uno spazio di condivisione (che non vuol dire accordo unanime: la condivisione si può dare anche nel contrasto, nel dissenso), diversamente si destituisce di senso un’azione che al senso non dovrebbe mai rinunciare.<br />
Solo che prendersi cura del senso (della sua mobilità, della sua strutturale precarietà) non può che essere interesse di tutti. Quello che invece mi sembra accada è una sistematica sottrazione di fiducia, una condanna in contumacia dei tentativi che gli scrittori – le loro scritture – stanno facendo (dove a essere contumaci non sono tanto le scritture – che, pubblicate, sono disponibili – quanto le letture, che spesso invece latitano). Questo svilimento aprioristico, di solito rapidissimo nei termini e apodittico nei toni, mortifica un contesto che invece, e torno a quanto detto all’inizio, potrebbe avere l’ambizione di essere vitale e intenso.</p>
<p>A essere significativi sono i meccanismi di invalidamento del contesto.<br />
In diversi commenti in calce alle risposte dei precedenti questionari si è parlato della retorica della catastrofe, di questa specie di millenarismo che conduce a considerare la partita letteraria – <em>anche </em>la partita letteraria – terminata e perduta: gli scrittori sconfitti, i lettori delusi, la comunità alla quale danno luogo un’accolita di morti viventi.<br />
Il peggiorismo è una droga non sufficientemente codificata ma particolarmente diffusa; genera dipendenza, pare, ma soprattutto produce una conseguenza che, per quanto possa apparire rassicurante, è molto pericolosa: semplifica in modo drastico lo scenario distinguendo con forza (o meglio con disperazione) tra prima e dopo, presente e passato, noi e loro, io e gli altri. A venire massacrata è la complessità costitutiva delle cose; una complessità che oltre a essere la condizione di esistenza dei fenomeni è anche un diritto e un dovere individuale: non cedere alla tentazione delle scorciatoie e sopportare (se non addirittura godere) la contraddizione e il chiaroscuro.</p>
<p>Questo peggiorismo persuade che non essendo più possibile concepire intelligenza ed etica come un’eventualità reale, allora non resta altro che mettere a punto ognuno il proprio particolare ripiegamento, dal disfattismo rancoroso al pragmatismo cinico, dal disincanto ironico al qualunquismo più aggressivo. Il pelo cresce orgoglioso sullo stomaco, si fa foresta (in alcuni momenti si desidera un machete), ci si arruola in massa nell’esercito stizzito dei senatori e si vaticina sulla fine (perché vaticinare la fine, descriverla, descrivere questo mondo postumo, è, come detto, tranquillizzante, una specie di sedativo che si esprime sotto forma di indignazione o liquidando l’esistente (questo impertinente che non accetta di morire) con un paio di boutade.</p>
<p>La mia sensazione è che in questo momento i meccanismi di sabotaggio e distruzione abbiano raggiunto una raffinatezza tale da essere in grado di sottrarre portato a ogni “dire la propria”. Ma forse più esatto sarebbe parlare di autosabotaggio e autodistruzione. Siamo gente che usa la bocca per mangiarsi le orecchie.</p>
<p><strong>8) Nella suddetta evidente crisi della nostra democrazia, ti sembra che gli scrittori abbiano delle responsabilità, vale a dire che avrebbero potuto o potrebbero esporsi maggiormente e in quali forme?</strong></p>
<p>Penso che gli scrittori abbiano la responsabilità di dare consistenza a un linguaggio utile alla visione e alla demistificazione. Per fare questo usano il lessico e la sintassi; nel lessico e nella sintassi di chi scrive è già presente un’idea (e una pratica) – più o meno consapevole – di mondo. Ogni scrittura si assume dunque in primo luogo la responsabilità di esporsi attraverso la messinscena di se stessa. La forma di ogni frase, i diversi modi in cui le frasi possono connettersi tra loro oppure smarcarsi o respingersi, un determinato uso della punteggiatura – tutta quella chimica della scrittura che nella maggior parte dei casi si considera mero veicolo del discorso quando invece <em>è</em> il discorso – descrive una percezione delle cose che può già dimostrarsi complessa e stratificata oppure semplificata e regredita. Se nel momento in cui scrivo avverto un’anomalia, una distorsione percettiva, e provo a <em>darle luogo</em> sulla pagina tentando di fare i conti con la struttura delle frasi, allora mi sto assumendo una responsabilità, sto correndo il rischio di assumermi una responsabilità cercando una forma espressiva il più possibile coerente con le mie percezioni (mettendo in relazione, di fatto, la mia vita organica e quella sociale); se invece, nel momento in cui scrivendo, pur avvertendo che l’ordine della frase deve implodere lasciando spazio a un ordine del tutto differente e molto probabilmente poco canonico scelgo di contrastare questo impulso e costringo le mie frasi a una domesticità di comodo, allora rivelerò una timidezza che può facilmente sconfinare nella viltà.<br />
In sostanza è già nelle scelte lessicali e sintattiche – dunque ad altezza zero, negli strumenti che danno forma al discorso – che lo scrittore si espone e corre i suoi rischi.</p>
<p>Credo però ci sia un ulteriore possibile livello di coinvolgimento. Chi scrive propone un metodo, qualcosa che va oltre la parola letteraria. Chiarisce che fidarsi della lingua, rispettarla, prendersene cura, sono prassi che, se da un lato si concentrano nella fabbricazione di scritture, al contempo vanno oltre il letterario, lo trascendono. Se dalla grammatica linguistica ci spostiamo verso una grammatica sociale e facciamo valere la stessa fiducia, lo stesso rispetto e lo stesso scrupolo che governano il nostro lavoro sulla lingua, stiamo proponendo una possibilità di esistenza condivisa. Ed è chiaro che ognuno può mettersi nelle condizioni di intuire, nello spazio particolare del proprio lavoro, l’esistenza di un legame con tutto il resto della sua esperienza, un ponte di corda attraverso il quale trasportare, <em>tradurre</em>, un’etica specifica in un’etica più ampia.</p>
<p>Nel momento in cui uno scrittore si assume la responsabilità dell’asintoto, ovvero della tensione e del fallimento, è nel luogo in cui deve essere. Ed è tanto naturale quanto inevitabile considerare il suo lavoro sulla complessità e sull’etica inseparabile da una dimensione politica, perché il rispetto della complessità e la messa a punto di un’etica sono di fatto pratiche politiche.</p>
<p><strong>9) Reputi che ci sia una separazione tra mondo della cultura e mondo politico e, in caso affermativo, pensi che abbia dei precisi effetti?</strong></p>
<p>Ricollegandomi a quanto appena detto, credo ci sia un interesse da parte del mondo politico a esaltare questa separazione, e penso che stia al mondo della cultura il tentativo tenace di suturare, riconnettere e compenetrare due dimensioni che come accennavo sono consustanziali. Accettare la prospettiva per la quale la cultura – parzialmente o del tutto assimilata allo spettacolo – debba proporsi il compito di “intrattenere” (dall’intrattenimento esplicito a quello travestito), significa accettare una percezione impoverita dell’umano. Tenere a mente, sempre, che la cultura, come strumento di esplorazione dell’umano, è inestricabilmente connessa al pensiero e all’azione politica, può servire a stare immersi nella complessità.</p>
<p><strong>10) Ti sembra opportuno che uno scrittore con convincimenti democratici collabori alle pagine culturali di quotidiani quali “Libero” e il Giornale, caratterizzati da stili giornalistici non consoni a un paese democratico (marcata faziosità dell&#8217;informazione, servilismo nei confronti di chi detiene il potere, prese di posizione xenofobe, razziste e omofobe &#8230;), e che appoggiano apertamente politiche che portano a un oggettivo deterioramento della democrazia?</strong></p>
<p>No, non mi sembra opportuno. Ma proprio a partire da questo vorrei provare ad allargare la prospettiva e a far valere un ragionamento più ampio, tentando di introdurre nel discorso alcune variabili.<br />
Periodicamente ognuno di noi ha a che fare con comportamenti che non ritiene opportuni e che non condivide. A quel punto – e la discussione di questi ultimi mesi su Nazione Indiana è in questo senso emblematica – possiamo reagire in varie maniere. Per esempio con un sospetto, nei confronti di chi agisce in un modo che avvertiamo discutibile, che rapidamente diventa ostilità (dall’irrisione all’insulto); l’alternativa è provare a tenere larga l’inquadratura e ad affrontare l’ambiguità che registriamo.<br />
Perlopiù a prevalere è il primo atteggiamento; non necessariamente per malizia ma perché per impazienza e bisogno di un senso il più possibile definito preferiamo ridurre il peso delle variabili discordanti (magari la persona in questione è qualcuno che stimiamo ma se si comporta così allora di sicuro la nostra valutazione positiva sul resto del suo lavoro è un abbaglio, obliteriamo la stima e ci concentriamo esclusivamente sul disprezzo) e arrivare il più rapidamente possibile a delle conclusioni: ha torto, è complice, è colluso, è un mio nemico.<br />
Raramente si ha a che fare con l’altro atteggiamento, che è quello che mi sembra in generale più fertile: ci si ritrova davanti a un comportamento che non si comprende, davanti a un’azione compiuta da una persona che stimiamo – magari anche da un punto di vista umano – e decidiamo di attendere, di sospendere il giudizio, di recuperare più fiducia possibile per cercare di capire che cosa sta succedendo.<br />
Del resto è facile riporre fiducia in qualcuno che corrisponde in pieno al modo in cui consideriamo giusto pensare e comportarsi; la fiducia diventa un meraviglioso azzardo proprio nel momento in cui non siamo del tutto certi di che cosa un altro pensa o fa. Certo, in questo modo di nuovo si rischia ma cos’altro ha senso se non rischiare? Penso a Charlie Brown che ostinatamente, nonostante l’esperienza, ogni anno accetta di calciare la palla ovale che Lucy gli piazza davanti garantendogli che stavolta, stavolta davvero, non gliela sottrarrà all’ultimo istante facendolo cadere per terra; Charlie Brown si fida – per ottusità, secondo qualcuno; perché la sua è una fiducia visionaria, secondo qualcun altro – e nel momento in cui sta per calciare Lucy sottrae la palla e lui finisce schiena a terra: ed è lì, proprio lì, quando la fiducia si fa rischio e dolore, che Charlie Brown è pienamente umano.</p>
<p>Insomma, quando qualcuno che stimo (e a cui voglio bene) si comporta in un modo che non comprendo voglio garantirmi un tempo di esitazione (un’esitazione <em>decisa</em>, un’esitazione come metodo, come incubatore di pensiero) che mi permetta di porre in secondo piano la visceralità semplificatoria di un giudizio frettoloso impegnandomi invece in un ascolto il più possibile articolato delle diverse variabili coinvolte, specialmente di quelle in reciproco contrasto. Voglio cioè garantirmi il rischio di non calciare la palla e quindi di cadere sulla schiena (e, tra questi due momenti, di fare esperienza del vuoto).<br />
Il che non vuole avere come conseguenza una moratoria delle responsabilità e uno sdoganamento garantito di ogni comportamento. Tutt’altro. Quello che mi sta a cuore è evitare quell’impulso all’autofrantumazione interna, <em>sub specie virtutis</em>, che mi sembra essere il carattere eminente di chi oggi compie azioni politiche attraverso la letteratura. La corsa alla virtù più pura, alla preservazione violenta della propria posizione, produce quasi sempre decapitazioni (come la vicenda di Robespierre insegna); mi sembra più logico e più umano trovare il modo di ragionare criticamente sul comportamento degli altri senza garantire a ogni costo il proprio punto di vista ma al contrario mettendo prima di tutto in discussione le proprie categorie di giudizio.</p>
<p>Allora, per chiudere. Secondo me è necessario conseguire la maggiore consapevolezza possibile degli oggetti e dei contesti, delle retoriche e delle cornici nelle quali queste retoriche vanno a inscriversi (generando ulteriori retoriche anche solo impercettibilmente modificate). In questo modo apprendiamo che lo spazio nel quale ci muoviamo è talmente fitto e inestricabile da non permetterci un movimento – fisico, di pensiero, di scrittura – che sia del tutto nitido e privo di riverbero e che dunque l’incoerenza sarà sempre nei pressi, sarà dentro di noi, o noi le saremo dentro. A questa incoerenza non ha senso arrendersi ma è necessario, credo, prendere atto che  è uno dei materiali con i quali siamo fatti (da un certo punto di vista mi viene da pensare all’incoerenza come a quello specifico umano al quale si oppone il fondamentale controimpulso alla coerenza).<br />
Se poi la smettiamo, in ambito letterario, di concepire soltanto scritture da capolavoro o scritture da dopolavoro e ammettiamo che una letteratura è l’insieme dei colpi andati a segno e di quelli andati a vuoto, dei fraintendimenti e delle distorsioni, di rettilinei interminabili così come di vicoli ciechi, e che un singolo libro, nel momento in cui non ne liquidiamo l’esperienza con “bello” o “brutto”, “mi è piaciuto” o “non mi è piaciuto”, è pressoché sempre un’occasione fertile di ragionamenti, anche di ragionamenti su un tentativo che avvertiamo come malriuscito se non del tutto fallito, allora ci mettiamo nelle condizioni di renderci conto che questa percezione può valere anche per le persone, per i loro comportamenti, per i nostri comportamenti, perché in entrambi i casi, quando abbiamo a che fare con la letteratura e quando abbiamo a che fare con l’umano (dove la letteratura ci serve a dare senso all’umano e l’umano nutre la letteratura), ci immergiamo in luoghi di variabili e di contraddizioni.</p>
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		<title>La responsabilità dell&#8217;autore: Franz Krauspenhaar</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Jun 2010 04:20:01 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[[Dopo gli interventi di Helena Janeczek e Andrea Inglese, abbiamo pensato di mettere a punto un questionario composto di 10 domande, e di mandarlo a un certo numero di autori, critici e addetti al mestiere. Dopo Erri De Luca, Luigi Bernardi, Michela Murgia, Giulio Mozzi, Emanule Trevi, Ferruccio Parazzoli, Claudio Piersanti, Franco Cordelli, Gherardo Bortolotti, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/franz.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-35207 alignleft" title="franz" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/franz-185x300.jpg" alt="" width="185" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/franz-185x300.jpg 185w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/franz.jpg 392w" sizes="auto, (max-width: 185px) 100vw, 185px" /></a>[Dopo gli interventi di <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/01/20/pubblicare-per-berlusconi/">Helena   Janeczek</a> e <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/01/26/su-letteratura-e-politica-la-penso-proprio-come-george-orwell-e-danilo-kis/">Andrea   Inglese</a>, abbiamo pensato di mettere a punto un questionario   composto di 10 domande, e di mandarlo a un certo numero di autori,   critici e addetti al mestiere. Dopo <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/02/17/il-calzolaio/">Erri  De  Luca</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/02/19/la-responsabilita-dell%E2%80%99autore-luigi-bernardi/">Luigi   Bernardi</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/02/22/la-responsabilita-dell%E2%80%99autore-michela-murgia/">Michela   Murgia</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/02/27/la-responsabilita-dellautore-giulio-mozzi/">Giulio   Mozzi</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/02/la-responsabilita-dellautore-emanuele-trevi/">Emanule   Trevi</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/06/la-responsabilita-dellautore-perazzoli/">Ferruccio   Parazzoli</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/09/la-responsabilita-dellautore-claudio-piersanti/">Claudio   Piersanti</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/14/la-responsabilita-dellautore-franco-cordelli/">Franco   Cordelli</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/16/la-responsabilita-dellautore/">Gherardo   Bortolotti,</a> <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/20/la-responsabilita-dellautore-dario-voltolini/">Dario   Voltolini</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/23/la-responsabilita-dellautore-tommaso-pincio/">Tommaso   Pincio</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/26/32231/">Alberto   Abruzzese</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/30/la-responsabilita-dellautore-nicola-lagioia/">Nicola   Lagioia</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/04/06/la-responsabilita-dellautore-christian-raimo/">Christian   Raimo</a>, <a onclick="javascript:pageTracker._trackPageview('outclick/http');" href="http://http//www.nazioneindiana.com/2010/04/10/la-responsabilita-dellautore-gianni-celati/">Gianni   Celati</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/04/13/la-responsabilita-dellautore-marcello-fois/">Marcello   Fois</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/04/17/la-responsabilita-dellautore-laura-pugno/">Laura   Pugno</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/04/21/la-responsabilita-dellautore-biagio-cepollaro/">Biagio   Cepollaro</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/04/28/la-responsabilita-dellautore-ginevra-bompiani/">Ginevra   Bompiani</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/05/04/la-responsabil%E2%80%A6arco-giovenale/">Marco   Giovenale</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/05/19/la-responsabilita-dellautore-vincenzo-latronico/">Vincenzo Latronico</a>, ecco le risposte di Franz Krauspenhaar.]</p>
<p><strong>1)      Come giudichi in generale, come speditivo apprezzamento di massima, lo stato della nostra letteratura contemporanea (narrativa e/o poesia)? Concordi con quei critici, che denunciano la totale mancanza di vitalità del romanzo e della poesia nell’Italia contemporanea?</strong></p>
<p>Non capisco davvero come si possa onestamente affermare una cosa del genere. O questi signori leggono solo classici, e al massimo si fermano agli anni 60, o forse hanno perduto – o non hanno mai avuto – la capacità di leggere criticamente un testo letterario svincolandolo serenamente da un periodo storico. Svincolandolo, voglio dire, in maniera parziale ma allo stesso modo sana. Può anche darsi che la mole di romanzi e poesie presenti sul mercato, o sulle bancarelle del non-mercato (penso alla poesia) possa dare l’impressione orrorifica che sia inutile tentare l’assalto allo Yukon, alla ricerca delle pepite d’oro. Per cui, questa è la mia impressione, buona parte della critica assume lo stesso malcostume del pubblico, che non è mai innocente: va a fidarsi di ciò che già conosce e gli è piaciuto, alleva i suoi vitelli d’oro, o suoi polli ruspanti, bada a farli crescere; e poco o nulla si avvede degli altri, senza curiosità, senza slanci.<span id="more-35129"></span></p>
<p>Mi rendo conto che fare una mappatura di questo sterminato territorio è impresa titanica, ma se non lo fanno loro, se loro, i critici, in gran parte, pensano ai “soliti a loro noti”, se non ci si immola davvero per questo lavoro, come si può pretendere di essere davvero autorevoli? Come ho già detto in altra sede, io scrittore posso presentare delle falle di conoscenza, delle mancanze, la mia creatività non va a perdersi; ma un critico deve colmare tutto, o quasi. Non deve fare sconti a noi, naturalmente, ma men che meno a se stesso. Se vuole, e deve, fare il suo mestiere al meglio, se deve stare in trincea davanti a tutti, deve essere, in qualche modo, il migliore, con rigore, passione e aggiungerei amore. Il migliore per capacità di lavoro, preparazione, senso morale. Non basta dire che i soldi sono pochi; sono pochi per tutti, o quasi. La critica è una vera missione, io la intendo così, e dunque da un critico vero, militante, osservante, io mi aspetto il massimo. Dunque, tornando alla domanda, se un critico afferma che oggi non c’è vitalità, devo per forza affermare, conoscendo la situazione dall’interno, leggendo e conoscendo parecchi scrittori italiani, che questo critico semplicemente non sa; o non vuole sapere.</p>
<p><strong>2)      Ti sembra che la tendenza verso un&#8217;industrializzazione crescente dell&#8217;editoria freni in qualche modo l&#8217;apparizione di opere di qualità?</strong></p>
<p>Non esattamente. Credo piuttosto che l’industrializzazione crescente aumenti esponenzialmente gli “aborti”: ovvero le opere di qualità in qualche modo escono, anche presso le case editrici più grandi – ma più spesso presso le più piccole, i cosiddetti “editori a progetto” – ma poi non vengono date loro le gambe per divincolarsi e uscire davvero nel mondo. Rimangono per qualche tempo in libreria, nelle “pescherie letteratura”, nelle quali i “pesci libro” mediamente dopo tre mesi o meno già puzzano, e sono pronti per la sostituzione con del nuovo “pescato cartaceo”. L’industrializzazione crescente contribuisce alla nascita di oggetti letterari nati morti, e questo è davvero umiliante. E’ vero, spesso vedono la  luce delle librerie libri che decenni fa non sarebbero mai usciti; oggi uno sconosciuto trentenne può esordire mentre ai “vecchi bei tempi” non era così. Ma esordire come, in che modo? Con quali cure, garanzie? E’ quasi tutta massa-critica, gli editori lavorano anche per il macero. La carta “ricanta”, in certo modo, e tutti, a parte gli autori, sono contenti. Si bada a limitare il rischio imprenditoriale trattando i libri come normali oggetti di consumo.</p>
<p><strong>3)      Ti sembra che le pagine culturali dei quotidiani e dei settimanali rispecchino in modo soddisfacente lo stato della nostra letteratura (prosa e poesia), e quali critiche faresti?</strong></p>
<p>Non sono veicoli sufficienti di conoscenza, ma non metterei i giornali alla gogna. E’ tutta la filiera che è a pezzi. E’ pieno di librai ed editori ignoranti, a esempio, che non sanno riconoscere un libro decente nemmeno se glielo fai leggere con una pistola puntata alla tempia. Poi ci sono, d’altra parte, tantissimi appassionati della buona letteratura che non riescono a sapere dell’esistenza di libri che certamente potrebbero piacere loro molto di più di quelli tanto pubblicizzati dal marketing. Un buon libro di letteratura può essere salvato dal vuoto dal passaparola, lo sappiamo, ma anche qui la cosa non è del tutto buona e  giusta. Una casa editrice non può seguire soltanto le vicende da feuilleton – o soap opera &#8211; del suo Strega, non può non rendersi conto che un certo libro è fatto di idee e sangue, non solo di chiacchiere e manierismo. Ecco la cultura contemporanea che assume il cinismo dei “contafagioli”, come l’ex presidente di Ford e Chrysler Lee Incocca nominava gli amministratori della Ford. Il cinismo della quadratura dei conti, che comunque potrebbe essere compiuta con “prodotti” (perché il libro è anche un prodotto, certo) più validi. Dunque i giornali e i settimanali seguono l’andazzo dell’acquisto facile, spesso facendo del sensazionalismo da quattro soldi. Penso a quel povero personaggio che si chiama Antonio d’Orrico, che da anni e anni dispensa “bordate situazioniste” buone per tutte le 400 stagioni di Bruno Vespa. Il bookjay per eccellenza. Che poi, come mi dicono, sia un uomo colto questo rende il tutto più squallido. Uno che da millenni, come un dinosauro in agonia, fa una pubblicità superflua a Philip Roth, uno scrittore che più manierato non si può. Tra il Nobel a lui o a Bob Dylan io certo sceglierei il cantante, con tutto che, diciamolo chiaro, con la letteratura vera c’entra abbastanza poco.</p>
<p><strong>4)      Ti sembra che la maggior parte delle case editrici italiane facciano un buon lavoro in rapporto alla ricerca di nuovi autori di buon livello e alla promozione a lungo termine di autori e testi di qualità (prosa e/o poesia)?</strong></p>
<p>Ho l’impressione che spesso vadano a caso. E va bene anche il caso, naturalmente; basta portare a casa i risultati. E i risultati sono anche seguire il corso delle opere fuori dalle tipografie, aiutare l’autore, non sparare sul pianista, salvare la tigre; non lasciarlo sempre in balia, il poveruomo, del vuoto spinto, a meno che non si ritenga che tale autore possa portarci indietro tanti soldi tramite un investimento mediatico. E’ tutto abbastanza immorale. Un autore è un autore, non un venditore porta a porta. Solo che se la maggioranza dei miei colleghi continua a piegarsi  come facevano le mondariso nei campi, pur di andare a fare la loro presentazione di dieci persone a Casalpollicione tutto a loro spese, è ovvio che c’è poco da fare, che siamo fottuti anche se col sorriso sulle labbra… Il sistema rema in un solo senso, e ti ritrovi solo, a volte incazzato, anche se sempre fiero.</p>
<p><strong>5)      Credi che il web abbia mutato le modalità di diffusione e di fruizione della nostra letteratura (narrativa e/o poesia) contemporanea? E se sì, in che modo?</strong></p>
<p>Il web è stato ed è fondamentale. Dà la possibilità di accorciare gli spazi non solo mentali, ma anche fisici. Nazione Indiana, per esempio: non perché ne sono stato redattore per 4 splendidi anni e poi me ne sono andato e ne rimango un supporter: ma qui il dibattito culturale, tra alti e bassi, tra risse furibonde e approfondimenti di grande spessore, ci sono. Nazione Indiana ma anche La poesia e lo spirito, Il primo amore e altri litblog multiautore sono anni che colmano le lacune della stampa, che fanno conoscere nuovi scrittori, che addirittura, benché nello spazio ristretto di una specie di elite di appassionati, li lancia fuori dal buio, li porta avanti colmando l’assordante silenzio. Che dà voce a validi scrittori e poeti ancora inediti. Che apre spazi di socialità nel nome delle idee, differenti, a volte contrastanti. Il lit-blog è un media antieditoriale, nel senso che non viene seguita una linea dettata da chi paga. Le linee si intersecano, a volte si scontrano. E questo è un gran bene per la democrazia. E tutto questo viene compiuto quasi sempre nel nome della qualità, di una certa purezza e partecipazione che altri media non hanno mai avuto. La divulgazione di idee, di dibattiti che spesso vengono ripresi e sviluppati dai giornali e da qui alla stampa, rimbalzando, ritornano. Io la vedo come una cosa notevole. Dal 2003, da quando Nazione Indiana ha aperto i battenti, se ne sono lette e viste delle belle, e così questo blog ha aperto la strada ad altri e ad altri ancora che hanno come filosofia davvero fondante il “credere” nella letteratura. Perché per me la letteratura è una sorta di religione del pensare e dell’esistere, è fatta di riti che ripropongono l’esistenza umana in una forma artistica, ma è pur sempre vita pulsante, vissuta, patita, amata. E’ una religione dell’espressione, che ci rende la vita più larga e più lunga, la amplifica. E noi dobbiamo combattere fino in fondo per questa nostra religione senza déi ma con un credo, che è quello della nostra stessa vita, della vita degli uomini, tutti.</p>
<p><strong>6)      Pensi che la letteratura, o alcune sue componenti, andrebbero sostenute in qualche modo, e in caso affermativo, in quali forme?</strong></p>
<p>Penso che gli editori dovrebbero continuare a pensare ai profitti ma investendo di più nella ricerca. Tutto qui. Nessun sovvenzionamento. In questo paese sappiamo bene dove si finisce con le sovvenzioni, in qualsiasi campo.</p>
<p><strong>7)      Nella oggettiva e evidente crisi della nostra democrazia (pervasivo controllo politico sui media e sostanziale impunità giuridica di chi detiene il potere, crescenti xenofobia e razzismo &#8230;), che ha una risonanza sempre maggiore all&#8217;estero, ti sembra che gli scrittori italiani abbiano modo di dire la loro, o abbiano comunque un qualche peso?</strong></p>
<p>Sì, nelle interviste. Se ne hanno voglia. O se è loro data la possibilità di parlare di cose non strettamente attinenti il libro che stanno pubblicizzando. Io credo però che lo scrittore ha la possibilità di parlare con vigore della società attraverso le sue opere. Dunque, in seguito, di approfondire in altre sedi. Se io scrivo un libro, un romanzo, un’inchiesta, a esempio sul lavoro minorile, ecco la possibilità di dire la mia su un problema attuale in scioltezza. Ma se scrivo un noir, o un romanzo ambientato nel sedicesimo secolo, e voglio a tutti i costi attualizzare il messaggio partendo da un lontano dato storico o a un sequestro di persona del tutto inventato, ecco che opero una evidente forzatura. Alla base c’è però sempre una forte volontà editoriale. Lo scrittore più di tanto non può fare. Nemmeno se imitasse <em>il beau geste</em> di un Mishima.</p>
<p><strong>8)      Nella suddetta evidente crisi della nostra democrazia, ti sembra che gli scrittori abbiano delle responsabilità, vale a dire che avrebbero potuto o potrebbero esporsi maggiormente e in quali forme?</strong></p>
<p>Gli scrittori come chiunque. Siamo tutti complici. Complici prima di tutto in cabina elettorale. Naturalmente vanno fatti dei distinguo: ci sono scrittori impegnati, ma più che altro a riempirsi la bocca del loro impegno. Ce ne sono altri davvero sinceri, fattivi, coraggiosi. Se lo scrittore ha in gran parte perso la sua forza di oracolo, è dunque vero che parallelamente ha perso delle responsabilità. Certamente, gli scrittori schierati precisamente da una parte politica li ho sempre trovati ridicoli, e avvilenti. Un artista è per costituzione un anarchico, anche se va a votare segretamente per un partito ben preciso. Sulla qualità non posso pronunciarmi nettamente: certo è che un uomo di potere, proprio a orecchio, difficilmente sfornerà qualcosa di potente, di dirompente, di sincero. Se noi vogliamo una letteratura consolatoria, ma in definitiva ammorbante e di poco peso, estinguibile in comode rate, allora siamo a posto. Ci sono poi gli “impegnati speciali”, quelli che sfornano libri d’impegno ma seguendo una moda editoriale, per cui nello stesso anno vediamo vari autori uscire con libri su una certa problematica sociale. Naturalmente il problema nel frattempo si aggrava, ma questi scrittori sono già passati a scrivere di cose più morbide e titillanti, seguendo la loro vera vocazione. Saviano è l’eccezione che conferma la regola: ha iniziato in prima linea, ha avuto un grande successo e va avanti per la sua strada, credo molto difficile. In certo senso prigioniero di <em>Gomorra</em>, perché Roberto sa fare anche altro. Ecco, il fenomeno Saviano, con le sue forzature fabiofaziesche, è qualcosa che ha reso la letteratura (per me <em>Gomorra</em> è un romanzo, anche se di verità, perché tale è l’impianto) un veicolo di conoscenza e confronto. Nemmeno Pasolini riuscì a rendere una sua opera letteraria veicolo di così vasto confronto; ebbe bisogno di scrivere sui giornali per scaricare al mondo dei lettori e dei commentatori le sue pesanti accuse. Si continua a proposito a invocare un Pasolini del nuovo millennio, come se questo fosse necessariamente un bene: fu figlio dei suoi tempi acri e inconditi, oggi si sarebbe ucciso, forse. E comunque PPP cercava la morte, la sua poetica era alla fine reazionaria e precludeva all’autoannientamento. Un artista imprescindibile, comunque. Oggi la letteratura, la carta stampata, anche la televisione, così frammentata e deludente, non hanno la stessa forza. E il cinema italiano… lasciamo perdere.</p>
<p><strong>9)      Reputi che ci sia una separazione tra mondo della cultura e mondo politico e, in caso affermativo, pensi che abbia dei precisi effetti?</strong></p>
<p>Non credo ci sia una separazione. Credo che sia tutto connesso. Viviamo dentro vasi comunicanti, in qualsiasi settore. Nel giornalismo culturale però, oltre a quelli, come Loredana Lipperini per esempio, che è la “schierata speciale” per antonomasia, figlia di un certo passato per fortuna obsoleto, normalmente i giornalisti e i critici, ferme restando le loro convinzioni politiche di solito – e come da tradizione – di sinistra, tendono a pensare ai contenuti dell’opera indipendentemente dal sostrato ideologico. O almeno così mi pare. Il rapporto cultura-politica era più forte decenni addietro, quando potevano avere spazio scrittori e registi che, nonostante le perdite economiche da Caporetto dei loro film e libri, potevano continuare a fare il loro ideologico lavoro culturale avendo il partito alle spalle come una laica Santa Madre Chiesa. Un nome famoso che mi viene in mente ora è quello di Francesco Maselli, il regista. In America avrebbe fatto un solo film, e forse nemmeno quello. Invece in America un solo film – per flop al botteghino – lo potè fare Charles Laughton con “Il terrore corre sul fiume”, uno dei più bei film della storia.</p>
<p><strong>10)  Ti sembra opportuno che uno scrittore con convincimenti democratici collabori alle pagine culturali di quotidiani quali “Libero” e il Giornale, caratterizzati da stili giornalistici non consoni a un paese democratico (marcata faziosità dell&#8217;informazione, servilismo nei confronti di chi detiene il potere, prese di posizione xenofobe, razziste e omofobe &#8230;), e che appoggiano apertamente politiche che portano a un oggettivo deterioramento della democrazia?</strong></p>
<p>In linea di massima no. Però, se uno scrittore non trova spazio laddove potrebbe dare un contributo, è facile e umano saltare su un altro carro. Che per lo scrittore, badiamoci bene, non è quello del vincitore, bensì di qualcuno che ti ha dato un’opportunità. E non certo di parlare di politica in senso stretto (questo sarebbe grave) ma di letteratura. In sostanza, la famosa “terza pagina” è una specie di girello per grandi e coltissimi. Un oasi sostanzialmente innocua. Dunque ci può stare. Come quando si urla allo scandalo se un Saviano o altro scrittore orientato a sinistra scrive per Mondadori o Einaudi. E allora? Dovrebbe perdere l’occasione di sparare le sue cartucce da una corazzata invece che da una scialuppa di salvataggio? E’ tutta ipocrisia e, così avverto io, invidia. Sentimento che ci avvolge tutti, beninteso. Ma insomma, questa infinita polemica la vedo sterile, ipocrita. Non mi pare che gli altri gruppi editoriali siano fatti da santi appena sbarcati da una Soyuz in arrivo dal paradiso. E non dimentichiamo i leader della sinistra che hanno firmato i loro volumi con editori berlusconiani. La purezza deve cadere dall’alto, se c’è, innanzitutto. Certo, se questo fosse del tutto vero saremmo tutti dei Cittadini Dillinger, o dei “drughi” alla Anthony Burgess.</p>
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		<title>La responsabilità dell&#8217;autore: Marco Giovenale</title>
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		<pubDate>Tue, 04 May 2010 05:12:22 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[[Dopo gli interventi di Helena Janeczek e Andrea Inglese, abbiamo pensato di mettere a punto un questionario composto di 10 domande, e di mandarlo a un certo numero di autori, critici e addetti al mestiere. Dopo Erri De Luca, Luigi Bernardi, Michela Murgia, Giulio Mozzi, Emanule Trevi, Ferruccio Parazzoli, Claudio Piersanti, Franco Cordelli, Gherardo Bortolotti, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/giovenale.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-medium wp-image-33663" title="giovenale" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/giovenale-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/giovenale-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/giovenale-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/giovenale.jpg 380w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>[Dopo gli interventi di <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/01/20/pubblicare-per-berlusconi/">Helena Janeczek</a> e <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/01/26/su-letteratura-e-politica-la-penso-proprio-come-george-orwell-e-danilo-kis/">Andrea Inglese</a>, abbiamo pensato di mettere a punto un questionario composto di 10 domande, e di mandarlo a un certo numero di autori, critici e addetti al mestiere. Dopo <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/02/17/il-calzolaio/">Erri De Luca</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/02/19/la-responsabilita-dell%E2%80%99autore-luigi-bernardi/">Luigi Bernardi</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/02/22/la-responsabilita-dell%E2%80%99autore-michela-murgia/">Michela Murgia</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/02/27/la-responsabilita-dellautore-giulio-mozzi/">Giulio Mozzi</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/02/la-responsabilita-dellautore-emanuele-trevi/">Emanule Trevi</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/06/la-responsabilita-dellautore-perazzoli/">Ferruccio Parazzoli</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/09/la-responsabilita-dellautore-claudio-piersanti/">Claudio Piersanti</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/14/la-responsabilita-dellautore-franco-cordelli/">Franco Cordelli</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/16/la-responsabilita-dellautore/">Gherardo Bortolotti,</a> <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/20/la-responsabilita-dellautore-dario-voltolini/">Dario Voltolini</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/23/la-responsabilita-dellautore-tommaso-pincio/">Tommaso Pincio</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/26/32231/">Alberto Abruzzese</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/30/la-responsabilita-dellautore-nicola-lagioia/">Nicola Lagioia</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/04/06/la-responsabilita-dellautore-christian-raimo/">Christian Raimo</a>, <a href="http://http//www.nazioneindiana.com/2010/04/10/la-responsabilita-dellautore-gianni-celati/">Gianni Celati</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/04/13/la-responsabilita-dellautore-marcello-fois/">Marcello Fois</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/04/17/la-responsabilita-dellautore-laura-pugno/">Laura Pugno</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/04/21/la-responsabilita-dellautore-biagio-cepollaro/">Biagio Cepollaro</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/04/28/la-responsabilita-dellautore-ginevra-bompiani/">Ginevra Bompiani</a>, ecco le risposte di Marco Giovenale.]</p>
<p><strong>(FINIS ITALIAE)</strong></p>
<p><strong>1) </strong><strong>Come giudichi in generale, come speditivo apprezzamento di massima, lo stato della nostra letteratura contemporanea (narrativa e/o poesia)? Concordi con quei critici, che denunciano la totale mancanza di vitalità del romanzo e della poesia nell’Italia contemporanea?</strong></p>
<p>Premetto che mi sono trovato in singolare sintonia, per più ragioni e su più punti se non in tutto, con le risposte di Bortolotti e Mozzi. Non so quanto possa aggiungere a molte delle loro osservazioni; tento, in ogni caso. (Calcando su qualche differenza, forse, in modo tale che non si senta eccessivamente quanto – e con che energia – io concordi con loro).</p>
<p>Sulla poesia italiana, non posso dire che manchi di “vitalità”, per quel che vedo e mi pare di capire. Non è certo la vitalità a mancare, in questo momento; lo dico pensando non solo alle scritture che sento affini all’“idea di poesia” che ho, ma anche in generale, e guardando pure alla ricchezza di proposte della rete.</p>
<p>Sulla narrativa, devo ammettere di non avere sufficienti dati. Specie a proposito del romanzo. Non leggo romanzi, non riesco (per mio gusto) a <em>sentire</em>, ad apprezzare, la stessa forma romanzo. Mi è quasi totalmente estranea, specie se è ad autori italiani che ci riferiamo. Ho poco tempo per affrontare romanzi e quando lo faccio ne resto in pratica invariabilmente deluso, assai sconfortato. Sarà un problema mio, anzi sicuramente lo è. Dunque non posso dire di avere il diritto di uscire dal campo strettissimo di un gusto soggettivo iperconnotato, in quest’area, per esprimere opinioni su uno stato di fatto addirittura nazionale.</p>
<p><span id="more-33609"></span></p>
<p><strong>2) </strong><strong>Ti sembra che la tendenza verso un&#8217;industrializzazione crescente dell&#8217;editoria freni in qualche modo l&#8217;apparizione di opere di qualità?</strong></p>
<p>La mia impressione è che l&#8217;industrializzazione non “frena”. Semmai “frenò” la qualità, o una certa idea di qualità (che magari era perfino <em>giusta</em>, per certi aspetti).</p>
<p>Attualmente il <em>piano quantitativo</em> – credo in ulteriore crescita – della produzione di scrittura (anche gratis, non penso solo a quella che arriva nelle librerie) eccede per molti aspetti le schematizzazioni e organizzazioni su base “qualitativa” a cui eravamo abituati. (Senza contare, ma dovendo considerare, che grandi mutamenti quantitativi impongono o da tempo hanno indotto una serie di torsioni delle linee o insiemi di linee di idee che orientano o orientavano taluni concetti stessi di qualità).</p>
<p><strong>3) </strong><strong>Ti sembra che le pagine culturali dei quotidiani e dei settimanali rispecchino in modo soddisfacente lo stato della nostra letteratura (prosa e poesia), e quali critiche faresti?</strong></p>
<p>In verità – da qualche tempo – sono un lettore di quotidiani totalmente discontinuo. Pour cause? Forse.</p>
<p>Quando ho iniziato a leggere maniacalmente poesia e prosa nelle loro varie forme, riviste come “Testuale” arrivavano addirittura nelle librerie, almeno in alcune; sui quotidiani c&#8217;erano <em>paginate</em> di cultura e ricerche, indagini, curiosità. Datazione al carbonio14: metà degli anni Ottanta del &#8216;900. Perbacco, c’era perfino in quegli anni stercorarissimi una resistenza (culturale, anche) a quel che stava succedendo… Chi l’avrebbe detto…</p>
<p>Invece. Se adesso cioè oggi trovo in “terza”, una volta sì e l&#8217;altra pure, Eco e Merini e Simenon e Moccia e Ammaniti, e Veltroni, non posso comprare il giornale. Stimo quasi tutti costoro, ovvero quasi nessuno di loro, ma il problema mio è forse con le forme iterative.</p>
<p>Poi c’è un ulteriore ostacolo legato al bottone automatico delle monete, nel mio portafogli. Non si riesce ad aprire. Di solito si apre. Quando non si apre, quando rimane sigillato e io devo arrossire e scusarmi con l’edicolante ritirandomi, scopro poi, sfogliando gratis La Repubblica al tavolo di un bar, che era uscito un articolo sulla Merini. Deve esserci una spiegazione razionale, me lo dicono tutti. Forse c&#8217;è una liaison paranormale tra quei nomi, o nomi simili, e il  portamonete.</p>
<p>Ovviamente, quando non ci sono Ammanon, Mocciti, Ecorini eccetera, c&#8217;è un articolo su Caravaggio. O su Eco e Caravaggio. O su Hirst e Caravaggio. O su Neruda lettore di Simenon. O su quale personaggio di <em>Sex and the city</em> Simenon avrebbe taggato sul suo profilo facebook. Eccetera.</p>
<p>Effettivamente devo dire che vorrei che esistesse una terza via, tra celebrità e nullità, per la terza pagina. Che esistesse una terza terza pagina con &#8216;analisi&#8217; (con qualche recensione che sappia citare il libro, non solo elogiarlo o massacrarlo o pubblicizzarlo); mentre l&#8217;impressione che ho è che non si faccia – da un pezzo – analisi testuale; o che non si faccia con quella frequenza che tempo addietro era prevista dalle pagine culturali. (Intendo analisi condotte con gusto e spirito, wit, acutezza: quel modo <em>normalmente</em> affabile &amp; affidabile, non superficiale, che aveva Giacomo Debenedetti, per dire). Ovviamente ci sono eccezioni eccezionalissime. Penso per esempio ad alcuni redattori di Alias e del Manifesto. Se leggi una recensione di Cecilia Bello Minciacchi, per fare nomi, leggi un bel brano di critica letteraria, arrivi a sapere di cosa parla il libro trattato, ne hai tracce testuali abbondanti, e raccogli grazie a lei tutti gli elementi per sapere se trovarti (o meno) in sintonia con la lettura, se – cioè – acquistare l’opera in libreria. È la critica letteraria che funziona, questa, penso. Non ne individuo moltissima in giro; ma, ripeto, forse sono io che giro poco, o sono fissato e ho poca dimestichezza con varie pagine di vari quotidiani.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>4) </strong><strong>Ti sembra che la maggior parte delle case editrici italiane facciano un buon lavoro in rapporto alla ricerca di nuovi autori di buon livello e alla promozione a lungo termine di autori e testi di qualità (prosa e/o poesia)?</strong></p>
<p>Oddio, se ci penso, no. Direi di no. Altrimenti vedrei altri libri nello scaffale di Feltrinelli, cioè delle librerie generaliste. Se vedo i libri che vedo, le case editrici, soprattutto le maggiori, devono evidentemente fare un lavoro orribile e deludente. (Rispecchierà forse una fase storica? di una società precisa? magari italiana? dev&#8217;essere, anche questa, una deformazione dello sguardo).</p>
<p>Quello di molti editori sarà dunque un lavoro quasi sempre al ribasso? Addirittura. Probabile. Impressioni: vado per impressioni; mi rendo conto che sono un brontolone, con queste risposte. Non ci posso fare niente.</p>
<p>Ma… Vero è che ci sono belle eccezioni. Editori che scovano e scavano gioielli mica piccoli. Ma incappano nelle strettoie del sistema distributivo. Ergo, non arrivano in scaffale. Pensiamo a tutta la collana fuoriformato (Le Lettere). Ha autori della madonna (ovviamente escluso me), tipo Villa, Magrelli, Costa, Rosselli (2 addirittura!), Reta, Di Ruscio, Vicinelli, eccetera. Si vede negli scaffali? Non facilmente, non sempre. Troppo poco. Idem dico per la collana Arno, di Lavieri. Così è.</p>
<p>Ma quello distributivo è un altro problema ancora. (Forse “il” problema).</p>
<p>Addendum, a parziale smentita di quanto detto: se si visita <a href="http://www.isbf.it/">www.isbf.it</a> si trovano testi non di <em>buon</em> ma di <em>ottimo</em> livello. Stampati da editori che non sono sempre (o soltanto) majors. (E anche le majors, stando agli elenchi di Dedalus/Pordenonelegge, non sono quei dromomani sforna-bestsellers fissati che dipingo di solito).</p>
<p>(Ah, in questi giorni, proprio per citare un piccolo editore di qualità, è uscita la prima traduzione italiana in volume delle poesie di Ernst Stadler: grazie all&#8217;editore Duepunti. Era dagli anni &#8217;80, quando lessi <em>Verità e poesia</em> di Michael Hamburger, che cercavo speravo senza successo che qualcuno traducesse e pubblicasse – per me digiuno di tedesco – i testi di Stadler. Magari adesso scoprirò che non mi piacciono più tanto: ma almeno posso leggerli..).</p>
<p><strong>5) </strong><strong>Credi che il web abbia mutato le modalità di diffusione e di fruizione della nostra letteratura (narrativa e/o poesia) contemporanea? E se sì, in che modo?</strong></p>
<p>Le conseguenze dell&#8217;arrivo della rete non sono ancora forse pienamente percettibili nel nostro paese. Come attivista (dromomane) della e nella rete, sono il peggior personaggio a cui rivolgere la domanda. Ma è pur vero che navigo assai meno in aree italofone rispetto alle anglofone.</p>
<p>Comunque. Direi che web gioiosamente permette a tanta poesia e nuova scrittura di diffondersi (a macchia virale). Indico sempre la ipertrofica (ma non più aggiornatissima,<em> </em>ammetto) pagina di link di gammm, per spiegare quel che intendo: <a href="http://gammm.org/index.php/links">http://gammm.org/index.php/links</a>. Ma si può visitare con goloso profitto anche la sidebar di <a href="http://weeimage.blogspot.com/">http://weeimage.blogspot.com</a>, per buttare uno sguardo a cosa succede nel mondo dei blog e delle riviste o pubblicazioni online (in quest’ultimo caso soprattutto per l’arte e la poesia visiva).</p>
<p>Il numero di riferimenti è, per certi aspetti, perfino disorientante.</p>
<p>Uhm… Mi rendo conto che in ogni caso la domanda diceva “<em>nostra</em> letteratura”. Certo: per l’Italia vale lo stesso discorso. La diffusione di tante opere, la possibilità di fruire per “bits”, pezzettini, anticipazioni, antologie, una quantità di testi, è dirimente non solo per spingere all’acquisto del libro di carta, o per far conoscere un autore altrimenti assente dagli scaffali, ma talvolta proprio per affrontare interamente e integralmente un testo <em>solo nella lettura “a video”</em>. (A cui molti oppongono resistenza, ok).</p>
<p>Poi quando il piano del Capitale punterà massicci investimenti (e mirino del fucile, considerando i profitti) sull’ebook, molte cose nella filiera del libro (molte più cose di adesso) cambieranno. Ma – logicamente – non possiamo con troppa facilità prevedere come.</p>
<p><strong>6) </strong><strong>Pensi che la letteratura, o alcune sue componenti, andrebbero sostenute in qualche modo, e in caso affermativo, in quali forme? </strong></p>
<p>Con festival? A scuola? Con corsi gratuiti? Ok: tutto. Tutto può/potrebbe funzionare.</p>
<p>E: la questione, assai spinosa, di (eventuali) finanziamenti alle case editrici, forse, è stata – almeno nell’area della saggistica – condotta a soluzione talvolta da alcune imprese più o meno legate all’università (istituzionalmente o occasionalmente). Pensiamo a convegni e (spesso) mostre. Si stanziano dei fondi, si paga una pubblicazione, si ripaga il costo di stampa del libro. L’editore è contento. Gli autori abbastanza. I lettori raramente. Essendo in sollucchero per l’incasso, l’editore non distribuisce in libreria. O non lo fa – diciamo – volentieri. Ci sono eccezioni. Così come, del resto, ci sono convegni autofinanziati dai convegnisti. Così come ci sono editori che, preso il finanziamento, spariscono nel nulla per anni. Così come, al contrario, altri editori prendono i finanziamenti, fanno il libro, e lo distribuiscono o fanno il possibile (anche in rete) per promuoverlo. Eccetera.</p>
<p>Insomma, è un casino. La situazione è complessa. Ma devo ammettere che – personalmente – non amo il finanziamento pubblico della letteratura. Anche se per certi casi (la poesia) sarebbe manna. Ma anche lottizzazione, clientela, e via mugugnando (sensatamente). Non ho una soluzione. È un rompicapo. Il gomitolo non si scioglie. Datemi la Bacchelli, che aspettate? Almeno Nazione Indiana apra una sottoscrizione, ehi.</p>
<p><strong>7) </strong><strong>Nella oggettiva e evidente crisi della nostra democrazia (pervasivo controllo politico sui media e sostanziale impunità giuridica di chi detiene il potere, crescenti xenofobia e razzismo &#8230;), che ha una risonanza sempre maggiore all&#8217;estero, ti sembra che gli scrittori italiani abbiano modo di dire la loro, o abbiano comunque un qualche peso?</strong></p>
<p>Tranne casi citati ed evidenti come quello di Saviano, incisivo/inaggirabile, e dunque oltre la conseguente accelerazione del volano della visibilità della sua (sacrosanta) denuncia, penso di no. In <a href="http://slowforward.wordpress.com/2010/03/30/la-domanda-e-la-domanda-sarebbe/">questo post</a> ho messo giù qualche (sconfortato) appunto. Non mi pare si possa coniugare “peso” (incisitività, echi) e “scrittore”. Quante volte Tabucchi ha lanciato a molti politici critiche fortissime – quanto assolutamente inutili? “Ed è Tabucchi!” (esclamiamo in coro nel nostro baretto).</p>
<p>Beh. A volte mi sembra che a dover esser rifondato non sia un comunismo, o un anarchismo, ma l’alfabeto della convivenza. Nel paese “passano” cose (delle leggi, delle prassi, dei comportamenti: dalla coda alle casse, agli sgambetti tra amici, alle piratate delle auto) che sono illogiche, delle robe lesive e suicide prima ancora che negatrici di bon ton oppure evitabili in virtù di una qualche pregressa azione civile, politica, culturale, o che so io. Il mondo <em>out of joint</em>, sgangherato, mi pare sommamente delibabile &amp; esemplato nella tramontana forte da <em>finis Italiae</em> che da quasi vent’anni soffia in crescendo.</p>
<p><strong>8) </strong><strong>Nella suddetta evidente crisi della nostra democrazia, ti sembra che gli scrittori abbiano delle responsabilità, vale a dire che avrebbero potuto o potrebbero esporsi maggiormente e in quali forme?</strong></p>
<p>Un’esposizione priva di Spettacolo non passa, di solito (o, qui e ora, non passa <em>incidendo</em>), se appunto è “dello Spettacolo” la nostra società.</p>
<p>E però, ciò detto, aggiungo:</p>
<p>Con altri autori ho dato, personalmente, vita a una forma di protesta chiamata “Sciopero dell&#8217;autore”. Molto criticata anche da amici fortemente schierati in politica. Tante e tali sono state le critiche, che ho iniziato non solo e non più a ritenere ma proprio a convincermi che quello sciopero fosse sensato. (Cioè che non fosse impeccabile, ok, né sempre praticabile, né “risolutivo”, certo; ma sensato sì).</p>
<p>Ma non è sensato, sottolineo, se non gli si affianca una parallela prassi di militanza, auto-organizzazione, attività politica-politica anche al di fuori della letteratura, eccetera. (Questa è una esplicita autocritica: mancando io ora, per ragioni varie, di moltissime attività simili).</p>
<p>E ancora, in particolare, penso anche che se una parte consistente dell’attuale dirigenza <em>di sinistra</em> non sgomma via di gran carriera dalla scena, sarà dura trovare interlocutori. (Anche – ma non solo – per chi si occupa di testi).</p>
<p>Detto ciò, ho ben chiaro che oltre al “Signor B.”, c’è un contesto ossia un nemico maggiore e non scalfibile. Ampio, storicamente presente come non mai, parlante/legiferante. Come detto sopra, è lo Spettacolo, di cui s’è scritto abbondantemente circa mezzo secolo fa. E che continua a essere l’amnio del commercio globale, dell’indistinzione delle merci, della vendita e ormai svendita dei corpi, della condanna – insomma – non solo e non tanto delle visioni rivoluzionarie, ma anche delle più modeste realtà riformiste.</p>
<p>Quella di troppi sarà generosità inutile. Se sei inquadrato (nella doppia accezione del termine), duri il tempo dell’inquadratura. (Dell’inquadramento). (E sempre “come immagine”, nell&#8217;efficacia discorsiva; e “come corpo”, nelle mazzate ricevute).</p>
<p><strong>9) </strong><strong>Reputi che ci sia una separazione tra mondo della cultura e mondo politico e, in caso affermativo, pensi che abbia dei precisi effetti?</strong></p>
<p><em>C&#8217;è</em> una separazione (e dunque ci sono <em>effetti</em>, che leggiamo nelle prassi sopra elencate), sì. Penso ci sia. C&#8217;è o la percepisco nettissima nel momento in cui constato l&#8217;abissale ignoranza, in termini di cultura (anche) letteraria del nostro contesto politico.</p>
<p>Io lavoro da circa dieci anni in una libreria che tratta volumi fuori catalogo. Il posto è non lontano da uno dei due rami del Parlamento, e dai relativi cinguettii. I politici – a prescindere dal loro colore – e fatte salve poche eccezioni (<em>bipartisan</em>, si direbbe) svolazzano e passano e passeggiano e cazzeggiano davanti alla vetrina gettando un&#8217;occhiata dentro come se guardassero – da una distanza infinita – l&#8217;interno di un cimitero delle auto.</p>
<p>D&#8217;altro canto, avendo loro contribuito potentemente allo sfasciarsi del tessuto culturale del paese (televisioni commerciali, Rai lottizzata rincretinita, università a pezzi, scuole alla frutta, ricerca ammutolita, eccetera), è logico che guardino i libri come si guardano delle carcasse. Dal mio punto di vista posso dire che i morti non riconoscono i vivi; dal loro punto di vista, il morto sono io.</p>
<p><strong>10) </strong><strong>Ti sembra opportuno che uno scrittore con convincimenti democratici collabori alle pagine culturali di quotidiani quali “Libero” e il Giornale, caratterizzati da stili giornalistici non consoni a un paese democratico (marcata faziosità dell&#8217;informazione, servilismo nei confronti di chi detiene il potere, prese di posizione xenofobe, razziste e omofobe &#8230;), e che appoggiano apertamente politiche che portano a un oggettivo deterioramento della democrazia?</strong></p>
<p>Uno scrittore che abbia non solo uno straccio di idea di democrazia, ma che semplicemente covi minimo 2 neuroncelli sapidi tra cui scocca scintilla, non ha modo di toccare “Libero” o “Il Giornale” nemmeno in edicola. Scottano, tanto sono faziosi e volgari. Scrivere sulle loro pagine, oggi, per me equivale a scrivere su “La difesa della Razza” nel 1938.</p>
<p>Hai voglia, dopo il &#8217;45, a dire “ma io mica ero razzista, scrivevo ricette di cucina e recensioni di ikebana”. Sei uno che ha scritto su “La difesa della Razza”. Punto.</p>
<p>(E ci hanno scritto in tantissimi: l&#8217;indice dei nomi fa vomitare).</p>
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		<title>La responsabilità dell&#8217;autore: Ginevra Bompiani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Apr 2010 08:00:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[crisi della democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[editoria]]></category>
		<category><![CDATA[ginevra bompiani]]></category>
		<category><![CDATA[la responsabilità dell'autore]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
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					<description><![CDATA[[Dopo gli interventi di Helena Janeczek e Andrea Inglese, abbiamo pensato di mettere a punto un questionario composto di 10 domande, e di mandarlo a un certo numero di autori, critici e addetti al mestiere. Dopo Erri De Luca, Luigi Bernardi, Michela Murgia, Giulio Mozzi, Emanule Trevi, Ferruccio Parazzoli, Claudio Piersanti, Franco Cordelli, Gherardo Bortolotti, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/bompiani.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/bompiani-300x202.jpg" alt="" title="bompiani" width="300" height="202" class="aligncenter size-medium wp-image-33527" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/bompiani-300x202.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/bompiani.jpg 550w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>[Dopo gli interventi di <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/01/20/pubblicare-per-berlusconi/">Helena Janeczek</a> e <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/01/26/su-letteratura-e-politica-la-penso-proprio-come-george-orwell-e-danilo-kis/">Andrea Inglese</a>, abbiamo pensato di mettere a punto un questionario composto di 10 domande, e di mandarlo a un certo numero di autori, critici e addetti al mestiere. Dopo <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/02/17/il-calzolaio/">Erri De Luca</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/02/19/la-responsabilita-dell%E2%80%99autore-luigi-bernardi/">Luigi Bernardi</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/02/22/la-responsabilita-dell%E2%80%99autore-michela-murgia/">Michela Murgia</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/02/27/la-responsabilita-dellautore-giulio-mozzi/">Giulio Mozzi</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/02/la-responsabilita-dellautore-emanuele-trevi/">Emanule Trevi</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/06/la-responsabilita-dellautore-perazzoli/">Ferruccio Parazzoli</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/09/la-responsabilita-dellautore-claudio-piersanti/">Claudio Piersanti</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/14/la-responsabilita-dellautore-franco-cordelli/">Franco Cordelli</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/16/la-responsabilita-dellautore/">Gherardo Bortolotti,</a> <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/20/la-responsabilita-dellautore-dario-voltolini/">Dario Voltolini</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/23/la-responsabilita-dellautore-tommaso-pincio/">Tommaso Pincio</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/26/32231/">Alberto Abruzzese</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/03/30/la-responsabilita-dellautore-nicola-lagioia/">Nicola Lagioia</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/04/06/la-responsabilita-dellautore-christian-raimo/">Christian Raimo</a>, <a href="http://http//www.nazioneindiana.com/2010/04/10/la-responsabilita-dellautore-gianni-celati/">Gianni Celati</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/04/13/la-responsabilita-dellautore-marcello-fois/">Marcello Fois</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/04/17/la-responsabilita-dellautore-laura-pugno/">Laura Pugno</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/04/21/la-responsabilita-dellautore-biagio-cepollaro/">Biagio Cepollaro</a>, ecco le risposte di Ginevra Bompiani.]</p>
<p><strong>1. Come giudichi in generale, come speditivo apprezzamento di massima, lo stato della nostra letteratura contemporanea (narrativa e/o poesia)? Concordi con quei critici, che denunciano la totale mancanza di vitalità del romanzo e della poesia nell’Italia contemporanea?</strong></p>
<p>Forse c’è più vitalità che qualità. E’ come una bottiglia di vino strapazzata, bisogna tenerla ferma e che il fondo si depositi per capire com’è il vino..</p>
<p><strong>2. Ti sembra che la tendenza verso un&#8217;industrializzazione crescente dell&#8217;editoria freni in qualche modo l&#8217;apparizione di opere di qualità?</strong></p>
<p>No, la affoga<span id="more-33150"></span></p>
<p><strong>3. Ti sembra che le pagine culturali dei quotidiani e dei settimanali rispecchino in modo soddisfacente lo stato della nostra letteratura (prosa e poesia), e quali critiche faresti?</strong></p>
<p>La rispecchiano, e questa è una critica.</p>
<p><strong>4. Ti sembra che la maggior parte delle case editrici italiane facciano un buon lavoro in rapporto alla ricerca di nuovi autori di buon livello e alla promozione a lungo termine di autori e testi di qualità (prosa e/o poesia)?</strong></p>
<p>Dato che la maggior parte delle case editrici sono piccole o medie, e cioè proprio quelle che lavorano con accanimento e passione, sì, mi pare che facciano un buon lavoro. Il migliore possibile, date le condizioni.</p>
<p><strong>5. Credi che il web abbia mutato le modalità di diffusione e di fruizione della nostra letteratura (narrativa e/o poesia) contemporanea? E se sì, in che modo?</strong></p>
<p>In tanti modi che non si possono nemmeno numerare (almeno, io non posso). Credo che cambierà la letteratura e in parte l’abbia già cambiata. Non solo verso la facilità, ma verso l’oscuramento dell’autore. Insomma, verso la democrazia. Che fra i suoi pregi, non ha la qualità.</p>
<p><strong>6. Pensi che la letteratura, o alcune sue componenti, andrebbero sostenute in qualche modo, e in caso affermativo, in quali forme?</strong></p>
<p>Sono già sostenutissime da festival, fiere, premi… Anche troppo. E’ un placebo. Se si vuole davvero sostenere la cultura, la prima misura da fare è cambiare il governo e la classe politica. Puttane e puttanieri frequentano da sempre la cultura, ma non le giovano.</p>
<p><strong>7. Nella oggettiva e evidente crisi della nostra democrazia (pervasivo controllo politico sui media e sostanziale impunità giuridica di chi detiene il potere, crescenti xenofobia e razzismo &#8230;), che ha una risonanza sempre maggiore all&#8217;estero, ti sembra che gli scrittori italiani abbiano modo di dire la loro, o abbiano comunque un qualche peso?</strong></p>
<p>Penso che avrebbero modo, ma non la passione necessaria. O la necessità appassionata. Infatti mi pare che non lo stiano facendo. E non me lo spiego. Penso che dovrebbero alzare una sola voce, che avesse tutti i loro accenti, e che si facesse sentire lontano, per dire al mondo: non siamo complici! E all’Europa: non siate complici!</p>
<p><strong>8. Nella suddetta evidente crisi della nostra democrazia, ti sembra che gli scrittori abbiano delle responsabilità, vale a dire che avrebbero potuto o potrebbero esporsi maggiormente e in quali forme?</strong></p>
<p>Ci lamentiamo che pochi si ribellarono al fascismo, eppure furono moltissimi in confronto a oggi. Non è mancanza di coraggio, ma di decoro.</p>
<p><strong>9. Reputi che ci sia una separazione tra mondo della cultura e mondo politico e, in caso affermativo, pensi che abbia dei precisi effetti?</strong></p>
<p>C’è sempre stata, in Italia almeno, da quando la sinistra ha cessato di essere una forza per diventare una debolezza.</p>
<p><strong>10. Ti sembra opportuno che uno scrittore con convincimenti democratici collabori alle pagine culturali di quotidiani quali “Libero” e &#8220;il Giornale&#8221;, caratterizzati da stili giornalistici non consoni a un paese democratico (marcata faziosità dell&#8217;informazione, servilismo nei confronti di chi detiene il potere, prese di posizione xenofobe, razziste e omofobe&#8230;), e che appoggiano apertamente politiche che portano a un oggettivo deterioramento della democrazia?</strong></p>
<p>Mi sembra sgraziato. Fra tutte le giustificazioni addotte comunque l’unica che riesco ad ascoltare è quella venale. Le altre (non mi cambiano una virgola..) sono stupide o ipocrite: non cambiano una virgola perché non gliene importa niente di quello che scrivono, ma solo di avere un nome cosiddetto di sinistra nella testata.</p>
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