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	<title>Paola Bonini &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Dell’ordine e del lasciarsi andare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Jun 2009 07:00:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[architettura]]></category>
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					<description><![CDATA[Una conversazione con Giuliana Bruno fatta in esclusiva per l&#8217;inclito pubblico di Nazione Indiana da Paola Bonini (che qui ringrazio assaissimo) Lo spazio delle immagini in movimento e il movimento del corpo fra le immagini, l&#8217;architettura come territorio psichico e la psiche come architettura che preserva la memoria. Il lavoro di Giuliana Bruno, docente di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img fetchpriority="high" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/06/rembrandt021.jpg" alt="rembrandt021" title="rembrandt021" width="454" height="267" class="alignnone size-full wp-image-18372" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/06/rembrandt021.jpg 454w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/06/rembrandt021-300x176.jpg 300w" sizes="(max-width: 454px) 100vw, 454px" /></p>
<p><em>Una conversazione con </em><a href="http://www.gsd.harvard.edu/cgi-bin/faculty/details.cgi?faculty_id=803"><strong>Giuliana Bruno</strong></a> <em>fatta in esclusiva per l&#8217;inclito pubblico di Nazione Indiana da </em><strong>Paola Bonini </strong><em>(che qui ringrazio assaissimo) </em></p>
<p>Lo spazio delle  immagini in movimento e il movimento del corpo fra le immagini, l&rsquo;architettura  come territorio psichico e la psiche come architettura che preserva la memoria.  Il lavoro di Giuliana Bruno, docente di <em>Visual and Environmental Studies</em> presso l&rsquo;Universit&agrave; di Harvard e pi&ugrave; recente ospite di <a href="http://www.meetthemediaguru.org/">Meet the Media  Guru</a>, &egrave; un viaggio che si compie per ibridazioni disciplinari, in  cerca di percorsi e linguaggi di confine &ndash; confini che la studiosa attraversa, trovando terre di nessuno, incroci di culture, luoghi che creano altri luoghi. Nella raccolta di saggi <em>Pubbliche intimit&agrave;: architettura e arti visive</em> (Bruno Mondadori, 2009) mette a confronto gli itinerari fisici e virtuali che  si intraprendono passeggiando per il museo, la citt&agrave;, il cinema &ndash; la memoria.  Lo fa con femminilit&agrave; perseverante: trasformando, anche nel pensiero, la  qualit&agrave; di ricettivit&agrave;, di penetrabilit&agrave; corporea, in potenziale di creazione &#8211;  ed <em>emozionandosi</em>, nell&rsquo;accezione etimologica di movimento e  psicofisiologica di reazione agli stimoli. <br />
    <span id="more-18354"></span><br />
<em>Lei paragona la  passeggiata museale all&rsquo;esperienza cinematografica: non c&rsquo;&egrave; alcuna differenza  fra un percorso immaginario e uno reale? </em><br />
  Certo che c&rsquo;&egrave;: non  volevo dimostrare che sono due percorsi identici, ma che sono stati considerati  troppo separati. La mia idea &egrave; che il percorso reale comunque ne contiene un  immaginario:&nbsp; l&rsquo;attraversamento di un  luogo fisico implica <em>anche</em> la maniera in cui quel luogo &egrave; stato gi&agrave;  visto e rappresentato. Ogni luogo, anche se non lo conosciamo, contiene dentro  di s&eacute; immagini che fanno parte del nostro bagaglio culturale e delle nostre  forme d&rsquo;immaginazione. Quando ci avviciniamo a un luogo reale lo facciamo anche  in maniera immaginaria, seguendo dei desideri, che a loro volta si basano su  forme di rappresentazione: la maniera in cui &egrave; stato raccontato, fotografato,  dipinto, ripreso. Viceversa, quando si parla di luoghi immaginari o virtuali &ndash;  innanzitutto il cinema, che ha rappresentato il primo attraversamento non  fisico di luoghi &ndash; secondo me non si &egrave; considerata abbastanza la dimensione  fisica. Alla teoria del cinema &egrave; mancata, insomma, la sensazione  dell&rsquo;attraversamento corporeo che si compie anche in maniera immaginaria; come  &egrave; mancato, a chi si occupa di architettura e di citt&agrave;, l&rsquo;idea di capire che non  basta guardare un edificio come fosse una rappresentazione piatta: bisogna  considerare il percorso fatto dal corpo della persona che lo attraversa  portando con s&eacute; un immaginario. La teoria classica, postsemiotica, del cinema &#8211;  e questo pu&ograve; essere esteso ai linguaggi virtuali &#8211; ha messo troppo l&rsquo;accento  sull&rsquo;occhio e non si &egrave; quasi mai occupata del corpo, della maniera in cui lo  spettatore esiste, e della dimensione fisica del suo sguardo. Quel che volevo dimostrare  &egrave; che anche lo sguardo tocca. Nelle sale cinematografiche c&rsquo;&egrave; una  partecipazione tra corpi, menti ed emozioni di persone che non si conoscono fra  loro, e che dentro questo strano silenzio in qualche maniera mettono in  discussione un percorso intimo, vissuto in pubblico.&nbsp;&nbsp;&nbsp; </p>
<p>  <em>Come  al museo&hellip;</em><br />
  Il  percorso museale non &egrave; equivalente a quello cinematografico, ma si tratta di  due fenomeni storicamente nati insieme, in quanto istituzioni del guardare. &Egrave;  una coincidenza, questa? Se lo &egrave;, &egrave; interessante: &egrave; il percorso fisico e  virtuale di uno spettatore nato con la modernit&agrave;, che ha imparato a viaggiare  pi&ugrave; velocemente, con l&rsquo;immaginazione e con il corpo &#8211; al cinema e con i mezzi  di trasporto. Quello spettatore &egrave; il nostro progenitore: la storia dell&rsquo;ultimo secolo  &egrave; segnata dal fatto che questi due percorsi sono affiorati insieme. E vanno  visti proprio in quanto percorsi&hellip; Chi si occupa di cinema spesso mi accusa di  aver avuto gi&agrave; in testa il digitale quando ho scritto queste cose: ed &egrave; vero,  ma &egrave; vero anche che io la vedo cos&igrave; storicamente. All&rsquo;inizio del secolo si <em>entrava</em> in un un teatrino prefilmico&nbsp; (NdA: gabinetti  delle curiosit&agrave;, cosmorami, diorami, ecc.) &ndash; e si guardava da uno spioncino per  esplorare degli altri luoghi. In origine il cinema non era un luogo chiuso, ma  aperto, metropolitano, da cui si entrava e si usciva come si entra e si esce  dalle gallerie d&rsquo;arte. </p>
<p>  <em>Come  cambia il rapporto con lo spazio filmico ora che la sua fruizione avviene  sempre meno al cinema e sempre pi&ugrave; attraverso la televisione?</em><br />
  La  televisione &egrave; una dimensione completamente diversa: &egrave; pi&ugrave; domestica, non la si  porta con s&eacute; come si pu&ograve; fare, per esempio, con un lettore DVD. Mi ha sempre  dato un po&rsquo; noia, perch&eacute; &egrave; una specie di mobile, sta ferma&hellip;</p>
<p>  <em>Anche  lo schermo del cinema sta fermo&#8230;</em><br />
  Ma  ti muovi tu. Esci dal tuo domestico, dal tuo quotidiano: &egrave; una dimensione di  pubblica intimit&agrave; e non di intimit&agrave; domestica. La televisione ha fatto entrare  il pubblico in casa, e questa pu&ograve; essere una gran cosa, ma non ha la dimensione  di mobilit&agrave; del mezzo, che ti trasporta e ti lascia trasportare, ti tira fuori  dal privato e ti mette in relazione di socialit&agrave;. Il pubblico, al cinema, va  reinterpretato in quanto spettatore e in quanto sfera pubblica e di  condivisione delle cose. In questo senso il momento di trasformazione &egrave;  interessantissimo. Molti parlano della morte del cinema, ma a differenza di  altri io credo che morendo le cose diventano pi&ugrave; interessanti: il cinema &egrave; come  una mummia, e preserva i documenti e le tracce di una storia in un momento di  trasformazione&hellip; Un momento &egrave; difficile, ma pieno di potenzialit&agrave;. </p>
<p>  <em>Parliamo  dell&rsquo;architettura del cinema, inteso come arte e struttura. </em><br />
  Trovo  che si sia sempre data poca importanza alla funzione dello spazio vero e  proprio &#8211; non tanto al formato del film, ma proprio all&rsquo;architettura del  cinema. Quando teorizziamo uno spettatore cinematografico che se ne sta l&igrave;,  assorto, senza distrarsi e muoversi, invisibile e senza corpo, abbiamo in mente  un modello architettonico di cinema in cui non c&rsquo;&egrave; altro. E questo &egrave; legato al  cinema come linguaggio dominante hollywoodiano; ma quando &egrave; nato, il cinema era  pi&ugrave; vicino a un negozio, c&rsquo;era una dimensione di movimento. I palazzi del  cinema degli anni Venti ospitavano migliaia di persone &#8211; lo spettatore, quindi,  si immergeva <em>in che cosa</em>? Era la stessa architettura a trasportare  altrove, non solo quello che si vedeva: quindi, come il formato, essa fa parte  del linguaggio e di come si &egrave; evoluto nel tempo. Ho provato a sedermi in ultima  fila, in uno di questi palazzi ancora esistenti: non si vedeva niente, era come  guardare lo schermo di un telefonino&hellip; L&rsquo;esperienza era diversa, ed era  atmosferica, come la definivano gli architetti: il film, in quanto oggetto  testo, era una parte molto relativa dell&rsquo;esperienza cinematografica. </p>
<p>  <em>L&rsquo;esperienza  del film e dell&rsquo;architettura divergono anche per arbitrariet&agrave;; il primo &egrave; un  percorso guidato. Ora che la fruizione &egrave; pi&ugrave; domestica e solitaria e il mezzo &ndash;  la tv &ndash; confonde le rappresentazioni&nbsp; &#8211;  film e telefilm iperrealistici, reality e cronaca iperspettacolarizzati &#8211;  l&rsquo;abitudine di farsi condurre appresa al cinema rende pi&ugrave; manipolabile lo spettatore?  Sto pensando alle immagini del World Trade Center&hellip;</em><br />
  Spero  proprio di no&hellip; Dipende da come &egrave; costruito il linguaggio. Mi sono immaginata e  mi immagino che essere guidati non debba necessariamente dire essere passivi,  condizionati. Anche le mappe per me non sono una dimensione che bisogna per  forza seguire: rappresentano un percorso che esiste e sul quale uno si pu&ograve;  muovere in maniera abbastanza indipendente. Nel montaggio cinematografico, come  diceva Ejzen&scaron;tejn, ci sono ellissi, spazi vuoti, transizioni, salti di spazio e  tempo&hellip; momenti che consentono di deviare.</p>
<p>  <em>Ma  &egrave; proprio la sua capacit&agrave; straordinaria di montaggio che non mi fa deviare&hellip; &Egrave;  il manuale dei sogni di propaganda e pubblicit&agrave;&hellip;</em><br />
  Ma  sono dimensioni di collegamento che devi fare tu &#8211; c&rsquo;&egrave; sempre una possibilit&agrave;  di guardare altrove. Puoi essere guidato in una certa direzione, ma la capacit&agrave;  associativa di mettere insieme i pezzi &egrave; tua. <br />
  Nella  campagna elettorale di Obama, per citare un esempio recente, tutto succedeva in  simultanea, e noi eravamo abituati a essere sempre presenti&hellip; a un certo punto  ho iniziato a percepirlo come un ologramma inutile. La rappresentazione finisce  per essere pi&ugrave; importante della realt&agrave;, certo &ndash; basta pensare al World Trade  Center; e questo &egrave; chiaramente figlio delle immagini del cinema. La nostra  memoria non &egrave; pi&ugrave; una madeleine proustiana, l&rsquo;immagine &egrave; divenuta importante  nel nostro legame con il ricordo personale e la storia. &Egrave; una cosa complessa,  che ha a che vedere con un ordine e con un lasciarsi andare, con un percorso e  con la capacit&agrave; di deviare. </p>
<p>  <em>E  ce l&rsquo;abbiamo, questa capacit&agrave; di deviare? Di leggere le immagini e sapercene  distanziare?</em><br />
  Non  sono pessimista, in questo senso. Va detto che sono cambiati gli stimoli, ed &egrave;  un discorso che mi interessa anche a livello cognitivo; trovo affascinante  cercare di capire quanto di tutto questo, quanta di questa memoria venga  ritenuta. Quanto ti passa dentro anche se pensi di non accorgertene, e quanto  il cervello stesso si adatti &ndash; perch&eacute; gradualmente ci siamo <em>adattati</em> a  una situazione che un secolo fa avrebbe potuto essere aberrante. Impazziremmo,  se dovessimo contemplare un computer e le sue cento finestre come si faceva un  tempo con un quadro. Si impara a capire su cosa concentrarsi e suo cosa no: se  si mantiene attiva la propria capacit&agrave; di relazione con il mondo non &egrave; detto  che si debba essere sommersi dalle immagini, si pu&ograve; trovare una maniera di  navigarle. Perch&eacute; c&rsquo;&egrave; poco da fare, non si pu&ograve; tornare indietro &#8211; tutto &egrave; gi&agrave;  cominciato con il cinema: le cose si ripetono, ed &egrave; come se la gente se ne  dimenticasse. Quando &egrave; nata la televisione si &egrave; detto che era morto il cinema;  e non &egrave; vero. Quando era nato il cinema, che era morto il libro. A livello  medico, un tempo, chi viaggiava in treno era soggetto a malattie psichiche.  Oggi il treno ci sembra rilassante&hellip; lo viviamo come dimensione contemplativa:  ma fino a qualche decennio fa la gente non era abituata a un linguaggio visivo  cos&igrave; veloce. Era come il cinema, 24 fotogrammi al secondo. Ci siamo sempre  dovuti adattare all&rsquo;incremento, non &egrave; iniziato ora il bombardamento di  immagini: ne sono responsabili principalmente il cinema e i mezzi di trasporto.  In questa prospettiva si capiscono delle dimensioni del quotidiano &#8211; la storia  per me &egrave; importante non a livello nostalgico, ma perch&eacute; &egrave; archeologia, esiste  nella maniera in cui il mezzo si sviluppa. Dimenticarsene vuol dire non capire  le potenzialit&agrave; di questo mezzo. La scommessa seria &egrave; continuare a essere  attivi. </p>
<p>  <em>La  memoria, storica o personale, per attivarsi ha bisogno di uno spazio? </em><br />
  Nella  filosofia, ma anche nell&rsquo;idea comune, la memoria &egrave; legata al tempo. A me  invece, siccome sono ossessionata dagli spazi in qualsiasi dimensione vengano  rappresentati, sembra che ci sia un rapporto &#8211; che &egrave; stato visto, studiato, ma  spesso dimenticato &#8211; dello spazio con la memoria. I luoghi stessi contengono le  storie: le raccontano, ne conservano le tracce, comunicano delle atmosfere. Le  sensazioni che abbiamo rispetto a un luogo sono una stratificazione della  maniera in cui esso &egrave; stato vissuto. Il rapporto con il luogo &egrave; intimo, ma  anche molto pubblico: a me questo sembra fondamentale, in alcuni percorsi di  pensiero in particolare. Il modo in cui la rappresentazione delle memoria &egrave;  emersa nella storia della filosofia &egrave; legata al poeta Simonide. A un pranzo cui  &egrave; invitato cade il soffitto e tutti muoiono, tranne lui; gli viene chiesto di  identificare i corpi, e avendo una memoria spaziale, lui si ricorda non le  persone, ma dove stavano sedute. L&rsquo;arte della memoria, che poi Cicerone e Quintiliano  hanno elaborato, informando tutta la retorica, &egrave; nata sulla base di questo  aneddoto. Non solo il modo in cui ricordiamo, quindi, ma anche il modo in cui  ci rappresentiamo a livello di articolazione di pensiero &egrave; legato allo spazio.  Quintiliano sostiene che quando ci si deve ricordare qualcosa si immagina un  luogo, che pu&ograve; essere una stanza, un edificio, o addirittura una citt&agrave; &ndash; non &egrave;  bellissimo? E per ricordare bisogna muoversi in questo spazio, investire delle  energie, fare un percorso. La memoria non &egrave; un dato, ma attiva l&rsquo;immaginazione  e l&rsquo;immaginario dello spazio. E viceversa: perch&eacute; diventa anche una maniera di  conoscere i luoghi, di capire come attraversarli nei loro sostrati di storia. </p>
<p>  <em>Certi  luoghi sono deputati al ricordo: penso al cimitero.</em><br />
  In  un breve saggio di Michel Foucault &#8211; che di spazio si &egrave; occupato poco, lui  vedeva le cose in maniera molto pi&ugrave; disciplinare e disciplinata di quanto a me  a questo punto piaccia &ndash; si parla del cimitero come di un giardino, o come di  un cinema: un luogo di strati, dove si raccolgono cose e memorie, che vanno  comunque attivate e riattivate. Sono deputati a questo, vi si viene attratti  per questo motivo: c&rsquo;&egrave; un rituale, ma non &egrave; passivo. Sono stata a lungo  contraria al rituale, ma ora ho capito che ha una sua funzione. Ti mette in  condizione di dover riattivare qualcosa, e tenerlo dentro. </p>
<p>  <em>Anche  il libro &egrave; uno spazio? </em><br />
  Certo!  La mia idea di spazio non ha a che vedere solo con l&rsquo;architettura. In italiano  esiste una parola bellissima: spaziare, che indica la capacit&agrave; di fare  attraversamenti, di allargare e di collegare, di compiere un percorso di  associazione. Letteratura e libri sono fra le cose che da questo punto di vista  hanno fatto di pi&ugrave;. Col libro, inoltre, c&rsquo;&egrave; un rapporto fisico: &egrave; stato il  primo oggetto contenente un&rsquo;architettura di memoria trasportabile, al quale si  pu&ograve; tornare in momenti diversi, e leggendo fa ricordare e vedere delle cose che  non si vedevano prima. Per me &egrave; importante che i libri stessi siano degli  oggetti di design, che venga voglia di toccarli: non &egrave; solo una questione di  sguardo, ma anche di tatto. Le librerie, infine, il modo in cui i volumi sono  associati, sono un museo personale, lo specchio del percorso delle persone e  del loro modo di organizzare il pensiero&hellip;</p>
<p>  <em>L&rsquo;ultimo  spazio di cui si occupa nel libro &egrave; il corpo. Oggi le immagini in movimento ci  restituiscono, soprattutto nel formato televisivo delle narrazioni mediche e  investigative, un&rsquo;ossessione di corpi morti, malati e dissezionati: al di l&agrave;  del loro statuto di esorcismo visivo, cosa ci dice questo? </em><br />
  Il  corpo &egrave; stato sempre compreso nel discorso della rappresentazione. Il tracciato  che ho voluto ripercorrere studiando la corporeit&agrave; dell&rsquo;immagine vuole che il  primo cinema sia stato, forse, la <em>Lezione di anatomia</em> di Rembrandt. Per  la prima volta c&rsquo;era una forma spettatoriale, delle persone che guardavano un  corpo, e dall&rsquo;altra parte c&rsquo;era il corpo dello spettatore che guardava chi  guardava: un insieme di sguardi che circolava attraverso un oggetto corpo,  inquietante, ma di scoperta. Un&rsquo;altra cosa curiosa &egrave; che una delle prime sale  cinematografiche a Napoli &egrave; nata al posto di un teatro anatomico: la disciplina  alta dei grandi dottori &egrave; diventata un teatro popolare, dove la gente andava a  vedere un cadavere che veniva scomposto. Ma un bel giorno non ha pi&ugrave;  funzionato, e cos&rsquo;hanno fatto? Ci hanno messo un cinema. Ma come gli &egrave; venuto  in mente? Gli &egrave; venuto in mente perch&eacute; in fondo fa la stessa cosa&#8230; </p>
<p>  <em>La  morte al lavoro&hellip;</em><br />
  Gi&agrave;.  E poi pensiamo a chi, alle origini del cinema, vedendo un volto in primo piano  pensava fosse una testa  mozzata &#8211; cosa che per certi versi era. In questo immaginario, voglio dire, la  relazione fra l&rsquo;alto e il basso c&rsquo;&egrave; sempre stata. Quel che cambia &egrave; il rifiuto  del confronto con qualcosa che sembra si voglia e si possa mettere da parte:  nel nostro mondo contemporaneo si pu&ograve; fare anche finta di non invecchiare,  figuriamoci se si accetta la morte. La dimensione sociale, l&rsquo;attrazione diffusa  per questo immaginario macabro, ci dice che questo rapporto non &egrave; risolto, e  non &egrave; risolvibile in altri modi. Abbiamo parlato di rituale: che cosa ci siamo  inventati in questo mondo moderno per sostituirne la funzione e digerire &ndash;  perch&eacute; &egrave; una questione di digestione &ndash; la morte? La ripetizione delle immagini  che la rappresentano&hellip; e anche Freud insegna che la ripetizione &egrave; una maniera  per superare il trauma. Non abbiamo pi&ugrave; un&rsquo;articolazione di linguaggi sociali  di pubbliche intimit&agrave;, che ci permetterebbero nel pubblico e nel privato di  condividere questo momento, di attraversarlo e di digerirlo; e la televisione,  i mezzi di comunicazione lo hanno capito &#8211; oppure no, ma comunque funzionano da  sintomo. Certo non risolve, se vedo un cadavere all&rsquo;obitorio in televisione, ma  &egrave; una ricerca, che tende alla possibilit&agrave; di entrare in un percorso di  identificazione e di partecipazione di intimit&agrave; pubblica che ci permetta di  ragionare sul decadimento fisico, sulla scomposizione e sulla morte. </p>
<p>NdA.  <em>L&rsquo;ho detto che Giuliana Bruno sorride parecchio, anche con gli occhi, e ha uno  dei sorrisi con gli occhi pi&ugrave; luminosi che si siano mai visti?</em> </p>
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