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	<title>paolo mossetti &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Paura di volare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 07 Mar 2015 06:20:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[American Sniper]]></category>
		<category><![CDATA[Eastwood]]></category>
		<category><![CDATA[Miyazaki]]></category>
		<category><![CDATA[paolo mossetti]]></category>
		<category><![CDATA[Si alza il vento]]></category>
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					<description><![CDATA[Il proprio dovere: disciplina del lavoro in Miyazaki e Eastwood di Paolo Mossetti I protagonisti di due film usciti negli ultimi anni, premiati entrambi da grande successo di pubblico e &#8211; seppur in diverso modo – di critica, ci offrono chiavi di lettura molto peculiari sul rapporto tra disciplina interiore, morale individuale e cultura del [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/Si-alza-il-vento.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft  wp-image-51550" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/Si-alza-il-vento.jpg" alt="Si-alza-il-vento" width="459" height="258" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/Si-alza-il-vento.jpg 1344w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/Si-alza-il-vento-300x169.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/Si-alza-il-vento-1024x576.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/Si-alza-il-vento-900x506.jpg 900w" sizes="(max-width: 459px) 100vw, 459px" /></a><strong>Il proprio dovere: disciplina del lavoro in Miyazaki e Eastwood</strong></p>
<p style="text-align: justify;">di</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Paolo Mossetti</strong></p>
<p style="text-align: justify;">I protagonisti di due film usciti negli ultimi anni, premiati entrambi da grande successo di pubblico e &#8211; seppur in diverso modo – di critica, ci offrono chiavi di lettura molto peculiari sul rapporto tra disciplina interiore, morale individuale e cultura del lavoro.</p>
<p style="text-align: justify;">[<em>Attenzione: contiene spoiler</em>]</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Si alza il vento</em>, diretto da Hiyao Miyazaki nel 2013, è la biografia romanzata del Jiro Horikoshi, l’ingegnere che negli anni Trenta disegna il caccia Mitsubishi “Zero”, punta di diamante dell’aviazione nipponica durante il secondo conflitto mondiale. È il percorso formativo di un ragazzo di campagna che diventa genio senza mai perdere la sua pudica umanità. Jiro sogna di diventare pilota, ma la miopia glielo impedisce. Apparendogli in sonno, il conte inventore Giovanni Battista Caproni (un italiano che è esistito davvero, tra la fine dell’Ottocento e prima metà del Novecento) lo persuade a costruire aerei piuttosto che guidarli. E lui così fa: studia, si impegna, si laurea, viene ammesso in un importante studio di ingegneria. Conquista la fiducia dei suoi capi. Trova, per caso, l’amore.</p>
<p style="text-align: justify;">Miyazaki sceglie di raccontarci la vita del protagonista soffermandosi sulle minuzie: gli strumenti di lavoro, le cicche di sigaretta spente durante lunghe nottate di lavoro, gli scorci di pianura del Giappone centrale intravisti dai vagoni popolari su cui spesso viaggia Jiro, il rumore della matita quando si posa sulle tavole. È difficile ricordare qualche dialogo degno di nota: le persone interagiscono, parlano tra loro, ma sempre con una certa riluttanza. In una scena memorabile, quando la città di Kanto viene devastata da un terremoto, Miyazaki fa muovere le masse investite dalla catastrofe in un silenzio surreale.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche il contesto storico non sembra sovrastare più di tanto la trama. Jiro si trova a vivere un momento cruciale per il suo Paese – è consapevole di produrre macchine che un giorno potrebbero diventare di morte &#8211; ma il suo antimilitarismo è solo lievemente accennato, la sua estraneità all’ambiente si percepisce da ciò che non dice più che dalle parole che pronuncia.</p>
<p style="text-align: justify;">È facile riconoscere in <em>American </em><strong>Sniper</strong>, il campione di incassi questo inverno, diretto da Clint Eastwood<em>, </em>il motivo di tante controversie politiche: il film si basa sull’autobiografia del cecchino più letale della guerra in Iraq, con almeno 160 cadaveri sulla coscienza. Il contesto in cui cresce Chris Kyle, il protagonista, è quello piatto della provincia americana: lui va a caccia col padre, che divide l’umanità tra “pecore”, “lupi” e “cani da guardia”. Un giorno assiste in tv agli attentati dell’11 settembre, sogna di vendicarsi, viene tradito dalla sua ragazza durante un rodeo e decide di arruolarsi. In <em>Si alza il vento </em>i toni sono più lievi, distanti dalla brutalità dell’epoca in cui si svolge la trama. La vita di Jiro sembra seguire un percorso estremamente elegante, quasi fastidioso nella sua perfezione professionale: si intravede quasi la figura dell’ “eroe” distaccato, virtuoso e nobile di cui parlava il gesuita <a href="http://www.google.com/search?tbo=p&amp;tbm=bks&amp;q=inauthor:%22Baltasar+Graci%C3%A1n+y+Morales%22">‪Baltasar Gracián</a>‪ tre secoli fa. Non c’è stakanovismo nella sua ricerca ma una dedizione costante, senza lampi di follia o paranoia. Horikoshi è soltanto “Jiro”, il ragazzino timido che diventa uomo, mentre Kyle è il grilletto che spara dall’inizio alla fine, che si arruola volontario in una guerra d’invasione non dichiarata e illegittima.</p>
<p style="text-align: justify;">È facile, da “sinistra”, schierarsi contro il grande pubblico americano, plaudente e patriottico, e odiare Kyle. Richiede invece uno sforzo molto più raffinato trovare immorale il protagonista di Miyazaki. Eppure il film, e soprattutto il suo soggetto, ha avuto non pochi detrattori: in molti nei circoli pacifisti e <em>radical</em> giapponesi si sono chiesti perché un autore di stampo notoriamente umanista come Miyazaki abbia scelto di raccontare, con evidente affetto, un complice della macchina di guerra, un costruttore di aerei. Può la “nobiltà&#8221; di Jiro, paragonata alla rozzezza bovina di Kyle e alla ferocia che guidava il suo <em>ingaggio</em>, rendercelo più simpatico, nonostante i suoi aeroplani sono stati costruiti, come sappiamo dalle testimonianze storiche, da migliaia di prigionieri di guerra cinesi e coreani?</p>
<p style="text-align: justify;">Il lavoro è diventato nella nostra epoca l’unica religione tollerata dalla classe media impoverita, venute a mancare le ideologie novecentesche e visti con sospetto i predicatori di qualunque sagrestia, tranne quella che esalta il valore della competizione e dell’etica “da ufficio”. Quando Ulrich Beck 25 anni fa parlava di “soluzioni individuali a contraddizioni sistemiche”, sembrava riferirsi con un quarto di secolo d’anticipo agli venti-trentenni lasciati soli con le loro ansie di fronte alle ingiustizie del mondo, alle quali non sembra esserci alcuna soluzione che la carità dei Vip, la solidarietà “online”, il ricorso a formule <em>inspirational</em> &#8211; come direbbero in America &#8211; che si possono riassumere tutte con un “fa il tuo dovere, sii buono, e verrà il tuo turno”.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure è difficile non restare affascinati &#8211; specie se si è abituati a ondeggiare tra la disperazione della marginalità e il conformismo dello stare al “centro” &#8211; da chi riesce a farsi rispettare dal “sistema” pur non sentendosi interamente parte di esso. Kyle è un lupo solitario, un tormentato, ed Eastwood sembra indugiare ambiguamente tra comprensione e sguardo inorridito, ma il film è piaciuto alle platee destrorse anche perché racconta la storia di un vincitore, almeno in campo lavorativo: il suo dovere Kyle lo faceva bene, i nemici dell’America, gli attentatori alla vita dei suoi commilitoni lui ne ammazzava a dozzine, e conta poco, in fondo, che la sua esistenza sia finita con un colpo sparato da un militare squinternato come lui, in un banale poligono di tiro. Anche Jiro è un vincente: dopo cinque anni di praticantato  riceve dai suoi superiori l’affidamento del progetto più importante, quello di disegnare il caccia che avrà il compito di supportare le truppe di terra durante una probabile invasione dell’Asia continentale. È difficile, pur disprezzando la logica della competizione e dell’obbedienza, rimanere indifferenti alle lusinghe professionali, ai complimenti del capo, alla soddisfazione per un primato. E dunque la domanda è se si può conciliare il “proprio dovere” &#8211; inteso come docilità nei confronti delle regole imposte da un’organizzazione – con una diversità radicale, con il “non accetto” di camusiana memoria.</p>
<p style="text-align: justify;">Un secolo fa, l’anarchico Nestor Makhno a tal proposito aveva idee ben precise: <a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/nestor_makhno_hope_by_marmontx-d36gwpz.jpg"><img decoding="async" class="alignright  wp-image-51551" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/nestor_makhno_hope_by_marmontx-d36gwpz.jpg" alt="nestor_makhno_hope_by_marmontx-d36gwpz" width="246" height="370" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/nestor_makhno_hope_by_marmontx-d36gwpz.jpg 565w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/nestor_makhno_hope_by_marmontx-d36gwpz-199x300.jpg 199w" sizes="(max-width: 246px) 100vw, 246px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><em>“Non posso restare indifferente allo stato di noncuranza e di negligenza che esiste attualmente nei nostri circoli. Un tale di stato di cose impedisce la formazione di quel collettivo al cospetto del quale tutti coloro che si sono aggrappati all&#8217;anarchismo senza capirlo in fondo […] sarebbero rappresentati sotto una luce diversa e verrebbero respinti per andare ad occupare un posto più adatto a loro. Ecco perché parlo di una organizzazione anarchica fondata sul principio della disciplina fraterna. [….] La responsabilità e la disciplina organizzativa non devono spaventare i rivoluzionari. Sono esse le compagne di strada della pratica dell&#8217;anarchismo sociale.&#8221;</em></p>
<p style="text-align: justify;">In qualche modo Makhno sembra parlare anche ai ribelli di oggi, squisitamente anarchici e non, per dirci: far quadrare i conti non vuol dire tradire i propri compagni, ma separare i guastatori dai persuasi; rispettare una responsabilità di gruppo non può che favorire la causa di quel gruppo.</p>
<p style="text-align: justify;">Se Jiro risulta ai più sensibili una figura digeribile e meritevole di identificazione rispetto a Kyle, non è solo perché egli proviene da un <em>background</em> più colto e aristocratico rispetto alla formazione anabolizzata del secondo. Né, tantomeno, per le opportune scelte narrative di Miyazaki, che hanno preferito le vicende sentimentali rispetto alla crudeltà della guerra. Il motivo è che se Kyle, in nome di un malinteso senso di cameratismo e dell’onore, si mette a disposizione del gruppo come un automa privo di qualunque compassione, Jiro non sembra aver perso lo sguardo umanista sul mondo &#8211; che è quello del suo autore.</p>
<p style="text-align: justify;">A metà film Jiro ritrova una ragazzina (Nahoko), dai tratti quasi angelici, che aveva incontrato di sfuggita diversi anni prima. Lei è il simbolo di una possibile salvezza in un limbo di ignavi su cui incombe il peggio, ma lui, come il Marcello de “La Dolce Vita”, perso nei suoi pensieri non la riconosce subito. A differenza di Marcello, però, che col tempo si era lasciato corrompere dal suo stesso cinismo scegliendo di sguazzare in mezzo allo sterco dei padroni, Jiro ha mantenuto una splendida pulizia interiore. Nei suoi tratti c’è il rigore progressista di un Enrico Fermi o di un Ettore Majorana; la sua vita è fatta di scompartimenti stagni ma il modo in cui riesce a bilanciare l’amore per la nuova compagna con la carriera non ha il sapore né del cinismo né dell&#8217;alienazione che si vedono nel mercenario di <em>American Sniper</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Jiro e Nahoko si corteggiano, si fidanzano senza clamore, si sposano in segreto. Il sesso arriva solo molto dopo. Lei, intanto, è già malata. Lui le dedica corpo e spirito senza perdere di vista gli obiettivi del lavoro, poiché il tempo stringe e c’è da completare un velivolo cruciale per l’esercito. La loro storia può sembrarci improbabile ma è dignitosa, brevissima e commovente. Jiro è consapevole che anche i sogni più spensierati non possono prescindere da una fortissima disciplina interiore: ciò che ahimè manca a molti “persuasi” tra noi, che troppo spesso confondono nichilismo con spontaneità, passioni tristi con ozio sacrosanto.</p>
<p style="text-align: justify;">Solo pochi film sanno essere davvero trascendenti, e lavorare sulla nostra coscienza e la nostra immaginazione come una sinfonia, una preghiera o un immenso panorama. La maggior parte di essi ci racconta di protagonisti con un obiettivo in testa, che viene poi raggiunto dopo difficoltà comiche oppure drammatiche. Quello che a detta di molti sarà l’ultimo cortometraggio di Miyazaki, il cui titolo si ispira ad una poesia di Paul Valèry &#8211; «Si alza il vento, dobbiamo vivere!» -, ripetuta spesso dal protagonista, non parla di una missione ma di una ricerca, di un bisogno. Come sapevano fare i film di Kubrick o, con mezzi più ingenui, una certa cinematografia italiana dei primi anni Novanta, per esempio Amelio, Faenza o Martone, e qualche solitario autore di oggi. Il suo è un lungo, lento, melanconico, dolce addio, permeato dal sentimento della morte, che ci fa rivalutare l’aristocrazia del distacco rispetto alla compulsione dell’obbedienza. E come una commovente pagina gramsciana, ci invita a credere alle capacità dell’Uomo, e al fatto che non siamo solo carne ma intelligenza.</p>
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		<title>Una Dubai sull’Hudson: viaggio nella New York ereditata da Bloomberg</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Nov 2013 13:18:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[Bill De Blasio]]></category>
		<category><![CDATA[immigrati]]></category>
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		<category><![CDATA[paolo mossetti]]></category>
		<category><![CDATA[sindaco di New York]]></category>
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					<description><![CDATA[di Paolo Mossetti Il candidato Democratico Bill De Blasio è il vincitore delle elezioni per la poltrona di sindaco di New York. Il suo trionfo è stato definito da quasi tutti i giornali come una landslide, una valanga. Se come diceva Camus “dare un nome sbagliato alle cose contribuisce all&#8217;infelicità del mondo”, questo vale in particolar modo per [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di<b> Paolo Mossetti</b></p>
<p>Il candidato Democratico Bill De Blasio è il vincitore delle elezioni per la poltrona di sindaco di New York. Il suo trionfo è stato definito da quasi tutti i giornali come una <i>landslide</i>, una valanga. Se come diceva Camus “dare un nome sbagliato alle cose contribuisce all&#8217;infelicità del mondo”, questo vale in particolar modo per New York, in cui ognuno vede e legge ciò che vuole e ciò che più gli conviene. In effetti il Repubblicano Lhota è rimasto staccato di oltre cinquanta punti percentuali. Ma in termini assoluti, considerando la totalità della popolazione newyorkese, De Blasio è stato eletto da una esigua, microscopica minoranza.<span id="more-46996"></span></p>
<p>Su circa otto milioni di residenti (senza contare gli studenti/lavoratori con il visto e gli immigrati irregolari) i <i>registered voters</i> sono poco più di 4 milioni e 300mila. Di questi, appena il 24 per cento si è recato alle urne &#8211; è il dato più basso di sempre. Il 73 per cento raggiunto da De Blasio, facendo due conti, corrisponde ad appena un newyorkese su dodici. Questo la dice lunga sulla retorica della “partecipazione democratica”, che nella grande Mela ha più l’aspetto di un suffragio ai tempi di Depretis.</p>
<p>La colpa ovviamente non è di De Blasio ma di una struttura sociale ed economica profondamente alterata negli ultimi venti-trent’anni. Con una classe lavoratrice spesso emarginata e senza tutele, con grandi comunità d’immigrati che non hanno diritto al voto, né il tempo né mezzi per imparare l’inglese e dedicarsi alla politica, con intere fette di città passate in una manciata d’anni dal degrado più assoluto ai mercatini bio senza la creazione di una vera classe media, New York è una città sempre più multietnica ma sempre più ingiusta. Può un sindaco votato da appena l’8% di una comunità rappresentare gli interessi dei più deboli, e non solo delle minoranze privilegiate?</p>
<p>Sarebbe ingenuo aspettarsi miracoli, non tanto per le chiare connessioni di De Blasio con l’Establishment – lui che pure ha una biografia sicuramente tra le più audaci tra i politici americani di storia recente, con viaggi di solidarietà tra i sandinisti in Nicaragua, una moglie attivista e poetessa, dei figli impegnati contro le disuguaglianze, etc. – quanto per la situazione che si troverà ad ereditare. La New York di Bloomberg ha tutte le sembianze di una vetrina super accessoriata a iper-sorvegliata, che piace così com’è ai clienti e sembra vendere bene. Un cambiamento radicale potrebbe minarne la credibilità. I giornalisti in questi dodici anni hanno quasi sempre applaudito l’imbonitore. Chi ha i soldi sembra gradire, i turisti pure.</p>
<p>La realtà è che nei suoi dodici anni di regno, Michael “Mike” Bloomberg ha visto la sua fortuna personale aumentare di sette volte, da 4,5 a 32 miliardi di dollari. Nel frattempo quelli che vivono in condizioni di povertà (fonte: New York Times) sono passati dall&#8217;11% del 2000 al 22% nel 2012. E’ povero un ragazzo su tre al di sotto dei 17 anni. Oltre la metà degli abitati spende il 30% o più del proprio reddito in affitto. I senzatetto sono oltre 50mila &#8211; il numero più grande dai tempi della Grande Depressione &#8211; ma Bloomberg sosteneva che i dormitori sono “molto più comodi” che in passato. Se Manhattan fosse una nazione indipendente, calcola Steve Wishnia, la sua disparità di reddito sarebbe a pari livello col Sud Africa e la Namibia.</p>
<p>Eppure Bloomberg ha sempre avuto una reputazione da “moderato”, anche presso la stampa progressista, e in alcuni circoli persino di “liberale”, per la sua attenzione alla lotta contro l’inquinamento e le malattie cardiovascolari, per il suo supporto per i matrimoni omosessuali, per la sua campagna contro le armi da fuoco.</p>
<p>Il sindaco multimiliardario possedeva senza dubbio una sua visione del mondo, con la quale ha cambiato forse per sempre il volto della città. Una città trasformata in marchio di lusso, in porto d’attracco per gli ultra-ricchi del mondo. Una vetrina per lo shopping e un paradiso per gli investitori stranieri: militarizzato, controllato e sopravvalutato in ogni centimetro quadro di spazio immobiliare. Una Dubai sull’Hudson, ma cautamente libertaria ed ecologicamente corretta. Un progetto condiviso, sull’altra sponda dell’Atlantico, dal sindaco Boris Johnson per Londra, anch’essa trasformata in un gigantesco parco giochi per chi ha soldi e uno zoo di animali in gabbia per tutti gli altri.</p>
<p>Coerente con questa visione, Bloomberg ha fatto costruire di decine di grattacieli in zone appena dieci anni fa considerate covo di delinquenti, come Williamsburg. Times Square, che nel 2001 era ancora territorio malfamato zeppo di sex shop e cinema porno, oggi è un orripilante circo di luci LED e paccottiglia turistica. <i>Gentrification</i>, una parola che nei circoli radicali è sinonimo di sgomberi forzati, inflazione alle stelle, “bianchi che aprono negozi di <i>cupcakes</i> nei quartieri dei neri” secondo la definizione di un comico locale, è per lo staff del sindaco e i proprietari di case che hanno resistito una benedizione calata dall’alto. La polizia è stata sparpagliata in ogni angolo di città, persino con squadre all’interno delle università, per intercettare e prevenire occupazioni e disordini per le strade dello shopping. Sarebbe sbagliato – per noi radicali – sottovalutare l’impatto della diminuzione del crimine nelle comunità più povere, molto spesso le prime vittime di rapine, stupri e violenza. Ma questa strategia ha comportato che quasi 700mila newyorkesi venissero fermati e perquisiti nell’ultimo anno (uno su dodici, percentuale con pochi pari al mondo), e che di questi l’85% fosse nero o latino. L’idea – come ha confessato durante una commissione d’inchiesta Eric Adams, un ex poliziotto, è quella di “instillare in loro la paura ogni volta che escono di casa, sapendo di poter essere presi di mira dalla polizia”.</p>
<p>La paura – condivisa dai ricchi WASP come da molta <i>working class </i>bianca cattolica e di mezza età – è quella di tornare ai terribili anni Ottanta del crack, del Bronx in fiamme e delle aggressioni in Central Park. Ma all’analisi di un sintomo non corrisponde quasi mai un medicinale corretto. Siccome il 20% dei crimini pare venga commesso da residenti di <i>house projects</i>, le case popolari dove vivono i meno abbienti, qualche mese fa Bloomberg propose di schedare e prendere le impronte digitali a tutti i loro inquilini.</p>
<p>Nel frattempo il sindaco ha dichiarato guerra a tutto ciò che faceva orrore allo sguardo dei benestanti: le bibite extra-large, pure sapendo che i più disgraziati mangerebbero altro se un chilo di frutta non costasse come due hamburger, e non passerebbero ore nei McDonald se ogni angolo di spazio pubblico non fosse trasformato in territorio commerciale; alle pistole – purché siano lasciate nelle mani frementi dei poliziotti e non dei poveracci. Nel frattempo ha conquistato le simpatie dei sinistrorsi con il suo supporto per gli artisti di strada, le piste ciclabili e il matrimonio gay.</p>
<p>La strategia vincente – adottata da tutte le destre più sagaci nel mondo – è sempre la stessa: ampliamento dei diritti civili e ambientali, da un lato, per ottenere il supporto della classe più ricca e colta, e dall’altro pugno di ferro contro i “deviati” e i “nemici esterni” che minano l’attuale assetto economico della società.  Alcuni lo chiamano <i>soft power</i>. Finora sembra funzionare.</p>
<p>Nella Dubai sull’Hudson resistono ancora spazi di opposizione. Spazi di autonomia e non conformismo nascosti tra le catene commerciali e le farmacie sempre più uguali in ogni angolo di città. C’è voluto l’uso della parola “terrorismo” per impedire una protesta dei veterani di guerra contro l’intervento in Iraq, nel 2003. E quando migliaia di persone scesero in piazza contro la convention repubblicana del 2004, la polizia dovette impacchettarle in cordoni di plastica e poi spingerle in garage trasformati in prigioni, per sedarle. Nel 2011, quando fu smantellato il campeggio abusivo di Occupy, la polizia ruppe la testa a parecchi testimoni, inclusa una consigliera comunale e diversi giornalisti, per impedire il ritorno dei manifestanti.</p>
<p>Ma sono casi isolati e minoritari. Il Brecht Forum vegeta grazie ad un affitto controllato, ma difficilmente è invaso da curiosi. Librerie radicali come Bluestockings sono ancora vivaci, ma non sembrano avere il pubblico d’una volta. La New York degli anni Settanta è meno influente oggi di quanto lo sia la generazione dei Settanta in città come Roma o Milano. Il Living Theatre ha chiuso e Judith Malina vive in un ospizio. Il dissenso non sembra più esprimersi nei teatri, nei libri e nelle università ma, per riuscire anche a sopravvivere al mercato, attraverso argute serie televisive, comedy show e i sacrali e innocuamente sagaci blog. Per chi ha un lavoro stabile, o abbastanza soldi per poter mantenere uno stile di vita bohémienne, New York rappresenta ancora un mirabile intreccio di lordume, genialità, creatività e inenarrabili sofferenze. Ogni angolo di strada sembra poter ancora raccontare un pezzetto di storia criminale o sentimentale. Ma la maggior parte dei suoi abitanti, specie i nuovi arrivati, è imprigionato in una gabbia di lavoro alienante ed esclusione.</p>
<p>Nessun luogo rappresenta meglio questa realtà della sorprendente High Line, nel West Village: una vecchia linea ferroviaria trasformata in parco pensile e strada pedonale, dove coppiette e visitatori da tutto il mondo si recano a prendere il sole, correre con l’Ipod e leggere l’ultimo Frenzen. Dal quel panorama si possono fotografare bellissimi edifici costruiti da speculatori con il supporto fiscale del comune, ed bisogna davvero aguzzare la vista per vedere delle persone di colore da quelle parti che non siano venditori ambulanti o addetti alla sicurezza.</p>
<p>Eppure, in una città dove i media <i>mainstream</i> sembrano aver normalizzato e fatto assimilare la visione del mondo di Bloomberg, e dunque dei ricchi – forse i veri rivoluzionari di questa fase storica: una minoranza capace di influenzare la maggioranza e farsi da essa piacere -, dove le vere emergenze sembrano essere i treni rallentati da qualche suicidio, la disponibilità di <i>hot-spot</i> nelle caffetterie e dove la classe lavoratrice – e il concetto stesso di “classe” – sono trasmutati in fantasmi, i bisogni essenziali da conquistare sono ancora intatti, lì davanti a noi: lavorare tutti per lavorare meno; dare assistenza sanitaria gratuita e diritto di vota a chi lavora, indipendente dalla sua storia personale e dalla sua provenienza, smantellare le gabbie di controllo per gli oppressi, imporne di nuove sui ricchi; ampliare la partecipazione democratica; calmierare gli affitti per i poveri; moltiplicare e migliorare i servizi che già ci sono con gli stessi soldi impegnati per mega-progetti inutili. I bisogni sono ancora lì. Gli schiavi che hanno costruito Dubai sono muti, ma non invisibili. Basta volerli vedere.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Radio Londra: Paolo Mossetti</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Aug 2011 15:24:50 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Radio Londra]]></category>
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					<description><![CDATA[Perché Londra è una polveriera. di Paolo Mossetti Intorno alla morte di Mark Duggan perdura a tutt&#8217;oggi una certa confusione: analisi balistiche, leggende urbane, perizie, smentite. Ma non è di questo che vogliamo parlare. Quello che ci interessa è come la capitale britannica, smentendo l&#8217;ottimismo di certi commentatori in vestaglia, abbia ancora una volta mostrato [&#8230;]]]></description>
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<p><strong>Perché Londra è una polveriera.</strong><br />
di<br />
<strong>Paolo Mossetti</strong><br />
Intorno alla morte di Mark Duggan perdura a tutt&#8217;oggi una certa confusione: analisi balistiche, leggende urbane, perizie, smentite. Ma non è di questo che vogliamo parlare. Quello che ci interessa è come la capitale britannica, smentendo l&#8217;ottimismo di certi commentatori in vestaglia, abbia ancora una volta mostrato il lato oscuro del multiculturalismo e della ‘gentrificazione’, e tutto ciò nel mezzo d&#8217;un&#8217;estate che ha certificato il tracollo dell&#8217;Occidente da ogni punto di vista: politico, militare, economico. In questo clima funesto, la morte accidentale o meno di un disgraziato non è che una scusa, un fiammifero acceso. Tanto basta per molte rivolte urbane, e quando l&#8217;incendio è appiccato, non c&#8217;è niente che le fermi: si estendono, si sviluppano. Come una merce a buon mercato e di largo consumo.<br />
<span id="more-39809"></span></p>
<p> E&#8217; una guerriglia 2.0, titolano alcuni quotidiani britannici, perché si servirebbe degli stessi strumenti che spesso rimbambiscono e anestetizzano i rivoltosi, quando fa freddo: quei Twitter e Iphone che i teorici di moda dicono siano stati alla base delle rivoluzioni arabe: sarà, ma durante <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/12/16/radio-londra-a-corral-protest/">il recintaggio poliziesco </a>a cui fummo sottoposti in seimila, nel novembre scorso, davanti Downing street, quelli muniti di aggeggini elettronici si dilettavano tutt&#8217;al più con Angry Birds o con gli sms, mentre i piu&#8217; arrabbiati &#8211; i figli delle periferie degradate &#8211; avevano in mano solo cocci di bottiglia e mazze di ferro, ed erano gli unici a tentare di forzare il blocco. Senza contare che nessuno rischia di andare in galera o al pronto soccorso per un “passaparola” virtuale.<br />
 Sicuramente è una vicenda, quella dei riots londinesi, che guarda al futuro dell’Europa piu&#8217; che al passato, anche se dal passato – in particolare dagli scontri di Brixton dell&#8217;81 e poi dell&#8217;85 – sembra recuperare una caratteristica fondamentale: non di scontro tra neri contro bianchi si tratta, e tanto meno di giamaicani, nigeriani, turchi contro la polizia. Questa rivolta ha un solo protagonista, un solo nome che molti si vergognano di pronunciare, ed è “proletariato”. Studenti e anarchici hanno forse “scaldato” il terreno, ma sono loro, i proletari, contro il resto della città.<br />
 Proletari del XXI secolo, certo, forgiati dalla cultura del centro commerciale, del Big Brother e dei tabloid.  Il loro è un gesto di dissenso – irrazionale, inconsapevole, autolesionista forse – contro quel sistema delle merci che ogni tv e presentatore incoraggia a seguire, e che ogni governo di destra o di sinistra promette di far funzionare, senza spiegare come mai anni di sacrifici flessibilità alienazione siano valsi soltanto questo collasso senza fine.<br />
Il tumulto è scoppiato non perché a Croydon, Tottenham o Hackney ci sia meno pane e meno lavoro che nel Sud Italia. E anche nella mia Peckham, dove pure hanno incendiato un paio di autobus, la qualità della vita è mediamente superiore alla periferia campana. Ma bisogna visitarli, certi tuguri di immigrati che lavorano dodici ore al giorno, capire con quanto razzismo la Londra a nord del Tamigi tratta l’altra meta’ – hic sunt leones –, e non solo fermarsi ai negozi di cupcakes, prima di dire che una zona è diventatata “vivibile”, “pacificata”. </p>
<p>Personalmente mi ritengo molto fortunato, per aver frequentato e per avere ancora la possibilità di conoscere persone di valore, minoranze attive o “persuase” che a Londra fanno del bene e non solo per se stesse, anche se è difficile trovare professionisti o anche “cervelli in fuga” preoccupati di qualcosa di più che della loro carriera, del loro star bene e – vedi i molti “artistoidi” di Hackney – della loro immagine.<br />
Ma bisogna pur uscire dall’autocompiacimento e dal “quieto vivere”, dalle cronache di certi “corrispondenti” a spasso per Hyde Park, e capire che la nostra è una visione quasi sempre parziale. Purtroppo o per fortuna, il rispetto delle leggi, per certi poveri cristi che vivono consumando, producendo, crepando è solo formale, dettato dalla paura del carcere, e non certo per un radicamento / idenfiticazione con la società. Paradossalmente, un saccheggio può essere per molti occasione di riscatto, di fuoriuscita  dall’anonimato, e addirittura un sollievo, un’euforia, un’urgenza e un desiderio di vita.</p>
<p>Dunque, la folla che è balzata in piedi come un solo uomo va fermata, dicono, e potremmo pure essere d’accordo, anche se non si capisce quale dovrebbe essere la<em> pars construens</em> di questo compitino in classe. Silenzio e solitudine: questa è la ricetta che ha sempre assaggiato la folla, dopo ogni tumulto. Il controllo sociale che penetra le menti, nell&#8217;oceano di consumo e sperpero senza limiti, sotto i giochi pirotecnici delle Olimpiadi: eccolo il sogno dei governanti. Mentre le sirene di polizia e le ambulanze continuano a squarciare, come un lamento, il crepuscolo che avvolge intere zone di citta dimenticate da Dio.</p>
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		<title>Radio Londra : Digital Pression</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 May 2011 08:09:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
		<category><![CDATA[paolo mossetti]]></category>
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					<description><![CDATA[Street-Fightin’ Press? Dal “Trojan Journalism” al disprezzo di classe di Paolo Mossetti Qualche settimana fa ho notato una foto, nella sezione “culturale” dell’Evening Standard: erano ritratti otto ragazzi, sui venti anni, seduti su una scalinata di un palazzo medievale. Erano vestiti, da buoni londinesi “intellettuali”, in uno stile un po’ casual-sciatto; erano tutti sorridenti; due [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><figure id="attachment_39022" aria-describedby="caption-attachment-39022" style="width: 300px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/clicktivist.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/clicktivist-300x161.jpg" alt="" title="clicktivist" width="300" height="161" class="size-medium wp-image-39022" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/clicktivist-300x161.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/clicktivist.jpg 668w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><figcaption id="caption-attachment-39022" class="wp-caption-text">On air- di effeffe</figcaption></figure><br />
<strong>Street-Fightin’ Press? </strong><br />
<em>Dal “Trojan Journalism” al disprezzo di classe </em><br />
di<br />
<strong>Paolo Mossetti</strong></p>
<p>Qualche settimana fa ho notato una foto, nella sezione “culturale” dell’Evening Standard: erano ritratti otto ragazzi, sui venti anni, seduti su una scalinata di un palazzo medievale. Erano vestiti, da buoni londinesi “intellettuali”, in uno stile un po’ casual-sciatto; erano tutti sorridenti; due di loro maneggiavano un cellulare; una giovinetta aveva un pc sulle ginocchia: «<em>Stiamo parlando di tecnologia</em>», sembrava dirmi. Chi erano costoro? Erano loro quelli che lo Standard chiamava, con un bel titolone, <em>Clicktivists</em>, attivisti del “click”. Ecco i volti nuovi della protesta di questi mesi: coloro che usano i social network come Facebook o Twitter per organizzare manifestazioni, coordinarsi, promuovere scioperi.<br />
Contava poco il contenuto dell’articolo, quanto il messaggio di quella foto: <em>vedete, ecco la parte decente della protesta, ecco quelli che non spaccano le vetrine, che non puzzano. Ci sono, eccome se ci sono! In fondo, basta cercarli. Sono loro il futuro, paura bisogna non averne! </em><br />
<span id="more-39021"></span><br />
Il Potere è ancora, oggi come ieri, il potere di dare nomi alle cose, e questo potere lo detengono, oggi come ieri, esclusivissime oligarchie finanziarie e mediatiche: un elenco di cinquanta o sessanta famiglie, un centinaio di corporation, una manciata di leader religiosi. Lo Standard, quotidiano destrorso britannico, è un foglio di smaliziata e cristallina furbizia che ben fa da portavoce a queste oligarchie. Tapparsi il naso e leggere come affronta argomenti quali la protesta studentesca non è mai un esercizio inutile: è il modo per capire una certa strategia comunicativa.</p>
<p>Tanto per cominciare, la lotta che i movimenti di protesta in tutto il mondo stanno portando avanti, dalla ricca Londra alla assai meno ricca Tunisia, sia pure generata da condizioni e bisogni diversi, in fondo si può riassumere così: una lotta dei giovani depredati del loro futuro contro le oligarchie di cui sopra. Eppure, fateci caso, nella lotta nessuno pronuncia quella parola: classe. Se è diventata tabù, ormai da decenni, lo è diventata per un motivo ben preciso: perché abbiamo dimenticato, o fingiamo di dimenticare, che le oligarchie finanziarie e mediatiche – le vere responsabili della crisi di questo decennio – hanno una comunicazione interamente o quasi sottoposta ai loro interessi; una comunicazione che quotidianamente deruba, spossessa le altre categorie non solo dei loro diritti, ma anche della loro identità. E toglie loro, letteralmente, le parole da bocca: imponendo il vocabolario che vuole, le “parole chiave” che vuole. Con la complicità dei manipolati, non di rado.<br />
Esiste sì, come insegna la filosofia greca, una derivazione naturale dei nomi: sono le cose stesse che suggeriscono le parole da usare, e se un ragazzo si presenta alle manifestazioni vestito da clown è giusto che venga definito clown dai giornali. Ma i linguaggi parlati sono molteplici, e una componente di arbitrarietà ci deve per forza essere: quindi le cose tendono a suggerire il nome con cui chiamarle, ma dopo di che il Potere ci lavora sopra, limando, pianificando, istruendo, correggendo il tutto con i suoi razionali interessi.<br />
In questi ultimi mesi, forse anni, il primo passo è stato quello di formare, presso l’opinione pubblica più timorosa e conservatrice – non importa quale partito essa voti – l’identikit del perfetto manifestante: egli, almeno qui a Londra, dev’essere per definizione un soggetto apolitico interessato solo a non pagare rette troppo alte, e guai a sventolare bandiere che non siano del suo gruppetto studentesco; egli è libero di scorazzare dal punto A al punto B, dalle ore tot alle ore tot – pacificamente: ovvero limitandosi a urlare slogan e a mostrare striscioni. I violenti &#8211; quelli che provocano disordini -, devono essere schedati come minoranza-che-va-isolata-e-condannata. Cambiate leggermente le parti di questo schema, e vedrete che è una formula buona per tutti i luoghi e tutte le occasioni. Ma chi contribuisce a importarla, a tradurla, ad amministrarcela?<br />
Sul fronte della “piazza”, qui in Inghilterra si discute molto del Lifestyle anarchism teorizzato da Murray Bookchin , per definire coloro i quali vivono l’anarchismo più come un vestito da indossare, o una serie di «routine» estetizzanti, che come una reale pratica quotidiana: facendone fare così le spese a chi è coerente nell’ombra, nella sobrietà: sono questi dunque – gli attivisti del click, gli anarchici trendy, i manifestanti cool, etc. –  i volti visibili identificabili nominabili della protesta, che fanno comodo agli intervistatori della BBC come a tutte le tv di Stato.</p>
<p>Poi c’è il fronte di quelli che chiameremmo gli intermediari tra la piazza e le oligarchie. La giornalista Carolle Cadwalladr ha condotto sull’Observer una ricerca interessante, analizzando come le elite provenienti da Oxford-Cambridge continuino a dominare in modo spaventoso l’establishment politico e culturale britannico: il duo «Oxbridge» sforna, da solo, oltre all’80% degli avvocati inglesi, un terzo di tutti i ministri e la metà di tutti i leading journalists del Regno Unito.  Chi ha avuto la fortuna di aver studiato in una di queste prestigiose facoltà – a stragrande maggioranza bianche e ricche –, ha dunque altissime possibilità di diventare uno dei columnist che giudicheranno, interpreteranno, filtreranno le proteste di domani.<br />
Molti reporter “progressisti”, seppur giovani e volenterosi, provengono da lì, da questo background affluente: ed è giusto o scortese chiedersi come ne vengano influenzati? Sarà un caso, ma a leggere il Guardian e del New Statemen – due voci labour tra le più infestate di oxbridgiani – sembra che la ribellione sia composta ancora, come quarant’anni fa, da una idealizzata middle &#8211; upper class di figli di papà che si prende cura degli oppressi, e che per gli oppressi è schierata in prima fila nei cortei; che i lifestyle anarchists, i clicktivist dal sorriso facile di cui sopra, siano davvero la nuova prima linea degli scontri. Forse in una realtà parallela. In quella che ho vissuto io, da novembre a oggi, sono gli incappucciati delle aree più povere, i figli degli immigrati, ma anche gli squatters diciottenni senza alcun titolo e senza sindacato, a trasformare le noiose passeggiate della middle class contestataria in un momento di esplosione del conflitto sociale; ad occupare i palazzi del potere – vedi la Millbank Tower ridotta ad uno scheletro pieno di vetri e cartacce – e i simboli delle corporation.</p>
<p>I clicktvist servono, in Inghilterra come in Italia il Popolo Viola o i Girotondi, a fornire del companatico tranquillizzante alle cene dei moderati. Ma questi soggetti, scelti non a caso da chi lavora nei grandi media, non rendono neanche vagamente idea dello scontro in atto. Non a caso, per distanziarsi dal ricatto buonista, il collettivo radicale UKUncut ha usato uno slogan inquietante, mutuato dalle facoltà occupate del Wisconsin: <em>Screw us and we multiply</em>, fotteteci e ci moltiplicheremo. È uno slogan che – gramscianamente, senza saperlo – fa i conti con il pessimismo della ragione – l’eterna sconfitta dei movimenti – e l’ottimismo della volontà – non avere altra scelta che moltiplicarsi.<br />
Tutto è performance, ed è nell’esibizione di una “diversità radicale”, disturbante, la prima risposta a quelle keywords “progressiste” che dagli scrittori-giornalisti-preti di questa o quella famiglia e consorteria intellettuale e morale vengono sovraimposte sul movimento. Per costoro va bene sovreccitarsi per le rivolte mediorientali, ma guai a superare certi confini verbali e fisici nel Vecchio Continente, guai a mettere in discussione il loro primato, il loro linguaggio, il loro ambiguo lavorio. La seconda risposta, ben più importante, verrà dopo la performance: nella coerenza delle pratiche, nella quotidianità delle rinunce, dei sacrifici.</p>
<p>Dunque esiste, nell’interpretazione e nella divulgazione della protesta, una “questione di classe”, oppure bisogna credere a chi tenta di rimuoverla furbescamente, dando voce non a chi ha già perso tutto ma ai beautiful losers di professione – che sempre resteranno a galla?<br />
Nelle assemblee di protesta di questi mesi, a Londra come a Roma o a Parigi, ho apprezzato che si tornasse a vedere a vedere quali sono le condizioni di vita degli oppressi, dei senza-futuro che scendono in piazza. Ma mi auguro che presto si faccia lo stesso nei confronti di chi quelle piazze le commenta: il dislivello tra le paghe degli opinionisti di professione, che accumulano carriere e titoli, e quello degli oppressi che da quegli stessi opinionisti vengono descritti e giudicati non è mai stato così scandaloso. Credo che sarà questa una svolta fondamentale nelle tattica dei movimenti.<br />
Con questo non vorremmo imporre certo una sorta di realismo socialista alla Zdanov e liquidare brutalmente ogni formalismo, ogni pensosità, e censurare chiunque si avvicini al movimento: dialogare tutti insieme è importante, bianchi e neri, poveri e ricchi; anche prendere manganellate insieme e farsi rinchiudere insieme nei recintaggi polizieschi. Ma se non di odio, dunque, almeno di “disprezzo di classe” dovrebbe essere lecito e onorevole poter parlare: un disprezzo che abbia come obiettivo non l’esclusione dei singoli membri di una classe dalla protesta, ma la ridiscussione di quella classe; di quella borghesia compiaciuta che spesso strizza l’occhio ai suoi figli in piazza, senza rendersi conto di essere diventata parte di quelle oligarchie che strozzano sul nascere il loro futuro. </p>
<p>C’è la consapevolezza, e forse ci sbaglieremo, che mai come ora non si ha più voglia né di dare ricette né di riceverle. Specie se di fronte a noi c’è un giornalismo che più che essere “partecipativo”, “sul campo”, ha la funzione di un vero cavallo di Troia: manipolatore e subdolo; e bisogna pure dire che in questa generalizzata diffidenza verso tutti i poteri e verso i mediatori professionali –  noi compresi – c’è un clima che fa star bene, perché non impedisce al sangue di affluire al cervello e di farsi resistenza attiva. </p>
<p><em>20 aprile 2011, London</em></p>
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		<title>Non sentite l&#8217;odore del fumo?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Feb 2011 07:46:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[Daniele Sepe]]></category>
		<category><![CDATA[Danilo Dolci]]></category>
		<category><![CDATA[manifestazioni anti Berlusconi]]></category>
		<category><![CDATA[paolo mossetti]]></category>
		<category><![CDATA[popolo viola]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Saviano]]></category>
		<category><![CDATA[Sinistra in Italia]]></category>
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					<description><![CDATA[di Paolo Mossetti Le Regole! Va bene combattere il Tiranno, ma guai a toccare le Regole. Le Regole sono i chicchi del rosario al quale si aggrappano i martiri del berlusconismo, mentre i suoi pretoriani li gettano nella fossa coi leoni. Da una parte abbiamo un potere che corrompe giudici, paga servizi segreti deviati, usa [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_38195" aria-describedby="caption-attachment-38195" style="width: 240px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/fumo-N4-400n.gif"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/fumo-N4-400n-240x300.gif" alt="" title="fumo-N4-400n" width="240" height="300" class="size-medium wp-image-38195" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/fumo-N4-400n-240x300.gif 240w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/fumo-N4-400n.gif 321w" sizes="auto, (max-width: 240px) 100vw, 240px" /></a><figcaption id="caption-attachment-38195" class="wp-caption-text">da http://www.nebbiaenuvole.com</figcaption></figure>
<p>di<br />
<strong>Paolo Mossetti</strong></p>
<p><em>Le Regole! </em></p>
<p><em> </em>Va bene combattere il Tiranno, ma guai a toccare le Regole. Le Regole sono i chicchi del rosario al quale si aggrappano i martiri del berlusconismo, mentre i suoi pretoriani li gettano nella fossa coi leoni. Da una parte abbiamo un potere che corrompe giudici, paga servizi segreti deviati, usa tv e giornali come carri armati, assolda qualunque firma e volto compiacente per scatenare condanne infami anche sulle manifestazioni più innocue. Dall’altra, anime belle che si accapigliano su chi deve fare miglior figura e non guastare «<em>una festa colorata, goliardica, fantasiosa, pacifica»</em>, come hanno detto i capetti del «Popolo Viola», in occasione delle proteste di Arcore. Ha scritto uno di loro, dopo che due ragazzi erano stati arrestati per non essersi limitati a sventolare mutandine: «<em>Io, non-violento, sto dalla parte delle regole</em>». E ovviamente, il PD: «<em>Chi li conosce quelli, mica sono dei nostri, sono provocatori!».</em></p>
<p><em> </em><span id="more-38192"></span><br />
<em>Una domanda</em></p>
<p>Mi pongo la stessa domanda che mi sono posto all’indomani del 14 dicembre, quando una parte non indifferente di quei giovani senza futuro e umiliati dal mercimonio del Parlamento avevano messo a ferro a fuoco la Capitale, finendo per ciò isolati dalla politica tutta e da buona parte della stampa democratica: ebbene, dopo diciassette anni, ha pagato la strategia delle persone per bene? Ha reso la Casta più rispettosa dei suoi sudditi? Ha forse ridotto il ricorso a mezzi impropri da parte del Governo, alla diffamazione dei media?<br />
Dico una banalità che però sfido a contraddire: quando si combatte un tiranno le regole, lo si voglia o no, sono quelle del tiranno. Una volta approvate, le leggi ad personam che il tiranno si è fabbricato diventeranno sacre anch’esse. E piu le leggi saranno ingiuste, piu nessuno saprà come respingerle.<br />
No alle molotov e alle P38, ci mancherebbe: basta già un pugno a Capezzone per gridare al golpe. Ma è violenza anche la messa in atto di un serio boicottaggio? L’hackeraggio? Il sabotaggio? Neanche questo è stato proposto, dal Popolo Viola, dal Palasharp, dai giornali resistenti e dalle donne che «dicono basta» con tante carinissime foto. Poi certo, capita che i soliti sconsiderati mettano in pratica il precetto mazziniano – laddove diceva che non portan<em>o lontano né il pensiero senza l’azione né l’azione senza il pensiero</em> –, e questi abili oratori «kennediani», «indignati» di mestiere, vanno nel panico, si agitano, balbettano. Si dissociano.<br />
Ha commentato Giulio Cavalli, attore da due anni sotto scorta minacciato alla mafia, anche lui presente ad Arcore: «<em>C’è qualcuno che si ostina a pretendere una ribellione composta per non rompere gli equilibri come se il problema fosse una persona e non un modo… (…) Ero sicuro che non solo i nemici ma anche (e soprattutto) i falsi amici più moderati avrebbero usato quel manipolo per raccontare una manifestazione “maleducata”</em>»</p>
<p><em>Posizionarsi</em></p>
<p><em></em><br />
Insomma il discorso non è da che parte stare, ma «come» e «con chi» stare in quella parte. Comprendiamo il perché di una sinistra invaghita dei giudici e della Costituzione, visto lo stato d’emergenza perenne in cui viviamo. E i lupi che rischiamo di trovare andando fuori dal seminato: mediocrissimi columnist «terzisti», per i quali ogni nefandezza va concessa al sovrano; i rifondaroli zdanoviani tipo Daniele Sepe, con il quale litigo perché, a suo dire, anche chi applaude per l’arresto di un camorrista è da iscrivere alla lista degli «sbirri del Capitale».<br />
Ma andrà pur fatto un discorso sull’insipienza di chi fa opposizione solo dicendo «basta» con quelle carinissime foto, o raccomandando alle sue platee di applaudirlo, comprargli libri e cofanetti DVD in offerta speciale. È quello che ho tentato di dire più volte ad un mio coetaneo scrittore, a cui voglio bene, che non poteva limitarsi a ripetere: «<em>Ogni lettore in più è una sentinella di libertà</em>», come se solo quello fosse l&#8217;unico modo per resistere: perché bisognerà pure ritrovare la sana rabbia delle origini, svincolarsi dai ricatti della solita sinistra veltroniana per cui esiste solo la Grande-Chiesa-che-va-da-Che-Guevara-a-Madre-Teresa, di cui basta comprare i santini per sentirsi a posto con la coscienza. Una sinistra, quella degli assessorati alla Cultura e dell’ecumenismo esasperato, che non è poi molto diversa dai venditore di materassi sulle reti Mediaset, che poi abbandona e chiama «imbecille» chi mette in gioco la faccia e la fedina penale, contro il «regime» di cui parlano le sue star mediatiche – e non si sa se ne parlano per convinzione o se per averne l’esclusivo copyright.</p>
<p><em>London calling</em></p>
<p><em></em><br />
Del resto, se a Londra la sede dei Tories è stata sfasciata dai figli delle periferie degradate, e il Mediterraneo ci fa esultare  per le sue rivolte popolari, che prospettive può dare agli ultimi, ai disperati, un pensiero d’opposizione guidato soltanto dai blog, dai vignettisti, dalle mutandine sventolate, dalle videoconferenze? A questo punto l’identificazione tout-court di una parte di questa piazza post-ideologica con le parole «l’ordine» e le «leggi», ha il sapore non di una resistenza democratica, ma di un mutamento antropico, epidermico, definitivo.<br />
Facciamo un salto indietro nel tempo – molto indietro. Nel 1956, a Partinico, un signore di nome Danilo Dolci, infrangendo le regole, mise in scena un’azione scandalosa, chiamata «sciopero alla rovescia»: centinaia di disoccupati si organizzarono per riattivare pacificamente una strada abbandonata dal Comune mafioso. Non un’idea innocua, tuttavia: i lavori furono fermati dalla polizia e Dolci, con alcuni suoi collaboratori, venne arrestato. A difenderlo, nel tribunale penale di Palermo, c’era il grande giurista Piero Calamandrei, che in una delle sue più famose arringhe spiegò come le regole, le leggi, altro non sono che «formule», nelle quali «<em>bisogna far circolare il pensiero del nostro tempo, lasciarci entrare l&#8217;aria che respiriamo, metterci dentro i nostri propositi, le nostre speranze, il nostro sangue, il nostro pianto. Altrimenti, le leggi non restano che formule vuote, pregevoli giochi da legulei; affinché diventino sante esse vanno riempite con la nostra volontà</em>».<br />
Ecco: le adunate piene di gente indignata, arrabbiata, convinta dei propri mezzi mi rendono felice. Cosi come le tutte le manifestazioni colorate, goliardiche, fantasiose, pacifiche. Eppure vorrei che quella stessa gente riempisse, anzi, anche solo spruzzasse, con un po’ di sudata volontà, quelle parole con le quali decora il proprio «impegno civile» nei profili di Facebook. Anche rischiando di perdere la propria «santità di martiri». E dopo aver fatto fronte comune, a difesa delle regole che sono state violate dal Potere, affrontasse quelle regole che il Potere stesso ci ha già inculcato per castrarci. Quelle che difendono un incessante conformismo di parole ormai svuotate di senso. Una mercificazione e banalizzazione della lotta. Un meccanismo perverso di privilegi e sfruttamento reciproco.</p>
<p style="text-align: right;"><em>‎&#8221;Non so se i giovani hanno appreso.<br />
Se ci si lascia chiudere, terrorizzare<br />
se ci si lascia cristallizzare<br />
si diventa una cosa<br />
gli altri ci diventano cose. (&#8230;)<br />
Non so se i giovani sanno<br />
in ogni parte del mondo:<br />
non c’è rivoluzione se si trattano gli uomini come sassi,<br />
ai giovani occorre<br />
l’esperienza creativa di un mondo<br />
nuovo davvero.&#8221;</em><br />
(da Danilo Dolci, &#8220;Non sentite l&#8217;odore del fumo?&#8221;, cit.)</p>
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		<title>Radio Londra: Play Immobil</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Dec 2010 09:18:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
		<category><![CDATA[London Calling]]></category>
		<category><![CDATA[Movimento studentesco]]></category>
		<category><![CDATA[paolo mossetti]]></category>
		<category><![CDATA[tecniche di repressione]]></category>
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					<description><![CDATA[A &#8220;Corral&#8221; protest di Paolo Mossetti When hit by boredom, let yourself be crushed by it; submerge, hit bottom. &#8211; Joseph Brodsky. Un albero lo si conosce dai suoi frutti, e una democrazia la si conosce dalle tecniche che adopera per affrontare il dissenso. La pratica del kettle (letteralmente ‘bollitore per il tè’) è rappresentativa [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/playimmobil.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-medium wp-image-37534" title="playimmobil" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/playimmobil-300x231.jpg" alt="" width="300" height="231" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/playimmobil-300x231.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/playimmobil.jpg 436w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p><strong>A &#8220;Corral&#8221; protest</strong><br />
di</p>
<p><strong> Paolo Mossetti</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>When hit by boredom, let yourself be crushed by it; submerge, hit bottom.</em><br />
&#8211; Joseph Brodsky.</p>
<p>Un albero lo si conosce dai suoi frutti, e una democrazia la si conosce dalle tecniche che adopera per affrontare il dissenso. La pratica del <strong>kettle</strong> (letteralmente ‘bollitore per il tè’) è rappresentativa di tutte le inquietanti forme di controllo che la legislazione inglese suggerisce di praticare. Sperimentata già nella Germania Ovest  degli anni Ottanta, e poi rispolverata da qualche anno dalla polizia del Nord Europa,( (inclusa quella italiana, a Napoli nel 2001) è un modo subdolo e astuto per portarti all’inoffensività senza lasciare segni duraturi sulla pelle, o quasi, ma soprattutto per risucchiare il dissenso in un vero e proprio «buco nero» nel territorio urbano.<br />
<span id="more-37533"></span><br />
La formula è presto spiegata: anziché adottare la tattica disorganica e imprevedibile della dispersione della folla, con il kettle un intero tratto di strada – quello dove si trovano i manifestanti, di solito grande quanto un campo di calcio – è chiuso al resto del mondo. Per un tempo indefinito, chi si trova dentro non si può più uscire. Da qui anche il termine di <em>corral</em>, recinto. Per sederti, riposarti o riscaldarti, da quel momento in poi ti basterà solo quello che troverai dentro lo spazio sigillato.<br />
Quando, il 24 novembre scorso, a Londra, con circa seimila tra studenti e persone d’ogni età vengo rinchiuso nell’ultimo recintamento poliziesco, è una bella mattinata, gelida ma luminosa. Nick Clegg, guida del partito Liberal Democratico e vice-primo ministro inglese, ha intanto detto che chi protesta contro i corposi tagli all’istruzione e il più sensazionale innalzamento di tasse universitarie d’Europa vive in un “Dream World”, un mondo di sogni.<em> Il solito refrain reazionario per dire: non vi rendete conto della dura realtà, lasciate fare a noi.</em></p>
<p>A Trafalgar Square, a mezzogiorno, convergono fiumane di variopinta umanità: studenti universitari con cartelloni ironici e il volto dipinto, altri non ancora maggiorenni, in calzettoni o gonnellina, che mai prima d’ora hanno tenuto un megafono in mano; non mancano punk attempati, insegnanti progressisti, giornalisti, anarchici, semplici curiosi. Ma il fenomeno più sorprendente, politicamente e socialmente parlando, è che, mentre buona metà della marcia è composta dai college militanti – UCL, SOAS, Goldsmiths –, per la prima volta è palpabilissima anche la gioventù proveniente del Sud-Est povero, di Croydon, Peckham, dei council estates di Islington. Una militanza nera, minorenne, inaspettata.</p>
<p>Il tam-tam, come sempre, corre tramite Facebook. Non esiste in Inghilterra un Movimento come lo conosciamo in Italia. Nessun portavoce unico, nessun capetto, niente di riconoscibile in un’icona o in una bandiera. Questa natura eterogenea o è insieme la loro forza e il loro limite.<br />
Non porto con me né acqua né scorte di junk food. Tolgo la batteria dal cellulare. Solo pochi  tra i ragazzi lì presenti immaginano di venire catapultati, tra poche ore, in uno scenario da guerra civile. Cerco dunque di immedesimarmi nel passante che si è unito, con curiosità e determinazione, alla folla per caso.<br />
Come previsto, le prime file del corteo si infilano nel lungo raggio di Horse Guards Parade, verso Parliament Square e la residenza del Primo Ministro. Cercano il contatto con la polizia. Lo trovano. Scoppiano piccole scaramucce. Una breve schermaglia, o un lancio di oggetti – anche un tentativo di ‘sfondamento’ simbolico può funzionare – è  sufficiente per scatenare il recintamento. A nord e a sud di Downing Street, decine di agenti con scudi e camionette sono già appostati per sigillare la strada da entrambi i lati, alla prima provocazione.<br />
Tutto si svolge molto lentamente: i due cordoni di polizia in pochi secondi diventano una barriera invalicabile; si avvicinano irresistibili, pesanti, e quanto più si avvicinano, tanto si restringe il fazzoletto di strada per i manifestanti. Tutto è lento perché la tattica non si basa sulla sorpresa, si basa sulla limitazione dello spazio. Deve essere tanto efficace da impedire la presenza di spazi vuoti, o vie di fuga. Quelli che tentano di forzare subito il blocco sono colpiti dai manganelli e respinti dentro con gli scudi.</p>
<p>Dopo un’ora la brutalità del kettle è già evidente ai pochi attivisti-di-professione. Ma ci sono anche tante mamme venute col passeggino, studentesse col trucco perfettamente curato e bambini con cartelli ispirati ad Harry Potter. La varietà, la bellezza, l’ingenuità, il senso di pulizia non solo ideologico ma anche esteriore di alcuni manifestanti sono affascinanti, per chi ha esperienza dei brutali riots di Terzigno e Chiaiano. Se i cosiddetti trouble-makers si preparano già alle barricate e ai tentativi di sfondamento, molti altri respirano ancora un’atmosfera giocosa ed vivace.<br />
Ma presto, poiché non esistono spazi vuoti o vie di fuga, si ostruiranno anche i pensieri. Anche la rabbia più cruda, per esplodere, ha bisogno di un minimo di spazio. E quale risultato di questo capolavoro, alla fine, non verrà data, ad alcun pensiero che non riguardi lo stomaco la pelle o la vescica, la minima opportunità di entrare nella folla.</p>
<p>Passano due, poi tre ore. Un’altra caratteristica del recintamento, quella essenziale, è che questa condizione produce una noia terribile. È ovvio: qualsiasi cosa ripetuta in continuazione, anche il semplice attendere in fila per un documento, per un consulto medico, o il guardare sempre la stessa scena, fare lo stesso percorso per ore, produce noia. E la noia è la base di questo nuovo tipo di repressione; quando la noia ti avvolge, inizi a scivolare in un sonno che raffredda e raggrinzisce, che non è un vero e proprio dormire, in quanto non lo hai prodotto tu, ma ti è imposto in modo coercitivo, deliberatamente. Una sorta di ipnosi.<br />
Il recintamento è in se stesso ripetizione: elimina nella folla, come in un gregge, la necessità di pensare, e la ripetizione diviene un sostituto dei pensieri. Anche gli assalti a tutto ciò che è dentro al recinto – portoni, panchine, cassonetti – acquistano un ritmo prevedibile e robotico. È naturale che tu cada nell’inganno: quest’attesa torturante occupa ogni energia, lasciandoti spossato. E se provi a parlare con i poliziotti intorno al recinto, senza mostrarti arrogante, essi sono abbastanza intelligenti e furbi da darti false informazioni e intrattenerti con civili chiacchiere sullo stato della Nazione.</p>
<p>In questo modo si crea una perversa dipendenza dallo Stato-carceriere, che deciderà quando gli anziani potranno tornare al caldo, i diabetici avere la loro insulina, i tredicenni in preda al panico tornare a casa dalle loro madri. Alcuni ragazzi colpiti da malore portati a braccio vengono fatti uscire dalla trappola. I loro portatori rispediti dentro. L’incolumità della proprietà privata, la necessità di garantire il normale svolgersi della vita lavorativa di chi si trova “all’esterno” giustificano questo sfiancamento intenzionale, immensamente efficace.<br />
Efficace perché vento, pioggia, grandine, neve, sono nemici disordinati, che è possibile vincere equipaggiandosi bene. Si può vincere la fame con un panino nello zaino. E la vescica, dopo quattro ore passate in piedi, la si può svuotare orinando dove possibile, come i cani. Si ritrova l’adrenalina contro la violenza dei manganelli, che si scopre continuamente, commette degli errori, e spesso colpisce di fianco. Ma contro la noia non c’è niente a fare. Niente a cui attaccarsi. La noia è la tenaglia del carnefici.</p>
<p>Cinque ore. Si sfiorano zero gradi. Qualcuno dice: ‘Accendiamo un fuoco!’. Tutto quello che era stato lasciato intatto prima del kettle, adesso viene preso di mira: vengono sfondate le vetrate di una pensilina dell’autobus; le panchine ridotte in un ammasso di schegge. C’è chi si arrampica sugli alberi e cade cercando di strappare rami e foglie per alimentare un falò. Delle ragazzine aprono gli zaini e buttano tra le fiamme pagine dei loro diari; altri, i cartelloni della protesta. Un odore pregnante di plastica e colla si diffonde nelle strade eleganti del centro.<br />
Chi ha subito un’esperienza simile a Copenhagen l’anno scorso, durante il Climate Summit Onu, è già fornito di provviste, acqua, sciarpe e maglioni in quantità. Tanti falò sono accesi per non morire di freddo, ma ci sono anche sound-system che sparano musica elettronica e classici del rock. Chi ha uno smartphone con dieci ore di batteria ascolta musica o manda sms agli amici e alla mamma: “Guarda quanta gente, sto bene!”. Ma una distrazione non è una liberazione, e nessuno di questi diversivi aiuta a focalizzarsi su un punto molto chiaro: si è prigionieri dello Stato, che ti squadra impassibile mentre ti appisoli in piedi, appoggiato su altri sconosciuti.</p>
<p>Sei ore. Visto con gli occhi della polizia, il controllo inizia con l’essere separati dalla folla, dall’essere un testimone. L’osservazione è la chiave del recintamento. Osserva la massa. Non fare nulla: nessuna ripetizione di cariche, nessun lancio di lacrimogeni. Limitati a osservare qualsiasi cosa faccia la massa. Non disturbarla, non prevenirla, non reprimerla. Lasciala sfogare se è il caso. Limitati a essere un osservatore.  Questo è l’unico modo di separarti da qualsiasi cosa, per non provare alcun sentimento.<br />
Pian piano, anche per te che sei rimasto nel kettle, la massa come l’hai conosciuta all’inizio del corteo è così distante che fai fatica a percepirne l&#8217;esistenza: è una semplice eco in una valle lontana. E alla fine, persino quell’eco scompare. Dopo sette ore quel che rimane è il singolo, perduto nelle sue ossessioni, nelle sue nevrosi, nelle sue addiction tecnologiche. Questo è il  vero dissolversi della folla, senza sforzo alcuno da parte della polizia: la si lascia semplicemente morire, di morte naturale.<br />
E se si provasse a capovolgere questo suggerimento? Osservare, da testimone partecipante, ma poi immediatamente sciogliersi nella massa. Osservando anche tu ti renderai conto che, per la prima volta, hai l’opportunità di condividere una temporanea prigionia con persone e storie che non avresti mai incrociato prima, e che forse nemmeno trent’anni fa a Londra si sarebbe ritrovato insieme: post-noglobal e adolescenti figli dell’hyper-sexualization, proletariato marginale e precariato colto. Se questa moltitudine, costretta fisicamente all’inazione e senza vie di fuga, si compattasse non con la paura, non con il freddo, ma nell’osservazione, in un religioso silenzio, potrebbe diventare qualcosa di indecifrabile agli occhi dei carcerieri, e ancora più inquietante.<br />
Osservando quanto accade non ti addormenti, come gli altri, al contrario divieni più sveglio, più consapevole. Libero da qualsiasi intimidazione, scopri che aldilà della ripetizione e della noia c’ è un’infinita gamma di possibilità per future rivolte. Allorché la folla, nel suo senso più dozzinale e retorico, un «noi» che fa da coperta a troppe responsabilità,  è ora assolutamente assente – se n&#8217;è andata del tutto, e non la riesci più a trovare da nessuna parte – per la prima volta diventi consapevole, perché la stessa energia che era assorbita dalla folla, non trovandola più, si ribalta su di te.<br />
Dopo otto ore un sussulto tra i corpi intirizziti: si diffonde la voce che finalmente la polizia lascerà passare tutti, ma alla spicciolata, solo dopo aver identificato i responsabili delle violenze e averli arrestati, come in una sorta di filtro. C’è chi ripete a tutti una volenterosa filastrocca: <em>«Avete il diritto di non farvi fotografare / Avete il diritto di non dichiarare i vostri dati personali».</em> Ma nessuno ascolta, e una torma di fantasmi infreddoliti e mansueti si accalca davanti ai cordoni, aspettando solo di uscire. Tutti o quasi hanno accettato, di fatto, la condizione di livestock, bestiame, nel grande London Zoo. Eppure qualcuno, tra quanti sono appena usciti dalla prima esperienza di piazza, già pensa a come riorganizzarsi, a come sfuggire alla prossima trappola. Nel mesto e vacillante ritorno a casa, di certo c’è che la storia non finisce qui.</p>
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		<title>RVP (ricevo volentieri, pubblico)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Jun 2008 05:30:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Andrés Neuman]]></category>
		<category><![CDATA[AT casa]]></category>
		<category><![CDATA[paolo mossetti]]></category>
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					<description><![CDATA[Caro Effeffe, ti invio questo racconto di Andrés Neuman (Buenos Aires, 1977, semisconosciuto in Italia), che ho trovato per caso leggendo una rivista di architettura AT Casa . Si parlava dell&#8217;Orchideorama, una suggestiva struttura all&#8217;interno del Giardino Botanico di Medellìn, a metà tra una sala per convegni e uno spazio di incontro, che si sviluppa [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/are172orchidea-rosa-posters.jpg'><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/are172orchidea-rosa-posters-300x299.jpg" alt="" title="are172orchidea-rosa-posters" width="300" height="299" class="alignnone size-medium wp-image-6187" /></a><br />
<em>Caro Effeffe, ti invio questo racconto di Andrés Neuman (Buenos Aires, 1977, semisconosciuto in Italia), che ho trovato per caso leggendo una rivista di architettura <a href="http://atcasa.corriere.it/Tendenze/Architettura/2008/05/28/racconto_neuman.shtml">AT Casa</a> . Si parlava dell&#8217;Orchideorama, una suggestiva struttura all&#8217;interno del Giardino Botanico di Medellìn, a metà tra una sala per convegni e uno spazio di incontro, che si sviluppa in modo analogo ad un organismo, il &#8216;fiore-albero&#8217;. Ed è proprio ai piedi di questo organismo artificiale che Neuman immagina un inusuale gemellaggio scientifico&#8230;</em><br />
  <strong> Paolo Mossetti</strong></p>
<p><strong>Lo scienziato e il fiore</strong><br />
di<br />
<strong>Andrés Neuman</strong><br />
<em>Brevi estratti del discorso inaugurale delle giornate di gemellaggio tra il Giardino Botanico di Medellín (Colombia) e Torgod (Deserto del Gobi, Mongolia). Oratore: dottor Florence Trebol, titolare della cattedra di Botanica Speciale presso la Bristol University. Luogo della conferenza: “Orquideorama” del Giardino Botanico “Joaquín Antonio Uribe”, Medellín. Presenza di pubblico: all’inizio dell’intervento, platea piena per metà; al termine, platea piena per un terzo. “Illustri autorità della nobilissima città di Medellín. </em></p>
<p>Eccellentissimo signor Sindaco.<br />
<span id="more-6183"></span><br />
<a href='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/800px-jardin_botanico-orquideorama_arbol-medellin.jpg'><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/800px-jardin_botanico-orquideorama_arbol-medellin-300x225.jpg" alt="" title="800px-jardin_botanico-orquideorama_arbol-medellin" width="300" height="225" class="alignnone size-medium wp-image-6184" /></a></p>
<p>Valorosi capi guerrieri. Signore feudale mongolo dell’altipiano di Ala Shan. Stimati direttori di questo magnifico e rinnovato Giardino Botanico. Cari colleghi della comunità scientifica e accademica. Gentile pubblico.<br />
È per me un vero onore poter inaugurare queste giornate che, oltre a suggellare il gemellaggio tra due regioni per le quali ho sempre sentito una profonda simpatia, serviranno senz’altro a far progredire le nostre conoscenze relative a quella flora così miseramente sparpagliata nella steppa   centrale del deserto di Gobi, e alla quale ho la fortuna di dedicarmi da ormai quasi trent’anni. (…) Come ben sapete, i litoflows sono, per così dire, maestri del travestimento. Le loro dimensioni decrescenti (tre millimetri di diametro ogni cento anni) sono il primo elemento che deve indurci al sospetto. A cosa è dovuta tale vocazione diminutiva? Perché questa natura evasiva, questo continuo affannarsi per eludere i segni della propria presenza? In che modo  qualcosa di così incantevole sembra essere programmato per sfuggire alla vista? Reputo che questi semplici interrogativi (e non le descrizioni infestate di tecnicismi) siano il punto di partenza più adeguato per avvicinarci ai litoflows, le uniche e stupefacenti pietre-piante che crescono nell’arido clima della topografia di cui ci stiamo occupando. (…)</p>
<p>È per questo  motivo, cari colleghi, che ci serviranno ben poco le ortodosse nozioni di questa Botanica mutilata che ci ostiniamo a divulgare nei media e a insegnare nelle aule. Per quanto mi riguarda, i miei lunghi anni di studio sui litoflows mi hanno condotto ad adottare un metodo totalmente differente. Sono convinto, tanto che mi spingerei a proporla come ipotesi, che un’ esatta approssimazione intorno a queste nostre pietre-piante è possibile solo instaurando con esse un dialogo emozionale: interpellarle, saperle ascoltare. E seguire, perché no, il loro  recondito  esempio.</p>
<p>(…) Come ben sapete, i litoflows sono, per così dire, maestri del travestimento. Le loro dimensioni decrescenti (tre millimetri di diametro ogni cento anni) sono il  primo elemento che deve indurci al sospetto. A cosa è dovuta tale vocazione diminutiva? Perché questa natura evasiva, questo continuo affannarsi per eludere i segni della propria  presenza? In che modo qualcosa di così incantevole sembra essere programmato per sfuggire alla vista? Reputo che questi semplici interrogativi (e non le descrizioni infestate di  tecnicismi) siano il punto di partenza più adeguato per avvicinarci ai litoflows, le uniche e stupefacenti pietre-piante che crescono nell’arido clima della topografia di cui ci stiamo  occupando. (…) Ricapitoliamo. Secondo quanto dimostrano i primi studi, la peculiarità fisica dei  litoflows consiste nel loro ordinario aspetto minerale (sia esso di un color ferruginoso,  oppure di un’incerta tonalità mercurica). In qualsivoglia di queste due varianti, prima o poi (così comprovano le testimonianze fotografiche e video) si sviluppa il fenomeno che fa dei  litoflows un’autentica attrazione per il profano e una vera sfida per lo specialista: dalla loro superficie, in apparenza ermetica e sterile, emergono improvvisamente degli effimeri, delicati  fiori bianchi.</p>
<p>Tutti noi abbiamo potuto osservare almeno una volta, mantenuti artificialmente in vita in laboratorio, questi insoliti germogli trasparenti che sembrano nascere dal nulla,  questi petali dall’impensabile sensazione tattile di seta.(…) A questo punto ci chiediamo: per quale motivo le dette mutazioni avvengono solo una volta ogni tanto? Com’è che ci risulta  ancora impossibile determinare un ciclo regolare o, per lo meno, una frequenza approssimata di queste epifanie? E perché, ci domandiamo con insistenza, perché un litoflow fiorisce solo di notte, in piena oscurità? (…) Siamo costretti ad ammettere, cari colleghi, la manifesta incapacità della nostra scienza accademica – cioè la nostra incapacità – di dare una risposta a questi tenaci enigmi. Allo stesso modo, risulterebbe opportuno cominciare a porci alcune domande fino a oggi mai formulate: sono timidi i litoflows? Temono di essere spiati? Si nutrono  della propria solitudine? Abbisognano di un certo grado di malinconia per completare la loro fotosintesi? Una volta formulati questi interrogativi, che reputo ragionevoli, potremmo spingerci anche oltre: sono i litoflows decisamente ostili all’assillo scientifico? E, nel caso in cui la risposta alla domanda precedente fosse affermativa: sono ostili anche alle premure dell’uomo? Non staranno per caso cercando, con saggio istinto, di preservare la loro sporadica bellezza da qualsiasi creatura che possa recarle danno o – peggio ancora – non sappia  apprezzarla in tutta la sua eccezionalità?</p>
<p>Stando così le cose, potrebbero i litoflows anche nascondersi in molti altri luoghi insospettabili, per esempio, chissà, proprio qui, a Medellín, camuffati sotto le apparenze di una comune pietra, in attesa che passi accanto a loro un occhio davvero attento, per infine fiorire?Io, per parte mia, anelo ad essere un giorno capace di  comprenderli e di decifrare la loro attesa. Anelo ad essere capace di vederli una volta, fosse anche una sola, fiorire nel deserto. In definitiva, si potrebbe dire che aspetto il mio momento,  come i litoflows. E lo faccio, senza dubbio, soprattutto con tenerezza. Grazie infinite. E scusatemi.”</p>
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		<title>Terra! (mia, tua, loro, di camorra)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 27 Apr 2008 17:44:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[arte]]></category>
		<category><![CDATA[camorra]]></category>
		<category><![CDATA[cemento]]></category>
		<category><![CDATA[paolo mossetti]]></category>
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		<category><![CDATA[Roberto Saviano]]></category>
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					<description><![CDATA[Nico contro la guerra di Paolo Mossetti Nico ripete questi gesti a memoria, ormai: riempie un secchio con acqua fredda, usando l’annaffiatoio del giardino; ci versa dentro cinquanta grammi di colla in polvere, quella per la carta da parati; mescola a ritmo rapido e regolare per circa venti minuti, con il manico di una scopa, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img src='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/dicodinoi31.JPG' alt='dicodinoi31.JPG' /><br />
<strong>Nico contro la guerra</strong><br />
di<br />
<strong>Paolo Mossetti </strong><br />
Nico ripete questi gesti a memoria, ormai: riempie un secchio con acqua fredda, usando l’annaffiatoio del giardino; ci versa dentro cinquanta grammi di colla in polvere,  quella per la carta da parati; mescola a ritmo rapido e regolare per circa venti minuti, con il manico di una scopa, affinché acqua e colla diventino tutt’uno, un liquame viscoso e biancastro. Si sente ancora intorpidito dal sonno, Nico. Dà un’occhiata all’orologio: le due e mezza del mattino. Il cellulare inizia a vibrare: sono arrivati Peppe e Andrea, e lo aspettano in macchina. Lui partirà con loro, con il secchio, la scopa e i poster da attaccare in giro per Napoli: inizia così la sua nottata da assaltatore di muri.<br />
<span id="more-5797"></span><br />
Le ricorda ancora, le pacche sulle spalle quando aveva annunciato a tutti la sua decisione: «Così te ne vai al Nord, eh? Bravo, beato te.» Al Nord aveva trovato strade grandi e spaziose,  ragazze alte, snelle e con poco trucco, biblioteche luminose; il piacere di camminare, di notte, pensando solo a sé stesso senza preoccuparsi alle ombre, ai rumori, agli sguardi. Ma quell’inquietudine molesta e inspiegabile, quella che attraversava il televisore e gli piombava nelle cene con gli amici, o che saliva in alto dalle righe di un giornale, come una nube tossica, lo perseguitava ancora; l’aveva spinto a tornare, anche se per poco tempo, facendosi largo tra parenti sbalorditi ed amici indecisi se emigrare o arruolarsi. In qualche modo si era arruolato, aveva ascoltato si’ un richiamo, ma che veniva dal profondo e non da una campana. Ecco perché ora sta dando le ultime occhiate alle sagome di carta pronte a finire su una parete; ecco perché aveva speso ore ed ore, con Peppe e Andrea, a pianificare quell’irruzione non violenta, eppure pericolosissima. <a href="http://www.ilrichiamo.org/">(http://www.ilrichiamo.org/)</a></p>
<p>Due anni prima la città aveva conosciuto un attacchinaggio dedicato a Saviano: il suo volto, replicato decine di volte tra le “vele” di Scampia, fu come un monito a non sottovalutare il potere della parola. La parola che rompe il silenzio. Ha detto il pm Raffaele Cantone: «La criminalità organizzata, e soprattutto i casalesi, ha interesse a lavorare sott’acqua. Vuole essere lontano dai riflettori. L’interesse dei suoi boss è quello che si parli di loro il meno possibile». Così, in un’altra occasione, non molto lontana nel tempo, i volti dei boss Zagaria e Iovine comparvero nelle strade di Parma, oltraggiosamente nel cuore della Padania, come a dire: «Attenti che stanno arrivando. Persino qui.» I Casalesi furono sbeffeggiati dunque attraverso una parete -una pagina- di cemento, ovvero il materiale su cui si basa il loro potere, si ingigantisce il loro business, si consolida il silenzio.</p>
<p>Il dedalo umidiccio e fulinigginoso del centro storico non e’ deserto come Nico sperava: qualche motorino che zigzaga e lancia bagliori; qualche sagoma che si trascina insonne; i mostri grotteschi coloratissimi disegnati da Kaf e Cyop. Ma nessuno ci fa troppo caso: si scrutano i muri della città, come un rabdomante sonda il terreno per trovare acqua. Non appena scorgeranno uno spazio adatto, uno spicchio di cemento lasciato libero, ecco che inizierá l’assalto. Come in un balletto sincronizzato ripopoleranno il cuore della città con nuovi abitanti: sagome a volte allegoriche, a volte soltanto minacciose. E’ un’epifania che si materializza in forma purissima, non mediata, non gerarchizzata: nessuno di loro, in quel gruppo, e’ mai stato militante di qualche partito, o di qualche movimento. </p>
<p>I muri di una città sono la sua pelle, e i segni che vi appaiono stimolano la curiosità, l’interesse, la paura oppure – perché no? – il divertimento dei passanti. Un volto su un muro ti «guarda», perché passandoci davanti è come se fossi oggetto della «sua» visione, e nello stesso tempo si offre al tuo sguardo, perché è lì e non può muoversi. Lasciare un segno a lungo, ma non in eterno.  Il muro, materia inerte, diventa carta per scrivere. A volte definiscono questi fenomeni come street art – roba che fa venire i brividi ai galleristi – altre volte come guerrilla marketing, ovvero una forma virale di pubblicità e propaganda. D’altra parte il riduzionismo dei media è fatto apposta per intruppare le coscienze, e i lettori reagiscono alle novità con i soliti interrogativi: «Saranno comunisti? Fascisti? Antiberlusconiani? Girotondini?». E non sempre serve rispondergli che chiunque può essere quel soprassalto, firmarlo come vuole, o anche non firmarlo affatto. Se di simbologia ci si può servire, allora a Nico e agli altri sarebbe piaciuto mostrare al lettore l’immagine d’un Davide biblico: ma non la testa di Golia, bensì con quella cartacea del boss finito sui muri.<br />
Prima o poi -Nico e gli altri lo sanno- verrà il giorno in cui dovranno ripartire, come tutti gli altri dividersi in una diaspora forzata, come chicchi di un rosario frantumato in mille pezzi. Ma anche allora non saranno vaccinati del tutto, o esentati dall’ascoltare quel richiamo. L’inquietudine vera e feconda. Quella rimarrà. </p>
<p>Milano, 12 aprile 2008<br />
pubblicato su «Queer» n°153, supplemento di Liberazione, 13 aprile 2008.<br />
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