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	<title>Paolo Rossi &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Un giullare scomodo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[franco buffoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Jul 2009 15:56:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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		<category><![CDATA[politica e satira]]></category>
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					<description><![CDATA[di Valerio Cuccaroni Intervista a Paolo Rossi Una delle tante prove concrete che l’Italia è ancora dominata, per molti aspetti, da un regime feudale e cortigiano, è rappresentata dal ruolo decisivo svolto dai giullari nella nostra società. Prendiamo, ad esempio, il movimento dei meet up. Nato dalle “predicazioni” satiriche di Beppe Grillo piano piano si [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Valerio Cuccaroni</strong><br />
Intervista a <strong>Paolo Rossi</strong></p>
<p>Una delle tante prove concrete che l’Italia è ancora dominata, per molti aspetti, da un regime feudale e cortigiano, è rappresentata dal ruolo decisivo svolto dai giullari nella nostra società. Prendiamo, ad esempio, il movimento dei meet up. Nato dalle “predicazioni” satiriche di Beppe Grillo piano piano si è trasformato in un progetto politico, che durante le elezioni del 2008 ha intimorito non poco le tradizionali forze politiche, compreso il neonato Partito Democratico. Non è un caso che il fenomeno Grillo si sia affermato all’indomani della crisi del sistema partitico, tanto da essere additato come emblema dell’anti-politica. Il giullare infatti è tor¬nato protagonista della vita intellettuale come nel medioevo, riempiendo un vuoto di rappresentanza e assumendo il ruolo dialettico svolto, fino a qualche decennio fa, dai partiti e dai loro militanti, compresi gli intellettuali organici, capaci di coagulare l’attenzione delle masse attorno alle grandi problematiche del periodo: l’etica in politica ai tempi di Tangentopoli o l’antiberlusconismo ai tempi dell’Ulivo.<br />
Il potere persuasivo acquisito dal giullare nel nostro paese è dimostrato dalla censura subita dai comici Daniele Luttazzi, Sabina Guzzanti, Paolo Rossi e Dario Fo durante il secondo governo Berlusconi.<br />
Ed è proprio all’attore e autore comico Paolo Rossi, che siamo andati a chiedere lumi sulla situazione italiana. Lo abbiamo incontrato al termine della serata finale di Cabaret Amoremio 2008, un concorso per cabaret¬tisti emergenti che da oltre vent’anni va in scena a Grottammare, piccolo paese in provincia di Ascoli Piceno, salito alla ribalta per gli esperimenti di democrazia partecipativa condotti nei primi del 2000 dall&#8217;allora sindaco Massimo Zamboni.<span id="more-19779"></span></p>
<p>Iniziamo con una domanda sulla televisione, a cui sei approdato con tanto successo da apparire pericoloso e subire la censura del cele¬bre monologo di Pericle che avresti voluto recitare a Domenica In («Qui ad Atene noi facciamo così. Il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi, per questo è detto democrazia&#8230;»). Che cosa si prova a essere censurati?<br />
Mah, ci son delle cose peggiori che possono succedere nella vita. Per restare nell’ambiente dello spettacolo, quando sei censurato e hai già conquistato un microfono, un riflettore, a volte è anche una fortuna, non bisogna essere ipocriti, nel senso che riempi i teatri, i giornali ne parlano. La censura più grossa e più tragica è quella delle ultime generazioni: cioè, a me viene impedito di esprimermi, però mi son già espresso e possono continuare a esprimermi, le ultime generazioni invece non possono nemmeno cominciare ad esprimersi. E questo non solo in televisione, anche in teatro, con i tagli alla cultura, le sovvenzioni. E quella è una censura molto più tragica e a quel che si prova lì non voglio neanche pensarci.</p>
<p>Sempre a proposito della televisione: come ti sembra quella italiana?<br />
Io non sarei preoccupato della televisione, perché tanto è una cosa che è destinata a finire fra un po’ e già adesso è in grande crisi, perché ci sono Internet, le tv satellitari, i dvd, i telefonini, per cui la fruizione video non credo ce la darà più solo la Rai o Italia 1 o Canale 5. Sono sempre più in ribasso, a partire dalla quantità di spettatori&#8230;</p>
<p>Però sulla “massaia” e gran parte dell’elettorato influisce ancora&#8230;<br />
Questo sì, però sempre di meno, secondo me. Se tu parli a livello politico, il lavoro è già stato fatto vent’anni fa: è da vent’anni che hanno già cominciato a lavorare il cervello. La massaia fra vent’anni sarà molto diversa dalla massaia degli ultimi venti.</p>
<p>E secondo te sarà più libera avendo più mezzi a disposizione per informarsi?<br />
Ci sarà più caos e, quando c’è più caos, se sei bravo puoi ritagliarti uno spazio di libertà.</p>
<p>A proposito di libertà: perché a Fabio Fazio, il conduttore della popolare trasmissione Che tempo che fa, concedono quella libertà che ad altri viene negata?<br />
Perché lui è molto furbo, perché lui si prende la parte e il ruolo di quello che si scandalizza, non le dice lui, attirandosi anche delle antipatie e dei giudizi a volte non veritieri, perché il lavoro che fa – di chi si scandalizza, di chi si dissocia, di chi non parteggia per ciò che il partner, il comico o l’ospite dice – permette, fa sì che si possa continuare a dirlo.</p>
<p>Fa la spalla&#8230;<br />
Sì, ma fa la spalla in maniera intelligente, perché non puoi censurarlo: loro, infatti, dicono «ci verrebbe la controparte», ma è proprio lui a farla e il discorso è chiuso.</p>
<p>Viaggiando ed esplorando l’Italia contemporanea, a noi sembra un paese ancora feudale, dominato da un re taumaturgo, da baronìe varie, dalla Chiesa: condividi questa immagine? E se la condividi, quali “feudi” hai incontrato nella tua vita?<br />
Io condivido talmente tanto questa visione dell’Italia, che l’altro giorno ho detto che volevo rimettermi a leggere il Principe, perché a volte bisogna recuperare il passato per capire il presente e decifrare il futuro. Di feudi io ne ho trovati abbastanza, in tutti i campi, in tutti i settori: al di là del mio mestiere, voglio dire, basta che hai a che fare con la Sanità, hai dei figli da mandare a scuola – insomma li trovi li, trovi.</p>
<p>A proposito di feudalesimo, nel medioevo c’era il buffone e c’era il re: il buffone era l’unico che aveva l’autorizzazione di mostrare il re nudo e sbeffeggiarlo. Ma il fatto che l’avanguardia del dissenso sia oggi costituita dai buffoni, senza offesa, non è questo il segnale di una profondissima decadenza?<br />
Credo di sì e personalmente credo di aver detto qualcosa stasera sul palco al riguardo: io non passerò mai dall’altra parte, nel senso di fare la voce del popolo – io faccio il comico, l’attore, racconto quello che voglio raccontare, pago se c’è da pagare. Poi come cittadino mi tengo anche un passo indietro rispetto agli altri, cioè se c’è una manifestazione, non mi metto davanti, mi metto dietro: ci vado, ma mi metto dietro.</p>
<p>E non ti spaventano gli Italiani che chiedono ai buffoni di fare politica?<br />
Sì, a me sì. Ci vorrebbe solo quello: vorrei vedermi, assessore all’urbanistica, cosa cazzo ti combino!</p>
<p>Se dovessi rifare un “sogno all’incontrario” sull’Italia, come sarebbe questo sogno?<br />
Oddio, uguale a quello che ho fatto quindici anni fa. Per molti miei pezzi alcuni dicono che sono stato profetico, io spero di non aver portato sfiga&#8230;</p>
<p>Se dovessi dare dei consigli a chi vuole mettersi in viaggio in questa Italia devastata e grottesca, che consigli daresti?<br />
Basta andare sulla strada, leggersi Kerouac e poi partire. Senza una meta precisa. L’importante è andare.</p>
<p>valerio.cuccaroni@argonline.it</p>
<p>NdR Questa intervista appare nell’ultimo numero di Argo, monografico dedicato all’oscenità.<br />
<a href="www.argonline.it" target="_blank">www.argonline.it</a><br />
argo@argonline.it</p>
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