<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>paolo zardi &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
	<atom:link href="https://staging.nazioneindiana.com/tag/paolo-zardi/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://staging.nazioneindiana.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Thu, 23 Jan 2020 21:13:31 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=6.7.5</generator>
<site xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">211417809</site>	<item>
		<title>Conversazione con Paolo Zardi su &#8220;L&#8217;invenzione degli animali&#8221;</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2020/02/13/paolo-zardi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Feb 2020 06:00:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Gianluca Garrapa]]></category>
		<category><![CDATA[Julian Jaynes]]></category>
		<category><![CDATA[L’invenzione degli animali]]></category>
		<category><![CDATA[Michael Brooks]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[paolo zardi]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=82553</guid>

					<description><![CDATA[A cura di Gianluca Garrapa L’invenzione degli animali è l’ultimo romanzo di Paolo Zardi, uscito a settembre del 2019 per Chiarelettere nella collana Narrazioni serie «Altrove» diretta da Michele Vaccari. Protagonisti del romanzo, ambientato in un’Europa piegata da guerre intestine e governata solo dai principi dell’economia, sono quattro geniali menti assunte dalla Ki-Kowy, la più [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>A cura di<strong> Gianluca Garrapa </strong></p>
<p><em>L’invenzione degli animali </em>è l’ultimo romanzo di <strong>Paolo Zardi</strong>, uscito a settembre del 2019 per Chiarelettere nella collana Narrazioni serie «Altrove» diretta da Michele Vaccari. Protagonisti del romanzo, ambientato in un’Europa piegata da guerre intestine e governata solo dai principi dell’economia, sono quattro geniali menti assunte dalla Ki-Kowy, la più grande azienda del mondo impegnata nel grandioso progetto di plasmare un nuovo paradigma dell’umanità. <span id="more-82553"></span>Lucia Franti, una scienziata italiana, è impegnata nel progetto d’ibridazione genetica denominato “Progetto vita eterna”: le cavie sono animali inventati per essere donatori di organi. E proprio la morte di uno di questi animali diventa l’imprevisto profondamente umano che sconvolge i perversi piani dell’azienda e costringe Lucia e i suoi sodali a una fuga per la libertà…</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Gianluca Garrapa:</strong> «Allora si era fatta più vicina a Patrick, e aveva appoggiato la testa sulla sua grossa spalla; e lui l’aveva cinta con un braccio e l’aveva stretta piano&#8230; Era un momento prima che tutto crollasse»: è un passaggio del penultimo capitolo, <em>La fine</em>, che richiama una scena del quarto capitolo, <em>La cena</em>, svoltasi otto mesi prima durante la cena aziendale.  E anche nel quarto capitolo si anticipa, in maniera sibillina, quel che accadrà otto mesi dopo. Non è l’unico caso d’intreccio, o forse meglio mutuare un termine della fisica quantistica: entanglement. L’altra situazione in cui s’intrecciano i passaggi riguarda un oggetto che abita il primo capitolo, <em>Klagenfurt</em>: un fucile, «Un fucile! Cosa ci faceva un fucile a casa loro?» e che ritorna nel dodicesimo capitolo, <em>Viaggio di nozze</em>. Il lettore scoprirà che i capitoli sono in qualche modo imbastiti per opposti, attraverso una partitura che contrappone positivo a negativo. Ho parlato di entanglement, d’intreccio, come se le due mani sulla tastiera del pianoforte se incrociassero e trasformassero vicendevolmente melodia e armonia. Come i tuoi precedenti romanzi, anche qui scorgo polifonie e partiture musicali, matematica e grazia, il fantasma di Bach: «provarono <em>Aria sulla quarta corda</em>». Raccontaci un po’ la composizione di questo romanzo dall’idea dell’ibridazione genetica.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Paolo Zardi: </strong>Ripercorrere le tappe che hanno portato alla realizzazione di un romanzo è un processo particolarmente divertente, perché consente di capire, a posteriori, come funziona la propria testa. Nel caso di questo libro, il punto di partenza più concreto si posiziona alla fine del febbraio del 2016; e poiché sono un grande amante delle date (tutti i ricordi della mia vita passata sono organizzati in ordine rigidamente cronologico), posso dire che il 18 febbraio di quell’anno non avevo ancora pensato a nulla, e che giovedì 25 febbraio, una settimana dopo, l’idea iniziale si era già formata. La scintilla è scoccata grazie alla lettura del libro “Oltre il limite. Undici scoperte che hanno rivoluzionato la scienza” di Michael Brooks (trad. Stefano Chiapello, V. L. Gill, Jasmina Trifoni, Codice edizioni), e in particolare a un suo capitolo in cui si parlava di ibridazione genetica. Ho una particolare passione per i saggi che, da scrittore, leggo spesso in chiave “narrativa”, cioè domandandomi che tipo di problemi – etici, morali, esistenziali – potrebbero porre a un essere umano. Ecco, il 25 febbraio avevo già capito che volevo raccontare la storia di una persona, di una donna, per essere precisi, che si trovava a intuire una qualche forma di umanità nel corpo ibridato di un animale (ripensandoci, allora l’aspetto affettivo di questa relazione tra essere umano e cavia era molto più evidente e definito).</p>
<p>Nel corso dei due anni successivi, mentre portavo avanti altri progetti, ho continuato a pensare a questa storia; quando poi all’inizio del 2018 Michele Vaccari mi ha proposto di scrivere qualcosa per la collana che stava mettendo in piedi per Chiarelettere, ho pensato che fosse finalmente arrivata l’occasione giusta. A quel punto, ho deciso di provare a inserire, nel tessuto della storia, anche un’altra mia grande passione: la teoria sulla nascita della coscienza che Julian Jaynes spiega in uno dei libri più belli che io abbia mai letto, e cioè “Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza” (trad. Libero Sosio, Adelphi); e poi, in fase di realizzazione, è entrato in gioco un altro saggio, “La guerra delle intelligenze”, di Alexandre Laurent (trad. Marella Nappi, EDT), sul tema del potere che le grandi aziende stanno accumulando. E vista la complessità degli argomenti che intendevo trattare, ho deciso che la storia avrebbe dovuto avere una struttura solida e ben architettata, con elementi di suspense, anticipazioni, colpi di scena, prendendo in prestito alcune soluzione usate, tipicamente, nei thriller.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>G.G.: </strong>Che ruolo hanno i simboli che utilizzi a inizio di capitolo nell’architettura del romanzo?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>P.Z.:</strong> Tra le tante fonti di ispirazione, ci sono i thriller, così diversi tra loro, di Ken Follet, Frederic Forsyth, John Le Carrè, John Grisham e Michael Crichton. Li ho amati molto, per un certo periodo della mia vita. L’idea dei simboli posti all’inizio di alcuni capitoli è un omaggio a “Jurassic Park”.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>G.G.:</strong> «Mondi di visioni non vedute e di silenzi uditi è questa regione inconsistente della mente!» scrivi in esergo citando le parole tratte dallo scritto di <em>Julian Jaynes, autore de Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza</em>, tradotto in Italia per Adelphi da Libero Sosio. Questo romanzo, insieme a <em>Oltre il limite</em>, di Micheal Brooks, tradotto in Italia per Codice da Stefano Chiapello, Valeria Lucia Gili e Jasmina Trifoni hanno profondamente e appassionatamente influenzato il tuo lavoro. Nella tua scrittura convivono precisione e passione, legge e desiderio. In che modo le nozioni antropologiche e scientifiche hanno delimitato e stimolato la tua pratica letteraria?</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>P.Z.:</strong> Quando si scrive un romanzo, o una storia con una forma qualsiasi, il punto di partenza è sempre il “problema” che il personaggio principale si trova ad affrontare; ma sebbene il mondo sia piuttosto fantasioso nell’inventare situazioni complicate per gli esseri umani, bisogna ammettere che spesso l’insieme delle “mosse d’apertura” è piuttosto ridotto: un lutto, un tradimento, la perdita del lavoro, un meteorite che si sta schiantando sulla terra. La formazione scientifica che ho ricevuto, e questa doppia vita di autore e ingegnere, mi hanno invogliato a scegliere una strada diversa; se mi guardo indietro, tra l’altro, ricordo che già ai tempi dell’Università avevo pensato di scrivere un romanzo incentrato sulla Teoria dei Sistemi: un giovane ingegnere, descrivendo il sistema di smaltimento delle scorie nucleari con un modello matematico autoregressivo a media mobile, scopriva un traffico illecito di uranio impoverito… Allora, però, non sapevo neanche da che parte si iniziasse!</p>
<p>Per “L’invenzione degli animali”, ho scelto di infilare i miei personaggi in una questione piuttosto delicata, che, a grandi linee, riguarda i limiti etici alla quale l’economia dovrebbe sottostare. Non ci sono risposte, ma solo domande, come nella miglior tradizione del romanzo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>G.G.:</strong> «Ascoltami, il segreto è che la <em>morale </em>è solo un altro modo di dire la parola <em>economia</em>. Capito? È questa la chiave di tutto.»  Questa è pure la morale di Govind Kapoor «uno dei più alti dirigenti della Ki-Kowy», di Bi, il capo di Lucia Franti «alto, con i baffi neri e la riga di lato», e del fondatore del progetto «Julius Moreau, il fondatore metà canadese e metà americano». Oggi com’è vincolata la morale di uno scrittore al mercato editoriale?</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>P.Z.:</strong> Sospetto di non essere la persona più indicata per dare una risposta a questa domanda: il mio rapporto con il mercato editoriale è piuttosto superficiale, nel senso che sono, a tutti gli effetti, un autore di nicchia le cui vendite possono essere considerate soddisfacenti solo se rapportate ai numeri che circolano nella piccola editoria. In questi anni, non mi è mai successo di pensare alle ricadute, in termini di vendite, dei libri che stavo scrivendo; qualche volta mi è stato chiesto di togliere qualche eccesso qua e là ma non credo che la sostanza di ciò che volevo raccontare sia mai stata compromessa. I vincoli potrebbero nascere nel momento in cui la scrittura diventa una professione, lo strumento con il quale ci si sostenta; al momento, per me il problema non si pone.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>G.G.:</strong> «<em>Sono quindi tornata alla carta e alla penna, come quando andavo alle elementari.</em>» scrive Lucia Franti. La penna è un oggetto che appare desueto nell’ambientazione nel romanzo, lo usa Lucia per scrivere una lettera a mano dal Pakistan a lume di candela perché internet non funziona, la utilizza Bi nel suo studio per non tradire il suo nervosismo, a penna sono le aggiunte di Tibor sui fascicoli che denunciano tutto il torbido dell’affare Ki-Kowy. L’oggetto desueto è anche funzionale ed esprime il ritorno di un’umanità repressa dalla tecnologia, di una coscienza offuscata da un corpo costruito in laboratorio, una beatificante regressione. Il tuo romanzo è potente anche in questi piccoli particolari, nelle citazioni filosofiche che guarniscono un thriller distopico e metaforicamente attualissimo: che ne è della scrittura quando lascia la tastiera e torna al ritmo più lento del corpo-penna? Oppure il passaggio verso il digitale è irreversibile?</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>P.Z.:</strong> Ho vissuto il passaggio dalla penna alla tastiera di un computer come una liberazione, e se per qualche motivo non potessi più usare un computer, probabilmente smetterei di scrivere. Ci sono invenzioni che hanno segnato un passaggio irreversibile, come l’automobile, la mail, il televisore, la lavatrice; nessuna di queste esclude l’utilizzo delle vecchie tecnologie, ma queste risultano marginali, se non altro da un punto di vista statistico. Nel caso della scrittura, vedo che esistono ancora persone che preferiscono la penna; nella lettura, invece, il libro cartaceo tiene duro. Ma credo che raramente le trasformazioni abbiano una qualche base ideologica: vince sempre la funzionalità migliore (e il libro di carta è ancora ineguagliato, da questo punto di vista).</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>G.G.:</strong> «György ricevette il compito di dirigere un’équipe di studiosi per attestare il «grado di umanità» di quegli animali.»: la nota, il colore fondamentale dei tuoi romanzi è proprio il concetto e la pratica dell’umanità, anche i legami familiari sono fondanti, quando funzionano e quando sono disfunzionali. Ma io vorrei chiederti di immaginare un grado zero dell’umanità che iniziasse a svilupparsi in un androide: la letteratura continuerà a essere prerogativa solo degli… umani?</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>P.Z.:</strong> Durante le vacanze di Natale ho letto un saggio di Gary Kasparov sulle sue due celebri sfide con Deep Blue, il supercomputer di IBM, che al secondo assalto sconfisse l’allora campione del mondo in un match al meglio di sei partite. Negli anni Cinquanta Nabokov aveva detto che nessuna macchina sarebbe mai stata in grado di vincere una partita a scacchi; negli stessi anni, Turing aveva profetizzato che entro il 2000 l’uomo sarebbe stato sconfitto da un computer: la storia ci dice che aveva ragione Turing. Kasparov, però, sostiene che il traguardo raggiunto da Deep Blue nel 1997 dice più sui limiti del gioco degli scacchi (che Nabokov evidentemente non aveva intravisto) che sulla potenza dell’intelligenza artificiale, o di quello della mente umana: gli algoritmi utilizzati dai motori scacchistici si basano sulla forza bruta, e cioè sull’enorme potenza di calcolo, ma non sono in grado di replicare il particolare modo di ragionare di uno scacchista – il tipo di percorso mentale che compie per impostare una strategia. Anche nella traduzione si sono fatti passi da gigante, e, pure in questo approccio usato, non si è tentato di imitare la mente umana, ma si è sfruttata, invece, l’enorme mole di dati a disposizione dalle aziende che detengono i <em>Big Data</em>. Chi sviluppa i programmi di traduzione talvolta non conosce né la lingua di partenza né di quella di arrivo, perché è irrilevante; ma mi azzardo a dire che presto le traduzioni automatiche saranno più precise di quelle umane: è solo questione di tempo.</p>
<p>E sulla scrittura? Qualche anno fa la Microsoft ha realizzato un esperimento di intelligenza artificiale che ha suscitato un grande interesse: dopo aver creato Tay, un software di tipo bot in grado di interagire con persone umane attraverso brevi messaggi, il team di sviluppatori ha creato un profilo su Twitter e glielo ha dato in gestione. Dopo un giorno, però, hanno dovuto bloccarlo: interagendo con gli utenti della piattaforma, e imparando il loro modo di pensare, Tay era diventato un suprematista bianco neo-nazista. Se questo è il primo androide che ha prodotto testi scritti, non si tratta sicuramente di una bella partenza. Nel libro di Kasparov viene ripreso un celebre aforisma: l’intelligenza umana è tutto quello che i computer non sanno ancora fare.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>G.G.: </strong>Lucia Franti, la ribelle, il suo ragazzo Patrick, che nel nome evoca il padre, Emily Stankovich, soprannominata Dickinson, il nome dell’animale Victor poi, è indicativo<strong>: </strong>come nascono questi nomi così eloquenti?</p>
<p><strong>P.Z.:</strong> I nomi sono allo stesso tempo un problema, un’opportunità e una forma di divertimento. In due dei miei romanzi precedenti, ad esempio, i protagonisti non avevano alcun nome, per motivi opposti.</p>
<p>Andando per ordine, il cognome di Lucia è un chiaro riferimento a “Cuore” di De Amicis, e al saggio di Eco che parlava dell’unico personaggio ribelle di quel romanzo zuccheroso; la protagonista lo eredita dal padre, che era il personaggio principale del mio romanzo precedente, “Tutto male finché dura”. Per Patrick (come per György, Josefa, Govind Kapoor), ho cercato su Google il nome più diffuso nei loro paesi. La scelta di Emily Stankovich è un omaggio a una ragazza americana che si è laureata l’anno scorso a Houston, in Texas, portando come tesi di laurea la traduzione di “XXI Secolo”. Victor, infine, è il nome che avevo dato al “villain” del secondo romanzo che ho scritto, un libro mai pubblicato: mi è sempre piaciuto, per motivi a me ignoti, e ho voluto usarlo anche qui.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>G.G.:</strong> E i luoghi, i luoghi… i castelli della Loira, Mastung nel Pakistan, le autostrade, Heidelberg: «Cenarono in un ristorante con cucina tedesca vicino alle imponenti rovine del Castello di Heidelberg. Marianne le parlò della città – di Hegel, di Weber e della Arendt – e del Centro per l’Astronomia»: che rapporto hai con i luoghi del romanzo?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>P.Z.:</strong> Ho passato il Capodanno del 2018 e i giorni immediatamente precedenti a Klagenfurt, dove si svolgono i primi due capitoli del romanzo: è una piccola città ben curata e priva di qualsiasi reale attrattiva. Ho soggiornato, a più riprese, nella Cité Universitaire di Parigi (proprio là ho compiuto i miei 18 anni in una camera della Maison de l’Asie du Sud Est, una curiosa costruzione a forma di Pagoda); sono letteralmente impazzito quando ho visto per la prima volta la zona de La Défense, dove si trovano gli uffici in cui lavora Lucia, e ho passeggiato con il cuore gonfio di gioia attraverso le strade della<em> rive droite</em> della Senna, dove i due protagonisti vanno a vivere dopo un breve periodo passato dalle parti di Place d’Italie, e dove assistono a una scena che ho vissuto di persona: piccole ballerine in tutù che ballano in una sala affacciata su un giardino interno. Parigi è una città che amo. Sono stato anche a Heidelberg e a Besançon, nel 1999, ma non ho mai visto i castelli della Loira e non ho mai avuto la fortuna di andare in Pakistan. Sono però un vero appassionato delle mappe di Google, e di Street View, invenzioni che rendono questo secolo (comunque complicato) superiore a tutti gli altri. I due aspetti che per me sono indispensabili, nella scelta dei luoghi, sono la verosimiglianza e la partecipazione emotiva, cioè la sensazione che esista un legame tra la voce che racconta la storia e quel particolare spazio; la struttura de “L’invenzione degli animali”, e il suo appartenere al filone dei <em>thriller internazionali</em>, mi hanno permesso di sbizzarrirmi un po’.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">82553</post-id>	</item>
		<item>
		<title>La gente non esiste</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2019/07/09/la-gente-non-esiste/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2019/07/09/la-gente-non-esiste/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Jul 2019 05:00:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Gabriele Merlini]]></category>
		<category><![CDATA[paolo zardi]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=79337</guid>

					<description><![CDATA[di Gabriele Merlini Tra i refrain più in voga, avendo la sfortuna di trattare di editoria, c&#8217;è senza dubbio questo dei racconti (tirarlo fuori nelle conversazioni non è mai uno sport salutare, tuttavia tornarci potrà aiutare i distratti a orientarsi meglio, funzionando da pratico punto di partenza.) Riassunto: esisterebbe un diffuso, radicatissimo timore nei confronti [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Gabriele Merlini</strong></p>
<p>Tra i refrain più in voga, avendo la sfortuna di trattare di editoria, c&#8217;è senza dubbio questo dei racconti (tirarlo fuori nelle conversazioni non è mai uno sport salutare, tuttavia tornarci potrà aiutare i distratti a orientarsi meglio, funzionando da pratico punto di partenza.) Riassunto: esisterebbe un diffuso, radicatissimo timore nei confronti delle <em>short stories</em>, delle raccolte, delle antologie. Motivazioni più che note: attirano poco, coinvolgono poco, vendono poco, sono difficili da classificare, in fascetta è un dramma, bisogna scovare un sinonimo accettabile di <em>racconto</em> («otto avvincenti romanzi brevi?») senza contare quanto vantino misteriosi poteri satanici grazie ai quali il lettore tende a smarrirsi, confondersi, incattivirsi. Viceversa è nostro dovere tutelarlo con malloppi lineari e omologati.</p>
<p>Per fortuna la faccenda è vera solo in parte, specie in questi tempi di fioritura di realtà specialistiche eccellenti e felici esordi; ma la costante ripetizione del mantra fa sì che qualsiasi uscita nel settore venga all&#8217;inizio salutata come un piccolo, fondamentale miracolo degno di stupore e sbigottimento.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>«<em>Ogni tanto tendeva a balbettare – lui diceva di essere insicuro,</em></p>
<p><em>ma a me piaceva pensare che lo facesse perché aveva</em></p>
<p><em>molto da dire, e la lingua, le labbra, la faringe, non gli stavano dietro.</em>»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Secondo quest&#8217;ottica, dunque, <strong>Paolo Zardi</strong> avrebbe dalla sua la recidività essendo già autore di due libri di racconti (<em>Antropometria</em> e <em>Il giorno che diventammo umani</em>, entrambi pubblicati da Neo Edizioni) oltre alla produzione romanzesca (<em>XXI Secolo </em>è stato candidato allo Strega. <em>Tutto male finché dura</em> è uscito l&#8217;anno scorso per Feltrinelli). La verità è che l&#8217;ultima raccolta dello scrittore padovano – <a href="https://www.neoedizioni.it/neo/catalogo/la-gente-non-esiste/"><strong><em>La gente non esiste</em></strong></a>, nuovamente con i tipi di Neo – finisce per essere una operazione riuscita sotto vari punti di vista e merita qualche approfondimento.</p>
<p><em>«Il 2015. Sembrava un anno impossibile da immaginare, allora.</em></p>
<p><em>Prima si doveva arrivare al 2000, la fine di un secolo, di un millennio,</em></p>
<p><em>e poi serviva ancora un’altra vita, lunga come quella che aveva appena vissuto.</em></p>
<p><em>Dove sarebbero stati nel 2015?»</em></p>
<p>Non saprei quanta consuetudine con altri autori di racconti italiani o stranieri richieda il libro per comprenderne i punti di forza (immagino poca, giustamente) però tra gli aspetti migliori parrebbe esserci la capacità di restituire chiare le influenze, reinventandole via via affinché risultino il più possibile aderenti alla contemporaneità cui siamo immersi. Ventisette quadri – numero che può spaventare, va ammesso – dalle differenti ambientazioni e protagonisti, esposti secondo una prospettiva personale e poco usuale. Scientifica attenzione ai particolari in apparenza secondari, ai dialoghi e le digressioni, focalizzandosi su quanto di epifanico possa nascondersi in ciò che riteniamo superficiale sbagliandoci di grosso. La quotidianità di individui (non <em>gente</em>: termine che grazie al cielo sta riguadagnando una propria tremenda connotazione) posti davanti le rispettive solitudini, inadeguatezze e paure. Plot nella norma lineari – i testi sono per lo più singole scene dissezionate da molteplici angolature – che restituiscono inediti istanti di scoperta e presa di coscienza e per il lettore, o quantomeno per il lettore che scrive questo pezzo, è curioso il processo di identificazione, di ritorno a un vissuto personale sovrapponibile più o meno con precisione alla situazione descritta: ricordi liceali mitizzati, una evacuazione aziendale, una spiaggia affollata che invita alla riflessione, fotogrammi di vita urbana conditi dal rimorso («quando finiva di lavorare, passeggiava per le strade di Milano, da sola, e guardava i giardini nascosti dietro i portoni imponenti di via Borgonuovo, le luci accese fino a tardi nelle finestre dei palazzi ottocenteschi di piazza Cordusio e non smetteva di immaginare cosa potesse significare avere una vita di successo»: qui temo Zardi mi abbia letteralmente pedinato).</p>
<p>Lo stile, alternando virate umoristiche, sarcastiche e cupe – bastano i titoli eterogenei per provare a farsi un&#8217;idea: <em>Le sottili pareti del cuore</em> unita a<em> Le cyclette non vanno da nessuna parte –</em> è misurato, funzionale al ruolo che sembra prefiggersi: indagare quanto ci circonda e farlo in modo diretto, senza veli. Pagine talvolta dure ma mai banalmente spietate come capita di incontrare in giro, più un diffuso senso di lievità: caratteristiche non frequenti da queste parti, dunque da accogliere positivamente.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2019/07/09/la-gente-non-esiste/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>1</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">79337</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Su &#8220;Il giorno che diventammo umani&#8221;</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2014/01/07/su-il-giorno-che-diventammo-umani-di-paolo-zardi/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2014/01/07/su-il-giorno-che-diventammo-umani-di-paolo-zardi/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[alessandro broggi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Jan 2014 08:10:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[francesca fiorletta]]></category>
		<category><![CDATA[il giorno che diventammo umani]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[Neo Edizioni]]></category>
		<category><![CDATA[paolo zardi]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=47203</guid>

					<description><![CDATA[di Francesca Fiorletta Leggere Paolo Zardi, per me, è stata una sorpresa. Sono su internet a fare zig zag tra i vari siti di letteratura che reputo solitamente più attendibili, e trovo un titolo che all&#8217;improvviso cattura la mia attenzione: “Il giorno che diventammo umani”. Eh, chissà quando toccherà a me, mi viene da pensare, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right">di <strong>Francesca Fiorletta</strong></p>
<p style="text-align: justify"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/zardi.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-47204" alt="zardi" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/zardi-210x300.jpg" width="210" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/zardi-210x300.jpg 210w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/zardi.jpg 240w" sizes="(max-width: 210px) 100vw, 210px" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Leggere Paolo Zardi, per me, è stata una sorpresa.</p>
<p style="text-align: justify">Sono su internet a fare zig zag tra i vari siti di letteratura che reputo solitamente più attendibili, e trovo un titolo che all&#8217;improvviso cattura la mia attenzione: “Il giorno che diventammo umani”.</p>
<p style="text-align: justify">Eh, chissà quando toccherà a me, mi viene da pensare, col sorrisetto a mezza bocca. La firma della blogger non la riconosco, l&#8217;immagine di copertina ha un che di languido e pietrificante insieme che sembra promettere fuochi artificiali, oppure solo un (altro) lungo pomeriggio soporifero? Sfondo blu notte, un  primo piano di bambina col pigiama rosso fuoco che dorme di profilo, a mani giunte, capelli raccolti dietro l&#8217;orecchio, sembra una giovane madonna asburgica intenta a galleggiare nella placenta ittica dell&#8217;oblio volontario, stato a cui invero forse solo gli adulti riescono ad ambire con così tanta tenacia. Gli adulti, cioè, dopo essere (loro malgrado) diventati “umani”. Sarà questo che intende l&#8217;autore, con quel titolo così apparentemente assurdo?<br />
La casa editrice è la Neo., ho già letto libri interessanti e ben curati da loro, m&#8217;incuriosisco, scrivo subito una mail e chiedo se per caso mi mandano il libro, l&#8217;incipit della recensione non è affatto male, ma aspetto ancora un poco prima di farmi un&#8217;idea, la grande madre editoriale sembra essere sempre incinta, molto spesso senza il suffragio di una reale motivazione, staremo a vedere.</p>
<p style="text-align: justify">Mi arriva il libro e lo lascio per qualche giorno sulla scrivania, in cima alla pila di tomi e tomini che m&#8217;ero ripromessa di leggere per la settimana, il mese, chissà, non c&#8217;è mai abbastanza tempo per fare tutto, vita inumana.<br />
Riprendo il lavoro al pc che mi fa bruciare gli occhi ogni sera, la nausea della retroilluminazione, e per caso mi imbatto nuovamente in un racconto di Paolo Zardi, un inedito stavolta, scritto per rispondere simpaticamente a una giornalista, che lo sfidava a scrivere un testo che non trattasse né di morte né di sesso né di atroci fobie. (E perché mai?)</p>
<p style="text-align: justify">Lo leggo celermente, mi incuriosisce ancora una volta, dove l&#8217;avevo messo, quel libro? Lo rintraccio, sposto la patina di polvere e i due post-it gialli che avevo incollato sulla madonnina dormiente, incrocio le gambe e inizio finalmente a diventare umana.</p>
<p style="text-align: justify">Di venti racconti si compone questa raccolta, ma a me ne basta uno solo, il primo, uno dei più caldi e raggelanti incipit che io abbia letto negli ultimi anni, scritto da un autore contemporaneo, vivente, italiano, classe 1970: “<i>È risaputo che le puttane di colore non danno mai il culo</i>”.</p>
<p style="text-align: justify">Sulle prime, la femminista sopita che è in me inizia a gridare sangue e vendetta, ma guarda un po&#8217;, un altro maschio in crisi ormonale che non sa come sublimare le sue voglie represse, che è convinto di risolvere i drammi del suo piccolo mondo erotico spiattellandole su carta.</p>
<p style="text-align: justify">Poi torno indietro, alla prima pagina, leggo la dedica del libro: “<i>A mia madre</i>”. Sta a vedere che ha pure un cuore, il pentito. L&#8217;esergo è una citazione di Charles Darwin sull&#8217;evoluzionismo, parla della delicata interazione fra i lombrichi e la formazione spontanea della crosta terrestre, che si materializza “<i>in ogni contrada discretamente umida</i>”.</p>
<p style="text-align: justify">Paolo Zardi ha capito qualcosa, allora, mi dico, quell&#8217;attenzione alla composizione superficiale, quell&#8217;indugio sulla consistenza “<i>discretamente umida</i>” deve averlo colpito molto, anche il tono che annunciava la deflorazione sarà dunque principalmente provocatorio? Diamogli una chance.</p>
<p style="text-align: justify">Ricomincio a leggere, già con l&#8217;animo lievemente mutato, e da lì le prime 50 pagine sono tutto un fiato corto: si passa da un amplesso violento e incredibilmente tenero a un male incurabile che inizia a deturpare il corpo partendo proprio dal suo fulcro nodale, il cervello. Pranzi di famiglia mancati, salubri promesse procrastinate, sparizioni inattese e altrettanto inaspettate redenzioni: devo già prendermi una pausa da Paolo Zardi, troppa umanità può anche incutere un po&#8217; di timore, di primo acchito.</p>
<p style="text-align: justify">Non si tratta tanto di witz e trovate voyeristiche, ma di una vera e propria letteratura di vita.</p>
<p style="text-align: justify">Nei giorni successivi quelle parole continuano a ronzarmi in testa, la costruzione così meticolosa delle frasi più ossute e taglienti, lo scavo d&#8217;introspezione mai ammiccante o esasperato, la resa gnomica dell&#8217;attualissima condizione di angoscia esistenziale, di spaesamento del vivere quotidiano, e insieme un attaccamento viscerale, marmoreo, quasi altezzosamente ostinato nei confronti dell&#8217;umanità, dei suoi aspetti più ferali e primordiali.</p>
<p style="text-align: justify">Gli istinti atavici, molecolari, ricondotti così sapientemente dentro narrazioni brevi e fulminanti, aggressive e meditabonde insieme, sono quanto di più affascinante si possa ricercare nella letteratura oggi, a parer mio. E di questo procedimento, Zardi si rivela un ottimo esempio.</p>
<p style="text-align: justify">Le restanti 150 pagine le leggo quindi tutte in una volta, in una girandola ellittica che mi fa perdere e riacquistare il contatto con la più autentica materialità, fuori e dentro la pagina scritta, e così finalmente la spiegazione del titolo mi appare del tutto limpida, nella sua ineluttabilità.</p>
<p style="text-align: justify">Questo libro ha il grande merito di risultare una sorta di agnizione al quadrato, sia perché raccoglie in sé la moltitudine di agnizioni di cui si rendono partecipi i singoli personaggi raccontati, sia perché, esattamente come accadrebbe con un collage di spiccato stampo umanista, il lettore percepisce con chiarezza quel sentimento in nuce confuso e poi via via stoicamente decisionista che si definisce nel gergo comune come “presa di coscienza”.</p>
<p style="text-align: justify">Un genitore che guarda i figli con occhi diversi, un compagno che rivaluta le relazioni amorose, una creatura che reagisce o s&#8217;abbandona concretamente al dolore, ma senza mai rassegnarsi alla vera fine. La morte, in questo libro, funge da grande protagonista assente.</p>
<p style="text-align: justify">Non è un caso, perciò, se l&#8217;ultimo racconto, sviluppato in prima persona, tre pagine vergate fitte con un unico punto fermo, quello finale per l&#8217;esattezza, suona proprio come un autentico richiamo alla gioia della vita, dopo averne necessariamente toccato con mano, occhi, bocca e anima tutte le peggiori sfaccettature.</p>
<p style="text-align: justify">Forse i lombrichi darwiniani siamo noi, forse sono invece le inevitabili asperità dell&#8217;esistenza, ma una cosa è certa: l&#8217;umidità della scrittura di Paolo Zardi si sente eccome, nelle lacrime lancinanti e commosse, negli umori del sesso, nei liquami fetidi del corpo, nei sudori ardenti dei desideri.</p>
<p style="text-align: justify">Diventare umani, nostro malgrado, anche in letteratura, si può e si deve.</p>
<p style="text-align: justify"><i>Fissò il lampione che dondolava sopra la strada, oltre al muro di recinzione; e poi guardò le piante, e l&#8217;erba, e gli parve di vedere, per un attimo, tutte le bestie che strisciavano in quel giardino, trascinando la loro fame instancabile da una foglia all&#8217;altra, e quelle che se ne stavano infilate dentro la terra da giorni, da mesi, per sfuggire ai loro insaziabili predatori, e quelle intente a costruire trappole mortali per le loro prede: da quanti miliardi di anni andava avanti quella lotta abominevole? Per quanto tempo sarebbe continuata? Poi, girandosi verso il salotto, vide la cagna assopita, le stampe alle pareti – c&#8217;era anche quella di Mirò &#8211; , le centinaia di libri allineati nella libreria, il baluginio azzurro della televisione, il divano che aveva scelto con sua moglie in un sabato pomeriggio di novembre, un cesto accanto alla poltrona con i giocattoli dei suoi nipotini e improvvisamente capì cos&#8217;era la vita – era quell&#8217;ammasso confuso di cose e, insieme, i suoi occhi che lo guardavano; e la morte era qualcosa che riguardava solo lui, e la sensazione, impossibile da condividere, di esistere. Poi, sulle scale per salire in camera, sentì che non voleva morire: che sarebbe stato disposto ad accettare che tutte le piante e tutti gli animali sparsi per il mondo finissero di colpo, se questo gli avesse garantito un giorno di vita in più.</i></p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2014/01/07/su-il-giorno-che-diventammo-umani-di-paolo-zardi/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>11</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">47203</post-id>	</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/

Page Caching using Disk: Enhanced 

Served from: staging.nazioneindiana.com @ 2026-06-19 14:49:46 by W3 Total Cache
-->