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	<title>papa &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Un gesto per la pace</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Aug 2014 10:00:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
		<category><![CDATA[emergency]]></category>
		<category><![CDATA[pace]]></category>
		<category><![CDATA[papa]]></category>
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					<description><![CDATA[di Antonio Sparzani Giardino tranquillo, verde, natura libera, ibischi, rose fiorite, erba tanta e spontanea che nessuno modera, lo sguardo si sperde nel golfo di Trieste e oltre, navi acquattate nella pace del pomeriggio, ma ecco che arriva la parola drammatica a svegliarmi e a strapparmi dalle allettanti persuasioni dell’indolenza, la parola pace è arrivata, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong></p>
<p>Giardino tranquillo, verde, natura libera, ibischi, rose fiorite, erba tanta e spontanea che nessuno modera, lo sguardo si sperde nel golfo di Trieste e oltre, navi acquattate nella pace del pomeriggio, ma ecco che arriva la parola drammatica a svegliarmi e a strapparmi dalle allettanti persuasioni dell’indolenza, la parola <em>pace</em> è arrivata, come si fa a pronunciare questo bisillabo, oggi, che appena  sporgiamo lo sguardo fuori dal nostro così soddisfacente particolare, sentiamo le grida strazianti di tanti milioni di nostri simili che di questa parola hanno perso le tracce, se mai le avevano avute? La loro esperienza prevalente è il dolore, l’insicurezza, la perdita, la mancanza di ogni appiglio; uomini donne e bambini stanno male tutti, credo io, anche i più corazzati.<br />
Mi chiedo per l’ennesima volta che fare e che pensare. Mi son detto già più volte che se avessi l’età e l’energia giuste (roba di quarant’anni fa) andrei là, là dove serve, con <em>Emergency</em> o con i <em>medici senza frontiere </em>o con chi altro ritenessi meglio collaborare e condividere, almeno a curare i dolori fisici di tante e tanti che quei dolori non meritano.<br />
Ma ora, qui noi a guardare telegiornali e servizi grondanti di notizie talvolta gonfiate ad arte per colpire, tal altra invece reticenti sugli aspetti più imbarazzanti, cosa dire, pensare – è forse possibile dare con la parola un contributo, certo infinitesimo, ad un qualche miglioramento della situazione? Ovvero, al di là e oltre l’appoggio materiale che tutti possiamo dare a quelle organizzazioni, governative e non, che ci sembra operino nella direzione di un mondo migliore, noi, io, qui ed ora cosa posso dire. Io che sono una goccia in un mare, così come, non m’illudo, gocce in un mare sono Putin e Obama, Xi e Merkel e giù giù fino al nostro nazionale Matteo.</p>
<p>Gocce sì, però, gocce con movimenti diversi dalle altre.<br />
E allora fatemi fare questa fantasia: se uno di questi personaggi un bel giorno si presentasse ai confini di quegli stati, canaglia o non canaglia ma comunque pieni di gente che sta male, e chiedesse di entrare a visitare il paese, che farebbero, gli direbbero di no? Si metterebbe subito in moto una macchina complicata, appunto “diplomatica”, per trattare l’ingresso con le dovute norme. E poi? Se questo ipotetico importante personaggio insistesse per visitare tante zone del paese, i locali governanti rifiuterebbero? Non so, ma nulla darei per scontato. O il papa, per esempio, se andasse lui, Francesco, che tanti segni ha già dato almeno di diversità dai suoi predecessori, a bussare alle porte d’ingresso degli stati? Ma, lui e tutti gli altri, di persona lì davanti, con tutto il seguito, tutti con passaporto diplomatico e tutti lì ad aspettare una risposta, ci fate entrare o no? Francesco si presenta bel bello con la papamobile ai confini della Siria e chiede di scorrazzare per il paese, che succede? Mi piacerebbe molto guardare e anche fare il tifo per lui.</p>
<p>Ovvero, l’unico pensiero che riesco a formulare è quello del gesto clamoroso, apparentemente infattibile, supremamente imbarazzante: ho sempre meno fiducia nella cosiddetta diplomazia che abbiamo fin qui conosciuto.</p>
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		<title>Sillabario indiano: P</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2011/06/28/sillabario-indiano-p-come-papa/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Jun 2011 06:45:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[fascismo]]></category>
		<category><![CDATA[galeazzo ciano]]></category>
		<category><![CDATA[giacomo sartori]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgia Fiorio]]></category>
		<category><![CDATA[p]]></category>
		<category><![CDATA[papa]]></category>
		<category><![CDATA[sillabario indiano]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giacomo Sartori (fotografie di Giorgia Fiorio) caro papà al dibattito delle diciassette ho parlato bene insomma non malaccio visti gli intimi annessi e connessi (il costrutto autoassolutorio: vengo da molto lontano) non mi sono incrodato ho riesumato nella testa cava architravi e capitelli e perfino una statua intatta ma eccoti il critico acuminato con [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori </strong>(fotografie di <strong>Giorgia Fiorio</strong>)<strong><br />
</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/01.2004-01-021.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter size-medium wp-image-39425" title="01.2004-01-02" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/01.2004-01-021-290x300.jpg" alt="" width="290" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/01.2004-01-021-290x300.jpg 290w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/01.2004-01-021.jpg 493w" sizes="(max-width: 290px) 100vw, 290px" /></a></p>
<p>caro papà<br />
al dibattito delle diciassette<br />
ho parlato bene<br />
insomma non malaccio<br />
visti gli intimi annessi e connessi<br />
(il costrutto autoassolutorio:<br />
vengo da molto lontano)<br />
<span id="more-39352"></span>non mi sono incrodato<br />
ho riesumato nella testa cava<br />
architravi e capitelli<br />
e perfino una statua intatta<br />
ma eccoti il critico acuminato<br />
con passetti felpati<br />
e ancheggiamenti sinoidali<br />
(felini anch’essi)<br />
del fraseggiare di testa<br />
(le nevrotiche vibrisse<br />
tese pur sempre alle insidie)<br />
beninteso ha stravinto<br />
scimmiottando perfino<br />
l&#8217;incresciosa rozzezza teoretica<br />
dell&#8217;imperito sottoscritto<br />
seppure con tatto<br />
appena qualche istante<br />
la stoccata virtuosa del torero<br />
i polsi paralleli e leggeri<br />
a mimare un cabrare di uccelli<br />
il pubblico ha riso<br />
solo allora ho capito:<br />
avevo parlato troppo forte<br />
ero stato troppo assertivo<br />
e chissà che altro<br />
sul mio collo fluiva<br />
sangue caldo e pesante<br />
certo anche bello<br />
(coreografico, arcaico)<br />
la vita se ne andava<br />
bevuta dalla sabbia ocra<br />
dell’arena delle allocuzioni<br />
alle cinque della tarde</p>
<p>caro papà<br />
tu non lo sai<br />
ma è per te che faccio questo<br />
intendo gli enigmi dei suoli e i libri<br />
questo furore di superarmi<br />
distinguermi per equipararmi<br />
appartenere insomma a qualcosa<br />
perfino le frasi<br />
e gli sguardi<br />
elemosinano approvazione<br />
schegge di riconoscimento<br />
oboli psicanalitici<br />
proprio da chi ne è più avaro<br />
come appunto tu<br />
affetto sarebbe troppo</p>
<p>o forse sai:<br />
quando scrivevo la tua morte<br />
manco a dirlo fascista<br />
sul tuo ritratto fiammeggiavano<br />
le mie mani ticchettanti<br />
anche fuori traiettoria<br />
e altri inquieti riflessi<br />
mistero impossibile da addurre<br />
ai diktat della fisica<br />
se lo dicessi non lo crederebbero<br />
(mi interessa che lo credano?)<br />
e poi ancora adesso<br />
domato il fascista Ciano<br />
conte dei miei stivali<br />
struggente e porco<br />
scopro che tu<br />
al suo processo c’eri<br />
acerbo miliziano indignato<br />
ebbro di vendetta<br />
non lo puoi negare<br />
me l’ha detto tuo fratello Jijì<br />
(siete andati assieme)<br />
quando il libro era già scritto<br />
quando eri già morto<br />
da un pezzo<br />
davvero un brutto tiro<br />
farmelo dire dallo zio Jijì<br />
inetto a soddisfare<br />
qualsivoglia domanda<br />
(risettata la memoria:<br />
i dettagli inghiottiti dal presente)</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/2004-22-5.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-medium wp-image-39426" title="2004-22-5" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/2004-22-5-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/2004-22-5-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/2004-22-5-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/2004-22-5.jpg 672w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>ammettiamo che riannodassi<br />
un lavoro su me stesso<br />
(si dice così)<br />
questa volta radicale<br />
pensavo<br />
trascinando verso la stazione<br />
la mia insoddisfazione<br />
tra coni gelato branditi come fiaccole<br />
e primiziali esclosioni di seni<br />
inconcludenze domenicali<br />
fatuo tedio automobilistico<br />
forzandomi a decrittare<br />
come si narra un dolore a un dottore<br />
come ci si confessa<br />
appunto a un terapeuta<br />
ammettiamo che non sia troppo tardi<br />
(economicamente sarebbe possibile)<br />
forse mi lasceresti una buona volta in pace<br />
forse avrei una mia esistenza<br />
forse resterebbe il tempo<br />
forse vincerei io<br />
su quest’altro io<br />
che sei tu</p>
<p>caro papà<br />
facciamo un patto<br />
io non ti darò più del fascista<br />
(nemmeno per scherzo<br />
o dopo gli scacchi più atroci)<br />
e tu lasciati uccidere<br />
una volta per tutte<br />
userò un coltello di cristallo<br />
puro e avvenente<br />
e una crudeltà lieve di bimbo<br />
non ti farò male</p>
<p><em>[i titoli delle due fotografie di Giorgia Fiorio @ sono: &#8220;Roma Eur 2004&#8243; (la prima) e Roma Urbe 2004&#8221; (la seconda)]</em></p>
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		<title>17 febbraio 1600, rogo a Campo dei Fiori</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 17 Feb 2008 06:00:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[Campo dei Fiori]]></category>
		<category><![CDATA[Chiesa]]></category>
		<category><![CDATA[Clemente VIII]]></category>
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		<category><![CDATA[Giordano Bruno]]></category>
		<category><![CDATA[intolleranza]]></category>
		<category><![CDATA[papa]]></category>
		<category><![CDATA[rogo]]></category>
		<category><![CDATA[scienza]]></category>
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					<description><![CDATA[di Antonio Sparzani d u c h a m p d e i f i o r i (cortesia di effeffe) Il 20 gennaio 1600 Ippolito Aldobrandini, eletto papa della chiesa di Roma dal conclave del gennaio 1592 col nome, che poco gli convenne, di Clemente VIII, ordinò che l’imputato eretico “impenitente”, “pertinace” e “ostinato”, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/02/duchampbruno.jpg" title="duchampbruno.jpg"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/02/duchampbruno.thumbnail.jpg" alt="duchampbruno.jpg" /></a><br />
d u c h a m p d e i f i o r i (cortesia di effeffe)</p>
<p>Il 20 gennaio 1600 Ippolito Aldobrandini, eletto papa della chiesa di Roma dal conclave del gennaio 1592 col nome, che poco gli convenne, di Clemente VIII, ordinò che l’imputato eretico “impenitente”, “pertinace” e “ostinato”, Giordano Bruno, nativo di Nola, fosse consegnato al braccio secolare. Frase che indicava il delizioso <em>escamotage</em> con il quale la suddetta chiesa si lavava le mani (la formula era “Ecclesia abhorret a sanguine”) dalla necessità di eseguire la sentenza già pronunciata su un condannato, affidandone invece l’esecuzione materiale al “braccio secolare”, cioè alle istituzioni dello stato che prevedevano appunto il reato di eresia.<br />
Il giorno 8 febbraio dello stesso anno Giordano Bruno ascoltò la pubblica lettura della sentenza, alla presenza dei testimoni e della congregazione del S. Uffizio, nella casa del cardinale Madruzzi.<br />
Giovedì 17 febbraio esattamente 408 anni fa, Giordano Bruno venne arso vivo in piazza Campo dei Fiori, con l’ovvia precauzione della “lingua in giova”, bavaglio o blocco, dato che diceva &#8220;bruttissime parole&#8221;, e invano gli porsero da guardare l&#8217;immagine del Crocefisso, dalla quale “volse fieramente lo sguardo.”<br />
<span id="more-5370"></span><br />
&#8220;Giovedì mattina – si leggeva nell&#8217;<em>Avviso di Roma</em> due giorni dopo – in Campo di Fiore fu abbrugiato vivo quello scelerato frate domenichino di Nola&#8230;: heretico ostinatissimo, et havendo di suo capriccio formati diversi dogmi contro nostra fede, et in particolare contro la Santissima Vergine et Santi, volse ostinatamente morir in quelli lo scelerato; et diceva che moriva martire et volentieri, et che se ne sarebbe la sua anima ascesa con quel fumo in paradiso. Ma hora egli se ne avede se diceva la verità.”<br />
Tutte le sue opere furono poste all&#8217;<em>Indice</em> [1]  con un decreto del 1603 e tuttavia circolarono  abbondantemente per gli ambienti della cultura europea in tutto il &#8216;600 e nei secoli successivi.</p>
<p>Aggiungo solo la notizia che la personale ferocia del sunnominato Aldobrandini era già tristemente nota dalla recente vicenda di Beatrice <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Beatrice_Cenci">Cenci</a>, la quale, vittima di stupri paterni e accusata di parricidio dal tribunale ecclesiastico, fu fatta appunto giustiziare, per esplicita volontà dello stesso, pochi mesi prima, l’11 settembre 1599. Di lei così scrive Stendhal nelle <em>Cronache italiane</em>: &#8220;Il mio unico dispiacere è di dover parlare, ma così vuole la verità, contro l&#8217;innocenza della povera Beatrice Cenci, adorata e rispettata da tutti coloro che l&#8217;hanno conosciuta, quanto il suo orribile padre era odiato ed esecrato.”</p>
<p>Desidero qui semplicemente proporvi, al fine di ricordare ancora e ostinatamente sempre Bruno, che, come molti altri, subì dalla chiesa di Roma, ingiustizia gravissima, sia un paio di testi suoi, sia un passo di un libro su di lui che ritengo tra i più belli che io abbia visto (Frances A. Yates, <em>Giordano Bruno e la tradizione ermetica</em>, Laterza, Bari 1969, ed. orig. 1964) sia, come puro omaggio a questo straordinario personaggio, l’elenco delle sue opere, che furono molte e dedicate agli argomenti più vari, fisica compresa. In molti sensi infatti egli fu un precursore di Galileo, cui quest’ultimo assai probabilmente si ispirò per scrivere il suo <em>Dialogo sopra i due massimi sistemi del  mondo, Tolemaico e Copernicano</em>, senza poi citarlo, come suo deplorevole costume era.</p>
<p>[1]  <em>Indice dei libri proibiti</em>, creato da Paolo IV nel 1559 ed eliminato solo nel 1966 da Paolo VI; sopravvive tuttavia, aggiornato al 2003, sotto forma di guida bibliografica, da parte dell&#8217;<em>Opus Dei</em>, prelatura personale della chiesa cattolica.</p>
<p>Passi da opere di Giordano Bruno:<br />
Il primo passo è tratto dall’opera <em>De l’infinito, universo e mondi</em>, e mostra una notevole coscienza della relatività del moto:</p>
<p>«Fracastoro: Vorrei sapere se, dopo ch&#8217;arrete ben considerato, giurareste questo corpo unico (che tu intendi come tre o quattro corpi, e non capisci come membri di medesimo composto) non esser mobile cossì come gli altri astri mobili, posto che il moto di quelli non è sensibile perché ne siamo oltre certa distanza rimossi, e questo, se è, non ne può esser sensibile, perché, come han notato gli antichi e moderni veri contemplatori della natura e come per esperienza ne fa manifesto in mille maniere il senso, non possiamo apprendere il moto se non per certa comparazione e relazione a qualche cosa fissa: perché, tolto uno che non sappia che l&#8217;acqua corre e che non vegga le ripe, trovandosi in mezzo l&#8217;acqui entro una corrente nave, non arrebe senso del moto di quella. Da questo potrei entrare in dubio ed essere ambiguo di questa quiete e fissione; e posso stimare che, s&#8217;io fusse nel sole, nella luna ed altre stelle, sempre mi parrebe essere nel centro del mondo immobile, circa il quale tutto il circostante vegna a svolgersi, svolgendosi però qual corpo continente in cui mi trovo, circa il proprio centro. Ecco come non son certo della differenza di mobile e stabile.»</p>
<p>Secondo passo tratto da <em>La Cena de le ceneri</em>; parla Teofilo, che con un’immagine davvero efficace, spiega (prima di Galileo e di Cartesio) in che consista l’inerzia:</p>
<p>«Or, per tornare al proposito, se dunque saranno dui, de&#8217;quali l&#8217;uno si trova dentro la nave che corre, e l&#8217;altro fuori di quella, de&#8217; quali tanto l&#8217;uno quanto l&#8217;altro abbia {\rm la mano circa il medesmo punto} de l&#8217;aria, e da quel medesmo loco nel medesmo tempo ancora l&#8217;uno lascie scorrere una pietra e l&#8217;altro un&#8217;altra, senza che gli donino spinta alcuna, quella del primo, senza perdere punto n\&#8217;e deviar da la sua linea, verrà al prefisso loco, e quella del secondo si trovarrà tralasciata a dietro. Il che non procede da altro, eccetto che la pietra, che esce dalla mano de l&#8217;uno che è sustentato da la nave, e per consequenza si muove secondo il moto di quella, ha tal virtù impressa, quale non ha l&#8217;altra, che procede da la mano di quello che n&#8217;è di fuora; benché le pietre abbino medesma gravità, medesmo aria tramezzante, si partano (e possibil fia) dal medesmo punto, e patiscano la medesma spinta. Della qual diversità non possiamo apportar altra raggione, eccetto che le cose, che hanno fissione [l&#8217;esser fissate] o simili appartinenze nella nave, si muoveno con quella; e la una pietra porta seco la virtù del motore il quale si muove con la nave, l&#8217;altra di quello che non ha detta participazione. Da questo manifestamente si vede, che non dal termine del moto onde si parte, né dal termine dove va, né dal mezzo per cui si move, prende la virtù d&#8217;andar rettamente; ma da l&#8217;efficacia de la virtù primieramente impressa dalla quale dipende la differenza tutta. E questo mi par che basti aver considerato quanto alle proposte di Nundinio.»</p>
<p>Altri testi di Bruno <a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/02/13/etere-2-i-secoli-bui-e-anche-no/">qui</a>.</p>
<p>Da: Frances A. Yates, <em>Giordano Bruno e la tradizione ermetica</em>, Laterza, Bari 1981, pp. 384-85:</p>
<p>“Poiché Bruno nel suo rifiuto finale di ritrattare alcunché comprese tutto ciò che aveva detto o scritto, la sentenza finale probabilmente tenne conto delle molte e svariate questioni sollevate in tutti gli interrogatori succedutisi negli anni di prigionia, oltre che degli otto punti, qualunque essi fossero. Gaspare Scioppio, che fu testimone della morte di Bruno e che probabilmente udì pronunciare allora la sentenza, fornisce un elenco molto eterogeneo di capi per cui Bruno venne condannato: esistono mondi innumerevoli; la magia è cosa buona e lecita; lo spirito santo è l&#8217;anima mundi; Mosè compì i suoi miracoli grazie alla magia in cui era più esperto degli Egiziani; Cristo era un mago. Ci sono inoltre altre affermazioni, ugualmente incoerenti. Il fatto è che non abbiamo prove sufficienti (il processo essendo andato perduto) sulla cui base ricostruire la vicenda giudiziaria e la condanna di Bruno.<br />
Se il movimento della Terra fu uno dei punti per cui Bruno venne condannato, da questo punto di vista il suo caso è completamente diverso da quello di Galileo, anch&#8217;egli costretto a ritrattare l&#8217;affermazione circa il movimento della terra. Le opinioni di Galileo erano basate su genuini studi matematici e meccanici; egli visse in un diverso clima intellettuale rispetto a Giordano Bruno, in un clima in cui le «intenzioni pitagoriche» e i «sigilli ermetici» non entravano affatto e in cui lo scienziato raggiungeva le sue conclusioni su un terreno genuinamente scientifico. La filosofia di Bruno non può essere separata dalla sua religione. Essa era la sua religione, la «religione del mondo», che egli vedeva in questa forma dilatata dell&#8217;universo infinito e dei mondi innumerevoli, come una gnosi più vasta, una nuova rivelazione del di¬vino nelle «vestigia». Il copernicanesimo fu un simbolo della nuova rivelazione che doveva significare un ritorno alla religione naturale degli Egiziani, ed alla sua magia, entro un contesto che Bruno così stranamente suppose di poter identificare con quello del cattolicesimo. [Firpo (nell’opera <em>Il processo di Giordano Bruno</em>, Napoli, 1940, p. 112) osserva in Bruno, alla fine, un grave senso di ingiustizia, come se le sue intenzioni non fossero state capite. Dobbiamo rammentare che in questa <em>fin de siècle</em> era diffuso un senso generale di vasti e imminenti cambiamenti religiosi; quando questa situazione storica sarà stata più compiutamente ricostruita il problema di Bruno potrà essere compreso più a fondo. Troppo spesso si fa l&#8217;errore di giudicare gli uomini del XVI secolo come se essi fossero a conoscenza di ciò che solo noi sappiamo, che cioè non sarebbe avvenuto nessun grande e generale cambiamento religioso].</p>
<p>Perciò la leggenda secondo cui Bruno venne perseguitato come pensatore filosofico e venne messo, al rogo per le sue temerarie opinioni sui mondi innumerevoli o sul movimento terrestre non regge più. Questa leggenda è già stata compromessa dalla pubblicazione del <em>Sommario</em>, [resoconto sommario del processo] in cui si mostra quanta poca attenzione venisse dedicata negli interrogatori a questioni di carattere filosofico o scientifico, oltre che dagli scritti di Corsano e di Firpo in cui viene posto l&#8217;accento sulla missione religiosa di Bruno. È mia speranza che questo studio abbia messo in evidenza ancor più chiaramente questo aspetto di missione e la sua natura e che abbia altresì sottolineato come la filosofia di Bruno, ivi compreso il supposto eliocentrismo copernicano, rientrasse nella missione. Completamente assorbito com&#8217;era nell&#8217;ermetismo, Bruno non era in grado di concepire una filosofia della natura, il numero, la geo¬metria, un diagramma, senza infondervi significati divini. Egli è perciò veramente l&#8217;ultima persona da prendersi come rappresentativa di una filosofia distinta dal divino. [. . .]<br />
Tuttavia, sul piano morale, la posizione di Bruno resta incrol¬labile. Egli fu infatti il discendente dei Magi rinascimentali e si batté per la dignità dell&#8217;uomo nel senso della libertà, della tolle¬ranza, del diritto dell&#8217;uomo a difendere le proprie idee in qua¬lunque paese e a dire ciò che pensa, senza riguardo verso alcuna barriera ideologica. E Bruno, come mago, si schierò per l&#8217;amore, in contrasto con ciò che i pedanti di ogni specie avevano fatto del Cristianesimo, la religione dell&#8217;amore.”</p>
<p>La bibliografia su Bruno è vastissima, segnalo, oltre al libro della Yates, Hilary Gatti, <em>Giordano Bruno e la scienza del Rinascimento</em>, Raffaello Cortina, Milano 2001; e Michele Ciliberto, <em>Giordano Bruno</em>, Laterza, Bari 1992, con ampia bibliografia.</p>
<p>Opere pervenuteci di Giordano (Filippo) Bruno, nato presso Nola nel 1548.<br />
(Alcune opere, da lui in seguito menzionate sono andate smarrite).<br />
1582. De umbris idearum; Ars memoriae; Cantus Circaeus; De compendiosa architectura et complemento artis Lulli; il Candelaio<br />
1583: Ars reminiscendi; Explicatio triginta sigillorum; Sigillus sigillorum<br />
1584: La cena de le ceneri; De la causa, principio et uno; De infinito, universo et mondi; Spaccio de la bestia trionfante<br />
1585: Cabala del cavallo pegaseo con l’aggiunta dell’asino cillenico; De gl’eroici furori.<br />
1586: Figuratio aristotelici physici auditus; Dialogi duo de Fabricii Mordentis salernitani prope divina adinventione ad perfectam cosmimetriae praxim; Idiota triumphans; De somnii interpretatione; Centum et viginti articuli de natura et mundo adversus peripateticos.<br />
1587: De lampade combinatoria lulliana; De progressu et lampade venatoria logicorum; Artificium perorandi; Animadversiones circa lampadem lullianam; Lampas triginta statuarum.<br />
1588: vari commenti ad Aristotele, pubblicati poi sotto il titolo complessivo: Libri physicorum Aristotelis explanati; De lampade combinatoria R. Rullii; De lulliano specierum scrutinio; Articuli centum et sexaginta adversus huius tempestatis mathematicos atque philosophos.<br />
1589: De magia; De magia mathematica; Theses de magia; De rerum principiis et elementi et causis; Medicina lulliana.<br />
1590: De triplici minimo et mensura ad trium speculativarum scientiarum et multarum activarum artium principia libri V; De monade, numero et figura liber consequens quinque de minimo magno; De innumerabilibus, immenso et infigurabili, seu de universo et mundis libri octo.<br />
1591: Summa terminorum philosophicorum; Praxis descensus seu applicatio entis; De imaginum, signorum et idearum compositione ad omnia inventionum, dispositionum et memoriae genera libri tres; De vinculis in genere; Praelectiones geometricae; Ars deformationum.</p>
<p>Il 23 maggio 1592 Bruno venne arrestato su denuncia per eresia del patrizio veneziano Giovanni Mocenigo, che lo ospitava.</p>
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		<title>Il dovere di tacere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Jan 2008 05:57:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[laicismo]]></category>
		<category><![CDATA[libertà di parola]]></category>
		<category><![CDATA[papa]]></category>
		<category><![CDATA[Sapienza]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Dalla lettura delle pagine 2, 3 e 4 di <em>Repubblica</em> del 15 gennaio 2008 sulla vicenda della visita papale alla Sapienza, non sono i proclami di Gasparri o di Radio Vaticana a farmi uscire dai gangheri, ma la sottigliezza irreprensibile di Adriano Sofri o il &#8220;politicamente corretto&#8221; di Dario Fo. Certo, Sofri lascia cadere qualche mite allusione all&#8217;oltranzismo della chiesa e Fo esprime dei dubbi sull&#8217;applicazione equanime del diritto alla parola. Ma poi Fo non riesce a impedirsi di affermare: &#8220;Io sono pronto a farmi uccidere per garantire il diritto di parola a chi la pensa diversamente da me.&#8221; Io più modestamente avrei detto: &#8220;Se fossi abbastanza coraggioso, sarei pronto a farmi uccidere, pur che certi personaggi che hanno il monopolio della parola pubblica (giornalisti come Vespa o Ferrara, monarchi assoluti come Ratzinger, ecc.) <em>tacessero</em> almeno per qualche ora.&#8221; Qui, davvero, ancor più che il laicismo, è in gioco un&#8217;altra cosa, ancor più importante. L&#8217;uso schifoso che si fa del diritto di parola, come se ogni giorno non assistessimo ad una confisca totale della libera e critica espressione, e ad un&#8217;ininterrotta celebrazione dello zelo nei confronti di tutto quanto è potente, istituzionale, ricco, di successo.<br />
<span id="more-5173"></span><br />
Il diritto di parola è sacro, soprattutto quello del monarca dello stato pontificio. Il diritto di parola di un comune cittadino italiano, è assai meno sacro. Del cittadino italiano che contesta Ferrara al Teatro dal Verme, si parla come di “qualche contestatore portato via di peso”. Capite quanto sono vigliacchi i difensori del diritto alla parola di Ratzinger? Tutti sappiamo benissimo che il diritto alla parola del papa e quello di un cittadino italiano qualsiasi si realizzano in maniera radicalmente <em>disuguale</em>. La parola del papa, monarca assoluto del vaticano e della chiesa cattolica, è ad ogni istante <em>nell’arena pubblica</em>, raggiunge tutti, attraverso i più diversi mezzi, privati e statali, confessionali e non, per radio, televisione e stampa. Ma questo vale anche per opinionisti come Giuliano Ferrara, che dirigono un giornale, intervengono in TV. Ma dove starebbe, dunque, la libertà del cittadino qualsiasi, che non dirige un giornale e non è monarca assoluto? Può egli, in un’occasione pubblica come la serata al Teatro Dal Verme, di fronte a Ferrara che lancia la moratoria sull’aborto, prendere la parola? Farsi sentire dagli altri? “… qualche contestatore è portato via di peso”. Oppure “Mentre un’altra [donna] circondata dal servizio d’ordine, inscena una danza silenziosa, portando le due mani unite nel simbolo femminista sopra la testa”. Così il cronista di <em>Repubblica</em>, a pagina 4.</p>
<p>(Poco importa qui la fedeltà dei cronisti, l’impianto è ben riconoscibile: <em>tutti hanno il diritto di mugugnare in privato, ma pochi hanno il diritto di parlare in pubblico e molti il dovere di tacere quando quei pochi parlano</em>.) Quando il papa contesta le leggi di uno stato che non è il suo, fa il suo dovere. La gente può esprimere un’opinione contraria, ma <em>deve</em> stare ad ascoltarlo, a meno di gettare in fondo al mare la propria TV, canone rai compreso, e pure tutti i grandi quotidiani nazionali che ha ancora la debolezza di leggere. Quando dei docenti universitari e degli studenti universitari contestano la venuta del papa all’inaugurazione dell’anno accademico, costoro sono contro la libertà di parola, ossia sono dei dittatori, degli anti-democratici, insomma, la feccia. <em>Non</em> li si <em>deve</em> ascoltare. Se poi qualcuno che non è neppure docente universitario, ma davvero una persona qualsiasi, magari una “donna” o una “femminista” o un “contestatore”, vuole pretendere di replicare in pubblico a una persona “importante” (un Giuliano Ferrara), di quelle che parlano sempre davanti a platee, allora lo si “porta via di peso”. (O se sta zitto e balla, lo si “circonda”, in modo che non sia neppure <em>visto</em>.)</p>
<p>Ma di quale libertà di parola vanno cianciando? Prima dimmi quanto guadagni, quanti contratti hai firmato, quante cariche pubbliche o private cumuli, quanti titoli hai, quanto successo hai (ossia, quanti soldi <em>fai fare </em>agli altri), dopodiché vedremo per quanto tempo ti lascerò parlare e cosa ti permetterò di dire.<br />
Dio strafulmini chi inventò la libertà di parola, perché poi tali sciacalli se ne servissero per imporre il dovere di tacere. (Anzi dio strafulmini se stesso, per aver permesso ciò.) Il giorno lunedì 14 gennaio, la stessa <em>Repubblica</em> intitolava “Riforme, diktat di Berlusconi. «Via la legge sulle tv o niente dialogo»”. Vogliamo parlare di libertà di parola? Di qualche problemino di monopolio dell’informazione che da qualche decennio impensierisce l’Italia? O facciamo un&#8217;equilibrata predica a questi fanatici docenti universitari, che hanno redatto una semplice lettera-appello?</p>
<p>(A coloro che parlano di censura nei confronti del papa, bisognerebbe far vedere, con il metodo Ludovico, <em>L&#8217;udienza</em> di <strong>Marco Ferreri</strong> del 1971, con un grande Jannacci, in veste di cittadino qualsiasi, che tenta disperatamente di incontrare di persona il papa.)</p>
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		<title>Il Papa UHT</title>
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		<dc:creator><![CDATA[roberto saviano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 20 Mar 2005 17:08:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[mezzi di comunicazione]]></category>
		<category><![CDATA[papa]]></category>
		<category><![CDATA[piero sorrentino]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Saviano]]></category>
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					<description><![CDATA[di Piero Sorrentino Il latte UHT a lunga conservazione subisce un trattamento termico di sterilizzazione ad alte temperature (Ultra High Temperature). Questo procedimento consiste nel riscaldare il latte a 140 °C per un tempo non superiore ai 2-3 secondi per raffreddarlo subito dopo. Il latte così ottenuto è conservabile in dispensa per 90 giorni, ma [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <b>Piero Sorrentino</b></p>
<p><img decoding="async" alt="piox.jpg" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/piox.jpg" width="146" height="166" border="0" //hspace=4 vspace=2 align=left/></p>
<p>Il latte <b>UHT</b> a lunga conservazione subisce un trattamento termico di sterilizzazione ad alte temperature (Ultra High Temperature). Questo procedimento consiste nel riscaldare il latte a <b>140 °C</b> per un tempo non superiore ai 2-3 secondi per raffreddarlo subito dopo. Il latte così ottenuto è conservabile in dispensa per 90 giorni, ma una volta aperta la confezione dovrà essere tenuto in frigorifero e consumato entro pochi giorni (non più di tre o quattro).<br />
<span id="more-1033"></span><br />
Il latte <b>microfiltrato</b> si ottiene isolando dal latte crudo solo la parte grassa, che viene separatamente trattata ad alte temperature (come il latte UHT). La parte scremata viene invece filtrata attraverso una speciale ceramica che la depura dai batteri. A questo punto le due parti vengono ricomposte e il latte ottenuto viene pastorizzato per distruggere le scorie residue. Il prodotto ottenuto ha una durata che supera i dieci giorni. Nonostante i numerosi tentativi  e gli sforzi di decine di laboratori e studiosi in tutto il mondo, non è ancora stato inventato un procedimento chimico che consenta una conservazione illimitata e incondizionata del latte.</p>
<p>Quando muoiono, anche gli esseri umani scadono: la data di scadenza di un uomo coincide con la data della sua morte; tutti portiamo stampigliate, da qualche parte nel corredo genetico o nel libro del destino (per chi ci crede), le cifre esatte del momento in cui smetteremo di esistere. Anche in questo caso, i tentativi di prolungare o addirittura azzerare questa data si sono rivelati fallimentari o utopici.</p>
<p>Il giorno di Pasqua la Rai manderà in onda uno speciale Tg1 dedicato al Papa, “<b>Giovanni Paolo II sine die</b>”, realizzato da Roberto Burchielli, Salvatore Mazza e Mauro Parissone con materiali del <b>Centro televisivo vaticano </b>e dell&#8217;H24 Tv Agency, mescolati a filmati e foto inedite: un video di un’ora che mostra un Papa giovane, vigoroso, attivo (“<i>I backstage di Wojtyla, i fotogrammi degli archivi privati, i momenti inediti di una performance che va in onda da un quarto di secolo</i>”: i corsivi dell’assai indicativa frase tratta da un articolo di Marco Politi sono miei). Il titolo scelto per il film è emblematico. “Sine die” è una locuzione avverbiale latina con la quale si indica uno slittamento temporale indefinito, uno spostamento di tempo vago e impreciso, senza che sia stato fissato un termine, una scadenza; in un’accezione più forte, indica anche che ciò che è stato rimandato non avrà mai luogo. </p>
<p>Nel corso della <b>Pasqua</b>, dunque, quando i cristiani celebrano la resurrezione di <b>Gesù Cristo</b>; quando la massima festività cattolica festeggia con solenni funzioni liturgiche la sconfitta della morte e il trionfo della vita eterna; per Karol Wojtyla, per definizione  rappresentante di Cristo in Terra (moribondo, laringectomizzato, divorato dal Parkinson, con metà viso colato e paralizzato in una espressione non si sa se più perplessa o terrorizzata) il flusso del tempo comincia a scorrere indefinitamente all’indietro, cristallizzandosi in una immagine fantasmatica, un prolungamento virtuale e mutante del corpo nel quale Lacan riscontrerebbe il manifestarsi traumatico di un “oggetto piccolo a” (“la parte fantasmatica del corpo che mi prolunga e mi sfugge”).</p>
<p>La costante catastrofe dei media, la fibrillazione impaziente dei quotidiani e dei telegiornali sulla sorte del papa e sulla sua salute; la vampirizzazione delle telecamere e dei taccuini operata sul corpo di un uomo vecchio, stanco, malato; il flusso incessante &#8211; superfluo e affatto inutile &#8211; di informazioni, bollettini, aggiornamenti (“Il santo Padre ha sollevato un braccio”, “Karol Wojtyla ha mangiato tre fette biscottate con la marmellata”) vengono riscritte in una forma inaudita di video-resurrezione e di conservazione sotto Vhs che è il cuore di quel processo che “<i>disegna l’evoluzione delle forme di fantasmizzazione della realtà in relazione alle innovazioni tecnologiche</i>” (<b>Alberto Abruzzese</b>). </p>
<p>L’infinito remake della figura del papa, il loop delle sue mani benedicenti, il replay dei bagni di folla, il suo esordio incessante in video, la sua rinascita spettacolare nell’utero catodico proprio nel giorno in cui il cristianesimo ricorda e celebra un’altra resurrezione &#8211; assai meno spettacolare e di certo con una percentuale di share enormemente più bassa – certificano, con il massimo di diffusione e ascolto del pubblico cattolico, l’ultimo passo compiuto dalla <b>Chiesa</b> (e dalla <b>Tv,</b> che è lo stesso) sulla via di una dismissione radicale e convinta di quegli aspetti simbolici, mistici e metafisici già da tempo messi, con convinzione e sollievo, in una soffitta polverosa.</p>
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