<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>pastori &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
	<atom:link href="https://staging.nazioneindiana.com/tag/pastori/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://staging.nazioneindiana.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Fri, 13 Jan 2012 11:41:40 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=6.7.5</generator>
<site xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">211417809</site>	<item>
		<title>Chi salverà i pastori?</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2012/01/17/chi-salvera-i-pastori/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2012/01/17/chi-salvera-i-pastori/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Jan 2012 13:30:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[abruzzo]]></category>
		<category><![CDATA[est]]></category>
		<category><![CDATA[gaetano bellone]]></category>
		<category><![CDATA[migranti]]></category>
		<category><![CDATA[pastori]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=41321</guid>

					<description><![CDATA[di Gaetano Bellone Camminiamo sulla cresta sempre uguale del monte Gorzano. Da quota 1800 dobbiamo raggiungere quota 2400, la vetta con la croce e il manto di neve anche d&#8217;estate. I gradoni d&#8217;erba che dalla fine della strada dividono il camminante dalla quota sono sempre uguali e ogni 10 metri creano un gioco di prospettive [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Gaetano Bellone</strong></p>
<p>Camminiamo sulla cresta sempre uguale del monte Gorzano. Da quota 1800 dobbiamo raggiungere quota 2400, la vetta con la croce e il manto di neve anche d&#8217;estate. I gradoni d&#8217;erba che dalla fine della strada dividono il camminante dalla quota sono sempre uguali e ogni 10 metri creano un gioco di prospettive che fa sembrare la vetta a vista. Miraggi continui e cadenzati. Il Gorzano è un monte arcaico, poco frequentato, che ha un tanfo di muschio simile a quello dello scatolone del presepe in cantina. Si supera un gradone e si comprende che la vetta è ancora lontana, è una montagna che ti prende per scoramento. Tra un gradone e l&#8217;altro incontriamo Romeo, un giovane pastore macedone. Ci segue da un po’, cerchiamo di evitarlo ma conosce palmo a palmo le traiettorie di chi cammina su questo suo giardino stagionale.</p>
<p>Romeo ha voglia di parlare perché da maggio a settembre non vede anima viva, fatta eccezione per gli altri pastori del rifugio e del capò, il vecchio che dorme in quota con loro per seguire le operazioni e controllare l&#8217;operato. Romeo racconta che per tre mesi porta a spasso le pecore e ha una radiolina che porta con sé per compagnia. È felice dell&#8217;incontro e vuole assolutamente che restiamo a dormire. &#8220;Ammazziamo una pecora, ce la mangiamo sul fuoco&#8221;. Io sono restio, Romeo è insistente, ci ha seguiti per un&#8217;ora e l&#8217;insistenza mi infastidisce. Ho in mente certe storie sui pastori e cerco una via di fuga ma il mio compagno d&#8217;escursione vede nell&#8217;invito una rara possibilità di applicare gli studi di antropologia. Accettiamo, mio malgrado. Romeo felice trotterella fino allo stazzo: &#8220;Devo chiedere il permesso al vecchio&#8221;. Aspettiamo osservando il ragazzo che scende fino al rifugio. Torna dopo poco, con la faccia grave. &#8220;Dovete andarvene&#8221;, ci dice. Siamo perplessi, la faccia non ha più l&#8217;entusiasmo dell&#8217;incontro, l&#8217;espressione è seria e risoluta. Prendiamo la strada verso la vetta. Vediamo che dal rifugio in basso qualcuno ci fissa. È il vecchio: controlla che ci allontaniamo.</p>
<p>Torniamo al rifugio in autunno, quando i macedoni sono ripartiti e il vecchio è tornato a casa, in qualche paese della provincia teramana.</p>
<p>Il rifugio è chiuso malamente con una catena. Entriamo. La stanza è di circa 4 metri per 3. In poco più di 12 mq ci sono tre materassi, coperte di lana ed un pitale, un secchio di latta da 10 litri, sporco di escrementi.</p>
<p>È autunno, facciamo un giro verso Valle Piola, sopra Torricella Sicura. Il borgo, fino a poco tempo fa era in vendita. Ci sono: una chiesa, un casale a due piani ristrutturato e riabbandonato, una specie di scuola più o meno degli anni 60 ed alcune piccole case da contadino, quelle con la stalla al piano terra e le stanze sopra. Qui i pastori stanno fino all&#8217;inverno perché non siamo in quota. Venendo abbiamo visto due ragazzi dell&#8217;est con le pecore ed un pick-up salire da basso. Il pick-up di solito è il mezzo dei titolari delle pecore o comunque di coloro che salgono a prendere il latte e controllare l&#8217;operato dei macedoni. Facciamo un giro nell&#8217;edificio di quella che sembra una scuola, la porta è aperta, la struttura sembra reggere. Non ci sono luce e acqua corrente. In una stanza c&#8217;è un grosso camino, c&#8217;è legna bruciata, asciutta perché il fuoco è recente. C&#8217;è una porta chiusa, entriamo. Due bottiglie di pomodoro, un fiasco di vino a metà, dieci litri d&#8217;acqua nei fiaschi, un pitale sporco al centro della stanza, due brandine con materassi sottili di lana a righe &#8211; quelli che si usavano una volta dalle nostre parti. Fa molto freddo, le tavelle del soffitto hanno il cemento sbrecciato, alcune sono fracassate. Il freddo è pungente, le finestre non chiudono bene. Una stanza ha la porta chiusa a chiave, sentiamo un rumore dentro e ce ne andiamo. Dallo spiazzo dove abbiamo lasciato la macchina si vede una delle finestre della stanza chiusa, è buio e non si vede niente, ma forse da dentro vedono.</p>
<p>Ripartiamo ed incrociamo il pick-up a mezza via. I due proprietari stanno parlando con i due pastori, ci guardano con la faccia seria, come se volessero appuntarci sulla testa un&#8217;espressione minacciosa. &#8220;Da queste parti non siete desiderati&#8221;, questo dicono quelle facce.</p>
<p>Nella Val Chiarino ci sono due rifugi, uno per gli appassionati di montagna, l&#8217;altro per i pastori che ci fanno il cacio. Sono dell&#8217;est pure loro. Due miei amici hanno pernottato al rifugio di sopra. I due pastori li hanno seguiti per un po&#8217;. Si sono fermati a chiacchierare, tante domande, voglia di comunicare. Uno dei pastori è ubriaco, è il suo compleanno. Invita i due amici ad entrare per un bicchiere nel loro rifugio. Una stanza, due brandine con materasso, coperte. Da un lato c&#8217;è l&#8217;attrezzatura per fare il cacio, il resto del latte lo vengono a caricare per portarlo a valle. Dal lato opposto del rifugio, c&#8217;è un pitale di latta, l&#8217;odore si mischia a quello forte del formaggio di pecora. Il tizio ubriaco è insistente, i miei amici sono una coppia, forse in virtù del compleanno si è messo strane idee in testa. Tornano al loro rifugio e si chiudono dentro che non si sa mai&#8230;</p>
<p>O una volta in Valle Vaccara, raccoglievamo “mazze da tamburo”. Veniva sempre un pastore, ci aiutava a raccogliere, anni fa. In cambio chiedeva monete per telefonare, ne aveva un sacco pieno, ci parlava di un vecchio che dormiva con lui, un capo. Il vecchio non voleva che il pastore telefonasse in Romania e non dava soldi al ragazzo fino a che la stagione non era finita. In buona sostanza gli avevano pagato il viaggio dalla Romania all&#8217;Italia, quando era arrivato aveva lasciato i documenti a casa del vecchio ed era salito alla prima quota del pascolo. Una volta a settimana il vecchio veniva col pick-up e lo portava a valle con l&#8217;altro pastore per fargli comprare il pane e qualcos&#8217;altro, allora il ragazzo cercava di chiamare in Romania perché la giovane compagna era incinta. &#8220;Perché il vecchio non vuole che telefoni?&#8221;, cambiava faccia.</p>
<p>A ritroso. È aprile 2009, a L&#8217;Aquila c&#8217;è stato il terremoto. L&#8217;Esercito e la Protezione Civile hanno montato le tende, la confusione sta scemando e hanno cominciato a censire la popolazione. È sera, è passata più o meno una settimana dal sisma. L&#8217;autostazione di Teramo è piena di ragazzi dell&#8217;est, vestiti male e con le facce distrutte, le scarpe logore.</p>
<p>È strano che ci sia tanta gente dell&#8217;est, sopratutto è strano in questo momento di confusione, i teramani riempiono le piazze con le macchine piene di piumoni, i posti pubblici sono affollati di famiglie terrorizzate dal sisma. In mezzo ad un tale caos, un assembramento come quello dell&#8217;autostazione passerebbe inosservato, se non fosse per i vestiti logori. Mi siedo accanto ad uno molto giovane. Racconta che stava in montagna, sopra L&#8217;Aquila, dopo il terremoto lui ed altri non sapevano che fare, se scendere a valle dai proprietari del gregge. Alcuni allora sono scesi nei campi e rimasti fino a che non è iniziato il censimento. Poi sono scappati e hanno avvertito gli altri. I documenti qualcuno ce li aveva pure ma li aveva lasciati al proprietario del gregge. Nell&#8217;autostazione ci sono almeno 100 persone, ci sono ancora le vecchie panche di legno al piazzale. Chiedo quante persone ci saranno sparse per le montagne&#8230;sgrana gli occhi, alza la fronte come se fosse una domanda sciocca: &#8220;Pieno, pieno&#8221;.<br />
Qualche tempo fa in provincia di Teramo è morto un giovane pastore, quasi un ragazzino. L’hanno trovato sulla brandina, morto di freddo. Il vecchio proprietario delle pecore, il datore di lavoro, è una brava persona, un lavoratore, quella vita da bestie l’ha fatta pure lui da giovane. Adesso quella vita la fa fare ad altri. Queste cose non si sanno oppure si ignorano, perché quelli lassù non sono uomini, sono pastori.</p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignnone size-large wp-image-41324" title="Campo Imperatore, Abruzzo" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/Campo-Imperatore-Abruzzo-1024x489.jpg" alt="" width="700" height="334" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/Campo-Imperatore-Abruzzo-1024x489.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/Campo-Imperatore-Abruzzo-300x143.jpg 300w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></p>
<p><em>Nell&#8217;immagine: Campo Imperatore, Abruzzo</em></p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2012/01/17/chi-salvera-i-pastori/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>1</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">41321</post-id>	</item>
		<item>
		<title>se vi piace ascoltar cari signori</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2011/06/20/se-vi-piace-ascoltar-cari-signori/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2011/06/20/se-vi-piace-ascoltar-cari-signori/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Jun 2011 08:30:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[chiara valerio]]></category>
		<category><![CDATA[divertissement]]></category>
		<category><![CDATA[Gerusalemme Liberata]]></category>
		<category><![CDATA[i Regali di Francia]]></category>
		<category><![CDATA[il Guerrino Meschino]]></category>
		<category><![CDATA[le Mille e una Notte]]></category>
		<category><![CDATA[lettori]]></category>
		<category><![CDATA[Orlando Furioso]]></category>
		<category><![CDATA[Orlando Innamorato]]></category>
		<category><![CDATA[ottave]]></category>
		<category><![CDATA[paolo morelli]]></category>
		<category><![CDATA[Paris e Vienna.]]></category>
		<category><![CDATA[pastori]]></category>
		<category><![CDATA[Storia dei paladini di Francia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=39325</guid>

					<description><![CDATA[di Paolo Morelli Quando ero giovane per un estate ho frequentato un mercato sul lago di Garda. Con il nostro banco di chincaglierie ci spostavamo giorno dopo giorno nei paesi del circondario. Se me lo ricordo come un periodo meraviglioso è perché il posto che ci era stato assegnato era proprio di fronte a un [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/gerusalemme_liberata_04.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-39326" title="gerusalemme_liberata_04" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/gerusalemme_liberata_04.jpg" alt="" width="400" height="268" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/gerusalemme_liberata_04.jpg 400w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/gerusalemme_liberata_04-300x201.jpg 300w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a></p>
<p>di<strong> Paolo Morelli</strong></p>
<p>Quando ero giovane per un estate ho frequentato un mercato sul lago di Garda. Con il nostro banco di chincaglierie ci spostavamo giorno dopo giorno nei paesi del circondario. Se me lo ricordo come un periodo meraviglioso è perché il posto che ci era stato assegnato era proprio di fronte a un venditore di fazzoletti, un piccoletto coi baffi che aveva una particolarità: conosceva a memoria tutte e tre le cantiche della <em>Commedia</em> e tutto l’<em>Orlando Furioso</em>, oltre a una caterva di poesie, in lingua e dialettali. La sua tattica professionale non consisteva nel decantare la merce in vendita, bensì nell’attaccare già dalla mattina un canto dietro l’altro, con grande stile interpretativo, e così faceva grandi affari.</p>
<p>Risalendo un po’ indietro, non è forse Rousseau a raccontare l’abitudine dei gondolieri veneziani di recitare intere stanze dei poemi cavallereschi mentre remavano? E il Foscolo non scrive dei forzati di Livorno che cantavano, tornando dal lavoro, le litanie dei crociati dal canto XI della <em>Gerusalemme Liberata</em>?<br />
<span id="more-39325"></span><br />
Fino a metà del secolo scorso i romani, usuale lo spirito sapido, chiamavano ‘libri di pellicceria’ quei libri che formavano le biblioteche dei pastori della campagna romana. I più presenti sembra fossero di gran lunga i poemi cavallereschi d’ogni tipo, vera epopea e meraviglia del tutto italiana, ma pure ‘Le riflessioni sacre e morali sul vecchio e nuovo testamento’, ‘I reali di Francia’, ‘La Gerusalemme liberata’, ‘La strage degli innocenti’ di Marino, il poemetto ‘Paris e Vienna’, ‘Il testamento dell’abate Veccei’ ed infine le leggende popolari, specie le vicende di briganti e banditi, tra cui principalissima la storia di Giuseppe Mastrilli che</p>
<p><em>con una palla di metallo<br />
ammazzò quattro sbirri ed un cavallo.</em></p>
<p>Ancora all’epoca l’arrivo nei paesi del cantastorie era un evento che rielabo-rava una tradizione colta e ricchissima, da Boccaccio a Sacchetti, dal Tasso all’Ariosto.</p>
<p>Un mio amico mi raccontava non troppi anni fa di una cuoca di Cosenza che cantava a memoria decine di migliaia di versi di una ‘Chançon de Roland’ in dialetto calabrese. E questi esempi sono solo per saltare qui e là, come le capre o la memoria.</p>
<p>Se comunque si ha la fortuna di approfondire appena l’argomento si hanno delle vere sorprese. A me per esempio è capitato di scoprire, non solo che pratica comune dei pastori in tutta Italia era la lettura ad alta voce, a sera attorno al fuoco, specie per l’appunto di poemi cavallereschi, non solo che erano abili lettori vale a dire possedevano l’orecchio per la letteratura, ma che quel popolo seminomade, che ci raccontano rozzo e ignorante possedeva e custodiva gelosamente libri in vere e proprie biblioteche, e perfino che alcuni di costoro, e non proprio pochi scrive-vano in prosa e specialmente in rima.</p>
<p>L’esempio fulgido che posso fare è quello di un tale, di nome Francesco Giu-liani, nominato ‘Chicche ru caprare’ (Francesco il capraio), nato a Castel del Monte in provincia de L’Aquila nel 1890 e colà deceduto nel 1970. In ottant’anni di vita non fece altro che avanti e indietro sul tratturo che dal Gran Sasso portava al Tavo-liere delle Puglie, oltre a intagliare artisticamente il legno e collezionare una biblioteca di oltre 400 volumi. È lui a descrivercela in 24 stanze:</p>
<p><em>Tra le selve e sui monti anch’io pastore<br />
Con il gregge ed a questo affezionato<br />
Nel bel piano di Campo Imperatore<br />
Quante stagioni io vissi beato;<br />
E leggevo con cura e con amore<br />
Dante, Petrarca e l’Ariosto lodato,<br />
Questi sempre compagni e cari amici<br />
Per cui viver potei giorni felici.</em></p>
<p>Una cavalcata su diecine e diecine di libri antichi ma anche molti moderni, i grandi romanzi italiani e stranieri, novelle, fiabe, poeti e narratori anche minori, da Leopardi a Gozzi, da Manzoni a Guerrazzi fino all’amato Tolstoj, su alcuni dei quali non risparmia giocose critiche. Ma soprattutto:</p>
<p><em>E da tanti maestri ebbi imparato<br />
L’arte di poetar bella e civile,<br />
Però in alto non mi son levato<br />
Rozzo, non terso il mio povero stile.<br />
A quanto con amore ho preparato<br />
Spero che trovo un buon lettor gentile;<br />
Di versi e prose ecco la mia raccolta<br />
Spero che sia cortesemente accolta.</em></p>
<p>La sua raccolta, i suoi quaderni, sono stati in parte pubblicati a spese dei figli e col patrocinio del Comune di Castel del Monte in poche copie, da un editore torinese e specializzato in testi cinematografici (!), Lindau, nel 1992. Il libro, naturalmente introvabile contiene delle vere perle, in prosa come descrizioni del paese e del circondario, schizzi socialisti e libertari in prosa e soprattutto in rima (nel 1902 riuscirono a realizzare uno sciopero dei pastori) e in generale di presa di coscienza e di riscatto:</p>
<p><em> Fermamente voi convinte siete<br />
Che lui porta la pace e l’abbondanza,<br />
Non porta nulla, voi ben lo vedete,<br />
Liberatevi un po’ dall’ignoranza,<br />
Cercate di sapere e d’imparare<br />
Quanto ci vuole a non farsi ingannare.<br />
Oppure pacifisti:<br />
Andare in guerra io non voglio mai<br />
Perché in pace sto con la mia sposa,<br />
Viver voglio felice e for dei guai<br />
Che non mi piace una vita rischiosa,<br />
La guerra la può far chi è guerriero<br />
Ma io non voglio farla e dico il vero.</em></p>
<p>Racconti sulla condizione dei pastori e sulla loro passione:<br />
‘Nelle sere d’inverno, riuniti attorno a un gran foco si leggeva e tutti ascoltavano attentamente, e i libri preferiti erano: l’Orlando Innamorato, l’Orlando Furioso, la Gerusalemme Liberata, i Regali di Francia, il Guerrino Meschino, le Mille e una Notte, la Storia dei paladini di Francia e Paris e Vienna. (&#8230;) Anche la Divina Commedia contava molti lettori (sempre fra i pastori parlando), chi aveva letto i poemi d’Omero e l’Eneide riusciva a capire qualche terzina dell’Inferno, il resto era come non averlo letto. Erano anche molto letti i romanzi storici, i Promessi Sposi, la Margherita Pusterla, Marco Visconti, la Battaglia di Benevento e altri’.</p>
<p>Fino ad arrivare alla mirabile descrizione del ‘Diario della Grande Guerra’, dove si svela del tutto l’occhio partecipe, doloroso e appassionato insieme del narratore. Come quando prende parte a una razzia:<br />
“Tappezzerie, morbidi tappeti, specchi, scansie, stipi, e stipetti di ebano e di mogano, lampadari, tazze di porcellana, statuette, idoletti, seggioloni, tende di seta, di velluto; e chi sa quante altre cose che non so farne la descrizione. Passai in una cameretta con un comodissimo lettino; le strette pareti erano adorne di bei quadri e di altri oggetti; sopra un comodino una catasta di libri, un fascio di lettere; in ogni canto oggetti di lusso che di simili non avevo mai visti. Un cappello da signorina adorno di penne di struzzo; vesti di seta, biancheria della quale gli armadi erano pieni. Ebbi il coraggio di prendermi un libro”.</p>
<p>O la descrizione di una licenza:</p>
<p>“Ogni tanto mi voltavo indietro per guardare il loco dei tormenti che avevo lasciato, e mi auguravo di non più ritornarci. Vedevo la trincea austriaca a quota ot-tantacinque con la larga fascia dei reticolati, il ferro spinoso era tutto arruginito e a guardarlo da lontano pareva un giovane boschetto nel mese di ottobre, le foglie so-no ingiallite”.</p>
<p>Per tornare poi sempre alla sua fissazione:</p>
<p>“Vi erano nelle vie molti zaini abbandonati ed altra roba, i miei camerati si misero a rovistarli; alcuni si davano da fare a tagliare una grossa forma di formag-gio, chi prendeva fiaschi di vino, chi altra roba che non vi mancava nulla. In mezzo a tutto quel rimestamento di roba vidi due libri: le Rime del Petrarca, e la Leda senza cigno di Gabriele D’Annunzio; li raccolsi con premura e li misi nel tascapane”.</p>
<p>E la disfatta:</p>
<p>“Tutti vili, tutti traditori, nessuno era più buono, nessuno più animato da spi-rito guerriero e patriottico. Ed io nemico della guerra, soffrivo per quella fuga i-gnominiosa”.</p>
<p>Ma con tutta evidenza è nei versi, nella poesia che Giuliani, il quale come ab-biamo detto fu pure abile intagliatore in legno, dimostra la sua sensibilità e la sua ar-te. Sbaglierebbe però bersaglio chi vi cercasse l’Arcadia belante e zufolante, niente bolle di sapone, egli ci racconta invece di banditi e donne reali, efferatezze dei padroni e vicende quotidiane dei pastori, i languori della lontananza per sei mesi l’anno e, onnipresenti, i libri. Fino a quello che si può considerare il suo capolavoro e che racchiude, in 177 stanze della più bell’acqua, tutti i suoi temi: la ‘Storia Antica del Tratturo’.</p>
<p><em>Se vi piace ascoltar cari signori<br />
E donne belle, mi venite accanto.<br />
D’antichi cavalier, d’armi e d’amori<br />
Io vi voglio avvertir non è il mio canto,<br />
Ma sol di greggi amante e di pastori<br />
Io questa volta di cantar mi vanto;<br />
Dunque porgete volentier l’orecchio<br />
Che a dilettarvi un po’ io mi apparecchio.</em></p>
<p><em> Speriamo che l’ingegno or mi si desta<br />
Tanto ch’io la vo’ dir cosa ch’è nova<br />
Però da poco è vile e modesta<br />
E chi questo dirà certo si trova<br />
Comunque io la fo manifesta,<br />
Fresca la vena nel pensier mio piova,<br />
Trarrò da rozze scene i bei concenti<br />
Per farvi cari miei tutti contenti.</em></p>
<p><em> Di Settembre allor verso la fine<br />
Lassù nel nostro Campo Imperatore,<br />
Sull’alte vette, e pur sulle colline<br />
Vi scende della neve il bel candore,<br />
Bianche le valli ed il piano di brine,<br />
Ti punge il freddo; le greggi e il pastore<br />
Non vi ponno più star senza ripari<br />
A partir convien che si prepari.</em></p>
<p><em> La partenza è ver che è dolorosa<br />
Che distaccarsi non può far piacere,<br />
Perché si vive una vita incresciosa<br />
Delle Puglie nel vasto Tavoliere;<br />
Chi lascia la consorte o l’amorosa,<br />
I figli, i genitor. Triste mestiere!<br />
Per la miseria e campar la vita<br />
La famiglia non può viver unita.</em></p>
<p>A chi oggi potrebbe capitare di pensare di vivere in un mondo ormai affrancato, rispetto a un recente passato di brutalità e ignoranza sono dedicati questi versi:</p>
<p><em>Eravamo una piccola brigata<br />
La sera tutti accolti intorno al foco<br />
Lieti la magra cena consumata<br />
Ma non c’era da stare in festa e gioco;<br />
Fino a che la notte era inoltrata<br />
A novellare con piacer non poco;<br />
Senza la sorveglianza del massaro<br />
Si faceva quel che gli era caro.</em></p>
<p>È bene notare a questo punto il modo con cui Giuliani sanziona più volte la becera opposizione dei padroni alla lettura e alle riunioni serali intorno al fuoco. Infatti a uno di questi mette in bocca:</p>
<p><em>Vi permettete di parlar d’Orlando<br />
E grassa è tanta l’ignoranza vostra;<br />
Non si deve andar mai veneggiando<br />
in cose dove il ver non si dimostra.</em></p>
<p>Non è difficile vedere qui, nonostante le apparenze, una somiglianza con quello che succede oggi: il tentativo di sopprimere quella che si potrebbe chiamare la tendenza naturale al narrare, quel luogo focale di ascolto e condivisione, l’abiezione del metodo di avvicinarsi alla scoperta e alla possibile conoscenza del mondo e della natura per mezzo della fantasia, perché è ciò che abbiamo in comune.</p>
<p>Molto, molto lontano da me il credere ai paradisi perduti, a mondi lontani e felici, esenti da rimozioni e privi di conflitti. Ma, con l’affidabilità che hanno le statistiche, pare che al giorno d’oggi un terzo degli italiani sia analfabeta d’andata o di ritorno e la cifra cresca di anno in anno, e che il 53% degli adolescenti non sappia capire un testo anche semplice. Cento anni fa gli italiani che non sapevano né leggere né scrivere erano più della metà e andavano decrescendo. Sta di fatto che attraverso Giuliani e molte altre testimonianze scopriamo che la maggior parte dei pastori italiani della prima metà del secolo, in particolare i più anziani, non solo sa leggere, ma prova grande piacere nella lettura. Nella bisaccia (e in casa) tiene specie i poemi cavallereschi, oltre a romanzi. Scopriamo anche che l’onomastica in certi paesi vede una nutrita presenza di Rolandi e Armide, Angeliche e Orlandi. E scopriamo soprattutto, in Giuliani, che la lettura non è sentita per niente come un diversivo o un’evasione, ma invece è un modo per tentare la comprensione delle cose del mondo, oltre all’avvio di un processo di riscatto sociale.</p>
<p>D’altra parte, chiunque abbia qualche anno e un nonno contadino potrà raccontare della venerazione, dei gesti sacrali con i quali erano trattati i libri e la loro lettura. E che spesso si trattava di classici italiani, e perfino che leggendo quei libri ci si sentiva parte di una tradizione, addirittura forse di una nazione.</p>
<p>Quel mondo era legato a doppio filo ai modi dell’oralità, e naturalmente i grandi poemi e la poesia da Dante fino al ‘600 la fanno da padrone, e vi si cimentano in parecchi. I versi sono scritti per esser letti ad alta voce, nati per sedurre nel canto, nella voce narrante e la lettura silenziosa, anche sintatticamente parlando non gli rende ragione. Giuliani ci dice di averne imparato il valore e l’importanza da piccolo, quando già pastore aveva ascoltato i versi antichi da un compagno anziano, attorno al fuoco, e aveva scoperto la malia della musica che c’è nelle parole, e che quella musica conteneva immagini.</p>
<p>Può essere che Francesco Giuliani sia stato un’eccezione, io non lo credo. Sta di fatto che raffinati com’erano, veri esperti del rito cui vanno sottoposte le parole, di quella cerimonia del narrare fatta di ritmi, toni e giusta distanza, c’è da giurare che si sarebbero trovati assai male al giorno d’oggi, quando il sapere della fantasia ha perso ogni credibilità ed è stato inviato all’esilio perpetuo.</p>
<p>A noi rimane solo l’eco dei poeti a braccio, per esempio in quella accademia giocosa che i maestri del verso all’intrasatto, cioè di getto, hanno fondato in Toscana, l’Accademia dell’Ottava per l’appunto. O in Abruzzo ancora personaggi come Bernardino Perilli, da Campotosto. Anche lui pastore, ha 75 anni e una grande fama nel circondario. Secondo lui, a metà del secolo scorso circolavano tra i pastori so-prattutto Tasso, Ariosto, La Divina Commedia, e poi La Secchia Rapita del Tassoni, Leopardi, poi i poemi epici, Omero, l’Eneide, a cui ci si appassionava anche prima di capirci molto. “Allora inoltre si imparava molto a memoria,” dice “e a me piaceva molto la traduzione di Annibal Caro dell’Eneide, perché era fatta a endecasillabi, ri-specchiava un po’ le nostre ottave e terzine”.</p>
<p>Allora, dice un altro poeta e pastore, Fortunato Aloisi, “l’ottava rima era come la patata col pomodoro a tavola, la usavi sempre”. E aggiunge anche lui che il più bel regalo che poteva ricevere un pastore era un libro. A noi può sembrare incredibile, addirittura irritante al nostro punto di vista incontrovertibile, noi che dobbiamo per forza immaginare di esser migliorati, costi quel che costi. Negare alla fantasia il suo potere di rivelazione, disconoscerne la credibilità di indagatrice del mondo, riservare tale prerogativa a una scienza sempre più delirante e asservita è come camminare su una gamba sola, stancante e pericoloso.</p>
<p>In ogni caso è quello che succede e ci ha portato, tutti contenti, all’attuale galera, solo che oggi per essere rinchiusi bisogna leggere, difatti gli attuali padroni li avrebbero incoraggiati a leggere, i rozzi pastori del recente passato, come oggi incoraggiano il rozzo italiano, sebbene</p>
<p><em>Per lui che di cervello era assai duro<br />
Era peggio che a dirlo a un muro.<br />
</em></p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2011/06/20/se-vi-piace-ascoltar-cari-signori/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>12</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">39325</post-id>	</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/

Page Caching using Disk: Enhanced 

Served from: staging.nazioneindiana.com @ 2026-05-08 19:35:02 by W3 Total Cache
-->