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	<title>Paul K. Feyerabend &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>«Continue chiamate di emergenza»</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Mar 2012 15:44:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
		<category><![CDATA[Paul K. Feyerabend]]></category>
		<category><![CDATA[relazioni interculturali]]></category>
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					<description><![CDATA[di Antonio Sparzani Qui nella via sono o latinos o cinesi o africani. Tra loro non si piacciono, questo è un problema. Non che succeda alcunché di drammatico, qualche urla di scherno, o di insulto, non capisco mai cosa urlino, ma poi si vede che ridono tra loro, che è sempre una conclusione accettabile. Si [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
<img fetchpriority="high" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/Milano_via-Padova-282x300.jpg" alt="" title="Milano_via Padova" width="282" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-41851" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/Milano_via-Padova-282x300.jpg 282w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/Milano_via-Padova.jpg 300w" sizes="(max-width: 282px) 100vw, 282px" /><br />
Qui nella via sono o <em>latinos</em> o cinesi o africani. Tra loro non si piacciono, questo è un problema. Non che succeda alcunché di drammatico, qualche urla di scherno, o di insulto, non capisco mai cosa urlino, ma poi si vede che ridono tra loro, che è sempre una conclusione accettabile. <span id="more-41850"></span>Si fanno i dispetti di notte ma io credo che un po’ alla volta impareranno ― o si rassegneranno ― a tollerarsi; a tollerarsi, sì, ma a capirsi anche un po&#8217;?</p>
<p>Non ci son più tante ronde di notte come ai tempi di quell’altro vicesindaco, prima del 29 maggio dell’anno scorso, che aveva la ronda facile, quella della “polizia urbana”, s’intende. E poi i negozi che vogliono adesso stanno aperti fino a tardi, vuoi comprare due gambe di sedano per far loro gaddianamente incontrare la culatta del bue, alle dieci di sera, qui non c’è problema, non si sa mai, metti che ti arrivino degli amici sul tardi.</p>
<p>Adiacente al mio portone c’è un ragazzotto cinese che fa il barbiere, di giorno spesso ha clienti, tutto intento con rasoio e pettine, non so quanto si paghi un bel taglio scolpito alla cantonese, non ho ancora osato. Però quando non ha nessuno in negozio è sempre sulla soglia col cellulare all’orecchio, ma sempre, difficile capire come sia possibile, a parte la spesa, voglio dire, ma quante cose da comunicare avrà mai. </p>
<p>Passando dieci minuti dementi a fare <em>zapping</em> su youtube ho trovato una scenetta di un quiz americano nel quale chiedono a un giovane obeso dall’aria felice e spensierata quale di queste parti del discorso, avverbi, verbi, nomi, aggettivi, possano assumere la forma attiva o passiva; il giovane obeso suda, è tutto ben messo, doppio petto marrone cravatta regolamentare, ma non ha la minima idea neppure del senso della domanda, allora chiede un aiutino, gli cancellano due risposte possibili, rimangono avverbi e verbi, ma ancora suda, allora gli fanno fare la telefonata a casa, ecco la linea, trenta secondi di tempo, a casa sudano ancor di più, patema, angoscia, neanche il nonno lo sa, e allora, infine, si butta: avverbi! Peccato, la sorte è proprio avversa. Mi chiedo, è così incolmabile la distanza tra questa domanda e quello che la gente mediamente sa; forse in Italia, mi dico, qualche vago ricordo scolastico è più diffuso, ma supponete di fare la stessa domanda a un latino di questi qua sotto&#8230;.</p>
<p>No, la vera difficoltà di comprensione tra le culture, quand’anche convivano affiancate in modo relativamente pacifico, è questa distanza abissale della formazione remota, che va ben oltre la grammatica, per carità. Io non mi immagino neppure vagamente le esperienze e le conoscenze remote di nessuno di questi che mi passano vicino tutti i momenti nella strada, anche se ci sorridiamo volentieri: timide vicinanze di superficie, abissi giù nelle pance. L’arsura del deserto o le favelas delle megalopoli dell’America latina io non le ho sfiorate mai, e se anche le sfiorassi sarebbe da turista, per quanto curioso e rispettoso e “voglioso di capire”, non da chi le ha sofferte sulla pelle per chissà quanti anni.<br />
Pensate a cosa viene raccontato ai bambini palestinesi e ai bambini israeliani, che vivono a pochi chilometri di distanza: occorre scalare montagne per superare una così diversa &#8220;educazione sentimentale&#8221;, qualcuno la scala, naturalmente, ma a prezzi alti e con risultati troppo esigui.<br />
Penso molto, di questi tempi all&#8217;insegnamento di <strong>Paul K. Feyerabend</strong>, grande filosofo della scienza, ma anche intellettuale a tutto tondo, molto attento alla &#8220;situazione complessiva dell&#8217;uomo&#8221; per così dire. Ecco ad esempio quanto scriveva nel 1992 in un pezzo inaugurale del primo numero della nuova e promettente rivista «<em>Common knowledge</em>», al cui comitato editoriale apparteneva:</p>
<blockquote><p>«<em>Nel leggere articoli che parlano della decostruzione, delle correlazioni in meccanica quantistica, o della terribile maledizione dell’irrazionalismo, spesso mi chiedo: che cosa ha a che fare tutto ciò con quanto ho appena visto e sentito sulla gente che muore per le malattie imposte dal potere in Sudan, per il colera in Perù, per le repressioni in Iraq e in Israele, per i maltrattamenti nei confronti dei rifugiati in Austria, Svizzera e altre “nazioni civilizzate”? E non sarebbe un’eccellente idea ricordare ogni tanto a queste sublimi menti quanto poco piacevole si prospetti il futuro del mondo in cui esse pur vivono e che asseriscono di conoscere?<br />
Porre questa domanda non significa rinunciare a una riflessione intellettuale: <a href="http://www.alfabeta2.it/?s=frantz+fanon">Fanon</a> non rinunciò. Significa bensì la presenza, in ogni numero di</em> Common Knowledge, <em>di un segnale che ― attraverso idee e argomenti intellettuali anche ristretti ― non ci siamo dimenticati dei nostri fratelli umani. Da questo punto di vista le parole sono deboli; l’interesse degli uomini spesso svapora in “umanitarianesimo” intellettualistico. Io chiedo per questa rivista fotografie o comunque immagini che ricordino agli intellettuali le malattie, la fame, le distruzioni della guerra oltre allo spietato sfruttamento dell’ambiente al servizio del lusso e del “progresso”.<br />
Abbiamo bisogno di continue chiamate di emergenza.</em>»</p></blockquote>
<p>Purtroppo Feyerabend moriva nel febbraio 1994, appena concluso l&#8217;ultimo capitolo della sua coinvolgente autobiografia &#8220;<a href="http://www.ibs.it/code/9788842045212/feyerabend-paul-k/ammazzando-tempo-autobiografia.html">Ammazzando il tempo</a>&#8220;.</p>
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		<title>Conoscere e ri-conoscere: volti e culture</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Dec 2011 11:00:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
		<category><![CDATA[Ernst H. Gombrich]]></category>
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					<description><![CDATA[di Antonio Sparzani La relatività è un grande fiume che scorre in molti territori e bagna molte contrade. Una di queste mi è venuta incontro in questi giorni mentre leggevo, ignaro e senza sospetti, un breve saggio del grande viennese Ernst H. Gombrich, intitolato La maschera e la faccia: la percezione della fisionomia nella vita [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
<img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/segnaletiche-300x202.jpg" alt="" title="segnaletiche" width="300" height="202" class="alignleft size-medium wp-image-41126" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/segnaletiche-300x202.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/segnaletiche-120x80.jpg 120w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/segnaletiche.jpg 432w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>La <em>relatività</em> è un grande fiume che scorre in molti territori e bagna molte contrade. Una di queste mi è venuta incontro in questi giorni mentre leggevo, ignaro e senza sospetti, un breve saggio del grande viennese <strong>Ernst H. Gombrich</strong>, intitolato <em>La maschera e la faccia: la percezione della fisionomia nella vita e nell’arte</em>,  pubblicato originariamente nel 1972, quando Gombrich era direttore del <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Warburg_Institute">Warburg Institute</a> e docente di storia dell’arte a Oxford. In questo breve saggio si parla della somiglianza delle fisionomie, e del riconoscimento dei volti delle persone che ci sono ― più o meno ― note. <span id="more-41125"></span><br />
La cosa un po’ mi riguarda perché io, ad esempio, ho poca memoria per i volti, faccio figuracce tremende non riconoscendo persone già incontrate anche più di una volta e penso talvolta con un certo timore a quel paziente di Oliver Sacks per cui l’illustre psicologo scrisse il saggio, che diede il nome a un libro di successo, <em>L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello</em>, pubblicato per la prima volta a New York nel 1985.<br />
Cosa scrive Gombrich, esperto di storia dell’arte e non specificamente di relatività, che mi ha così colpito? Leggete qua:</p>
<blockquote><p>«Queste temutissime discussioni, [si sta parlando della maggiore o minore “somiglianza al vero” di certi ritratti, n.d.r.] forse molto meno futili di quanto sembrino, hanno reso il problema della somiglianza una questione assai delicata. Le estetiche tradizionali hanno fornito all’artista due linee di difesa che sono entrambe rimaste in voga sin dal Rinascimento. Una si riassume nella risposta che si dice abbia dato Michelangelo a chi aveva osservato che i ritratti medicei nella Sagrestia Nuova non erano molto somiglianti — cosa importerà tra un migliaio di anni come erano veramente questi uomini? Egli aveva creato un’opera d’arte e questo era ciò che contava. L’altra linea risale a Raffaello e più su a un panegirico su Filippino Lippi in cui è detto che questi aveva dipinto un ritratto più somigliante al modello del modello stesso. Lo sfondo in cui si situa questa lode è l’idea neoplatonica del genio i cui occhi possono penetrare oltre il velo delle pure apparenze e rivelare la verità. E una ideologia che dà all’artista il diritto di disprezzare i parenti filistei del modello, che si aggrappano alla crisalide esterna e non colgono l’essenza.<br />
Qualunque sia l’uso o l’abuso che si è fatto di questa linea di difesa nel passato e nel presente, bisogna ammettere che qui, come altrove, la metafisica platonica può essere tradotta in un’ipotesi psicologica. La percezione ha sempre bisogno di universali. Non potremmo percepire o riconoscere i nostri simili se non potessimo cogliere l’essenziale e separarlo dall’accidentale — in qualunque linguaggio si voglia formulare questa distinzione. Oggi si preferisce il linguaggio dei calcolatori, si parla di riconoscimento di forme, [problema della “pattern recognition”, n.d.r.] tramite l’isolamento degli invarianti che sono distintivi di un individuo. È un tipo di abilità che anche i più smaliziati progettisti di calcolatori invidiano alla mente umana, e non solo alla mente umana, poiché la capacità che essa presuppone di riconoscere l’identità nel cambiamento deve essere insita anche nel sistema nervoso centrale degli animali. Considerate che cosa richieda l’impresa percettiva di riconoscere visualmente un singolo membro di una specie in un branco, un gregge, una folla. Non solo la luce e l’angolo visuale variano, come per tutti gli oggetti, ma l’intera configurazione della faccia è in movimento perpetuo, movimento che però non influenza l’esperienza dell’identità fisionomica o, come propongo di chiamarla, la costanza fisionomica.» (pp. 6-7).</p></blockquote>
<p>Eccoli qua gli <em>universali</em> e i diversi punti di vista che colgono aspetti diversi di uno stesso universale: l’impresa è saper distinguere tra aspetti contingenti e aspetti necessari. Nel linguaggio della fisica: distinguere tra aspetti che dipendono dal punto di vista e aspetti che fanno parte del “fenomeno in sé”, per dirla con quella sfumatura kantiana che suona sempre bene. Il punto di vista è, con linguaggio ancora più fisico, il sistema di riferimento. Nel sistema della Terra il Sole gira intorno ad essa, nel sistema di riferimento del Sole, piuttosto scomodo in verità, è la Terra che gira intorno ad esso. Qual è l’universale, il fenomeno in sé? È il fatto che Terra e Sole eseguono un certo movimento l’uno rispetto all’altro, che mantiene (grosso modo) la distanza tra i due corpi, nel quale la Terra è orientata in un certo preciso modo, con le note conseguenze sul succedersi delle stagioni, ecc. Che è poi la faccenda che Roberto Bellarmino aveva forse capito meglio di Galileo, come ho <a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/01/19/chi-gira-intorno-a-cosa/">già</a> avuto occasione di provare ad argomentare.</p>
<p>La relatività, lo dico ancora una volta a rischio di frantumare la capacità di sopportazione del lettore natalizio, non è il relativismo becero del <em>tutto va bene</em>, è invece quella teoria che insegna a distinguere il grano dal loglio, il contingente dal necessario, il dipendente dal punto di vista dall’indipendente. Se due persone in mezzo alle quali ponete un foglio di cartone colorato da una parte di blu e dall’altra di rosso si affannano a discutere, sostenendo l’una che si tratta di un cartone rosso e l’altra di un cartone blu, voi capite immediatamente la futilità della discussione. Ma l’unico modo per <em>mostrare</em> questa futilità è che ognuno guardi <em>anche</em> dal punto di vista dell’altro. È solo la somma dei punti di vista che ci dà un’idea sufficientemente completa di che cosa sia una cosa, un oggetto, una struttura, una persona, una civiltà.</p>
<p>Immaginate che qualcuno che indaga su di voi chieda a un solo vostro amico notizie: nel migliore dei casi avrà il punto di vista di quell’amico, che quasi certamente sarà assai parziale e monorientato; solo chiedendo a più amici riuscirà a rendere più completa la sua descrizione, e quanti più saranno gli amici cui chiederà, tanto migliore risulterà alla fine il quadro di conoscenza che si formerà di voi.<br />
Quando <a href="https://www.nazioneindiana.com/2011/10/18/la-terza-murena-torga/">qui</a> parlavo dell’ultima Murena <em>L’universale è il locale meno i muri</em>, di Miguel Torga, voi capite che dicevo esattamente questo. E quando citavo Feyerabend e lo slogan che lo affascinava negli ultimi anni della sua vita “ogni cultura è in potenza tutte le culture”, continuavo ad alludere alla stessa cosa. Ogni cultura è un punto di vista sull’uomo, un sistema di riferimento dal quale osservare.<br />
Naturalmente un sistema di riferimento è necessario, non si può osservare qualcosa “da un punto di vista generale”: ogni punto di osservazione è particolare e solo così qualsiasi osservazione ha senso. Ma una &#8220;buona conoscenza&#8221;, cioè una conoscenza utile e pacifica, <em>si costituisce</em> a partire dalla presa d&#8217;atto della pluralità dei punti di vista possibili. Ed è questo l&#8217;insegnamento più interessante della teoria della relatività, cui questo nome così mal scelto venne dato da Max Planck, e che forse avrebbe indotto meno fraintendimenti se fosse stata battezzata &#8220;teoria dell&#8217;assoluto&#8221;.</p>
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