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		<title>La geopolitica der paesello, la matita di Pelù e l&#8217;ecologia del seggio elettorale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Declich]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Dec 2016 17:00:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Lorenzo Declich e Anatole Pierre Fuksas Lorenzo. Leonardo Bianchi si è messo a scavare su pagine facebook semi-dormienti, Tipo “800.000 iscritti per Homer Simpson presidente del Consiglio”. Consiglio una rapida visione, il mondo lì sembra fatto al contrario. Tutto assomiglia al mondo pentastellato, fatto di ka$sta e “!1!!!” e “a casaa!”, di toni accesi, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di<b> Lorenzo Declich e Anatole Pierre Fuksas</b></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Leonardo Bianchi </span><a href="http://www.vice.com/it/read/le-pagine-buongiorniste-passate-a-fare-campagna-per-il-s-al-referendum"><span style="font-weight: 400">si è messo a scavare</span></a><span style="font-weight: 400"> su pagine facebook semi-dormienti, Tipo “</span><a href="https://www.facebook.com/homersimpsonpresidentedelconsiglio/?ref=page_internal"><span style="font-weight: 400">800.000 iscritti per Homer Simpson presidente del Consiglio</span></a><span style="font-weight: 400">”. Consiglio una rapida visione, il mondo lì sembra fatto al contrario. Tutto assomiglia al mondo pentastellato, fatto di ka$sta e “!1!!!” e “a casaa!”, di toni accesi, ma i contenuti sono integralmente antigrillini. Leonardo mappa il tutto e dice alla fine che si tratta di un’operazione di marketing politico. Mattia Salvia, in ottobre, si era “</span><a href="http://www.vice.com/it/read/settimana-facebook-movimento-5-stelle"><span style="font-weight: 400">informato solo tramite pagine facebook per una settimana</span></a><span style="font-weight: 400">” e la differenza c’è: sta proprio nel fatto che la prima delle due </span><i><span style="font-weight: 400">echo chambers </span></i><span style="font-weight: 400">è costruita attorno al sì al referendum, la seconda descrive un intero universo di riferimento (oggi c’è il referendum, ieri c’era qualcos’altro, domani ci sarà qualcos’altro ancora). Si vede che qualcuno ha studiato </span><a href="http://www.francoangeli.it/Ricerca/scheda_libro.aspx?CodiceLibro=666.9"><i><span style="font-weight: 400">Misinformation</span></i></a> <span style="font-weight: 400">e segue le regole del </span><i><span style="font-weight: 400">confirmation bias</span></i><span style="font-weight: 400">. Qualcuno che ha preso atto di come funziona e prova a lavorarci su, applicando una semplice strategia </span><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Tit_for_tat"><span style="font-weight: 400">tit-for-tat</span></a><span style="font-weight: 400"> (cioè brutalmente “pan per focaccia”). Avrà successo? I numeri dei like, il commentario pletorico di queste pagine buongiorniste per il sì sono grossi ma boh, più di questo non si può dire. Si può dire però con certezza che qui termina ufficialmente l’era dei cacciatori di bufale e dei debunkers: loro combattono con il fioretto mentre sul campo di battaglia esplodono bombe atomiche. Soprattutto si configurano come qualcosa di “neutrale”, cioè un qualcosa che non ha il formato del social network, dunque sono destinati a sparire col fiorire di falsi cacciatori di bufale, debunkers bufalari ecc.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Disvelatori di complottoni di tutto il mondo unitevi! Auguriamogli miglior sorte di quella alla quale è andato incontro Iacoboni, perché la merita. Questa cosa dei siti buongiornisti riconvertiti alla propaganda renziana del sì, che scimmiotterebbe er peggio der peggio del grullismo, nella nostra prospettiva è davero affascinante. E tutto sommato rispecchia bene i temi di questa campagna elettorale, che se vince il sì pare che ormai ti ricrescano pure i capelli. Ugualmente interessante sul fronte del debbunking abbestia è</span><a href="https://www.buzzfeed.com/albertonardelli/italys-most-popular-political-party-is-leading-europe-in-fak?utm_term=.pqLLVwR9JD%23.hj3RgDkOAG"><span style="font-weight: 400"> l’articolo di Nardelli e Silverman uscito su </span><i><span style="font-weight: 400">BuzzFeedNews</span></i></a><span style="font-weight: 400">, che collega l’hacker russo ai siti moldavi, impelagati con Trump, al movimento cinquestello italiano, ma anche a Putin e Assad. Tenendo da parte il fatto che il buongiornismo è un complottone di suo, meritevole di un approfondimento (l’</span><a href="http://www.vice.com/it/read/ho-usato-facebook-come-un-cinquantenne-per-una-settimana"><span style="font-weight: 400">articolo di Mattia Salvia su </span><i><span style="font-weight: 400">Vice</span></i></a><span style="font-weight: 400">, che abbiamo già citato da qualche parte nelle puntate precedenti scoperchiava il dramma in tutta la sua tragica evidenza), si può parallelamente pensare che se andiamo avanti così potremo scoprire che in realtà è tutta una manovra propagandistica per promuovere il film di Stone su </span><i><span style="font-weight: 400">Snowden</span></i><span style="font-weight: 400">, che ho scaricato da un sito russo, appunto, proprio ieri. La battuta meglio è quella della fidanzata, che a un certo punto si dichiara molto lusingata del fatto che le sue #fotoditette possano essere una cosa che ha a che fare con la sicurezza nazionale, quando lui, paranoico, le dice di cancellarle dall’hd. Neanche male il cerotto sulla telecamera del laptop, che potrebbe spiarli mentre scopano, perché l’hacker russo sa attivarle anche da remoto col computer </span><i><span style="font-weight: 400">idle</span></i><span style="font-weight: 400">. Insomma, siamo un po’ al punto che anche la #fotodicazzo in DM assume un rilievo drammatico per le sorti del mondo intero, cosa che probabilmente riflette il dramma schizoparanoico degli utenti buongiornisti dei social network. Ma la cosa che forse fa più ridere di tutte dell’articolo di </span><i><span style="font-weight: 400">BuzzFeedNews</span></i><span style="font-weight: 400"> è l’emergere sotto traccia di una questione inedita e inaudita, cioè la possibilità, ma che dico l’eventualità, non so bene come dirlo nemmeno, di una politica estera grillina. Cioè, cos’è il mondo cinquestello? L’estero, concetto che ci rimanda indietro agli anni ‘cinquanta (“sei stato all’estero?”), appare di per sé come grande complottone. I ghiacci polari sono già squagliati? Gli americani hanno tutti il chip sottopelle? La trivalente è una trasfusione di sangue rettiliano proveniente dall’Africa? Anche senza scherzare, la storia dell’immigrato spedito in Italia dagli americani per destabilizzarci, sotto le mentite spoglie del profugo siriano fa veramente tagliare in due da ridere. </span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. Fa molto ridere in effetti. Gli “esteri” per queste persone qui sono qualcosa che ha molto a che vedere nel migliore dei casi col concetto di </span><i><span style="font-weight: 400">mirabilia</span></i><span style="font-weight: 400">. </span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Le meraviglie dell’India je spicciano casa a questi, veramente! Prete Gianni who? Marco Polo facce ‘na pippa!</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Nel peggiore – e temo che ci avviciniamo molto al peggiore – il tutto è inquadrabile in un quadro pesantemente xenofobo: gli unici amici che avremmo sarebbero autocrati e tiranni con cui fare affari. Laddove la xenofobia è proprio una delle cifre dei regimi dittatoriali, con buona pace di chi, in tempi lontani, </span><a href="http://in30secondi.altervista.org/2011/09/23/con-lislam-non-si-parla/"><span style="font-weight: 400">rendeva “neutro”</span></a><span style="font-weight: 400"> il concetto di </span><i><span style="font-weight: 400">xenofobia </span></i><span style="font-weight: 400">associandolo a quello di </span><i><span style="font-weight: 400">xenofilia</span></i><span style="font-weight: 400">.</span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Una Camboggia.</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Un marasma insopportabile, nel quale dovremmo imparare a nuotare per non affogare.</span></p>
<p><b>Anatole.</b><span style="font-weight: 400"> Daje</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Ad esempio si possono fare le mappe delle storie e delle parole, per capirci qualcosa. </span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Spiegati.</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Cioè, invece di impegnarci stupidamente in un </span><i><span style="font-weight: 400">debbunking</span></i><span style="font-weight: 400"> (ormai ci piace con due b) teso a stabilire se in questi deliri ci sia aderenza o meno  alla realtà, possiamo utilizzare due o tre strumenti di analisi, per avere qualcosa di sensato su cui ragionare. Per fare questa cosa bisogna prima di tutto disinteressarsi della relazione tra fatti e racconto. Esempio: i miti di fondazione raccontati oralmente sulla costa Swahili. Da essi non riusciamo a ricostruire un fatto storico positivamente dimostrabile in quanto tale, ma possiamo inferire che nelle città-stato in formazione ci doveva essere una contesa politica tra le parti, ognuna delle quali aveva il suo mito di fondazione (</span><a href="http://assets.cambridge.org/97805213/23086/sample/9780521323086ws.pdf"><span style="font-weight: 400">questo</span></a><span style="font-weight: 400"> è un punto di partenza su questo tema). Ora: prendiamo </span><a href="http://www.lantidiplomatico.it/"><span style="font-weight: 400">l’</span><i><span style="font-weight: 400">Antidiplomatico</span></i></a><span style="font-weight: 400">: non riusciamo davvero a capire cosa succede “all’estero” (ed è perfettamente inutile che diciamo “voi dite cazzate”), ma capiamo benissimo che “gli esteri” per i cinquestelli sono uno dei campi di battaglia della politica interna, capiamo, insomma, che nel mondo cinquestello si parla di esteri in relazione al fatto che i cinquestelli vogliono vincere le prossime elezioni. La cartina di tornasole si ottiene valutando cosa dicono i cinquestelli che stanno al parlamento europeo. Lo dicevo </span><a href="https://news.vice.com/it/article/assad-siria-fascisti-sinistra-italia"><span style="font-weight: 400">qui</span></a><span style="font-weight: 400">: </span></p>
<blockquote><p><span style="font-weight: 400">Più ci si allontana da Roma più i grillini </span><a href="https://vicinoriente.wordpress.com/2016/01/17/schizofrenia-a-5-stelle/"><span style="font-weight: 400">diventano meno assadiani</span></a><span style="font-weight: 400"> — i loro rappresentanti al Parlamento Europeo, ad esempio, hanno a suo tempo denunciato le torture di Assad, dopo aver visto le fotografie di Caesar.</span></p></blockquote>
<p><span style="font-weight: 400">E questo è un evento che non ha avuto alcuna risonanza qui in Italia. Facendo questa sorta di analisi areale (o meglio calcolando sommariamente il </span><i><span style="font-weight: 400">fetch</span></i><span style="font-weight: 400">) delle opinioni cinquestelle su Putin e Asad scopriamo insomma la loro funzione. Da lassù i cinquestelli non “percepivano” che il putinismo e l’asadismo del loro movimento funzionasse davvero bene in politica interna. </span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. È interessante questa cosa che dici e ci permette di leggere il complottismo in una chiave estremamente provinciale. Abbiamo sottolineato poco questo aspetto che è invece caratteristico e decisivo, che cioè quando vivi ar paese, e l’Italia in particolare è un posto dove la gente vive ar paese, anche quando si è trasferita in una metropoli cosmopolita da generazioni, l’unica cosa di cui ti frega è il paese e la canizza del paese. Voglio dire che qualunque cosa accada nel mondo ti interessa solo se riferita agli effetti che ha sul paesello in cui vivi e siccome non ne ha nessuno, ma devi trovare di necessità un punto di contatto tra quello che succede nel mondo e la tua vita, per non dover concludere che è inutile e priva di significato, ecco che il mondo intero diventa un complotto contro di te, ovvero contro il paesello e i suoi valori genuini.</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Sì, infatti. Che poi, se inseriamo tutto nella dinamica telefonone-Bello Figo, possiamo in questo modo intercettare quello che è definibile come “effetto Gorino”, se ci pensi. Di fronte a un evento assolutamente irrilevante e microscopico, cioè l’arrivo di poche persone bisognose e tranquille in un villaggio, dei criptofascisti hanno bloccato la viabilità innalzando pseudo-barricate.</span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">E così, anche, si spiegano bene i complotti americani per invadere l’Italia di africani, da Cerasito di Mezzo, per dire, a Gorino appunto, luoghi che, in realtà non esistono (soprattutto il primo, che è in Molise e non so se abbia a che fare con l’immigrazione, in realtà) fuori dalla mente di chi li popola. In sintesi, il complottismo, oltre a tutte le cose che abbiamo detto fin qui, è una forma profondamente provinciale. La scia chimica è un chiaro esempio: il mondo entra nel tuo campo visivo per il tramite di un aereo che solca il cielo e sparisce alla vista, l’impronta che lascia non può che essere nociva, perché vorresti essere su quell’aereo, ma non lo sai nemmeno, perché il tuo scenario di desiderio è sotto il tuo stesso livello di percezione, invece stai in un buco di culo sperduto e ci morirai sepolto senza che sia fregato niente a nessuno di chi eri e di chi non eri. Perché non eri assolutamente un cazzo di niente.</span></p>
<p><b>Lorenzo.</b><span style="font-weight: 400"> Mentre il telefonone ti segnala che al mondo succedono miliardi di cose importantissime che ti stai perdendo, facendoti scattare l’unico succedaneo del desiderio che sei capace di percepire: l’ansia.</span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Esatto, è evidente che, date queste premesse, ogni ingresso del mondo nel campo percettivo del grande provincialismo che ci circonda non può che diventare una minaccia delle multinazionali, della finanzia internazionale, delle </span><i><span style="font-weight: 400">elité</span></i><span style="font-weight: 400"> liberal, che vogliono frocizzare i tuoi figli, farli copulare coi negri, contaminare le abitudini tradizionali, stanarti da quel buco in cui ti senti al sicuro. Una grande verità che Corbin O’Brien, il </span><i><span style="font-weight: 400">supervisor</span></i><span style="font-weight: 400"> alla NSA dice a Snowden durante una scena di caccia del film di cui sopra è che “non vogliono libertà, vogliono sicurezza”. Stiamo perfettamente dentro questo </span><i><span style="font-weight: 400">frame</span></i><span style="font-weight: 400">. Il complotto è la forma che la minaccia costituita dall’enormità, dalla vastità, dalla grande complessità del mondo, assume agli occhi provinciali degli individui insignificanti sepolti nel paese sperduto, programmati, in realtà, dal battesimo all’estrema unzione (e quello è il vero complotto, cioè, il complotto sono loro).</span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. L’altro esempio che mi piace fare è sull’arrivo in Italia della parola “wahhabismo”, che si riferisce al movimento nato nel XVIII secolo nel Najd, attuale Arabia Saudita e che poi è divenuta la confessione ufficiale in quel paese e in Qatar. Notare: i wahhabiti non si definiscono wahhabiti: sono altri soggetti che chiamano i seguaci di Ibn Abd al-Wahhab in questo modo. Loro si definiscono semplicemente “musulmani” o (usando una semplificazione) “unitari” (muwahhidun) cioè “coloro che professano l’unicità di Dio” (unico vero caposaldo teologico dell’islam). In Italia la “fortuna” della dicitura è recente e si deve all’ingresso della propaganda russa, che ha fatto irruzione in Italia con la questione siriana e più precisamente da quando la Russia ha iniziato a uscire allo scoperto in Siria. Diciamo, sommariamente, a partire dal 2013. I russi chiamavano i jihadisti ceceni in questo modo perché una volta finita l’Unione Sovietica i sauditi iniziarono a fare proselitismo nelle ex-repubbliche sovietiche a suon di corani lanciati dagli aeroplani e/o costruendo moschee a tutto spiano. Prima si preferiva parlare di salafismo (che poi sarebbe meglio chiamarlo neo-salafismo ma lasciam perdere). Oggi chi parla di wahhabiti a sproposito è spesso individuabile come persona che subisce o si associa a quella propaganda russa, usando fonti come </span><i><span style="font-weight: 400">Russia Today</span></i><span style="font-weight: 400"> o </span><i><span style="font-weight: 400">Sputnik</span></i><span style="font-weight: 400">. Ovviamente l&#8217;uso si espande anche ad altri soggetti ma riusciamo ancora a fare una mappa della provenienza delle notizie usando come bussola la parola “wahhabita”. Tante altre cose le possiamo mappare così.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Si aprono vari fronti, se inquadri il problema così. Innanzitutto quello dell’approssimativa “precisione” nella descrizione dei fenomeni sociali e culturali, ma anche nei fatti della cronaca e della politica in genere. </span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Il </span><i><span style="font-weight: 400">tagging</span></i> <i><span style="font-weight: 400">accazzo</span></i><span style="font-weight: 400"> al quale qualsiasi cosa, per essere intercettata da un pubblico, deve essere sottoposta.</span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Esatto. Ci sono tantissime etichette </span><i><span style="font-weight: 400">accazzo</span></i><span style="font-weight: 400"> che si usano per apparire più credibili e affidabili che alla fine non sono per niente pertinenti, non più che se, appunto, chiamassi tutti “gli arabi”. E questa cosa rimanda al problema che più volte abbiamo notato, che cioè o le cose le sai, o non le sai e se non le sai faresti meglio a interpellare chi le sa per capirle, invece di lanciarti in sbandatissime improvvisazioni.</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Sì, il fenomeno è di portata universale.</span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Più in generale c’è quest’altro livello di analisi che caratterizza la formazione di opinioni sulla contemporaneità, che da una parte fa, diciamo così, </span><i><span style="font-weight: 400">pendant</span></i><span style="font-weight: 400"> con il complottismo, basato sull’associazione abusiva di fatti irrelati, e dall’altra con la gestazione delle </span><i><span style="font-weight: 400">fake news</span></i><span style="font-weight: 400"> basata su un’inversione del rapporto tra dato e metadato, tra fatti che accadono e categorie che li spiegano, con le seconde che, paradossalmente, producono i primi. Si tratta del fatto che le posizioni su un determinato argomento, diciamo la crisi dei rifugiati, la guerra in Siria, il terremoto, se deve uscire tizio o caio a un talent show o a quell’altro, se era rigore o no, qualunque cosa, non dipendono più tanto da come veramente la pensi, ma da quello che ti fa comodo per polarizzare l’opinione pubblica su un altro tema. </span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Assolutamente. E qui si spiega molto di quello che entra in gioco nei complottismi. Anche in questo caso ignorando l’aderenza dei racconti alla realtà fattuale e ragionando sulle proprietà dei nessi causali messi in ruolo si riesce a capire chi polarizza, come e perché.</span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Possiamo quindi aggiungere alle due modalità che abbiamo accertato anche questa terza, che è lo spostamento continuo dell’oggetto del contendere, con risultante distanziamento dai fatti in quanto tali, dei quali in fondo non te ne frega veramente nulla. Cioè, se affonda un altro barcone nel mediterraneo non te ne frega di per sé, perché sei di fronte ad una catastrofe umanitaria e devi in qualche modo trovare una soluzione per farla finire, ma perché ti interessa dire che questo o quell’altro ti sta facendo invadere dagli africani su mandato di una potenza straniera che avrà un suo qualche vantaggio (mai chiaro).</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Proprio così. Per anni mi sono dato pena di discutere sulla Siria, poi ho capito che della Siria a questi discussori non fregava assolutamente niente. Che a questi interessava dire qualcosa su, che ne so, l’antimperialismo o Renzi. </span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Si tratta di una nuova versione del mondo fatto a nostra immagine e somiglianza, in maniera anche più stupida e vana che in passato. Cioè, non usiamo categorie nostre per descrivere cose che non capiamo, come i culturalismi ci hanno abituato a pensare. Parrebbe che adesso, pur avendo eventualmente gli strumenti per capire, non lo facciamo di proposito, perché un mondo disegnato in maniera intenzionalmente proiettiva serve a costruire opinioni su altri temi. Oppure, peggio ancora, relativizziamo qualunque cosa, perché la dobbiamo ricondurre alla dinamica della canizza paesana.</span></p>
<p><b>Lorenzo.</b><span style="font-weight: 400"> Usando le nostre categorie: è evidente che una visione complottistica che metta insieme da una parte Soros, Renzi, la Clinton, il compagno del liceo che su facebook scrive cose sarcastiche e il saccente barista, dall’altra Murdoch, Grillo, Trump, il tassinaro e lo zio picchiatello è più rapido, semplice e comunicabile che non provare a capire fatti complicatissimi come quelli che attraversano la contemporaneità, che determinano assetti apparentemente improbabili, geometrie variabili di accordi e disaccordi di un sistema polimorfico, difficile da ridurre a questi contro quegli altri.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Di sicuro se vuoi catalizzare l’attenzione, secondo il modello Povia o Marco Carta, di cui abbiamo parlato nelle puntate precedenti, piuttosto che discettare dei precari equilibri tra le tribù sunnite in Iraq, o ragionare sulle problematiche che emergono dal rapporto ISTAT, fai prima a tirare fuori il complotto della matita copiativa appena uscito dalla cabina referendaria, come Piero Pelù, un altro cantante in via di santonizzazzione:</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="wp-image-66138 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/peloo-300x154.png" alt="peloo" width="668" height="343" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/peloo-300x154.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/peloo-768x395.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/peloo.png 990w" sizes="(max-width: 668px) 100vw, 668px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-weight: 400">A seguito di ciò possiamo riportare indizi di un paese intero che, nella domenica del derby, per dire, si ritrova in preda alla psicosi della matita. Un complotto di Alfano che poi dà ordine di scancellare i voti no? In che modo c’entra di mezzo l’hacker russo? L’invasione degli africani? La scia chimica che traccia il cielo sopra al tuo paesello natio?</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Questa è molto istruttiva. La mente complottista è fortemente adattativa, e trova soluzioni (sbagliate) in tempi brevissimi. Mi allungo un po’ però sta cosa mi sembra importante: <a href="http://www.drjuliashaw.com/research.html">nel libro di Shaw</a> sulle false memorie si spiega molto bene il fatto che il pilastro della memoria è di tipo associativo. Ogni memoria, e ogni pensiero che ne deriva, vive in una sua ecologia fatta di altre memorie che vi si associano in forme più o meno stabili e/o corrette. L’esempio che fa è molto semplice: quando dico “poliziotto” penserò a qualcosa che è associato in maniera molto forte al concetto di “legge” e molto poco a quello di “tavolo”. Bene, in una mente complottista queste ecologie sono sostanzialmente sostituite da quella del complotto, che si associa praticamente a ogni cosa, essendo una specie di carattere jolly, molto comodo (ma anche riflesso di un sottile malessere, o forse proprio di una modalità psichiatrica), che si attiva ogni qual volta l’ecologia di quel concetto è assente o scarsa. In altre parole: se dici “Soros” o “ISIS” molti non hanno quasi altro concetto da associare se non “complotto”. La memoria interviene quando ragioni sulle cose ma anche quando hai esperienza di qualcosa. Nel caso peluviano, il cantante stava vivendo l’esperienza di votare e probabilmente si sentiva profondamente a disagio in quella situazione dovendo in qualche modo esprimere “protesta”, cioè rappresentarsi come il Cantante Rock anti-establishment. Niente di più facile, in quelle condizioni, che accendere il neurone del complottone, poiché così attivi l’ecologia protestataria che hai alimentato a modo tuo per una vita intera, dando un senso a quel momento di assoluta solitudine che è l’Esperienza dell’Urna. E poiché davanti all’autore di </span><i><span style="font-weight: 400">Eroi nel Vento</span></i><span style="font-weight: 400"> c’è solo un foglio e una matita, una delle due cose dovrà pur rappresentare un problema. La scelta cade sulla matita. Il tutto poi incontra il </span><i><span style="font-weight: 400">sentiment </span></i><span style="font-weight: 400">di masse infinite di persone che manco la matita avevano pensato ed erano uscite dall’urna con un attacco di panico incipiente, determinato dall’evidente sensazione di non contare un emerito niente e/o aver sbagliato tutto nella vita. Ecco fatto, il complotto espresso. Niente di più probabile, stando a ciò che diciamo.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Inteso dall’angolazione ecologica il caso della matita di Pelù diventa comprensibilissimo. Il seggio elettorale è per Pelù un luogo che si collega in automatico ad un complotto: il posto dove si esercita il più sacrosanto momento della democrazia non può che essere associato ai brogli, perché le istituzioni sono corrotte e ti inoculano vaccini autistici testati dai rettiliani sulle scimmie che l’animalismo cerca di proteggere eccetera. Automaticamente la sua interazione con la matita porta con sé un’idea di mondo, è cioè ibridata da un sistema di credenze, fatto caratteristico delle ecologie umane, come dicevamo con una collega estone </span><a href="http://ojs.uniroma1.it/index.php/cogphil/article/view/9602"><span style="font-weight: 400">in un articolo mirato a sviluppare tecniche di apprendimento situato della letteratura</span></a><span style="font-weight: 400">. Quindi la matita sarà scancellabile pefforza, perché ti pare che non ti scancellano il voto per rendere l’esito della consultazione elettorale conforme ai desideri della finanza internazionale? </span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. Niente di più ovvio.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Ma pensiamo a quelli che la leccano: proprio un’altro livello di interazione corporea, altra gestualità, è un tema sul quale dovremmo interpellare minimo Vittorio Gallese, veramente!</span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. [Cade dalla sedia in preda a convulsioni provocate dal riso]</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. [Continuando però imperterrito a parlare] In realtà, se ci pensi, può essere anche un modo fantastico di drammatizzare situazioni a bassa intensità. Quando vai a votare, dai il documento, ti danno la scheda, voti e te ne vai. Che palle. Cioè, dopo mesi di isteria sui social network vorresti qualcosa di più avventuroso. </span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. [Da sotto al tavolo, in lieve ripresa] Che almeno il presidente del seggio si riveli essere un Grigio.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Sì. O che almeno esploda il cesso della scuola in cui vai a votare. Dunque ti inventi la matita che non scrive, la lecchi, poi denunci l’accaduto, scatti una foto, la pubblichi, tutto il mondo parla di te… che figata. <a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/11/26/sticazzi-mecojoni-lo-spoof-del-complottismo-ghost-the-machine/">Da “sticazzi” a “mecojoni!”</a>, senza gran sforzo.</span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. Ritorniamo lì. Al Graal del “mecojoni!” che dà senso al telefonone. </span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Il cerchio si chiude di nuovo.</span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. E per ora direi che è tutto.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Passo a chiudo quindi.</span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. Passo e chiudo, sì.</span></p>
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		<title>Un avventuriero a Palazzo Chigi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 22 Feb 2014 07:33:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Alana Friedman]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[Augusto Illuminati]]></category>
		<category><![CDATA[Fabrizio Barca]]></category>
		<category><![CDATA[matteo renzi]]></category>
		<category><![CDATA[pd]]></category>
		<category><![CDATA[silvio berlusconi]]></category>
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					<description><![CDATA[[Articolo apparso sul sito Dinamo-press il 19 febbraio] di Augusto Illuminati Ha ragione Fabrizio Barca a dire che nel programma di Renzi ci sono slogan e niente idee e che il tutto è pericolosamente avventurista, al punto da scatenare sentimenti di angoscia in un onesto riformista, di tradizione Pd(s) e liberista moderato. Il modo in [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>[Articolo apparso sul sito <a href="http://www.dinamopress.it/news/un-avventuriero-a-palazzo-chigi">Dinamo-press</a> il 19 febbraio]</p>
<p>di <strong>Augusto Illuminati</strong></p>
<p><em>Ha ragione Fabrizio Barca a dire che nel programma di Renzi ci sono slogan e niente idee e che il tutto è pericolosamente avventurista, al punto da scatenare sentimenti di angoscia in un onesto riformista, di tradizione Pd(s) e liberista moderato.</em></p>
<p>Il modo in cui Renzi si sta installando al potere (vedremo a breve gli esiti) non è irrilevante ed entra in singolare contraddizione non solo con le sue promesse precedenti (vizio “normale”) ma –e più grave– con le aspettative di cui si era nutrita la sua resistibile ascesa. <span id="more-47633"></span>Egli infatti aveva puntato tutto sulla propria estraneità al linguaggio e ai riti correnti della politica (governativa e di partito), su un taglio decisionista e sulla velocità delle mosse. Questi connotati avrebbero dovuto giustificare la spregiudicatezza del comportamento e far chiudere un occhio sulla vaghezza dei contenuti. Snodo fondamentale era la scelta di non vivacchiare ma di esporsi a breve scadenza a una verifica elettorale e lì sfondare, con un rapporto diretto con gli elettori, a prescindere da destra e sinistra. Giusto questo programma mediatico-populista gli si è sfarinato fra le mani nel momento in cui ha fatto fuori proditoriamente lo sciapo Letta (rendendolo peraltro una vittima simpatica, errore madornale), non solo senza un passaggio parlamentare, nel più puro stile delle congiure democristiane e delle crisi extra-parlamentari da Prima Repubblica, ma aggirando <em>sine die</em> le stesse sbandierate elezioni e promettendo addirittura di durare sino a fine legislatura, 2018!</p>
<p>Questa condotta ha sconcertato chi aveva ingoiato l’accordo con Berlusconi finalizzato a una nuova legge elettorale per consentire un rapido ritorno al voto. Che senso ha avuto allora sdoganare il pregiudicato, per poi dilazionare la verifica elettorale e continuare il tran-tran delle Piccole Intese con Alfano e i centristi? E giù a cascata è venuto il resto: l’impantanamento nelle consultazioni presidenziali e parlamentari, la trattativa a oltranza su programma e ancor più sulla composizione del governo, il rallentamento dei processi, la doppia maggioranza, addirittura la riesumazione dell’arco costituzionale estinto già negli anni Ottanta dello scorso secolo. Agli occhi dei suoi potenziali seguaci Renzi ha perso ogni potenziale di fascino, appiattendosi sulla figura del solito maneggione, più brillante ma altrettanto paralizzato dei suoi predecessori. Tutto chiacchiere e distintivo, altro che rock e cambiar verso all’Italia.</p>
<p>La vera sorpresa, dopo il finto scoop del libro di Alan Friedman e il misterioso <em>impeachment</em> mediatico di Napolitano costretto a togliere la protezione a Letta, è stato il flop dell’avvento di Renzi, sconfessato dal comune sentire malgrado gli appoggi della grande stampa, subito invischiato nei ricatti dei partiti minori e nell’ambiguità di una destra tatticamente spartita fra elogi sperticati e minacce sottintese. Per chi contava sull’appoggio immediato dell’opinione contro le resistenze dei partiti –una logica tipica della “democrazia del pubblico” (B. Manin)– avere il primo giorno sondaggi avversi e indifferenza pesa e come! Pure il defilarsi dei nomi a effetto, su cui contava per farsi un’immagine esterna e gestire la politica con un gabinetto ombra, ha fatto una pessima impressione, lasciando Renzi a misurarsi con i peggio riti di coalizione sui ministri di partito e a subire le pressioni europee e presidenziali sulla scelta della figura chiave, il ministro dell’economia. Insomma, un inizio davvero sfigato, di quelli che azzoppano la corsa –e la corsa era tutto, visto che il programma è incoerente e oscuro, una somma eterogenea di cattive intenzioni neoliberiste e di promesse non mantenibili entro il quadro delle compatibilità europee che di certo Renzie non può e non vuole aggredire.</p>
<p>Il fatto, per dirla con Barca, che abbia slogan e non idee, non dipende soltanto dal carattere avventurista e fragile di Renzi (che rischia di portare alla rovina l’Italia con il suo fallimento piuttosto che con la presa del potere), quanto dall’impossibilità radicale di una politica riformista nell’ambito del neoliberismo. Per non parlare di una governamentalità rispettosa della democrazia rappresentativa –di quella reale manco a sognarla.</p>
<p>A differenza di situazioni analoghe –Blair che passava trionfalmente per la breccia aperta dalla Thatcher, Schröder che smantellava il modello renano– Renzi non ha le forze per un progetto neoliberista d’assalto: il Pd gli si sbriciola fra le mani più che convertirsi in efficiente gestore del principio di concorrenza integrale, il compare Berlusconi tutto è tranne che un incursore ordoliberale, la crisi non offre prospettive di fuoriuscita mediante choc. Non si vede come Renzi possa usare il Parlamento come clava né esautorarlo con una strategia autoritaria efficace. Rischia di impantanarsi come Berlusconi, lasciando procedere gli effetti della crisi e del pilota automatico finanziario, che distruggono le classi subalterne ma non rilanciano l’economia e dunque la posizione relativa del capitalismo italiano ed europeo nel sistema.</p>
<p>Sarà un caso, ma l’ultimo slogan renziano (intervista a Friedman) –ammazziamo il gattopardo o il gattopardo divorerà l&#8217;Italia– ricorda in modo imbarazzante le vanterie bersaniane sul giaguaro da smacchiare. Sappiamo come andò a finire. Non è impossibile che Renzi fondi le sue speranze su un accordo segreto con Berlusconi e Verdini: voi vi fidereste?</p>
<p>Le preoccupazioni di Barca sono così giustificate proprio per l’avventurismo insito nella situazione, non per gli sproloqui del bischero di Rignano, “il Bomba”. Quanto può reggere una situazione del genere? Verrà un commissario dall’Europa a portarci lacrime e sangue oppure sorgerà un “redentore” dall’interno del populismo nostrano, con tratti ben più spaventosi della maschera carnevalesca e rugosa del Cav di buona memoria?</p>
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		<title>Morir dal ridere, ovvero la Grande Svolta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[alessandro broggi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Jan 2014 08:00:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right">di <strong>Luca Lenzini</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/m.r..jpg"><img decoding="async" class="alignnone  wp-image-47311" alt="m.r." src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/m.r..jpg" width="193" height="134" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/m.r..jpg 460w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/m.r.-300x208.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/m.r.-100x70.jpg 100w" sizes="(max-width: 193px) 100vw, 193px" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Un passaggio epocale, niente di meno, ha avuto luogo nel 2013. Il fatto è così macroscopico che, come accade, si è finito per trascurarlo, con grave negligenza: nei Media le vignette dedicate a Silvio Berlusconi si sono drasticamente ridotte, per essere sostituite da quelle su Matteo Renzi. Si dirà: e allora? Morto un re, se ne fa un altro. E appunto, tale è la logica inesorabile del sistema mediatico, non davvero nata nel terzo Millennio: eppure, forse proprio perché giornalmente assediata da non-notizie, catastrofi naturali e scandali a base di politici e <em>celebrities</em>, la coscienza stenta a cogliere sino in fondo le implicazioni di questo Rubicone – per la Sinistra, vorrei specificare, non fossi incerto sulla titolarità dell’arcaico concetto.<span id="more-47310"></span><br />
In apparenza, in effetti, a dominare è la continuità: le affinità tra Silvio e Matteo sono state messe in rilievo per tempo, da parte di opinionisti, commentatori e compagnia bella, sicché la Sinistra Spiritosa, che per un ventennio ha accompagnato l’ascesa e le alterne vicende del Cavaliere (con l’annesso caravanserraglio dei talk-show e relative, domestiche baruffe) ha trovato un facile e pronto ricambio nel Sindaco, al quale unanimemente sono riconosciute grandi doti di Comunicatore e che costituisce, quindi, un bersaglio ideale per le frotte di satiri e umoristi perennemente <em>on air</em>. Costoro, certo, rischiavano di restare a spasso, ma il problema era ben più serio: tutto il sistema mediatico, di cui la satira è parte integrante e vitale, rischiava il collasso. Il più geniale degli imitatori, l’inimitabile Crozza, l’ha capito subito; non tutti, però, ne han tratto le conseguenze, che poi si riducono ad una, fatale e di portata storica: che il Sindaco potrà regnare indisturbato per lunghi anni, caricaturizzato ma sovrano come il suo predecessore, al timone del P.D. prima, e presto del Bel Paese.<br />
L’unica incognita è rappresentata, si direbbe, dall’eventuale discesa in campo dello stesso Crozza, che in un perfetto Bipolarismo potrebbe affrontare in campale tenzone elettorale Grillo, portando così a compimento l’originale concezione italiana della tele-democrazia, con buona pace dei Forconi e gran tripudio dei Vespa. Magari Santoro potrebbe avere qualche <em>chance</em> per il Quirinale, ma in fondo non c’è di che preoccuparsi: ha dato prova di abile <em>par condicio</em> durante le ultime elezioni e anzi, a veder bene, sarebbe anche meglio di Rodotà, troppo professorale per i suoi stessi elettori, anzi affossatori. Del resto, l’accusa veramente letale che decretò il fallimento alle Primarie di Cuperlo e Civati non fu che, con quell’aria da sfigati, “non bucano lo schermo”? E poi, non si vede perché farla tanto lunga se nelle materie discriminanti le distanze tra i vari protagonisti, nella Sinistra di Governo, si riducono a minimali scarti di posizionamento (sulla Bce, la Merkel o Balotelli). C’è da tirare un sospiro di sollievo, piuttosto, guardando al fronte dell’Ex-extrasinistra (quella defenestrata dal Parlamento dal Kennediano-Col-Broncio, il Trionfatore del Lingotto): qui, nonostante la sindrome micro-scissionista, si hanno le idee assai chiare, in tema di Media, e si è fortunatamente reperito il <em>Maître à Penser</em> ideale per spiegare i segreti del nostro tempo televisivo: Carlo Freccero.<br />
Chi, all’uopo, meglio di quest’ultimo, direttore nei ruggenti Ottanta dei programmi di “Canale 5” e “Italia 1” e nei Novanta di “Rai 2” (per approdare ai giorni nostri al digitale “Rai 4”)? Ospitato con il rilievo che merita un apostolo della Modernità su una testata storica come «il manifesto», nonché su «Micromega», egli parla con stregonesca competenza e tecnologica cognizione di causa del Presente e, soprattutto, del Futuro, che antivede con la lungimiranza dei profeti di schietta stirpe macluhaniana: non bisogna, afferma, essere pessimisti, avendo lui già scorto le crepe che minano il Pensiero Unico Dominante. Recensendone l’ultimo libro, apparso proprio nell’irripetibile 2013 (<em>Televisione</em>, Bollati Boringhieri, collana “I sanpietrini”), la direttrice del «manifesto» così scrisse (21.3.2013): «Il saggio di Freccero, naturalmente scritto prima delle elezioni, è tuttavia profetico sull&#8217;esito del voto perché, nella conclusione, volge verso un finale ottimista annunciando la formazione di crepe vistose nel muro della maggioranza. Crepe legate, ancora una volta come nel corso della storia della tv, alla trasformazione tecnologica del mezzo: la rivoluzione digitale che spezza il dominio della tv generalista, frantumando lo schermo e il pubblico. Come la tv commerciale creò l&#8217;<em>homo videns</em> così quella digitale rende attivo il telespettatore che si fa autore ritagliandosi sulle varie piattaforme un suo palinsesto. Al concetto di maggioranza legato alla tv generalista, si sostituisce quello di moltitudine (riportata all&#8217;attualità dai libri di Paolo Virno, e da quelli di Toni Negri e Michael Hardt) connesso alla trasformazione del pubblico in un insieme di tante singolarità.» (N. Rangeri, «il manifesto», 21.3.2013) Dunque alla «logica omologante del mercato che costruisce un muro compatto di egemonia sottoculturale», quale ci han sin qui cucinato tutte le televisioni, pubbliche e private, si contrappone, in una prospettiva insorgente e moltitudinaria, «la rivoluzione della rete e la tecnologia digitale», che «incrinano il muro della maggioranza facendoci intravedere l&#8217;inizio di un&#8217;altra comunicazione, di un&#8217;altra politica, di un&#8217;altra epoca» (ibidem).<br />
Singolari ma fiduciosi, frantumati ma riattivati e finalmente autori del nostro Palinsesto, così ci avviamo verso le nostre Magnifiche Sorti Digitali, <em>step by step</em>, da un’Era ad un’altra (e rivoluzionaria, forse). Ma tu, Matteo, stai pur tranquillo: è la tua Epoca, questa, e nessuno te la incrinerà.</p>
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		<title>Dieci ragioni molto laiche per votare Civati alle Primarie</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Dec 2013 12:00:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
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					<description><![CDATA[secondo l&#8217;umile opinione personale di Helena Janeczek 1) Non c’è nulla da perdere. Da guadagnare, tanto per cominciare, ci sarebbe un momento di pallone o panico nel notabilato Pd, spindoctor, opinion-leader che aspirano a coincidere misticamente con l’Opinione Pubblica. Sarebbe sufficiente un risultato inatteso per potersi godere una piccola soddisfazione dal sapore beffardo o ritorsivo. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>secondo l&#8217;umile opinione personale di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/goofy2.jpg"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/goofy2-150x150.jpg" alt="goofy2" width="150" height="150" class="alignleft size-thumbnail wp-image-47058" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/goofy2-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/goofy2-60x60.jpg 60w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /></a><br />
1) Non c’è nulla da perdere. Da guadagnare, tanto per cominciare, ci sarebbe un momento di pallone o panico nel notabilato Pd, spindoctor, opinion-leader che aspirano a coincidere misticamente con l’Opinione Pubblica. Sarebbe sufficiente un risultato inatteso per potersi godere una piccola soddisfazione dal sapore beffardo o ritorsivo. Poi qualcuno ci racconterà che tutto è stato prova dell’esemplare democraticità di un Grande Partito, ma basta cambiare canale, pagina, sito ecc. Se poi vorranno credere alla loro stessa propaganda, sarà principalmente un problema loro: se di questo pensano di potersi accontentare, saranno bastonati dagli elettori &#8211; come prima, più di prima.<span id="more-47056"></span><br />
2) Non è impossibile ottenere qualcosa. Se tutti quelli che quasi quasi lo voterebbero ma sono convinti dell’inutilità del gesto (“tanto vince Renzi; tanto il Pd non è salvabile”) domenica prossima andassero a votare, Civati potrebbe battere Cuperlo. E a quel punto magari non è più così scontato che alla fine vinca Renzi.<br />
3) Perché Gianni Cuperlo non sarebbe adatto al ruolo anche a prescindere dal sostegno di D’Alema e tutto il mandarinato che, a quanto pare, lo ha prescelto. Non ne ha la forza né in quanto figura troppo organica al partito, né come singolo chiamato a rappresentarlo. Non ha la forza per portarlo più a sinistra (anche se lui stesso ci crede), né di riagganciare i delusi di ogni età e genere. Non ho niente contro Cuperlo: come scrittrice, anzi persino come donna, è quello che più mi affascina. Lo vedo come un impeccabile, colto e discreto funzionario del Lloyd Adriatico che il latifondista del Salento (latifondista non di terre, ma – alla Gogol’- di anime) un bel giorno ha convocato. “Compagno Kuperlo, tocca a te!” Per senso del dovere asburgico e comunista, il compagno triestino accetta a capo inclinato e labbra strette, mentre non appare troppo romanzesco il sospetto che il latifondista e i suoi pari abbiano calcolato che stavolta intanto vincerà quell’altro. Quindi bastava trovarne uno presentabile, e al riparo di una coperta tessuta nella più pura tradizione, mettersi a trattare sottobanco. A Cuperlo, anche per questo, vanno le mie sincere simpatie umane e letterarie.<br />
4) Perché l’idea che Matteo Renzi sia l’unico personaggio vincente nell’intera area del centro-sinistra, l’idea che porta moltissimi a sostenerlo per convinzione o per resa a un supposto principio di realtà, mi pare oggi parecchio opinabile. Renzi poteva andare bene per battere Berlusconi due anni fa, ma oggi? Oggi, 2 dicembre 2013, già danno Forza Italia al 20%. Renzi a molti elettori di sinistra fa ribrezzo. Non hanno torto i suoi sostenitori quando protestano “ma perché c’è l’avete tanto con Renzi dicendo che è come è Berlusconi, che è uno di destra? Ci volete spiegare il Pd in tutti questi anni che tipo di politica ha fatto <em>realmente</em>?” Vero, ma non è un buon argomento. I voti che Renzi potrebbe coagulare nell’area di centro-destra (ex Pdl, Casini, Monti, Lega e anche tra quelli che hanno votato Grillo perché tanto il Movimento non è né di destra né di sinistra) potrebbero essere di gran lunga inferiori a quelli fottuti definitivamente o non raggiungibili con uno come Renzi.<br />
5) Perché la stragrande maggioranza dei cittadini avverte come condizione prioritaria per dare uno straccio di fiducia a un politico qualsiasi, sapere che si è impegnato a ridimensionare i privilegi, gli sprechi, le opacità del nostro sistema di potere dei partiti. Sapere, anche, che si è fatto strada all’estrema periferia di quel sistema.<br />
6) Perché Civati dice cose limpidissimamente di sinistra su temi come la laicità dello Stato, i diritti civili, la parità di genere, l’immigrazione, la cittadinanza ai figli degli immigrati. Perché ha sostenuto il referendum sull&#8217;acqua pubblica e in genere è consapevole che esiste una questione ambientale.<br />
7) Perché da anni ha interagito con tutti i movimenti e attori politici più rilevanti del momento, rilevanti in quanto presenti nei luoghi di conflitto e/o espressione dei medesimi, o davvero impegnati a comprenderli: M5S, Val di Susa, Fiom e Maurizio Landini, Stefano Rodotà, per nominarne alcuni. Lo appoggiano ufficialmente Felice Casson e Fabrizio Barca.<br />
8) Perché è uno che sui temi economici così vitali per affrontare la crisi dice, da tempo, cose di sinistra (reddito minimo, più tasse sul patrimonio e meno sul lavoro, lotta all’evasione fiscale) che però, a guardarle nel concreto, sembrano studiate per essere praticabili.<br />
9) Perché sa comunicare. Anzi sotto questo aspetto, da quando si è candidato a segretario, è riscontrabile un miglioramento quasi diabolico. L’altro giorno, nella cornice di una manifestazione a Bologna si è inventato una finta intervista di “Che tempo che fa” &#8211; era l’unico dei candidati alle primarie che Fabio Fazio non aveva invitato. L’indomani il video ha fatto il giro della rete.<br />
Sento l’obiezione che la politica dovrebbe essere fatta di sostanza, idee, programmi, progetti. Infatti quelli, com’è giusto, in questa lista vengono elencati <em>prima</em>. Però un politico che non sa comunicare è come un cantante che non sa cantare; può cantare come Frank Sinatra o come Tom Waits, ma deve trovare la propria intonazione. Saper comunicare non è una regola deplorevole introdotta dalla società dello spettacolo – la retorica e l’oratoria sono discipline antiche. Sapevano comunicare (purtroppo benissimo) i grandi dittatori totalitari, Gandhi e Che Guevara, o Berlinguer, Pertini, di Vittorio.<br />
Civati ha dimostrato di cavarsela in tv ed è, da tempo, molto a suo agio in rete: il ché è importante perché ci sono i “giovani”, ossia le persone all’incirca al di sotto dei trentacinque anni che lì si trovano accasati. Aldilà di ogni retorica tipo “i giovani sono il futuro” il problema reale è che loro ne hanno davanti una porzione spaventosamente grande e che quello che per ora vedono è un disastro.<br />
10) Perché forse Civati è un tipo che cova una grande ambizione personale, ma io non voglio farne l’oggetto di un culto del leader, magari più tipo fan sfegatata del cantante di una band che del Compagno Stalin, né devo sposarlo o conviverci in privato. Fino a prova contraria, se non ci sono state sinora prove di scorrettezze e incoerenze (e non mi risultano), l’uomo privato Giuseppe Civati non mi riguarda. Sin qui mi pare di aver visto uno molto più determinato di quanto mi aspettassi un anno fa, ma anche con voglia e capacità di guardarsi intorno, ascoltare, lavorare insieme agli altri. Se combinerà qualcosa di buono, non lo farà da solo. Se invece deluderà, si torna al punto di prima.</p>
<p>Postilla: Queste pagine le ho scritte nutrendo una sfiducia quasi totale nel Pd in particolare, nella politica italiana in generale, persino nella forma-partito tradizionale. Non mi aspetto che Pippo Civati si riveli un Luke Skywalker (benché senza barba un po’ ci somigliasse) venuto a salvarci. Proprio perché parto da aspettative &#8211; per non parlare di speranze- di poco sopra lo zero, colgo nelle prossime primarie l’unica occasione in vista che possa mettere in moto qualcosa. Non è nemmeno detto che questo qualcosa, se si mettesse in movimento, riguardi strettamente il Pd – esiste l’eterogenesi dei fini, ma anche quella non accade senza qualche <em>moto primo</em>. Altrimenti ci toccherà una stagione che, con la revoca del mandato all’amministratore di condominio (cadente) Enrico Letta, sarà fatta da Berlusconi e Grillo con in mezzo Renzi. Preferirei di no. Preferirei cominciare a intravvedere almeno un piccolo battito d’ali che non causerà nessun terremoto da nessuna parte. Mi importa meno di Civati che della nostra uscita da questa stasi depressiva.</p>
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		<title>Quelli che bruciano</title>
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		<pubDate>Mon, 03 Jun 2013 11:48:16 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>Non mi ero pentita di averla accesa. Nel parterre mancavano gli ospiti che persino mio figlio riconosce come presenze di un patto sado-maso tra pubblico e programma, non stavano sbraitando, nemmeno interrompendosi di continuo. I servizi si concentravano su questioni più interessanti del consueto, rendendo tollerabili le inevitabili dosi di retorica. Poi il giovane conduttore si è avvicinato a un <a href="http://www.la7.it/piazzapulita/pvideo-stream?id=i709285">uomo in platea</a>, uno di quelli invitati nel ruolo della gente-che-porta-la-sua-testimonianza. La storia doveva essere giunta al cosiddetto onore della cronaca ma non ne sapevo nulla. Mi arriva solo la faccia del piccolo imprenditore senza lavoro, gli occhi con le lacrime malassorbite.<span id="more-45747"></span> Dopo le elezioni, il testimone era andato davanti alla casa di Beppe Grillo e lì aveva conosciuto un altro artigiano: Mauro Sari, piastrellista, che tre giorni prima si era dato fuoco in una piazzuola sull’Aurelia a Vado Ligure. Entrambi avevano votato per i 5 Stelle, entrambi speravano in un aiuto del fondatore. Corrado Formigli fa partire il supporto foto e video per affiancare la faccia e le parole del uomo morto alle parole dell&#8217;uomo in piedi. Quest’ultimo, Giuseppe Piscitello, racconta che Sari si era stancato dell’attesa ma prima di andarsene gli aveva dato i suoi recapiti. Poco dopo, Piscitello era stato fatto entrare per un breve colloquio con Beppe Grillo che gli avrebbe promesso di ricontattarlo dopo pochi giorni. Formigli a un certo punto interrompe la testimonianza, devia il discorso verso i terreni meno accidentati dell’opinione politica. Sollecitato dal conduttore, Piscitello sostiene che Grillo avrebbe dovuto cominciare a “far qualcosa” e per fare qualcosa avrebbe dovuto accettare qualche forma di governo con il Pd. Sa come interpretare la parte del popolo che va in tv, ma non sembra davvero interessato a parlare di questi aspetti. Vuole arrivare al punto, all’accusa. Formigli gli si avvicina a un palmo mentre rimarca una presa di distanza. Grillo non ha mai governato il paese e non lo governa adesso, controbatte. <em>E&#8217; chiaro che non è che Beppe Grillo poteva salvare la vita di quell&#8217;uomo, no? Quell&#8217;uomo ha deciso di uccidersi perché è un uomo disperato. Grillo, lei dice, poteva fare una scelta politica di alleanza, di governo, che magari poteva cambiare in futuro le sorti di questo paese, probabilmente non le sorti di Mauro, no?</em>  L’argomentazione non suona solo paternalistica o ipocrita ma sostanzialmente campata in aria. Il testimone è venuto apposta per dire l’esatto contrario e Formigli lo sa bene: ma prima deve mettere le mani avanti, forse barcamenarsi nel tenere a bada i demoni da lui stesso convocati. Piscitello prosegue a raccontare che Sari l’aveva chiamato diverse volte per sapere se Grillo si fosse fatto vivo e poi conclude: <em>magari aveva solo bisogno di una pacca sulle spalle, di una parolina,“non preoccuparti Mauro che qualcosa faremo”. Non l&#8217;abbandono assoluto</em>.<br />
Più tardi scoppia una zuffa per un tweet con cui Salvo Mandarà, filmaker del M5S, esprime che Formigli dovrebbe darsi fuoco se avesse una coscienza, polemica che oscura tutto il resto. Il conduttore <a href="https://www.facebook.com/permalink.php?story_fbid=604703942882845&#038;id=130384353648142">usa facebook</a> per difendere la propria correttezza professionale, ricevendo un po’ di solidarietà seguita da una gragnuola di accuse di sciacallaggio. Ma il disagio per la televisione che sfrutta e strumentalizza il dolore l’avevo visto montare su proprio su twitter durante la messa in onda e non da parte dei simpatizzanti del M5S.<br />
Per quanto mi riguarda, il disagio era aumentato anche guardando il<a href="http://www.la7.it/piazzapulita/pvideo-stream?id=i708957"> servizio</a> trasmesso subito dopo aver rimesso Piscitello al proprio posto di popolo-pubblico. Grillo che in diversi comizi denuncia la disperazione dei piccoli imprenditori schiacciati dalla crisi, racconta storie strazianti, urla che loro del Movimento sono gli unici a fare ciò possono per dare aiuto, anche solo l’aiuto di un po’ di ascolto perché “se ti senti totalmente invisibile diventi pericoloso, questo lo sanno anche i bambini.” Grillo che commenta la morte di Sari dicendo che si sente partecipe al dolore e anche responsabile perché non aveva capito sino che punto quel uomo fosse disperato. Grillo avvicinato dopo i comizi da uomini che gli consegnano i loro numeri di telefono, che elargisce abbracci e persino baci sulla fronte dei simpatizzanti. Qualcuno dei commentatori al post di Formigli rivendicava la scorrettezza di mostrarlo quasi fosse Padre Pio, ma se pare evidente che il video sia stato montato per veicolare un simile messaggio, il materiale filmico esibito non dev’essere stato difficile da riprendere o reperire. A me, a dire il vero, Grillo appariva più come una strana via di mezzo tra un santo taumaturgo e l’antica figura del politico-notabile chiamato a darsi da fare per gli elettori-clientes, ma non lo dico con spregio di giudizio. Lo dico con tutto lo sconcerto e il malessere che quella trasmissione mi ha lasciato addosso, malessere che avvertivo come qualcosa di più profondo di ogni tentativo di strumentalizzazione e che mi ha portato, infine, a ricostruire sin dall’inizio le vicende di Sari e Piscitello. </p>
<p>Il 26 aprile tutte le troupe sono appostate davanti alla casa del vincitore elettorale, ma Beppe Grillo non esce per rilasciare dichiarazioni. I giornalisti quindi si accontentano di <a href="http://video.repubblica.it/dossier/movimento-5-stelle-beppe-grillo/elezioni-2013-grillo-riceve-artigiano-in-difficolta/120664/119146">intervistare</a> prima Mauro Sari, venuto con l’Ape Piaggio azzurra con la striscia Grazie Beppe appiccicata sul parabrezza, e poi Giuseppe Piscitello. Sari dice di voler chiedere solo un consiglio, parla come un uomo mite e insicuro, nello sguardo traspare un’ansia depressiva. Piscitello è più aggressivo, rivendica i venti voti dati in famiglia all’M5S, vuole sapere Grillo che cosa ne farà, ora che ha conseguito il 25%. Provocatoriamente (forse anche perché ha l’accento meridionale) una giornalista gli chiede se ha fatto le foto alle schede, ma lui ribatte che è reato e che non si tratta proprio di voto di scambio. Più tardi, dopo essere stato filmato durante il colloquio con Grillo sull’uscio della casa, ribatte che è già contento così, molto più contento, non se lo sarebbe mai aspettato. Ripete con enfasi dimostrativa che Beppe Grillo è una persona seria che fa quel che promette: più avanti, con più calma, lo chiamerà per parlare dei problemi dei piccoli-medi imprenditori.</p>
<p>Passa poco più di una settimana e Piscitello viene imbarcato sulla nave-madre dei talk-show con Piazza e Popolo, ospite di Santoro nella puntata del 7 marzo di <em>Servizio Pubblico</em>. Un operatore lo segue nel suo appartamento, in banca dove un funzionario con volto oscurato e voce distorta gli illustra il debito accumulato senza aver fatto prelievi, in un ospedale dove in anni passati aveva lavorato alla ristrutturazione. Il titolo con il quale il video viene postato all’indomani su vari siti, tra cui <em>Il Fatto Quotidiano</em>, varia da “l’urlo di Giuseppe” a <a href="http://tv.ilfattoquotidiano.it/2013/03/08/servizio-pubblico-limprenditore-piscitello-grillo-aiutami-tu/223948/">“Grillo, aiutami tu”.</a><br />
Durante la trasmissione <a href="http://tv.ilfattoquotidiano.it/2013/03/08/servizio-pubblico-limprenditore-piscitello-vs-rosy-bindi/223952/">Piscitello attacca Rosy Bindi</a>, ignara dei problemi veri delle persone che non sanno come tirare avanti, le dice che è con il deretano sulla sedia da troppi anni, la invita a andare a casa per il bene del paese. Usa il “noi” con veemenza, un “noi” che non sta per il Movimento 5 Stelle che rivendica ancora una volta di aver votato, ma per tutta la gente stanca, arrabbiata, esasperata che chiede concretezza, soluzioni. Però quel attimo di gloria televisiva Giuseppe Piscitello lo ha raggiunto grazie all’episodio precedente, l’essere stato filmato mentre parlava con Grillo e poi intervistato davanti alla sua casa.<br />
Nel giro di brevissimo, Piscitello è passato dall’ombra alla visibilità, dal silenzio all’ascolto amplificato, misurabile in dati di share e audience. In quell’occasione non nomina Mauro Sari, ma è pressoché inevitabile figurarsi che il suo nuovo compagno di ventura l’abbia guardato, magari con tutta la famiglia, mentre ribadiva la sua fiducia in Beppe Grillo e la cantava chiara all’esponente della casta Rosy Bindi. E quindi immaginare che con tutta quella visibilità straordinaria, debba essersi ancora più accesa in entrambi la speranza di un aiuto o di un semplice ascolto.</p>
<p>Su quel che è successo esattamente da allora sino alla morte di Mauro Sari rimangono alcuni punti poco chiari. Sia Grillo che la moglie di Sari hanno affermato che il 26 aprile c’era stato un colloquio diretto anche con il guidatore dell’Ape Piaggio, mentre le telecamere presenti davanti alla casa del leader politico sembrano piuttosto dare credito alla versione di Piscitello, ossia che fosse stato solo lui a perorare per interposta persona la richiesta di Mauro Sari.<br />
La versione della moglie è riportata in <a href="http://www.truciolisavonesi.it/389/sec19.pdf">un’intervista</a> che esce, al riparo dalle grandi macine dello sfruttamento del dolore e del suo abuso politico, sulle pagine savonesi de Il Secolo XIX, in data 19 maggio.</p>
<p>“Si sentiva tradito da Grillo, che lo aveva ricevuto a casa sua a Genova subito dopo le elezioni. Poi più nulla. «Non mi ha più richiamato, gli avevo lasciato il mio numero di telefono».<br />
Due volte Mauro Sari era andato a Roma per parlarci di nuovo, ma non ci era riuscito. La seconda volta aveva chiesto scusa alla sua famiglia, alla moglie e alle due figlie adolescenti che non riusciva a portare in pizzeria:«Ho sprecato i soldi del viaggio, scusatemi».<br />
Venerdì si è dato fuoco lasciandole sole. A Grillo non gli aveva mai chiesto denaro per sé ma soltanto la possibilità di lavorare rimuovendo gli ostacoli burocratici legati a mancati versamenti previdenziali.<br />
«Era un bravissimo artigiano edile. Voleva solo lavorare, ma si sentiva deluso da Grillo, che aveva<br />
visto come l’ultima speranza» racconta la moglie.”<br />
L’indomani, <a href="http://www.agenparl.it/articoli/news/politica/20130520-suicidio-sari-piscitello-grillo-non-ci-ha-ricevuto-ha-fatto-dire-di-essere-a-roma-ma-era-a-casa-sua">Piscitello interviene</a> telefonicamente a un programma de <em>La 7</em> per dire anche lui che nel frattempo avrebbero cercato invano di farsi ricevere da Grillo; la sera stessa rilancia la sua accusa sotto i grandi riflettori di Piazza Pulita. </p>
<p>Il ruolo della tv in tutta questa vicenda è inquietante. Per due decenni, le trasmissioni politiche hanno allestito la messa in scena di “piazze” e proteste fornendo, di fatto, un surrogato alla mobilitazione nelle piazze, strade, fabbriche e svariate sedi della partecipazione politica reale. Non sono le uniche responsabili del fatto che i cittadini si siano trovati orfani di rappresentanze, organizzazioni e luoghi di aggregazione, ma il meccanismo di delega passiva e conseguente neutralizzazione della denuncia svolto dalla tv è stato talmente dilagante da diventare sistematico: dai programmi Mediaset come <em>Striscia la notizia</em> e <em>Le Iene</em> con il loro mix di “satira”, veline e inviati speciali alla scoperta dei malfunzionamenti del paese sino ai riti di “rappresentanza popolare” officiati dai programmi antiberlusconiani. La caduta del Cavaliere (rivelatasi temporanea) e il crescente disgusto per la politica hanno minacciato la sopravvivenza stessa di quei programmi, dipendenti dai dati di ascolto. Non posso ipotizzare sino a che punto la legge darwiniana della tv abbia inciso sulla scelta di <em>Servizio Pubblico</em> di coprire in esclusiva il target dei simpatizzanti e elettori del M5S o su quella di Formigli di cogliere al volo una crescente insofferenza a sinistra nei confronti di Grillo per smarcare se stesso e il suo programma da Santoro. Però in questo caso è palese che la guerra di conduttori e audience è passata anche attraverso la visibilità concessa a Piscitello quale testimone idoneo per trasmettere contenuti e emozioni opposte: dell’adesione euforica alla rabbiosa delusione. Il nucleo del problema però non sta tanto nella selezione del testimone da esibire, anche se in questo caso si intuisce un concorso dell’effetto catena massmediatico sulla tragedia di un uomo singolo: è lo statuto perverso che ha assunto la visibilità pubblica, il suo essere lievitato a unica prova di esistenza e di valore per gli altri, dove il ruolo della comunità è surrogato dal pubblico televisivo, quello delle autorità riconosciute dai più svariati personaggi pubblici.<br />
E Grillo? Quanto è responsabile Beppe Grillo di quella fine atroce che, come lui stesso ha dichiarato, un semplice gesto di generica risposta (magari neppure di lui in persona) avrebbe forse potuto evitare o procrastinare?<br />
Poco prima di imbattermi nella trasmissione di Formigli avevo letto un pezzo di Federico Campagna su <em>Alfabeta2</em> intitolato “La Crociata dei Fanciulli di Beppe Grillo”, che sviluppa il concetto del “primo movimento millenarista di massa del XXI secolo” attraverso paragoni con i contadini di Thomas Müntzer e con i Sioux “armati solo dalla fede nella loro danza e nel carisma del loro leader Wovoka” e massacrati infine a Wounded Knee dal Generale Custer.<br />
Per fare un esempio geograficamente più vicino, mi viene da ricordare la famosa “lauda” del francescano Jacopone da Todi contro il papa corrotto, empio e simoniaco Bonifacio VIII, visto che nel linguaggio di Beppe Grillo la parte accusatoria, trasmessa con registri privi di una vistosa discontinuità con quelli collaudati dal comico satirico, prevale sull’esaltazione del popolo vessato, ma moralmente salvo e puro. È la funzione che Grillo ha assunto, passando dalle presenze in tv agli applausi a pagamento degli spettacoli sino alla leadership di un movimento politico, ad aver dilatato il suo ruolo e la sua retorica a quella di un capopopolo politico investito di richieste spirituali. Però, al tempo stesso, il suo potere d’aggregazione continua a beneficiare in una misura sostanziale del fondamento della popolarità guadagnata come personaggio pubblico.</p>
<p>Scrive Campagna “La dimensione millenaria è, a mio avviso, l’aspetto più affascinante e pericoloso del M5S, lo stesso che potrebbe ispirare esperienze simili nel resto d’Europa. Di fronte a una crisi economica particolarmente virulenta nel contesto europeo, il ceto medio-basso si ritrova completamente privo di potere… Nel momento in cui i corpi singolari dei nuovi disoccupati e delle nuove vittime dello sfruttamento cercano sempre più spesso il suicidio come liberazione dalla dolorosa impasse sociale, i corpi sociali a loro volta cominciano a tendere verso il suicidio sociale.”<br />
La visione promossa da Grillo, secondo Campana, non è nemmeno in qualche modo utopistica, ma appunto squisitamente apocalittica. “Uno spazio che ecceda questa terra segnata dal conflitto e dalle contraddizioni, un tempo che ecceda questo tempo lento della corruzione e delle «caste». Il luogo dove riposano i monaci buddisti tibetani quando il fuoco ha consumato l’ultimo centimetro di carne ardente.”<br />
Non ho idea di quando Federico Campagna abbia scritto il suo articolo uscito a maggio, ossia quando Mauro Sari era ancora vivo; ma ho trovato sul blog di Grillo questo post del 28 marzo dal titolo “Tibet chiama, Italia risponde” che rende ancora più sinistre certe associazioni.</p>
<p>“Un giovane tibetano si è dato fuoco per protesta contro l&#8217;occupazione del suo Paese. Si chiamava Lampel Yeshi, si è ucciso a Nuova Delhi, in India, dove è atteso il presidente cinese Hu Jintao. Lo stesso che ha promesso a Rigor Montis investimenti in Italia. A proposito, caro Monti, le ha almeno detto due paroline sul Tibet? In un anno 30 tibetani si sono uccisi trasformandosi in falò umani per un Tibet libero. A Bologna, questa mattina, un piccolo imprenditore si è dato fuoco nella sua macchina davanti all&#8217;Agenzia delle Entrate a causa di pendenze tributarie. Per fortuna l&#8217;auto sembra ancora in buono stato. Così i debitori potranno rivalersi almeno su quella. Tibet chiama. Italia risponde.”</p>
<p>È stato attraverso il blog di Grillo che Mauro Sari ha appreso il modo per uccidersi a imitazione del sacrificio dei monaci tibetani, bonzi vietnamiti o di Jan Palach in piazza San Venceslao appena invasa dai carri armati sovietici? Ha pensato il suo ultimo gesto come estremo richiamo d’attenzione, come messaggio scritto in carne e fuoco perché fosse udibile sino allo strazio da colui nel quale aveva investito le sue ultime speranze? Ignorava che, a dispetto del parallelo tracciato da Beppe Grillo e del paragone con i “monaci tibetani” con il quale la sua morte <a href="http://www.cesena5stelle.org/?p=3768">è stata onorata</a> dai militanti di Cesena, il suo grido estremo di torcia umana non aveva alcun potere di diventare scintilla come era invece avvenuto in Tunisia dopo che l’ambulante <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Mohamed_Bouazizi">Mohamed Bouazizi</a> si era dato fuoco?<br />
Il numero delle persone che negli ultimi quattro mesi si sono date fuoco in Italia è impressionante. Ne ho contati una quindicina, esclusi Mauro Sari e l’imprenditore edile di Bologna ricordato da Grillo, ai quali si aggiungono uomini e donne che hanno compiuto quel gesto di estrema violenza contro se stessi per la fine di una relazione, una lite, una depressione cronica. Per disperazione sociale si sono dati fuoco un pensionato settantenne a Corigliano Calabro; un operaio licenziato di Forli davanti a Montecitorio; un disoccupato di 39 anni a Cesarano, Lecce; un trentenne senza lavoro a Quartu, Cagliari; un sessantenne licenziato a Firenze; un altro licenziato di 53 anni vicino a Roma; una pensionata alla quale era arrivato lo sfratto esecutivo sempre a Roma; un uomo con la casa pignorata che ha cercato di portarsi dietro la famiglia a Vittoria, nel Ragusano. Ma anche un diciannovenne della Costa d’Avorio che stava per essere espulso a Fiumicino, un marocchino disoccupato senza più permesso di soggiorno a Rimini, un imprenditore cinese di Faenza, un autotrasportatore tunisino a Ancona, un algerino senza lavoro a Varese, un bracciante albanese che protestava contro il caporalato sempre a Vittoria.</p>
<p>Nel caso in cui le autocombustioni non hanno avuto esito letale e ancora più quando si tratta di stranieri (morti o meno), l’attenzione mediatica spesso si riduce a poco, pochissimo. Stampa e tv possono avere altrettanto interesse a focalizzare un dramma particolare (<em>Servizio Pubblico</em> ha divulgato quello del suicida di Vittoria) quanto a far passare in sordina l’estensione intera del fenomeno: vuoi per non accentuare il rischio di un’imitazione epidemica, vuoi per ottundere la percezione negativa della misura a cui è giunta la disperazione sociale nel paese. Dal canto suo, il M5S non sembra intenzionato a iscrivere nel proprio martirologio magrebini, ivoriani e cinesi, nonostante la percentuale di questi soggetti privati da qualsiasi certezza di diritto &#8211; sociale e civile &#8211;  risulti altissima rispetto al numero complessivo degli abitanti dell’Italia in crisi.</p>
<p>Eppure il tunisino che si è dato fuoco ad Ancona somiglia molto più al Forlivese bruciato davanti a Montecitorio che a Mohamed Bouazizi e a tutti coloro che, seguendo il suo esempio, hanno aiutato a far divampare le rivoluzioni del mondo arabo: né i corpi in fiamme degli immigrati percepiti come extracomunitari (la parola stessa dice tutto) né quelli degli italiani sono stati recepiti da un corpo sociale esteso come una parte di sé che si autoimmola. Sono “sacrifici” che si riducono a suicidi particolarmente violenti e accusatori, sono in senso traslato tutte morti “extracomunitarie”.<br />
Riassumo a memoria e quindi con il rischio di distorcere il pensiero di René Girard quando afferma che più le basi di una società sono fragili e erose, più in essa aumentano quei sacrifici che dovrebbero garantirne il patto (e ricompattamento) fondamentale.<br />
Per questo appare sinistro e sintomatico che oggi in Italia tante persone ripetano il suicidio secondo una modalità sacrificale (e politica), però non generando altro che una fiammata che si consuma nel giro di qualche notiziario o di una trasmissione televisiva. In Spagna – per fare l’esempio della nazione più vicina – l’ondata dei suicidi causati dalla crisi è stata almeno accolta e tematizzata nelle recenti grandi manifestazioni. In Italia, invece, l’unico corpo che ha cercato di ridarsi un’identità collettiva si è aggregato intorno al M5S e a Beppe Grillo. Neppure se interpreta il ruolo in modo consapevole o compiacente, il leader senza il quale il Movimento non avrebbe mai saputo incanalare tanta rabbia, disperazione e speranza, può essere ritenuto colpevole del fatto che l’Italia versi in uno stato di sfacelo economico, sociale, politico, culturale e persino, in senso ampio, spirituale, da essere stato accolto come ultima spiaggia o novello salvatore in un clima sospeso tra Neofeudalesimo e Basso Impero senza fine. Nessun altro linguaggio e immaginario avrebbe saputo fare presa su cittadini tanto divisi e devastati dalla sfiducia in qualsiasi degna rappresentanza: non certo quello della sinistra governativa che si è giocata i (pen)ultimi riflessi automatici di poter essere riconosciuta come tale, nemmeno l’arco della sinistra che sta cercando di riconnettersi e ritrovare energia e visione.<br />
All’indomani del suo attacco a Stefano Rodotà, l’ “ottuagenario miracolato dalla rete”, Grillo mitiga la sua sparata, fornendo in più una spiegazione per molti aspetti limpida.</p>
<p>&#8220;Rodotà non è il presidente del M5S, ha un&#8217;altra storia politica, che coerentemente, mantiene. La sua onestà non è in dubbio e neppure la sua intelligenza. Non per questo posso assistere impassibile alla costruzione di un polo di sinistra che ha come obiettivo la divisione del M5S in cui lui si è posto, volente o nolente, informato o meno, come punto di riferimento. Il M5S non è nato per diventare il Soccorso Rosso di Vendola e Civati, di Delrio o di Crocetta. E&#8217; una forza popolare che è del tutto indifferente alle sirene della sinistra e della destra che in realtà sono la faccia della stessa medaglia.&#8221;</p>
<p>Sta diventando sempre più evidente che il capo del movimento preferisce andare incontro a eventuali fuoriuscite o scissioni e persino mettere in conto una parziale perdita di consenso pur di tutelare quello che immagina essere il nucleo fondante del suo potere d’aggregazione: l’immaginario di un corpo sociale né di destra né di sinistra, il corpo del Popolo (etnicamente) italiano dissanguato dalle oligarchie politico-economiche d’Italia e d’Europa.<br />
Ma in questa luce appare ancora meno rassicurante che alle ultime elezioni amministrative l’unico a uscire visibilmente sconfitto sia stato lui e il suo movimento. Ha acceso una speranza che andava oltre a qualcosa di concreto ma che, al contempo, albergava una grande attesa che qualcosa di concreto si muovesse (il “fare qualcosa” di cui parlava Piscitello). Invece concretamente è accaduto che tutto continuasse come prima, peggio di prima. La delusione, a mio parere, trascende di gran lunga le possibili imputazioni razionalizzabili (il rifiuto di dialogo o di alleanza con il Pd, la delusione per l’inadeguatezza dei parlamentari M5S ecc). Risulta dal semplice scontro delle speranze con la realtà o il suo celebre principio. Accendere una speranza e poi deluderla crea un urto molto più forte che continuare a vivacchiare dell’erosione di promesse e identità, linea che il Pd crede (o si illude) di poter portare avanti come strategia minima di sopravvivenza, forse all’infinito.<br />
La delusione nel M5S non è una buona notizia per nessuno: anche perché le strategie per ripararvi che si delineano all’orizzonte sono due. La prima, già avviata, è l’istruzione di una decina degli esponenti più fedeli per comparire più spesso in tv, grazie a un corso in comunicazione impartito da Grillo e Casaleggio. La seconda sembra risiedere in un calcolo più a lungo termine. La crisi si aggraverà, la disperazione aumenterà, la delusione sul “non aver fatto nulla” all’indomani delle elezioni politiche sarà dimenticata di fronte al fallimento del governo.<br />
A quel punto, persino se si fosse costituita (cosa poco probabile) una formazione di sinistra con dentro Rodotà e Zagrebelsky, Vendola, Civati, Landini, Barca, Ingroia, i dissidenti del M5S e chi più ne ha più ne metta,  questa arriverebbe probabilmente a raggranellare non più del dieci per cento; mentre Grillo, fermo sulla sua linea, presumibilmente riguadagnerebbe quota.<br />
Sento già un commento classico: “perché questo, in fondo, non è un paese di sinistra.”<br />
Mi pare una risposta troppo facile, autoassolutoria e in fondo vittimistica.<br />
Il problema di come ripensare una politica di sinistra in tempi della crisi strutturale del lavoro e del welfare e nonché in un’epoca in cui c’è da tutelare anche l’ambiente e non più soltanto gli uomini, non riguarda solo l’Italia. È difficile essere aggreganti quando si hanno più domande giuste che risposte già fatte e convincenti. È difficile quando gli spunti e le spinte migliori vengono da una sorta di laboratorio o cantiere mobile, le cui elaborazioni presentano, per forza di cose, caratteri in parte poco accessibili e elitari (nemmeno <em>Il Capitale</em> si riassume in due slogan). Infatti è giusto, è necessario che ci sia questo sforzo di molte persone colte che parlano bene, scrivono bene, spesso vestono bene, se queste, come sta accadendo, sono comunque disposte a confrontarsi con la realtà complessa di un paese stremato e socialmente polverizzato.<br />
Solo che non può bastare.<br />
Forse è inutile specificarlo ma la via d’uscita non può nemmeno passare per i semplici trucchi della comunicazione, la grande scuola manipolativa che Berlusconi ha insegnato un po’ a tutti (politici e media d&#8217;ogni colore) e nel cui potere tutti ripongono una fiducia temo e spero eccessiva. Né può essere delegata a un altro leader che sul terreno bipartisan-popolare sia in grado funzionare come Matteo Renzi: perché i problemi da affrontare investono l’enorme fascia di cittadini che gli effetti della crisi sociale, economica e politica li sta scontando, perché c’è bisogno realmente di risposte che affrontino alla radice l’ingiustizia sociale dilagante e lo svuotamento di prospettive.<br />
Forse una delle prime cose sulle quali dovremmo fare chiarezza è un aspetto all’apparenza scontato e banale, ma nella realtà parecchio difficile da mettere a fuoco e perseguire con vera convinzione. Una politica di sinistra oggi non può più limitarsi a cercare di aggregare chi in qualsiasi modo si identifica (ancora) con la sinistra. Deve tornare a occuparsi di tutti i soggetti socialmente deboli anche se la loro identificazione con la sinistra non c’è mai stata o è stata persa da qualche decennio: dai migranti ai cassaintegrati ai precari alle partite Iva ai microimprenditori che hanno prima votato Berlusconi (o Lega) e poi Beppe Grillo. La frontiera dei conflitti economico-sociali (dello scontro tra Capitale e Lavoro, se volete) si è spostata e continua a farlo; però innescando tanti conflitti parziali, scenari di guerra tra poveri o impoveriti che, come non è mai successo prima, rendono difficilissimo tutelare i bisogni e interessi di un gruppo senza ledere quelli di qualcun altro. Tenerne conto richiede uno sforzo enorme di attenzione e d’inventiva che non so nemmeno quanto potrà mai essere ripagato. In Grecia, per esempio, dove Syriza è diventato forza politica maggioritaria, abbiamo assistito alla contemporanea ascesa dei neonazisti di Alba Dorata e la loro penetrazione presso le fasce popolari più sfiancate.<br />
Non si tratta di trovare la ricetta per vincere le elezioni o di far crescere nei termini di voti una sinistra degna della sua stessa definzione, ma di un obiettivo al contempo più modesto e più radicale: tornare a partecipare alla politica, fare politica per farla, per rompere la solitudine e l’atomizzazione delle nostre vite a cominciare da noi stessi, nella piena consapevolezza del punto della notte a cui siamo.</p>
<p>ps. spero di aver inserito tutti i link davvero utili per chi volesse approfondire o farsi un&#8217;idea più diretta guardando i video nominati. </p>
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		<title>Gobetti, i padri, il cimitero</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Apr 2013 16:11:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[antifascismo]]></category>
		<category><![CDATA[cimitero Père Lachaise]]></category>
		<category><![CDATA[costituzione italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Buffoni]]></category>
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					<description><![CDATA[di Helena Janeczek Lunedì 22 aprile mi arrampicavo ignara per il cimitero Père Lachaise alla ricerca di una tomba tra le decine di migliaia di coloro che dormono lassù sulla collina. Il cielo era sereno, l’umore in ripresa, però a fatica. Scarpinando tutto il giorno per Parigi, mi capitava comunque la fortuna di perdermi la [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/160px-Tomba_piero_gobetti.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/160px-Tomba_piero_gobetti.jpg" alt="160px-Tomba_piero_gobetti" width="160" height="241" class="alignnone size-full wp-image-45489" /></a></p>
<p>Lunedì 22 aprile mi arrampicavo ignara per il cimitero <em>Père Lachaise</em> alla ricerca di una tomba tra le decine di migliaia di coloro che dormono lassù sulla collina. Il cielo era sereno, l’umore in ripresa, però a fatica. Scarpinando tutto il giorno per Parigi, mi capitava comunque la fortuna di perdermi la strigliata del Presidente al Parlamento e al Partito, la scena perfetta di un paese dove i padri soffocano i figli e ancora più i nipotini per poi consegnarsi come scolaretti volontari all’autorità riesumata di un quasi novantenne.<span id="more-45488"></span> Quel che stava succedendo lo sapevo.<br />
Le pacificazioni, con o senza virgolette, contengono sempre un corollario di violenza e arbitrio, come i conflitti dai quali sono sgorgate. Quest’ultima, nella storia della Repubblica italiana, appare una delle più indegne; ripetizione decrepita e sterile di alcuni processi del passato, ripetizione forse nemmeno meritevole di essere chiamata restaurazione.<br />
Avrei sempre voluto andare al Père Lachaise, ma non ci ero mai riuscita. Ero delusa. Non me lo immaginavo così affastellato, piuttosto malcurato, con tutte quelle tristi tombe di famiglia a misura di cabina balneare che oscuravano la vista sulle sepolture singole. Non mi ero immaginata che avrei potuto perdermi: non solo per via dell’estensione, ma a causa delle strade circolari, quasi labirintiche, sebbene all’entrata avessi comprato una mappa a 2.50 euro.<br />
“Quelle-est vôtre langue, madame?” mi aveva chiesto il tizio che le vendeva. Fa lo stesso, gli ho detto. Ha insistito, ripetuto la domanda, e io mi sono irrigidita. “Le mie lingue sono più di una”, ho risposto per principio e per dispetto.<br />
La mappa pullulava di nomi sacri. Non avevo molto tempo, e non avevo voglia di cercarli. Sono passata in prossimità di un punto segnato in grassetto che diceva <strong>Balzac</strong> e ho pensato che bastava amarne i romanzi, che fosse quello il nostro unico vero legame.<br />
Poi ho visto un puntino piccolo, vicino alla mia destinazione, che diceva: Gobetti.<br />
Era stata sufficiente una bronchite con complicanze cardiache a prevenire il lavoro sporco del fascisti. Eppure Piero Gobetti non lo percepivo come un martire; piuttosto come il faro di un’umanità che in venticinque anni era stata capace di seminare intelligenza, rigore (e anche levità ironiche), vitalità ormai pressoché inimmaginabili.<br />
Allora mi sono aggirata per un po’ in mezzo al settore 93°, a lato di <em>Avenue Patchod</em>, cercando l’orientamento di riquadri divisori riportati nella mappa, però in realtà sepolti dalle tombe. Ho strisciato accanto a sepolcri vietnamiti che evocavano tempietti, ma Piero Gobetti non l’ho trovato.<br />
Bastava il pensiero. Basta sicuramente per ritrovare, in vece di una tomba, quel bandolo nel labirinto cimiteriale che mi permetteva non arrendermi alla sua immagine e somiglianza (domanda: che Padre era quel Pére Lachaise?).<br />
Poi c’è anche una poesia breve, sentita spesso sfoderare con elegante arte declamatoria (e provocatoria) dal suo autore, Franco Buffoni.</p>
<p><strong><a href="https://www.nazioneindiana.com/2011/03/11/alla-costituzione-italiana/">Alla Costituzione Italiana</a></strong></p>
<p>Le costituzioni, recita il mio vecchio<br />
Dictionary of Phrase and Fable,<br />
Possono essere aristocratiche o dispotiche<br />
Democratiche o miste.<br />
Ecco, per te che non prometti<br />
Di perseguire l’imperseguibile<br />
&#8211; La felicità degli uomini –<br />
Vorrei non pensare davvero a quel “mixed”<br />
Che ricade sugli effetti salvando i presupposti:<br />
Di te che prometti il perseguibile<br />
Vorrei restasse il lampo negli occhi di Gobetti,<br />
Già finito per altro in poesia.</p>
<p> Passiamocelo, quel lampo costituzionale, in una staffetta di generazioni alternative.</p>
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		<title>Discorso di Bersani alla sua coscienza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[alessandro broggi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Apr 2013 07:50:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[attualità]]></category>
		<category><![CDATA[bersani]]></category>
		<category><![CDATA[italo testa]]></category>
		<category><![CDATA[pd]]></category>
		<category><![CDATA[poesia contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana]]></category>
		<category><![CDATA[politica italiana]]></category>
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					<description><![CDATA[di Italo Testa Discorso di Bersani alla sua coscienza (durante le elezioni del Presidente della Repubblica), o discorso del mentitore Io mento quando dico che il PD è un partito di sinistra. Mento quando dico che il PD è alleato con SEL. Mento quando dico che il PD non si alleerà mai con il PDL. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right">di <strong>Italo Testa</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/bersani-foto.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-45463" alt="bersani foto" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/bersani-foto.jpg" width="275" height="183" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/bersani-foto.jpg 275w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/bersani-foto-120x80.jpg 120w" sizes="auto, (max-width: 275px) 100vw, 275px" /></a></p>
<p><em>Discorso di Bersani alla sua coscienza (durante le elezioni del Presidente della Repubblica),<br />
o discorso del mentitore</em></p>
<p>Io mento quando dico che il PD è un partito di sinistra.<br />
Mento quando dico che il PD è alleato con SEL.<br />
Mento quando dico che il PD non si alleerà mai con il PDL.<br />
Mento quando dico di essere il segretario del PD.<br />
Mento quando dico che il PD è il PD.<br />
Mento quando dico di essere Bersani.<br />
Mento quando dico che Bersani non è D’Alema.<br />
Mento quando dico di mentire.</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Abbracci</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Apr 2013 11:44:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[alfano]]></category>
		<category><![CDATA[bersani]]></category>
		<category><![CDATA[elezione]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; &#160; Senza parole]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2013/04/18/abbracci/120126774-4d5134c2-193c-473f-a3f9-8762ade1146b/" rel="attachment wp-att-45447"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-45447" alt="120126774-4d5134c2-193c-473f-a3f9-8762ade1146b" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/120126774-4d5134c2-193c-473f-a3f9-8762ade1146b-300x79.jpg" width="300" height="79" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/120126774-4d5134c2-193c-473f-a3f9-8762ade1146b-300x79.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/120126774-4d5134c2-193c-473f-a3f9-8762ade1146b.jpg 680w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Senza parole</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Proviamo a ballare insieme quest&#8217;ultimo valzer</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Apr 2013 09:16:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
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		<category><![CDATA[Franco Marini]]></category>
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		<category><![CDATA[Stefano Fassina]]></category>
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					<description><![CDATA[di Helena Janeczek Tanto volle sopravvivere che poi morì. Tanto vollero sopravvivere che poi morirono. Lo dico con rabbia perché la cosa che più mi sento stamane è incazzata. Mi pare bene, però, potenzialmente. Mi pare bene che si sia rotta la coltre del Non-Ci-Sono-Alternative, di rassegnazione al meno peggio. Ieri sono successe due cose, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek </strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/155656_380316105416027_283415049_n.png"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-45429" alt="155656_380316105416027_283415049_n" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/155656_380316105416027_283415049_n-300x230.png" width="300" height="230" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/155656_380316105416027_283415049_n-300x230.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/155656_380316105416027_283415049_n.png 624w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>Tanto volle sopravvivere che poi morì. Tanto vollero sopravvivere che poi morirono.<br />
Lo dico con rabbia perché la cosa che più mi sento stamane è incazzata. Mi pare bene, però, potenzialmente. Mi pare bene che si sia rotta la coltre del Non-Ci-Sono-Alternative, di rassegnazione al meno peggio. Ieri sono successe due cose, in rapida e ineluttabile sequenza.<span id="more-45428"></span><br />
Grillo ha candidato Stefano Rodotà, dopo cazzate presumibilmente tattiche come la scelta della Gabanelli (la Gabanelli?). Ha fatto politica, ha fatto scacco matto. Molto probabile che fosse consapevolissimo che così otteneva l’obiettivo più facile da raggiungere: portare il Pd al suicidio. Ci è riuscito, complimenti. Con una sola mossa potrà guadagnare un sacco di voti e fare ciò che più gli piace negli anni a venire: l’opposizione eterna e sterile a Berlusconi, megafonato, oltre che da se stesso, dai suoi amici sempre molto costruttivi e per nulla interessati alla sopravvivenza personale nella politica-spettacolo: tipo Travaglio e Santoro. Questi pseudo-messianici nichilisti il mio consenso se lo possono scordare sine die anche per questo.<br />
Ma ieri è successa (sarebbe successa?) anche una cosa bella. Il nome di Rodotà ha abbattuto il clima da devastante e demenziale guerra civile che si è preparato (ed è stato fomentato) dopo le elezioni.<br />
C’è stato un riconoscersi di una schiacciante maggioranza che ha abbracciato dalle migliori firme che scrivono su Repubblica (Barbara Spinelli, Salvatore Settis p.e) al Manifesto e oltre. E soprattutto cittadini che – giustamente- se ne fregano che stavolta la cosa giusta l’abbiano fatta Grillo e il Movimento.<br />
Oggi però hanno voglia di ripetere: visto! Ve l’avevamo detto! Pd e Pdl stessa cosa! Anzi Pd uguale all’altro meno elle!<br />
Forse la seconda frase-slogan è più tristemente vera della prima. Il Pd ha dimostrato un servilismo nei confronti di Berlusconi senza limite. Il Pd purtroppo ha anche dimostrato che in termini di “Kasta” sta messo peggio del Pdl. Ha dimostrato che l’unica tradizione unificante delle sue correnti ex-Pci e ex-Dc è il dna della nomenclatura di partito, del burocratismo, dei papaveri e mandarini.<br />
Se l’unico a essere emerso da questo sistema autoreferenziale di morti viventi è Matteo Renzi, temo che la ragione stia principalmente nel fatto che è sfuggito di controllo; perché è partito da una strada meno vigilata, quella dell’amministrazione locale. Poi, certo, con le sue idee politico-economiche è più facile trovare appoggi importanti che con quelle che si collocano più a sinistra.<br />
Ieri mi si è anche sciolto un dubbio che mi portavo appresso sin dalle primarie alle quali non ho partecipato proprio per via di quel sentimento schizofrenico. Pensavo che solo Renzi potesse salvare il Pd dall’entropia; ma mi pareva insensato votare per un segretario che non avrei votato come candidato premier. Come molti, pensavo che Bersani mi fosse politicamente, persino “antropologicamente”, più vicino; però mi facevo troppo poche illusioni che potesse avere la forza di far svoltare il partito per sentirmela di dargli la preferenza.<br />
Oggi penso di aver fatto male. Penso che avrei dovuto andare a votare Renzi. Penso che, in effetti, la questione del rinnovamento o della rottamazione, venisse <em>prima</em> di ogni altra; perché per il Pd la cosa che veniva <em>prima</em> era la sopravvivenza di sé stesso, un obiettivo del tutto pre- o antipolitico. La patetica (eufemismo) perorazione di Stefano Fassina per Marini di ieri sera lo dimostra a sufficienza.<br />
Non sono addentro alle questioni del partito e non voglio esserlo. <em>L’Unità</em> diretta da Concita de Gregorio mi aveva affidato una piccola rubrica settimanale nelle pagine di politica che <em>l’Unità</em> diretta dal fedele Claudio Sardo poi mi ha tolto. Pensavo fosse il mio compito di cosiddetta intellettuale indipendente fare le pulci al Pd o come diceva Franco Fortini, l’ospite ingrato. Il primo pezzetto non pubblicato aveva il titolo di lavoro Pd-Pasok. Sembrerebbe andata anche peggio.<br />
Non so se dico una cosa davvero sostenibile se affermo che mi pare di capire che persone come<a href="http://laricreazionenonaspetta.comunita.unita.it/"> Mila Spicola</a>, di Palermo, o <a href="http://laricreazionenonaspetta.comunita.unita.it/">Francesco Nicodemo</a> da Napoli, persone che non conosco personalmente ma che mi sembrano intelligenti, colte, agite da passione politica trasparente, stanno con Renzi non tanto per totale appoggio alla linea politico-economica, ma perché il Pd in quelle latitudini fa particolarmente cacare (meridionalismo dovuto!). La stessa cosa vale anche per le regioni “rosse”, per l’erosione dei voti verso l’M5S da quelle parti. Perché il problema non è solo D’Alema e Enrico Letta, ma anche i tanti amministratori protetti e selezionati dall’apparato che non fanno altro che amministrare (sempre peggio) il loro potere o poterino e non ci pensano minimamente a mollare l’osso.<br />
Dico ancora una cosa piuttosto a naso, ma non mi pare del tutto fortuito che le risorse umane migliori del Pd che io conosca si trovano a Nord, nelle regioni dove non ha avuto per un ventennio poco o pochissimo potere (quello che ha avuto, però, è simboleggiato dal nome di Penati). La punta emersa di quell’iceberg si chiama <a href="http://www.ciwati.it/">Pippo Civati</a>. Lo seguo grosso modo da tre anni, lui sì lo voterei perché mi ritrovo quanto basta (e avanza) in quel che scrive, dice, propone politicamente. Però che fatica boia ha dovuto fare perché almeno quelli che si interessano di politica potessero scoprirne l’esistenza. Giusto adesso gli hanno consentito di uscire un attimo fuori dall’armadio perché serviva qualcuno che potesse far passare credibilmente il tentativo di colloquio con l’M5S. Non c’è forza politica che più del Pd si sia dimostrato un Saturno che strozza i propri figli.<br />
Ma finché ci sono persone come lui e molte altre, a tutti i livelli, finché c’è soprattutto un noi di cittadini che non riesce a farsi piacere un movimento guidato (come abbiamo abbondantemente visto) in modo ultra-autoritario, dove il criterio di selezione per dare le cariche più importanti (leggi Crimi e Lombardi) pare quello della fedeltà del perfetto idiota, preferirei che non ci ammaccassimo, non ci avvilissimo, non ci rassegnassimo a far vuotare al Pd il calice del suo triste destino, con o senza un vaffanculo tornato comune patrimonio del popolo italiano.<br />
Vorrei che ora, proprio adesso, in queste ore, cercassimo di riprendercelo perché sono altri che se ne sono appropriati contando sulla nostra mestissima pazienza infinita, sul nostro senso-di-responsabilità portato sino ai limiti del masochismo.<br />
Le identità politiche fatte di contenuti, programmi, visioni dell’economia e della politica, le dovremo definire e costruire, certo. Ma dopo. Fare battaglie condivise anche con coloro con i quali già sappiamo che da domani avremo poco da spartire non è politica al ribasso. È politica e basta.<br />
Oggi c’è bisogno di stare uniti, tirare fuori un po’ di voglia di lottare. Nel nome di un candidato alla Presidenza della Repubblica che batte in levare: come un valzer.</p>
<p>Per chi volessse firmarla (male non può fare anche se non basta) c&#8217;è <a href="http://www.change.org/petitions/appello-a-bersani-votate-stefano-rodot%C3%A0?utm_campaign=autopublish&amp;utm_medium=facebook&amp;utm_source=share_petition">questa</a> petizione.</p>
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		<title>L’ombra del Grillo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Apr 2013 09:30:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[beppe grillo]]></category>
		<category><![CDATA[berlusconismo]]></category>
		<category><![CDATA[intellettuali organici]]></category>
		<category><![CDATA[MoVimento 5 Stelle]]></category>
		<category><![CDATA[Nicola Fanizza]]></category>
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					<description><![CDATA[di Nicola Fanizza Uno spettro si aggira fra le tenebre trasparenti che avvolgono la nostra penisola: lo spettro del grillismo. Che si fa latore di inedite speranze di salvezza, di nuovi sogni e, insieme, di nuovi incubi. Alcuni fra i nostri direttori di coscienza  ritengono che il M5S si configuri addirittura come un fenomeno di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;" align="center">di <strong>Nicola Fanizza</strong></p>
<p>Uno spettro si aggira fra le tenebre trasparenti che avvolgono la nostra penisola: lo <i>spettro del grillismo.</i> Che si fa latore di inedite speranze di salvezza, di nuovi sogni e, insieme, di nuovi <i>incubi.</i> Alcuni fra i nostri direttori di coscienza  ritengono che il M5S si configuri addirittura come un fenomeno di rinascenza del fascismo. Da qui il loro invito a combattere contro il nuovo <i>mostro bicefalo.</i> La consegna è una sola: instillare nelle masse il germe della <i>paura. <span id="more-45361"></span></i>Si ridà vita a ciò che è morto – il fantasma del fascismo – per combattere ciò che, invece, è vivo, l’<i>ombra</i> del M5S (l’ombra in greco stava a indicare la <i>vita).</i> Tuttavia non è la prima volta che ciò accade. Dall’avvento dei partiti di massa gli intellettuali organici hanno sempre veicolato la paura come strumento di lotta sia nei periodi di scarsa effervescenza sociale sia durante le fasi in cui si affermano nuove forme di sociabilità. Di fatto oggi viviamo in un mondo in cui si sta frantumando il vecchio tessuto delle relazioni sociali, un mondo che non riconosce più il ruolo dei politici e che ha già consumato da tempo la sua rottura con i partiti. I politici parlano a una città che ormai non li vuole più ascoltare. Il contenuto dei loro messaggi – incentrato sulla <i>paura </i>– appare statico e sostanzialmente ripetitivo.</p>
<p>Non è inutile rilevare che i partiti di destra e, insieme, di sinistra – a partire dal secondo dopoguerra – hanno contribuito a forgiare le diverse identità politiche attraverso una <i>doppia paura:</i> da una parte la paura dei comunisti senza che ci fosse il comunismo; e, dall’altra, la paura dei fascisti senza che ci fosse il fascismo.</p>
<p>Il fantasma della paura – insieme agli altri <i>idola</i> che strutturano le diverse identità politiche – non è tuttavia scomparso con la fine della Prima Repubblica. Berlusconi ha reiteratamente ipostatizzato lo spettro del comunismo, anche se il suo successo politico è riconducibile al fatto che gli Italiani hanno visto rivivere nel suo stile di vita alcuni tratti della loro sensibilità: l’animo gioioso, leggero, scettico, individualista ed esteriore. Di fatto nell’immaginario degli epigoni di Berlusconi il nostro Paese è quello di sempre, senza unità ideali, senza scopo comune. Ognun per sé e qualche camorra – i partiti! – per molti.</p>
<p>Sul fronte opposto, a partire dalla fine degli anni Ottanta, gli epigoni di Togliatti, dopo aver abbandonato la lotta contro il mercato capitalista e accettato i dettami del liberismo economico, andavano alla ricerca di una nuova identità. Dovevano comunque marcare una certa <i>distanza</i> dai loro antichi avversari!  Da qui l’esigenza di trovare un nuovo nemico per determinare la propria <i>differenza</i>. L’attesa è durata comunque poco: Berlusconi – pur mettendoci del suo – è diventato subito <i>il</i> nemico. Un nemico che bisognava tenere a tutti i costi in vita. Di fatto i dirigenti e gli intellettuali organici del Pd, mantenendo in vita il suo fantasma, sono riusciti a dare un senso al loro impegno in politica, in quanto hanno desituato su quest’ultimo la <i>parte maledetta</i> della loro stessa coscienza. Quello che qui voglio dire è che Berlusconi – per quello che evoca a livello simbolico – non sta fuori noi, poiché abita e signoreggia a pieno titolo nei sotterranei del nostro immaginario.</p>
<p>Ma torniamo al M5S. Diciamo subito che non è un movimento rivoluzionario. Ciò che esso rivendica è la <i>democrazia policentrica,</i> che si dà attraverso la coestensività di istituti di democrazia diretta – i diversi movimenti presenti nella rete – e di istituti di democrazia rappresentativa. Si tratta della riattivazione del vecchio modello di democrazia promosso dai giacobini. Questi ultimi nella Convenzione prestavano attenzione alle istanze che venivano dalla Comune di Parigi, che a sua volta si configurava come un istituto di democrazia diretta. Da qui il <i>revival</i> della liturgia giacobina – l’uso del termine <i>cittadino</i>! – e la tesi che il deputato eletto in Parlamento ha il vincolo di mandato<i>,</i> poiché la sua funzione è <i>solo</i> quella di essere un fedele portavoce del movimento che lo ha designato.</p>
<p>Il programma del M5S è sicuramente il più avanzato, poiché sembra andare incontro alle esigenze dei ceti sociali più deboli. Certo, anche il programma del movimento fondato da Mussolini, nel marzo del 1919, a Milano era più avanzato rispetto al programma del Psi: prevedeva, infatti, l’abolizione del Senato, la creazione della Repubblica, il voto alle donne e ai diciottenni, la giornata lavorativa a otto ore, introduzione di una tassa sui grandi patrimoni, ecc.</p>
<p>Non è un caso che, a Piazza San Sepolcro, il servizio d’ordine fosse composto dai repubblicani della sezione di Forlì. Sindacalisti rivoluzionari come Giuseppe Di Vittorio e Alceste de Ambris, repubblicani come Piero Delfino Pesce e Tonino Spazzoli – futura medaglia d’oro della nostra Resistenza – o poeti come Eugenio Montale, inizialmente, guardarono con interesse al diciannovismo. Nondimeno la loro attenzione nei confronti del movimento fascista venne meno allorquando presero atto della sua involuzione autoritaria.</p>
<p>La simpatia manifestata da una parte dei nostri direttori di coscienza nei confronti del M5S è per molti versi simile a quella evidenziata dai nostri intellettuali nei confronti del diciannovismo.</p>
<p>E tuttavia ciò che agli osservatori più attenti appare poco condivisibile non sono tanto le recenti determinazioni assunte dal M5S sul piano politico, quanto le forme di sociabilità che lo stesso Movimento promuove. Il M5S non è ritenuto un vero e proprio movimento, in quanto – dice Pietro Barcellona – la comunicazione fra i membri del M5S avviene nello spazio virtuale della rete. Qui di fatto mancano i corpi, ovvero manca – e qui sono io che parlo – quella <i>patina di opacità,</i> che consente di addomesticare la distanza fra i diversi individui, e di avere una comunicazione autentica. Non diceva Nietszche che noi conosciamo <i>anche</i> attraverso i corpi! Al di là del fatto che gli esponenti del M5S probabilmente si incontrano non solo nel web ma anche in altri luoghi – alcuni giovani mi hanno detto che «lì possiamo parlare, partecipiamo, ci ascoltano» –, ritengo che le considerazioni di Barcellona inerenti alla comunicazione non valgono <i>solo</i> per il M5S, poiché possono essere estese all’intero spazio sociale. La comunicazione nell’ambito di alcune riviste non avviene forse senza il contatto fisico dei redattori? Se oggi siamo infelici non è solo perché abbiamo meno soldi in tasca. E’ perché non abbiamo più amici. Il deserto avanza!</p>
<p>Per altri versi, il dispositivo argomentativo con cui viene stigmatizzato il movimento di Grillo è in larga parte identico a quello utilizzato nei confronti di tutti i movimenti, compreso quello del ’68. I movimenti – si dice – sono caratterizzati dall’<i>ambiguità</i>, poiché consentono al loro interno la presenza<i> </i>di posizioni opposte. Ebbene, quando si criticano i movimenti per la loro ambiguità, si dimentica troppo spesso che l’essenza dell’uomo è proprio l’ambiguità, che non va valutata negativamente, poiché rimanda quasi sempre alla <i>possibilità</i>. Viceversa l’ambiguità dei politici è come la vernice: è sempre superficiale e giammai esistenziale.</p>
<p>D’altra parte prefigurare, sulla scorta di ciò che è accaduto in seguito al movimento diciannovista, una deriva reazionaria del M5S non ha molto senso. Si sa che quando i generali fanno la guerra pensano che sia uguale a quella precedente e, invece, si trovano a combattere un’<i>altra</i> guerra. Lo stesso discorso vale per le rivoluzioni e i movimenti. Quello che è certo è che il M5S è irriducibile a tutti i movimenti precedenti!</p>
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