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		<title>Le termiti della ricerca</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 06 Nov 2008 07:00:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
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		<category><![CDATA[divulgazione scientifica]]></category>
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		<category><![CDATA[ricerca]]></category>
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					<description><![CDATA[di Sergio Pistoi Metastasi. E&#8217; proprio la parola che ho sentito usare più spesso dai ricercatori più bravi e giovani. Solo che non parlano di cellule maligne, ma di loro stessi. Il laboratorio dove lavorano, quelli che ci stanno dentro, sono metastasi in un organismo, l&#8217;ateneo, il dipartimento, che se non li rigetta, al massimo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Sergio Pistoi</strong></p>
<p>Metastasi. E&#8217; proprio la parola che ho sentito usare più spesso dai ricercatori più bravi e giovani. Solo che non  parlano di cellule maligne, ma di loro stessi. Il laboratorio dove lavorano, quelli  che ci stanno dentro, sono  metastasi in un organismo, l&#8217;ateneo, il dipartimento, che se non li rigetta, al massimo li tollera. Metastasi buone, tumori al contrario, che invece di drenare risorse ne portano, tante, attirando finanziamenti esterni, anche dall&#8217;estero. Che nutrono il loro ospite di preziose pubblicazioni, alzando la media della produttività e abbassando quella dell&#8217;età. Come in una simbiosi imperfetta, questi corpi estranei danno  molto al loro ospite  e in cambio prendono poco.<br />
<span id="more-10356"></span><br />
Se la ricerca italiana, tutto sommato, non sfigura nel panorama internazionale, se la sua produttività media (misurata in numero di articoli scientifici) è la quarta in europa dopo UK, Germania e Francia, se esiste un&#8217;eccellenza riconosciuta in diversi campi scientifici, molto del  merito va  a queste metastasi che riescono  a incunearsi, a ritagliarsi un po&#8217; di spazio -anche fisico- nell&#8217;accademia italiana, contando di volta in volta sulla  protezione e l&#8217;aiuto di qualche cattedratico più illuminato.<br />
Per un po&#8217; ho avuto anche io la fortuna, se così si può dire, di essere una metastasi. Il nostro era un buon laboratorio, diretto da una scienziata brillante. Eravamo una decina, pigiati in dieci metri quadrati. Per entrare attraversavamo enormi stanzoni con una grande scrivania dove sedeva, da solo un professore quasi novantenne.  Pare che fosse un vecchio luminare, ma ora nessuno sapeva più cosa facesse. Eppure era lì, e nessuno aveva da ridire.  Si stava attenti a tenersi buoni tutti, a non scatenare gli anticorpi dei più potenti, con il rischio di venire rigettati. Nell&#8217;università italiana, i cattedratici hanno potere assoluto. Qualcuno di loro (e ce ne sono) a volte decide che il merito va premiato. Ma è sempre e comunque una loro scelta personale, e non la regola di un sistema che, anzi, rema incessantemente contro. Per lunghissimi anni le università sono state  svilite, amministrate malamente e usate come feudi dagli stessi baroni che le comandano, termiti bulimiche che oggi piangono miseria. I concorsi sono pilotati, nel pieno rispetto della legalità, perchè l&#8217;intero processo di selezione è in mano, per legge, alle singole università, anche se poi lo stipendio di chi vince lo paga (a vita) lo Stato. Improbabili atenei sono sorti come funghi per creare nuove cattedre, così come  i corsi che si sono moltiplicati, dilapidando i già scarsi finanziamenti pubblici.</p>
<p><strong>Differenziati o muori</strong></p>
<p>Quando pensiamo alla ricerca italiana è bene ricordare che parliamo di un sistema dove coesistono baroni, fannulloni ma anche giovani scienziati di valore internazionale, metastasi buone che spesso non ce la fanno a sopravvivere in un ambiente ostile. Questa distinzione -vitale anche in termini comunicativi- si perde purtroppo  nei movimenti di piazza, proprio come avviene oggi. Per farsi sentire  si alza il tono della voce e si parla a  <a href="http://forum.repubblica.it/viewtopic.php?t=121">slogan</a>, i messaggi  si diluiscono e le posizioni si accorpano: studenti, ricercatori, docenti da una parte, governo dall&#8217;altra. Questo è deleterio, perché mette tutti gli universitari,  baroni, mediocri e scienziati eccellenti nello stesso calderone agli occhi del pubblico. Considerando che più ardenti oppositori dei tagli alla ricerca sono spesso gli appartenenti alle prime due specie, come fa il pubblico a sapere chi sta ascoltando? Come fa a dare fiducia ad una categoria che nel complesso è screditata?<br />
 “Differentiate or Die” è un motto del marketing: il succo è che se non si vuole morire (commercialmente parlando) bisogna fare di tutto per distinguere il proprio marchio e la propria voce da quelle che risultano troppo simili, far risaltare agli occhi del pubblico le proprie caratteristiche distintive e positive e far leva su di esse. Nel caso dei ricercatori italiani, questa regola implica una priorità: quella di differenziarsi da chi parla a vanvera (o peggio ancora in malafede) così da recuperare la necessaria credibilità agli occhi del pubblico.<br />
Per questo nel mio blog, <a href="http://www.greedybrain.com/divulgazione/lo-sfascio-della-ricerca-comunicazione-for-dummies">sollecitato da un lettore</a>, ho lanciato un appello ai bravi ricercatori perchè facciano di tutto per  differenziarsi e parlare con una voce unica che non sia la stessa della  baronia accademica.  La quantità di investimenti è importante, ma è ancora più vitale il modo con qui essi vengono impiegati. Per questo, abrogare la legge 133 e il decreto Gelmini possono essere obiettivi immediati, ma non traguardi finali. I ricercatori che hanno a cuore il futuro della ricerca, precari o meno, dovrebbero creare una categoria, un’associazione, un gruppo di pressione, che parli con una voce unica e che non sia la stessa delle baronie che hanno contribuito a portare l’università alla sfacio. Dovrebbero battersi strenuamente perchè al taglio dei finanziamenti-se ci sarà- corrisponda un sistema serio e meritocratico di distribuzione dei fondi, accettando il rischio di non ricevere nulla quando non risultano competitivi.<br />
Tagliando in modo indiscriminato, il governo dimostra tutta la sua incompetenza e disinteresse a risolvere i problemi  in modo serio. Ma è un illusione pensare che bastino più fondi per risollevare la nostra ricerca. Una volta ho fatto un piccolo sondaggio fra ricercatori e colleghi più esperti di me.  Cosa succederebbe  se per un colpo di bacchetta magica triplicassero da un giorno all&#8217;altro i finanziamenti italiani alla ricerca, se si raddoppiassero, invece di tagliarli, i posti da ricercatore? Cambierebbe così tanto il sistema ricerca italiano? I giovani riuscirebbero a superare il muro di gerontocrazia che li separa da una degna carriera? La risposta, quasi unanime, è stata: no, non cambierebbe quasi nulla. Non finchè i fondi, e le posizioni, non verranno distribuiti secondo criteri di merito.<br />
Per valorizzare il merito non ci sarebbe bisogno, almeno oggi, di rifondare l&#8217;università. Sarebbe sufficiente agire con intelligenza e buon senso sui rubinetti dei finanziamenti, premiando veramente chi se lo merita, e lasciando a secco gli altri. Non bisognerebbe inventare nulla di rivoluzionario:  esistono da tempo sistemi ben rodati e consolidati internazionalmente, che permettono, nei limiti del possibile, di allocare risorse ai ricercatori e ai progetti migliori. Non entro ora nei dettagli  di questi sistemi -a cui dedico una parte della mia attività professionale- ma ne parlo diffusamente <a href="http://www.greedybrain.com/divulgazione/tag/peer-review">qui</a>, spiegando come funziona il peer-review*.<br />
Nel nostro paese  solo alcune fondazioni private, tra cui Telethon, e un ente pubblico, l&#8217;AIFA (che però rischia di subire una disastrosa ristrutturazione) adottano criteri stringenti, meritocratici e rispondenti alle migliori pratiche internazionali per la selezione dei progetti da finanziare. Segno che anche da noi, se si vuole, è possibile farlo.  Conosco solo un <a href="http://www.liberiamolaricerca.it/">gruppo di ricercatori</a>, trasversale a varie facoltà e discipline, che oggi sta portando avanti seriamente e concretamente una campagna perchè questi standard vengano realmente applicati a tutti i finanziamenti pubblici.<br />
Dare tutta la colpa ai politici è facile, ma non dimentichiamoci che i ministri  fanno danni (come la Gelmini) o al limite non combinano un tubo (come Mussi) ma, almeno prima o poi se ne vanno. I gerontocrati che da anni divorano dal&#8217;interno il mondo accademico italiano, invece, rimarranno inossidabili al loro posto, finchè qualcuno non userà con più intelligenza e buon senso la leva dei finanziamenti.</p>
<p><em>* Riguardo al peer-review: <strong><a href="http://www.telethon.it/ricerca/peer.asp">qui</a></strong> un&#8217;altra spiegazione del funzionamento.</em></p>
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