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	<title>Pellegrini Editore &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Horacio Quiroga: la vita come un crimine</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Oct 2017 05:00:05 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[narrativa argentina]]></category>
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					<description><![CDATA[di Mauro F. Minervino Esiste su Horacio Quiroga un giudizio lapidario, e forse un po’ malevolo, formulato da J.L. Borges nel 1945: «Ha scritto racconti che aveva scritto meglio Kipling». Non esattamente una riduzione, però. Essere secondi a Kipling non avrebbe dovuto offendere il talento letterario di nessuno, specie se una simile graduatoria fosse stata [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Mauro F. Minervino</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/marino_rumba_lettura_cop.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-69985" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/marino_rumba_lettura_cop.jpg" alt="" width="250" height="293" /></a>Esiste su Horacio Quiroga un giudizio lapidario, e forse un po’ malevolo, formulato da J.L. Borges nel 1945: «Ha scritto racconti che aveva scritto meglio Kipling». Non esattamente una riduzione, però. Essere secondi a Kipling non avrebbe dovuto offendere il talento letterario di nessuno, specie se una simile graduatoria fosse stata stilata da un genio della letteratura universale come Borges.<br />
In realtà già il «New York Times», in un articolo del 25 ottobre 1925, salutava Quiroga come ´il Kipling sudamericano». Si trattava, quindi, anche per lo stesso Quiroga, di un riconoscimento ben più che gradito. Infatti Kipling, assieme a Poe, Maupassant e Čechov, sono esplicitamente, il lettore ne troverà conferma anche leggendo queste sue pagine di racconti, i maestri amatissimi («come Dio stesso») che Quiroga richiama puntualmente in pagina in tutti i suoi racconti. Tuttavia, Quiroga, tutt’altro che un epigono, rivolta a suo modo i modelli di questi narratori e li adatta al suo mondo, alla geografia e alla temperatura sentimentale e morale del Nuovo Mondo, ai rigori e ai misteri animistici e ribelli delle foreste tropicali e delle pampe umide. A dire la verità Conrad con i suoi racconti di epica marinara sta agli oceani, all’epopea del mare e alla moralità della vecchia Europa coloniale, come Quiroga starà invece alla torrida e brutale natura del continente sud americano, alla mescola del sangue, agli intrichi vitali dei suoi popoli impulsivi e malinconici, alla vita indominabile delle insidiose e impenetrabili foreste pluviali, al fluire inarginabile dei grandi fiumi amazzonici come il Paraná. Quiroga – che una volta abbandonate Montevideo e Buenos Aires, vivrà buona parte della sua vita lontano dalle grandi città e a contatto con la selva –, capisce che si può prendere l’arte europea del racconto e spostarla di civiltà, trapiantandola e rimetterla con i piedi per terra nell’humus sfarzoso e venefico dell’<em>altrove</em> naturalistico e sociale rappresentato da una civiltà ibrida e ancora aurorale com’era quella dell’america ispanica. “Quiroga cerca <em>l’altro</em>, tanto nel fantastico e nell’orrore quanto nella vita di frontiera e della selva, nell’uomo e nelle belve, nella natura e in città. Sempre sul margine. All’esterno nel mondo, all’interno nel sentire e nello scrivere” (Ernesto Franco).<br />
Non è certo un caso che, oramai a distanza di quasi un secolo da fatti e circostanze biografiche, il lascito letterario di Horacio Quiroga sia unanimemente riconosciuto come il patrimonio di un maestro maggiore della forma breve e del racconto metafisico; il narratore che più di chiunque altro ha influenzato intere generazioni di grandi scrittori sudamericani, da Juan Rulfo a Julio Cortázar.<br />
Al di fuori della tradizione letteraria ispano-americana, è ancora oggi abbastanza inspiegabile come la sua opera sia stata finora così trascurata in un paese come l’Italia.<br />
Questa raccolta magistralmente tradotta e curata da Marino Magliani e Luigi Marfè, e qui proposta nella collana Itaca da Pellegrini Editore, colma così finalmente una grave lacuna nel distratto panorama dell’editoria italiana, proponendo in volume i racconti che formano la silloge quiroghiana de <em>Il delitto dell’altro</em>.<br />
Si tratta di racconti di una misura perfetta, intessuti di “amore, follia e morte”, in cui si alternano atmosfere decadenti e crepuscolari, balenanti fra delirio e incubo, le stesse esperienze ai confini della scienza, della natura e del mistero in cui Quiroga ha saputo dar forma ad altrettante, accurate, strutture letterarie tramate di passioni umane sfuggenti e di sentimenti perturbanti. Come la solitudine, il sentimento del tempo e il senso di morte, l’ironia amara, follia e l’incubo, l’esorbitanza delle forze naturali, inconciliabilità dell’eros (discretamente misogino, fu seduttore sempre sedotto da donne fatue, spesso troppo giovani e appariscenti).<br />
Nel gioco funambolico di passioni e insanabili contrasti vitali di cui si nutrì – tradizionalista e conservatore ma innamorato della modernità e dell’esattezza scientifica, appassionato di cinema e di divi del cinema, fotografo dilettante e ciclista, sperimentatore di galvanoplastica, malinconico e fanatico della velocità di auto e motociclette sino al rischio della vita propria e altrui, collezionista di pelli di anaconda e misogino recluso in angolo primitivo alla selva amazzonica – nella biografia di Quiroga campeggia su tutto l’ombra sinistra della morte. Come accade per il racconto che dà il titolo a questa raccolta, <em>Il delitto dell’altro</em>, la vicenda stessa di Quiroga è quella di una vita disseminata di morti e di epiloghi spesso tragici e violenti. Nel 1902, Quiroga aveva ucciso, per errore, con un colpo di pistola partito accidentalmente, uno dei suoi migliori amici, lo scrittore Federico Ferrando. La sua vita, ne fu sconvolta, e sarebbe restata per sempre avvolta dalla semioscurità della tragedia e dal ripetersi luttuoso del caso.<br />
Già di morte violenta, quando Quiroga aveva solo pochi mesi, era morto il padre, vittima di un altro fatale incidente con le armi da fuoco. Poi perderà anche il patrigno, che si spara un colpo in testa. La prima moglie Ana María, da cui ebbe due figli, nel 1915, dopo una lite furiosa, si avvelenò. Sbagliò il veleno, e morì dopo otto giorni di agonia. Infine, risposatosi in seconde nozze, a cinquant’anni sconta l’infelicità della relazione con una ragazza di vent’anni, mentre la figlia di primo letto, amica e coetanea di questa, gli muore suicida. Come se quella della tragedia nella vita di Quiroga fosse una porta sempre accostata sull’abisso.<br />
Un epilogo tragico, e nel contempo araldico, a cui non sfugge il sigillo che lo stesso autore vorrà posare sul finale della sua vita: il 19 febbraio 1937, Quiroga, saputo di essere malato terminale di un cancro alla prostata, si uccide a Buenos Aires ingerendo una capsula  di cianuro.<br />
Non lasciò nessun commento, nessuna morale, o indizi, prove che potessero favorire alcuna interpretazione dall’esterno al gesto finale di quella sua vita condotta sul margine, sempre spericolata e triste.<br />
Aveva già scritto prima tutto quello che c’era di scrivere; nulla tranne il suo stile: “la bellezza, e la farsa su noi stessi…, la facoltà di presentarsi a se stessi diversamente da ciò che si pensa, e ammettere che sia possibile”.<br />
Quiroga sapeva bene che tutte le vite hanno lo stesso valore, e che in fondo ìla differenza fra gli umani e le tigri è solo una questione di cuore”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>NdR: questa è l&#8217;introduzione di Mauro F. Minervino alla traduzione della raccolta di racconti di Quiroga &#8220;Il delitto dell&#8217;altro&#8221;, a cura di Marino Magliani e Luigi Marfè, e pubblicata di recente da <a href="http://www.pellegrinieditore.com/banner-cinema.html?page=shop.product_details&amp;category_id=10&amp;flypage=bookshop-flypage.tpl&amp;product_id=1214">Pellegrini Editore, </a><a href="http://www.pellegrinieditore.com/banner-cinema.html?page=shop.product_details&amp;category_id=10&amp;flypage=bookshop-flypage.tpl&amp;product_id=1214">nella collana </a><a href="http://www.pellegrinieditore.com/banner-cinema.html?page=shop.product_details&amp;category_id=10&amp;flypage=bookshop-flypage.tpl&amp;product_id=1214">&#8220;Itaca Itaca&#8221;</a></em><em>, diretta dallo stesso Minervino </em></p>
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		<title>Liguria nomade: Magliani e Ferrazzi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Sep 2015 05:00:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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<h3><strong><em>Un padre e figlio, durante la primavera del ’73 </em>(Marino Magliani)</strong></h3>
<p>Questo era ciò che pensava. Se il padre gliel’avesse detto apertamente che così non poteva durare, che se non studiava poteva andare con lui in campagna, il ragazzo avrebbe preferito. Ne poteva nascere un discorso. Ma il padre entrava in casa e taceva.</p>
<p>Non doveva essere facile, pensava il ragazzo. Il padre portava in casa l’odore della campagna, si lavava le mani in cucina e si sedeva al suo posto. La madre serviva la pasta.</p>
<p>Un giorno il ragazzo spiegò al padre che avrebbe potuto capire che stagione era dall’odore dei suoi vestiti. Durante il tempo della falciatura, in agosto, la camicia odorava d’erba e insetti triturati. Erano le giornate lunghe e appiccicaticce in cui il padre puliva le terrazze e tutto attorno odorava di insetti spezzati. <span id="more-56323"></span>D’inverno i vestiti erano pieni di macchie viola e l’odore era quello unto delle olive, ma anche quello della corteccia dei tronchi. A giugno era l’odore del verderame e le braccia restavano azzurre anche dopo averle lavate. A volte, quando era appena stato nell’orto, il padre odorava di acqua irrigua, uno sentiva quell’odore lì ed era come se sentisse il rumore del torrente. Certe volte entrava in casa anche l’odore del concime. Succedeva durante le grandi piogge, perché se il concime si spargeva con la pioggia, il nutrimento penetrava fino alle radici degli ulivi.</p>
<p>Il padre gli aveva detto di piantarla fin dall’odore della falciatura. Ma il ragazzo aveva continuato e dopo un po’ il padre aveva spinto il piatto in mezzo al tavolo e s’era alzato.</p>
<p>Il ragazzo aveva elencato ancora decine di odori, perché ne sapeva molti altri, come l’odore del letame quando si piantavano le patate, o quello della legna tagliata, a novembre, quando il padre entrava in casa con la camicia a quadretti gialla sporca di segatura. Il padre aveva sbattuto la porta e il figlio aveva continuato a elencare gli odori alla madre. I passi del padre s’erano allontanati nervosamente giù per la gradinata, la portiera si era aperta e richiusa, l’auto s’era avviata.</p>
<p>Il ragazzo aveva chiesto alla madre cos’aveva detto o fatto di male. La madre era rimasta qualche istante a guardare i piatti, e aveva sorriso.</p>
<p>«È stanco,» disse. Era come per dire che non era successo nulla. Mise la frutta sul tavolo, guardò il ragazzo che aveva infilzato una mela, e aggiunse:</p>
<p>«Però non gli dici niente…»</p>
<p>«Che cosa non gli dico? Parla, per favore,» disse il ragazzo.</p>
<p>«Ti racconto una cosa ma non gliela dici.»</p>
<p>«Promesso, non gli dico niente.»</p>
<p>«Da ragazzo lo prendevano un po’ in giro con gli odori, in tempo di guerra si nascondeva in un cunicolo… Non vuole che gli parlino di odori…» Non aggiunse altro, non era necessario. Il figlio aveva capito, abbassò le palpebre e annuì.</p>
<p>«Come facevo a saperlo?»</p>
<p>La madre cambiò discorso.</p>
<p>«Potresti riprovare, iscriverti di nuovo a settembre… qualche mese e poi decidi. Non fare come tuo padre… Che per aver mollato la scuola è finito in campagna.»</p>
<p>«Non doveva sbattere la porta… Doveva dirmelo, doveva dirmi guarda che da ragazzo mi prendevano in giro perché puzzavo e allora io non gli avrei più parlato di odori… Mi ha sempre parlato della guerra, mi ha sempre detto tutto, che si nascondeva nei cunicoli, perché non mi ha detto che non aveva piacere a parlare di odori…»</p>
<p>«Te l’ha detto: finiscila, ti ha detto.»</p>
<h3><em> </em></h3>
<p>&nbsp;</p>
<h3><strong><em>I miei luoghi dell’anima </em>(Riccardo Ferrazzi)</strong></h3>
<p>&nbsp;</p>
<p>Passo la maggior parte dell’anno in un paesino poco distante da Savona, ma per me la Liguria è ancora tutta da capire. Paolo Conte, che è di Asti, l’ha detto benissimo:<em>Genova per noi/ che siamo gente di campagna/ e abbiamo il sole in piazza rare volte/ e il resto è acqua che ci bagna/ Genova – dicevo – è un’idea&#8230;/ come un’altra.</em>Insomma: qui sono straniero, lo so.</p>
<p>Un modo per capire la natura di un paese è osservare la sua cucina tipica, e la cucina del savonese è fatta di primi piatti, minestroni, frittate. I secondi, quando ce n’è, sono di pollo o di coniglio. Al mercato, i banchi dei formaggi straripano di tome e tomini. Che strano! Il mare è lì a due passi ma il pesce è una rarità. I ristoranti sulle spiagge appestano l’aria con l’odore del fritto, ma i totani sono surgelati e le cozze arrivano da Taranto. Qui non si fa né il cappun magro né il caciucco. A Savona si mangia la farinata.</p>
<p>Non è assurdo che da queste parti non esista una ricetta di pesce tipica? (Salvo la<em>buridda</em>, che però si fa con lo stoccafisso. E anche questo è un bel paradosso: mangiare stoccafisso in riva al mare!).</p>
<p>Eppure è così: sulla riviera di Ponente il Piemonte è tracimato fin sulle spiagge. Il sogno dei duchi di Savoia di avere uno sbocco al mare si è realizzato con secoli di ritardo, quando ormai non serve più. Per distinguere i liguri-liguri dai liguri-piemontesi bisognerebbe appostarsi davanti a un’edicola e censire chi compera La Stampa e chi il Secolo XIX.</p>
<p>Il mio problema è che sono più straniero di loro. Ho impiegato anni per abituarmi ai</p>
<p>ritmi placidi della Liguria e ancora adesso ho degli attacchi di frenesia che trovo difficile sfogare. In compenso, quando torno a Milano non reggo più il ritmo. Sono diventato straniero dappertutto; non sono più lombardo, non sono ancora ligure, e non mi sento a casa né qui né là. Però quando sto in Liguria e riesco a entrare in sintonia con il paesaggio mi sembra di rivivere. Basta poco. Basta un raggio di sole.</p>
<p>Per tanti anni sono venuto in Liguria solo in agosto, senza capire, praticamente senza vedere. Capivo tanto poco che dai venticinque ai quaranta non sono più venuto: mi divertivo troppo a lavorare. A quei tempi il lavoro mi portava in giro per il mondo e sembrava assicurarmi tutta la varietà che volevo. Anche quello era un modo per ammalarsi di frenesia.</p>
<p>Il ricondizionamento è stato lungo e faticoso. Ero mentalmente abituato alla Liguria estiva e nei giorni in cui non splendeva il sole mi sentivo defraudato. Poi ho cominciato ad apprezzare la tramontana che pulisce l’orizzonte, il profumo dei pinastri dopo un’ora di pioggia, i colori gialli e lilla delle prime fioriture, il sapore dolciastro dei corbezzoli selvatici.</p>
<p>&#8230;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p class="nessuno-stile-paragrafo nessuno-stile-paragrafo-override-4"><em>I due racconti (quello di Riccardo Ferrazzi è l&#8217;inizio di un testo più lungo) sono tratti da &#8220;<span class="no-style-override-3">Liguria Spagna e altre scritture nomadi&#8221;, pubblicato da <a href="http://www.pellegrinieditore.com/banner-cinema.html?page=shop.product_details&amp;category_id=10&amp;flypage=bookshop-flypage.tpl&amp;product_id=942">Luigi Pellegrini Editore</a> (2015), nella collana &#8220;Itaca Itaca&#8221;, curata Mauro Francesco Minervino, e con prefazione di Giuseppe Panella.<br />
</span></em></p>
<p><em><strong> </strong></em></p>
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