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	<title>piazza Tahrir &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Egitto o morte &#8211; Il desiderio e la strategia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Sep 2013 22:01:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
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		<category><![CDATA[egitto]]></category>
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					<description><![CDATA[di Marco Alloni I. Adesso bisogna decidere da che parte stare. La politologia – penso all’ultimo encomiabile numero di Limes dedicato all’Egitto, ma anche ai vari saggi proposti sull’argomento – spiega il passato. Ma il futuro lo decide la forza. E il presente è guerra. Bisogna decidere da che parte stare. In tutti i sensi. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di <strong>Marco Alloni</strong></p>
<p style="text-align: justify;">I.</p>
<p style="text-align: justify;">Adesso bisogna decidere da che parte stare. La politologia – penso all’ultimo encomiabile numero di Limes dedicato all’Egitto, ma anche ai vari saggi proposti sull’argomento – spiega il passato.<br />
Ma il futuro lo decide la forza.<br />
E il presente è guerra.</p>
<p style="text-align: justify;">Bisogna decidere da che parte stare. In tutti i sensi. Se stare con una colpa o con l’altra. Se stare con un crimine o con l’altro. Se stare con questi o stare con quelli. Entrambi cattivi.<br />
Perché i buoni non hanno più voce in capitolo. E forse si sono solo illusi, in questi primi due anni e mezzo di rovente primavera, di averla avuta.</p>
<p style="text-align: justify;">Chi sono i buoni? Nella tragica e meravigliosa favola intitolata Rivoluzione egiziana i buoni sono il popolo egiziano. Non importa di quale schieramento, di quale ideologia, di quale partito. Non importa nemmeno di quale fede o orientamento politico. Sono il paradosso di una Storia coniugata grazie a essi e votati all’absentia dalla cronaca.<br />
Ci sono, e c’erano, i buoni islamisti. Ci sono, e c’erano, i buoni laici. E che ci piaccia o no ci sono, e c’erano, i buoni <em>fulul</em>. E persino i buoni militari. E persino i buoni poliziotti.<br />
In questa favola – Rivoluzione egiziana, atto primo secondo e terzo – che si proponeva di cambiare la Storia, esistono infatti due trame e forse addirittura due narratori diversi: da una parte la trama del Desiderio, dall’altra la trama della Strategia.<span id="more-46345"></span></p>
<p style="text-align: justify;">La prima trama aveva personaggi fiabeschi la cui azione era orientata dalla luce. Alcuni con la barba, altri senza, alcuni con la zebiba e altri senza. Alcuni persuasi che l’Islam fosse la soluzione (Al-Islam huwa al-hal) o l’Islam politico conciliabile con la democrazia, e altri persuasi che la democrazia possa coniugarsi soltanto, perché la verità non esiste, con la laicità.<br />
Stavano e stanno su due fronti opposti. Ma appartengono al popolo. Sono lo stesso popolo.</p>
<p style="text-align: justify;">La seconda trama aveva personaggi meno cristallini. Meno ingenui, meno chimerici, forse più reali. Certamente più propensi alla Realpolitik che al sogno. Certamente più inclini alla Storia che al Mito. La loro azione avveniva nell’ombra, il loro fine non era dichiarato, il loro strumento era la Forza.</p>
<p style="text-align: justify;">Entrambe le trame prevedevano o pretendevano un’agnizione finale. La prima – quella del Desiderio – pretendeva il lieto fine onirico dell’interesse generale. La seconda – quella della Strategia – pretendeva il lieto fine, pragmatico, dell’interesse particolare.<br />
La favola intitolata Rivoluzione egiziana era stata ideata dai primi. Un narratore sconosciuto nella Storia araba, vissuto nelle retrovie di un silenzio rancoroso, aveva inaugurato un nuovo filone letterario: la letteratura dello Stato di diritto. Il suo modello di riferimento era idealmente il Saggio sulla libertà di John Stuart Mill. Il suo orizzonte morale la rappresentatività, l’equipollenza dei poteri e la giustizia sociale. Era il narratore che riportava alla ribalta internazionale, dopo secoli di sudditanza, la dignità egiziana.<br />
A fronte di sessant’anni di letteratura di regime tale nuovo filone si era posto l’ingrato compito di proporre una letteratura del popolo, di dare voce a tutte le correnti letterarie tacitate per decenni, di essere espressione di una collettività negletta e trascurata.<br />
Nel suo soprassalto creativo aveva portato alla luce un intero firmamento di poetiche e stili: il nasserismo, il salafismo, il liberalismo, il comunismo, il fratellismo. Sorgevano, dalle viscere del Paese, ben più radicate di quelle che la sociologia chiama lo Stato profondo, scuole e orientamenti fra i più disparati: il gruppo 6 Aprile, la Rivoluzione continua, il movimento Kefeya, il movimento Tamarrud, la costellazione dei partiti salafiti, le diverse diramazioni della Fratellanza musulmana, i gruppi dissidenti, il neo-Wafd, il partito Al-Ghad e decine di altri gruppi.<br />
Sembrava una nuova epoca. Persino i manifesti avevano risonanze insolite. “Muslim masihy id wahda” (Musulmani e Cristiani una cosa sola). “El-gheish wal-shaab id wahda” (L’esercito e il popolo una cosa sola). L’unica voce bandita dai nuovi vocabolari era quella che aveva cadenzato le opere della sudditanza: “Diktaturyya”.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi la Storia è andata come è andata. La trama del Desiderio è diventata un sottotesto e la trama della Strategia ha preso il sopravvento. I critici più navigati, e gli analisti più spregiudicati, hanno potuto pontificare, con rassicurante spirito di Sisifo: “Il popolo era solo un’illusione. A manovrare la Storia sono i giochi di potere”. Lo sappiamo. Ma non è detto che la partita sia alla sua ultima mano.</p>
<p style="text-align: justify;">Un anno e mezzo di interregno militare, con il maresciallo Mohammad Hussein Tantawy a reggere le fila di una replica spuria del faraonismo mubarakiano, ha affossato le aspirazioni popolari. E un anno di governo Morsi tradito le istanze della rivoluzione. La favola Rivoluzione egiziana sembra tornata sugli scaffali della letteratura infantile, i personaggi del sogno rientrati nel sogno e i signori della Realpolitik riapparsi a reggere le redini del racconto.<br />
Finché quel libro magico che aveva incantato tutti – anche le diplomazie occidentali, anche il musulmano Barack Obama, anche la baronessa Ashton – si è improvvisamente spezzato in due parti. E tutti i personaggi che avevano animato la favola del Desiderio hanno dovuto decidere&#8230; da che parte stare.</p>
<p style="text-align: justify;">Perché in mezzo non rimaneva più spazio, se non per la codardia e la sterilità del pacifismo. Piacesse o non piacesse ai media internazionali e alla baronessa londinese, piacesse o non piacesse al paladino della diplomazia ad oltranza nonché premio Nobel della Pace Mohammad El-Baradei, piacesse o non piacesse al popolo laico moderato o al popolo islamista moderato, piaccia o non piaccia, oggi, a Emma Bonino e al gandhismo da salotto, la favola del Desiderio era stata cancellata.</p>
<p style="text-align: justify;">Al suo posto – con gongolante soddisfazione dei politologi – sembrava tornata in auge la vecchia favola, risaputa e indomabile, della Strategia e del Male. Una favola che è riemersa nella sua inequivoca perentorietà malgrado la volontà della porzione maggioritaria del popolo a tutto aspirasse tranne che a questa delusione. Perché i nuovi personaggi sono ancora deboli, disorganizzati, dilettanteschi. E perché del loro Desiderio importa solo a loro stessi. Gli interessi in gioco nella favola della Strategia ovunque mirano tranne che alla democrazia, e chiunque sono inclini a sostenere tranne il popolo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma il fatto bizzarro è che i luminari della politologia, che potremmo chiamare i novelli filologi della Realpolitik, a loro volta sembrano rassegnarsi a tutto tranne all’idea che questa nuova entità chiamata popolo rivoluzionario, o popolo di Tahrir, o semplicemente popolo egiziano, sia e continuerà a essere – malgrado le malizie dell’empirismo e i trionfalismi del senno di poi – non già un semplice depositario della chimera o il risibile illuso della favola del Desiderio, ma un nuovo protagonista nella Storia mediorientale.</p>
<p style="text-align: justify;">I politologi non fanno sconti. Non cedono al sentimento. Figuriamoci, adusi alla speculazione come sono, se cadono nella trappola della passione. L’Egitto lo guardano dal satellite, i più arditi dal balcone del Semiramis.<br />
E gli umori della piazza, la sottile metamorfosi antropologica subita e voluta dagli egiziani, li relegano tra la concessioni al romanticismo. Eppure, di fronte al mutarsi della favola in tragedia, pur lesti nell’efferatezza della filippica, non spiegano per quale indicibile ragione il Desiderio del popolo dovrebbe sottrarsi alla tentazione della violenza, all’aut aut fra una scelta e il suo contrario.</p>
<p style="text-align: justify;">“I militari sono un ritorno al passato, alla reazione, all’ancièn régime”. Benissimo, inchiniamoci alla lucidità delle categorie. “La piazza è composta da dilettanti disorganizzati, correnti divise su tutto e contestatori senza pathos propositivo”. Benissimo, pieghiamoci al disincanto analitico. “I Fratelli musulmani sono stati democraticamente eletti ma hanno rivelato una plumbea vocazione dittatoriale”. Benissimo, accogliamo la formula della resa.<br />
Ma allora? In questa tabula rasa delle tentazioni impronunciabili, a parte gli alieni, chi si salva?</p>
<p style="text-align: justify;">Questo la politologia non lo dice.<br />
Perché la logica dell’analisi strategica, la filologia e forse la filosofia della Realpolitik, prevede che a partire da una determinata impasse l’ineluttabilità della scelta, la drammaticità morale ed esistenziale del dovere di schierarsi – e peggio ancora l’inesorabile aut aut fra una colpa e l’altra e una violenza e l’altra, fra un cattivo e l’altro e un Male e l’altro – non rientri nelle sue competenze. Sopravanzi la sua ragion d’essere.<br />
Rigore questo che, fatti i debiti distinguo, equivale a quel perbenismo di maniera secondo cui l’engagement di un Jean-Paul Sartre è prima un atteggiamento politico che umano. Quando è vero invece – se l’antropologia e la cultura hanno ancora voce in capitolo in questo tentennamento della Storia – che il popolo di Tahrir è molto prima un popolo umano che un popolo politico.<br />
E un popolo umano, semplicemente, di fronte al proprio destino non può non schierarsi.</p>
<p style="text-align: justify;">II.</p>
<p style="text-align: justify;">Certo, questa favola spezzata in due – militari da una parte e islamisti dall’altra – si può anche decidere di non volerla più leggere, e di attendere che qualcuno continui a scriverla al posto nostro. Si può anche decidere, come il noble signor El-Baradei, che sia un libro diseducativo che vada chiuso prima di esserne contaminati.<br />
Si può anche decidere che non rappresenti affatto l’unico libro possibile ma la variante decadente della versione classica degli eroi positivi, e che tra una trincea e l’altra vada innalzata la bandiera bianca del dissidente: il dialogo e la diplomazia come araldi della Storia bella.<br />
Si può poi anche scoprire che questa che alcuni chiamano “codardia”, e altri “disfattismo”, e altri ancora “tradimento del popolo”, sia viceversa celebrata dalle cancellerie e dai media occidentali come spirito democratico. Come vocazione alla pace, come intransigenza democratica. E che il Bene possa trionfare nella sospensione della Storia.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma allora delle due l’una: o la legione dei dialettici ci spiega come sia possibile dialogare quando – ecco l’impasse impronunciabile, ecco l’insopportabile tentennamento della Storia – le strategie in gioco hanno sopraffatto la logica del Desiderio, e alle profferte di dialogo avvicendato de facto la logica delle armi; oppure ci spiega per quale ragione all’impossibilità di un dialogo bisognerebbe rispondere con l’utopia dell’Attendismo, gli strumenti di una Diplomazia inservibile e gli alchimismi che trasmutano la pusillanimità in Etica.</p>
<p style="text-align: justify;">Altrimenti saremmo a un altro romanzo ancora. Che chiamare d’appendice è persino lusinghiero. Titolo: Il sesso degli angeli. Autore: L’Integerrimo. Filone: L’arte per l’arte.<br />
Lo stesso romanzo in cui, a un determinato capitolo particolarmente toccante, si legge:<br />
“Qualora Hitler bombardasse Londra, si consiglia a Sir Churchill di inviargli un aeroplanino di carta con un fermo rimprovero di non farlo mai più e la preghiera di cedere a miti consigli. Eventualmente chiosando con un perentorio: Uffa!”</p>
<p style="text-align: justify;">III.</p>
<p style="text-align: justify;">A meno che (e siamo alle solite) se le forze di polizia americane sgombrano Occupy Wall Street con la violenza va bene; se Erdogan sgombera piazza Taksim con altrettanza violenza va bene; se per deporre Gheddafi si usano le contraeree francesi e si proteggono i ribelli dal cielo con gli F14 va bene; se si annienta Al-Qaeda mandando ossimoriche missioni armate di pace in Afghanistan va bene; se si spodesta Saddam Hussein con l’indefettibile pretesto di inesistenti armi di distruzione di massa, mandando un intero Paese al macero, va bene; ma se la violenza è perpetrata dall’esercito egiziano non va più bene.</p>
<p style="text-align: justify;">Come a dire: o le bombe sono così intelligenti che solo gli intelligenti si rendono conto che sono stupide, o l’opinione pubblica internazionale è così stupida che solo quando la stupidità è appannaggio degli occidentali va chiamata intelligenza. E soltanto quando la violenza è appannaggio degli arabi va chiamata violenza.<br />
Qualcuno potrebbe suggerire: a quale pièce dell’assurdo pensate di farci assistere?</p>
<p style="text-align: justify;">[&#8230;]</p>
<p>*</p>
<p>Da &#8220;Il desiderio e la strategia&#8221;, il primo capitolo di <em>Egitto o morte: il golpe che non era un golpe e la coscienza sporca dell&#8217;Occidente</em> (2013), un e-book di Marco Alloni (scaricabile <a href="http://www.bookrepublic.it/book/9788866261407-egitto-o-morte/" target="_blank">qui (bookrepublic)</a> o <a href="http://www.amazon.it/gp/product/B00EVAXHHI/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&#038;camp=3370&#038;creative=24114&#038;creativeASIN=B00EVAXHHI&#038;linkCode=as2&#038;tag=bamaulion-21" target="_blank">qui (Amazon)</a>).</p>
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		<title>Non chiamateli ragazzi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 Nov 2011 07:30:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[Barbara Teresi]]></category>
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		<category><![CDATA[piazza Tahrir]]></category>
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					<description><![CDATA[[A piazza Tahrir si combatte ancora. Ho chiesto a Barbara Teresi un pezzo sugli avvenimenti di questi giorni. Si scusa con me, via email, della sua scrittura a caldo, colma di passione. Ma certe volte la passione serve, eccome. G.B.] di Barbara Teresi “Noi sogniamo un paese in cui ci sia giustizia sociale e loro [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/folla-in-piazza2.png"><img fetchpriority="high" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/folla-in-piazza2.png" alt="" title="folla in piazza" width="298" height="222" class="alignleft size-full wp-image-40843" /></a>[<em>A piazza Tahrir si combatte ancora. Ho chiesto a Barbara Teresi un pezzo sugli avvenimenti di questi giorni. Si scusa con me, via email, della sua scrittura a caldo, colma di passione. Ma certe volte la passione serve, eccome.</em> G.B.] </p>
<p>di <strong>Barbara Teresi</strong></p>
<p>“Noi sogniamo un paese in cui ci sia giustizia sociale e loro sognano un paese in cui portare avanti i loro interessi personali. Il nostro sogno è un paese in cui ci siano sicurezza e libertà e il loro sogno è una nazione governata dalle forze dell’ordine. Il nostro sogno è la dignità umana, il loro i tribunali militari che processano i civili. Il nostro sogno è un paese governato da persone corrette e preparate, il loro è un paese governato da generali. Il nostro sogno è nato negli anni ’70, ’80 e ’90. Il loro è nato negli anni ’30. Il nostro sogno diventerà realtà, il loro finirà nella pattumiera della Storia”. <span id="more-40839"></span><br />
Farida, classe 1992, è poco più di una bambina. Il 21 novembre, mentre in piazza Tahrir è in atto una carneficina, posta questo messaggio su Facebook. Scrive dalla piazza, dove si trova con tutta la sua famiglia, e in quelle poche righe riesce a condensare lo spirito e gli ideali dei “ragazzi di Tahrir” impegnati a scrivere una nuova pagina in quella che è la Storia della loro rivoluzione. E centra perfettamente il punto, Farida, raccontando quanto siano irrimediabilmente lontani e contrapposti gli alfabeti in cui si esprimono le due parti in gioco: il Consiglio Supremo delle Forze Armate (SCAF) da una parte, le giovani generazioni con il loro sogno democratico dall’altra, in quella che sembra essere una battaglia decisiva, una resa dei conti finale tra lo SCAF, che in teoria starebbe guidando il paese in questa fase di transizione, dopo le dimissioni di Hosni Mubarak, e i “rivoluzionari” (thuwwàr, così si definiscono i giovani di piazza Tahrir), che non ci stanno a farsi strappare di mano la loro rivoluzione da quell’esercito che in questi mesi ha mostrato il suo vero volto, chiarendo di non avere alcuna intenzione di lasciare il potere, procrastinandone sempre più la transizione a un governo civile e mostrando più volte il pugno di ferro contro gli oppositori.<br />
Quella contro cui si battono oggi i rivoluzionari di Tahrir è la controrivoluzione con la quale il regime tenta di mantenersi in piedi, gattopardescamente, e di superare indenne o quasi il ciclone delle richieste di cambiamento in senso democratico che all’inizio di quest’anno si è abbattuto sul governo trentennale di Mubarak. A capo del consiglio militare, infatti, c&#8217;è il generale Tantawi, già ministro della difesa sotto il regime Mubarak. Da tempo, fin da subito dopo le dimissioni di Mubarak, i rivoluzionari di Tahrir ne chiedono le dimissioni. Per tutta risposta nei mesi scorsi lo SCAF non ha esitato ad abusare del proprio potere e a mostrare il pugno di ferro, rendendosi responsabile di vere e proprie carneficine (come quella del 9 ottobre a Maspero) e di migliaia di arresti di civili processati da tribunali militari. Proprio contro quest’ultima pratica si sono concentrati nei mesi scorsi gli sforzi degli attivisti che non accettano i processi militari a civili. Ha suscitato molto scalpore in particolare l&#8217;arresto, che risale a più di venti giorni fa, del blogger e noto attivista Alaa Abdel Fattah, simbolo e anima della rivoluzione di gennaio, che si è rifiutato di essere processato militarmente e per questa ragione si trova tuttora in cella. Arrestando lui il Consiglio delle Forze Armate ha voluto probabilmente lanciare un monito ai &#8220;ragazzi di Tahrir&#8221;.<br />
Così venerdì scorso la piazza si è di nuovo riempita, per chiedere le dimissioni di Tantawi, ma non solo. Le richieste della piazza sono precise, lucide, coerenti e per nulla ingenue o naif come si potrebbe pensare. Si chiede il passaggio immediato dei poteri dalla giunta militare a un esecutivo civile che guidi il paese fino alle elezioni presidenziali; di abolire i processi marziali ai civili; di far processare da corti civili i responsabili delle violenze degli ultimi giorni e dei mesi scorsi; di abbandonare i privilegi che fanno dell’esercito egiziano una casta potentissima non solo politicamente, ma anche economicamente (l’esercito controlla settori chiave dell’economia egiziana, tra cui quello del petrolio). Quest’ultimo punto è il nodo centrale che ha scatenato questa nuova protesta, dopo la presentazione di una bozza di emendamenti costituzionali che mirano a rinsaldare il potere dell’esercito, negando ogni possibilità di controllo sia sul bilancio che sull’operato delle forze armate.<br />
A chi parla di una seconda rivoluzione egiziana, i ragazzi di Tahrir rispondono che no, non si tratta di una seconda rivoluzione, stanno solo portando a compimento la prima. I messaggi su Twitter si rincorrono mentre piazza Tahrir e le vie circostanti si presentano come un teatro di guerra. Ma è, ancora una volta e ancor più della volta scorsa, una guerra ad armi impari, in cui ragazzi disarmati, o al massimo armati di pietre, affrontano gli uomini delle forze dell’ordine decisi a reprimere con ferocia, nel sangue, le proteste di quei giovani. Ma la piazza non ha più paura, e la violenza inaudita delle forze dell’ordine non è sufficiente a convincere i manifestanti ad abbandonare Tahrir. Sanno di rischiare la vita, ma restano lì. Mentre di minuto in minuto giungono notizie drammatiche riguardo al numero di morti e feriti, i ragazzi a Tahrir si annotano sul braccio, a penna, il numero di telefono di famigliari o amici per poter essere identificati in caso di morte. Una ragazza scrive su Twitter “Abbiamo tutto da perdere e tutto da vincere”, parole che mi fanno ripensare al testo di una bellissima canzone di De Gregori, <em>La Storia siamo noi</em>. Quei ragazzi sanno che la posta in gioco è molto alta, che si tratta di difendere la rivoluzione di gennaio, di fare in modo che tutto quel che è stato fatto finora non sia stato fatto invano. Non vogliono sentir parlare di compromessi con il regime militare e sono disposti a pagare in prima persona, anche con la propria vita, per veder realizzato il loro sogno di democrazia, di libertà e giustizia sociale.<br />
Piazza Tahrir è di nuovo quella sorta di città nella città che era stata durante i 18 giorni a cavallo tra gennaio e febbraio scorsi. Ci sono diversi ospedali da campo e la virtuosissima macchina della solidarietà si è rimessa in moto. C’è gente che va in piazza solo per offrire il proprio aiuto, ci sono medici e infermieri, un servizio di ambulanza vero e proprio e uno improvvisato per trasportare i feriti in motorino al più vicino punto di assistenza, si organizzano collette per comprare medicine e generi di prima necessità, si dona il sangue per le trasfusioni. Si cerca anche di scherzare, per quanto possibile in una situazione così drammatica. Qualcuno scrive su Twitter che l’Egitto è l’unico paese in cui i giovani non temono la morte, ma hanno paura di dire ai loro genitori che stanno andando a Tahrir.<br />
Ancora una volta, in piazza ci sono tutti, ragazzi e ragazze, cristiani, musulmani, comunisti, anarchici, liberali, islamisti, famiglie intere, anziani, bambini. E nel frattempo la rivolta infiamma anche molte altre città egiziane. Mentre scrivo, il generale Tantawi fa il suo discorso alla nazione. Spiega che l’esercito sta solo proteggendo il popolo egiziano e guidando la transizione democratica, non ha alcuna intenzione di governare il paese e le elezioni presidenziali verranno anticipate a Giugno 2012. Chi ha seguito da vicino i fatti di febbraio, ha la netta impressione del déjà vu: il discorso retorico e ipocrita di un carnefice che ha tante morti sulla coscienza e non si assume alcuna responsabilità per il sangue versato da tanti giovani innocenti. Un discorso cui, ancora una volta, la piazza risponde con un perentorio “Irhal!”, vattene.<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/harara.png"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/harara.png" alt="" title="harara" width="550" height="305" class="alignnone size-full wp-image-40841" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/harara.png 550w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/harara-300x166.png 300w" sizes="(max-width: 550px) 100vw, 550px" /></a><br />
Ed è che indietro non si torna. A chi in occidente si chiedeva, all’indomani dalla caduta di Mubarak, se quella rivoluzione sarebbe veramente servita a cambiare le cose, chi conosce da vicino l’Egitto e i protagonisti di questa battaglia ha sempre risposto che sì, il cambiamento c’è stato eccome, a prescindere poi dal se e dal quando se ne vedranno i frutti. Una democrazia non si costruisce dall’oggi al domani. Il cammino sarà inevitabilmente lungo e impervio, ma un cambiamento c’è stato, ed è sostanziale, ed è sotto gli occhi di tutti: la gente non ha più paura di reclamare i propri diritti ad alta voce, di combattere e perfino di morire per poter vivere un giorno in un paese migliore. Quelli che si trovano in piazza adesso sono gli stessi ragazzi che hanno dato il via alla rivoluzione di gennaio. Non si sono mai fermati, hanno continuato per tutti questi mesi a portare avanti le loro battaglie, non hanno mai mollato quella piazza e dimostrano di non essere disposti ad abbassare la guardia, ad accontentarsi di soluzioni di compromesso. Dimostrano di essere pronti a rioccupare piazza Tahrir ogni volta che sarà necessario. È questa la rivoluzione, questo il vero cambiamento. In un paese che da mezzo secolo vive sotto regimi militari e subisce a testa bassa ingiustizie e vessazioni di ogni tipo, la generazione dei ventenni di oggi insegna ai propri genitori e al paese intero a non aver più paura, ad alzare la testa, a reclamare dignità umana e giustizia sociale. E dà al mondo intero che sta a guardare un’inedita, tanto semplice quanto efficace, lezione di democrazia. Il simbolo della battaglia di questi giorni è Ahmed Harara, un giovanissimo dentista, la cui storia ha commosso il paese e in questi giorni sta facendo il giro del web: negli scontri del 28 gennaio Ahmed aveva perso un occhio e sabato scorso ha perso anche l’altro, ma lungi dal lasciarsi scoraggiare, ha dichiarato: “Meglio vivere cieco nella dignità, che vedere e vivere umiliato”.<br />
Più di trenta i morti, martiri della libertà. Circa duemila i feriti. Indietro non si torna, ovunque porti questo secondo capitolo della rivoluzione.<br />
Di certo non mancano determinazione e coraggio, ai rivoluzionari di Tahrir.<br />
E per piacere, non chiamateli ragazzi.</p>
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		<title>&#8220;Rivoluzione&#8221; è femminile</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 Jul 2011 06:30:38 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Gianni Biondillo Forse Veltroni in Africa dovrebbe andarci per davvero, anche per evitare strafalcioni. In un suo articolo sulla Stampa, nei giorni più cruenti della repressione poliziesca, aveva scritto che in piazza erano sì tutti giovani, ma tutti maschi. “Indice di comunità che negano diritti fondamentali e protagonismo alle donne.&#8221; Ne parlo con Barbara [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/donna-tahrir.jpg"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/donna-tahrir.jpg" alt="" title="donna tahrir" width="412" height="239" class="alignnone size-full wp-image-39553" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/donna-tahrir.jpg 412w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/donna-tahrir-300x174.jpg 300w" sizes="(max-width: 412px) 100vw, 412px" /></a></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Forse Veltroni in Africa dovrebbe andarci per davvero, anche per evitare strafalcioni. In un suo articolo sulla Stampa, nei giorni più cruenti della repressione poliziesca, aveva scritto che in piazza erano sì tutti giovani, ma tutti maschi. “Indice di comunità che negano diritti fondamentali e protagonismo alle donne.&#8221;  Ne parlo con Barbara Teresi, palermitana che vive da anni al Cairo. Dalla finestra di casa sua si vede Piazza Tahrir, il cuore pulsante della rivoluzione. “Le donne c&#8217;erano” mi dice, infervorandosi. “Donne di ogni età e di ogni estrazione sociale. Giovani, adulte, anziane, musulmane velate e non, cristiane, donne col velo integrale e ragazze alla moda occidentale, giornaliste, bloggers, attiviste, popolane analfabete, scrittrici famose, madri con bambini in braccio.” <span id="more-39552"></span><br />
In fondo basterebbe guardare i video su you tube girati in quei giorni dai ragazzi della piazza per rendersene conto: si vedono ragazze che protestano, sollevano cartelli e bandiere, arringano le folle armate di megafono, inventano slogan. E con un coraggio leonino ancora più ammirevole di quello maschile, specie se teniamo presente della brutale sbirraglia egiziana, solita praticare la molestia sessuale come mezzo di intimidazione. Dovremmo perciò celebrarle queste ragazze. La notte fra il 2 e il 3 febbraio, quando i cecchini sparavano indistintamente sulla folla, le donne c’erano, prosegue Barbara. “C&#8217;era anche la mia amica Nazly Hussein, insieme a sua madre” entrambe attiviste per i diritti umani. “C&#8217;erano anche madri con i loro bambini. Quella notte Nazly ha visto morire un sacco di gente e, com&#8217;è comprensibile, era sotto shock.”<br />
La rivoluzione egiziana ha avuto le sue eroine: Asmaa Mahfouz, attivista ventiseienne, tra gli organizzatori della manifestazione del 25 gennaio che dato inizio a tutto, Amira Shahin, conduttrice del telegiornale di stato, che, come riferisce il Time, ha rifiutato di raccontare bugie progovernative dallo studio televisivo, dando le dimissioni per poi raggiungere la piazza dei rivoltosi. Mi chiedo quanti dei nostri telegiornalisti si comporterebbero così, da noi.<br />
Dunque perché sminuire il ruolo femminile nella rivoluzione? Forse per un nostro preconcetto occidentale che ha un’idea semplificata di quel mondo in realtà complesso e incredibilmente dinamico, in divenire?<br />
Nehal, velata guida turistica che parla un italiano commuovente, lei che l’Italia non l’ha mai vista, mi porta a visitare le meraviglie della Cairo islamica. Da sunnita convinta reputa eretico il messaggio inciso nella pietra secoli fa nel chiostro della moschea sciita di Ibn Tulun. Ma ama l’arte ed è tollerante. Molto meno, a  dir la verità, nei confronti delle donne completamente avvolte di nero. “Il Corano non ci chiede di coprirci così. Non è fede questa, è fanatismo.”<br />
La nostra ossessione, da qui, lo sappiamo, è il velo. I nostri politici sembrano sempre pronti a combattere una crociata per scoprire il capo di queste donne, per denudarle, liberarle dal giogo. Eppure mentre ora giro per il Cairo mi accorgo di incontrare ragazze vestite nei modi più differenti.  “Dipende tutto dalla classe sociale, dallo stile di vita, dal grado di cultura e dal tipo di istruzione ricevuta” mi dice Barbara. “L&#8217;inspiegabile ossessione che l&#8217;occidente ha sviluppato nei confronti del velo, in realtà non è applicabile all&#8217;Egitto. Qui le musulmane possono scegliere di indossarlo o meno. E di indossarlo su una palandrana o su jeans elasticizzati e maglia aderente. Io ho amiche che lo portavano e poi hanno deciso di toglierlo e viceversa.” Concentrarci su un particolare in fondo ci serve per differenziarci da loro, crederci più moderni, più evoluti. Non che la società egiziana non sia intrisa di maschilismo, ma vogliamo forse credere che quella italiana non lo sia? Le donne in Egitto coprono ruoli pubblici, nelle università, nel mondo del lavoro, ma esattamente come da noi non raggiungono mai i vertici del potere. Ci somigliamo più di quanto vogliamo ammettere.<br />
Tranne che in situazioni culturalmente arretrate è più il comune senso del pudore che copre le donne cairote che una oppressione coercitiva. “Le donne egiziane non accetterebbero mai, come invece le italiane, di essere considerate alla stregua di mortadelle” mi dice Barbara. “Ma in privato col maritino indossano certa biancheria intima che uno non si aspetterebbe mai.” In effetti girando per Khan el-Khalili ho visto esposta lingerie da far arrossire. Se la vendono vuol dire che qualcuno la acquista!<br />
È sempre il corpo delle donne l’indicatore del benessere di un popolo. La sua emancipazione implica l’emancipazione dell’intera società. Lady Mubarak &#8211; forse con paternalismo, forse con lungimiranza &#8211; aveva portato avanti una battaglia meritevole, quella contro la piaga millenaria della escissione della clitoride, che ha dato i suoi frutti in una legge del 2008 che la vieta. L’usanza, è bene ricordarlo, non è di natura religiosa, la praticano, oggi di nascosto, indifferentemente islamici e copti. Però, come mi confermano le amiche cairote, negli anni la situazione sta cambiando, in positivo. La scolarizzazione (ancora troppo bassa nelle campagne) e il generale progresso sta facendo la differenza. “Io conosco una famiglia che ha fatto mutilare la figlia più grande che adesso ha una trentina d&#8217;anni” mi dice Barbara, “ma non la piccola, di circa 23 anni, perché il fratello maggiore, allora studente, si è opposto alla decisione dei genitori.”<br />
E poi c’è internet. E il porno. Giorgia, romana giramondo, mi racconta della sua domestica, che, analfabeta e tradizionalista, ha organizzato un matrimonio al figlio per salvarlo dalla sua ossessiva visione quotidiana di video porno. Con la moglie per un po’ la cosa ha funzionato, poi il ragazzo si è rituffato nelle perversioni della rete. “Ma tu che ce l’hai” ha chiesto alla mia amica la donna, pudica, riferendosi senza citarlo all’organo del piacere, “che cosa si prova?” Il dubbio e la conseguente coscienza di una violazione perpetrata sul proprio corpo, in fondo, è il primo passo. Sembra strano dirlo, ma vuoi vedere che si può arrivare ai diritti della persona e alla democrazia, in questa nazione giovane, in bilico fra tradizione e tensioni innovative, <em>anche </em>passando dalla più greve pornografia? </p>
<p>[<em>pubblicato su</em> Vita, <em>1 luglio 2011</em>]</p>
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		<title>Diario di una rivoluzione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 28 May 2011 09:57:40 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[[Youssef Rakha è nato al Cairo nel 1976. È un intellettuale poliedrico: giornalista, fotografo, poeta, scrittore e blogger. È autore di cinque raccolte di racconti brevi, due diari di viaggio, un libro di poesie e un romanzo pubblicato di recente dalla casa editrice Dar el-Shouruk. L&#8217;ho conosciuto qualche giorno fa, al Cairo. Ho chiesto a [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/RakhaYoussefportrait.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/RakhaYoussefportrait.jpg" alt="" title="RakhaYoussefportrait" width="171" height="224" class="alignleft size-full wp-image-39163" /></a> [Youssef Rakha è nato al Cairo nel 1976. È un intellettuale poliedrico: giornalista, fotografo, poeta, scrittore e blogger. È autore di cinque raccolte di racconti brevi, due diari di viaggio, un libro di poesie e un romanzo pubblicato di recente dalla casa editrice Dar el-Shouruk. L&#8217;ho conosciuto qualche giorno fa, al Cairo. Ho chiesto a Barbara Teresi &#8211; &#8220;cairota di Palermo&#8221; &#8211; di tradurre per noi queste pagine pubblicate da Youssef sul suo blog <a href="http://yrakha.wordpress.com/">the arabophile</a>. Raccontano della rivoluzione di gennaio. Ringrazio Youssef e Barbara per il regalo. <em>G.B.</em>]</p>
<p><strong>25, 28</strong><br />
di <strong>Youssef Rakha</strong></p>
<p>Mi è stato chiesto di scrivere un pezzo a proposito dei recenti avvenimenti che hanno scosso l’Egitto. Il mio sarà un resoconto personale prima di qualunque altra cosa. Ho visto gente morire, ho visto gli assassini, e ho visto cronisti – tra cui anche conoscenti o colleghi &#8211; mentire spudoratamente su tutto questo. Inevitabilmente, questa sarà solo una piccola fetta di quella che credo diventerà la principale epopea del popolo egiziano per i decenni a venire.<br />
[…]<br />
<span id="more-39162"></span><br />
<em>Martedì 25 Gennaio</em><br />
<em>Maidan</em>, il termine egiziano per &#8220;piazza&#8221;, in origine significa arena o campo di battaglia, e durante l&#8217;ultima settimana di gennaio molti di coloro per i quali Maidan al-Tahrir è diventata una casa o una seconda casa, ispirandosi in parte al testo di una nota canzone degli anni ‘70 del cantautore della dissidenza Sheikh Imàm Eissa, inizieranno a chiamare la principale piazza del Cairo moderno semplicemente il <em>Maidan</em>:<br />
&#8220;Il coraggioso è coraggioso, il vigliacco è vile / Forza, uomini coraggiosi, andiamo nell&#8217;arena&#8221;.<br />
Nel giro di una quindicina di giorni, il luogo in cui migliaia di giovani egiziani si sono riuniti, contrariamente a ogni aspettativa, si sarebbe irrevocabilmente trasformato in un luogo della memoria, un luogo storico.</p>
<p>Passando dalla piazza o sentendone parlare, la gente inizia a pensare che forse &#8220;sta succedendo veramente&#8221;, e a unirsi alla protesta. Volti e voci sono increduli, ma è tutto vero: per la prima volta, a un evento politico il numero dei manifestanti è di fatto maggiore rispetto al numero delle truppe di polizia della Sicurezza Centrale pronte a limitare i movimenti dei manifestanti o a sottometterli con la forza; per una volta un evento politico si svolge all&#8217;aperto, in uno spazio centrale, e va avanti per tutto il giorno e fino a notte.<br />
Naturalmente, da Sabato 29 gennaio, Tahrir si sarebbe trasformata in un <em>Maidan </em>in tutti i sensi.</p>
<p>La Sicurezza Centrale è un corpo di polizia militare usato dal Ministero dell’Interno per scopi più o meno equivalenti a quelli della polizia antisommossa. Famigerati per la loro violenza sconsiderata, in genere sono soldati di leva dell&#8217;esercito provenienti da ambienti provinciali della classe operaia (meno legalmente, di solito sono anche impiegati al servizio delle famiglie degli ufficiali di polizia, per comprare generi alimentari per la signora o portare i bambini a scuola servendosi del furgoncino d’ordinanza). Diretti da comandanti fedeli al regime, quelli della Sicurezza Centrale fanno ciò che gli viene detto e, insieme alle complicazioni giuridiche in cui si può incappare anche per una protesta pacifica, alla legge d’emergenza (che in pratica permette ad ogni membro della polizia di arrestare e detenere a tempo indeterminato qualsiasi cittadino), e al rischio di un possibile intervento della famigerata Sicurezza di Stato (in borghese, altamente qualificati e praticamente autonomi), fino al 25 gennaio sono stati un valido deterrente per chiunque pensasse di scendere in piazza a protestare.<br />
Eppure adesso niente di tutto questo trattiene più la gente, migliaia e decine di migliaia di persone, dal gremire Tahrir. E tutto ciò in risposta a un appello che a quanto pare circolava su internet chiamando alla solidarietà nel “giorno della collera”?</p>
<p>La manifestazione iniziale è stata annunciata sulla famosa pagina Facebook &#8220;We Are All Khaled Saìd&#8221; (il nome fa riferimento a un giovane che ha perso la vita mentre veniva barbaramente picchiato da due poliziotti per le strade di Alessandria, senza accusa, il 6 Giugno 2010). La pagina è stata creata da un ragazzo di buona famiglia (per usare l&#8217;espressione egiziana classista “<em>ibn nas</em>”, “figlio di famiglia”), benestante e con contatti a livello internazionale: un prodotto dell&#8217;economia globale e di quel genere di istruzione in ambiente protetto che produce genietti dell’informatica coscienziosi e ben intenzionati. Nato nel 1980, Wael Ghoneim è il marketing manager di Google per il Medio Oriente. Domenica 30 gennaio è stato rapito dalla Sicurezza di Stato e detenuto, bendato, in isolamento segreto fino al Lunedì successivo, quando ha fatto una potente apparizione sulla tv satellitare egiziana.<br />
Per molti mesi la sua pagina Facebook “Siamo tutti Khaled Saìd” ha lavorato liberamente, di concerto con altri quattro movimenti online – il Movimento 6 aprile, i Giovani per la Giustizia e Libertà, Hshd e il Fronte popolare per la libertà – così come con la Campagna al-Baradei, con i Fratelli Musulmani (che manterranno un profilo mirabilmente basso pur svolgendo un ruolo molto significativo per la sopravvivenza della comunità di Tahrir) e con il partito Fronte Democratico.</p>
<p>La manifestazione è stata indetta, con un’ironia straordinariamente poetica, in concomitanza con la Festa della Polizia, una festa nazionale che commemora un grande atto di eroismo da parte delle truppe della polizia egiziana assediata dalle forze britanniche a Ismailiyya, alla vigilia della rivoluzione del 1952, poi risoltasi in un colpo di stato.</p>
<p>Io sono tra quella maggioranza di persone che pensano che il 25 gennaio non succederà nulla, ma verso sera anch’io faccio fatica a trattenere le lacrime. Ci sono chiari segni di vita nel corpo morto da tempo della mia città: c’è una partecipazione politica che muove dalla pura forza di un anelito alla giustizia, e non è guidata da nessun (inevitabilmente sospetto) programma politico. È sincera, è civile, è ordinata, ed è – e anche questo ha contato molto per me – fresca.</p>
<p>Quella sera lascio Tahrir verso le 11:30. La gente canta, regge cartelli, sta seduta in cerchio sull&#8217;asfalto. Sono per lo più giovani, e laici. Persino le guardie della Sicurezza Centrale, con il sorriso sulle labbra, canticchiano lo slogan più popolare, adottato dalla rivoluzione tunisina: <em>ish-shaab yurìd isqàt an-nizàm</em> (il popolo vuole far cadere il regime). Un gruppo di manifestanti circonda un giovane in quella che sembra essere un’accesa discussione, e alla fine hanno la meglio su di lui e gli tolgono di tasca delle pietre. &#8220;Chiunque lanci una pietra è uno di loro&#8221;, dice un ragazzo indicando le forze di sicurezza che stazionavano in una delle vie d’accesso alla piazza, &#8220;non uno di noi&#8221;.</p>
<p>Fuori da Tahrir, il traffico procede normalmente; nell’aria c’è un senso di pericolo e di eccitazione. La zona intorno a Piazza Tahrir è blindata, ma per il resto il traffico procede più o meno come al solito. Sono appena giunto a casa quando vengo a sapere che la Sicurezza Centrale, disperando ormai di poter riuscire a disperdere i manifestanti intenzionati a passare la notte a Tahrir, li ha attaccati con lacrimogeni, pallottole di gomma, proiettili, manganelli e furgoni blindati. Un mio amico si è beccato 63 pallini di gomma e almeno cinque dei miei amici (tra cui anche due scrittori affermati) sono stati brutalmente picchiati; nei due giorni a venire ci sarebbero stati moltissimi arresti, più o meno brevi, specialmente dalle parti della Corte Suprema, vicino al Sindacato dei Giornalisti e a quello degli Avvocati.<br />
Verso l’una di notte il <em>Maidan </em>è più o meno vuoto, e sebbene qui e là le manifestazioni continuino, e nonostante giungano da Suez notizie di violenti scontri (guidato da Alessandria e dal Cairo, tutto il paese è in rivolta), nei due giorni successivi sembra che le proteste siano un po’ state messe a tacere.<br />
Ma non è affatto finita.</p>
<p>***</p>
<p>Martedì 1 Febbraio, quando un milione di persone, con la protezione dell’esercito, fonda la città virtualmente indipendente di Tahrir – una comunità pienamente funzionale e demograficamente variegata la cui popolazione, nel momento in cui scrivo, non è mai scesa sotto i 30.000 “abitanti” da Sabato 29 gennaio – è ancora molto lontano.<br />
Nel momento in cui scrivo, le manifestazioni pro &#8211; Mubarak, ripetutamente annunciate da allora, sono andate in fumo quando è divenuto chiaro che erano puntualmente composte da soggetti criminali e uomini della polizia; non erano guidate dalla volontà popolare, bensì dalla ragion di stato e da interessi commerciali. Nel momento del bisogno, una dittatura decennale fa affidamento sulla povertà, la subordinazione e l’ignoranza che ha coltivato così a lungo, ma le bugie non possono fare molta strada una volta che la barriera della paura è stata abbattuta. Già Martedì, la gente che è stata nel <em>Maidan </em>sente di star respirando un’aria più pulita, tanto che qualcuno si domanda se ciò non sia da attribuire al fatto che il numero di veicoli nella zona si è drasticamente ridotto.</p>
<p>***<br />
<em>Venerdì 28 gennaio</em><br />
Tra i tanti, diversi tipi di fumo che ho sperimentato sul mio corpo, forti abbastanza da provocare una significativa alterazione dello stato mentale, ora ce n’è uno in più in grado di darmi dei flashback: quello dei gas lacrimogeni. Per chi non l’ha mai provato, se inalato in una certa quantità, ha un effetto ferocemente disorientante. Sensazioni di bruciore su tutto il viso sono accompagnate da una temporanea incapacità di respirare, e gli occhi – già obnubilati – sembrano riflettere gli spasmi d&#8217;agonia della vittima. Può essere d’aiuto della coca-cola sugli occhi, oppure cipolla o tessuto imbevuto d’aceto sul naso. Ricordo di aver visto, quel giorno, almeno trenta giovani gridare, in piedi o distesi sulla schiena, chiedendosi se erano sul punto di morire. La solidarietà tra i manifestanti è stata immediata e assoluta, e tra i commenti più toccanti che ho sentito, scambiati negli androni dei palazzi, c’era un continuo: &#8220;Niente panico, basta non andare in panico. Dura solo cinque minuti&#8221;.</p>
<p>Venerdì 28 gennaio, con le connessioni internet e le linee telefoniche mobili completamente interrotte in tutto il paese, mi sono diretto alla più antica moschea d&#8217;Egitto, la Moschea Amr, nella città vecchia, da dove, dopo la preghiera collettiva, sarebbe partita una delle tante manifestazioni in programma per questo “Venerdì della Collera” (io personalmente lo chiamerei “Venerdì della Liberazione”, ma non è questo il punto). Eravamo in quattro, tutti scrittori, in metropolitana. Prima di arrivare a Mar Girgis, le due ragazze hanno indossato il velo, poi ci siamo separati. All&#8217;ingresso abbiamo chiesto a un ragazzo dove fosse la sezione femminile. &#8220;Non lo so&#8221;, ha risposto, con una luce strana negli occhi. &#8220;Questa è la prima volta che vengo qui&#8221;.</p>
<p>Quello sguardo, la disperata determinazione che esprimeva, quell’essere pronto a tutto, meno che al suicidio, pur di produrre un cambiamento, quel suo comunicare silenziosamente tutto questo, superando le distinzioni di classe, di background culturale e persino di orientamento politico: quello sguardo rimarrà senza dubbio una delle esperienze più significative della mia vita.</p>
<p>Per quasi mezz’ora ci siamo sorbiti il sermone del Venerdì, che tentava di persuaderci a desistere dal commettere atti sediziosi, perché se le nostre sacrosante richieste non vengono accolte su questa terra, allora dobbiamo attendere la ricompensa nell’aldilà. L’<em>amen</em> che segue ogni richiesta è stato quasi del tutto impercettibile quando l’imàm ha pronunciato il nome di Mubarak. Non sapevamo se l’invito a scendere in piazza sarebbe stato accolto da un numero sufficiente di persone, ed eravamo nell’impossibilità di verificarlo. Io sono laico, sono un musulmano non praticante, e tuttavia ho pregato devotamente e ho fatto tutto il possibile per avvicinarmi a Dio.<br />
Non appena terminata la preghiera, ecco che dal punto più profondo della moschea si è alzato il suono incoraggiante di centinaia di voci che gridavano gli slogan all’unisono, mentre la gente altrove si affrettava a unirsi al blocco di persone che si andava rapidamente formando e che si sarebbe allontanato da lì come un tutt’uno: gli islamisti, gli attivisti per i diritti umani, i coscienziosi geni del computer.<br />
Quando il corteo ha raggiunto la strada principale, io e il mio amico avevamo perso di vista le nostre compagne, e gli uomini della Sicurezza Centrale stavano già perentoriamente sparando gas lacrimogeni. Noi abbiamo finito per ritrovarci separati dal nostro gruppo di intellettuali e attivisti, e quando il corteo ha lasciato Masr al-Qadima, la città vecchia, eravamo per lo più tra gente della classe operaia, persone comuni che sfilavano in corteo cantando gli slogan adottati in tutto l&#8217;Egitto, evitando la violenza della Sicurezza Centrale, cercando, di tanto in tanto, di frenare le reazioni violente, condividendo bevande gassate con cui ci spruzzavamo gli occhi per ridurre l&#8217;effetto dei gas lacrimogeni, condividendo acqua, sciarpe, il cibo c&#8217;era, e le sigarette, e aiutando a soccorrere i feriti, sempre invitando i manifestanti a non disperdersi.</p>
<p>A Masr al-Qadima ho visto ragazzine di 15 anni non istruite, ma così coraggiose da affrontare gli uomini della Sicurezza Centrale faccia a faccia, gridando &#8220;Abbasso Mubarak&#8221;; ho visto un meccanico dare una gomitata a un suo amico, dicendogli: &#8220;Per caso sei del Sudafrica, tu? Perché non ti unisci a noi?!&#8221;; ho visto donne anziane dare una pacca sulla spalla ai manifestanti, mormorando: &#8220;Dio vi conceda la vittoria&#8221;. Poi il mio amico e io, dopo esserci fermati in un caffè in cui al-Jazeera stava trasmettendo rassicuranti notizie provenienti da tutta la città, abbiamo deciso di dirigerci verso il centro. Erano le 2:00 del pomeriggio.    </p>
<p>L&#8217;idea era quella di camminare, attraverso Ain al-Sirah e Majra al-&#8216;Uyun, verso via Qasr al-Aini e quindi verso Tahrir, dove – avevamo saputo – la battaglia principale era già cominciata e dove la Sicurezza di Stato stava impiegando anche idranti, oltre a tutto il resto. Non sapevamo che per il semplice fatto di attraversare a piedi questa arteria avremmo dovuto impiegare il resto della giornata, fino a sera. Mi limiterò a citare solo due momenti di quel lasso di tempo: l&#8217;arrivo in fondo a via Qasr al-Aini – dove il nostro corteo si è trovato a convergere con migliaia di persone che arrivavano da Maadi – e il momento in cui, seduto accanto a me sui gradini dell’androne di un palazzo residenziale, col viso bagnato, un bambino che non poteva avere più di cinque o sei anni, ha detto: &#8220;Voglio andare a casa&#8221;. La gente si rifugiava nelle vie laterali e negli androni degli edifici, ma poi immancabilmente risbucava fuori.</p>
<p>Ore e ore. Slogan, tentativi di sconfiggere la Sicurezza Centrale, polemiche con i vicini. La vista di migliaia di giovani disarmati che si riappropriavano della strada tutti insieme, a testa alta, urlando lo slogan “<em>Enzell, enzell</em>” (&#8220;Vieni giù, vieni giù!&#8221;) mentre passavano sotto i balconi, e di persone che lanciavano loro mele e bottiglie d’acqua minerale, e di altri giovani che, toltosi il pigiama, correvano a unirsi al corteo: io morirò fiero di aver fatto parte di tutto questo.</p>
<p>Verso sera, sempre sparando proiettili di gomma e gas lacrimogeni, gli uomini della Sicurezza Centrale sono fuggiti; alcuni di loro sono poi tornati individualmente a dare la caccia ai manifestanti per le strade di Garden City, lanciando sassi, i fucili caricati con proiettili veri. La violenza era esplosa dopo che una macchina bianca con targa diplomatica aveva investito dodici persone mentre, correndo a 120 km all&#8217;ora, si era scagliata sui manifestanti, uccidendo quattro persone. Per fortuna, prima di rifugiarmi in casa di un amico a Garden City, sono riuscito a telefonare a mia madre per dirle che ero vivo e stavo bene; non le ho detto che la gente veniva uccisa a sangue freddo, mentre il presidente Mubarak faceva il suo primo, deludente discorso alla nazione, parlando della &#8220;sicurezza e incolumità dei giovani egiziani&#8221;, proprio quelli che in quel momento stava facendo uccidere pur di restare al potere.</p>
<p>Più tardi, ma non molto più tardi, avremmo scoperto che la polizia era inspiegabilmente del tutto scomparsa, e la maggior parte di noi lo avrebbe preso come un segno della nostra vittoria in una battaglia a cui avevamo preso parte senza armi. Alcuni amici sono stati investiti dal getto d’acqua di un idrante mentre pregavano sul ponte di Qasr al-Nil, o picchiati a morte, o travolti dai blindati in corsa.<br />
Ma alla fine il <em>Maidan </em>era stato interamente occupato dal popolo. Per la prima volta dal 1952 c’è uno spazio realmente pubblico al Cairo, uno spazio con una voce e una volontà. E, cosa altrettanto importante, la polizia ha subìto un’umiliante sconfitta. Credo che ricorderò per sempre la codardia e la brutalità della Sicurezza di Stato, e la determinazione dei miei connazionali.</p>
<p>Come scrittore, come giornalista, Venerdì 28 gennaio mi ha restituito la mia voce pubblica. E mi ha confermato l&#8217;esistenza di una patria e di un popolo di cui faccio parte. </p>
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