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		<title>Nuovi autismi 19 &#8211; I miei piedi</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Apr 2012 09:30:47 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/04/11/nuovi-autismi-19-i-miei-piedi/nedjarmichel_1996_darius-4/" rel="attachment wp-att-42204"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-42204" title="nedjarmichel_1996_Darius" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/04/nedjarmichel_1996_Darius3-217x300.jpg" alt="" width="217" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/04/nedjarmichel_1996_Darius3-217x300.jpg 217w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/04/nedjarmichel_1996_Darius3.jpg 581w" sizes="(max-width: 217px) 100vw, 217px" /></a></p>
<p>I miei piedi amano camminare, il che forse per dei piedi non è originalissimo. Se fosse per loro saremmo sempre in movimento. Pure a me piace scarpinare, ma più di tutto stare a letto. Io nel letto non mi limito a dormire, ma anche leggo, lavoro e faccio il malato. E siccome leggo e lavoro molto, e sono quasi sempre malato, giaccio spessissimo sdraiato. Il mio compagno di università mi chiamava Oblomov, e mia moglie un giorno mi ha confessato con le rughine tra le sopracciglia che prima di conoscermi non aveva mai immaginato che una persona potesse passare tanto tempo a letto come faccio io. I miei piedi insomma non sono tanto contenti, e qualche volta si gonfiano, soprattutto sul lato esterno e su verso le caviglie. Io allora mi lascio intenerire, e li porto a spasso. Certe volte bisticciamo, ma per molti versi ci assomigliamo: anche loro sono robusti e fragili, un po’ ottusi e ostinati, curiosi e monomani, ipersensibili e inclini allo scoraggiamento, timidi e forse un tantino paranoici. Morfologicamente sono corti e hanno il collo alto – nei negozi di calzature ho imparato che si dice così – quindi abbiamo sempre qualche difficoltà a trovare di che coprirci. Neanche parlarne di mocassini, o di quelle scarpette da ginnastica affusolate che si usano adesso, tanto per intenderci. Se la misura è della lunghezza giusta le scarpe che proviamo sono troppo strette, se la larghezza è sufficiente sono lunghissime, e questo la dice lunga sulla loro intrinseca inadattabilità. Del resto di solito ci riforniamo alle svendite, verso la fine, quando non resta quasi niente: ci adattiamo a quello che troviamo, rammaricandoci di far sempre le cose all’ultimo momento e male. Manco a dirlo mia madre s’era messa in testa che camminassi con i piedi inclinati in dentro, e allora ogni tanto mi portava da degli specialisti che mi facevano incedere avanti e indietro come si fa con le indossatrici. Non c’è affatto da stupirsi, perché lei ha sempre pensato che tutto quello che facevo non andasse tanto bene. Quel che è certo è che i miei piedi puzzavano, e i miei fratelli e i miei cugini mi prendevano in giro, e in vacanza si accapigliavano per non dormire con me. Io mi vergognavo dei miei piedi così cafoni, perché ero un po’ orgoglioso, e mi sarebbe piaciuto essere piuttosto stimato e ammirato. Qualche anno più tardi ho scoperto una polverina bianca che insufflata nelle scarpe risolveva il problema: la formicolante operosità della specie umana riesce a trovare delle soluzioni agli impicci più disparati. Per noi, io e i miei piedi, è stata uno storico passo in avanti, una vera e propria emancipazione. Poi invece a un certo punto hanno smesso di odorare, perché nella vita tutti abbiamo delle svolte inaspettate, tutti prima o poi facciamo il contrario di quello che facevamo prima. Rimangono i soliti rusticoni, ma non puzzano più. Però intendiamoci, hanno anche afflati metafisici, e amano per esempio lasciare enigmatiche impronte sul bagnasciuga, effimere ma filosoficissime impronte. Si accollano questa responsabilità con orgoglio trattenuto, con solennità, stagliandosi ieraticamente nella luce del tramonto. Purtroppo al giorno d’oggi prevale la tendenza a confinare i piedi nelle funzioni più terra e terra, e invece per capire davvero una persona bisogna partire proprio da loro. I piedi a differenza delle facce non sanno mentire, e non riescono a nascondere la ristrettezza mentale e il servilismo. I piedi delle persone libere sono fieramente aggrappati al suolo, hanno dita dritte e distanziate l’una dall’altra, sono armonici e ben equilibrati, espressivi e saggi, emanano un’innata eleganza, un irresistibile carisma. Non c’è niente di più seducente di un piede indomito, anche se tozzo, e niente di più repellente di un piede molliccio e asfittico, ombroso e meschino, marcato dalle stigmate della sottomissione e della schiavitù. Per parte mia trovo seducentissimi certi piedi, e non ho mai venerato nessuna zona del corpo femminile più di quella. Certo però che viviamo in un’epoca nella quale la superficialità infuria incontrastata: conta solo la scorza, l’immagine. Sembra quasi che i piedi servano solo a denotare lo stato sociale e le inclinazioni più futili, invece che a fare tutte le cose per le quali sono fatti. Per ottemperare stolti capricci cosiddetti estetici sono costretti a mascherarsi da nababbi, principini, tennisti, fate, streghe, pirati, cow-boy, becchini, giullari, capitani d’industria, pompieri, centauri, bambole, ballerine, olandesine. E loro si prestano al gioco, seppure a malavoglia, perché in molti casi la dignità non è il loro forte. Solo i popoli più poveri hanno ancora il buon gusto di andare in giro scalzi, come del resto – come è noto i contrari tendono spesso a flirtare &#8211; anche molti ricconi nelle loro case di lusso. Ma sono eccezioni. Io stesso, educato in un paese relativamente opulento e che da sempre officia gli dèi dei calzari, soggiaccio all’ignobile dittatura dell’etichetta e dei riti borghesi. Alla mia laurea tanto per fare un esempio ero vestito anche troppo bene, o così mi sembrava, ma indossavo un paio di scarpe consumate, e mentre ero seduto davanti ai professoroni mi dicevo che da dietro il pubblico non poteva non notare le mie scarpe scalcagnate. E quindi invece di essere fiero dei complimenti della giuria mi sentivo derelitto: la mia carriera scientifica comincia proprio bene, mi dicevo. Certo però taluni eccessi andrebbero imbrigliati. Se io fossi un implacabile despota proibirei agli uomini le scarpe a punta, soprattutto se lucide e nere, e alle donne ogni genere di calzature che produce quell’imperioso rumore di zoccoli sui pavimenti e sull’asfalto che non può non risvegliare in un qualsiasi cervello democratico risonanze funeste. Se c’è una cosa che detesto sono le donne che incedono calcando marzialmente ogni passo come un ben assestato colpo a un tamburo di una banda militare. Ma intendiamoci, anche i ticchettii ravvicinati e falsamente indifesi dei tacchetti appuntiti mi fanno venire il latte alle ginocchia, checché ne pensi Dino Campana. Quanto ai tacchi alti, con le volgarissime accentuazioni che provocano nelle sinuosità femminili, mi sembrano l’espressione del più consenziente asservimento al machismo più becero, non riesco a capacitarmi che vengano tollerati. A pensarci bene se fossi un dittatore comunisteggiante (mi vedo male come dittatore fascista) proibirei ogni sorta di tacchi. Poi però mi lascerei commuovere, perché in fondo non sarei poi così perfido, e commuterei la pena capitale in un periodo di rieducazione con calzature elastiche e silenziose, beninteso senza l’ombra di tacco. Una cosa degna di nota è che le suole delle mie scarpe si erodono solo all’estremità posteriore del tallone e in una confinata area centrale, il resto rimane come nuovo, anche a distanza di anni. Secondo mia moglie è perché i piedi degli scrittori non appoggiano tanto bene per terra. Io le ribatto che è proprio per quello che anche le loro frasi risultano un po’ sbilenche, e sono così belle. Per non parlare delle scarpe dei poeti, che non si logorano mai, perché loro la superficie terrestre la sfiorano appena, senza davvero toccarla, come certe immateriali carezze, le dico. Ma certo i miei piedi sono anche porcelloni, come tutti i piedi, e hanno trafficato anche loro sotto i tavoli, hanno fornicato, si sono appostati saldamente tra le cosce di donnacce, facendole godere, si sono incuneati negli spiragli delle porte in una temperie di grida e insulti, hanno centrato loschi sederi, hanno pestato cacche di cane, sono sprofondati nel letame, hanno imboccato sentieri che non portavano da nessuna parte, hanno schiacciato inermi lumachette: la vita è la vita. Però sono anche irrimediabilmente romantici, e amano il contatto con l’erbetta fresca costellata di margheritine, adorano i cieli stellati, amano sfiorare nei casti dormiveglia mattutini i corpi dei quali sono invaghiti. Naturalmente anche loro con il passare del tempo invecchiano e rincoglioniscono, proprio come me, forse però guadagnando pure loro in saggezza. Prova ne sia che da qualche anno in qua le scarpe le pretendono due numeri troppo grandi, in modo da starci comodi, e se ne fregano dell’ampia distesa vuota sulla punta: con l’età si capisce quali sono i valori importanti, cosa si vuole davvero.</p>
<p><em>(l&#8217;immagine: Michel Nedjar, &#8220;Darius&#8221;, 1996)</em></p>
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		<title>Tre personaggi in cerca d&#8217;amore</title>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Oct 2008 09:00:46 +0000</pubDate>
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<p>di <strong>Sergio Garufi </strong></p>
<p style="padding-left: 105px;">Nicole vive col marito Martino e la figlia Arianna in un piccolo appartamento di una casa di ringhiera. Hanno appena finito di cenare. Lui è andato nello studiolo a stampare alcuni preventivi che gli serviranno l’indomani e Arianna si è chiusa in camera sua, ha mandato un sms a un’amica di scuola e si è messa a ballare con la musica di <em>Viva la vida</em> dei Coldplay. Arianna ha 16 anni ed è innamorata di Francesco, uno studente dell’istituto alberghiero di un anno più grande di lei. Lui ha la passione della cucina, da grande vuole fare il cuoco; lei dipinge quadri astratti, legge tanto come la madre e gioca a pallavolo. <span id="more-9647"></span>Quando camminano per strada il mondo intorno non esiste, ognuno è perso negli occhi dell’altro. Nicole li chiama scherzosamente “I coniugi di Erba”, alludendo a Olindo e Rosy, gli assassini innamorati che ora sognano una cella matrimoniale. Nei lunghi pomeriggi che trascorrono assieme nella casa vuota dei genitori di lui, Arianna e Francesco sperimentano nuovi piatti e fanno l’amore. Lei gli chiede consigli sui suoi dipinti e lui le fa assaggiare i suoi esperimenti culinari. Per loro la vita è una sterminata distesa di possibilità, tutto è ancora da compiersi. In cucina Nicole sta lavando i piatti. E’ triste, si sente prigioniera di un rapporto finito. Col tempo le differenze e la mancanza di interessi comuni hanno allargato il fossato che li divide. Da anni ormai il loro letto è silenzioso, e gli occasionali tradimenti sono solo brevi ore d’aria in una detenzione di cui non vede la fine. Forse quando Arianna sarà grande, pensa, potrò andarmene, ma col suo stipendio da impiegata statale avrà sempre bisogno di un uomo col quale condividere le spese. La notte precedente, a letto nel dormiveglia, Martino ha scoreggiato rumorosamente. Per lei è stato lo sfregio definitivo, e le scuse imbarazzate e tardive del marito, sussurrate in un orecchio quando è rientrato da lavoro, le hanno solo confermato l’intenzionalità dell’atto, la volontà di ferirla. Adesso, mentre sta finendo di lavare i piatti, sogna di scappare a Parigi, la città delle mille librerie, dove si può essere poveri senza vergognarsi, dove anche l’aria che respiri è poetica. Arianna entra in cucina in quel momento, prende un bicchiere di aranciata dal frigo e avverte qualcosa nel silenzio assorto della madre con ancora le mani nel lavello. Le dice: “Mamma, perché non vai a Parigi? E’ il tuo sogno. Io e papà staremo bene, tu ci verrai a trovare spesso. Vai, che ci stai a fare qui?” Nicole la guarda e sorride. Poi si avvicina, l&#8217;abbraccia forte e piange in silenzio. Per un attimo, i loro inconsci hanno dialogato.</p>
<p style="padding-left: 105px;">Camilla domani compie 5 anni. In famiglia sono tutti orgogliosi di lei, la chiamano “il fenomeno” perché sa già scrivere e leggere, anche al computer. Lo fa sul portatile della madre, un MacBook con la copertina fucsia che accende da sola. Ha due fratelli, uno di 3 e l’altro di 7 anni. Dormono insieme nella stessa cameretta: Marco e Andrea su un letto a castello e lei su un lettino. Sono le nove e mezza di sera e la madre li invita ad andare a dormire. Camilla è nascosta dietro le tende del soggiorno, che sono un po’ scostate dalla parete. Quei 30 cm x 2 metri sono la sua casa di fantasia, uno spazio tutto per lei dove riceve e parla con amici immaginari. Quando è a letto, si spegne la luce e i suoi fratellini finalmente dormono, Camilla resta ancora un po’ con gli occhi aperti a fissare quel buio impenetrabile, e l’assale il timore che nella vita nulla esista al di fuori di lei, che sia tutto un teatro fondato sulla sua effimera presenza, una commedia che svanirà quando lei uscirà di scena. Al risveglio le càpita spesso di guardare in faccia le persone per cercare di capire se stanno recitando o meno. A scuola gioca con gli amichetti a un-due-tre-stella!, poi quando esce si accorge che ad aspettarla accanto alla madre c’è suo zio Emanuele, elegantissimo in giacca e cravatta perché appena uscito dall’ufficio. Lei è abituata a vederlo vestito sportivo, quando va in moto a trovarla la domenica pomeriggio. Ora è venuto a farle gli auguri e portarle un regalo, il portafoglio rosa delle Winx. Le dice che ormai è grande e deve avere i suoi soldini. Dentro ci sono 5 euro in monete. Lei è felice, lui la prende in braccia e la sbaciucchia sulle guance. In questo momento il mondo ha un’altra consistenza, non è più una finzione inquietante. In macchina, ritornando a casa, dice: “Mamma, che bello che è lo zio Lele, è bello come un fidanzato”.</p>
<p style="padding-left: 105px;">Prima ancora di essere il luogo dell’apprendimento, la scuola è il luogo della formazione dei ricordi e della personalità. Con Luca feci tutte le elementari e le medie, era il mio migliore amico. Poi io mi trasferii a vivere altrove con la mia famiglia e i nostri rapporti si allentarono. Altre scuole, altri paesaggi, altri amici e amori. Però ogni tanto ci si sentiva, non ci perdemmo mai di vista. Finito il turistico lui incominciò a fare il fotografo. Faceva reportage di viaggi, lavorava per i giornali più noti. Il suo passaporto era pieno di timbri di paesi stranieri, lo doveva cambiare prima della scadenza normale perché presto esauriva le pagine disponibili. Se ripenso a quando eravamo piccoli, mi rendo conto che da subito aveva manifestato quella passione. In fondo è un uomo fortunato, fa quello che ha sempre sognato. Nella sua cameretta c&#8217;era un piccolo mappamondo, di quelli che si illuminano internamente. Gli piaceva farlo girare e a occhi chiusi indicare un punto a caso del globo. Poi, aperti gli occhi, mi diceva tutto di quel paese: capitale, numero di abitanti, stati confinanti, tipo di economia. A quel tempo il mio mappamondo era il dizionario, che scorrevo con la stessa curiosità. Scrivere è stato il mio modo di viaggiare, a sei anni siamo già formati, a leggere bene c’è già tutto ciò che saremo. L’altro giorno mi è comparso fuori dal negozio. Mi guardava sorridendo col suo faccione dalla vetrina. Erano sette anni che non lo vedevo. Ora è molto ingrassato, vive a Teguise e da lì si sposta per tutti i suoi giri. Siamo andati a bere qualcosa in centro, mi ha raccontato che a maggio ha avuto un piccolo infarto, l&#8217;hanno portato all&#8217;ospedale in elicottero. Ma non drammatizza mai, lui è un ercolino sempre in piedi. Si è messo con una nuova ragazza, e io l’ho invitato a cena la sera successiva, così gli presentavo la mia. Cinzia di lui non sa nulla. Gli fa i complimenti per la scelta coraggiosa di abbandonare questa città orribile, ma non sa che vi è stato quasi costretto. Certe scelte radicali si prendono solo quando la vita ti mette con le spalle al muro. Lui era arrivato a un punto in cui non riusciva più a lavorare, si era guastato i rapporti di lavoro con tutti quelli che contano a Milano ed era pieno di debiti. E’ che è un casinista di natura, totalmente inaffidabile. Prende un impegno e non lo rispetta, dà bidoni a destra e a manca, e l’unica cosa che lo ha salvato dal naufragio totale è il suo talento cristallino. In un momento di particolare stasi del lavoro, quando tutte le porte sembravano chiuse per lui, ha approfittato di una vacanza alle Canarie per andare a trovare la sorella che ci viveva da prima di lui. Lì ha conosciuto una ragazza del posto, che faceva il medico condotto, era separata e aveva un figlio piccolo, e ha deciso di trasferirsi. I primi tempi campava realizzando cartoline e gadget vari. Mentre racconta la sua versione dei fatti, molto più edulcorata di quella che so io, lo guardo con malinconia e tenerezza. Conosco i suoi dolori, il fatto che ha perso presto entrambi i genitori e a volte si sente solo. Mi spiace che fra noi ci siano così tanti chilometri, mi spiace non conoscere casa sua, la sua nuova donna, il nuovo orizzonte che lo ha accolto. So che a quello che dice va fatta la tara, e che non saranno tutte rose e fiori, però un po’ lo invidio lo stesso, almeno lui è stato coerente anche nelle contraddizioni. Un sacco di volte, quando era qui, mi faceva incazzare, ed evitavo di vederlo pure per lunghi periodi, ma so che sono importante per lui, che nella sua vita conto, e anche se ha mille conoscenze in giro per il mondo, alla fine è me e pochi altri che cerca. Terminata la cena ci mostra le foto della sua nuova vita. Le ha sul cellulare e le riversiamo sul pc. Ci sono volti che non conosco. Ora la sua donna è una trentacinquenne di Terni, anche lei separata, incontrata mentre era in vacanza alle Canarie. Ha mollato tutto e lo ha raggiunto lì. E’ una piccolina bionda, carina, ritratta in spiaggia in topless. Hanno un furgone e lui ha realizzato una sorta di tendalino trasparente che li protegge dalla sabbia trasportata dal vento senza privarli della vista del panorama. Insieme fanno immersioni e vanno a pesca con una barca di amici. Con la ragazza precedente le cose non andavano bene, e dopo tre anni si sono lasciati. Gli dispiace per il bambino, non vederlo più, e penso che in queste separazioni chi soffre senza averne colpa è l’indotto, i parenti acquisiti e persi. Ci racconta che a Teguise sono censite 56 nazionalità diverse, tutto un mondo di naufraghi approdati in quell&#8217;isola in seguito a fallimenti sentimentali o economici. Ha una compagnia di amici cosmopolita, ognuno con la sua storia di fughe e speranze. Poco prima di uscire Luca va su Google earth, zoommando identifichiamo casa sua in mezzo a una serie di crateri vulcanici. E’ una villetta bianca isolata e circondata solo da fichi d&#8217;india. Dice che non c&#8217;è inquinamento luminoso, che a volte la sera, dopo una faticosa giornata di lavoro, lui e lei spengono le luci, si sdraiano abbracciati e stanchi su un materasso in terrazzo e si addormentano guardando le stelle.</p>
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		<title>La prima è venuta così in sonno, poi l’ho sistemata da sveglio. La terza e la quinta erano fatte così. La quarta era così. Sì, era così.</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Jul 2008 05:00:37 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Adelelmo Ruggieri Scala Ormai quasi cieco la mia visione si fece crepuscolare, inevitabilmente. Stacchi di scuro dividevano i momenti della mia vita, ma l’ascoltavo meglio così la vita. Ero un carpentiere. Avevo costruito una scala, e mentre la costruivo la salivo. Ora stavo in cima mezzo cieco, ma un po’ ancora ci vedevo. Fu [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div style="width:700px;"><span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Garamond&quot;;"></p>
<p ALIGN="center">di <strong>Adelelmo Ruggieri</strong></p>
<p ALIGN="center"><strong><big>Scala</big></strong></p>
<p><em><marquee scrollamount=9 loop=1 behavior=slide>Ormai quasi cieco la mia visione si fece crepuscolare, inevitabilmente.</marquee><br />
<marquee scrollamount=8 loop=1 behavior=slide>Stacchi di scuro dividevano i momenti della mia vita, ma l’ascoltavo</marquee><br />
<marquee scrollamount=7 loop=1 behavior=slide>meglio così la vita. Ero un carpentiere. Avevo costruito una scala,</marquee><br />
<marquee scrollamount=6 loop=1 behavior=slide>e mentre la costruivo la salivo. Ora stavo in cima mezzo cieco,</marquee><br />
<marquee scrollamount=5 loop=1 behavior=slide>ma un po’ ancora ci vedevo. Fu allora  che iniziai a capire le cose</marquee><br />
<marquee scrollamount=4 loop=1 behavior=slide>tutte quante su di uno sfondo azzurro, e l’azzurrità proteggeva</marquee><br />
<marquee scrollamount=3 loop=1 behavior=slide>l’innocenza del bianco, elideva lo scuro e l’oscuro. La scala era fatta</marquee><br />
<marquee scrollamount=2 loop=1 behavior=slide>per scendere fra i bagliori di tutti i balconi. Ero stato prudente a non</marquee><br />
<marquee scrollamount=1 loop=1 behavior=slide>gettarla via da me. Mi aspettava una barca dove non stare più straniero</marquee></em><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/azzurrita.png"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-6272" title="azzurro" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/azzurro.gif" alt="Azzurro"/></a></p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
<p><span id="more-6271"></span></p>
<p style="padding-left: 70px;"><strong><big>La scala</big></strong><br />
&nbsp;
</p>
<p style="padding-left: 70px;"><em>Quasi cieco la visione si fece crepuscolare<br />
Stacchi di scuro dividevano<br />
i momenti della vita ma l’ascoltava meglio<br />
così la vita<br />
&nbsp;<br />
</em></p>
<p style="padding-left: 70px;"><em>Era stato un carpentiere<br />
Aveva costruito una buona scala<br />
e mentre la costruiva la saliva</em><br />
&nbsp;
</p>
<p style="padding-left: 70px;"><em>Ora stava in cima, mezzo cieco, ma un po’<br />
ci vedeva e non aveva gettato via la scala da sé<br />
Ora iniziava a scenderla</em></p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 70px;"><strong><big>Rotella</big></strong><br />
&nbsp;
</p>
<p style="padding-left: 70px;"><em>Ai piedi del Monte, è lì che sorge Rotella<br />
L’attraversano un piccolo fiume e un torrente<br />
Sta da secoli lì con il nome di ora<br />
Tutt’intorno ci sono i calanchi<br />
Ci sono i vulcanelli<br />
&nbsp;<br />
</em></p>
<p style="padding-left: 70px;"><em>A sud il Monte si spezzetta, si dirupa<br />
Vi nascono ginestre</em><br />
&nbsp;
</p>
<p style="padding-left: 70px;"><em>Stiamo distesi sotto una roverella<br />
Penso ai vulcanelli di Rotella<br />
Alle ginestre</em></p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 70px;"><strong><big>Spartiacque</big></strong><br />
&nbsp;
</p>
<p style="padding-left: 70px;"><em>Sono dieci anni &#8211; anno più anno meno che conta &#8211;<br />
che giro senza sosta in questa stanza,<br />
che sposto il suo confine.<br />
&nbsp;<br />
</em></p>
<p style="padding-left: 70px;"><em>Ma quando si prova a dire di un sé non è mai lineare<br />
lo spartiacque, con le ombre di ieri in conflitto<br />
continuo, e accanto le cose quotidiane in secondo piano,<br />
in terzo, in quarto. Così via. E in tutta questa apparenza<br />
traballante i giorni a venire.</em><br />
&nbsp;
</p>
<p style="padding-left: 70px;"><em>Sono dieci anni che cammino per questa strada impervia,<br />
ed eccomi in un’ombra di porto a guardare i tuoi capelli,<br />
ad ascoltare le tue parole.</em></p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 70px;"><strong><big>Dipendenza cellulare</big></strong><br />
&nbsp;
</p>
<p style="padding-left: 70px;"><em>Ieri ho faticato forte a non chiamarti<br />
Me ne stavo lì come un adolescente compulsivo<br />
a digitare messaggi lasciati a metà<br />
&nbsp;<br />
</em></p>
<p style="padding-left: 70px;"><em>Tenevo in tasca il cellulare. Lo tenevo<br />
presente a me stesso come la mano come le dita<br />
quando da diverso tempo non stanno in azione<br />
La chiamano “dipendenza da cellulare”</em><br />
&nbsp;
</p>
<p style="padding-left: 70px;"><em>Poi mi sono detto, più forte che potevo<br />
che bisogna ammettere a se stessi sempre e per intero<br />
come stanno le cose per capirle per schiarirle<br />
e ho guardato in quella mia tribolazione<br />
a non chiamarti, l’ho chiamata “dipendenza cellulare”</em><br />
&nbsp;
</p>
<p style="padding-left: 70px;"><em>Ti chiamerò per scambiare due parole semplici allora<br />
quando i giorni a venire saranno meno incerti di ora</em>
</p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 70px;">maggio giugno 2008</p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
<p></span></div>
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