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	<title>pino daniele &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Have you seen my shoes? &#8211; Rosaria Capacchione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Jun 2012 13:57:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[teatro]]></category>
		<category><![CDATA[Fabio Fazio]]></category>
		<category><![CDATA[pino daniele]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Saviano]]></category>
		<category><![CDATA[rosaria capacchione]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img fetchpriority="high" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/06/chaussures-de-femme-282590-300x197.jpg" alt="" width="300" height="197" class="alignleft size-medium wp-image-42666" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/06/chaussures-de-femme-282590-300x197.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/06/chaussures-de-femme-282590-120x80.jpg 120w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/06/chaussures-de-femme-282590.jpg 800w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><br />
Passeggiare. Andare dal punto A, la mia casa, al punto B, la redazione del giornale. Quattromila passi, se seguivo il percorso più breve. Una sorta di tracciato a sette che prevedeva la sosta dal giornalaio, le chiacchiere con la vicina e poi oltre: il bar, il caffè con l’avvocato, lo sguardo alla vetrina del negozio di articoli da regalo. È in quel punto, proprio agli inizi di una strada che i casertani si ostinano a chiamare via Napoli, che decidevo se seguire il corso dei miei pensieri, e così proseguivo a zig-zag nelle stradine del centro, o se tirare dritto fino al lavoro. In genere quando pioveva.</p>
<p>Mi è sempre piaciuto camminare sotto la pioggia, con il cappuccio calcato sulla testa. Sono sempre stata &#8211; ero &#8211; molto brava a passare da un portone all’altro senza bagnarmi troppo. Anche quella mattina pioveva, ma scelsi ugualmente il percorso più lungo per rubare qualche minuto: alla vita, ma non lo sapevo ancora. Fino a quella mattina &#8211; quattro anni e due mesi fa &#8211; era in quello spazio mattutino che incontravo il vecchio compagno di scuola, che scoprivo la chiusura di una bottega o il palazzo nuovo senza giardini. Era allora che incrociavo qualcuno che mi diceva: stavo cercando giusto te, devo dirti una cosa. Una notizia. Il mio lavoro.</p>
<p>Non c’è niente, per la verità, nel regolamento che vieti una passeggiata. Ma il fatto è che da quella mattina ho smesso di essere una persona, indossando la divisa di «personalità sottoposta a tutela». Per indossarla bene, quella divisa, bisogna nascerci: con una predisposizione al comando, all’indifferenza per le ragioni degli altri, a conversazioni ipocrite, a surrogati di amicizie a senso unico, a una sostanziale maleducazione. Così, quando incrocio lo sguardo di chi deve proteggermi, sempre alto sulle mie spalle, sempre vigile, qualcuno al quale ho imparato a volere molto bene e che mai vorrei vedere stanco, o triste, o preoccupato; quando lo incrocio, quello sguardo, allora cambio idea. E rinuncio.</p>
<p>Non mi piace essere «una personalità», non ci sono tagliata. E a chi, ogni tanto, me lo ricorda, chiedo: appena torno a essere una persona, mi accompagni dal punto A al punto B? A piedi, senza la necessità di parlare, come vecchi compagni che non hanno bisogno di troppe parole e neppure di inutili ossequi.</p>
<p>(<em>Testo letto da Rosaria alla trasmissione <a href="http://www.youtube.com/watch?v=ipH3zpHhcEE">&#8220;Quello che non ho&#8221;</a> di Fabio Fazio e Roberto Saviano</em> )</p>
<p>E da Radio Furlèn una canzone con dedica a Rosaria <a href="http://www.youtube.com/watch?v=fGaGN3qnvcY">qui</a></p>
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		<title>Senza di te faccio la rivoluzione</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2003/04/10/senza-di-te-faccio-la-rivoluzione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[tiziano scarpa]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Apr 2003 12:45:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[pino daniele]]></category>
		<category><![CDATA[tiziano scarpa]]></category>
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					<description><![CDATA[di Tiziano Scarpa Oggi entro nel bar sotto casa a prendere un caffè e sento nell’aria una canzone. È di Pino Daniele, e non è un pezzo nuovo. Credevo di averlo già sentito e risentito, e invece stamattina le parole mi lasciano di stucco: “Perché iiio senza di te, sono un eversoree, sono un eversoree…” [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Tiziano Scarpa</strong></p>
<p>Oggi entro nel bar sotto casa a prendere un caffè e sento nell’aria una canzone. È di <strong>Pino Daniele</strong>, e non è un pezzo nuovo. Credevo di averlo già sentito e risentito, e invece stamattina le parole mi lasciano di stucco: “<strong>Perché iiio senza di te, sono un eversoree, sono un eversoree…</strong>”<br />
<span id="more-16"></span><br />
Non mi ero mai accorto che Pino Daniele cantasse una cosa del genere. Quando il disco era uscito, qualche anno fa, e lo trasmettevano alla radio, senza farci troppo caso avevo creduto che fosse la solita canzone d’amore. Invece qui si dice chiaro e tondo che senza questo immancabile “tu” , l’“io”  diventa un distruttore dell’ordine sociale. Un terrorista.</p>
<p>Quindi l’amore è una camomilla, è un bromuro, quando uno si mette in coppia si calma, perde tutta la sua irrequietezza politica e la sua voglia di cambiare il mondo. Da quel momento in poi “tiene famiglia”.</p>
<p>Gli innamorati sono tutti centristi.</p>
<p>Chi non sta in coppia lavora per la rivoluzione. E lo canta con orgoglio, lo fa risuonare in un compiaciuto ritornello: “iiio senza di te, sono un eversoree, sono un eversoree…”</p>
<p>Accidenti! Pino Daniele! Chi l’avrebbe detto, che cantava cose così?</p>
<p>Poi ascolto meglio e mi rendo conto dell’equivoco. Il testo dice: “<strong>sono neve al solee, sono neve al solee…</strong>”</p>
<p>Delusione!</p>
<p>Tutte le mie congetture si sciolgono come neve al sole.</p>
<p>Poi però cerco di inoltrarmi meglio dentro questa fesseria testuale: “Perché iiio senza di te, sono neve al solee, sono neve al solee”.</p>
<p>Senza “tu”, l’“io”  si destruttura, è una entità fragilissima che perde ogni consistenza sotto forze maggiori di lui. L’amore protegge dall’ustione devastante dell’assoluto.</p>
<p>Nella strofa, Pino Daniele si rivolge a dio: “oh signore, quante cose si fanno ancora per amore”. Il “tu” infatti non è la donna amata, che non c’è, e di cui si parla in terza persona: “oh signore, fa’ che io ritrovi lei”.</p>
<p>Allora, se quel “tu” è un dio, in questo ritornello è adombrata una <strong>teologia manichea</strong>. “Perché iiiooo senza di te, sono neve al solee, sono neve al solee”. C’è una divinità buona alla quale ci si rivolge direttamente, con la quale si ha un rapporto intimo, a cui si dà del “tu”. E questo dio è l’unica tutela e protezione da un altro dio potentissimo: non necessariamente malvagio, ma naturalmente portato a nuocere per il semplice fatto di esistere. Questo dio forse non è volontariamente cattivo, ma di sicuro è dannosissimo, irrimediabilmente deleterio: se ne sta lì sopra, annidato in un complemento di stato in luogo, nell’“al sole”.</p>
<p>È un dio al quale si resta esposti con la certezza di venirne annullati, sciolti come neve. Forse è il sole, forse è il mondo, forse è la vita: “questa vita che ti fa sentire come un gelato all’equatore”. Forse è un dio ancora più forte del primo dio “tu”, o pari a lui. Da una parte il “sole-vita”, dall’altra “tu”: i due dèi tutori e tumori dei nostri teologi cantanti.</p>
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