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	<title>poesia romena contemporanea &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Le lettere di Emil</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Mar 2014 07:30:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[Clara Mitola]]></category>
		<category><![CDATA[Claudiu Komartin]]></category>
		<category><![CDATA[Mariana Marin]]></category>
		<category><![CDATA[poesia romena contemporanea]]></category>
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					<description><![CDATA[[Ha avuto una vita breve (1956-2003) ma un ruolo molto importante in quella generazione di poeti, che si è confrontata in modo nuovo e radicale con la realtà romena durante gli ultimi anni del regime comunista. Con un brano scritto dal poeta Claudiu Komartin.] di Mariana Marin traduzione di Clara Mitola I Penso a te [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Ha avuto una vita breve (1956-2003) ma un ruolo molto importante in quella generazione di poeti, che si è confrontata in modo nuovo e radicale con la realtà romena durante gli ultimi anni del regime comunista. Con un brano scritto dal poeta Claudiu Komartin.]</em></p>
<p>di <strong>Mariana Marin</strong></p>
<p>traduzione di Clara Mitola</p>
<p>I</p>
<p>Penso a te<br />
disperso tra quelle città d’Europa<br />
dove io non arriverò mai.<br />
La Rivoluzione non è iniziata nemmeno quest’anno<br />
ma noi continuiamo ad aspettarla,<span id="more-47694"></span><br />
dicembristi tutti<br />
perché in questo dicembre<br />
ci è mancata la neve<br />
così come ci sono mancate anche le altre cose.<br />
Non più tardi di ieri sera<br />
qualcuno mi diceva<br />
che da un po’ mi manca il lirismo.<br />
Cosa avrei potuto rispondere?<br />
Io sono una poetessa di sinistra,<br />
perché da sinistra è venuta<br />
e la sensazione d’esser soffocata di miseria;<br />
e la necessità infine compresa:<br />
/ il marciume dei miei occhi malati, chiama il sangue dell’alba! /</p>
<p>Forse è vero<br />
che l’Europa ha gli occhi su di noi.<br />
Ma neanche noi la dimentichiamo facilmente.<br />
Non più tardi di adesso,<br />
quando anche i netturbini puliscono<br />
quello che si può ancora pulire,<br />
io penso a te<br />
e questo tè bollente<br />
che tengo tra le mani<br />
diventa il mio modo di resistere.<br />
E come potrei dirti con esattezza<br />
quanto è difficile?</p>
<p>*</p>
<p>II</p>
<p>Esistono disperazione e gioco<br />
in ciò che non ti dico.<br />
Una sorta di nido di ragno<br />
a cui lavoro con fatica,<br />
una sorta di epidemia medievale.<br />
Più ritirata e nascosta che mai,<br />
dovrei credere che la poesia verrà infine<br />
ad abitare qui,<br />
nelle vetuste tenute<br />
dove si tace, si tace…<br />
Se guarderai meglio<br />
vedrai le biblioteche tremare anche ora<br />
al ricordo di quelle poetesse molto sottili e molto nervose<br />
che invasero la letteratura all’inizio del secolo.</p>
<p>Dolorosamente…</p>
<p>Ed io adesso, verso la fine,<br />
metto insieme, in tranquillità, le mie carte<br />
e distruggo ogni traccia di fedeltà,<br />
ogni traccia di ciò che mi aspettavo sarebbe successo.</p>
<p>Se passerai, al Margine della Zona,<br />
forse mi riconoscerai<br />
così come gli anni sono trascorsi<br />
spalando con calma, dolorosamente…</p>
<p>*</p>
<p>III</p>
<p>Non potro mai descriverti<br />
quel momento mostruoso:<br />
ho visto la mia stessa essenza<br />
inverdire in un luogo<br />
da dove vedevo il Muro e la Legge<br />
da cui penzolavano impiccate<br />
le poesie dal becco di rubino.<br />
Ho toccato me stessa…<br />
Prova adesso a starmi accanto<br />
perché quello che ho scoperto è terribile.<br />
Tu sai che io sono tra coloro<br />
che hanno visto (e non solo sognato)<br />
i corvi massacrare un’immensa pianura d’inverno.<br />
Tu sai che posso disprezzare<br />
e posso adorare questo sacco di pelle<br />
in cui porto avanti la morte fino alla fine.</p>
<p>Però se ciò che ho scoperto<br />
è il fatto che non sarò mai<br />
un uomo libero,<br />
allora cosa farai con me?<br />
Come potrai consolarmi?</p>
<p>*</p>
<p>IV</p>
<p>Sperimentavo tutto in modo febbrile.<br />
Tutto doveva succedere – mi dicevo<br />
e al di là delle mie dolorose certezze in poesia<br />
non rimaneva nient’altro nella posa del giorno.<br />
Te lo dico, sperimentavo tutto.<br />
Dovevo scoprire quella zona fragile<br />
in cui l’immaginazione si stacca dall’esperienza.<br />
La faglia eterna in cui<br />
(inebriante, che limpidezza)<br />
ero attesa.<br />
Credevo anch’io come quel personaggio<br />
– esistito o solo immaginato da Rainer Maria Rilke –<br />
che la poesia è esperienza e meno sentimento?<br />
Sapevo che la mia memoria si accompagna<br />
ad una memoria di lettura nel tempo della scrittura.<br />
L’illuminazione però si realizza da sola<br />
e non deve essere confusa con la redenzione.<br />
Forse per questo il poema all’inizio si rivelava<br />
in un innaturale rallentamento della respirazione<br />
dopo il quale si perdeva in quelle città d’Europa<br />
in cui io non arriverò mai.<br />
Ed io cercavo di resistere,<br />
di resistergli,<br />
con le mani rattrappite in una dolorosa assenza.</p>
<p>L’illuminazione non deve essere confusa con la redenzione.</p>
<p>*</p>
<p>V</p>
<p>A Meyrling, dici,<br />
alle soglie di un suicidio imperiale,<br />
mentre a Torida da molto non c’è più la neve<br />
e sui muri delle case si sono inverditi scheletri freddi<br />
incatenati, uno all’altro.<br />
Così anche noi, uno dall’altro,<br />
ci nasconderemo presto in fosse<br />
scavate da altri e non sotto la neve.<br />
Lì ci faremo a pezzi l’anima<br />
e il nostro bel cervello<br />
fino a quando non ci saremo più<br />
(ah, non ci saremo più)<br />
quei giunchi molte volte creduti anche pensanti.<br />
A Meyrling, dici,<br />
mentre a Torida da tempo io non sono altro<br />
che il gioco di questa chimera<br />
che mi scava negli occhi il destino da talpa.</p>
<p>A Meyrling,<br />
alle soglie di un suicidio imperiale.</p>
<p>A Torida, ti ricordo,<br />
suicidio di un cervello ai margini dell’impero</p>
<p>sotto la terra sempre più lucida</p>
<p>quando il marciume dei miei occhi malati<br />
è mangiato dai porci nel sangue dell’alba.</p>
<p>(1982)</p>
<p>*<br />
<strong><br />
Poeti, pittori, prosatori</strong></p>
<p>(il poema d’amore più bello del mondo)</p>
<p>La sensazione che tutto ristagni – lo dicevi anche tu.<br />
Ce ne stiamo come le patate germinate<br />
del pittore Ion Dumitru;<br />
stipati nell’atelier,<br />
vittime della stessa malattia,<br />
ad aspettare di essere contemplati<br />
dall’occhio esperto della realtà<br />
dalle sue tasche strapiene.<br />
Come loro, bacoviani di certo,<br />
poeti, pittori, prosatori;<br />
coscienze intorpidite qua e là<br />
alcolizzati timidi solitari<br />
e tuttavia così vicini<br />
che potrei sentir vibrare nell’aria<br />
la futura pagina scritta e bruciata,<br />
l’ultimo colore assorbito dalla tela.<br />
Il sentimento che tutto è morto e siamo paralizzati;<br />
che nell’anima sono apparsi scoli e topi;<br />
che suppuriamo con fermezza e zelo allo stesso tempo;<br />
che ci è trapiantato tutto direttamente nel subcosciente,<br />
direttamente nel nervo ottico.<br />
– Temi la parola poeta – mi gridavano<br />
da molto i miei istinti primari.<br />
Lei è una sorta di domicilio forzato.<br />
Da lì non puoi tornare mai più tra gli uomini.<br />
La sensazione che tutto ristagni – lo dicevi anche tu.<br />
E di colpo abbiamo smesso di amarci<br />
perché tutto,<br />
proprio tutto,<br />
ci era avverso</p>
<p>suppurando con fermezza<br />
direttamente nel subcosciente.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Poema sull’assenza</strong></p>
<p>I giorni e i nostri poemi sull’assenza.<br />
Ci siamo costruiti l’utopia con difficoltà.<br />
Ci siamo detestati fino al codice genetico<br />
durante la costruzione.<br />
Abbiamo lavorato con bisturi, orgoglio ed umiltà.<br />
Ci siamo avvicinati sempre di più<br />
al corpo tempestoso della luce<br />
che ora giace sotto le nostre palpebre arrossate<br />
(sola e tremendamente assente).<br />
Ma stamattina è un’altra.<br />
Ed io, che porto in una memoria quasi viva,<br />
quasi palpitando d’emozione,<br />
i segni delle altre mattine annegate nel terrore,<br />
io procedo (e sembra in sogno)<br />
verso il più dimenticato dei luoghi; il roseto<br />
delle pagine d’altri libri in costruzione.<br />
Qui la mattina è altra.<br />
Forse più vera,<br />
più vicina al senso,<br />
al luogo della nascita e della morte.<br />
Forse l’ultima.<br />
Sola e tremendamente assente.</p>
<p>°</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/03/Marin.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-47709" alt="Marin" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/03/Marin-300x187.jpg" width="300" height="187" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/03/Marin-300x187.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/03/Marin-80x50.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/03/Marin.jpg 400w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/03/Marin-163x103.jpg 163w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>Poesie tratte da <em>Zestrea de aur / La dote d&#8217;oro</em>, traduzione di Clara Mitola, Pavesiana, 2013.</p>
<p>Si legga <a href="http://www.orizonturiculturale.ro/it_poesia_Mariana-Marin.html">un altro intervento</a> su Mariana Marin di Clara Mitola.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b> </b></p>
<p><b><i>La follia di gustare le rose*</i></b></p>
<p>di <strong>Claudiu Komartin</strong></p>
<p><i>È stata la migliore della sua generazione</i>, mi ha detto una volta di Mariana Marin una grande signora della poesia romena, Ileana Mălăncioiu, una delle più apprezzate e verticali scrittrici di letteratura d’oggi, dandomi così conferma di una convinzione che alle volte ho creduto soggettiva.</p>
<p>La poesia di Mariana Marin riesce ancora ad emozionare e a creare quella sensazione di limpidezza e verità che solo i buoni poeti d’ogni epoca hanno saputo dare, Quando altri poeti (in generale, da un po’ di tempo, più giovani di me), in diverse occasioni, hanno riletto <i>La dote d’oro</i>, antologia apparsa solo sei mesi prima della sua brusca e inaspettata scomparsa, le reazioni sono state sempre entusiaste: quanto sarebbe piaciuto a Madi vedere giovani poeti così curiosi di leggere ancora, di scoprire <i>La mutilazione dell’artista in gioventù</i>, <i>Gli atelier</i> o <i>Una guerra di cent’anni</i>.</p>
<p>Di spirito avventuroso e bohémien (sebbene il suo essere bohémien, per quanto ne so, fosse più che altro una soluzione esistenziale in un mondo sordido e chiuso in sé), Mariana Marin non è stata in prima battuta depositaria di uno spirito di controllo civile. Non ha parlato e non avrebbe mai potuto parlare da una pulpito in nome di tutti gli altri, degli oppressi e degli sconfitti. Tutta la sua poesia è un manuale di sopravvivenza, non necessariamente legato ad un’epoca di “pensieri imprigionati”, ma ad un universo di traumi personali e fantasmi latenti. “A volte, la mostruosità e qualcosa che viene dall’interno” scriveva in un poema della raccolta di debutto. La sua poesia appassionata e soggettiva non procede sui binari della disperazione collettiva, non è – nell’epoca in cui i giovani poeti avevano come obiettivo principale quello di entrare nel cuore del reale, la poesia del quotidiano – una patetica lamentela, ma la testimonianza estremamente personale di una creatura che si vede strappata via e gettata lontano dalla realtà della propria esistenza.</p>
<p>Dopo dieci anni dalla sua scomparsa, credo ancora che la morte di Mariana Marin abbia lasciato un vuoto assai difficile da riempire – tanto nelle vite dei suoi amici, quanto soprattutto nella poesia romena di oggi. Nessuna poetessa successiva (e pochissime prima di lei) ha più scritto così bene e in modo così <i>autentico</i>, attenta all’accordo irreprensibile tra la fatalità dell’ingegno e la scelta morale che ci mette di fronte alla verità, al coraggio e alla dignità. Tra gli<em> Optzecişti</em>, pur con tutto il rammarico di una tale osservazione, Mariana Marin sembra abbia fatto parte di quei pochi poeti paragonabili, per il livello di consapevolezza, moralità e talento, ai poeti dissidenti dell’URSS oppure ai “nuovi barbari” polacchi degli anni ’70 e ’80. La dimostrazione sta ne <i>Gli atelier</i>, le poesie che scrisse alla metà degli anni ’80 e apparse nel 1990, e che le avrebbero concesso, tradotte in francese, una breve carriera in occidente. Ma anche nella poesia post rivoluzionaria, che non ha tralasciato nulla dell’orrore dei tempi in cui la poetessa, insieme al nostro mondo incerto e instabile, ha attraversato. Solo un uomo e poeta di tal fatta sarebbe riuscito (come Virgil Mazilescu prima di lei) a conciliare così a lungo i disagi enormi provocati dalla malattia, dall’angoscia, dagli impulsi autodistruttive, con quella lucidità saturnina che può fare del poeta una torcia.</p>
<p>[* Dalla <em>Prefazione</em>]</p>
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