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	<title>politica &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>La ley del cammino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 Nov 2019 06:20:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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					<description><![CDATA[Questo discorso è stato tenuto al Congresso del Partito Socialista Ticinese nel 2018. Mi pare che valga ancora e ben oltre i suoi confini geografici. Ho chiesto all&#8217;autore di poterlo quindi riproporre su Nazione Indiana. L&#8217;originale si trova qui:  http://www.ps-ticino.ch/care-compagne-cari-compagni-discorso-fabio-pusterla/ (f.m.) di Fabio Pusterla Discorso per il congresso del Partito Socialista, Arbedo 18 novembre 2018 Care [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Questo discorso è stato tenuto al Congresso del Partito Socialista Ticinese nel 2018. Mi pare che valga ancora e ben oltre i suoi confini geografici. Ho chiesto all&#8217;autore di poterlo quindi riproporre su Nazione Indiana. L&#8217;originale si trova qui:  </em>http://www.ps-ticino.ch/care-compagne-cari-compagni-discorso-fabio-pusterla/<em> (f.m.)</em></p>
<p><strong>di Fabio Pusterla</strong></p>
<p><em>Discorso per il congresso del Partito Socialista, Arbedo 18 novembre 2018</em></p>
<p>Care compagne, cari compagni,</p>
<p>ho pronunciato quattro parole, o meglio due, declinate al femminile e al maschile, e sono già costretto a fermarmi. Queste due parole sono state a lungo, per più di un secolo, una formula ovvia d’apertura, dietro la quale tutti potevano capire una realtà comune e almeno entro certi limiti chiara. Ma oggi è ancora così? Io ne dubito, e penso che questa formula nota a tutti oggi forse ponga qualche problema, e chieda di essere interrogata seriamente. Tutto il mio breve intervento sarà dunque basato sugli interrogativi sollevati da queste due parole così importanti e oggi così incerte.</p>
<p>Tanto per cominciare: ci siamo davvero ancora reciprocamente “cari”?  E cosa vorrebbe dire “cari”? “Aver caro qualcuno” vorrebbe dire, e questo è il significato che la parola porta con sé da secoli, e anzi da millenni, salendo a noi almeno dall’epoca latina, riconoscerne il valore, la preziosità, e provare una forma di affetto, di tenerezza, persino di amore. Da “caro” deriva del resto il concetto importante di “carità”. Allora: è questo che proviamo reciprocamente: un senso di preziosità, di affetto che ci unisce al di là delle differenze e delle divergenze? Una comune carità? Tutti noi sappiamo benissimo che la storia della sinistra è una complessa dialettica di unità e frantumazione; e che, entro certi limiti, proprio questa effervescenza ideologica ha a lungo costituito una grande ricchezza e un grande serbatoio di idee e di energie. Ma in certi momenti storici, di solito contrassegnati da una particolare difficoltà, come quello che stiamo affannosamente vivendo, le divergenze hanno preso il sopravvento; le rivalità oscurato la coscienza della comune carità; le ambizioni individuali o di parte annichilito la dimensione ideale. Il mondo in queste epoche è spazzato da un vento cupo e nero, lo stesso vento di cui ha parlato recentemente Igor Righini in uno suo articolo, e di cui oggi sentiamo la presenza quotidiana, nel piccolo della nostra realtà, ma anche allargando lo sguardo: dal Brasile di Bolsonaro all’Italia di Matteo Salvini, dall’America di Trump alla Turchia di Erdogan, quasi da ogni dove giungono le raffiche gelate di questo vento, e, come nella pagina iniziale del grande romanzo di Emile Zola, <em>Germinale</em>, la strada davanti a noi sembra aprirsi <em>dritta come un molo nel buio accecante delle tenebre.</em> Ma intanto che il vento infuria e le tenebre si infittiscono, cosa fa la sinistra? A volte, come dimentica di sé e di ciò che sta accadendo, litiga, si frantuma, si annulla. Perde di vista la “carità”. Colpa dei gruppuscoli più estremi, si dice allora di solito, che in nome della loro intransigenza  e presunzione di verità assoluta favoriscono la dispersione. Ma una simile spiegazione è insufficiente, e soprattutto ingiusta, perché non considera che la vera forza di un grande movimento di sinistra, di un grande partito di sinistra, sta nella capacità di contenere e accogliere in sé queste divergenze, di non lasciarle esplodere in maniera distruttiva; e questo è possibile solo quando, al di sotto delle contingenze e delle diversità, si mantiene viva e forte una idealità comune, vigorosa e riconoscibile, una forza progettuale che va ben al di là delle scadenze elettorali, delle tattiche e delle preoccupazioni spicciole.</p>
<p>Ma questo ci conduce alla seconda parola: “compagni”. Tutti ne conosciamo la splendida origine, che riconduce alla concreta realtà del “pane”, l’alimento primario della nostra cultura, e ai suoi significati simbolici. Colui con cui spezzo il mio pane è il mio compagno: e l’immagine è così bella e così forte, la parola così ricca di significato evidente, che tutti coloro che la avversano la invidiano anche, e per questo la irridono non appena possono: il disprezzo con cui le destre pronunciano come se fosse un insulto o una parola ridicola il termine “compagni” è l’altra faccia dell’invidia e del timore: perché si sente rimbombare, in questa semplice parola, qualcosa di grande. E tuttavia oggi le cose sono più complicate. L’8 luglio 1974 Pier Paolo Pasolini, che sarebbe stato trucidato nell’autunno dell’anno successivo, scriveva su «Paese sera» un articolo memorabile, in cui rispondeva a certe critiche che gli aveva mosso Italo Calvino. E diceva, Pasolini, che un’epoca della storia umana, lunghissima, che lui riassumeva nell’espressione <em>età del pane</em> era terminata, perché eravamo ormai entrati nell’età della merce. Nell’età del pane, osservava, «gli uomini erano cioè consumatori di beni estremamente necessari. Ed era questo, forse, che rendeva estremamente necessaria la loro povera e precaria vita. Mentre è chiaro che i beni superflui rendono superflua la vita». Se, come credo, Pasolini aveva ragione, dobbiamo chiederci cosa possa significare la parola “compagno” nell’età della merce, che non è più quella del pane. Dobbiamo chiederci quale possa essere, oggi, il nuovo pane da spezzare tra di noi e con gli altri, perché solo in questo modo potremo continuare ad usare il termine “compagni” senza essere patetici.  Naturalmente non mi illudo di avere la risposta; ma suggerisco di considerare con attenzione l’idea che a dover essere condivisi, oggi, siano soprattutto i diritti. I diritti che già esistono, che sono il frutto di una faticosa conquista del progressismo otto e novecentesco, e che oggi vediamo costantemente minacciati da un vasto progetto di restaurazione volto a indebolire, e talvolta addirittura eliminare questi diritti umani e sociali, cosa che spinge da molto tempo le forze della sinistra su una posizione difensiva e logorante, che rischia di minarne lo slancio, l’inventiva, la creatività. Bisogna senz’altro difendere con forza i diritti esistenti dalla furia del neocapitalismo selvaggio e del suo talvolta inconsapevole braccio armato, il populismo dilagante; ma bisogna anche avere il coraggio di immaginare i diritti che ancora non esistono, quella fetta enorme di giustizia e di equità che ancora non è stata riconosciuta. Per fare questo, io penso che ci si debba spingere verso territori ancora sconosciuti; che si debba avere il coraggio di varcare i confini dei diritti attuali, delle leggi attuali, per esplorare e illuminare ciò che sta oltre. Perché i diritti non sono immobili nel tempo, ma mutano con il mutare delle condizioni, con l’emergere di nuovi soggetti storici, politici, economici. Oltre la soglia della legalità non abita soltanto l’illegalità, bensì anche il nuovo volto dei bisogni, la possibilità di una giustizia sociale che oggi non sa ancora essere pensata. Andare oltre la legalità, in questo senso, significa non accontentarsi di ciò che già esiste; non appiattirsi su posizioni difensive; non credere che l’attività politica sia definita semplicemente dal mantenimento delle posizioni e dalla gestione del potere. <em>Il diritto di avere dei diritti</em>, intitolava alcuni anni or sono Stefano Rodotà la sua ultima grande opera. Sono certo che, ascoltando queste parole, la mente di molti di voi sta pensando ai migranti, ai nuovi diseredati, alle terribili negazioni dei diritti che li concernono, tanto nei luoghi da cui cercano di fuggire tanto in quelli a cui provano ad approdare, con tutti gli ostacoli che conosciamo bene. Ma non si tratta soltanto di questa nuova realtà. Gli studenti che incontro nel mio lavoro a scuola: hanno il diritto di sperare? Di provare a essere felici? Di superare il disagio, il senso di catastrofe familiare ed esistenziale che spesso li accompagna? Di credere nel futuro? Gli anziani: oltre ai diritti già esistenti hanno anche quello di sentirsi utili e ascoltati, non emarginati e ghettizzati? E come concretizzarlo? Gli apostoli che spezzavano il pane con Cristo durante l’ultima cena era tutti uomini; le donne forse erano di là, a lavare i piatti. Che diritti hanno le donne? In uno scrittore svizzero di lingua tedesca che certo non simpatizzava per il socialismo, Meinrad Inglin, trovo un po’ a sorpresa questa domanda: «Ma noi, chi siamo noi alla fin fine? Siamo degni, siamo all’altezza di questo spazio nel quale abitiamo?». Inglin si riferiva al Canton Svitto, ma anche noi potremmo porci lo stesso interrogativo; siamo degni dello spazio, del territorio in cui abitiamo? Troveremo la forza di arginarne lo scempio e la rovina, o ci siamo già rassegnati ad accettarne la trasformazione in parcheggio e supermarket, in merce da consumare in fretta tra nuove passerelle sui laghi e rinnovata svendita delle acque? Solo mantenendo vive e brucianti queste domande inquietanti potremo sperare di sentirci ancora reciprocamente cari, ancora compagni di qualcosa e per qualcosa; partecipi di un’avventura che è infinitamente più importante di una votazione o di una percentuale. In una lettera del 30 novembre 1969 un poeta italiano, Giovanni Giudici, scriveva ad un altro poeta, Franco Fortini, comunista e traduttore di Brecht. Gli diceva: «Ai livelli del temporale, penso che la “compassione” sia ancora una delle virtù meno indegne di ciò che la nostra specie vorrebbe essere». Compassione: cioè il patire, il provare passione, insieme; compagni: cioè il condividere insieme il pane. Perché, come ho letto una volta in un romanzo di Cormac Mc Carthy, «el compartir es la ley del camino».</p>
<p>E allora, care compagni e cari compagni, adesso provo ad usarle di nuovo, queste due parole, con tutta la cautela e con tutta la speranza di cui posso disporre; per augurare buon lavoro a questo congresso, ma soprattutto per augurare a tutti di saper andare oltre, oltre i regolamenti, oltre le contrapposizioni inutili e persino oltre le preoccupazioni elettorali, per ritrovare lo slancio, l’idealità e la forza.<em> La ley del camino. </em></p>
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		<title>Mondo, mistica e città. Intervista a Vanni Santoni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Mar 2019 06:04:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
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					<description><![CDATA[di Marco Zonch [Spoiler Alert – lo scambio che segue contiene informazioni sulla trama di alcuni dei romanzi dell’autore, tra cui Terra ignota 1 e 2, L’impero del sogno e La stanza profonda] Questa intervista si colloca all’interno di un più ampio progetto di ricerca che ha per oggetto la produzione letteraria italiana, in prosa, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Marco Zonch</strong></p>
<p>[<em>Spoiler Alert</em> – lo scambio che segue contiene informazioni sulla trama di alcuni dei romanzi dell’autore, tra cui <em>Terra ignota</em> 1 e 2, <em>L’impero del sogno</em> e <em>La stanza profonda</em>]</p>
<p>Questa intervista si colloca all’interno di un più ampio progetto di ricerca che ha per oggetto la produzione letteraria italiana, in prosa, del periodo che va dalla metà degli anni Novanta del secolo scorso a oggi. Il tentativo è quello di affrontare i problemi connessi al cosiddetto “ritorno alla realtà” e, più in generale, le trasformazioni avvenute in questi vent’anni da una prospettiva ontologica e non, come è stato spesso proposto, attraverso l’impiego di categorie epistemologiche.</p>
<p>In questo senso, centrale appare essere la questione della spiritualità, pensata all’incrocio tra la riflessione di Michel Foucault e i risultati della riflessione sociologica contemporanea a proposito delle trasformazioni del panorama religioso occidentale. L’impressione, che questa intervista sembra supportare, è che molti dei più noti scrittori oggi attivi non si pongano problemi nell’ordine della possibile (o impossibile) corrispondenza tra parole e cose, tra mondo scritto e mondo non scritto, ma al contrario riflettano sulla possibilità di entrare in possesso di una verità di ordine spirituale.</p>
<p>Nelle risposte alle domande che, qui di seguito, l’autore mi ha cortesemente concesso, sembra inoltre possibile individuare una qualche forma di relazione tra “impegno” e spiritualità.<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a></p>
<p>Vanni Santoni (1978), esordisce con <em>Personaggi precari</em> nel 2007. Ha poi pubblicato, <em>Gli interessi in comune</em> (2008), <em>Se fossi fuoco arderei Firenze</em> (2011) <em>Terra ignota</em> e <em>Terra ignota 2</em> (Mondadori 2013 e 2014), <em>Muro di casse</em> (2015), <em>La stanza profonda</em> (2017), finalista al Premio Strega e <em>L’impero del sogno</em> (2018). Scrive per il “Corriere della Sera” e dirige la collana narrativa di Tunué.</p>
<p>L’intervista si è svolta attraverso uno scambio di mail che ha avuto luogo tra il 30 ottobre e il 5 novembre del 2018. L’autore non è stato messo a parte della prospettiva di lavoro nella quale l’intervista si sarebbe inserita al fine di evitare l’influenza di questa sulle sue risposte. Ho tuttavia premesso che l’oggetto del mio interesse sarebbe stato di natura ontologica, e avrebbe avuto l’obbiettivo di chiarire alcuni punti problematici del lavoro che sto svolgendo.</p>
<p><strong>Glossario:</strong></p>
<p>RPG: Role Playing Game (gioco di ruolo), gioco “da tavolo” o videogioco in cui il singolo partecipante interpreta un personaggio, di sua invenzione o scelto tra quelli proposti dal gioco stesso. L’esempio più noto di gioco di ruolo è forse quello di Dungeons&amp;Dragons.</p>
<p>Nelle versioni classiche di questi giochi i personaggi vengono abitualmente creati a partire da fattori quali: razza (umano, elfo, nano…), classe (mago, guerriero…), livello (il grado di forza del personaggio, che aumenta sconfiggendo mostri o completando specifiche missioni), allineamento (buono, caotico, malvagio, neutrale…) e da statistiche, espresse in valore numerico, quali: intelligenza, forza, destrezza ecc..</p>
<p>Il risultato delle interazioni tra personaggi, scontri ecc. è, in molti giochi di questo tipo, determinato dal lancio di dadi, all’incrocio con le scelte del giocatore e con le caratteristiche del personaggio interpretato.</p>
<p>MMORPG: acronimo di Massive Multiplayer Online Role Playing Game. Videogiochi come, ad esempio, World of Warcraft, in cui il giocatore guida le azioni di un singolo personaggio collaborando o scontrandosi con altri giocatori al fine di raggiungere alcuni obbiettivi proposti dal gioco stesso. Anche in questo caso, le caratteristiche del personaggio sono abitualmente espresse numericamente. Per esempio, un personaggio, prima di essere sconfitto, deve subire un ammontare di danni uguale o superiore ai propri punti vita.</p>
<p>Cyberpunk [Cyberpunk, Cyberpunk 2020]: gioco di ruolo di ambientazione distopica.</p>
<p><strong>Vorrei partire da una cosa di cui, nei tuoi lavori, si parla sempre o quasi: le sostanze psicotrope. </strong><strong>Indipendentemente dal genere testuale, che il mondo sia d’invenzione o no, mi pare tu attribuisca ad esse un medesimo ruolo assiale. Le droghe sono cioè asse, a un tempo, della narrazione e del mondo (nel senso che rimandano alla sua vera essenza). Per essere concreti, intendo dire che più di una volta l’assunzione di soma, in <em>Terra ignota</em>, mette in moto gli eventi e accade lo stesso, anche se certo con delle differenze, nell’<em>Impero del sogno</em>. Se questo è possibile, è perch</strong><strong>é </strong><strong>i tuoi personaggi usano queste sostanze come mezzo – necessario? – a cui ricorrere per entrare in relazione con qualcosa che esiste ma che non è altrimenti percepibile, a cui non si può altrimenti avere accesso?</strong></p>
<p>In <em>Terra ignota </em>è senz’altro vero quanto affermi, a patto che si stia parlando di psichedelici, e non di “droghe” in generale, categoria alla quale sarebbe peraltro una forzatura ascriverli. La protagonista Ailis ottiene uno stato superiore di coscienza – e anche un grado superiore di capacità magica – attraverso l’assunzione di una pozione che ricorda il <em>soma </em>dei Veda, e ne porta del resto il nome. Si noterà anche che il Cerchio d’Acciaio, l’ordine deviato di cavalieri che nel primo volume ha il ruolo di antagonista, sta cercando di eradicarne l’uso dal mondo, onde riservarlo a una sola casta di eletti.</p>
<p>Questa mia scelta deriva da una semplice aderenza storico-antropologica, sia pure virata in chiave fantasy: il <em>soma </em>vedico era con ogni probabilità una sostanza psicotropa – si dibatte sul suo essere stato la canapa, l’amanita muscaria, la psilocibina o un qualche decotto delle molte piante contenenti DMT – e anche nelle altre maggiori tradizioni mistiche, all’origine della comunione con gli dei (o col mondo spirituale) c’è l’incontro più o meno deliberato con qualche molecola di questo tipo. Senza arrivare alla “stoned ape theory”, che vuole l’intera spiritualità umana discendere dall’incontro degli ominidi con i funghi psichedelici, o alle teorie sul loro uso da parte dei paleocristiani, è noto che le due colonne intorno a cui si è sviluppato il nostro pensiero – quella greca e quella ebraico-cristiana – hanno avuto, nella loro componente più squisitamente spirituale, influenze di questo tipo: il ciceone dei misteri eleusini (che segnavano il massimo momento iniziatico per i cittadini) conteneva ergot, <em>claviceps purpurea, </em>la muffa da cui si estrae l’LSD, mentre secondo diversi antropologi il “cespuglio in fiamme” e in generale i primi contatti col divino raccontati nell’Antico Testamento avevano avuto come tramite fattuale piante quali la <em>syrian rue, </em>contenente DMT. Non c’è da stupirsi di tutto questo: basta guardare alla riscoperta della spiritualità avuta negli anni ’60 dalla materialista società occidentale in seguito alla diffusione di massa dell’acido lisergico. Allo stesso modo, non c’è da stupirsi del fatto che le religioni, una volta strutturate, tendano ad abbandonare il “fatto noetico” delle origini: nel momento in cui la religione è organizzata e amministra un potere anche politico, la possibilità dell’esperienza mistica non solo diventa inutile, ma addirittura pericolosa, dato che l’esposizione dei semplici fedeli al sapere iniziatico apre alla messa in discussione del ruolo di mediatore tra umano e divino assunto dal sacerdote.</p>
<p>Essendo <em>Terra ignota</em> una saga che si basa da un lato sull’intertestualità rispetto al canone fantastico e dall’altro sulla nostra tradizione mistica ed esoterica, è venuto logico inserire tali dispositivi, specie considerando che, nelle civiltà che hanno utilizzato o utilizzano psichedelici nei loro riti, questi in genere svolgono anche una funzione di iniziazione all’età adulta, che è poi ciò che capita alla protagonista Ailis con gli eventi del primo volume.</p>
<p>Per quanto riguarda invece <em>L’impero del sogno, </em>non è così. I soli agenti psicoattivi assunti dal protagonista Melani sono sonniferi e narcotici – quando realizza che per continuare il sogno che fa da “portale” per il mondo fantastico in cui è chiamato ad agire, deve dormire più ore possibile.</p>
<p>Si capisce dunque che tali sostanze non hanno in alcun modo la funzione di catalizzatori (non ne hanno del resto la possibilità chimica) ma sono utilizzate semplicemente per la loro funzione meccanica: far addormentare prima e più a lungo.</p>
<p>Nell’<em>Impero del sogno </em>la porta per l’altro mondo è appunto il sogno, e non si tratta di un percorso di accesso spirituale a dimensioni più elevate dell’essere, bensì di un vero e proprio <em>passaggio</em>, secondo una tradizione più popolare e “bassa” del fantastico. Il sogno di Melani non è in questo diverso dall’armadio delle Cronache di Narnia, serve solo ad “andare dall’altra parte”, ed ha del resto luogo anche quando il protagonista non è costretto dagli eventi a sedarsi.</p>
<p><strong>Per quanto perseguita con mezzi meccanici, la volontà di sapere che cosa ci sia oltre “l’armadio”, che cosa sia il sogno, viene alla fine ripagata con un’esperienza che è, esplicitamente, descritta facendo ricorso al vocabolario della mistica (p. 102, <em>Impero</em>). </strong><strong>Messo da parte l’armamentario psicoanalitico con il quale il protagonista tenta di spiegarsi, inizialmente, la natura del proprio sogno, e che nella nota conclusiva sembra assumere il ruolo dello strumento per dare ragione dell’intertestualità, la vera natura del percorso compiuto dal Mella sembra essere quella del viaggio iniziatico (p. 14, 111). Al centro, un’esperienza mistica. Mi riferisco al volto della bambina che incontra nel sogno per la cui descrizione, appunto, «Servono emblemi da mistico » (p. 102).</strong></p>
<p>Una cosa è quanto accade nel romanzo, un’alta il modo in cui è descritto, e i dispositivi a cui si ricorre per farlo in modo efficace. Che <em>L’impero del sogno </em>abbia anche una chiave lettura esoterica, non c’è dubbio. Detto questo, è necessario considerare che la teofania di Melani non avviene a fine romanzo, come culmine e risoluzione di un percorso, ma a metà di esso, come inizio di un percorso invece nuovo e differente. Allo stesso modo, il lettore per così dire “introdotto” noterà che un percorso iniziatico completo avviene già nei prodromi del suo sogno, quella parte che non viene neanche narrata direttamente, ma raccontata da Melani all’amico studente di psicologia Iacopo Gori.</p>
<p>Quel dialogo iniziale ha pertanto una doppia funzione: da un lato permette, appunto, di archiviare le letture psicanalitiche per lasciare campo libero al fantastico; dall’altro suggerisce che già l’arrivo in quello spazio che Melani vede come un palacongressi è il compimento di un primo, e completo,  percorso iniziatico. La teofania giunge poco dopo, e non è “guadagnata sul campo” – né pienamente compresa: non c’è infatti <em>integrazione, </em>per dirla con Jung. Per quanto il suo voto al congresso, e quindi la sua assunzione di responsabilità, risulti in ultima istanza decisivo, Federico Melani si vedrà assegnata la bimba-dea per via di una sorta di complotto: alcune delle delegazioni scelgono lui per evitare di farla finire nelle mani di altri dai quali sarebbe più difficile poi strapparla. Ne consegue che la visione delle pp.102-104 non è tanto portatrice di un valore simbolico quanto, paradossalmente, di uno realistico: siamo di fronte a un ragazzo che per la prima volta guarda in faccia una dea. Come descrivere ciò che esperisce? Servono, appunto, “emblemi da mistico”, e dunque per rappresentarla in modo efficace ho attinto al mio bagaglio conoscitivo ed esperienziale in quest’ambito. Lo scopo finale del viaggio di Melani – che di fatto <a href="https://www.labalenabianca.com/2017/10/30/limpero-del-sogno-vanni-santoni-golf-gtd-volo-sulla-toscana/">comincia lì</a> – è del resto di altro registro: dopo aver compreso che gli immaginarî che ha frequentato possono aiutarlo a sopravvivere nella sua inattesa avventura, successivamente capirà anche che per diventare “davvero adulto” dovrà anche smantellarli, anzi distruggerli uno per uno, come ben mostrava Pintarelli in <a href="https://www.esquire.com/it/cultura/libri/a14380471/adulti-impero-del-sogno-santoni-longform/">questa recensione</a> uscita su Esquire. Per questo, credo, <em>L’impero del sogno </em>è stato visto da alcuni anche come la storia di un <a href="https://www.laletteraturaenoi.it/index.php/la-scrittura-e-noi/738-il-rocambolesco-%25252525E2%2525252580%252525259Critorno-alla-realt%25252525C3%25252525A0%25252525E2%2525252580%252525259D-di-un-peter-pan-contemporaneo-l%25252525E2%2525252580%2525252599impero-del-sogno-di-vanni-santoni.html">ritorno alla realtà</a>.</p>
<p><strong>Aiutami quindi a capire: se l’intertestualità, che va da <em>Berserker</em> di Kentaro Miura ai manuali di <em>Cyberpunk</em>, viene spiegata come “accidentale”, come riuso di figure per la costruzione del sogno, al contrario l’esperienza mistica (o spirituale) è qualcosa a cui l’essere umano può avere accesso; sia attraverso l’aiuto di psichedelici sia senza. Come dire, se i mondi che racconti sono d’invenzione, non esistono davvero, l’esperienza mistica al contrario esiste, è reale ed è inoltre portatrice di una certa carica anti-istituzionale.</strong></p>
<p>Sono contento che all’<em>Impero del sogno </em>venga riconosciuta questa natura intertestuale, del resto qui molto visibile (non ve ne è tuttavia meno, ancorché più nascosta, in altri miei lavori di altro tenore, come <em>Muro di casse </em>o <em>La stanza profonda: </em>è una modalità che mi interessa sia perché qualunque espressione testuale è in ultima istanza intertestuale, sia perché il crollo ormai definitivo delle barriere tra generi (per non parlare di quelle tra le forme) apre nuove possibilità e pone nuove questioni in tal senso. La natura intertestuale di questo romanzo nasce però da esigenze del tutto pratiche, che poco hanno a che fare con l’omaggio a immaginarî che pure ho amato. Come è noto, per quanto evolutosi in modo autonomo, e per quanto accostato da molti, per il modo in cui affronta il nostro rapporto con gli immaginarî, a due miei romanzi realistici quali appunto <em>Muro di casse </em>e <em>La stanza profonda,</em> <em>L’impero del sogno </em><a href="http://www.zestletteraturasostenibile.com/a-colloquio-con-vanni-santoni-sulla-letteratura-unintervista-massimalistico-rizomatica/">nasce come prequel</a> dei due <em>Terra ignota, </em>romanzi fantasy usciti per Mondadori nel 2013 e 2014. Quella saga era invece pensata proprio come un omaggio al fantasy che avevo praticato, da lettore di romanzi e fumetti, spettatore di film, cartoni animati e serie, videogiocatore e giocatore di ruolo: mi interessava in particolare <a href="https://www.carmillaonline.com/2014/11/11/gilgamesh-dragon-ball/">ripercorrere</a> tutte le suggestioni di quelle opere, ritrovando però un collegamento forte – che mai era svanito, ma che molti facevano finta non esistesse, per via di un diffuso, e oggi <a href="http://www.minimaetmoralia.it/wp/alcune-riflessioni-fantastico-mainstream/">in via di dissipazione</a>, pregiudizio nei confronti del fantastico – con il canone fantastico “alto”, dal mito arturiano all’Ariosto, fino al Calvino delle <em>Città invisibili. </em>Tutto questo, che bene esplicita lo storico del fantasy Edoardo Rialti in <a href="http://www.edocentrico.it/terra-incognita-di-vanni-santoni-recensione/">questi</a> <a href="https://www.rollingstone.it/musica/news-musica/scoprire-di-essere-un-messia-il-nuovo-fantasy-italiano-di-vanni-santoni/">due</a> pezzi, è stato apprezzato e dibattuto, ma mi lasciava con un problema di ordine ontologico: <em>perché </em>quel mondo, il mondo di <em>Terra ignota</em> era così? Dal punto di vista del lettore – della nostra realtà se vogliamo –, la risposta era pacifica: perché l’autore di quei libri aveva letto determinati romanzi e fumetti, aveva guardato determinati film, serie e cartoni, aveva giocato a determinati giochi; ma <em>da dentro, </em>la domanda restava senza risposta. Ho lavorato allora alla costruzione delle premesse cosmologiche di quel mondo: il suo seme, l’Imperatrice che emana il mondo di <em>Terra ignota </em>sognandolo, altri non è che la bimba dell’<em>Impero del sogno, </em>che sogna quel mondo là (e non un altro) perché, nel periodo passato “presso di noi”, quando Federico Melani e Livia Bressan – ecco una sorta di <em>sacra famiglia</em> postmoderna, come ha notato di nuovo Rialti – dovevano difenderla dagli assalti delle varie delegazioni, ha avuto accesso alle “cose da nerd” di Melani e ai libri di esoterismo, storia e filosofia di Bressan.</p>
<p>Circa la carica anti-istituzionale dell’esperienza mistica,  premesso che non liquiderei come “inesistenti” i mondi creati dalla letteratura, da altri medium o anche soltanto dall’immaginazione – Plotino, Śaṅkara e Schopenhauer possono dirci qualcosa in tal senso – parlerei più di una sua extra-istituzionalità o sovra-istituzionalià: nel momento in cui la questione si sposta fuori dall’esperienza sensibile comune e la trascende verso un senso ulteriore, è inevitabile che gli affari degli uomini – o, peggio, le catene e. i gioghi che incessantemente creano e affibbiano a se stessi e a i loro simili – appaiano risibili.</p>
<p><strong>Visto quello che mi dici, più che di un ritorno <em>alla realtà</em> parlerei di un ritorno <em>alla città</em>: nel senso che l’accesso al vero, l’esperienza di iniziazione, è ciò che in qualche modo premette la presa in carico di compiti che sono, in senso ampio, politici. Il percorso di Melani, dopo la sua “vittoria” ai voti e dopo aver visto il volto della dea-bambina, è un percorso di lotta. Combatte contro coloro che vorrebbero impadronirsi della bambina e usarne il potere per i propri scopi. Melani non sceglie, però, una delle parti e, anzi, alla fine si trova a combattere con la società stessa (p. 270, <em>Impero</em>).</strong></p>
<p>È vero quello che dici, ed è altrettanto vero che Melani – spero che questa intervista abbia dei doverosi “spoiler alert”! – alla fine trova nell’Uomo in camicia, capo di quella che si rivela essere la delegazione più insidiosa, un possibile specchio del sé futuro. Una incarnazione, o se vogliamo allegoria, del minimo di compromessi necessario ad avere una qualche posizione nella società. E Melani, nello sconfiggerlo, sì, ma con un seppuku, esprime un rifiuto anche rispetto a questo, e non solo ad aspetti della società più facilmente condannabili, rappresentati dagli altri delegati. Anche per questa ragione non volevo che quello di Federico Melani fosse un tradizionale percorso di illuminazione: il suo è un percorso di rifiuto assolutamente radicale. Non etichettabile, anzi, come nichilista, solo in virtù del fatto che  a partire da tale sacrificio, Gemma potrà generare un mondo. Che questo derivi dall’appartenenza di Melani a una generazione a cui è stata negata qualunque possibilità rivoluzionaria? È possibile. Daniele Giglioli <a href="https://www.corriere.it/cultura/17_marzo_21/vanni-santoni-libro-laterza-la-stanza-profonda-65d43156-0e4c-11e7-bc58-c287e833415a_preview.shtml?reason=unauthenticated&amp;cat=1&amp;cid=FkECYaJw&amp;pids=FR&amp;origin=http%2525253A%2525252F%2525252Fwww.corriere.it%2525252Fcultura%2525252F17_marzo_21%2525252Fvanni-santoni-libro-laterza-la-stanza-profonda-65d43156-0e4c-11e7-bc58-c287e833415a.shtml">ha scritto</a> che <em>Muro di casse </em>e <em>La stanza profonda </em>raccontano le nicchie dove è andato a nascondersi il desiderio utopico contemporaneo, altrove bandito: dato allora che, come si è detto, per i suoi temi (e, credo, anche per ragioni puramente cronologiche, da cui l’autore non riesce mai a prescindere del tutto) <em>L’impero del sogno </em>finisce per costituire una involontaria trilogia con questi due romanzi, più che con quelli a cui è narrativamente legato, non escluderei questa lettura.</p>
<p><strong>Vorrei fare un passo indietro e ritornare alla questione dell’intertestualità, del worldbuilding. Se, da un lato, i mondi di <em>Terra ignota </em>e dell’<em>impero del sogno</em>, assomigliano a quella degli isekai – un genere nipponico in cui uno o più personaggi si ritrovano ad abitare il mondo di un videogioco, un mondo fantastico ecc. fattosi in qualche modo reale ma che spesso ha regole “fisiche” e sociali da mmorpg https://en.wikipedia.org/wiki/Isekai – dall’altro tu accosti a questa “giocosità ontologica” (B. McHale) tutta una serie di problemi, anche questi ontologici, nient’affatto playful. Faccio riferimento a una cosa che hai detto prima, sull’impossibilità di liquidare come inesistenti i mondi dell’immaginazione. Ma anche ad una certa idea che si ritrova nella <em>Stanza profonda</em>, di parallelismo tra dungeon, tra stanza profonda, appunto, e inconscio, al gioco come rito (p. 108, 109 stanza): qual è il rapporto tra il fantastico e il nostro quotidiano? In che rapporto stanno, tra loro, i mondi creati dalla letteratura, i mondi del gioco ecc. e le esperienze spirituali che racconti?</strong></p>
<p>In <em>Terra ignota </em>sono presenti elementi che possono ricordare un videogioco o un gioco di ruolo anzitutto per ragioni di influenze transmediali, che <a href="https://quattrocentoquattro.com/2015/05/12/il-sublime-simposio-del-potere/">nel fantasy si fanno anche più pressanti</a>. È chiaro che quando si portano elementi da un altro medium, sia esso ludico, video o di altro tipo, in un testo scritto, si tratta, sempre, di un lavoro di “traduzione”, non di semplice riporto. Questo è quello che ho cercato di fare in quei due romanzi, dove la gamma delle influenze è davvero molto ampia: c’è Ariosto come <em>Dragon ball, </em>c’è il <em>Mahabarata </em>come il cinema di Milius e Boorman, e appunto videogiochi come <em>Ultima </em>o <em>Zelda. </em>Tale lavoro di traduzione richiede un’azione su tutti gli elementi, tale che possano stare assieme in modo armonico: per questo, ad esempio, Ailis, Brigid e le altre figlie del rito a volte appaiono tridimensionali, vive, altre più simili a personaggi di un manga che a persone vere, altre “larger than life”, come eroine del mito, e altre ancora più – diciamo così – “pixelate”, come fossero sprite di <em>Final fantasy IV </em>o <em>Chrono trigger</em>: hanno questa capacità di fluttuazione proprio per poter reggere una parallela varianza delle modalità operative e di rappresentazione del mondo in cui si muovono.</p>
<p>Nell’<em>Impero del sogno,</em> più specificamente nella seconda metà (ma non dimenticherei che, nella prima, il sogno di Melani, pur rifacendosi a tutt’altri immaginarî, ha caratteristiche strutturali simili a quelle di un MMORPG), l’influenza videoludica è più netta e deliberata: anche per questa sua centralità non volevo che fossero semplici omaggi, così ho rifuggito il citazionismo, per provare, piuttosto, a creare scene che assomigliassero a un videogioco anzitutto nella loro impostazione strutturale.</p>
<p>È vero che nella <em>Stanza profonda </em>e in <em>Muro di casse </em>si mette l’accento sulla dimensione rituale insita in fenomeni apparentemente molto diversi quali i giochi di ruolo e i rave party: per quanto in entrambi i casi si tratti di espressioni di liberà, anzi di vere e proprie epitomi della libertà, non si può non notare come alla base ci sia comunque un sistema codificato di regole e apparati rituali, che vengono liberamente scelte e accettate dai partecipanti, non imposte, ma che comunque organizzano l’entropia della “pura” libera espressione del sé entro forme simbolicamente coerenti, innalzando così la portata esplorativa, introspettiva e sperimentale dell’esperienza, e portandola dal semplice intrattenimento verso altri e più significativi ambiti dell’esperire umano.</p>
<p>Credo che sulla funzione salvifica dell’immaginazione, e sul modo in cui determinati medium e determinate esperienze possono attivarla, dica molto, e in modo molto acuto, <a href="https://www.alfabeta2.it/2017/06/13/santoni-cerca-del-graal-nella-wasteland-del-valdarno/">questo pezzo di Antonella Francini</a> scritto per Alfabeta2 proprio a partire dalla <em>Stanza profonda </em>e dall’opera intertestuale per antonomasia, <em>La terra desolata </em>di T.S. Eliot.</p>
<p><strong>L’immaginazione, indipendentemente dalla forma – romanzo, film, videogioco ecc. –, ha insomma qualcosa a che fare con la salvezza, personale, prima, e collettiva poi?</strong></p>
<p>Quello del potere salvifico dell’immaginazione è un tema classico della narrativa fantastica e non solo. Come detto, rimando all’articolo linkato poco sopra chi volesse approfondire questo aspetto dei miei lavori. Vale la pena però dire che quando si passa a una dimensione collettiva, non tutti gli immaginarî – e, soprattutto, non tutte le modalità di produzione di immaginario – sono uguali: nel momento in cui non si è soli con la nostra mente (o la nostra anima), ma sono in ballo interazioni con altri, risulta più significativo ciò che, come i giochi di ruolo o i free party, aiuta a disegnare nuove modalità di relazione umana attraverso logiche cooperative e inclusive, piuttosto che competitive e divisive.</p>
<p><strong>È questo uno degli obbiettivi della tua scrittura? Intendo dire: pensi alla scrittura come a un modo per produrre comunità, o per offrire esempi di modi di essere alternativi a quelli della competizione?</strong></p>
<p>È fondamentale per me sottolineare come queste considerazioni siano tutte fatte a posteriori, e in buona parte derivanti da riflessioni che altri hanno fatto sui miei libri. Non credo che l’arte debba avere obiettivi programmatici. Cerco di scrivere quello che voglio, nel modo che voglio, a partire da temi che mi interessano, esperienze che ho vissuto e altri libri che ho letto, e di farlo nel miglior modo possibile, secondo le mie capacità e le esigenze della vicenda. Al massimo, in alcuni casi, come quelli di <em>Muro di casse </em>e della <em>Stanza profonda </em>c’è la volontà di storicizzare un certo fenomeno e rifletterci sopra. Solo quando il libro è finito, è opportuno – e a dire il vero neanche necessario – che l’autore rifletta sui significati che quello cela: nelle arti, pensare prima a possibili obiettivi o messaggi da far pervenire, peggio che mai se politici (anche se positivi e/o in buona fede), è dannoso.</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Ho pubblicato alcuni dei risultati di questa ricerca, a cui mi permetto di rimandare, qui: M. Zonch, <em>Il testimone di fede: verità e spiritualità nella narrativa di Saviano</em>, in «Incontri. Rivista europea di studi italiani», 32(1), 2017. DOI: <a href="https://doi.org/10.18352/incontri.10206">https://doi.org/10.18352/incontri.10206</a></p>
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		<title>A prescindere dai numeri  &#8211; note a margine della violenza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Feb 2018 13:00:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Mariasole Ariot In de Jouvenel si legge: &#8220;un uomo si sente più uomo quando riesce a imporre se stesso e a fare degli altri strumenti della sua volontà&#8221;, cosa che gli procura un &#8220;piacere senza confronti&#8221;. L&#8217;8 gennaio 2018, a 40 anni di distanza dall&#8217;uccisione di tre militanti di Fronte della Gioventù, Casa Pound [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;" align="JUSTIFY"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-72862" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/02/onore-ai-camerati-caduti.jpg" alt="" width="400" height="270" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/02/onore-ai-camerati-caduti.jpg 400w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/02/onore-ai-camerati-caduti-300x203.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/02/onore-ai-camerati-caduti-120x80.jpg 120w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" />di <strong>Mariasole Ariot </strong></p>
<p align="JUSTIFY">In de Jouvenel si legge: &#8220;un uomo si sente più uomo quando riesce a imporre se stesso e a fare degli altri strumenti della sua volontà&#8221;, cosa che gli procura un &#8220;piacere senza confronti&#8221;.</p>
<div id=":5jb" dir="LTR">
<p align="JUSTIFY"><img decoding="async" src="https://ssl.gstatic.com/ui/v1/icons/mail/images/cleardot.gif" width="2" height="2" name="immagini1" align="BOTTOM" border="0" />L&#8217;8 gennaio 2018, a 40 anni di distanza dall&#8217;uccisione di tre militanti di Fronte della Gioventù, Casa Pound organizza una manifestazione a Roma. Lo striscione aperto,<i> Onore ai camerati caduti</i>. Sfilano lungo le vie in silenzio rigoroso, assoluto, il silenzio che serve a non far parlare troppo di sé ma abbastanza da arrivare negli occhi e nelle bocche di chi vede. Saluti romani, teste dritte, petti impettiti. Il corteo si ferma e si dichiara PRESENTE.</p>
</div>
<p align="JUSTIFY">In quell&#8217;occasione, in molti sottolineano l&#8217;esasperazione delle cifre: la foto del corteo passa di mano in mano, di bocca in bocca, vorticando tra chi si dice preoccupato e chi viveziona la realtà per risalire alla &#8220;vera verità&#8221; della grandezza del corteo, una verità numerica.</p>
<p align="JUSTIFY">Io dico: a prescindere dai numeri.</p>
<p align="JUSTIFY">A prescindere dalla possibilità di una foto ritoccata: conta che sia stato quel che è stato – che il violento abbia spazio, trovi territorio, confini per sconfinare.</p>
<p align="JUSTIFY">E nel silenzio, in questo cortocircuito di silenzio, la violenza – detta e agita &#8211; prolifera.</p>
<p align="JUSTIFY">Non abbiamo voluto vedere il troppo che già c&#8217;era, ma il nostro compito è di vedere <i>prima</i>: si diceva in fondo dicono solo al lupo al lupo.</p>
<p align="JUSTIFY">Ma il lupo c&#8217;è, morde anche quando ulula.</p>
<p align="JUSTIFY">Nel giorno immediatamente successivo alla morte di Pamela Mastropietro, in tv comincia lo sciacallaggio emotivo: gli intervistati non perdono l&#8217;occasione del pretesto per ricordare che quanto è accaduto era prevedibile. Prevedibile perché la presunta mano che ha fatto a pezzi il corpo non è una mano qualunque, nemmeno quella di un folle criminale, è una mano che sulla mano porta mani di altri, degli altri che un certo estremismo vuole ridurre a cenere.</p>
<p align="JUSTIFY">Le parole di uno psichiatra molto presente nei media, Alessandro Meluzzi:</p>
<p align="JUSTIFY">&#8220;questa ragazza non era un&#8217;eroinomane cronica [&#8230;] , era una ragazza con delle fragilità, con dei comportamenti tossicofilici [&#8230;] e che per una drammatica circostanza della sorte, incontra <b>quanto di più mostruoso oggi stia calpestando il suolo italiano</b>.</p>
<p align="JUSTIFY">Nessuno poteva immaginare che sulla sua strada non trovasse un normale spacciatore di eroina ma trovasse <b>una situazione di mostruosa ritualità</b> – perché di questo si tratta &#8211; che purtroppo popola oggi il mondo della mafia nigeriana che sta progressivamente controllando il meracato degli stupefacenti in Italia.<b> Rivolgerei anche un appello anche a coloro che oggi si ritrovano nella drammatica situazione di dipendere dal mercato: sappiate che il mercato a cui vi rivolgete è un mercato che potrebbe offrivi oltre alla droga , che è un mostro, un mostro ancora più terribile della droga</b>&#8220;.</p>
<p align="JUSTIFY">Non stiamo tornando indietro: stiamo andando avanti malissimo, velocizzati da quel che viene detto e da quello che non viene detto : il problema più rilevante.</p>
<p align="JUSTIFY">Non si parla di fascismo, non si parla di razzismo, non si parla di violenza, di odio razziale, di xenofobia. Quando lo si fa, la parola è in sordina.</p>
<p align="JUSTIFY">E il popolo va mantenuto in una condizione di sordità, come andasse scaraventato fuori dalla storia, tenuto ai margini, ammaestrato da chi racconta narrazioni che pacifichino l&#8217;esistenza.</p>
<p align="JUSTIFY">&#8220;Estrema fonte di potere è tutti contro uno, estrema forma di violenza è uno contro tutti. E quest&#8217;ultima non è mai possibile senza strumenti&#8221; &#8211; scriveva la Arendt.</p>
<p align="JUSTIFY">Ma non stanno forse dando i media, le parole che scorrono nelle testate dei giornali, questi stessi strumenti di cui la violenza ha bisogno? Non hanno forse dato i media quegli strumenti di cui Traini aveva bisogno?</p>
<p align="JUSTIFY">Se la violenza compare &#8220;dove il potere è scosso&#8221;, significa che siamo in una situazione in cui il potere è muto ma per sottrazione, un potere muto e sordo, che cede di fronte al reale. Esiste un potere che si scuote e che scuote, che omette non per proteggere ma per non creare allarmismo.</p>
<p align="JUSTIFY">L&#8217;allarme invece va detto, va urlato.</p>
<p align="JUSTIFY">Noi abbiamo il dovere di allarmare, il dovere di dire ciò che non si vuole dire, di aprire le maglie della storia e infilarci la testa, il corpo, mettere le mani dove non si vorrebbe venissero affondate. Abbiamo il dovere di dire, di dichiarare, di non sottrarci, di non fare passi indietro: abbiamo il dovere di avanzare in direzione contraria, denunciare il denunciabile, estrarre le parole che non vengono dette, farlo non solo nella dimensione dell&#8217;<em>anti</em>, ma nel respiro dell&#8217;adesso, del cosa fare, del possibile. A prescindere dai numeri, a prescindere dalla quantità.</p>
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		<title>Fuori dalla Storia: adolescenza e spazio liberato</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2017/10/13/dalla-storia-adolescenza-spazio-liberato-bari/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Oct 2017 05:22:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[adolescenza]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sofia]]></category>
		<category><![CDATA[Bari]]></category>
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					<description><![CDATA[Antonio vive dal 2006 a Pistoia, ma ci siamo conosciuti e incontrati soltanto dopo la disfatta politica delle ultime elezioni che hanno visto la destra prendere il posto della sinistra in cui entrambi avevamo creduto e continuiamo a credere. Poi, una mattina, sul treno per Firenze, mi ha raccontato del suo coinvolgimento attivo nel quartiere di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Antonio vive dal 2006 a Pistoia, ma ci siamo conosciuti e incontrati soltanto dopo la disfatta politica delle ultime elezioni che hanno visto la destra prendere il posto della sinistra in cui entrambi avevamo creduto e continuiamo a credere. Poi, una mattina, sul treno per Firenze, mi ha raccontato del suo coinvolgimento attivo nel quartiere di Bari dove è cresciuto, ci siamo confrontati sul rapporto con gli adolescenti, sugli spazi liberati, difesi e a volte perduti, sul bisogno vitale di credere che quegli spazi siano riabitati, in modi a noi sconosciuti e sorprendenti dai più giovani. Gli ho chiesto di scrivere la sua storia per Nazione Indiana &#8211; cominciamo da qui, dal mettere in comune le esperienze e le speranze (f.m.).</em></p>
<p><strong>di Antonio Sofia</strong></p>
<p>Sono tornato all’oratorio dopo diversi anni, l’avevo lasciato alla fine della scuola. Il portone grigio di via Zuccaro è sempre semichiuso. Una catena permette il passaggio di un ragazzo alla volta. Capita che i più piccoli si contendano l’ingresso e finiscano per passare insieme, spalla a spalla. A questo prodigio segue una risata beffarda per aver violato la norma o la fisica, non lo so.</p>
<p>Non solo il portone è grigio, so che il grigio è ovunque: si stende per tutta la superficie dell’appendice parrocchiale, interrotto solo dai tracciati dei campi di calcetto, di pallavolo, di basket, dalle grate per lo scarico dell’acqua piovana. Superato il portone, c’è spazio per tutti e tutti insieme, quando ero ragazzo io, nei primi anni ‘90, eravamo più di cinquecento. Era stata l’intuizione di padre Mimmo, un prete assai basso e dalla chioma orgogliosamente corvina: tutto quello spazio poteva essere riempito, proprio perché non c’era spazio altrove. Bari era in continua espansione, i traffici nella buona e nella mala vita prosperavano, anche in virtù dell’improvvisa contrazione del Mediterraneo; un groppo in gola, una crisi di panico era stata l’urgenza albanese rivelatasi poi un affare per la Puglia, in mostra al mondo attraverso le immagini di un esodo drammatico, primi singhiozzi della globalizzazione di lì a poco a venire.</p>
<p>Nonostante la città crescesse e arrivasse a inglobare le frazioni vicine come fa la muffa ostinata su un solaio mal progettato, per bambini e ragazzi c’erano solo le strade, quelle sempre meno larghe. Le automobili erano un colesterolo di tracotanza e vanità, destinato a sedimentarsi nella rappresentazione di un corpo privato sempre più invadente lo spazio pubblico, eppure precarie, esposte allo sfregio ultrapop di un furto o all’aggressione tragica del fuoco minatorio. I bambini si annidavano sui cofani cercando quelli con gli allarmi meno sensibili. Stavano a guardare i ragazzi più grandi sciamare dietro un pallone di cuoio da poche lire, schierati in squadre variabili, composte intorno a pochi leader immediatamente riconoscibili per il tocco di palla o per la pettinatura aggressiva. I bambini aspettavano di esser convocati per fare numero, mentre le bambine giocavano per i fatti loro, impegnate in filastrocche infinite o in salti tra la terra e la luna; le ragazze più grandi si vedevano meno, comparivano incollate l’una all’altra come addobbi di una festa. Al loro passaggio la partita di calcio reagiva, come se di colpo tutto avvenisse su un piano privato d’equilibrio: allora occorreva un grande sforzo perché il pallone non scivolasse via, in una buca oppure oltre i bordi, verso l’ignoto.</p>
<p>Il prete aveva aperto l’oratorio, laddove la parrocchia affittava campi e campetti, l’aveva aperto ed eravamo arrivati da ogni parte, persino dalla provincia: tutti insieme, più di cinquecento, passavamo uno a uno da quel portone grigio di via Zuccaro, con un tesserino che costava cinquemila lire e serviva a contarci, a sapere da dove venivamo e a pagare le poche attrezzature. In questo oratorio avevamo un’altra città, dove si poteva fare tanto, molto di più di qualsiasi altrove mai visto prima, non perché ci fossero percorsi o attività, non per i campetti quasi rettangolari. Era quel grigio: quanto era bello, così vasto, così meravigliosamente vuoto!</p>
<p>Non ho dovuto aspettare molto davanti al fatidico portone.</p>
<p>Sono tornato all’oratorio poco più che ventenne, con un lavoro, anzi due, forse tre lavori temporanei che mi han permesso di andare via di casa e prendere una stanza non lontano da via Zuccaro. In questi anni ho studiato, viaggiato, mi sono innamorato, ho convissuto a Roma che da piccolo sembrava Marte e sono stato felice nello spazio, poi atterrato deluso e ferito, per questo sono tornato. Non ci sono più cinquecento ragazzi e ragazze, neanche cento, neanche cinquanta, spersi nel grigio saranno stati una ventina quasi tutti maschi, sparsi nel grigio a lambire i perimetri di gioco e a calciare pigne. Il portone l’ha aperto un prete che non conosco, si chiama Vincent e viene dalla Nigeria. Non c’è più il tesserino.</p>
<p>Facciamo due chiacchiere, gli dico chi sono e chi sono stato in quell’oratorio. Mi spiega dei problemi che ha con la parrocchia, che preferirebbe affittare i campi, mi dice che i ragazzi non sono tanti perché forse escono meno o hanno corsi e allenamenti, ma non ne è certo; in ogni caso per quelli che ci sono lui da solo riesce comunque a far poco. Non mi concedo tempo di esitare, gli prometto che, se lasciamo perdere discorsi su una mia improbabile conversione, gli darò una mano.</p>
<p>Ho mantenuto la parola. Per un anno e mezzo tutti i pomeriggi son stato presente dall’apertura del portone delle 15, alla chiusura per la cena; i miei lavori da cococo schiacciavano ogni progettazione del futuro e io mi rifacevo limitando il loro peso nel presente allo stretto necessario.</p>
<p>Aveva ragione Vincent: sembravano pochi quei venti ragazzi, ma non lo erano stati per lui, non lo sono per me. Non ho preso chissà quale iniziativa, hanno età diversissime, dai dieci ai sedici anni, come per la strada è il pallone che li fa stare insieme per tante ore. E riconosco le dinamiche di un tempo, tutti in fila spalle al muro, per fare le squadre: a dir il vero non tutti, c’è differenza tra chi sceglie e chi spera di essere scelto. Chi sceglie è il più bravo e si è guadagnato il diritto di stare faccia al muro, sono i capitani che scandiscono nomi a turno. Così nelle ultime battute si rivela chi nessuno vorrebbe in squadra, troppo scarso persino per quel palcoscenico, ma che, per una regola non scritta, potrà giocare come gli altri se garantirà l’impegno di limitare i danni e la pazienza di incassare insulti.</p>
<p>Li ho osservati e ho capito che, nonostante la turnazione, la composizione delle squadre si presta a derive subdole e accade quasi sempre che i migliori siano nella stessa compagine. Ho deciso di intervenire e capovolgere il meccanismo. Ho dato la scelta a quelli meno dotati tecnicamente, il muro dietro la schiena è toccato ai migliori. Poi ho iniziato ad arbitrare le partite stando sempre in mezzo al loro.</p>
<p>Possono giocare a calcio per ore e ore e non lo faranno mai senza impegno. Contestano, si arrabbiano, dal grigio emergono con le braccia alzate per chiedere un passaggio, urlano per un fallo e si promettono botte, anche se in palio non c’è nulla. Sono sorpreso da questa determinazione. Da quando vigilo sulla composizione delle squadre le partite sono più incerte negli esiti; io li mescolo in continuazione sperando invano di limitare un agonismo che sconfina in rabbia al primo urto. Ma c’è dell’altro. Per quanto se ne dicano e se ne diano in campo, per quanto si infurino contro di me, al termine dei giochi tutto finisce. Dopo i primi conflitti con alcuni di loro, per un rigore non fischiato o per una espulsione non compresa, io ci stavo male: li cercavo per controllare che nulla si fosse compromesso, logorato da quest’ansia sin da piccino, quando le buscavo dai miei e temevo di essere il peggior essere umano di tutti i tempi. Scopro che a loro non gliene importa nulla, che hanno già altro per la testa; anche se poco prima avevano i goccioloni agli occhi e minacciavano vendetta, terminato il gioco io scompaio, le loro liti si spengono, non importa neanche più chi ha vinto. Per certi versi è frustrante, per altri penso che stiamo facendo qualcosa di sano insieme. In questo spazio così privo di caratteristica, in questo enorme cortile senza colori, noi passiamo un tempo tra parentesi, siamo fuori dalla Storia. E con questa premessa si può anche immaginare di non giocare solo al calcio.</p>
<p>Possiamo provare a raccontarci delle cose; mi chiedono e gli chiedo di raccontare ciò che avviene all’esterno del portone grigio, rispondo e mi rispondono, ma siamo d’accordo sempre sull’eccezionalità del nostro vivere senza scopo, niente lezioni, niente da imparare, solo racconti. Difficile che qualcuno desideri fare male nel gruppo o ostacolare gli altri, persino la competizione sfuma, settimana dopo settimana: quella strabiliante intenzione alla contesa dei primi giorni, feroce pur senza premi da ottenere e priva di conseguenze fuori dal gioco, ha lasciato spazio a un’ambizione nuova, quella di far ridere. Ci provano tutti con coraggio: dicendo e mimando oscenità, reinterpretando peripezie scolastiche o successi musicali del momento; o solo ridendo, perché ridere fa ridere. C’è servito tempo, un tempo tra parentesi che tornava giorno dopo giorno, per iniziare un’altra Storia, questa tutta nostra.<br />
Dalla scoperta di un tempo senza fini, né investimenti, siamo finiti un anno dopo a scrivere, a disegnare scenografie, a provare uno spettacolo per farlo bene anche se, per non contraddirci, avevamo a stento definito una struttura. Piuttosto vi si trovava una coerenza: ognuno di loro era impegnato a far ridere il pubblico oppure, più spesso, a ridere di se stesso. E l’allegria, ho pensato, si è presa una grossa rivincita sulla felicità.</p>
<p>Qualche settimana dopo lo spettacolo ho deciso di partire. Prima di salutarci siamo andati insieme al mare. Durante quel fine settimana ho assistito con loro a una messa, credo sia stata l’unica da allora. Li ho osservati nella piccola cappella mentre Vincent celebrava e mi sono chiesto cosa significasse per loro quel rito: un insieme di battute che stonavano nelle loro voci, le richieste di pietà e perdono a dio, la coscienza del bene e del male, l’astrazione necessaria a dichiararsi fratelli uniti da un sacrificio, l’amore universale e intangibile del miracolo. Come poteva appartenerci quel lessico e quella forma? Stavano tra i banchi e, per rispetto al prete e per abitudine, facevano quello per cui erano lì. Eppure credo di aver potuto apprezzare un ulteriore aspetto del nostro tempo tra parentesi: in quella liturgia, così come nelle brevi preghiere che Vincent faceva coi ragazzi prima di iniziare il pomeriggio insieme, avveniva di emettere tutti lo stesso suono nello stesso momento. Era stata quella l’accordatura, il legame tra i suoni prima della melodia, il coro come una sorgente. Le parole non erano importanti, quelle scelta da ciascuno sarebbero venute dopo.</p>
<p>Le mie giungono adesso, ho quarant’anni e sono padre. Quel tempo tra parentesi penso sia stata una grande scoperta, ma non potevamo far altro che viverlo e poi lasciarlo andare. Ne scrivo, incerto sulla verità di quanto mi dicono i ricordi, ma va bene così.</p>
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		<title>L&#8217;esile sentiero dei lupi solitari: un altro dialogo sull&#8217;emergenza terrorismo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Declich]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 Jul 2016 12:00:47 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Lorenzo Declich e Anatole Pierre Fuksas Lorenzo. Avevamo detto che ci sarebbe sembrato il caso di approfondire la questione del complottismo ma l’allarme continuo sta determinando un prevalere della cronaca su qualunque spazio di ragionamento, quindi si tratta di reagire in modo rapidissimo ad un concatenarsi di eventi che rende impossibile seguire un filo non emergenziale. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di<strong> Lorenzo Declich e Anatole Pierre Fuksas</strong></p>
<p><strong>Lorenzo.</strong> <a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/07/18/cinque-matti-alle-crociate-un-islamista-un-medievista-provano-capirci-qualcosa/">Avevamo detto </a>che ci sarebbe sembrato il caso di approfondire la questione del complottismo ma l’allarme continuo sta determinando un prevalere della cronaca su qualunque spazio di ragionamento, quindi si tratta di reagire in modo rapidissimo ad un concatenarsi di eventi che rende impossibile seguire un filo non emergenziale. Si vorrebbe svolgere un pensiero approfondito, costruendo categorie che possano servire a demistificare l’idea che siano in corso un jihad e una crociata, ma sono all’opera forze che, più o meno consapevolmente e intenzionalmente, lavorano allo scopo di confermare questa idea su base quotidiana.</p>
<p><strong>Anatole.</strong> Il problema che ponevamo, probabilmente in modo troppo implicito, è che il terrorismo polarizza in maniera drammatica. Da una parte si schierano quelli che danno ragione al terrorista, dicendo che è in corso uno scontro di civiltà, anche se in apparenza sembrerebbe che stiano dandogli contro, dicendo che l’Islam è cattivo e medievale e integralista. Dall’altra parte ci sono coloro i quali dicono che il terrorista ha torto a configurare il suo antagonismo contro l’occidente come uno scontro di civiltà, perché in realtà non è in corso nessuna guerra di religione, e per questa ragione vengono etichettati come quelli che sono dalla parte del terrorista.</p>
<p><strong>Lorenzo.</strong> Se poi nel mezzo di una sparatoria, come a Monaco in queste ore, arrivi a sentire una vittima che urla all’attentatore «Kanake», un insulto razzista vecchio stile per gli immigrati del sud, sentendosi rispondere «Ich bin Deutscher!» con un accento marcatamente tedesco, il cortocircuito è totale. Se poi, l’attentatore ha davvero aggiunto di essere cresciuto nelle case popolari del quartiere dell’attentato, di esser stato vittima di bullismo per anni, concludendo con l’insulto <a href="http://video.repubblica.it/mondo/monaco-di-baviera-attentatore-spara-dal-tetto-e-urla-sono-tedesco/247237/247350">«Scheisstürken!»</a>, cioè « turchi di merda», comincia a diventare abbastanza problematico venire a capo delle varie modalità di svalvolamento che si contendono la scena. L’unica costante parrebbe il fatto che il bersaglio sono sempre e comunque coloro i quali non vogliono essere implicati in questo conflitto, combattuto da improbabili figure che provano ad accreditarsi come jihadisti, sgommando in camion per la Promenade des Anglais il 14 di luglio a Nizza, e altre altrettanto improbabili, che si cuciono addosso ruoli ancor più enigmatici sparando per strada a Monaco.</p>
<p><strong>Anatole.</strong> È un quadro flippato, in cui non si sa più chi imita chi, chi agisce perché. Il giorno dell&#8217;anniversario del massacro di Utoya un diciottenne tedesco nato a Monaco di origine iraniana emula il terrorismo jihadista, insultando pubblicamente i turchi, a pochi giorni dal fallito colpo di stato in Turchia. In uno scenario del genere, da romanzo di Ballard, che ne so, l’idea di Islam e di crociata alle quali i <em>soi-disant</em> soldatini dello stato islamico fanno riferimento appaiono con evidenza ancora maggiore come invenzioni basate su suggestioni rimasticaticce, prive di ogni fondamento storico e culturale in genere. Dall&#8217;attentato omofobo al <em>Pulse</em> la cosa è andata avanti in direzioni assurde, fuori controllo, non solo dal punto di vista dell&#8217;ordine pubblico, ma anche da quello dell&#8217;analisi. La situazione ha preso una<em> </em>piega paratattica, non più riconducibile ad una ragione rassicurante. Fino a Nizza si poteva osservare, come facevamo, che i terroristi cosiddetti islamici ripetano la loro cosa, poiché trovano continue conferme alla loro idea sbagliata, approssimativa, infondata che essi stiano davvero animando un vero jihad contro i “crociati”. Infatti, quella modalità di funzionamento terrorista ha innescato un meccanismo di risposta tale che coloro i quali si schierano contro i terroristi dicendo che l’islam è cattivo, danno loro ragione, confermando l’idea che sia in corso una guerra santa, finendo appunto per dimostrare l’argomento falso sostenuto dai terroristi, che appunto il loro sia un jihad contro i “crociati”. Ma nel momento in cui un diciottenne tedesco di origine iraniana ammazza la gente a caso in mezzo alla strada alla maniera dei <em>soi-disant</em> jiahadisti, il cortocircuito del terrore che si è prodotto va anche oltre queste categorie di analisi.</p>
<p><strong>Lorenzo.</strong> Di fronte a fatti di questo tipo e alla quasi afasia che producono diventa davvero evidente al punto in cui si è arrivati ci si rende conto con sbigottimento che in realtà ognuno sta parlando per conto suo, diciamo che “parla ai suoi”, mentre chi ci rimette, sia in occidente che in oriente, sono gli inermi. È una guerra che ha come bersaglio chiunque non la combatta e non la senta propria, come si capiva dagli attentati al Bataclan, al Carillon, ma anche ad Utoya.</p>
<p><strong>Anatole.</strong> Negli speciali di approfondimento ti ritrovi lo psichiatra che ti spiega la differenza tra il quadro dell&#8217;attentatore e la depressione, un&#8217;amico nostro scrittore che, siccome scrive bene di adolescenti flippati, allora chiediamogli come può succedere che uno a diciotto anni invita gli amici al Mc Donald per ammazzarli, la giornalista tedesca, alla quale domandano come ci si senta ad essere tedeschi oggi, uno tornato dall&#8217;Iran tre anni fa che non ha idea come spiegarti cosa significhi essere bullizzato in un ex quartiere operaio del centro di Monaco per un tedesco di 18 anni di origine Iraniana. Non si capisce che risultato dovrebbe venire fuori dalla somma di queste argomentazioni.</p>
<p><strong>Lorenzo. </strong>Il problema è che questa emergenza funzionerebbe bene dal punto di vista dell&#8217;informazione se ogni fatto rispondesse ad una matrice logica di carattere gerarchico, cosa che, come s&#8217;è visto già al Pulse, non è. Lo schema del jihad contro i crociati viene male, non torna, e allora salta tutto, anche tra i cosiddetti &#8220;buonisti&#8221;. Cioè, non puoi dire che “NOI andiamo da LORO e li distruggiamo, gli rubiamo tutto, facciamo i nostri interessi senza meno, annientiamo la loro cultura, insomma abbiamo da sempre rotto il cazzo a LORO e quindi LORO ora rompono il cazzo a NOI”. Primo perché non è chiaro chi siano LORO e chi siamo NOI, secondo perché quelli a cui rompiamo il cazzo NOI non sono gli stessi LORO che ci vengono a rompere il cazzo.</p>
<p><strong>Anatole.</strong> Il caso di Monaco è prototipico. Per quanto ci si voglia sforzare di ricondurre il fatto a categorie già precostruite, cioè i cattivi jihadisti che ammazzano gli occidentali inermi, non si riesce a situare le ragioni del gesto fuori dal contesto in cui maturano, cioè la Germania stessa, segnatamente il quartiere centrale un tempo operaio nel quale l’attentatore era cresciuto. Non è, per capirci, uno di quelli che NOI occidentali siamo andati a sfruttare a casa sua in oriente. Pare confermato che la strage non sia il gesto impulsivo di un pazzo, essendo stato pianificato, anche se in maniera molto approssimativa. L’attentatore aveva certamente intezione di commettere una strage e faceva ricerche su come fare, magari in una scuola, ma non deve aver trovato motivazioni sufficienti nel libro che stava leggendo, sulle ragioni dei mass killer di studenti. Piuttosto era venuto alla conclusione che un centro commerciale sarebbe stato preferibile. Pare anche confermato dall’investigatore Robert Heimberger che l’attentatore avesse inviato un post fasullo da un account Facebook hackerato per invitare i contatti ad una promozione di Mc Donald. Con tutta evidenza non aveva nessun collegamento con lo Stato Islamico, cosa d’altra parte abbastanza comprensibile, trattandosi di un tedesco nato a Monaco di origini iraniane, l’antitesi per eccellenza del jihadista &#8220;sunnita&#8221;. Si può dire che non avesse motivazioni di carattere politico in assoluto e fosse, piuttosto, aggravato da un punto di vista psichiatrico. È evidente che quando uno configura il discorso nei termini di un generico NOI e di un ancor più generico LORO viene fuori un argomento necessariamente banalizzante non solo di chi sono LORO, come si vede bene sulla base del caso di Monaco, ma anche di chi siamo NOI. Cioè, il diciottenne che ha sparato a Monaco non era né LORO, né NOI, chi era allora? Anche il collegamento diretto tra lo sfruttamento delle materie prime, del petrolio, della forza lavoro dislocata nel cosiddetto terzo mondo in generale e il benessere dello studente che si sta facendo un bicchiere al Carillon mentre viene crivellato di colpi di arma automatica è tutto da dimostrare. Cioè, i NOI che andrebbero a rompere il cazzo a LORO non sono gli stessi NOI che vengono messi sotto sulla Promenade des Anglais da un camion impazzito. Il semplice fatto di esser nata a Nizza piuttosto che a Aleppo non rende automaticamente una bambina di due anni responsabile del colonialismo, delle guerre o della sospensione delle libertà in Siria. L’argomento secondo il quale siamo l’occidente quindi siamo tutti colpevoli è evidentemente ideologico e rimanda ad una visione della storia che mescola in maniera sincretistica il peggio del meccanicismo idealista con il più becero storicismo tradizionalista, arrivando a conclusioni speculari rispetto a quelle consuete della modernità, cioè la colpevolizzazione a trecentosessanta gradi dell’imperialismo coloniale, invece della sua legittimazione celebrativa. Ma si vede alla fine la debolezza di questo post-colonialismo postmoderno, che si riduce ad argomenti terzomondisti dei ‘settanta, quando alla orrenda mensa della scuola ti dicevano che dovevi mangiare tutto perché eri fortunato che non morivi di fame in Africa.</p>
<p><strong>Lorenzo.</strong> Prendiamo il caso della Siria (e dei siriani). Per diversi anni un efferato dittatore, Bashar al-Asad, ha fatto un massacro, ha distrutto il suo paese per rimanere al potere. Gli si opponevano dapprima molti attivisti, quasi tutti ormai uccisi, incarcerati e torturati o fuggiti dal paese, poi uomini armati che, dapprima animati da propositi nobili, sempre di più &#8211; ricevendo soldi da paesi come Arabia Saudita e Qatar &#8211; viravano verso il jihadismo. Un jihadismo la cui agenda era però sempre “siriana”, cioè l’obiettivo era abbattere il tiranno. A un certo punto di questa macelleria ha approfittato l’ISIS, un’organizzazione di natura criminale-mafiosa a guida iraqena che ha messo in piedi la sua agenda in siria sfruttando, in termini di propaganda, i crimini del regime così come tutta la retorica anti-occidentale nel momento, molto tardivo, in cui l’Occidente è effettivamente sceso in campo. Ma l’’ISIS come prima cosa ha iniziato a sparare contro quegli uomini in armi, anche quelli che pure si erano jihadizzati un bel po’ (li chiamano “sahwa”, ma non mi metterò a spiegare il perché). Il suo primo obiettivo furono all’inizio tutti gli attivisti e tutti i combattenti che si opponevano ad Asad. Non a caso Asad li lasciava fare. Loro dovevano fare egemonia e ci riuscirono a Raqqa, la terza città della Siria, a suon di esecuzioni sulla pubblica piazza e “gestione della barbarie” ma non in altre aree, dove furono espulsi e dove tuttora non hanno grandi appigli (sebbene poi, dai e dai&#8230;). Ora, questi dell’ISIS, cioè quelli che rivendicano attentati in Occidente, sono quei LORO di cui parlano i semplicioni di cui sopra? Rappresentano davvero LORO? Cioè, sono LORO quelli da cui NOI andiamo e che NOI distruggiamo? Mi sembra di no. Quelli dell’ISIS che terrorizzano l’Occidente sono semplicemente degli infami rosiconi spesso imbevuti di una retorica che suona così: “VOI avete sempre rotto il cazzo a NOI e quindi NOI ora rompiamo il cazzo a VOI”. Molti ci cascano dentro come degli allocchi. Ricordo ancora tal Oussama Abu Musab, un operaio del varesotto simpatizzante dell’ISIS che si era messo a commentare sulla mia bacheca e poi, dopo essere stato espulso dall’Italia, essere andato prima dai nonni in Marocco e poi in Svizzera dalla moglie per essere infine espulso anche dalla Svizzera e finire in Siria dove sembra sia morto in circostanze che non conosco. Questo Oussama, quando postavo cose sulla Siria, mi seguiva fin se riportavo i crimini di Asad. Metteva proprio dei làic. Poi quando riportavo i crimini dell’ISIS partiva per la tangente, diventando cospirazionista e affermando esattamente ciò che la vulgata di cui sopra vuole. Il fatto è che lui non era minimamente uno di LORO, uno di quelli che moriva sotto le bombe. Al massimo empatizzava, ma attraverso il filtro sbagliato, il filtro dell’ISIS. L’ISIS gli aveva spiegato che quelli erano suoi fratelli, dei musulmani come lui vessati da un Occidente diabolico, e lui ci credeva, non capendo che quelli lì con l’ISIS non avevano niente a che fare, che l’ISIS stava usando quella carneficina, ci stava mettendo su il cappello. Quello dell’ISIS è un discorso speculare a quello fatto in principio. E continuare a farlo, quel discorso, significa dare ragione all’ISIS. Il problema insomma, ancora una volta, è sdoganare quelli dell’ISIS quando quelli dell’ISIS non sono affatto quelli che si pensano di essere né che qualcuno da queste parti pensa che siano: non sono dei vendicatori degli sconfitti, anche se si atteggiano come tali. Quelli dell’ISIS, parlo dei capi e di quelli che gli credono, non della soldataglia locale che segue tutto un altro treno, sono invece efferati e cinici pezzi di merda che con quei LORO non hanno niente in comune se non per il fatto che rubano a LORO la terra, la libertà, il pane e la speranza. Esattamente come i NOI della vulgata.</p>
<p><strong>Anatole.</strong> Anche secondo certa “sinistra” ancora oggi qualsiasi forza si contrapponga all’occidente cattivo diventa in qualche misura spiegabile e tutto sommato accettabile in base al paradigma della vendetta degli sconfitti della storia, che ha come esempio caratteristico il tifo per gli indiani contro i caubbòy. E le categorie devono essere quanto più possibile inclusive, cioè tutti gli indiani da una parte, tutti i caubbòi dall’altra, perché da bambini quando giocavi a acchiapparella era così che funzionava.</p>
<p><strong>Lorenzo.</strong> Certo. E intanto quei LORO che NOI abbiamo sfruttato davvero continuano a prendersi le bombe di Asad in testa, a farsi sgozzare per motivi futili, a morire di fame, di stenti e di guerra. E, quando smettono di vessarli, ci hanno anche il coraggio di uscire di nuovo in piazza coi cartelli per chiedere libertà e dignità. Quelli a cui chiudiamo la porta in faccia quando arrivano dai Balcani o che lasciamo morire in qualche barcone.</p>
<p><strong>Anatole.</strong> Sì, l’unica costante è il fatto che le vittime vere di questa follia sono tutti quelli che per ovvie e comprensibili ragioni vorrebbero vivere la loro vita a modo loro, senza farsi coinvolgere in una guerra anacronistica. Ma questo lo diciamo ormai da anni invano.</p>
<p><strong>Lorenzo.</strong> Fausto, non so se ti ricordi chi è, ha definito le persone che fanno quei discorsi riportati sopra dei “giustificazionisti”. Io non so bene come definirli. Secondo me lui non coglie il punto della trasversalità. Invece il problema è questa suddivisione farlocca fra noi e loro, a mio modo di vedere esiziale, che prende nel mucchio. Ciò che cambia è la reazione psicologica a quel pensiero. Da un lato abbiamo chi dice: “E’ naturale, ce lo dovevamo aspettare, ora ce la becchiamo in pieno e basta”. Dall’altro ci hanno invece per esempio una paura smodata dei profughi siriani, fanno muri, chiudono le frontiere o intensificano i controlli, pensando questa cosa: “ora LORO verranno a distruggerci perché è colpa nostra”. Ma LORO chi? Venire a distruggerci? I siriani sono per un terzo profughi, si parla di milioni e milioni di persone. I morti civili (centinaia di migliaia) nella guerra siriana sono 10 volte tanto (decine di migliaia) dei morti in combattimento. Quanti siriani si sono fatti esplodere in Europa? Quanti hanno eseguito attacchi terroristici? Zero. Forse uno. A Parigi hanno ritrovato un passaporto siriano allo stadio. Era falso. Una testimonianza del business dei passaporti falsi.</p>
<p><strong>Anatole.</strong> Se ci pensi è un problema di carattere identitario, che ci rimanda alla polarizzazione del discorso sulla crociata: si bipartisce il mondo in noi e loro, senza tenere conto delle infinite articolazioni, anche contraddittorie, di questi due concetti. Perché, in fondo, dietro tutto questo discorso di estremismo buonista si nasconde lo stesso spettro che campeggia sui vessilli dei sostenitori della Fallaci, la madonna sanguinante del nuovo crociato. Cioè il fatto che loro sono loro e noi siamo noi, siamo due “civiltà” diverse, configuriamo proprio due campi antropologici non contaminabili. Questa è la cosa che ho sempre trovato irritante del modo in cui il ragionamento si polarizza, che anche i buonisti “di sinistra” alla fine sono in imbarazzo rispetto al velo, alle usanze alimentari diverse, alle mosche che ti ronzano intorno tutto il giorno in Marocco o in Turchia, a tutta quella polvere, al fatto che a una certa, insomma, non è come da noi.</p>
<p><strong>Lorenzo.</strong> Esatto. Al netto della buonistizzazione della sinistra ad opera della destra &#8211; su questo punto assolutamente vincente &#8211; di cui parlava <a href="http://www.vice.com/it/read/intervista-luigi-manconi-politica-a12n1">Luigi Manconi</a> qualche tempo fa, i buonisti &#8211; che si dichiarino di sinistra o meno &#8211; sono così: li si rintraccia proprio nel momento in cui tracciano questa linea noi-loro. Che poi questa cosa avviene a una certa, a partire dai ‘90 e molto di più ovviamente dall’11 settembre in poi. E’ figlia del rimosso “internazionalista”, forse. Cioè: per essere di sinistra non era proprio assolutamente fondamentale essere internazionalisti? E se poi il mondo è cambiato e quindi parliamo di Europa cambia qualcosa? Non credo. Mi ricordo che a metà degli anni ‘90 andai come inviato per un piccolo e benemerito giornale, Confronti, a un incontro a Strasburgo fra le realtà antirazziste europee giovanili, organizzato dall’UE. Fui molto orgoglioso di partecipare a una specie di ribellione: gli organizzatori volevano parlare di razzismo all’interno delle frontiere europee, noi volevamo aprire le frontiere contro ogni razzismo. Stiamo ancora messi così, forse peggio.</p>
<p><strong>Anatole.</strong> Io mi ricordo di una volta che stavamo noi due in Tunisia, a Tozeur, ed è venuto a piovere. C’era un’umidità allucinante e non si riusciva a stare. Ci siamo rifugiati all’Hotel des Palmes, evidente baluardo del colonialismo francese, l’unico posto all’epoca dotato di aria condizionata. Si stava una bomba, una cifra meglio che fuori. Il fallacismo mi fa sempre l’effetto di quando senti il bisogno di rintanarti nella tua conforzòn, tipo quella volta, ma devi spiegarlo per forza, cioè giustificarti, sentendoti un po’ in colpa perché te lo puoi permettere e quelli fuori no. Soprattutto non si capisce perché dovresti giustificare il fatto che stai agonizzando di caldo e ti rifugi in un posto condizionato dicendo che LORO, quelli fuori, sono incivili e pregano per la pioggia e riescono a campare con quel clima solo perché sono tribbali. Quindi configuri la tua ricerca di benessere come l’effetto di un inevitabile scontro di civiltà e ti fai pure un negroni alla faccia loro, che sono incivili perché non bevono, ma poi quando vengono da NOI diventano tutti alcolisti e violentano le nostre donne perché sono repressi dalla religgione. In finale la verità è solo che senti caldo e non si capisce perché te la dovresti pigliare con chissà chi perché non sei all’altezza del clima. È allucinante. Si poteva dire “vattene al Club Mèd&#8221;, un tempo. Oggi no, perché se vai al Club Mèd LORO ti sparano, perché c’è la crociata e lo scontro di civiltà, eccetera.</p>
<p><strong>Lorenzo.</strong> Assolutamente. E anzi per tracciare una linea di discrimine su questo tema ricordo altri due eventi di quell’estate tunisina. Quella volta che ci facemmo a piedi tutta la spiaggia di Mahdia: ci fermavamo nei resort e atteggiandoci da ospiti ci mettevamo sulle sdraio o scroccavamo un caffè &#8211; un atteggiamento che ancora oggi giudico molto sano. E quella volta che ci prendemmo uno pseudo-bungalow (leggi cubo di cemento surriscaldato senza finestre ricolmo di scarafaggi) a Kerkenna e la mattina dopo ci svegliammo al suono di “Talking about the revolution” di Tracy Chapman circondati da burrosi tedeschi che sorseggiavano bevande colorate. Cioè: si poteva parlare di rivoluzione con questa bevanda colorata in mano e qualcuno &#8211; laffuori &#8211; chiaramente rosicava, avendone anche un motivo. Era evidente il fatto che qualcuno rosicasse, mi chiedevo quando mai uno di LORO avrebbe aggredito il burroso tedesco o anche &#8211; per somma sfiga &#8211; anche me. Sono passati vent’anni e qualcuno ha pensato bene di dare un mitragliatore al rosicone, mentre quelli che sta cosa l’avevano capita, cioè i giovani rivoluzionari tunisini, dei resort si disinteressarono vieppiù perché il problema era il dittatore tunisino, non il burroso tedesco.</p>
<p><strong>Anatole.</strong> Che poi il serio problema del mare a Kerkenna è che non ti puoi fare il bagno. Cammini tra i sassi con l’acqua alle caviglie per chilometri. Neanche se ti sdrai lungo fai veramente il bagno. Ma quanto è meglio Lido dei Pini?</p>
<p><strong>Lorenzo.</strong> Vabbene, ora basta co sti ricordi. Riprendendo il filo, una variante del tema “rompere il cazzo” è: “noi abbiamo delle responsabilità e non facciamo niente”. Ma non è vero che non facciamo niente. Abbiamo delle responsabilità e diamo ragione a quelli sbagliati. E’ deprimente.</p>
<p><strong>Anatole.</strong> Certo, non è che se invece fai il fricchettone restandotene a sudare nella branda di quell’albergo allucinante a tremila lire a notte dove dormivamo noi, allora devi tifare che qualcuno faccia esplodere l’Hotel des Palmes con tutti gli occidentali dentro, perché è colpa loro che fa caldo. E nessuna teoria del complotto potrà mai traformare un qualunque ospite dell’Hotel des Palmes in un responsabile del fatto che hai caldo.</p>
<p><strong>Lorenzo. </strong>Io direi, inoltre, che ti poni il problema di sudare (il meno possibile) in branda quando è evidente che all’Hotel des Palmes non ci potrai stare tre mesi di fila. Ad esempio quando vai a fare un lavoro o a studiare, a fare una ricerca. Ci ho questo esempio paradossale. A Zanzibar conobbi un giovane antropologo americano che veniva ogni giorno all’Archivio Nazionale perché era l’unico posto, al tempo, in cui poter godere dell’aria condizionata senza sembrare un colonialista stronzo. Studiava “l’identità araba in Africa Orientale”. Faceva ricerca sul campo, lui.</p>
<p><strong>Anatole.</strong> Ti faccio notare che l’antropologo americano è un ricordo.</p>
<p><strong>Lorenzo.</strong> Ci hai ragione. Ma l’antropologo può servire come esempio per partire su un altro tema collegato. Urge un qualche ragionamento sul far politica in questo contesto.</p>
<p><strong>Anatole.</strong> I tempi della politica non stanno appresso all’emergenza, quindi ogni iniziativa politica sembra segnare il passo. Solo il volontariato sembrerebbe funzionare come reazione automatica all’allarme costante, ad esempio nel caso dei rifugiati o delle guerre che si combattono davvero, quelle che di santo hanno davvero pochissimo, da una parte e dall’altra.</p>
<p><strong>Lorenzo.</strong> La cronaca ti piglia sul presente e non lascia spazio all’approfondimento, che sarebbe sostanza dell’agire politico finalizzato a trovare soluzioni durature ai problemi. Invece i problemi coi quale ci confrontiamo, guerre, rigugiati, terrorismo, investono una dimensione di protagonismo emergenziale. Molto volontariato si spiega così, come una risposta all&#8217;emergenza. La politica ha i tempi lunghi e morti della militanza, quindi non acchiappa più, mentre il volontariato è rapido, adrenalinico, molto diretto, va sul bisogno concreto, dà soddisfazione immediata, come una botta di qualcosa di buono. È antidepressivo, mentre la politica è depressiva, troppa autocritica, troppe chiacchiere, poca azione, poca concretezza. Ma solo la politica basata sull’elaborazione critica di profondità può contribuire a demistificare i collegamenti abusivi tra i vari problemi, che risultano da sintesi di carattere ideologico.</p>
<p><strong>Anatole.</strong> In effetti, la visione egemonica al momento condivide molti aspetti del complottismo tradizionale, proprio nel senso che vuole collegare a tutti i costi cose che non hanno un collegamento tra loro, o ne hanno uno davvero labilissimo.</p>
<p><strong>Lorenzo.</strong> Certo, la visione egemonica, come i deliri complottisti, mira ad identificare una ipotassi dove in apparenza si registra una paratassi. È il bisogno di trovare un collegamento gerarchico tra i fatti, una ragione che spieghi tutto in maniera coerente, piuttosto che sforzarsi di immaginare uno meccanismo lineare di sviluppo in grado di far emergere il significato. Se l’attentatore omofobo di origini afgane del Pulse, quello tunisino di Nizza, quello tedesco di origini iraniane di Monaco che ce l’ha coi turchi e il golpe turco istesso fossero soltanto le pedine di un complotto mirato ad un qualsiasi fine, ecco che la spiegazione suonerebbe rassicurante. C’è una regia, non preoccupiamoci. Cioè, non è che può davvero accadere di tutto ovunque in qualsiasi momento, ecco.</p>
<p><strong>Anatole.</strong> Abbiamo anche gettato delle basi per affrontare la questione del complottismo, che non siamo riusciti a discutere. Speriamo davvero che prima della prossima puntata nessun altro inerme debba rimetterci la pelle in mezzo alla strada mentre prova a vivere la propria vita. Né in Europa, né in Medio Oriente, né altrove nel mondo.</p>
<p><strong>Lorenzo. </strong>Hai detto bene: altrove nel mondo. 80 morti a Kabul. E raccontarne il senso significherebbe aprire il file Afghanistan. Per oggi è troppo. Faccio solo notare che i giornali non aprivano con l&#8217;Afghanistan da almeno tre ziliardi di click.</p>
<p><strong>Anatole.</strong> Magari salta fuori anche chi ti collega l&#8217;attentore del Pulse di origine afgana al fatto che un gruppo di poveri cristi manifestava a Kabul per avere l&#8217;energia elettrica. Magari intervistano il levriero afgano di un ex marine, che ne sai. Roba che alla fine è meglio il sano complottismo.</p>
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		<title>Dai Quaderni di lavoro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Oct 2015 13:00:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[assertività]]></category>
		<category><![CDATA[io]]></category>
		<category><![CDATA[michele zaffarano]]></category>
		<category><![CDATA[non assertività]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[scritture di ricerca]]></category>
		<category><![CDATA[soggetto]]></category>
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					<description><![CDATA[Prosegue la pubblicazione di interventi sul tema “scrittura non assertiva”. Il primo intervento di Mariangela Guattteri è qui, quello di Marco Giovenale qui, quello di Andrea Inglese qui. di Michele Zaffarano 1 &#160; Riprendere il discorso: io = soggetto La poesia (non solo) come etica del soggetto come etica della soggettivizzazione (poesie civili) inserisce il dubium [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Prosegue la pubblicazione di interventi sul tema “scrittura non assertiva”. </em><em>Il primo intervento di Mariangela Guattteri è <a href="https://www.nazioneindiana.com/2015/10/08/scrittura-non-assertiva/"><span style="color: #1c638c;">qui</span></a>, quello di Marco Giovenale <a href="https://www.nazioneindiana.com/2015/10/12/qualche-asserzione-sparsa/">qui</a>, quello di Andrea Inglese <a href="https://www.nazioneindiana.com/2015/10/22/brevissimo-trattatello-sullopportunita-o-meno/">qui.</a></em></p>
<p>di <strong>Michele Zaffarano</strong></p>
<p><span id="more-57463"></span></p>
<p>1</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Riprendere il discorso: io = soggetto</p>
<p>La poesia (non solo) come etica del soggetto</p>
<p>come <em>etica della soggettivizzazione</em> (poesie civili)</p>
<p>inserisce il <em>dubium</em> nel processo di identificazione immaginaria</p>
<p>io = soggetto</p>
<p>spinge verso l’assunzione responsabile della propria <em>parole</em>/</p>
<p>dizione/azione, coscienza dell’–</p>
<p><em>Dubium</em> + reazione a castrazione (vedi)</p>
<p>io ≠ soggetto</p>
<p>$</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>* * *</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>2</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Innanzitutto dire che la scrittura è una</p>
<p>macchina politica sperimentale</p>
<p>è diverso dal dire che la scrittura</p>
<p>è una macchina estetica sperimentale</p>
<p>La scrittura è una macchina politica</p>
<p>sperimentale, è costituita da</p>
<p><em>contenuti ed espressioni formalizzati</em></p>
<p>a gradi diversi come da <em>materie</em></p>
<p>non form(alizz)ate che vi entrano, ne</p>
<p>escono e passano attraverso tutti</p>
<p>gli stati. Entrare, uscire dalla</p>
<p>macchina, scorrere lungo la macchina,</p>
<p>stare dentro la macchina, avvicinarsi,</p>
<p>fa parte ancora della macchina:</p>
<p>sono gli <em>stati del desiderio</em>, indi-</p>
<p>pendentemente da ogni interpretazione.</p>
<p>La <em>linea di fuga</em> fa parte della</p>
<p>macchina (…) Il problema: nien-</p>
<p>t’affatto essere liberi, ma</p>
<p>trovare un’uscita, un’entrata.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>politica = né immaginario né simbolico</p>
<p>macchina = né struttura né fantasma</p>
<p>sperimentazione = né interpretazione né</p>
<p>significazione ma</p>
<p>protocolli di esperienza</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Giochi di potere</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2015/03/03/giochi-di-potere/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Mar 2015 06:00:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura di genere]]></category>
		<category><![CDATA[Michael Dobbs]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[potere]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
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					<description><![CDATA[(prima della fiction americana c&#8217;è stata la serie tv britannica. E prima della serie ci sono stati i romanzi di Michael Dobbs. Fra pochi giorni esce il terzo e ultimo della serie, House of Cards 3 – Atto finale, traduzione di Stefano Tummolini e Giacomo Cuva. Qui di seguito un estratto regalato dalla casa editrice Fazi, che ringrazio. G.B.) di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/hoc3.jpg"><img decoding="async" class="alignleft  wp-image-51447" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/hoc3.jpg" alt="hoc3" width="258" height="395" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/hoc3.jpg 296w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/hoc3-196x300.jpg 196w" sizes="(max-width: 258px) 100vw, 258px" /></a>(<em>prima della fiction americana c&#8217;è stata la serie tv britannica. E prima della serie ci sono stati i romanzi di Michael Dobbs. Fra pochi giorni esce il terzo e ultimo della serie, <span style="color: #000000;"><b>House of Cards 3 – Atto finale</b></span><span style="color: #000000;">, traduzione di Stefano Tummolini e Giacomo Cuva. </span>Qui di seguito un estratto regalato dalla casa editrice Fazi, che ringrazio.</em> G.B.)</p>
<p>di <strong>Michael Dobbs</strong></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">Il posto di un uomo nella storia non è nient’altro che questo: un posto, un singolo punto in un universo infinito, una gemma che, per quanto possa essere lucidata e fatta brillare, comunque si perderà in un mare di ricchezze.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">Un granello di sabbia nella clessidra.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">Per Urquhart quello era un luogo venerabile: lo scranno di pelle lucida graffiata dall’affondo di unghie ansiose, il casellario di bronzo e antico legno di Puriri levigato dal passaggio di migliaia di palmi sudati, travi e pilastri finemente decorati che, a un orecchio attento e allenato, rimandavano ancora gli echi delle grida dei grandi leader fatti a pezzi e trascinati verso l’oblio. Sembrava che ogni carriera politica dovesse finire in disfatta, il verdetto di quel tribunale gotico non cambiava mai. Colpevole. Condannato. Un luogo di arringhe, fugaci approvazioni ed esecuzioni inevitabili.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">Ultimamente, ogni volta che si allontanava dalla ribalta, delle voci dall’ombra gli sussurravano che il giorno della sua caduta sarebbe arrivato, era solo questione di tempo. Mentre se ne stava seduto sullo scranno, i sussurri erano ricominciati, sempre più imperiosi, insolenti, quasi estenuanti. E in mezzo a quel brusio, sentì la voce di Thomas Makepeace.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">«Il mio onorevole collega è consapevole», la finzione istituzionale dell’amicizia scivolò dalle labbra di Makepeace come fiele, «del fatto che la comunità greco cipriota residente in questo paese è profondamente turbata dall’esistenza di luoghi di sepoltura occultati dai tempi della guerra di liberazione, negli anni Cinquanta?».</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">Vecchi ricordi si ravvivarono come braci, guizzando e avvampando fino a che il crepitio delle fiamme non ebbe cancellato le parole con cui Makepeace stava chiedendo che il governo britannico aprisse i propri archivi, che rivelasse tutte le morti e le tombe non segnalate, «in modo che si possa finalmente mettere una pietra sopra le tragedie di quegli anni lontani?».</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">Per qualche istante, l’aula rimase a guardare l’insolito spettacolo del primo ministro rigidamente seduto al suo posto, apparentemente impassibile, impietrito, perso in un altro mondo, fin quando un brusio d’impazienza non lo riscosse. Si alzò con movimenti legnosi, come se l’età gli avesse saldato le giunture.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">«Non mi risulta», cominciò a dire con inconsueta incertezza, «che vi siano elementi che lascino supporre l’esistenza di tombe occultate dai britannici&#8230;».</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">Makepeace protestava, agitando un foglio di carta che, urlò, proveniva dall’Archivio di Stato.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">Altre voci gli fecero eco. Nella sua testa risuonavano battibecchi e confusione, discorsi su tombe, su segreti che sarebbero stati inevitabilmente riesumati insieme alle ossa, su faccende che dovevano restare sepolte per sempre.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">Poi un’altra voce, più familiare. «Combatti!», gli intimò. «Non farti vedere vulnerabile. Menti, urla, dimenati, insulta, colpisci basso e dove fa più male: qualsiasi cosa, basta che combatti!». E che preghi, avrebbe potuto aggiungere quella voce. Francis Urquhart non sapeva pregare, ma Cristo se sapeva combattere.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">«Credo sia estremamente pericoloso andare per armadi a curiosare, a infilare il naso in atmosfere ormai stantie e insalubri», cominciò a dire. «Dovremmo piuttosto guardare al futuro, con le grandi speranze che ci riserva, anziché rimuginare sul lontano passato. Qualsiasi cosa sia accaduta durante quella vecchissima, tragica guerra, lasciamola sepolta, insieme alle eventuali malvagità compiute, probabilmente da entrambe le parti. Concentriamoci sull’amicizia incontaminata che da allora abbiamo costruito insieme».</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">Makepeace stava cercando di ribattere, protestando ancora, aggrappato a quel suo foglio di carta. Urquhart lo mise a tacere col più spietato dei sorrisi.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">«Naturalmente, se l’onorevole collega ha in mente qualcosa in particolare, oltre a fare irruzione in un archivio polveroso, mi darò pena di esaminare la questione per lui. Non dovrà far altro che scrivermi con tutte le specifiche del caso».</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">Makepeace si acquietò e, con estrema gratitudine, Urquhart sentì che lo Speaker stava annunciando il successivo punto all’ordine del giorno. Nella sua testa rimbombava un caos di voci, grida, esplosioni e proiettili che rimbalzavano. Non ci vedeva più, accecato dal ricordo del sole del Mediterraneo che si riflette sulla roccia antica, mentre le sue narici dilatate si riempivano dell’olezzo dolciastro della carne che brucia.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">Francis Urquhart si sentì improvvisamente decrepito. La clessidra della storia si era capovolta.</span></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>La forma saggio e il footage, un metodo di produzione</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2014/08/08/la-forma-saggio-e-il-footage-un-metodo-di-produzione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[rinaldo censi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 Aug 2014 06:00:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[Found Footage]]></category>
		<category><![CDATA[Harun Farocki]]></category>
		<category><![CDATA[installazioni]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[rinaldo censi]]></category>
		<category><![CDATA[Straub-Huillet]]></category>
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					<description><![CDATA[di Rinaldo Censi Nel 1983 Harun Farocki recita come attore in Klassenverhältnisse (Rapporti di classe), di Danièle Huillet e Jean-Marie Straub. Realizza un film a partire dalla sua lavorazione, Arbeiten zu, “Klassenverhältnisse” von Danièle Huillet und Jean-Marie Straub (1983). E&#8217; un film importante che mette a nudo un processo di lavoro, di creazione: le prove, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY">di <strong>Rinaldo Censi</strong></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium">Nel 1983 Harun Farocki recita come attore in </span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium"><i>Klassenverhältnisse</i></span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium"> (Rapporti di classe), di Danièle Huillet e Jean-Marie Straub. Realizza un film a partire dalla sua lavorazione, </span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium"><i>Arbeiten zu, “Klassenverhältnisse” von Danièle Huillet und Jean-Marie Straub</i></span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium"> (1983). E&#8217; un film importante che mette a nudo un processo di lavoro, di creazione: le prove, le ripetizioni, le riprese, il film. A quel tempo, i rapporti fra i tre</span></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium"> sono già di stima reciproca, qualcosa che somiglia ad una vera e propria amicizia (nel 1987 Farocki realizzerà per la televisione tedesca un altro film sulla coppia, </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium"><i>Filmtip: Der Tod des Empedokles</i></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium">).</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium">Per comprendere questo rapporto speciale bisogna ripartire da una rivista tedesca, </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium"><i>Filmkritik</i></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium">,</span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium"> fondata nel 1957. All&#8217;epoca vi lavorano figure di spicco come Enno Patalas (animatore e agitatore del Filmmuseum di Monaco tra il 1973 e il 1994), e poi Frieda Grafe, Ulrich Gregor, Wilhelm Roth. E&#8217; una rivista di cruciale importanza per Harun Farocki e per altri giovani cinefili: Hartmut Bitomsky, Wolf-Eckart Bühler, Manfred Blank, Hanns Zischler. E poi Rudolph Thome, il giovane Wim Wenders. Ognuno di loro lascerà tracce scritte sulla rivista, a partire dalla fine degli anni &#8217;60 fino al 1984, quando </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium"><i>Filmkritik </i></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium">chiude i battenti. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium">Si respira aria nuova. I nuovi collaboratori scrivono, e quando non scrivono realizzano film: si occupano di </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium"><i>autori </i></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium">amati, di cui descrivono minuziosamente il metodo di lavoro, la peculiarità di alcune sequenze, come se proprio lì si nascondesse il segreto della loro arte, proprio lì dove nessuno sembrava coglierlo. C&#8217;è l&#8217;amore per John Ford. E poi Renoir, Bresson e Jean Gremillon. E gli Straub. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium">Christian Petzold ricorda come già dalla scrittura si potesse intuire il lato modernista, quasi joyciano, di Harun Farocki. Non è dunque un caso che la forma “saggio” circoli dalla carta alla celluloide. E&#8217; proprio questa la forma su cui si misurano vari collaboratori, compreso Holger Meins, altro nome che ruota a sua volta intorno alla rivista. E se c&#8217;è qualcosa che Farocki ha compreso da quei “maestri”, non è forse uno stile, ma piuttosto una logistica, un metodo di lavoro e di produzione. La presenza di Jean-Marie Straub – all&#8217;epoca esule in Germania – e Danièle Huillet deve aver in qualche modo funzionato da detonatore dialettico. Lo scambio di idee deve aver reciprocamente dato buoni frutti. Lo si comprende se avviciniamo </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium"><i>Inextinguishable Fire</i></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium">, che Harun Farocki realizza nel 1969, a </span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium"><i>Einleitung zu Arnold Schoenbergs Begleitmusik zu einer Lichtspielscene </i></span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium">(1972): l</span></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium">a politica, la forma “saggio”, il processo di lavoro, la Storia, il </span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium"><i>footage</i></span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium"> di repertorio, il montaggio, la dialettica delle immagini. </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium">Ogni film di Harun Farocki sembra poggiare su queste coordinate. Rivedendo oggi </span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium"><i>Zwischen Zwei Kriegen</i></span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium"> (1978) o </span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium"><i>Ein Bild</i></span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium"> (1983) o il suo </span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium"><i>Arbeiter verlassen die Fabrik</i></span></span></span><span style="color: #000000"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif"><span style="font-size: medium"> (1995) viene spontaneo notare come questa forma “saggio” metta in luce tutto l&#8217;acume di Farocki , la sua intelligenza, la sensibilità, lo sguardo ultrasensibile su alcuni gesti all&#8217;apparenza anodini. I suoi film, le sue installazioni, restano insuperate lezioni di cinema.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY">(Il 30 luglio è se n&#8217;è andato improvvisamente Harun Farocki. Questo pezzo è apparso sul Manifesto, il 1 Agosto 2014, insieme a quelli di Nicole Brenez, Elfi Reiter e Cristina Piccino)</p>
<p><iframe loading="lazy" title="Harun Farocki - Arbeiter verlassen di Fabrik (Workers leaving the factory) 1995" src="https://player.vimeo.com/video/59338090?h=873efcdae6&amp;dnt=1&amp;app_id=122963" width="630" height="480" frameborder="0" allow="autoplay; fullscreen; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></p>
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		<title>Come mi sono infiltrato in una riunione socialista dedicata a Tsipras e come, trovato un vocabolario, ho scritto una lettera a Barbara Spinelli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 May 2014 12:00:15 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
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					<description><![CDATA[ di François Milieu «Ora vi racconto come è andata. Se mi concentro tiro fuori la prima immagine, poi seguiranno le altre. Vedo una sala ampia ampia piena di sedie di plastica. Le persone sedute sulle sedie. Davanti c&#8217;è un tavolino dove stanno tre microfoni con annessi signori a bocca aperta, poi chiusa. Nell&#8217;ombra ecco apparire [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;" align="center"><b> </b>di <strong>François Milieu</strong></p>
<p>«Ora vi racconto come è andata. Se mi concentro tiro fuori la prima immagine, poi seguiranno le altre. Vedo una sala ampia ampia piena di sedie di plastica. Le persone sedute sulle sedie. Davanti c&#8217;è un tavolino dove stanno tre microfoni con annessi signori a bocca aperta, poi chiusa. Nell&#8217;ombra ecco apparire un altro tavolo dove dita svelte scrivono su tastiere meccaniche. Occhi dall&#8217;ombra gettano sguardi per controllare che tutto fili via liscio. &#8220;Riportiamo il socialismo in Europa&#8221;, un&#8217;eco resta nella testa. Così posso dire di aver descritto lo spazio. Io? Io non so come ho fatto ad arrivare lì, né ricordo perché ci sono entrato.»<span id="more-48049"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>«Ora è il momento della trama, il più difficile, perché il senso degli eventi sta tutto dentro alle immagini. Provo così: nel viavai del mondo contemporaneo si stanno giocando i destini del socialismo in Europa. Sembra che nei grandi palazzi governino alcuni squali e individui rapaci, ma adesso un grande uomo greco rappresenta la nuova speranza per dare una lezione agli squali e individui rapaci. Lui si chiama Tsipras, si scrive come ve lo pronuncio.»</p>
<p>«Racconto che ho visto almeno cinquecento persone, forse di più. Nemmeno il tempo di ambientarmi e dal tavolino è partita la voce amplificata dei microfoni ed è così che le parole sono girate a trottola per lo stanzone. Un signore anziano dal viso simpatico ha dato sfoggio di un gran linguaggio da sapiente. Lui per primo ha pronunciato &#8220;partecipazione dal basso&#8221;, e deve essere stata una formula ben riuscita perché dopo molti hanno ribadito in tutte le salse questo concetto della &#8220;partecipazione dal basso&#8221;. Tali squali e individui rapaci stanno in alto e allora le persone devono organizzarsi dal basso per tirarli giù dai piedistalli. Io confesso che preferisco trovarmi insieme a quelli che si muovono dal basso, perché l&#8217;idea di stare in alto suona male, fa subito pensare a individui poco raccomandabili.»</p>
<p>«Là in fondo mi sentite? Come vi ho detto, l&#8217;idea che hanno avuto è quella di &#8220;riportare il socialismo in Europa&#8221; e per farlo hanno chiesto aiuto al signor Tsipras. Ho intuito, lo dico come ho capito, che questa idea di infiltrare il socialismo in Europa non è nuova. Ha la sua nobile storia, alle nostre spalle ci sono chissà quanti tentativi. Finiti male. &#8220;Ma non ripeteremo gli stessi errori del passato&#8221;. Ho guardato i tendoni intorno alla sala e ho immaginato le catastrofi in fila una dietro l&#8217;altra riempire le epoche. Un signore con il vocione di tromba e la montatura nera dei momenti importanti ha detto che lui ci aveva già provato, ma è andata a finir male perché l&#8217;aria puzzava fin da subito ai suoi tempi di un anno fa. Poi ha rassicurato tutti dicendo che l&#8217;aria nello stanzone era tutta diversa.»</p>
<p>«Non ho ancora detto che per ogni intervento scrosciano gli applausi, a volte addirittura si alza un gran rumore di approvazione quando qualcuno lascia andare una frase a effetto. Sono amplificato, si? Quando la sala approva l&#8217;invito a &#8220;non dividersi e a restare compatti&#8221; mi sono immaginato che tutti desiderano una unione fraterna: stretti insieme contro gli squali e gli individui rapaci. Dovete sapere che ho visto molti salutarsi e darsi pacche sulle spalle, come se davvero fossero fratelli, oppure come se si conoscessero da lungo tempo e ne avessero viste di tutti i colori.»</p>
<p>«Giusto, voi mi chiederete chi mai sia questo pubblico. Barbe occhi di speranza riccioli e tutti vestiti così e così; questo basti. Poi per movimentare un po&#8217; il discorso vi dico anche che qualcuno fra il pubblico non era troppo appassionato. Per esempio ho visto negli angoli certi giovani con la faccia da furbacchioni che ogni tanto ghignavano fra di loro e si dicevano le cose nell&#8217;orecchio come se la sapessero ben più lunga delle voci espanse in amplificazione»</p>
<p>«Poi devo anche confessare in tutta sincerità che si sente anche una gran serietà in giro. Uso il presente per dare l&#8217;idea che tutto sta accadendo ora. Sono accigliati in molti, perché “la situazione è molto grave&#8221;, e &#8220;davvero non c&#8217;è più tempo&#8221;, e salta agli occhi un gran miscuglio di volti scuri e di entusiasmi volanti di qua e di là in forma di parole in libera uscita. Nell&#8217;angolo all&#8217;ombra dietro al tavolino principale si assiepano senza far rumore giovani uomini e giovani donne, volto sempre serio e preoccupato. Per esempio hanno le braccia conserte, che è un segno di gravità. Fra di loro si fanno segni per dire “fai in fretta!”, o per segnalare qualche emergenza da risolvere prontamente. “Forza, dai, ora ora!” In ogni angolo si nascondono terribili emergenze che se non si sta attenti e non si interviene subito tutto va a scatafascio.»</p>
<p>«Ora rallento un po&#8217; e inserisco le mie considerazioni. A me sembra che in generale sia andata bene e che ci sia da sperarci sopra a questa trovata del greco da mandare in Europa con una operazione dal basso. Ma ho cercato anche di ascoltare un po&#8217; in giro quei pensieri che volavano nell&#8217;aria senza essere spinti dal microfono. Così ho fatto delle domande e molti mi hanno risposto &#8220;Mah, stiamo a vedere&#8221;, uno mi ha detto che &#8220;ci sono più elementi positivi che negativi&#8221;, un altro che &#8220;è andata bene, perché bisognava caricare le persone, e le persone adesso sono cariche&#8221;. Allora ho sentito profondersi nell&#8217;intimo la serenità, finché un signore tutto triste mi ha detto che &#8220;le cose non vanno per niente bene, perché tutti dicono parole come partecipazione dal basso, ma sono solo esche per boccaloni e i giochi sono controllati dai soliti noti, come lorsignori i consiglieri comunali che hanno la voce calda&#8221;. Ha continuato dicendo che d&#8217;ora in poi lui – da triste qual mi è parso – vuole solo fidarsi di quelli che ti vengono a dire &#8220;sono uno squalo, l&#8217;avvoltoio fra i più infami&#8221;, o &#8220;mi piace comandare dall&#8217;alto&#8221;, perché almeno non cercano di prendere il prossimo all&#8217;amo come si fa con i boccaloni. Io devo dire che non so se il signore abbia ragione o meno, però mi è parso di pessimo umore e per nulla felice. Penso di preferire i passionari accigliati a questa tristezza. Lui mi ha fissato e mi ha detto “Non sono triste, ma melanconico”. Un mattatore anche lui.»</p>
<p>«Sono tornato a casa e ho preso un vocabolario per scrivere la lettera che vi porgo. Qui a raccontare le cose muovo le braccia per provare a spiegarmi e butto le parole un po&#8217; come vengono, ma quando sono alla scrivania con il mio vocabolario mi escono le parole difficili una dietro l&#8217;altra. Tutto si ordina sul bianco della pagina e i caratteri corsivi pesano densi di autorevolezza. Fate attenzione.»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Cara Barbara Spinelli,</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>sono un giovane cittadino europeo e con queste poche ma sentite righe vorrei esprimere alcune mie riflessioni in merito all&#8217;appello “L&#8217;Europa al bivio. Con Tsipras una lista autonoma della società civile”, redatto da lei e da altri cinque intellettuali. Ho deciso di rivolgermi a lei perché spesso ho apprezzato l&#8217;acutezza dei suoi interventi pubblici, perché a volte le sue parole hanno arricchito i miei pensieri e infine perché mi ha sempre ispirato una qual certa fiducia, sebbene mai ci siamo incontrati di persona. Inizio a riconoscere che mi trovo d&#8217;accordo con quasi tutti i contenuti esposti nel documento. Ma in questa lettera, per brevità, esprimerò solo due dubbi, o perplessità che dir si voglia.</p>
<p>Il primo riguarda il tempo, o meglio la nostra percezione del tempo all&#8217;epoca attuale. Il documento, dopo aver esordito con: «l’Europa è a un bivio», rimarca l&#8217;idea che questo sia un tempo in crisi, dove ogni scelta è irrevocabile e imminente: «l’Euro non resisterà», «oggi abbiamo di fronte una grande questione ambientale di dimensioni planetarie, che può travolgere tutti i popoli», «il tempo è scaduto e la casa di tutti noi è in fiamme». Ma le frasi che ho citato lasciano tutte intravedere oltre le brume un orizzonte di speranza: “se però agiamo in un certo modo&#8230;”. Una speranza che invoca il nome di Tsipras, candidato presidente per le venienti elezioni europee di questa primavera.</p>
<p>Voglio solo notare che un sentimento gravato dalla scelta improrogabile fra salvezza o disastro è perfettamente conforme al linguaggio della crisi – intesa come momento emergenziale, come situazione critica – che ha giustificato gli ultimi governi nel nostro Paese. Se insistiamo a vivere il presente come se il tempo stesse sempre per scadere, non rischiamo di restringere l&#8217;orizzonte alla scelta più vicina e immediata, e di giustificarla nella sua estrema evidenza? Anche lei, pertanto, sembra accettare il gioco dello stato di eccezione.</p>
<p>Il secondo dubbio invece riguarda l&#8217;intero paragrafo relativo alle modalità preposte alla gestione della lista: “Una lista promossa da movimenti e personalità della società civile, autonoma dagli apparati partitici, che sia una risposta radicale alla debolezza italiana. Una lista composta in coerenza con il programma, che candidi persone, anche con appartenenze partitiche, che non abbiano avuto incarichi elettivi e responsabilità di rilievo nell’ultimo decennio.”</p>
<p>Dunque mi domando: se davvero in Italia riscontriamo una drammatica carenza di autonomia nella gestione della politica, ebbene la colpa è da attribuire esclusivamente ai partiti? Io non ho mai conservato nelle tasche del mio pastrano alcuna tessera e credo di non godere dei requisiti psico-fisici adatti a militare in alcuna struttura partitica. Tuttavia contesto la tesi secondo cui i partiti siano malati e la società civile al contrario sia sana; questa, mi permetta, mi pare una semplificazione. Se esiste una carenza di indipendenza nella vita politica, le cause vanno riscontrate nella società civile intera, incluse le associazioni, i gruppi formali e informali, le “personalità” che in essa hanno ruoli di rilievo.</p>
<p>Non è ponendo il divieto di accesso ai partiti che si permette l&#8217;autonomo sorgere “dal basso” delle forze sociali. Su questa mia ultima convinzione vorrei soffermarmi ancora un poco. Vedo una società civile frammentata in corpuscoli di sinistra che gravitano accosti o molto distanti dai partiti; frammenti che si riconoscono ancora nelle stesse parole d&#8217;ordine, e in fondo praticano modalità di organizzazione e auto-rappresentazione non troppo dissimili fra loro. Ma quanto vuoti ormai sono i contenuti, quanto vane le promesse di “partecipazione”? E quanto deteriori codeste pratiche? Osserviamo corpuscoli alla deriva che hanno il loro unico fondamento “forte” nell&#8217;identità, nella fondazione di un “noi” determinato dall&#8217;esistenza di un “loro”. Da tale <i>humus</i> si origina il modello organizzativo più invalso e più infelice: il coordinamento di realtà eterogenee che si aggregano in una “piattaforma” comune nata dalla contingenza politica. In coordinamenti siffatti ogni soggettività politica tenta un&#8217;operazione di egemonia, nella speranza di accrescere il proprio potere simbolico a detrimento delle altre. Non credo di vaneggiare, no davvero, se dico che la prassi politica dei corpuscoli della società civile adotta metodi lobbistici dentro e fuori i diversi coordinamenti che nascono con le nuove stagioni e muoiono a voto consumato. Ho così descritto il modello che, a mio parere, ha preso forma a Torino attorno alla lista Tsipras.</p>
<p>Le due perplessità sono legate a doppio filo, perché il tempo emergenziale giustifica le pratiche politiche descritte e priva di ogni credibilità e rende inimmaginabile un discorso fondato su un&#8217;altra temporalità (più distesa) e su altre metodologie politiche (autonome, ma davvero).</p>
<p>Le scrivo da futuro elettore della “Lista Tsipras”, ma anche da cittadino amareggiato nell&#8217;osservare l&#8217;ennesimo tentativo che impiega le parole “partecipazione” e “dal basso” come moneta comune per mascherare pratiche politiche cieche e utili solo ad una ristretta classe dirigente.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Con stima immutata,</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>FM</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>«Che vedete bene come il linguaggio – mi sentite ancora? – si fa tutto autorevole sulla pagina, quasi come i discorsi al microfono.»</p>
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		<title>L&#8217;Unione Europea e la sovranità popolare perduta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[alessandro broggi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Jan 2013 21:30:24 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left" align="right"><a href="https://www.nazioneindiana.com/2013/01/08/lunione-europea-e-la-sovranita-popolare-perduta/europa-2/" rel="attachment wp-att-44563"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-44563" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/europa-300x212.jpg" alt="" width="300" height="212" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/europa-300x212.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/europa-96x68.jpg 96w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/europa-38x26.jpg 38w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/europa-128x90.jpg 128w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/europa-100x70.jpg 100w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/europa.jpg 324w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p style="text-align: right" align="right">di <strong>Giampiero Marano</strong></p>
<p style="text-align: justify" align="right"><strong></strong><span style="text-align: justify">“Voi non potete immaginare quale angoscia e quale rabbia invada l&#8217;animo vostro, quando degli inetti si impadroniscono di una grande idea, che voi da gran tempo venerate, e la danno in pasto ad altri imbecilli uguali a loro, in mezzo a una strada, e voi la ritrovate al mercato della roba vecchia, irriconoscibile, infangata, messa a gambe all&#8217;aria, assurdamente, senza proporzione, senza armonia, ridotta a giocattolo per bambini stupidi!”. Queste parole piene di amarezza che Stepan, nei </span><em>Demoni</em><span style="text-align: justify"> di Dostoevskij, pronuncia tra i sospiri (non sappiamo quanto sinceri) sono, proprio perché così amare, sempre veritiere e attuali. Oggi, per esempio, offrono una descrizione perfetta dell&#8217;Unione Europea. L&#8217;antica e alta aspirazione a unire i popoli d&#8217;Europa superando rivalità secolari ha avuto sostenitori come Dante, Novalis, Mazzini, Hugo; poi però la “grande idea” è finita nelle mani di uomini spiritualmente “inetti” che l&#8217;hanno uccisa e sfigurata: i burocrati e i tecnocrati dell&#8217;UE, vuoti e arroganti come il premier non eletto Mario Monti.</span></p>
<p style="text-align: justify">“L’altissimo merito di quest’ultimo”, chiariva Piergiorgio Odifreddi <span id="more-44561"></span>all&#8217;indomani della nomina a  senatore a vita, “è di essere stato commissario europeo con deleghe economiche, dal 1994 al 1999 per nomina del primo governo Berlusconi, e dal 1999 al 2004 per nomina del primo governo D’Alema. Oltre che di essere stato presidente della famigerata Commissione Trilaterale, una specie di massoneria ultraliberista statunitense, europea e nipponica ispirata da David Rockefeller e Henry Kissinger. Ci voleva un ex sedicente comunista dell’area migliorista, per formalizzare attraverso la persona di Monti il ruolo extraparlamentare dell’economia liberista che sta condizionando l’Europa intera attraverso le politiche della Banca Centrale (oggi presieduta da Mario Draghi, ex collega di Monti come consulente della Goldman Sachs), del Fondo Monetario Internazionale e delle borse. È probabile che la nomina di Monti sia un giochetto da Prima Repubblica, per poter presentare a giorni la sua promozione a primo ministro come &#8216;istituzionale&#8217;”.</p>
<p style="text-align: justify">D&#8217;altro lato, il destino del continente era segnato fin dall&#8217;inizio (anni Cinquanta, Trattati di Parigi e Roma), cioè ben prima di Maastricht, come aveva intuito Pasolini (per <em>La rabbia</em>, 1963): &#8220;Le piccole borghesie fasciste sono pronte all&#8217;unità d&#8217;Europa in nome della comune aridità&#8221;. In nome della comune aridità sono state concepite autentiche mostruosità come l&#8217;euro, “una moneta senza Stato” e senza precedenti nella storia (Sapelli), e come le stesse istituzioni dell&#8217;UE, modelli addirittura smaccati di oligarchia. Si legge in un recente documento di Rifondazione Comunista:</p>
<p style="text-align: justify">“Nell&#8217;Unione Europea decide ormai una vera e propria oligarchia, che risponde ai &#8216;voti&#8217; del mercato finanziario (&#8230;) Il Consiglio Europeo ha confermato e rafforzato la costruzione, ormai in stato di forte avanzamento, di un edificio che, senza precedenti nella storia delle democrazie, ha distrutto le fondamenta dello stesso Stato borghese, quelle costruite sulla base del <em>no</em> <em>taxation</em> <em>without</em> <em>rapresentation</em>. Si sta realizzando un sistema monetario, fiscale e bancario in funzione di un&#8217;economia di mercato che deve essere altamente competitiva sulla scena del capitalismo globalizzato. E se ne affida la direzione ad una struttura tecnocratica del tutto priva di un mandato popolare e sottratta a ogni forma di controllo, anche delle istituzioni rappresentative”.</p>
<p style="text-align: justify">Danilo Zolo commentava in questi termini il varo della Costituzione Europea, in seguito confluita nel Trattato di Lisbona: “Non è ragionevole aspettarsi, io penso, che il varo della Costituzione possa offrire un contributo rilevante a favore dell&#8217;unificazione europea (&#8230;) nel senso (&#8230;) della creazione di un soggetto politico dotato di una forte coesione e identità collettiva, e pertanto capace di una politica estera unitaria, tale da modificare lo scenario internazionale. È illusorio pensare che la nascita di un &#8216;popolo europeo&#8217; possa essere stimolata da più robuste protesi istituzionali e da un surplus di normazione costituzionale. La mia opinione è che sono i popoli a fare le Costituzioni e non, come credono i burocrati di Bruxelles e di Strasburgo, l&#8217;inverso. Ed è abbastanza evidente che oggi non esiste un popolo europeo. Non esiste, neppure all&#8217;interno della <em>old Europe</em>, una &#8216;società civile europea&#8217;: e cioè un&#8217;opinione pubblica, una lingua, una comunicazione multimediale europea. Mancano editori, emittenti radiofoniche e televisive europee, mancano movimenti, associazioni civili, sindacati, partiti politici su scala europea (&#8230;) Ci sono inoltre profondi dissensi su temi cruciali come la politica estera (il rapporto con gli Stati Uniti, in particolare), la tutela dei diritti fondamentali dei cittadini europei e, <em>last but not least</em>, l&#8217;alternativa fra un modello intergovernativo e un modello federalistico-comunitario del processo di integrazione regionale”.</p>
<p style="text-align: justify">L&#8217;UE, in sostanza, altro non è che uno spaventoso laboratorio consacrato alla sperimentazione selvaggia di pratiche di mercato radicalmente incompatibili con il dettato costituzionale della Repubblica Italiana, come spiega il giurista Stefano D&#8217;Andrea: “&#8217;La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme e applicazioni&#8217;, &#8216;aiuta la piccola e media proprietà&#8217;, &#8216;provvede alla tutela e allo sviluppo dell’artigianato&#8217; (artt. 37, 45), mentre l’Unione Europea impone la deflazione salariale e la precarietà, come unico strumento per aumentare la produttività e reggere la competizione internazionale; spinge verso le liberalizzazioni a vantaggio del grande capitale (&#8230;) schiaccia gli agricoltori (&#8230;) nell’interesse della grande distribuzione e dell’industria agroalimentare; costringe i commercianti a soggiacere al capitale marchio (&#8230;) e penalizza i piccoli esercizi commerciali. &#8216;La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme&#8217; (art. 47, primo comma), mentre l’Unione Europea incoraggia l’indebitamento privato per l’acquisto di beni e servizi di consumo. &#8216;La Repubblica favorisce l’accesso del risparmio popolare… al diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del paese&#8217; (art. 47, secondo comma), mentre l’Unione Europea impedisce all’Italia ogni vincolo di destinazione del risparmio degli italiani, sancendo la assoluta libertà di circolazione dei capitali. La Costituzione ammette, in presenza di determinate condizioni, monopoli pubblici o collettivi, sia originari, sia derivanti da espropriazioni con indennizzo (art. 43). L’Unione europea promuove la concorrenza in ogni campo dell’attività economica e impedisce all’Italia di introdurre monopoli anche in alcuni dei casi previsti dalla Costituzione. La Costituzione italiana non vieta e quindi ammette il ricorso al protezionismo e anzi promuove limitazioni della libertà di circolazione dei capitali (art. 47, secondo comma: &#8216;La Repubblica… favorisce l’accesso del risparmio popolare… al diretto ed indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del paese&#8217;). La Costituzione Italiana promuove la piena occupazione (art. 4, primo comma) e quindi salari dignitosi, ammettendo, a tal fine, un’inflazione modesta o relativamente modesta. L’Unione Europea impone un’inflazione bassissima, impedisce la piena occupazione e promuove la deflazione salariale. La Costituzione non pone limiti al debito pubblico e al deficit pubblico e consente allo Stato di prevedere che i titoli invenduti siano acquistati dalla banca d’Italia. L’Unione Europea prevede precisi limiti al debito pubblico e al deficit, impedisce alla BCE e alle banche centrali nazionali di acquistare titoli del debito pubblico e vuole imporci l’introduzione del pareggio di bilancio nella Costituzione. In generale, l’Unione europea abbatte i confini degli stati europei, anche nei confronti dei paesi terzi e crea un mercato aperto nel quale deve vincere la logica del più forte. Al contrario, l’art. 41, terzo comma della Costituzione prevede che &#8216;la legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali&#8217;. L’Unione europea sopprime tutti i possibili poteri degli stati e quindi dei popoli di disciplinare l’economia, affidando il sistema economico alla pura concorrenza tra imprese e gestori dei grandi capitali internazionali”.</p>
<p style="text-align: justify">A fronte dell&#8217;inesistenza della politica e del popolo europei, è concreto il pericolo che il malcontento sempre più diffuso (il numero complessivo dei disoccupati e sottoccupati si aggira oggi intorno ai sessanta milioni) presti il fianco a facili strumentalizzazioni in senso sciovinista e razzista, come è avvenuto in Grecia con “Alba dorata”, o in altri casi crei e alimenti aspirazioni secessioniste all&#8217;interno dei singoli Stati, verosimilmente foriere di guerre civili (altro che Nobel per la pace!). In assenza del popolo europeo, in che modo l&#8217;UE potrà mai essere riformata per diventare quello “spazio di civiltà” che auspica Vendola? Quale democrazia senza demos? Il crollo dell&#8217;UE e dell&#8217;euro, inevitabile secondo Latouche, non sarà un evento indolore ma almeno renderà possibile un&#8217;Europa di paesi sovrani e solidali che guardi finalmente al Mediterraneo come al suo centro.</p>
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