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		<title>Dei fantasmi della democrazia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 31 Jan 2015 17:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Lorenzo Rustighi Pochi giorni fa abbiamo visto Marine Le Pen e Massimo D&#8217;Alema fronteggiarsi in una battaglia di retorica televisiva, che verteva sull&#8217;utilità e il danno delle istituzioni europee, delle strategie monetarie dell&#8217;Eurozona, dell&#8217;appartenenza alla UE, del ritorno alla sovranità politica ed economica, e affini. Ci hanno presentato punti di vista apparentemente molto diversi. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-50836" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/Europe-211x300.jpg" alt="Europe" width="211" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/Europe-211x300.jpg 211w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/Europe-719x1024.jpg 719w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/Europe.jpg 800w" sizes="(max-width: 211px) 100vw, 211px" />di <strong>Lorenzo Rustighi</strong></p>
<p><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Pochi giorni fa abbiamo visto Marine Le Pen e Massimo D&#8217;Alema fronteggiarsi in una battaglia di retorica televisiva, che verteva sull&#8217;utilità e il danno delle istituzioni europee, delle strategie monetarie dell&#8217;Eurozona, dell&#8217;appartenenza alla UE, del ritorno alla sovranità politica ed economica, e affini. Ci hanno presentato punti di vista apparentemente molto diversi. Ciascuno dei due, tanto per cominciare, ha accusato l&#8217;altro di essere testimone di una sorta di anacronismo epocale: l&#8217;uno arroccato su una posizione difensiva, vigliacca, retrograda, “comunista”, l&#8217;altra in preda alla nostalgia reazionaria della nazione autarchica, quella del sangue e della terra. Se D&#8217;Alema sosteneva la necessità di continuare a fare fronte comune con l&#8217;Europa in un panorama di processi sociali ed economici di entità globale, dove lo Stato-nazione non sarebbe che un residuo della storia costituzionale del XIX secolo, Le Pen insisteva invece sull&#8217;urgenza di una ripresa di possesso di tipo territoriale, amministrativo e non da ultimo etnico da parte dei paesi europei. E ancora, Le Pen imputava all&#8217;Euro e alla sua agenda finanziaria la responsabilità del declino economico e sociale che ci investe; D&#8217;Alema invece ha ripetuto come il fattore determinante non debba essere rintracciato nella negatività intrinseca del sistema economico ma nella cattiva politica che ne ha fatto ostaggio, non nelle istituzioni, quindi, ma nell&#8217;azione dei governanti contro l&#8217;interesse dei governati – il “liberismo selvaggio”, come lo ha definito l&#8217;ex premier, salvo poi dimenticarsi di aver sostenuto, quando dalla parte dei governanti ci stava lui, una delle guerre chiave della grande stagione neo-liberista inaugurata dal terzo millennio.<br />
Su due punti, però, i due interlocutori mi sono sembrati, assai sintomaticamente, d&#8217;accordo: il problema della democrazia e il problema della crisi. Orizzonte comune, cioè, sembra essere anzitutto un certo appello emergenziale alla centralità della prassi politica come prassi democratica, giocata cioè questa volta dalla parte dei governati, dalla parte del popolo o dei popoli, che in un caso come nell&#8217;altro sarebbero chiamati a riprendersi, strappandola alla cattiva politica, la scena di una politica autentica. Nell&#8217;una come nell&#8217;altra prospettiva, il problema di fondo sembra risiedere in un difetto, un “troppo poco” di democrazia, nell&#8217;assenza strutturale del popolo dal proprio destino. Che si scelga il ritorno all&#8217;indipendenza sovrana o che si chieda una politica comunitaria più genuina, diretta e trasparente, allora, non fa troppa differenza: ciò che importa è che il popolo si sottragga alla bugia che l&#8217;ha ingannato, al tradimento di chi ne ha pervertito le intenzioni, alle pratiche che ne hanno violato la fiducia, che il popolo in definitiva possa cominciare o ricominciare a governare sé stesso. Ed è proprio qui che si profila la crisi. Crisi economica, certo, crisi del lavoro, dei salari, della mobilità sociale, degli investimenti, quella crisi che negli ultimi anni ha scosso vecchie certezze o riconfermato le incertezze, che ha fatto esplodere proteste, lotte, rivendicazioni, ma anche pessimismi, chiliasmi, teorie del complotto. Ma prima ancora è in gioco la crisi della democrazia e delle istituzioni repubblicane, che erode infallibilmente il vincolo del mandato politico, che precipita le promesse del buon governo nell&#8217;abisso della malafede e dell&#8217;abuso, che trasforma il sogno edificante della partecipazione nell&#8217;incubo misterioso e intollerabile dell&#8217;esclusione. E allora tornare alle redini della democrazia sembra la sola parola d&#8217;ordine possibile, correggere ciò che è stato sbagliato, raddrizzare ciò che è stato storpiato, riportarsi sulla strada maestra, su questo Le Pen e D&#8217;Alema si trovano uniti: la democrazia che vive nell&#8217;ortopedia sempiterna del suo sempiterno fallimento. Perché la democrazia dei governati è esercizio di una critica fondamentale. E la critica, ci insegna Koselleck, è inseparabile dalla crisi. Meglio ancora, l&#8217;<i>homo democraticus</i> è l&#8217;uomo di un potere in crisi, perché il potere in qualche modo è sempre di troppo, è un fardello ingombrante, è il rovescio della libertà, negazione della verità, soppressione dei diritti: occorre continuare a dire la verità al potere perché il potere ci governi con la verità, lo si deve smascherare, obbligare, incatenare, controllare, e in fin dei conti bisogna sempre sbarazzarsene. Il diritto, quello vero, sarebbe in qualche modo uno spazio libero dal potere. Il popolo della democrazia, allora, popolo depositario <i>de iure</i> del discorso vero, è sempre stato un popolo che complotta contro il complotto originario del potere. Perché governare significa sempre necessariamente nascondere qualcosa, tradire qualcuno: non si può governare innocentemente, diceva un grande campione della nostra storia democratica. Ecco perché la storia della democrazia è la storia di una crisi, che ora sembra intrecciarsi, confondersi con la crisi di un destino in perenne recessione: il soggetto in crisi ha da difendersi su due fronti, ora, sul fronte del potere e su quello dello scacco del potere.<br />
Il mito della purezza, del popolo sovrano, della volontà generale, della verità contro la falsità, della libertà contro il governo, è stato un tempo il vettore di una riconquista dei processi sociali da parte della riforma degli strumenti amministrativi; è stato il luogo di articolazione della proprietà, dell&#8217;accumulazione e dell&#8217;interesse alla superficie liscia e docile del contratto sociale; è stato lo spazio di applicazione del lavoro e delle sue discipline ad una rete di autorità indisponibili agli occhi e alla spada del Leviatano. Dove si trova la nazione? – chiedeva Sieyès? Bisogna andarla a cercare nelle provincie, nelle diocesi, nelle circoscrizioni, nelle nervature reali di un tessuto sociale segnato dal lavoro, dalla produzione, dai servizi, dall&#8217;amministrazione. La rivoluzione e la sua forza costituente parte da qui. È la grande finzione del popolo, certo, mappa di soggettività, volontà e diritti che catturano i corpi della <i>nation</i>. Ma la crisi della democrazia ha saputo essere il motore di una critica rivoluzionaria permanente, dissolutrice e creatrice ad un tempo, che la nazione del XIX secolo ha dovuto disciplinare, ricombinare ed integrare se voleva essere in grado di governare una crisi più radicale e spaventosa, quella del conflitto di classe.<br />
Ma dov&#8217;è oggi il popolo democratico di Le Pen e di D&#8217;Alema? Dove si trova quella nazione che, tradita per un verso o per un altro, dimenticata dagli uni o dagli altri, dovremmo riportare alla ribalta della politica? Che voce ha quella cittadinanza che, ci dicono, deve ricominciare ad essere ascoltata? E quali colori, quali corpi espone agli occhi del potere? Sta proprio qui, forse, il più grande e il più sottile tradimento che dovremmo iniziare a criticare. Perché il discorso democratico si è trasformato totalmente da discorso sulla crisi in discorso della crisi. Non è più, cioè, un discorso capace di analizzare, dissolvere, dislocare il potere, di creare costellazioni, norme, soggetti, istituzioni – che certamente possono, devono essere oggetto di un&#8217;altra, diversa e più profonda critica. No, il discorso della democrazia oggi riesce solo ad introiettare completamente la propria disfatta, ad identificarsi con la propria impossibilità, con la propria angoscia, ad armarsi contro di essa; è un discorso in guerra, che mobilita il <span lang="fr-FR"><i>ressentiment</i></span> di un popolo senza nome, in grado di tacere, di dimenticare e rifiutare l&#8217;infinita ricchezza di una cittadinanza fatta di superfici frastagliate e discontinue, scenario di linguaggi, di costituzioni, di differenze, di confini e di conflitti la cui materialità vivente non sa essere ricondotta all&#8217;antico fantasma del popolo della sovranità democratica. La democrazia paladina di una verità massimamente oscena, dell&#8217;occultamento più imperdonabile: non solo non è rappresentata da nessuno, ma prima ancora non rappresenta nessuno; sembra spiegare tutto e invece non ci spiega nulla; vorrebbe comprendere tutti ma non sa che cancellarci tutti. Questo fantasma sempre vilipeso, sempre inascoltato, sempre sotto attacco, che adesso non fa che tapparsi le orecchie e serrare gli occhi e affilare i denti dinanzi allo spettacolo meraviglioso e terribile di forme di vita, identità, culture, erranze e composizioni che reclamano categorie di governo nuove, nuove pratiche di cooperazione, nuove definizioni del lavoro, una nuova nozione di libertà. Si tratta allora per noi di operare uno spostamento fondamentale, verso il rifiuto di questa guerra in nome del popolo e contro il popolo stesso, ormai assolutamente introvabile, svanito, evaporato, non solo perché incommensurabile ai corpi esuberanti e multiformi delle nostre città e della nostra esperienza, ma anche perché annientato dalla tirannide della società democratica. Si tratta, in ultima analisi, di sottrarsi a quella serie argomentativa asfittica e reazionaria che continua a rappresentarci l&#8217;Europa come il catalizzatore di una falsa alternativa, quella tra la riappropriazione di una volontà sovrana originaria e la sua monolitica proiezione sulle istituzioni europee. Cominciare a pensare l&#8217;Europa, piuttosto, come il laboratorio di una relazione etica e politica che la democrazia della crisi non può e non deve più afferrare.</span></span></p>
<p>*immagine: Agim Sulaj</p>
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		<title>Vilfredo Pareto e la critica al grillismo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 15 Jun 2013 13:37:22 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Di Enrico Piscitelli Dunque aveva ragione Pareto, quando scriveva che le rivoluzioni, nel senso comune del termine, non esistono, sono semplicemente “cambi della guardia”. «In tutta la storia i cosiddetti capi popolari erano stati semplicemente degli scontenti di grandi capacità, i quali si erano sentiti esclusi dal potere esistente. Le grandi rivoluzioni non erano state [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Di <strong>Enrico Piscitelli</strong></p>
<p>Dunque aveva ragione Pareto, quando scriveva che le rivoluzioni, nel senso comune del termine, non esistono, sono semplicemente “cambi della guardia”. «In tutta la storia i cosiddetti capi popolari erano stati semplicemente degli scontenti di grandi capacità, i quali si erano sentiti esclusi dal potere esistente. Le grandi rivoluzioni non erano state niente di più che la lotta di una nuova élite per scavalcarne una vecchia, in cui il “popolo” offriva le masse di combattimento» [H. Stuart Hughes, <i>Coscienza e società</i>, Einaudi 1967, p.85].<span id="more-45833"></span> Il professor Pareto ce l&#8217;aveva con Marx e col marxismo, e di conseguenza con la lotta di classe del proletariato, e, negando il conflitto economico, estendeva l&#8217;analisi ad altri fattori: sociali, culturali e religiosi. Le grandi rivoluzioni della storia si sarebbero tutte risolte con un nuovo gruppo, in precedenza minoritario, seduto sul trono del Potere. I grandi patrimoni immobiliari ed economici, invece, sopravvivono spesso a guerre e conflitti: la Fiat in Italia – una per tutte – ha attraversato indenne le due Guerre mondiali, il Fascismo, la Resistenza, i conflitti operai, la prima e la seconda Repubblica, rimanendo sempre nelle mani della famiglia Agnelli. Differenti dalle rivoluzioni sono le “rivolte”, nelle quali il popolo, spinto da fame, povertà, istanze egualitarie, senso d&#8217;impotenza di fronte ai soprusi del Potere, assalta i palazzi del governo: cieca violenza che si ripete dai tempi delle Lamentazioni di Ipuwer nell&#8217;Antico Egitto fino alla sommossa di Los Angeles nel 1992, e che si spegne quando il Potere riafferma il proprio diritto all&#8217;esercizio esclusivo della violenza.</p>
<p>La parola “rivoluzione” appare centinaia di volte sul blog di Beppe Grillo (basta inserire la chiave di ricerca “rivoluzione” nel modulo del sito: <a href="http://www.beppegrillo.it/google_cse.html?q=rivoluzione&amp;x=6&amp;y=9">http://www.beppegrillo.it/google_cse.html?q=rivoluzione&amp;x=6&amp;y=9</a> ). Per esempio si legge di: rivoluzione civile, rivoluzione delle facce, culturale, delle pantofole, silenziosa, a cinque stelle, contro la dittatura dei partiti, pacifica, vera. Del resto Grillo si dimostra del tutto paretiano nel suo motto, “mandiamoli tutti a casa”, e proponendo in definitiva una <i>nuova</i> classe dirigente – “la  rivoluzione delle facce” – più giovane, più preparata (almeno dal punto di vista dei titoli accademici), più onesta (nessun precedente penale), al posto della vecchia – “la dittatura dei partiti”. Beppe Grillo individua nel Parlamento il Potere e nelle elezioni democratiche l&#8217;unica modalità possibile della sua rivoluzione. “We want 100% of Parliament, not 20% or 25% or 30%. When the movement gets to 100% when the citizens become the state, the movement will no longer need to exist. The goal is to extinguish ourselves” [: “Vogliamo il 100 percento del Parlamento, non il 20, o il 25 o il 30. Quando il movimento prenderà il 100 percento, quando i cittadini diverranno lo Stato, il movimento non avrà più bisogno di esistere. Il nostro traguardo è estinguerci”: intervista a <i>Time World</i>, 7 marzo 2013]. L&#8217;obiettivo, è dunque sostituire del tutto la classe politica dominante, con dei <i>citizens</i>, dei cittadini, l&#8217;opposto dei <i>politicians</i>, i politici di professione, corrotti e corruttori.</p>
<p>Si potrebbe facilmente obiettare che ottenere il cento percento dei consensi elettorali non fu possibile neanche nella Bulgaria di Todor Živkov, e che l&#8217;unica maniera per avvicinarsi a questo obiettivo è il partito unico, ma, chiaramente, Grillo intende questo come l&#8217;obiettivo simbolico e ideale, che si può concretizzare sia con una vittoria elettorale che consenta all&#8217;M5S di governare da solo – sfiorata per altro alle elezioni di febbraio – sia come momento immaginario in cui tutte le liste elettorali siano composte da “cittadini”. Ma le criticità della teoria di Beppe Grillo sono altre. La prima è di carattere generale: <i>quis custodiet ipsos custodes</i>? [Giovenale, <i>VI Satira</i>: “chi controlla i controllori?”, ripreso poi da Alan Moore, in <i>Watchmen</i>]. Ovvero: i cittadini governanti saranno in grado di governare? Grillo sul suo blog [14 Ottobre 2012] afferma: “la nostra non è una rivoluzione politica. No! A noi non interessa sostituirci ai politici. Questa è una rivoluzione culturale”. Ma la teoria paretiana, i motti del Movimento, le interviste di Grillo, le azioni e le elezioni, sembrano dimostrare il contrario. Per una rivoluzione culturale è necessaria cultura, ça va sans dire. Un governo di cittadini accorti potrebbe fare molto in questo senso, aumentando le risorse destinate all&#8217;istruzione, migliorando e modificando radicalmente i programmi della scuola italiana, ma non sembra essere questa la priorità del Movimento. D&#8217;altro canto per far sì che i cittadini governanti siano “accorti” ci vorrebbe un substrato culturale, un fermento diffuso che in Italia, al momento, non esiste. È un serpente che si morde la coda: perché i citizens dovrebbero essere meglio dei politicians? È un quesito a cui non è stata data risposta.</p>
<p>La seconda questione critica è la strategia. Individuare il Potere nel solo Parlamento non è realistico. Anche governando, l&#8217;M5S non potrebbe condizionare fino in fondo i Poteri economico e religioso. La proposta di nazionalizzare le banche va in questa direzione, ma è una goccia nel mare e non sembra essere realizzabile. Gli ultimi vent&#8217;anni hanno dimostrato – e il Porcellum lo ha definitivamente confermato – che il Parlamento italiano è composto da prestanome, e sostituirli con “cittadini accorti” non dà certezza di cambiamento. Le élite dominanti di cui parla Pareto non sono a Palazzo Madama, né a Montecitorio.</p>
<p>In un&#8217;intervista alla BBC (28 febbraio 2013) Grillo confermava le sue grandi capacità di previsione e di lettura degli eventi: “the right and the left will get together and will govern a country of rubble that they are responsible for. It will last a year. One. Maximum. Then there will be elections again. And once again the Five Star Movement will change the world”, prevedendo quindi il Governo Letta, e anche la sua durata – previsione, questa, ancora da verificare. Sostenendo che, nelle prossime elezioni, l&#8217;M5S “cambierà il mondo”, stravincendo, perché “now, the agreements they’ve been doing in the shadows for 20 years, they need to do in the light. And if they do it, they’re dead. Politically dead” [intervista a <i>Time World</i>, cit.: gli accordi che Pd e Pdl hanno fatto nell&#8217;ombra per vent&#8217;anni, ora devono farli alla luce del sole. E se lo fanno, sono morti. Politicamente morti]. C&#8217;è, però, un grande equivoco alla base di questo ragionamento: l&#8217;intransigenza e il rifiuto di ogni compromesso sono sensati se il “nemico” è un invasore, non se è il tuo vicino di casa, tuo cugino, o un tuo collega. Gandhi è intransigente, e non cede fino a che non ha ottenuto la <i>Swaraj</i>, l&#8217;autogoverno dell&#8217;India, l&#8217;indipendenza individuale, spirituale e politica. Fino a che gli inglesi non abbandonano Calcutta. Boicottaggio economico, non violenza, disobbedienza civile sono le armi che un popolo numerosissimo può utilizzare contro un invasore straniero. Nel caso italiano i “siete circondati” e i “mandiamoli tutti a casa” sono solo slogan, e se anche il sistema democratico rappresentativo esprimesse in futuro una maggioranza assoluta di virtuosi (e qui ci sono i leciti dubbi di cui sopra, sia riguardanti la virtù dei cittadini governanti, sia riguardo la vittoria elettorale) non verrebbero soppressi di conseguenza il malaffare, l&#8217;imperizia, le clientele, l&#8217;ignoranza del vecchio gruppo di Potere, che è espressione di un intero Paese, dove vigono il malaffare, l&#8217;imperizia, le clientele e l&#8217;ignoranza. Accettare il compromesso con la parte politica che si ritiene meno corrotta (Grillo, nel 2009, tentò di prendere la tessera del Pd ad Arzaghena, per partecipare alle primarie) sarebbe stata probabilmente la scelta strategica migliore, per influenzare profondamente gli indirizzi di Governo, per ritrovarsi col coltello dalla parte del manico, andando a nuove elezioni in caso di mancati accordi sui temi importanti, e, soprattutto, per trasformare realmente la questione politica in una questione culturale – o, almeno: tentare, cominciare. L&#8217;ambizione di sostituire l&#8217;intera classe dirigente, la volontà di fare fino in fondo la rivoluzione, l&#8217;intransigenza gandhiana, potrebbero rivelarsi un errore fatale. Ameno che non si avveri, per l&#8217;ennesima volta, la previsione da Beppe Grillo, e allora, forse, “the Five Star Movement will change the world”, l&#8217;M5S cambierà il mondo, e l&#8217;Italia, per davvero.</p>
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		<title>Cartolina da Parigi sul popolo tunisino</title>
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		<pubDate>Sat, 15 Jan 2011 05:37:02 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Andrea Inglese Cari indiani, vi scrivo una cartolina da Parigi, perché da qui la visuale sulla Tunisia è un pochino più comica. Non che una rivoluzione sia comica. In genere le rivoluzioni sono sanguinose, spesso tragiche, quella dei tunisini non so neppure se sia una rivoluzione, ma se i prudentissimi giornalisti francesi hanno deciso [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/tunisi.png"><img decoding="async" class="alignleft size-thumbnail wp-image-37807" title="tunisi" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/tunisi-150x150.png" alt="" width="150" height="150" /></a></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Cari indiani,</p>
<p>vi scrivo una cartolina da Parigi, perché da qui la visuale sulla Tunisia è un pochino più comica.</p>
<p>Non che una rivoluzione sia comica. In genere le rivoluzioni sono sanguinose, spesso tragiche, quella dei tunisini non so neppure se sia una rivoluzione, ma se i prudentissimi giornalisti francesi hanno deciso di chiamarla così, forse avranno ragione. E come ogni rivoluzione, anche questa comincia a contare i propri morti, ossia il numero dei cittadini innocenti uccisi dalla polizia nel corso delle rivolte. Numero difficile da determinare, perché quando lo stato spara, gli ammazzati svaniscono nell’aria. (Questo lo sappiamo anche noi, prima di far ammettere a un poliziotto che ha ucciso un cittadino innocente, bisogna far passare un cammello varie volte per la cruna di un ago.) <span id="more-37805"></span>Dunque, sembra che ci sia davvero poco da ridere. Eppure immaginatevi cosa succede sui media francesi, quando i telegiornali serali che annunciano la caduta del regime del presidente Ben Ali, celebrando quindi una rivoluzione popolare, debbono nello stesso tempo annunciare ai francesi (e ai vari franco-tunisini che vivono in Francia) la destinazione di quel tiranno in fuga. Destinazione che parrebbe essere un qualche paese europeo. Si parla, ad inizio serata, dell’aereo presidenziale che sorvola Malta. Ma questo aereo non potrà sorvolare in eterno Malta, anche perché nel frattempo nei programmi televisivi d’attualità tutta una folla d’intellettuali, giornalisti, militanti politici tunisini compaiono negli studi, per farsi intervistare dai galvanizzati conduttori francesi. La logica dell’informazione mediatica non può certo farsi scappare una rivoluzione, soprattutto dal momento che capita agli <em>altri</em>.</p>
<p>Una rivoluzione poi è davvero uno di quegli eventi che i giornalisti occidentali erano convinti fossero estinti, come i processi di stregoneria e le epidemie di peste. Le TV francesi, quindi, si gettano sulla notizia, passano a ripetizione due o tre sequenze di scontri violenti tra manifestanti e polizia, e intanto parlano di tutto, con tutti. (Compaiono persino militanti di partiti comunisti arabi!) Parlano a tal punto, da dover affrontare nuovamente lo spinoso argomento della destinazione del presidente della Tunisia, che nel frattempo è diventato per il popolo tunisino e per l’opinione pubblica occidentale un “tiranno”. Ebbene, pare ad un certo punto che il tiranno sia diretto a Parigi – probabilmente ci è già arrivato, dopo qualche giro da condor su Malta – e qui tutti i giornalisti si guardano l’un l’altro un po’ sgomenti, perché si è creato un piccolo buco logico nell’opinione pubblica francese.</p>
<p>Da un lato, governo e presidente francesi in carica, come in passato lo sono stati anche governi o presidenti socialisti, erano fino a ieri degli ottimi alleati di Ben Ali, il legittimo presidente laico della Tunisia, che la governa da ventitré anni, avendo occupato – meglio del clan di Alemanno nel comune di Roma – tutti i posti chiave della nazione. Ma da stasera, per colpa di quei rompiscatole dei giovani tunisini, che vogliono oltre il pane anche la democrazia, l’alleato legittimo è divenuto un tiranno. Ma siccome nell’agenda del governo e del presidente francese non era prevista una rivoluzione democratica africana, tutto il loro apparato di relazioni diplomatiche, commerciali, militari è rimasto fermo a prima che i rompiscatole scendessero in strada. E oggi si trovano magari a dover accogliere il loro vecchio alleato, in arrivo con indosso il marchio infamante di assassino e tiranno, che neppure i più moderati giornalisti francesi possono ormai eludere nei loro dibattiti in prima serata.</p>
<p>E qui c’è un comico tutto politico che si mette in opera. Il potere politico, infatti, che si vorrebbe governo delle <em>cose</em>, quando si trova ad essere scavalcato da ciò che è semplicemente reale, manifesta infine la sua più vera e attuale natura, come governo delle <em>immagini</em> delle cose. Ed ecco che qualche politico, magari persino d’opposizione, scivola nelle trasmissioni, per innescare la lunga trafila degli esorcismi. Quando una rivoluzione africana è in corso contro un fiero alleato dell’occidente, come il signor Ben Ali, un politico occidentale non può che evocare ad un certo punto una serie di <em>spettri</em>: il disordine e la paura, in primo luogo. Già, perché il semplice sentore, percepito ben al sicuro e al riparo nel nord Europa, che la sovranità possa, anche solo per periodi di tempo limitati, e in situazioni eccezionali, <em>tornare al popolo</em>, ed essere <em>esercitata direttamente da esso</em>, è una ipotesi assai terrificante.</p>
<p>Dapprima, il politico occidentale, di qualsivoglia bordo, questa ipotesi l’ha collocata saldamente nel genere della <em>fantascienza</em>. La sovranità esercitata direttamente dal popolo non è una eventualità statisticamente rara, ma riguarda piuttosto forme di vita aliene e mondi che non appartengono al nostro sistema solare. Quando, però, dei docili nordafricani si rivelano di colpo, pur non avendo più di due braccia e due gambe, degli alieni, si è fuoriusciti dal genere della fantascienza per piombare in quello dei film dell’<em>orrore</em>. A questo punto il politico occidentale – che pur governa in nome del popolo, il quale  secondo la Carta deterrebbe il potere sovrano – ebbene quel politico inizia a vedere <em>mostri</em>. Parla di paura e parla di disordine. Anche i tunisini hanno paura. Hanno convissuto per vent’anni con la polizia ad ogni angolo di strada. Ora, stanotte, la polizia è come svaporata. Il popolo si trova solo con se stesso. Con i propri incubi, con le proprie angosce, con le proprie brame, con il proprio buon senso. Infatti, nei quartieri di varie città si sono organizzati dei comitati spontanei per mantenere l’ordine, impedire saccheggi o altri atti criminali.</p>
<p>Le rivoluzioni sono cose belle e terribili. Sono belle perché ci permettono di ricordare quanto il peggiore tiranno sia debole di fronte al popolo. Belle perché mostrano la grandezza morale delle persone più semplici. (Mostrano che le cosiddette “persone importanti” sono una straordinaria cazzata, un&#8217;invenzione per tenere in letargo le persone non importanti.) Belle perché moltiplicano la conoscenza che abbiamo del mondo, lasciano libero il flusso delle immagini, dei discorsi, delle testimonianze, delle poesie, dei canti. Terribili perché possono avere costi altissimi, perché si fanno nel sangue e nelle torture, nella sofferenza di tutti. Terribili perché possono essere tradite in ogni momento o rovesciarsi in qualcosa di malato e distruttore.</p>
<p>Il potere costituito, invece, e specialmente quello delle democrazie occidentali, mostra in occasioni come queste il suo lato grottesco e comico.</p>
<p>Ben Ali era il baluardo contro il fondamentalismo islamico, per questo era il tiranno tanto amato dagli occidentali. Infatti, per i popoli arabi, la sollecitudine occidentale immagina questo scenario: &#8220;è meglio che nessuna democrazia vi sia concessa, in quanto una volta liberi decidereste di optare per un regime islamico non democratico&#8221;. Il ragionamento si basa ovviamente su quell’evidente fenomeno che è la <em>chiaroveggenza</em> della classe politica occidentale. Ma si basa nel contempo anche su quell’altro evidente fenomeno, che è la <em>coerenza</em> della classe politica occidentale.</p>
<p>D’altra parte, questa rivoluzione rompiscatole arriva proprio dagli arabi. Da dei giovani arabi. Da studenti arabi. (Che degli africani vadano all’università già rappresenta un concetto limite per molti europei ben informati.) Da gente che è insorta per il pane. (Ma io ho sentito per anni dire da marxisti coi fiocchi che dalle crisi economiche nasce solo la destra xenofoba, mai qualcosa di progressista.) E dopo il pane hanno voluto pure la democrazia. A costo di farsi ammazzare dai poliziotti. A costo di agire con violenza, trovando un nemico autentico. Peccato che nessuno lo aveva previsto. I chiaroveggenti politici occidentali, e i loro fidi opinionisti, non ne sapevano niente. Scrutavano all’orizzonte qualche nuova malefatta dei fondamentalisti. E di colpo saltano su degli studenti arabi, nordafricani, e ti fanno la rivoluzione. Il popolo diventa sovrano. E sul momento, i giornalisti occidentali, anche in virtù di una bizzarra simpatia delle gente comune occidentale per i tunisini in strada, non è in grado di trattare questi insorti, ribelli, creatori di disordini, da criminali o da terroristi. Sono in qualche modo costretti a dire che è il <em>popolo tunisino</em> che si ribella. Un concetto che qui da noi non si usa più. O sono quei piantagrane cripto-camorristi di Terzigno, o quei testardi isolani dei pastori sardi, o quei mascalzoni dei black-blok, o quegli autolesionisti della FIOM, o quei maledetti marocchini e pakistani della gru… ma da noi il popolo non esiste più. Lo hanno ben diviso in tante fazioni l’un contro l’altra armate. Inutile lamentarsi della cattiva salute della democrazia. Non essendoci più il popolo, chi mai dovrà essere sovrano?</p>
<p>Qualche mente fine scriverà un editoriale, spiegandoci che avere un <em>popolo</em>, tipo quello tunisino, che scende per le strade e riesce a mettere in fuga il proprio dittatore, non è mica un privilegio, ma una maledizione di paese arretrato. I paesi veramente democratici, veramente avanti, sono quelli che <em>non hanno più bisogno di popolo</em>. A noi bastano delle persone <em>popolari</em>, questo ci mette il cuore in pace. E la sovranità quando si va alle urne, ma senza starci a pensare sopra troppo.</p>
<p>Ecco cari indiani, la cartolina finisce qui. Pare che domani faccia bello. E noi si andrà in Normandia. Ben Ali sarà magari a pranzo da Sarkozy che prima di scaricarlo, gli farà mangiare, per castigo, un po&#8217; di sale.</p>
<p>Dintorni di Parigi, 14 gennaio 2010</p>
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		<title>Il popolo della gru. Cronaca di un’azione politica.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Dec 2010 08:00:50 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Gherardo Bortolotti, Andrea Inglese e Maria Luisa Venuta [Una prima versione di questo testo è apparsa su www.alfabeta2.it] 2009: viene approvata la cosiddetta Sanatoria per colf e badanti. La Sanatoria è da subito “abusata”, come ampiamente previsto, dai lavoratori non regolari di cantieri, fabbriche, etc. per uscire dalla clandestinità e dal lavoro nero. Oltre a [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Gherardo Bortolotti</strong><strong>, </strong><strong>Andrea Inglese</strong> e <strong>Maria Luisa Venuta</strong></p>
<p><em>[Una prima versione di questo testo è apparsa su <a href="http://www.alfabeta2.it">www.alfabeta2.it</a>]</em></p>
<p>2009: viene approvata la cosiddetta Sanatoria per colf e badanti. La Sanatoria è da subito “abusata”, come ampiamente previsto, dai lavoratori non regolari di cantieri, fabbriche, etc. per uscire dalla clandestinità e dal lavoro nero. Oltre a dover pagare diverse centinaia o migliaia di euro tra bolli e contributi, spesso i migranti devono accedere a un mercato nero di finti datori di lavoro pronti, dietro pagamento, a presentare con loro la domanda di sanatoria. In tutto questo interviene anche una circolare del marzo 2010, detto Circolare Manganelli, che esclude dalla sanatoria i clandestini che hanno ricevuto un decreto di espulsione. La circolare dà luogo a diversi assurdi giuridici che vengono risolti in modo diverso a seconda dei contesti.</p>
<p><em>L’occidente è dunque questo luogo senza popolo? Il popolo sono sempre gli altri. Noi siamo individui spopolati. Spettatori, ma per nulla passivi. Assoldati dalle mille astuzie tecnologiche, per allestire come meglio ci riesce il nostro quotidiano spettacolo: ciò che del reale riusciamo a far filtrare fino a noi in dosi piacevoli, narcotizzando il resto, il disastro. </em><span id="more-37422"></span></p>
<p>Settembre-ottobre 2010: presidio di migranti di fronte all’ufficio unico della Prefettura di Brescia in via Lupi di Toscana, luogo con scarsa visibilità a ridosso del centro cittadino, per protestare contro il congelamento delle proprie domande di regolarizzazione presentate in occasione della Sanatoria 2009. Il presidio nasce dopo ricorsi al TAR sfavorevoli ai migranti e due sentenze del Consiglio di Stato, la prima sfavorevole e la seconda favorevole. I migranti si appoggiano all’Associazione “Diritti per tutti”, nata all’indomani delle mobilitazioni dei migranti, bresciane e poi nazionali, del 2000, e legata all’area della sinistra radicale bresciana. Coinvolge, oltre agli italiani, egiziani, marocchini, senegalesi, indiani e pakistani.</p>
<p><em>Lavoratori già invisibili sui luoghi di lavoro (senza contratto), si devono rendere invisibili anche dopo il lavoro (segregati in casa per non rischiare fermi ed espulsioni).</em></p>
<p>Fino all’11/10 il presidio è autorizzato, poi il Comune (dopo dichiarazioni del vice-sindaco leghista Fabio Rolfi sul fatto che la “ricreazione è finita”) toglie l’autorizzazione. Il presidio comunque procede, anche con manifestazioni in centro.</p>
<p><em>La rivendicazione dei diritti di cittadinanza è considerata una ricreazione, un momento di sfogo puerile, prima di tornare al silenzioso e ubbidiente lavoro nei cantieri. </em></p>
<p>30/10: ennesima manifestazione dei migranti. Il giovedì precedente viene vietata dalla Questura, per presunta interferenza con la concorrente festa degli Alpini ma la manifestazione si svolge lo stesso. Nel corso della stessa, un gruppo di migranti sale sulla gru nel cantiere della metropolitana di Piazza Cesare Battisti (allo sbocco nord del centro cittadino, in corrispondenza con il Carmine, quartiere popolare del centro, già povero e malfamato ora anche ad altissimo tasso di presenza straniera) per un’azione dimostrativa: appendere uno striscione che recita “Sanatoria”. C’è una breve carica dei Carabinieri. Nel frattempo il Comune approfitta dell’assenza dal presidio dei migranti per abbatterlo con le ruspe. Ne seguono alcuni momenti di tensione. I migranti sulla gru decidono di occuparla e chiedono un incontro con il Ministro degli Interni. Fuori dal cantiere si forma un altro presidio che si appoggia anche sulle stanze dell’adiacente parrocchia di San Faustino, messe a disposizione dal parroco Don Nolli. Il presidio vede la presenza di alcune decine di persone, tra migranti e italiani, e la solidarietà dei negozi e ristoranti stranieri del quartiere.</p>
<p><em>“Un popolo è ciò che si mostra per sfuggire all’invisibilità o all’assenza di potere sul proprio destino sociale. Il «Popolo» è la risposta, attraverso i fatti – attraverso il popolo – all’assenza di esistenza nella vita collettiva. Il popolo sarebbe ciò che si mostra e esercita un potere (quello di prendere la strada, lo spazio pubblico, di saccheggiare, di distruggere o costruire altrimenti) quando non si diano altre possibilità.”</em><strong>(1)</strong></p>
<p>01/11: la Curia fa uscire un comunicato. Mario Toffari, direttore dell’Ufficio per la pastorale dei migranti, chiede maggiore attenzione istituzionale sulla questione della sanatoria. La Curia è contraria all’occupazione della gru però ribadisce la “necessità di luoghi istituzionali di ascolto reale anche dei diritti e delle proteste dei migranti”.</p>
<p>02/11: Tavolo di confronto convocato dal Prefetto (presenti Comune e Provincia di Brescia, le forze dell’ordine, CGIL, CISL, Ufficio per la pastorale dei migranti) in cui viene proposto un presidio in luogo pubblico (da stabilirsi) e gestito dalla Curia. Viene inoltre proposto un tavolo permanente in Prefettura per discutere la situazione dei migranti. La disponibilità data dalla diocesi e dall’amministrazione è però legata sempre alla previa discesa dalla gru.</p>
<p><em>Il popolo della gru non ha rappresentanti. È, in Italia, un popolo capace d’azione politica, ma fuori da ogni rappresentanza. I mediatori accreditati (Curia, sindacati, PD) arrivano tutti troppo tardi, quando l’azione c’è già stata, e si propongono subito di revocarla, sostituendo ad essa un interessamento di circostanza. Sono stati coinvolti loro malgrado dal popolo della gru e devono ora distinguersi in qualche modo dalla polizia che sgombera, dal prefetto che ordina lo sgombero, dal sindaco che non fornisce risposte.</em></p>
<p>Nelle parole della prefetta Livia Narcisa Brassesco Pace l’offerta rivolta ai migranti è quella di “un presidio temporaneo gestito dall’Ufficio diocesano per la pastorale dei migranti, in collaborazioni con Cgil e Cisl per 15 giorni”. Inoltre “la Prefettura si impegna a creare un tavolo istituzionale sul tema della regolarizzazione e delle difficoltà riscontrate da chi si è visto la domanda respinta”. Il sindaco Adriano Paroli (PdL) dichiara che la proposta deve essere accettata subito e che non ci sarebbe stata più disponibilità a farne altre.</p>
<p>Nella stessa giornata, il PD bresciano prende ufficialmente posizione invitando i migranti a scendere dalla gru, critica la decisione di procedere alla manifestazione vietata del 30/10 ma ribadisce che il cuore del problema rimane nella legge che istituisce la cosiddetta Sanatoria truffa e nella successiva Circolare Manganelli.</p>
<p>I migranti rifiutano la proposta dicendo che scenderanno solo se ci sarà il permesso di soggiorno per tutti quelli che hanno partecipato all’occupazione, sopra e sotto. A seguito di questo rifiuto don Toffari dichiara che i migranti sembrano eterodiretti. La tesi che l’Associazione Diritti per tutti sia l’eminenza grigia dell’azione dei migranti è sostenuta più o meno apertamente anche da altri, tra cui la Lega e il sindaco, già dal 30/10.</p>
<p><em>Che il popolo agisca senza rappresentanti, questo non può essere compreso dai mediatori e dalle istituzioni, che immaginano allora dei rappresentanti “occulti”. Non solo la soggettività politica è negata, ma neppure può essere immaginata.</em></p>
<p>03/11: la Lega dichiara che indirà una manifestazione contro l’occupazione. La manifestazione poi non si farà.</p>
<p>04/11: I partecipanti al presidio rilasciano dichiarazioni rispetto al loro rifiuto del 02/11. Il presidio proposto sarebbe stato a tempo (15 giorni dopo una protesta che dura da più di un mese) e in un quartiere periferico a scarsissima visibilità. Al tavolo di discussione proposto presso la Prefettura non sarebbero stati presenti i rappresentanti dei migranti ma Curia, CGIL e CISL. Inoltre, in buona sostanza, non c’è più fiducia nei confronti del Comune e le richieste degli occupanti (permessi e incontro con il ministro Maroni) non sono state minimamente prese in considerazione.</p>
<p>06/11: manifestazione a sostegno dei migranti sulla gru. Circa 10.000 persone da tutta Italia. Tantissimi migranti. Il corteo riempie le strade bresciane per 4 ore e vi partecipa, tra le tante realtà, anche la RSU della INNSE Presse, la fabbrica milanese in cui nell’agosto 2009 si è inaugurata la pratica dell’occupazione dei tetti. Lo striscione della INNSE viene poi donato agli occupanti e caricato sulla gru. Lo stesso giorno, a Milano, un gruppo di migranti occupa la torre di una vecchia fabbrica dismessa.</p>
<p>Nel corso della manifestazione un giornalista di Crash (trasmissione RAI sui temi dell’immigrazione) sale sulla gru e passa la notte con gli occupanti, scendendo il giorno dopo tra lo stupore delle forze dell’ordine. Il giornalista ricava un reportage mandato in onda sulla televisione pubblica e visibile qui: http://www.unmondoacolori.rai.it/sito/scheda_puntata.asp?progid=1427</p>
<p><em>“L’attività politica (…) introduce sulla scena di ciò che è comune degli oggetti e dei soggetti nuovi. Essa rende visibile ciò che era invisibile, essa rende udibili come esseri parlanti ciò che si percepiva come animali rumorosi.”</em><strong>(2)</strong><strong> </strong><em>Il tema che i media e le istituzioni hanno rimosso, riappare nello spazio pubblico assieme al popolo che ne dà ora una formulazione politica: questa legge assurda, ipocrita, ingiusta!</em></p>
<p>08/11: intervento massiccio della forze dell’ordine intorno alle 6 del mattino, coordinate direttamente dal Ministero degli Interni. Ufficialmente il tentativo è quello di mettere in sicurezza gli occupanti, installando delle reti sotto la gru, ma, nei fatti, viene sgomberato il presidio ai piedi della gru e vengono operati fermi anche nelle stanze della parrocchia. Cariche e fermi per strada, anche ai danni di semplici curiosi, oltre che di redattori della radio antagonista Radio Onda d’Urto e di membri dell’associazione Diritti per tutti. I migranti fermati, nei giorni successivi, saranno molto rapidamente spostati nei CIE e, negli ultimissimi giorni dell’occupazione, quando si cerca di concludere la trattativa per far scendere i migranti dalla gru, espulsi.</p>
<p>I migranti sulla gru minacciano di buttarsi nel vuoto. La zona attorno al cantiere viene completamente bloccata e occupata dalle forze dell’ordine. Già dalla mattina si riforma il presidio con centinaia di persone. Si presentano al presidio sia esponenti del PD che della CGIL che della Curia. Il presidio rimane fino a sera inoltrata sotto la minaccia delle cariche, fino a quando si raggiunge una specie di accordo.</p>
<p>Tuttavia, sia la Prefettura che il Comune chiudono ogni possibile altra trattativa. I sindacati cercano di riaprire un tavolo istituzionale ma viene loro negato dalla prefetta.</p>
<p><em>Qui nessuno teorizza la violenza contro lo stato o contro i simboli del sistema capitalistico. La violenza politica residuale, ineliminabile, è ormai quella che i manifestanti rivolgono contro se stessi. Disoccupati che minacciano di lanciarsi dal balcone o di darsi fuoco. Operai che minacciano di gettarsi dalle gru. È una disperazione che trova un ordine simbolico entro cui esprimersi: il suicidio non sarà privato, e fuori dai costi della politica governativa. Dovrete conteggiarlo assieme ai benefici delle vostre leggi.</em></p>
<p>La questione inizia a prendere una dimensione nazionale. Camusso di CGIL chiede un incontro con Maroni e, il 10/11, i deputati PD bresciani fanno un’interrogazione in Commissione Affari Costituzionali. L’11/11 c’è la diretta con Annozero, che oltre a denunciare l’utilizzo arbitrario della forza nell’operazione del lunedì, porta in prima serata i caso dei migranti.</p>
<p><em>Trasformati di nuovo in spettatori. Ma alcuni di noi, nostri amici, sono lì a Brescia, nei presidi, nella manifestazioni, abitano nei pressi della gru. Un filo di realtà, non depotenziato, ci lega a loro, e da loro al popolo della gru. Come spettatore sono scandalizzato, gli amici di Brescia oramai sono solo esausti (“A parte la sensazione pratica di esser di colpo considerata illegale, con possibilità di esser fermata, la tensione emotiva fortissima, e di essere quasi in guerra, ho ferma nella mente l’immagine dei 2 migranti che si infilano la testa in due cappi che hanno appeso al braccio della gru” Maria Luisa).</em></p>
<p><em>D’un tratto la storia del nostro paese è più ricca: deve fare spazio a uno strano, inedito, gruppo di insorti: Arun, 24 anni pakistano, Rashid, 35 anni marocchino, Sajad, 27 anni pakistano, Papa, 20 anni senegalese. (Quanto pesano queste biografie? Quanta memoria e conoscenza del mondo custodiscono? Quanto valgono gli anni di un senegalese ventenne, che dopo aver abbandonato paese, lingua e famiglia, per lavorare clandestinamente in Italia, sale su una gru di 35  metri, dovendo ricordare agli italiani che è anche lui una persona?)</em></p>
<p>Nei giorni successivi si avvicendano le persone al presidio, con un deciso allargamento della base delle persone interessate alla vicenda. Viene fatta anche una lezione per strada da parte di alcuni docenti della Facoltà di Giurisprudenza cittadina. Da parte dell’amministrazione e della Prefettura c’è una chiusura totale. La tesi è: scendano e poi vedremo se è possibile trattare o meno. Sotto la gru, sembra che inizi un via vai più o meno chiaro di mediatori e rappresentanti delle comunità straniere. Si cerca di convincere i migranti uno per uno a scendere. Si ottengono due discese nei giorni dell’11 e del 12 novembre.</p>
<p><em>Un popolo forse non si misura in termini quantitativi, ma nella sua possibilità di “popolare”, ossia di prolungarsi, di radunare e richiamare intorno a sé altre sue componenti, ossia dei soggetti in grado di prendersi responsabilità nello spazio pubblico, al di fuori della cura domestica e familiare. </em></p>
<p>Intanto, tra presidio e forze dell’ordine c’è una continua contrattazione per fare arrivare cibo e coperte agli occupanti, tra dichiarazioni più o meno d’effetto del Comune e della Lega, di prendere per fame gli occupanti. Questi ultimi non si fidano più di Toffari, rappresentante della Curia, e chiedono di avere come interlocutori solo il presidio e Diritti per tutti con i rappresentanti delle diverse comunità che vi gravitano attorno.</p>
<p>13/11: una manifestazione antifascista, indetta per contrastare una manifestazione di Forza Nuova poi non tenutasi, raggiunge con circa duemila persone la gru. Alcuni attivisti venuti da altre città lombarde, dopo uno svolgimento estremamente pacifico del corteo, provoca la forze dell’ordine sotto la gru che iniziano una serie di cariche molto aspre, con inseguimento nei vicoli e fermi. L’intervento dei militanti bresciani isola i manifestanti più facinorosi. Il presidio si riforma nel giro di poche ore, di nuovo con numeri abbastanza significativi.</p>
<p>14/11: nel corso del pomeriggio, i migranti sulla gru iniziano ad urlare perché sono affamati. Le forze dell’ordine non fanno passare il cibo che arriva dal presidio e gli occupanti non si fidano di quello della Caritas offerto da Toffari. Nella giornata c’è anche una dichiarazione del Vescovo che difende l’operato di Toffari ma dichiara che il rispetto della persona umana viene prima di ogni interesse di parte e di ogni strategia politica. La sera, dopo una giornata di estrema tensione tra presidio e forze dell’ordine, si arrivano ad un accordo e, dopo due giorni, gli occupanti ricevono il cibo.</p>
<p>15/11: la mattina arriva la notizia di un nuova trattativa tra Curia, CGIL e CISL, da una parte, e Prefettura e Amministrazione dall’altra. Nel corso della giornata la cosa prende forma e la sera, intorno alle 9, gli occupanti scendono dalla gru sotto una pioggia scrosciante e tra gli applausi di centinaia di persone raccolte in due piazze, immediatamente a nord e a sud della gru. Dopo un passaggio in questura, vengono rilasciati.</p>
<p>L’accordo prevede piena e fidata tutela legale agli occupanti che scendono, la creazione di un presidio, la creazione di un tavolo presso la Prefettura. Nelle stesse ore vengono espulsi i migranti fermati l’8/11 e, a Milano, nel tragitto tra il Consolato egiziano e la Prefettura, due attivisti di Diritti per tutti vengono fermati. Uno di essi, straniero, viene espulso nel giro di qualche giorno. Tutte queste espulsioni avvengono nonostante i soggetti avessero in corso la richiesta di permesso.</p>
<p>16/11: la Prefettura e la Questura dichiarano che la proposta della Curia, CGIL e CISL non è mai stata avallata. Il sindaco Adriano Paroli e il vice-sindaco Fabio Rolfi rimandano la decisione sul presidio al Comitato per la sicurezza e l’ordine pubblico, il 3/12, a cui però non partecipano né la Curia, né i sindacati né i migranti. Il sindaco comunque ha ammesso che “sono emersi problemi sull’interpretazione della legge”.</p>
<p><em>L’azione politica non è a somma zero. Essa ha mostrato l’oscenità del quadro legale, la sua incoerenza rispetto ai valori elementari della democrazia, e con una chiarezza fino a quel momento mai raggiunta dai professionisti dell’informazione nazionale. Nessuno poteva dirlo meglio di loro, passati dalla condizione di vittime genericamente compiante a quella di acrobati coraggiosi e ben individuati della disubbidienza civile.</em></p>
<p>17/11: CGIL, CISL e Curia chiedono un’incontro con la prefetta e ribadiscono la loro intenzione che l’accordo venga attuato.</p>
<p>18/11: riprende un presidio non autorizzato in via San Faustino, con la presenza non massiccia ma comunque visibile di forze dell’ordine. Nel frattempo vengono fermati diversi migranti e il quartiere del Carmine continua a vedere una forte presenza di polizia. Sul piano politico, si sollevano polemiche sui danni dovuti all’occupazione (che vengono attribuiti, dalla Giunta, a Diritti per tutti ) e sulla gestione datane dalla Giunta (che, nel frattempo, per una questione legata all’uso delle carte di credito del Comune, viene quasi in blocco indagata per peculato).</p>
<p>22/11: si riunisce il Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica, seguito da un incontro della prefetta con CGIL, CISL e il Centro migranti della Curia di Brescia. La Prefettura dichiara la propria disponibilità all’apertura di un tavolo di confronto nel quale confluiranno le comunità immigrate, i rappresentanti di associazioni di categoria e di industriali (CDC, CNA, AIB, CDO), dei sindacati (CGIL, CISL, UIL e UGL), del Comune e della Provincia. Non vengono date indicazioni in merito al ripristino del presidio di protesta.</p>
<p>24/11: La questura nega il proprio assenso alla richiesta di alcuni cittadini italiani, che chiedevano che venisse autorizzato il presidio di protesta ancora in corso in via San Faustino. Lo stesso giorno viene fissato al 9/12 il Consiglio territoriale sull’immigrazione, ovvero il tavolo di confronto indicato dalla Prefettura il 22/11.</p>
<p>28/11: Padre Zanotelli incontra gli occupanti della gru al presidio non autorizzato di via San Faustino.</p>
<p>02/12: dopo la riunione del Comitato provinciale per la sicurezza e l’ordine pubblico, viene approvato dalla Prefettura un presidio itinerante, proposto alcuni giorni prima da Mario Toffari dell’Ufficio per la pastorale dei migranti oltre che da CGIL e CISL. Due volte a settimana, per tre ore, italiani e stranieri potranno manifestare il proprio dissenso in luoghi diversi della città ancora da definirsi.</p>
<p>Nel frattempo, viene fissata dai migranti, da Diritti per tutti e da altre realtà, una manifestazione per l’11/12.</p>
<p>°</p>
<p><em>Note</em></p>
<p>(1)Da una lettera di Jean-Paul Curnier in Nathalie Quintane, <em>Tomates</em>, P.O.L., 2010.</p>
<p>(2) Jacques Rancière, <em>Politique de la littérature</em>, Galilée, 2007.</p>
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		<title>Dell&#8217;ora, del qui &#8211; su &#8220;Il giorno prima della felicità&#8221; di Erri De Luca</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Feb 2009 07:00:13 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[corpo]]></category>
		<category><![CDATA[Erri de Luca]]></category>
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					<description><![CDATA[di Marco Rovelli C&#8217;è una musica, nei libri di Erri De Luca, che torna sempre. Sempre la stessa, e sempre nuova. E&#8217; una forza che risuona fine alle orecchie di chi sta in attesa di un ascolto: la forza di un silenzio pieno di sguardo, che sprigiona suoni primordiali, essenziali. E&#8217; così anche nell&#8217;ultimo romanzo, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<div><span><span><span>C&#8217;<span style="font-family: Times New Roman;">è</span> una musica, nei libri di Erri De Luca, che torna sempre. Sempre la stessa, e sempre nuova. E&#8217; una forza che risuona fine alle orecchie di chi sta in attesa di un ascolto: la forza di un silenzio pieno di sguardo, che sprigiona suoni primordiali, essenziali. E&#8217; cos<span style="font-family: Times New Roman;">ì</span> anche nell&#8217;ultimo romanzo, <a href="http://www.amazon.it/gp/product/B00630ZB3W/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=B00630ZB3W&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Il giorno prima della felicità</em> </a>(Feltrinelli, 13 euro). Musica scarna, e precisa: poche parole, ma quelle <span style="font-family: Times New Roman;">&#8220;</span>giuste<span style="font-family: Times New Roman;">&#8220;</span> (come quelle dieci parole che il giovane protagonista senza nome scambia col pescatore durante l&#8217;uscita notturna). Parole da dove tracima un di più: &#8220;Lo scrittore dev&#8217;essere più piccolo della materia che racconta. Si deve vedere che la storia gli scappa da tutte le parti e che lui ne raccoglie solo un poco. Chi legge ha il gusto di quell&#8217;abbondanza che trabocca oltre lo scrittore&#8221;. E c&#8217;<span style="font-family: Times New Roman;">è</span> tanto che scorre, in questo libro: sangue, soprattutto (anzi, &#8220;sangui&#8221;, per citare un lemma ricorrente in altri testi di De Luca), e poi popolo che invade le strade, sperma versato, acque traversate per salvezze, lacrime che fuggono una pazzia, odori emanati in un cortile, cibi che si gustano, corpi che si toccano, libri che si offrono fuori da scaffali e nascondigli, parole che escono dalla bocca e vanno credute e fanno fede.<span id="more-14190"></span></span></span></span>E&#8217; un romanzo di formazione, se dobbiamo nominarlo: c&#8217;<span style="font-family: Times New Roman;">è</span> una relazione tra un vecchio maestro, don Gaetano, e il guaglione che passa la linea della maggiore età, e si fa uomo <span style="font-family: Times New Roman;">&#8211;</span> attraversando il sangue. Il sangue di una donna, e il sangue di una lotta al coltello. E&#8217; il sangue della sua personale rivolta, fondata sulla felicità, quella provata con una donna, con il corpo di una donna da sempre invocato, nominato, desiderato, una donna che riappare e a cui il guaglione si consegna, e dice Sì. Una rivolta del sì, la sua. E&#8217; questa la felicità: dire Sì, e accettarne tutte le conseguenze.</p>
<p>La strada che conduce alla rivolta è la parola del testimone: il guaglione apprende a vivere da don Gaetano il portiere, che gli racconta storie, e la Storia. A far da sfondo prospettico alla vicenda del guaglione, a far da coro, i racconti della guerra, e in particolare della rivolta di Napoli, l&#8217;insurrezione/resurrezione del popolo napoletano contro i tedeschi, la rivolta che libera la citt<span style="font-family: Times New Roman;">à</span> e d<span style="font-family: Times New Roman;">à</span> nuova forma al popolo. In una rivolta il popolo smette di essere&#8221;soldatino di piombo<span style="font-family: Times New Roman;">&#8220;</span> e passa la linea della maggiore età, prendendo in mano il suo destino <span style="font-family: Times New Roman;">&#8211;</span> cos<span style="font-family: Times New Roman;">ì</span> come fa il guaglione accettando la sua personale rivolta. Sono dunque le <span style="font-family: Times New Roman;">&#8220;</span>consegne di una storia<span style="font-family: Times New Roman;">&#8220;</span> che don Gaetano passa al guaglione, la sua <span style="font-family: Times New Roman;">&#8220;</span>eredità&#8221;, affinch<span style="font-family: Times New Roman;">é</span> il figlio di Nessuno possa riconoscere la sua origine, la sua appartenenza, e si riconosca figlio di un popolo, di una città che si leva e consacra il suo sangue. Cos<span style="font-family: Times New Roman;">ì</span> come il proprio sangue, nella lotta al coltello, consacra lui stesso. La rivolta, l&#8217;amore.</p>
<p>Intorno al guaglione, a don Gaetano e ad Anna <span style="font-family: Times New Roman;">&#8211;</span> una serie di altre figure e di <span style="font-family: Times New Roman;">&#8220;</span>quadri<span style="font-family: Times New Roman;">&#8220;</span> memorabili. Ne citerò due. Il Vesuvio a cui il guaglione <span style="font-family: Times New Roman;">&#8211; </span>sempre accompagnato dalla sua guida, don Gaetano <span style="font-family: Times New Roman;">&#8211;</span> ascende, e in vetta al quale conosce il desiderio fisico, il sesso che gonfia, la cenere fecondata, ravvolto in una sorta di nube della non-conoscenza <span style="font-family: Times New Roman;">&#8211;</span> una pagina che richiama alla mente, in maniera del tutto incongrua, l&#8217;erotico Gesuvio di Georges Bataille. E poi quella pagina, struggente, dedicata ad Aniello, una creatura indifesa, che muore sotto le violenze del padre: <span style="font-family: Times New Roman;">&#8220;</span>Una volta <span style="font-family: Times New Roman;">&#8211;</span> scrive il guaglione di quel padre &#8211; gli tirai contro una pietra. Nemmeno se ne accorse. Non valevamo niente. Se la tirava un altro con più mira e più forza, se tiravamo in molti, Aniello si poteva salvare<span style="font-family: Times New Roman;">&#8220;</span>. E anche questo, come tutto il resto, parla di noi. Dell&#8217;ora, del qui.</p>
</div>
<p><em>(pubblicato su l&#8217;Unità, 8/2/2009)</em></p>
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