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	<title>poveri &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>dieci validi motivi per ammazzare i poveri più uno francamente pretestuoso.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Sep 2018 05:00:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[dieci ragioni]]></category>
		<category><![CDATA[Pino Tripodi]]></category>
		<category><![CDATA[poveri]]></category>
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					<description><![CDATA[di Pino Tripodi conviene iniziare con l&#8217;undicesimo motivo, quello pretestuoso. ciò si deve alla semplice coincidenza che lo scrivente è un povero anche lui, quindi se afferma che ha dieci buoni motivi di ammazzare i poveri significa che quei motivi sono validi anche per lui. se fosse onesto per coerenza logica dovrebbe essere ammazzato. ora, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Pino Tripodi</strong></p>
<p>conviene iniziare con l&#8217;undicesimo motivo, quello pretestuoso. ciò si deve alla semplice coincidenza che lo scrivente è un povero anche lui, quindi se afferma che ha dieci buoni motivi di ammazzare i poveri significa che quei motivi sono validi anche per lui. se fosse onesto per coerenza logica dovrebbe essere ammazzato. ora, voi potreste dubitare della sua onestà, ma vi sbagliereste perché finito di redigere quei dieci validi motivi per ammazzare i poveri l&#8217;autore si fa ammazzare veramente. c&#8217;è solo un unico problema materiale da risolvere per rispettare la saggia decisione. avendo lui stesso scritto del problema chi è che dovrebbe farlo fuori? sembrerebbe una difficile faccenda ma invece è veramente una quisquilia. ecco la risoluzione. è  lui che di sua propria mano uccide il povero che è in sé. con quali mezzi non è difficile congetturare. sarebbe inutile, incoerente e dispendioso provvedere con sistemi che richiedono una certa frequenza col denaro, l&#8217;eutanasia in olanda, la clinica della morte in svizzera, la pistola, i farmaci o l&#8217;iniezione letale. esclusa la morte in sintonia col capitale occorre cercare gratuiti mezzi per porre fine all&#8217;esistenza.  ciascuno si direbbe saggiamente è meglio che muoia nel suo brodo, quindi, anziché provare truci soluzioni, buttarsi dal balcone, tuffarsi in mare con uno scoglio al collo o giù di lì &#8211; rimedi, è bene dichiararlo, che ostano alla sensibilità umanitaria dell&#8217;autore -, la più semplice mossa è abbandonarsi alla propria condizione, lasciarsi cioè morire d&#8217;inedia e fame. chi ha l&#8217;abitudine forzata a centellinare il pane e il companatico della sopravvivenza in ciò non riscontra particolare resistenza. la consuetudine da fame di prassi attenua alquanto i crampi e la sensazione rotatoria della testa quando il proposito dell&#8217;inedia diviene cosciente e radicale. si arriva alla fine lucidi di raziocino e illuminati di mente. la dipartita dalla povertà affrontata con lungimiranza avviene serena come il sonno se il corpo non è oberato da funzioni digestive complicate come quando fa incetta di lardo e fave irrorati a volontà da una ciofeca che è scandaloso assai chiamare vino. cosicchè, anzichè protrarre gli incubi della fame che lo devastano ogni qualvolta serra gli occhi, oltre la propria morte il povero può sognare di vivere felice con la sua bella magari ancora sconosciuta in barba a ogni ristrettezza.</p>
<p>risolto il problema della fine, dell&#8217;undicesimo motivo francamente pretestuoso, ci possiamo concentrare sull&#8217;inizio, sui dieci validi motivi per ammazzare i poveri.</p>
<p>a mo&#8217; di avvertimento, prima di iniziare, occorre rendere palese che i dieci motivi non sono dettati certo da invidia o da rancore. come si potrebbe se chi scrive appartiene a quell&#8217;umana condizione.</p>
<p>essendo come già detto anche lui povero l&#8217;autore se scrive le seguenti cose è  per puro spirito di conoscenza basato sulla profonda esperienza maturata dal momento in cui senza chiedergli permesso è stato per caso più che per spasso gettato nella vita. le considerazioni svolte pertanto non sono sterili elucubrazioni intellettuali ma semplici constatazioni oggettive, fotografie scattate per mostrare il vero senza le lenti e i trucchi delle ideologie. il suo unico intento è che la verità si faccia strada. il resto non interessa perché privo di secondi fini.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>il primo valido motivo è davvero lapalissiano. i poveri sono troppi nella miseria ma ancor di più nell&#8217;opulenza. non c&#8217;è tempo, società o regione del mondo dove non sia così. non c&#8217;è individuo, famiglia, governo o religione che non abbia avanzato programmi davvero razionali per eliminare la povertà. ma tutto è stato inutile. la ragione è presto detta. i poveri sono i parassiti della ricchezza. più cresce l&#8217;albero dell&#8217;abbondanza più i poveri vi allignano come funghi velenosi che rendono amara la vista ai ricchi. cercare di potarli è inutile. meglio ammazzarli dal primo all&#8217;ultimo esemplare. così il paesaggio della ricchezza diviene uniforme e chi ha i mezzi per natura non viene umiliato nel guardar cose che sono francamente indegne di essere osservate.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>il secondo valido motivo non ha meno evidenza. i poveri non sono tali per disgrazia o sfiga. è un&#8217;ingiustizia davvero grande pensarla in questo modo. poveri lo sono per colpa e per natura. la colpa è antica e la natura non perdona. da poveri nascono poveri. è una legge incontrovertibile dell&#8217;umana specie che se si rispetta va bene a tutti, ma se qualcuno pensa di fare il furbo sovvertendo le leggi basilari del creato a pagarne le spese sono proprio loro, i poveri, e chi altrimenti. qualcuno poveretto pensa se sono nato povero la colpa è del ricco, ma non ci vuole una gran logica per capire che tale congettura non ha senso.  i poveri son poveri perché la povertà ce l&#8217;hanno nel sangue. chi nasce povero non ha ragione alcuna di recriminare. a render complicata la faccenda c&#8217;è quella piccola eccezione di poveri ricchi per caso. sono davvero pochi ma l&#8217;indagatore attento non fatica a snidarli di modo che il caso venga senz&#8217;altro smascherato. i poveri ricchi per caso sono quei poveri che per qualche scherzo di natura – anch&#8217;ella, checché si dica, non è del tutto esente dall&#8217;errare – si trovano nel torbido a gozzovigliare con mezzi di proprietà e d&#8217;uso geneticamente non propri. quando questa vergogna accade, i poveri non stanno a proprio agio e allora non passa molto tempo che restituiscono non sempre volentieri il maltolto pagando il fio con qualche decennio di prigione, con l&#8217;infamia a vita o con la morte.</p>
<p>il secondo motivo si rafforza per un&#8217;altra ragione.</p>
<p>l&#8217;intelligenza non si addice ai poveri &#8211;  nei loro geni è dimostrato che la stupidità prolifera balzando ben oltre i limiti della decenza – eppure un qualche  barlume di ratio alligna pure dove meno te l&#8217;aspetti. se così non fosse molti poveri non avrebbero coscienza che sono poveri per colpa e per natura e invece conoscono davvero bene la verità tant&#8217;è che  passano la vita a odiare i genitori che li hanno gettati nella vita in questo stato. l&#8217;odio cresce con l&#8217;età tant&#8217;è che se i poveri meno scemi potessero agire impunemente nessun loro genitore sopravviverebbe alla furia che hanno generato. se l&#8217;odio maturato dalla nascita si raggruma più spesso nell&#8217;astio atavico anziché nell&#8217;omicidio dei genitori è per viltà, per la paura che ammazzando il padre o la madre toccherebbe qualche annetto di galera in più. ma questa frustrazione dell&#8217;inibirsi a volta di ammazzare mamma e papà a causa dei natali socialmente indesiderati si scatena contro il prossimo, infatti è cosa nota che i poveri si ammazzano tra di loro alla prima occasione. il secondo motivo umanitario rafforzato per ammazzare i poveri è dunque di necessità per cancellare questo scempio liberando in un colpo solo odio, viltà e astio che non si addicono certo al resto dell&#8217;umanità.</p>
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<p>il terzo motivo è che nel vizio innato che i poveri hanno d&#8217;ammazzare capita che ci vada di mezzo qualche innocente ricco. i poveri si ammazzano tra di loro, è vero, ma qualche volta nel loro furore umanicida c&#8217;è qualche onesto cittadino che ci capita di mezzo. non è più per volontà classista che i poveri ammazzano qualche ricco – ormai questa vergogna è stata per fortuna quasi completamente eliminata dalla faccia della terra – pur tuttavia qualcuno dei ricchi ripeto non proprio di proposito ci capita tra gli ammazzamenti dei poveri. se i ricchi non fossero mai toccati i poveri dovrebbero essere lasciati liberi di ammazzarsi tra di loro così parte della fatica di farli fuori tutti sarebbe risparmiata e il terzo motivo verrebbe volentieri a mancare.</p>
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<p>il quarto motivo è il commercio carnale a cui i poveri si danno nel goffo  tentativo di accalappiar qualche ricchezza. vendere il proprio o l&#8217;altrui corpo dovrebbe essere attività da perseguire duramente, ma così non è perché purtroppo vi è qualcuno anche tra i ricchi che compra ciò che non andrebbe mai venduto. qualcuno potrà dire che non tutti i poveri si donano alla prostituzione e quel qualcuno avrebbe sicuramente la ragione dalla sua. l&#8217;autore non intende negare che fra i poveri vi è chi non si prostituisce. assodato il fatto, tuttavia, non si può non constatare che la prostituzione è esclusiva facoltà dei non aventi. da ciò ne discende che con l&#8217;ammazzamento dei poveri il commercio carnale si estinguerebbe per la prima volta nella storia dell&#8217;umana specie.</p>
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<p>il quinto motivo è che i poveri sono tarati eticamente. con quel deficit che hanno non c&#8217;è bisogno di diventar malvagi. lo sono di costituzione. nella malvagità congenita sviluppano un senso di colpa davvero originale che gli occupa la totalità della materia cerebrale. il senso di colpa non rivolto alla propria persona, sia beninteso, ma a quella altrui. la loro mente non si pervade come sarebbe sensato e giusto della coscienza della propria colpevolezza, ma della scriteriata sensazione della colpa altrui. sono davvero maniacalmente bravi a trovare la colpa di altri nella bugiarda presunzione di essere innocenti sempre. se sono povero il povero pensa la colpa non è mia. e non essendo sua il povero si trova qualche nemico da colpevolizzare tra la folla. la società, la chiesa, lo stato, il ricco, il vicino, non importa chi. il povero non pensa sia merito suo la sua povertà. il ricco invece è di gran lunga più intelligente. sa che non ha nessuna colpa per la sua condizione, non va cercando colpe a caso ma meriti circostanziati e per coerenza estrema ritiene giustamente che l&#8217;avere assai è esclusivo merito suo. i ricchi dunque sono per il giusto merito, i poveri invece non riconoscono la giustezza di questa fondamentale priorità dell&#8217;umana condizione. senza avere merito alcuno pensano di appropriarsi degli altrui averi, ma questo notoriamente è un furto che andrebbe sradicato.</p>
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<p>l&#8217;invidia compare come sesto ma è tra i più validi motivi per ammazzare i poveri che giuro sono invidiosi di natura. sembrano servizievoli e fedeli, si strusciano sui ricchi come fossero gatti in calore, rispondono a bacchetta sissignore appena intravedono un abbiente disponibile a sganciare la moneta ma non è onesto quel che fanno. anche quando sembrano fedeli più del cane fido sono soltanto opportunisti pronti a tradire al primo segnale di profitto. l&#8217;invidia dell&#8217;altrui ricchezza gli scorre nel sangue che circola in ogni corporea parte della persona per cui da quell&#8217;invidia primigenia il povero sviluppa una natura invidiosa  di ogni cosa. l&#8217;invidia è il sentimento generale della povertà. i ricchi si sa non sono affatto invidiosi, perché dovrebbero provare invidia davvero non si capisce, per cui si può dedurre senza probabilità d&#8217;errare che una volta ammazzati i poveri anche l&#8217;invidia sarebbe definitivamente debellata.</p>
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<p>il settimo motivo riguarda il sistema della pecunia. tutte le società sopportano con cadenze sempre più vicine crisi devastanti che scuotono l&#8217;umano agire mettendo a rischio davvero grande ogni colonna della società. eppure  la causa generale di ogni crisi non è un mistero per nessuno: sono loro i poveri senza dubbio alcuno l&#8217;origine del male. per chi, per pregiudizio veramente irriguardoso verso le scienze che studiano con meticolosa precisione come e perché l&#8217;economia va in crisi, conservasse un residuo dubbio l&#8217;autore consiglia un supplemento d&#8217;informazione. il dubbioso a quel punto non potrebbe disconoscere le ciclopiche risorse che sono dilapidate con l&#8217;obiettivo  di tenere i poveri in vita. inoltre, la ragione umanitaria esagera fornendo oltre il necessario per  la sopravvivenza anche i mezzi immeritati per condurre esitenza dignitosa a tutta la canaglia.</p>
<p>tra prigioni, scuole e ospedali, tra il circo e il pane, quel dubbioso così saprebbe quanto costano i poveri alla comunità che a un certo punto è naturale non ce la fa più a sopportare quell&#8217;immenso peso e crolla come la pera un tempo molto aggraziata e bella ma resa fragile in breve dal beccare di corvi e merli che in compagnia di mosche, formiche e altri insetti la bacano così tanto che al primo fievole vento si butta a terra dalla disperazione anche se non è poi così matura. senza l&#8217;ingiustificata poverofilia che porta le società a spese così vertiginose le crisi non scuoterebbero più il mondo. la poverofilia fa male al resto del creato, dunque se per ragioni umanitarie è duro abbandonare i poveri al loro colpevole destino, l&#8217;autore deduce che è meglio ammazzarli tutti così da estirpare all&#8217;origine la sorgente delle crisi.</p>
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<p>l&#8217;ottavo valido motivo è di ordine demografico. i poveri sono come i conigli, più sono poveri e più fanno figli. nel tempo in cui la poverofilia non era così in voga il problema si risolveva spontaneamente. l&#8217;innata pulsione proletaria del poverume era bilanciata dalla provvida natura che decimava i frutti della povertà in eccesso. se ogni povero senza pensiero generava dieci e più figli in media ne restavano due a perpetuare con generazioni successive la vergogna. ma adesso la natura non è lasciata libera di fare il suo mestiere perché i poverofili l&#8217;hanno espropriata della sua facoltà massima, quella di selezionare il buono e di sopprimere il marcio. se come tutti dicono la natura va aiutata sarebbe logico e giusto sopprimere il marcio in vece sua che è impedita da circostanze veramente disgraziate. questa missione è avvalorata da un&#8217;altra considerazione. i poveri non è che fanno i figli e basta. non si contentano di riempire il mondo di problemi, pretendono anche che a mantenerli non siano loro che li hanno a casaccio generati  ma quelli, i ricchi dico, che stanno bene attenti a partorir la prole perché si sentono, è ovvio, responsabili di ogni loro azione. dunque, ammazzando i poveri come da programma l&#8217;equilibrio demografico sarebbe assicurato.</p>
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<p>il nono motivo è davvero cruciale. in tutto il mondo esiste la questione criminale.  tra mafie di diverso colore e stile, tra bande di farabutti che studiano ogni modo per truffare, tra ladri bambini giovani e vecchi che ruberebbero pure la preghiera sopra l&#8217;altare, non c&#8217;è spazio della vita che non sia contaminato dalla furfanteria. l&#8217;insicurezza endemica fa molto male alla salute, con la canaglia in giro non è in stato precario solo la proprietà privata ma l&#8217;intera sfera della vita in ogni momento è resa insicura, vilipesa, minacciata.</p>
<p>in più c&#8217;è un crimine sottile che si dovrebbe evidenziare anche se quel crimine più fastidioso di tutte le mosche e le zanzare non è non si capisce per quale insana ragione trattato sempre come tale.</p>
<p>l&#8217;autore si riferisce alla questua e alla sua variante, il barbonaggio. vedere le città colme di parassiti che lasciano puzze, orine ed escrementi in ogni angolo,  che si attaccano alla coscienza della gente fin quando stufa di lamenti e piagnistei si scuce la moneta sudata con fatica è una pena quotidiana assai gravosa. vi è chi per compassione si sente d&#8217;elargire una moneta, un vestito usato o un sorriso a caro prezzo, ma non è questo il giusto piglio d&#8217;affrontare la questione. l&#8217;elemosina non è come lo sprovveduto crede un modo gentile di chiedere. è invece un furto con destrezza compassionevole. la questua e il barbonaggio sono altri modi di rubare.</p>
<p>eppure, niuno disconosce il grande utero che partorisce il crimine. ognun sa che il povero più onesto è un ladro patentato. di più. è un criminale nato. le scienze di diverso indirizzo e tipo hanno tentato di curare la situazione col farmaco, con la catena, con l&#8217;educazione. ma ogni sforzo è risultato vano. chi nasce criminale non si può emendare. l&#8217;unica soluzione è quella finale. solo ammazzando i poveri in un baleno del problema criminale non si avrebbe realtà e neanche memoria, aspetto quest&#8217;ultimo tutt&#8217;altro che da minimizzare perché quando il crimine appare la memoria diventa un male assai difficile da curare.</p>
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<p>il decimo motivo è davvero intuitivo. i poveri non si sa per quale genetica ragione hanno la pulsione di muoversi in modo convulsivo. qualcuno va dicendo che amano migrare per questioni di guerra o di lavoro, ma non è vero niente. si muovono per pulsione innata come fanno le mosche o le zanzare. provate se volete a servirle di sostanze zuccherose e di sangue. zampettano giusto per riempirsi la pancia a sbafo approfittando delle scorte altrui, ma poi che fanno, se ne stanno forse fermi o continuano a mordicchiare a destra e a manca senza omettere di scacazzare? la risposta al facile quesito va da sé.  anche quando sono abboffate di reddito e di lavoro non perdono il gusto di fastidiare il prossimo per puro spirito persecutorio. come le mosche e le zanzare i poveri sciamano ovunque. la genetica ragione glielo impone. e dove vanno portano in dono tutti quei problemi trattati negli altri nove validi motivi. cercare di fermarli, respingerli, spedirli al mittente non serve proprio a niente. anche riempire le prigioni è un errore colossale. l&#8217;unico rimedio ormai lo sapete, dunque che ve lo dico a fare.</p>
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<p>per ultimo occorre segnalare le perplessità di un caro amico il quale venuto a conoscenza dei qui presenti dieci validi motivi per ammazzare i poveri mi ha redarguito. dieci son troppo pochi. in verità lui dice i validi motivi sarebbero infiniti, infatti per quanto il caso nella storia sia stato a lungo studiato nessuno ha mai trovato un motivo davvero serio perché i poveri debbano rimanere in vita. il caro amico ha ragione, non lo si può negare, ma per difendere l&#8217;autore almeno parzialmente dall&#8217;accusa tocca segnalare che se avesse dovuto stilare anziché dieci tutti i validi motivi l&#8217;impresa iniziata con dedizione e cura non avrebbe conosciuto fine. perciò la scelta di limitarsi ai dieci che sono senz&#8217;altro validi non ha pretese che siano quelli gli unici motivi per ammazzare i poveri. d&#8217;altronde ciascuno può trovare i suoi, chi glielo impedisce, il menu dei validi motivi offre possibilità di scelta illimitate.</p>
<p>ciò che conta per davvero è che il presente scritto sia ultimo nel suo genere. il più famoso data quasi trecento anni or sono. ma swift, il grande maestro dell&#8217;umile autore, scrivendo la sua modesta proposta in due cose certamente si sbagliava. la prima è prevedere di ammazzare solo una parte dei bambini nati in povertà col che il problema si attenua certo ma non si risolve affatto. il secondo consiste nel trattare quei bambini da ammazzare come cibi prelibati la qual cosa non si può negare ma non corrisponde in pieno ai gusti alimentari dell&#8217;autore.</p>
<p>i dieci validi motivi invece dovrebbero godere di unanime consenso e di legittime aspirazioni a divenir prassi reale per l&#8217;umana specie nel sol dell&#8217;avvenire.</p>
<p>se nei prossimi secoli qualcuno contrariamente alle speranze dell&#8217;autore avrà l&#8217;ardire di affrontare la questione vorrà dire ahimé che anziché estinguersi per sempre i poveri non si sa per quale assurda ragione saranno stati almeno in parte risparmiati dall&#8217;essere ammazzati.</p>
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		<title>Walter Angelici. La pittura senza idillio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Feb 2011 09:00:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
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					<description><![CDATA[di Cristina Babino Nello stato di natura l’idillio è mancato, fatalmente. E l’essere umano, che di tale stato è vertice e in un modo termine, non sfugge alla legge, si piega anzi, ne è piegato. L’umanità descritta da Angelici ha una mestizia infusa d’orgoglio, la dignità sopra tutto della presa di coscienza, dell’accettazione d’una condizione [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/ang-003.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/ang-003-295x300.jpg" alt="" title="ang 003" width="295" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-38094" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/ang-003-295x300.jpg 295w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/ang-003.jpg 480w" sizes="(max-width: 295px) 100vw, 295px" /></a>di <strong>Cristina Babino</strong></p>
<p>Nello stato di natura l’idillio è mancato, fatalmente. E l’essere umano, che di tale stato è vertice e in un modo termine, non sfugge alla legge, si piega anzi, ne è piegato. L’umanità descritta da Angelici ha una mestizia infusa d’orgoglio, la dignità sopra tutto della presa di coscienza, dell’accettazione d’una condizione non invertibile, non negoziabile. Un fatalismo che non è però abbandono o rassegnazione a un destino segnato, ma interrogativo inesausto e rovello, pungolo che scava così nel profondo da deformare, gentilmente a volte, a volte tanto da renderli maschere d’un mistero tutt’altro che buffo, i visi, le sembianze, dei personaggi che di questa irrequietudine assorta si fanno modelli e campioni.<span id="more-38093"></span></p>
<p> Tra tutti, gli <a href="http://www.walterangelici.com/paintings/emigrants.html"><em><strong>Emigranti</strong></em></a> (2003). Hanno una fissità che incede. Tutto è immobile eppure tutto si muove: la madre pur giovane, ma invecchiata anzitempo, dal profilo livido e appuntito, vestita d’una monumentalità scarna e disadorna, d’un abito severo come la miseria che l’affligge.  Il gallo, portato come un povero vessillo sul ramo d’un braccio secco e filiforme, che grida dalla cresta sfavillante a spezzare con un canto disperato di colore un silenzio altrimenti atterrito e prosciugato. Il figlio, incastonato al ventre della madre, appendice bluastra e compimento, negli occhi la distanza lancinante della casa lasciata, il panico del vuoto e del nuovo che ancora non s’offre come una promessa. Sullo sfondo, bassissimo, un orizzonte che mima un lacerto di quel mare su cui le due esistenze scivolano la loro fuga incontro al destino, a una fortuna che si prega buona e migliore. Tutta la composizione ha il movimento frenato dell’approdo, l’andamento lento e inesorabile della nave che questa diade materna ha matrignamente accolto, e traghettato.</p>
<p>La maternità è del resto tema che Angelici percorre di preferenza (in particolare nei dipinti, ma non solo, come avremo modo di osservare), forse anche in virtù di un dato biografico che lo vuole padre titolare di una paternità tenerissima e istintiva, e però di segno insolitamente “materno”, dolente e saturnino, correlato, senza dubbio, alla sua vocazione &#8211; e  tensione innata – alla (pro)creazione artistica.<br />
Ecco forse spiegato il ricorrere tanto insistito di scene raffiguranti madri e figli.  Abbracci, quelli offertici da Angelici, colmi di un’amorevolezza disarmante, eppure sempre drammatici, restituiti attraverso il filtro d’un espressionismo aggiornato e vibratile.<br />
Opere in cui il primato della narrazione s’impone nel racconto visivo dell’episodio minimo, annegato nel corso di una Storia che necessariamente lo trascura, e quindi disperso, ma recuperato dall’artista in virtù di una poetica per immagini che dal microevento trae non solo ispirazione, ma cifra e tematica portante. </p>
<p>Pochi i tratti con cui ogni storia viene rievocata sulla tela: una calligrafia essenziale e inquieta, colma di una <em>pietas</em> commossa, di un’adesione al “dramma” che per mano dell’artista s’invera e rappresenta.<br />
<a href="http://www.walterangelici.com/paintings/the_poor.html"><em><strong>Poveri</strong></em></a> (2004) è una delle variazioni sul tema della maternità dalla matrice più marcatamente espressionista, evidente nella pennellata franta, nei soggetti resi con una cromia quasi monotona, nello sfondo indefinito appena sporcato di bianchi e di grigi, su cui madre e figlio fluttuano in una solitudine suprema e costitutiva, raccolti in un monolite di voluta, ricercata incompiutezza, una mandorla stretta in cui la dedizione materna si fa presagio triste, amorevole e disperato ammonimento d’un dolore avvenire.<br />
Il binomio madre-figlio, classico frammento di una memoria iconografica diffusa e condivisa si fa, nell’arte di Angelici, monade quasi per statuto: così nei già citati <em>Poveri</em>, ma ancora in <a href="http://www.walterangelici.com/wp-content/uploads/2007/09/madreefiglio.jpg"><em><strong>Madre e figlio</strong></em></a> (dello stesso 2004), dove il bambino, pur nella sua individualità sgomenta e paonazza, appare all’occhio un prolungamento appena fuoriuscito del corpo della madre – i cui tratti del viso ricordano in modo irresistibile l’astrazione di certe <em>Cariatidi</em> del Modigliani – e pure in <a href="http://www.walterangelici.com/paintings/motherhood.html"><strong><em>Maternità</em> </strong></a> (2003), dove la Madre-Gorgone, più simile a certe maschere esasperate di Emil Nolde, inquadrata da un’ombra che verticale spezza e sovrasta la scena quale cupo presagio, contempla e offre il suo piccolo, ancora segnato dal rosso trauma del nascere, quasi come un sacrificio, già in una sorta di prefigurato compianto.<br />
Lamentazione declinata, più di recente, nella figurazione di un <strong><em>Vesperbild</em></strong> (2009) di riaffermato, sofferto espressionismo, in cui la coppia materna per eccellenza, composta da Vergine e Cristo, si offre nell’essenza di un messaggio universale e senza tempo. La tela è un omaggio esplicito, già nel titolo, a quelle piccole composizioni sacre in legno cromato, gesso o terracotta, tipiche del Trecento germanico (ma poi diffusesi anche in diverse regioni italiane, dal Friuli fino alle Marche e all’Umbria, per giungere quindi a Roma, dove tra Quattro e Cinquecento ispirarono il nuovo soggetto iconografico della <em>Pietà</em>), raffiguranti la Madonna seduta che in disperata ma composta solitudine sorregge sulle gambe il corpo esanime del Cristo appena deposto dalla croce. Destinate perlopiù alla devozione privata, le sculture riconducibili alla tipologia del <em>Vesperbild</em> (letteralmente «immagine del tramonto, del vespro») non si rifanno a un preciso riferimento evangelico, ma sono frutto invece di una libera interpretazione popolare di un momento del Venerdì santo.<br />
La lettura della vicenda vespertina data da Angelici, racchiusa in un formato quadrato di grandi dimensioni, esaspera misuratamente, nella mimica dei gesti, nel tratto e nel colore a olio, la tensione emotiva della scena. Su uno sfondo buio e informe s’impongono alla vista le due figure sacre: il corpo del Cristo taglia la composizione in diagonale, ne costituisce il fulcro e il baricentro, sovrapposto, quasi solo visivamente appoggiato, alla verticalità piramidale e solidissima della Madre.<br />
Sono membra ferite, umane e mortali, che non hanno pudore di mostrare i segni del martirio subito: un colore giallo le accende, trascorso a tratti di sangue vermiglio. Campiture e ritagli di tinte vivissime, che accentuano lo stridore con l’oscurità dello sfondo, e quindi il dramma, la sensazione.<br />
Una soluzione cromatica, quella del corpo in rigido abbandono nel grembo della Vergine, che lo avvicina, nella tonalità come nel tentativo di riduzione della profondità a un’approssimazione volutamente bidimensionale, al celeberrimo <em>Cristo giallo</em> di Gauguin  &#8211; pur nella divaricazione di scelte formali (l’astrattezza simbolica dell’intatta figura del Cristo nell’opera del francese, di contro alla stilizzazione drammatica inscenata da Angelici), scene rappresentate e atmosfera delle composizioni &#8211; arrivando ad estremizzarne inconsapevolmente il <em>cloisonnisme</em>: una decisa linea nera applicata ai contorni del Crocifisso da Gauguin, a guisa degli antichi smalti e delle vetrate medievali, che nell’opera di Angelici si esplicita piuttosto nella rincorsa dello sfondo corvino che lambisce la figura del Cristo quasi nella sua interezza, esaltandone il profilo e il colore.<br />
La sovrasta e la sorregge una Madonna monumentale, i lineamenti del volto deformati dalla tragedia, descritti in un pallore spezzato solo dal livido della bocca e delle orbite, il candore del manto sporcato per empatico contagio dello stesso giallo che percorre il corpo del Figlio, dello stesso rosso che lo squarcia, dello stesso nero che lo avvolge. Una <em>Mater dolorosa</em> che non tocca il Figlio, anzi ritrae la mano aperta dalle dita nervose e sottili – così simile, peraltro, alle mani esibite da certi preziosi personaggi femminili del Crivelli &#8211; quasi in segno di difesa, di  pudico distacco; e che a dispetto dell’iconografia tradizionale non rivolge gli occhi al volto del Cristo, ma guarda dritto a noi, ci trascina nella dimensione sospesa del dipinto, ci coinvolge nella terribilità dell’istante, ci fa partecipi dello stesso smarrito dolore.</p>
<p>E’ ferito il colore di Angelici, e sempre apre, non cura, una ferita.<br />
E’ un colore che strazia, e straccia – in quel lembo di carne che si stacca e orbita nello spazio circostante come un spaventoso satellite &#8211; il corpo del <em>Martire</em> (2006), slogato e arreso nel suo martirio,  d’una magrezza pallida e terribile, “sporcata” dall’attestato umanissimo della peluria, dalla tonalità bluastra e moribonda delle labbra, dall’escrescenza esibita e sfacciata del pube, dichiarazione disperata d’un tormento per nulla sacro, per nulla celeste, e invece tutto umano e terreno.<br />
Un colore che ferisce, il suo, anche in opere di piccole dimensioni, anche su supporti “poveri” come il cartone: ferisce nell’aureola solare e fulgida in cui un’effigie di un precedente e tanto differente <a href="http://files.splinder.com/2061eb4167529ae93747c28e15ba4a04.jpeg"><em><strong>Martire</strong></em> </a>(2001) dalle sembianze femminee annega e dissolve una corporeità già quasi trasfigurata &#8211; per virtù miracolosa d’un supplizio subito e accettato &#8211; nelle sfumature celesti della beatitudine. Un martirio trascorso e ora scomparso agli occhi, forse soltanto testimoniato da quel viola che unico sporca e delinea sul fondo la veste: e di nuovo, qui, nessun idillio è possibile, neanche in odor sublime di santità.<br />
Un colore che uccide poi, letteralmente, in uno squarcio fatale, nell’olio dedicato al racconto <a href="http://files.splinder.com/f8835417f53c3ac11b9196798e0869e9.jpeg"><strong><em>Il mantello</em></strong></a> (1999): un Buzzati riletto nel suo accento più cupo, di una dolenza terribile e definitiva, insinuante e satura. Un uomo che scopre all’improvviso una ferita mortale che ignorava di portare addosso. La vede esplodere sotto la coltre dello spesso mantello che lo ricopriva e lo proteggeva dalla terribile verità. Angelici ferma l’istante della scoperta, dell’assunzione tragica di consapevolezza, della resa alla morte in un unico grido liberatorio d’orrore: l’oscurità è totale, il taglio della composizione strettissimo, il sangue la apre nel mezzo come un’acuminata punta di lancia, feroce spartiacque &#8211; a un tempo &#8211; d’una scena e d’un corpo.<br />
	E proprio <em>Il mantello</em> – in cui il tema d’ispirazione letteraria viene interpretato dall’artista affrancandosi dal semplice aneddoto narrativo, aggiungendo una cifra per la prima volta davvero riconoscibile, davvero individuale, nella stesura sgranata e rappresa del colore, nell’approccio carico di un espressionismo aggiornato e dalla forte valenza lirica – è il dipinto che segna nel percorso artistico di Angelici una sorta di capitale <em>trait d’union</em>, un crocevia decisivo tra la produzione relativa al periodo 1994–1999 e le opere realizzate a partire dall’anno 2000 a oggi. Non solo il valico d’un secolo, anzi d’un millennio, ma per Angelici soprattutto la celebrazione per l’apertura di una via promessa, ancora tutta da battere ed esplorare, che lo condurrà, di lì a poco, a osare soluzioni più ardite, scelte poetiche più risolute e consapevoli (implicitamente dichiarate forse già nella scelta di supporti di maggiori dimensioni), specie in pittura, <em>techné</em> con cui darà vita a visioni di esemplare compiutezza, e al ciclo relativo all’articolato progetto espositivo <a href="http://www.walterangelici.com/exhibitions/urbino"><em><strong>Patire della Passione</strong></em></a>, realizzato entro la cornice dell’Oratorio delle Grotte di Urbino nel 2007.</p>
<p>(Estratto da <a href="http://lacuginaargia.wordpress.com/2010/05/04/la-ferita-opere-di-walter-angelici-1994-2009-2/"><strong><em>La ferita. Opere di Walter Angelici 1994 – 2009</em></strong></a>, di Cristina Babino, Ed. La Via Lattea, Ancona, 2010)</p>
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		<title>Odiare i poveri: quando l&#8217;indifferenza non basta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 Oct 2010 06:25:55 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Questo articolo è apparso sul <a href="http://www.alfabeta2.it/2010/09/16/sommario-del-n°-2-settembre-2010/">numero 2</a> di <a href="http://www.alfabeta2.it/">&#8220;alfabeta2&#8221;</a>, in edicola e nelle librerie dal 17 settembre.]</em></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Vi è un passo nel romanzo la <em>Nave morta</em> di B. Traven, ambientato nel primo dopoguerra del secolo scorso, in cui è evocato l’ordinario disprezzo che circola tra coloro che occupano gli ultimi gradini della scala sociale. Il protagonista, vagabondo e mendicante, si trova confrontato con la carità avvelenata dei marinai, che per Traven costituiscono il paradigma dei più sfruttati tra gli sfruttati. “A volte, mentre sto sulla banchina, guardando lassù verso il castello di una nave dove l’equipaggio sta mangiando, sento qualcuno di loro che grida: «Oh, voialtri, canaglie, bighelloni fetenti, non avete nulla da inghiottire? Suppongo che vogliate venire su a leccare gli sputi: ma solo due per volta, che vi possa tenere d’occhio, ladri!». Altri si divertivano a gettare il cibo: minestra, carne, pane, fave, prugne, caffè, tutto in un recipiente insieme con i loro avanzi già in parte masticati; poi ci offrivano quel pastone dicendo: «Se avete fame davvero, mangiate questo e dite grazie».”</p>
<p>Malgrado il fatto che, negli anni Venti, la linea di separazione tra un semplice marinaio e un vagabondo nullatenente fosse socialmente poco significativa, essa era sufficiente a generare nel primo un atteggiamento di scherno nei confronti del secondo, quasi che il sentimento caritatevole fosse direttamente proporzionale alla distanza sociale che separava il beneficiante dal beneficiato. Ciò nonostante, il gesto impietoso dei marinai non esprimeva odio e non giungeva al punto di trasformare l’irrisione in persecuzione. <span id="more-36792"></span>Esso sanciva una differenza di status che, proprio perché labile, andava enfatizzata in forma quasi apotropaica. Siamo ben lontani dalla carità cristiana, che per l’ideologia cattolica è stata sempre la giustificazione dell’interclassismo e della condanna della lotta di classe. Ma siamo lontani anche dalla solidarietà di classe. Come può il sottoproletario che preferisce la definitiva miseria allo sfruttamento, essere considerato fraternamente dagli sfruttati che combattono ogni giorno contro la loro miseria?</p>
<p>L’odio nei confronti degli “ultimi”, dei poveri, dei marginali è, nelle democrazie moderne, fenomeno storicamente e sociologicamente più raro. Di solito, dove non vige il disprezzo, vige una tollerante e individualistica indifferenza. Difficilmente, però, gli “ultimi” sono tramutati in nemici o in criminali, in persone che sollecitano un’aggressione legittima, una punizione esemplare. Il capolavoro di quell’entità semiclandestina, ma tremendamente reale, che sia chiama ideologia dominante, è ai nostri giorni questo: aver tramutato l’odio di classe, l’odio degli sfruttati nei confronti degli sfruttatori o dei diseredati nei confronti dei privilegiati, in odio dei più forti nei confronti dei più deboli. Lo si sperimenta purtroppo con una crescente frequenza. Lo si sente con le proprie orecchie.</p>
<p>Milano, tarda mattinata. Nel tragitto della metropolitana da Loreto a Villa San Giovanni, percorre i vagoni un tizio brutto, sporco, con le stampelle, chiedendo l’elemosina. Accanto a me una signora corposa, sulla cinquantina, vestito a fiori, un carrello della spesa di fronte a sé. Dopo che il mendicante storpio è passato, dice ad alta voce: “Bisognerebbe dargli fuoco!”. Ho speso una giornata intera, cercando, nella mia testa, di neutralizzare questa frase, di addolcirla, svuotarla, parodiarla, o semplicemente dimenticarla. Di certo, la signora non era facilmente immaginabile con una tanica di benzina in una mano e un accendino nell’altra, intenta ad armeggiare intorno allo storpio con lo scopo preciso di incendiarlo. Ma in quale contesto, allora, dare significato a quella frase, in quale gioco linguistico inserirla, a quale forma di vita associarla in modo coerente, quando a pronunciarla non è un naziskin durante un minoritario raduno di gente socialmente disturbata e attratta da azioni criminali in grande stile? Come convincersi che quelle parole, in bocca ad una normalissima casalinga milanese, siano del tutto <em>flatus vocis</em> e che in esse non vi sia traccia alcuna di fattualità? (E quando quella frase la dice davanti ai suoi figli ventenni, magari più sconsiderati e intraprendenti di lei? Oppure la rende, assieme ad altri, e in un modo altrettanto “innocuo”, il preludio coerente all’entrata in scena di qualcuno disposto a passare dalle parole ai fatti?)</p>
<p>Certo, già parecchie persone si sono affrettate a mostrarmi che, loro, se non altro, delle frasi del genere sanno disinnescarle subito, insomma, riescono a normalizzarle. Alcuni persino con un argomento apparentemente paradossale: “Ma non sai quante persone dicono frasi simili”. E ciò viene affermato con l’intento (del tutto vano) di rassicurarmi. Naturalmente mi sono trovato uno contro tre, quando nel vagone ho reagito alla frase della signora, dicendole: “Dunque lei la pensa come i nazisti, è quindi per una soluzione nazista?”. Un pensionato sessantenne, probabilmente un ex-operaio, subito si è schierato dalla parte della spensierata frase nazista, e subito dopo anche una signora molto elegante, della stessa età del pensionato. Questa signora mi ha persino detto: “Vorrei vedere lei che cosa direbbe, se le avessero violentato la sorella”. Sempre sul filo dell’implacabile logica, la prima signora ha replicato alla mia domanda: “Ma se lei non gli ha nemmeno dato dei soldi”. Alludeva al fatto, credo, che non avendo io dato l’obolo al mendicante, fossi di conseguenza del tutto propenso a cremarlo vivo. (Da tempo, la solenne “distruzione della ragione” ha assunto le farsesche spoglie della distruzione del ragionamento.)</p>
<p>Quindici giorni dopo, sempre a Milano, ho risentito una simile frase nazista. La commessa di un panificio si lamentava del sabato, giorno di mercato, per via di tutti gli “africani” che circolavano in maniera impenitente. Ho chiesto precisazioni sulla natura del problema, ma oltre a colpe attinenti all’abbandono di rifiuti – colpe assai diffuse in giorno di mercato –, è stata sottolineata una generica arroganza o maleducazione. In quel momento, un operatore ecologico presente alla discussione ha evocato in tono calmo e moderato la necessità di un lanciafiamme, installato in posizione proficua. Al mercato, gli africani sono in maggioranza impiegati dai venditori italiani per scaricare i camion, venendo pagati alla giornata. Non sono certo trattati coi guanti, e i loro datori di lavoro non si privano di ogni tipo di battuta, anche insultante e a sfondo razzista. Ma certo sono loro, in quel contesto, i più deboli: senza contratto ed extraeuropei, costantemente sospetti di farsi sfruttare illegalmente, in quanto privi di permesso di soggiorno. Per questo, dunque, meritano odio. Il razzismo, qui, se c’è, non è che un caso particolare di un fenomeno più ampio: la guerra ai poveri. Questa guerra non l’hanno dichiarata né la signora incontrata in metrò né l’operatore ecologico di cui sopra. Essa è un’invenzione ideologica, elaborata dal ceto politico. Non è invenzione nostrana, e neppure europea, ma una locale declinazione di una strategia di matrice statunitense, attiva oltreoceano da ormai un trentennio: la sostituzione dello <em>stato penale </em>allo <em>stato sociale</em> in un contesto di sempre maggiore precarietà salariale dei ceti popolari. (Poi, una volta dichiarata, una guerra trova sempre volontari entusiasti per partire al fronte.)</p>
<p>L’ossessione sul tema della sicurezza dei nostri governi di centro-destra viene da lontano e non è riducibile ad una periodica speculazione elettorale, più o meno redditizia, sulla pelle degli immigrati, dei rom o di altre categorie sociali di volta in volta indicate come fonte di minaccia e disordine per l’onesta cittadinanza. Diversi sono gli studi sul fenomeno delle politiche “securitarie”, ma tra i più lucidi e tempestivi vale la pena di ricordare quello del sociologo francese Loïc Wacquant, intitolato <em>Punire i poveri: il nuovo governo dell’insicurezza sociale</em> (2004) [1]. Wacquant, in uno studio comparato sulla situazione statunitense e francese, ha mostrato innanzitutto che l’ascesa della stato penale non risponde ad una crescita della criminalità ma allo sfaldamento della classe media legata al nuovo corso delle politiche neoliberiste in tema di produzione, salario e speculazione finanziaria. Se la popolazione criminale resta grosso modo stabile nel corso degli ultimi vent’anni, cresce invece una massa di disoccupati e sottoccupati considerati non più come “poveri”, destinatari cioè di una qualche forma di assistenza pubblica, ma come possibili fuorilegge, da porre sotto controllo preventivo o da punire sistematicamente fin dalle forme più elementari di trasgressione. Le politiche neoliberiste, dunque, producono insicurezza sociale sul piano economico, e ne curano le ricadute disastrose sul piano della vita sociale con dosi di repressione e marginalizzazione.</p>
<p>Finché esisteva una forma di stato sociale a cui delegare gli interventi sugli indigenti, sui malati mentali, sui tossicodipendenti, l’indifferenza poteva costituire un sentimento legittimo. Ora lo stato stesso promuove un atteggiamento più attivo nei confronti degli “ultimi”. Se i valori cattolici celebravano la carità, come forma di solidarietà privata e realizzata volontariamente dal cittadino, oggi le istituzioni cittadine promuovono una forma di prevenzione spontanea e privata del crimine. Sollecitano gruppi di cittadini volontari ad occuparsi di tenere sgombri piazze e quartieri dalle manifestazioni della marginalità sociale. Se la retorica della carità permetteva che il cattolico medio sognasse di tanto in tanto gesti d’estremismo evangelico – reazioni da buon samaritano –, allo stesso modo la retorica delle ronde e delle ordinanze anti-bivacco permettono alla placida casalinga cinquantenne e allo scrupoloso operatore ecologico di sognare soluzioni naziste contro il mendicante, l’africano o il barbone. Così accade che se qualche sindaco non ha ancora fatto installare il bracciolo di metallo in mezzo al sedile delle panchine, impedendo così il funesto atto dello sdraiarsi, qualche cittadino attivo si sentirà chiamato a vegliare che barboni o ubriachi non le utilizzino a sproposito (e nel caso in cui ciò fosse malauguratamente accaduto, starà a lui passare dalla prevenzione alla punizione, valutando privatamente la pena da comminare al reo: semplici insulti o una manica di botte). Va dunque corretta, la formula tanto abusata in questi tempi: non “guerra tra poveri”, ma “guerra ai poveri”, fatta al di fuori di ogni delega statalista: se non interviene il vigile o il poliziotto, ci pensi il cittadino più prossimo. Se a quest’ultimo manca poi il coraggio per l’intervento esemplare – la tanica di benzina – almeno si accontenti di sognarlo. Per l’intanto si eserciti nell’odio, una qualche conseguenza di esso prima o poi verrà.</p>
<hr size="1" />[1] Loïc Wacquant, <em>Punir les pauvres. Le nouveau gouvernement de l’insécurité sociale</em>, Agone, 2004 (trad. it., Deriveapprodi, 2006).</p>
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		<title>“Piove sempre sul bagnato” di Giorgio Mascitelli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Jan 2009 09:30:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[denaro]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></category>
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		<category><![CDATA[narrativa italiana]]></category>
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					<description><![CDATA[[Giorgio Mascitelli, Piove sempre sul bagnato, Coniglio Editore, 2008] di Sergio La Chiusa Nei pressi della Stazione Centrale di Milano, un senzatetto riceve da uno sconosciuto due banconote da cinquecento euro, come segno d’ammirazione per la sua vita libera. A partire da questo evento inatteso, il barbone comincia il suo vagabondaggio per la città per [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>[Giorgio Mascitelli, <em>Piove sempre sul bagnato</em>, Coniglio Editore, 2008]</p>
<p>di <strong>Sergio La Chiusa</strong></p>
<p>Nei pressi della Stazione Centrale di Milano, un senzatetto riceve da uno sconosciuto due banconote da cinquecento euro, come segno d’ammirazione per la sua vita libera.<br />
A partire da questo evento inatteso, il barbone comincia il suo vagabondaggio per la città per comprarsi un cappotto nuovo per l’inverno, convinto com’è di essere finalmente “ammesso al popolo delle compere”. Passando attraverso una serie di peripezie tragicomiche, ripetutamente respinto, intercettato e cacciato dai negozi e dai centri commerciali, imparerà invece che “in alcuni casi, contrariamente alle leggi implacabili del profitto, il denaro puzza per una sorta di proprietà transitiva” e persino l’evento miracoloso deve inscriversi all’interno delle norme che regolano le relazioni sociali.<br />
Riceverà un posto letto in un dormitorio, pasti caldi, elemosine, ma tutti i suoi tentativi di essere “ammesso al popolo delle compere” si riveleranno fallimentari.<br />
<span id="more-13225"></span><br />
La sua libertà, in virtù della quale ha ricevuto in omaggio mille euro, è così illusoria che gli è negato persino il diritto di fare la spesa in un supermercato: nemmeno le cassiere s’arrischiano a cambiare le banconote a un tipo così poco raccomandabile, e non possono niente nemmeno gli atti di carità, come quello della signora che prende la spesa abbandonata alla cassa e gliela riporta in strada. Il barbone si sentirà anzi vittima di una vera e propria persecuzione quando scoprirà che il costoso Barbaresco scelto con tanta cura è stato sostituito con un volgare vino da quattro soldi, e sarà preso da una specie di furore metafisico: “il Rosatello regalato da Maria Francesca in luogo del Barbaresco da lui richiesto con regolari denari era un insulto di un mandante anonimo e collettivo di cui Maria Francesca nella sua compassionevole simpatia era solo l’esecutore inconsapevole”.</p>
<p>La sua massima aspirazione allora non sarà più comprarsi un utile cappotto per l’inverno, come aveva pensato in principio, ma concedersi le migliori bottiglie di vino, perché ogni uomo ha diritto a trattarsi da signore almeno una volta nella vita; ed è così che troverà una meta cui tendere, un’idea che, seppure totalmente irragionevole, può dare un senso e una direzione: raggiungere la rinomata cantina Bertini, un’enoteca di vini pregiati che si carica nella sua mente di significati simbolici e salvifici. Al punto che si convince che solo lì potrà cambiare il denaro, e quindi ottenere l’utile, il cappotto, passando per la via dilettevole del vino. La ricerca ostinata della cantina assume così il valore di una specie di personale ricerca del Graal. Ma nemmeno il Bertini, che gli offrirà il godimento supremo di una bottiglia di Barolo del millenovecentottantotto e di un raffinato calice da degustazione, accetterà in cambio i suoi denari.</p>
<p>Intorno al barbone gravitano una serie di personaggi minori che compendiano con i loro caratteri e le parti che si ritrovano a recitare le miserie della nostra società dei consumi. Tra questi, l’Altichieri, che non appena ottiene un nuovo incarico di lavoro, s’indebita e compra a rate una vettura nuova e costosissima: “era verde, con alettoni e luci superflue, e Altichieri gongolava tutto come un giovane padre che mostra l’erede appena nato al mondo intero”; e, ancora più significativi in quanto modelli di un conflitto sociale che paradossalmente sembra risolversi in una lotta tra poveri, il Remellini e il piacentino tracheotomizzato: uno impegnato nell’attività d’assistenza ai senzatetto presso la Stazione Centrale, e l’altro nelle ronde notturne nella stessa stazione, uno che sloggia gli scarti della società e l’altro che li soccorre, ed entrambi votati a una missione sociale che trova la sua sola ragione d’essere proprio nella presenza stessa del senzatetto, che per Remellini arriva addirittura ad assumere il valore simbolico del barbone con la B maiuscola, “il barbone che tiene su di sé il senso simbolico di tutti gli altri barboni”.</p>
<p>Mascitelli pone il suo sguardo critico sulle miserie prodotte dalla società dei consumi, ma nonostante metta in scena il risultato di una sconfitta collettiva, il tono della narrazione non è mai impietoso: persino i più meschini personaggi Mascitelliani sono osservati con l’indulgenza amara di chi in fondo sa di essere inevitabilmente parte della stessa commedia sociale; e così è come se da un lato ci mostrasse la mediocrità, il conformismo e le sue più pericolose derive, e dall’altro tenesse sempre in mente l’alibi sociale, il paesaggio entro cui tutti i personaggi sono costretti a ricavarsi il loro minimo spazio vitale: la società dei consumi, il potere invisibile della speculazione, i pescecani dell’economia e della finanza, la mancanza di un orizzonte di senso collettivo; e allora la lotta per una sopravvivenza dignitosa, la ricerca di un senso individuale, possono pure passare per l’acquisto di una vettura o per la degustazione di un vino nobile, un modo illusorio di sentirsi individui nella totale perdita di orizzonti comuni.</p>
<p>In “Piove sempre sul bagnato” il vuoto di una Milano sempre più cinica è riempito solo dalla presenza pervasiva della pubblicità degli estintori Matador che s’introduce in ogni scorcio visivo, copre ogni spazio libero, s’intromette in ogni intervallo di tempo senza incontrare alcuna resistenza, perché ormai l’immaginario è così colonizzato che la sua prepotenza risulta persino naturale, mai messa in discussione, e così compare con cadenza regolare e con effetto via via sempre più comico: sui tabelloni luminosi della stazione, sui giornali, sui cartelloni, sui monitor dei computer, sugli schermi dei cellulari, sui volantini distribuiti dagli studenti per strada, sui tram: “aprì gli occhi e vide passare un lungo tram bianco con un’immensa scritta “Estintori Matador: solo il fuoco della passione può resistergli” e si vedeva la foto di due negri che giocavano a spruzzarsi addosso il contenuto dell’estintore e sullo sfondo le periferie in fiamme”. Una specie di motivo conduttore che cuce le scene e in un certo senso il tessuto sociale in cui si collocano i personaggi. Fino alla scena parossistica del “Matador Day” in cui per tutta Milano sfilano ragazze in minigonna con gli estintori in mano.<br />
La mutazione antropologica immaginata da Bianciardi negli anni del miracolo economico, con il protagonista de “La vita agra” che, messi da parte i suoi ideali e i suoi sogni rivoluzionari, aspira solo all’acquisto di un apparecchio televisivo a rate per rilassarsi prima dell’annullamento nel sonno, in “Piove sempre sul bagnato” è ormai alle spalle, cosa compiuta, e ci si muove in uno scenario ormai disastrato.<br />
Organizzando il suo omaggio al Joseph Roth della “Leggenda del Santo Bevitore”, Mascitelli ha composto una parabola ironica e amara sulle miserie del nostro tempo.</p>
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		<title>Banco di gratuito credito</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 Dec 2008 06:00:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
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					<description><![CDATA[[Questo articolo si pone come il proseguimento di L&#8217;interesse è usura] di Pino Tripodi Da tempo vado studiando la possibilità di fondare una Banca di gratuito credito. Con questo scritto avanzo (depurata dalla gran parte dei retropensieri teorici) l’idea e spero di raccogliere, oltre alle critiche e ai suggerimenti, le prime adesioni in modo da [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Questo articolo si pone come il proseguimento di</em> <a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/11/23/l’interesse-e-usura/ ">L&#8217;interesse è usura</a>]</p>
<p>di <strong>Pino Tripodi</strong></p>
<p>Da tempo vado studiando la possibilità di fondare una Banca di gratuito credito. Con questo scritto avanzo (depurata dalla gran parte dei retropensieri teorici) l’idea e spero di raccogliere, oltre alle critiche e ai suggerimenti, le prime adesioni in modo da definire lo studio di fattibilità e procedere alla costruzione pratica.<br />
1) Eravamo abituati all’idea che i poveri fossero i disoccupati, ma nella contemporaneità è il lavoro vivo che sopporta le condizioni di impoverimento. Tale impoverimento deriva in misura cospicua dall’indebitamento al quale ogni lavoratore è costretto per avere una casa e quant’altro è indispensabile o è ritenuto tale nella società contemporanea. Il debito non è cosa mala in assoluto. Nel debito c’è una grande attesa di futuro, un segno di speranza e di vitalità, la decisione di godere di beni che la propria ricchezza al momento non garantirebbe. Il debito in una certa misura è proporzionale alla ricchezza attesa. Chi contrae un debito si impegna fattivamente a diventare più ricco, a migliorare la propria condizione.<br />
<span id="more-11752"></span><br />
2) Ma anche quest’altro luogo comune dell’economia sta diventando desueto. La distruzione del potere d’acquisto dei salari e degli stipendi ha fatto sì che il debito, gravato dagli interessi, sia diventato in misura cospicua espressione della miseria. Gli interessi che gravano sul debito sono una specie d’ergastolo a cui sono sottoposti centinaia di milioni di persone nel mondo. Non solo, ma la schiavitù del debito usurato diventa una condizione fondamentale della caduta dei salari e del peggioramento delle condizioni di lavoro. Infatti, più alta è la funzione del debito, minore è la disponibilità al conflitto.<br />
Il caso dei mutui <em>subprime</em> ha scosso il pianeta, ma in ciascun paese fuori dall’America si è tentato di dimostrare che gli Usa sono un caso a sé. Ciò è falso, l’Italia procede come il resto del mondo a ritmo serrato a produrre fenomeni assimilabili.  </p>
<p>Una quota rilevante dei redditi da lavoro viene impegnata nel debito. Al debito classico del mutuo-casa si sono affiancati i debiti da consumo. Tra i vari debiti, la quota degli interessi passivi che i redditi da lavoro devono sopportare è micidiale. </p>
<p>Vi sono migliaia di singoli o di famiglie che sopportano debiti pari o superiori alla metà del loro reddito e una quota di questo debito, a volte superiore al 50%, è impegnata nel pagamento degli interessi passivi. </p>
<p>I redditi da lavoro sono usurati dal debito. Sembra una condanna senza riparo; appartiene alla storia dell’umanità. Nonostante il severo divieto d’usura sia stato pronunciato anche dalle religioni il pagamento degli interessi non è stato mai eliminato. Con gli interessi del debito si conduce la guerra infinita tra capitale lavoro, tra rendite e salari. In questa guerra infinita c’è sempre il solito vincitore al quale tutte le nobili lotte del movimento operaio hanno solo fatto il solletico. </p>
<p>Non c’è proprio nulla da fare?</p>
<p>Contro tutte le prove della storia, cocciutamente, continuo a pensare che c’è sempre qualcosa da fare. Il qualcosa da fare in questo caso è semplice e immediato: creare una <strong>Banca di gratuito credito</strong>. In molti penseranno che è una follia e in un certo senso avranno pienamente ragione. L’idea è certamente folle o comunque così apparirebbe a ogni calcolo del raziocinio economico imperante. </p>
<p>Il proposito è creare un mezzo che possa concorrere a risolvere uno dei  problemi economici principale di tutti i diseredati: poter essere indebitati senza essere usurati. Pagare la ricchezza fruita anticipatamente senza contribuire con il pagamento degli interessi sul debito ad arricchire chi è già ricco di suo. Gli interessi sul debito trasferiscono i redditi da lavoro alle rendite e concorrono in maniera determinante a creare una schiavitù che rende più docili e più ricattabili.</p>
<p>L’impresa che qui si propone di fondare dovrebbe funzionare come segue (ma ogni miglioria nel solco dell’idea madre è benvenuta):<br />
La Banca di gratuito credito funziona avendo a modello le banche di mutuo soccorso. </p>
<p>Ogni socio della Banca versa una quota di sottoscrizione minima mensile di 15 euro.</p>
<p>La Banca raccoglie i risparmi dei soci. </p>
<p>Per ottenere crediti dalla Banca occorre essere iscritti e versare la quota minima di sottoscrizione da almeno due anni.</p>
<p>La Banca si finanzierà con le quote d’iscrizione dei soci, con eventuali donazioni e con prestiti infruttiferi e utilizzerà i depositi di risparmio dei soci per concedere prestiti gratuiti ad altri soci.<br />
Soci della Banca possono essere singoli, famiglie, associazioni, cooperative, società.</p>
<p>I prestiti verranno attribuiti, in casi di indisponibilità per tutti i richiedenti, in ragione delle disponibilità della Banca, del tempo in cui si è soci e dell’ammontare del prestito richiesto con priorità per le somme minori. I primi sottoscrittori della Banca potranno ottenere per primi i prestiti. Le somme richieste possono essere pari al massimo del 30% del reddito disponibile e per una durata massima di dieci anni. Quote superiori di debiti e per un tempo superiore sono da osteggiare: bisogna abolire la condanna all’ergastolo dei debiti. </p>
<p>Le spese organizzative della Banca di gratuito credito possono essere pari al massimo alle quote di iscrizione versate dai soci. Per ridurre (con tendenza all’azzeramento) i costi dell’organizzazione della Banca saranno utilizzate quote di gratuita attività fornite dai soci della Banca.  </p>
<p>I prestatori di gratuità attività saranno di diritto soci della Banca anche qualora non potessero versare le quote d’iscrizione a condizione che abbiano versato già due anni di sottoscrizione o di aver prestato sempre per almeno due anni quote di gratuita attività. </p>
<p>La Banca di gratuito credito, in funzione del capitale di cui disporrà, potrà avere anche la funzione di 1) Banca dei beni comuni. Con questo ramo d’attività, la Banca potrà acquisire i beni donati ad essa o da essa comprati e disporli in usufrutto ai soci i quali potranno godere dei beni comuni in cambio di un affitto pari al 10% del proprio reddito;</p>
<p>2) Banca della proprietà comune; con i soci che intendano ottenere prestiti per investimenti di carattere imprenditoriale la Banca potrà condividere quote proprietarie. </p>
<p>Per finire, rispondo, come usa fare in questi casi, alla domanda più comune riservandomi di rispondere ad altre che eventualmente mi saranno rivolte.<br />
D. Perché qualcuno dovrebbe depositare risparmi che non fruttano nulla? R. Perché i risparmi versati nelle banche già non fruttano nulla. Gli interessi attivi pagati dalle banche sono di media dello 0,1%, da cui occorre sottrarre il 27% delle ritenute fiscali mentre gli interessi passivi che i correntisti pagano per fido di cassa sono mediamente del 9.50%, ma raggiungono il tasso effettivo annuo del 12,551%. Continuando a depositare i propri risparmi in una banca si perpetua un meccanismo a proprio sfavore che esprime chiaramente la sproporzione presente tra chi offre denaro e chi lo chiede; depositando i risparmi nella Banca di gratuito credito il denaro non genera profitto certo, ma nel caso si richiedesse un prestito alla Banca di credito gratuito vigerebbe la perfetta uguaglianza tra chi presta e chi richiede denaro. La mancanza di profitto si rivela un enorme guadagno al momento in cui il depositante richiede un prestito ed è un atto a costo zero virgola uno depurato dalle ritenute fiscali di sottrazione alla sfera degli interessi costituiti.  </p>
<p>Commenti, suggerimenti e critiche possono essere inviate anche a <strong>tripodix@tiscali.it</strong></p>
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		<title>Il punto vulnerabile</title>
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		<dc:creator><![CDATA[max rizzante]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 16 Nov 2008 09:00:39 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Nikos Kachtitsis Non voglio l’eternità, ho solo chiesto tempo Demetrios Capetanakis La pianta del loto e il loto Tu sei la pianta mistica che mi ha condotto fin qui nel mezzo del crudele febbraio. La pianta che mi ha nutrito con il suo latte innocente l’anno scorso. Tu sei la pianta del loto e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/nikos-1-jpg.jpg" target="_blank"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/nikos.jpg"/></a></p>
<p><strong>di Nikos Kachtitsis</strong></p>
<p><em>Non voglio l’eternità,<br />
ho solo chiesto tempo</em><br />
Demetrios Capetanakis</p>
<p><strong>La pianta del loto e il loto</strong></p>
<p>Tu sei la pianta mistica<br />
che mi ha condotto fin qui<br />
nel mezzo del crudele<br />
febbraio.<br />
La pianta che mi ha nutrito<br />
con il suo latte innocente<br />
l’anno scorso.</p>
<p>Tu sei la pianta del loto<br />
e io sono il loto<br />
che matura lentamente<br />
ma una volta maturo<br />
muore di disgusto.<span id="more-10997"></span></p>
<p><strong>Qui giace</strong></p>
<p>Mi guardo attorno come se<br />
fossi appena tornato<br />
da un funerale<br />
con il fazzoletto impregnato<br />
di profumi acri.<br />
Non seppelliscono<br />
i loro morti?<br />
Non ci sono cimiteri qui<br />
né cipressi<br />
né oleandri<br />
né mirti</p>
<p><strong>Morte sotto chiave</strong></p>
<p>La mia controparte,<br />
un collezionista di chiavi<br />
medievali,<br />
vive altrove,<br />
in Lituania, penso,<br />
o forse a Samarcanda.</p>
<p>Non commetterà<br />
un suicidio<br />
finché non ci incontreremo di nuovo<br />
a Edimburgo</p>
<p><strong>Sradicato</strong></p>
<p>Ricordi, lasciatemi in pace!</p>
<p>L’umida,<br />
terra ostile odora<br />
come la fossa<br />
appena scavata<br />
della pallida fanciulla<br />
dei nostri ricordi.</p>
<p>La salamandra<br />
compone la canzone<br />
della timidezza<br />
e io raccolgo foglie rosse, insetti e fiori selvaggi<br />
per il tuo album</p>
<p><strong>Abbandonato</strong></p>
<p>Non posso camminare più a lungo<br />
su questo viale del Tempo<br />
senza indossare<br />
i miei guanti gialli<br />
e la maschera della severità.<br />
Poiché ci sono migliaia<br />
di occhi sospettosi<br />
che mi osservano<br />
da dietro i cespugli.</p>
<p>Sono stato gettato<br />
nell’era sbagliata,<br />
ma attendo pieno di speranza<br />
che venga il giorno<br />
in cui i girasoli<br />
e le magnolie<br />
fioriranno per sempre.</p>
<p>Quel giorno dovrò punire<br />
il serpente che ha iniettato<br />
il suo veleno nella mia carne</p>
<p><strong>La sinfonia della nebbia</strong></p>
<p>Amo essere amico<br />
della nebbia,<br />
sebbene senta<br />
un chiaro fardello<br />
di disgusto in gola<br />
quando parlo con lei.</p>
<p>Eppure, quando si ritira,<br />
in silenzio, a passi svelti e evasivi<br />
tra le rovine,<br />
è il momento in cui soffro<br />
davvero,<br />
e in ansia attendo<br />
che ritorni<br />
con nuove visioni<br />
e una nuova musica</p>
<p><strong>L’uomo con il cilindro</strong></p>
<p>Sono sempre più sicuro<br />
che durante una notte triste,<br />
mentre vagabondavo da solo<br />
in una strada immersa nella nebbia,<br />
una mano si è sporta<br />
dal finestrino di un taxi nero,<br />
gettandomi<br />
in un fatale,<br />
irreparabile errore.</p>
<p>Ma quell’errore<br />
forse è stata la cosa più bella<br />
della mia vita,<br />
la migliore<br />
e l’ultima<br />
esperienza</p>
<p><strong>Ospedali vuoti</strong></p>
<p>Il crepuscolo è grigio<br />
nella squallida via Aftoktonias.<br />
Tutte le banderuole<br />
indicano la tomba<br />
dell’usignolo<br />
che è stato ucciso la notte scorsa<br />
e sono prese da attacchi isterici.</p>
<p>C’è un occhio terrestre<br />
in un angolo remoto di questo<br />
desolato parco che spia<br />
le statue d’acciaio<br />
e le figure solitarie<br />
che s&#8217;aggirano senza scopo<br />
lungo i sentieri nebbiosi<br />
fischiettando canzoni funebri.</p>
<p>Quando mi sbarazzerò<br />
di questo testimone<br />
dovrò comprare una pistola<br />
per uccidere il fantasma<br />
che è appollaiato sul mio cranio<br />
e che mi accusa quando sono assente.</p>
<p>A mezzanotte i poveri poeti,<br />
con i manoscritti nelle tasche<br />
dei loro frusti abiti neri,<br />
stanno intorpiditi dal gelo<br />
sulla banchina di marmo<br />
del porto<br />
in attesa disperata dell’Uomo<br />
che viene da un luogo misterioso<br />
e che non giungerà mai<br />
perchè non esiste.</p>
<p>Quando ero giovane<br />
odiavo una ragazza magra<br />
e avrei voluto torturarla tutto il tempo<br />
dentro il mio giardino.</p>
<p>Dopo un terribile terremoto<br />
che ha scosso l’ospedale<br />
e l’intera città,<br />
i vetri delle finestre dell’edificio vuoto,<br />
gli specchi, i vasi,<br />
ogni cosa giace frantumata in mille pezzi<br />
e il vento porta<br />
bare di ferro dall’orizzonte.</p>
<p>Qualcuno tende la mano giallognola<br />
per afferrare dal piatto un’arancia sbucciata&#8230;<br />
ma invano: non può raggiungerla</p>
<p><strong>Il punto vulnerabile</strong></p>
<p>Da un capo all’altro di questo vasto<br />
palmo di Tempo<br />
la superficie terrestre ha cominciato<br />
a sgretolarsi a causa della corrosione,<br />
mentre la sua orbita continua<br />
a sibilare furiosamente<br />
nel Caos.</p>
<p>E non smetterà mai,<br />
a meno che un architetto<br />
non martelli la Terra<br />
sul suo punto più vulnerabile.</p>
<p>Ma fino ad allora<br />
c’è tempo in abbondanza,<br />
gli edifici sono costruiti<br />
con ossa umane<br />
senza finestre,<br />
la gente rompe gli orologi<br />
per fermare il tempo<br />
e si spalma sul volto<br />
creme variopinte<br />
per proteggersi<br />
dal caldo incipiente.</p>
<p>Così gli anni passano,<br />
si cresce nel terrore<br />
ma illudendosi sempre di più<br />
che si sopravviverà<br />
al disastro finale. </p>
<p>(traduzione di Massimo Rizzante)</p>
<p><strong>Nota</strong><br />
Nikos Kachtitsis, scrittore greco, nasce nel 1926. Tra il 1949 e il 1952, durante il servizio militare, scrive in inglese la sua unica raccolta poetica, <em>Vulnerable Point </em>(la plaquette, formata da 14 poesie, sarà pubblicata da Kachtitsis per la sua stessa casa editrice Anthelion Press di Montréal nel 1968). Dopo il 1952 è in Africa. Ritornato ad Atene, riparte nel 1956 per Montréal, dove vivrà, insegnando il francese e l’inglese e lavorando come interprete giudiziario fino alla morte, avvenuta nel 1970. Il suo primo racconto è del 1959. Seguono due altri racconti e nel 1964 esce il suo primo romanzo <em>O exostis</em> (tradotto in francese con il titolo <em>Hôtel Atlantique</em>, Hatier, 1995). Il suo secondo romanzo <em>O eroes tes Gandes</em> (<em>L’eroe di Gand</em>) esce nel 1967. Sebbene la sua creazione sia composta da poche opere, scritte lontano da ogni consorteria o scuola letteraria, Kachtitsis ha tenuto lunghi scambi epistolari con i più importanti scrittori e poeti greci del suo tempo (della sua corrispondenza sono già stati pubblicati in Grecia due volumi). Oggi occupa un posto solitario nella letteratura del suo paese.</p>
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		<title>Tre personaggi in cerca d&#8217;amore</title>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Oct 2008 09:00:46 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Sergio Garufi Nicole vive col marito Martino e la figlia Arianna in un piccolo appartamento di una casa di ringhiera. Hanno appena finito di cenare. Lui è andato nello studiolo a stampare alcuni preventivi che gli serviranno l’indomani e Arianna si è chiusa in camera sua, ha mandato un sms a un’amica di scuola [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/teguise.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-9648" title="teguise" alt="" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/teguise1.jpg" width="489" height="426" /></a></p>
<p>di <strong>Sergio Garufi </strong></p>
<p style="padding-left: 105px;">Nicole vive col marito Martino e la figlia Arianna in un piccolo appartamento di una casa di ringhiera. Hanno appena finito di cenare. Lui è andato nello studiolo a stampare alcuni preventivi che gli serviranno l’indomani e Arianna si è chiusa in camera sua, ha mandato un sms a un’amica di scuola e si è messa a ballare con la musica di <em>Viva la vida</em> dei Coldplay. Arianna ha 16 anni ed è innamorata di Francesco, uno studente dell’istituto alberghiero di un anno più grande di lei. Lui ha la passione della cucina, da grande vuole fare il cuoco; lei dipinge quadri astratti, legge tanto come la madre e gioca a pallavolo. <span id="more-9647"></span>Quando camminano per strada il mondo intorno non esiste, ognuno è perso negli occhi dell’altro. Nicole li chiama scherzosamente “I coniugi di Erba”, alludendo a Olindo e Rosy, gli assassini innamorati che ora sognano una cella matrimoniale. Nei lunghi pomeriggi che trascorrono assieme nella casa vuota dei genitori di lui, Arianna e Francesco sperimentano nuovi piatti e fanno l’amore. Lei gli chiede consigli sui suoi dipinti e lui le fa assaggiare i suoi esperimenti culinari. Per loro la vita è una sterminata distesa di possibilità, tutto è ancora da compiersi. In cucina Nicole sta lavando i piatti. E’ triste, si sente prigioniera di un rapporto finito. Col tempo le differenze e la mancanza di interessi comuni hanno allargato il fossato che li divide. Da anni ormai il loro letto è silenzioso, e gli occasionali tradimenti sono solo brevi ore d’aria in una detenzione di cui non vede la fine. Forse quando Arianna sarà grande, pensa, potrò andarmene, ma col suo stipendio da impiegata statale avrà sempre bisogno di un uomo col quale condividere le spese. La notte precedente, a letto nel dormiveglia, Martino ha scoreggiato rumorosamente. Per lei è stato lo sfregio definitivo, e le scuse imbarazzate e tardive del marito, sussurrate in un orecchio quando è rientrato da lavoro, le hanno solo confermato l’intenzionalità dell’atto, la volontà di ferirla. Adesso, mentre sta finendo di lavare i piatti, sogna di scappare a Parigi, la città delle mille librerie, dove si può essere poveri senza vergognarsi, dove anche l’aria che respiri è poetica. Arianna entra in cucina in quel momento, prende un bicchiere di aranciata dal frigo e avverte qualcosa nel silenzio assorto della madre con ancora le mani nel lavello. Le dice: “Mamma, perché non vai a Parigi? E’ il tuo sogno. Io e papà staremo bene, tu ci verrai a trovare spesso. Vai, che ci stai a fare qui?” Nicole la guarda e sorride. Poi si avvicina, l&#8217;abbraccia forte e piange in silenzio. Per un attimo, i loro inconsci hanno dialogato.</p>
<p style="padding-left: 105px;">Camilla domani compie 5 anni. In famiglia sono tutti orgogliosi di lei, la chiamano “il fenomeno” perché sa già scrivere e leggere, anche al computer. Lo fa sul portatile della madre, un MacBook con la copertina fucsia che accende da sola. Ha due fratelli, uno di 3 e l’altro di 7 anni. Dormono insieme nella stessa cameretta: Marco e Andrea su un letto a castello e lei su un lettino. Sono le nove e mezza di sera e la madre li invita ad andare a dormire. Camilla è nascosta dietro le tende del soggiorno, che sono un po’ scostate dalla parete. Quei 30 cm x 2 metri sono la sua casa di fantasia, uno spazio tutto per lei dove riceve e parla con amici immaginari. Quando è a letto, si spegne la luce e i suoi fratellini finalmente dormono, Camilla resta ancora un po’ con gli occhi aperti a fissare quel buio impenetrabile, e l’assale il timore che nella vita nulla esista al di fuori di lei, che sia tutto un teatro fondato sulla sua effimera presenza, una commedia che svanirà quando lei uscirà di scena. Al risveglio le càpita spesso di guardare in faccia le persone per cercare di capire se stanno recitando o meno. A scuola gioca con gli amichetti a un-due-tre-stella!, poi quando esce si accorge che ad aspettarla accanto alla madre c’è suo zio Emanuele, elegantissimo in giacca e cravatta perché appena uscito dall’ufficio. Lei è abituata a vederlo vestito sportivo, quando va in moto a trovarla la domenica pomeriggio. Ora è venuto a farle gli auguri e portarle un regalo, il portafoglio rosa delle Winx. Le dice che ormai è grande e deve avere i suoi soldini. Dentro ci sono 5 euro in monete. Lei è felice, lui la prende in braccia e la sbaciucchia sulle guance. In questo momento il mondo ha un’altra consistenza, non è più una finzione inquietante. In macchina, ritornando a casa, dice: “Mamma, che bello che è lo zio Lele, è bello come un fidanzato”.</p>
<p style="padding-left: 105px;">Prima ancora di essere il luogo dell’apprendimento, la scuola è il luogo della formazione dei ricordi e della personalità. Con Luca feci tutte le elementari e le medie, era il mio migliore amico. Poi io mi trasferii a vivere altrove con la mia famiglia e i nostri rapporti si allentarono. Altre scuole, altri paesaggi, altri amici e amori. Però ogni tanto ci si sentiva, non ci perdemmo mai di vista. Finito il turistico lui incominciò a fare il fotografo. Faceva reportage di viaggi, lavorava per i giornali più noti. Il suo passaporto era pieno di timbri di paesi stranieri, lo doveva cambiare prima della scadenza normale perché presto esauriva le pagine disponibili. Se ripenso a quando eravamo piccoli, mi rendo conto che da subito aveva manifestato quella passione. In fondo è un uomo fortunato, fa quello che ha sempre sognato. Nella sua cameretta c&#8217;era un piccolo mappamondo, di quelli che si illuminano internamente. Gli piaceva farlo girare e a occhi chiusi indicare un punto a caso del globo. Poi, aperti gli occhi, mi diceva tutto di quel paese: capitale, numero di abitanti, stati confinanti, tipo di economia. A quel tempo il mio mappamondo era il dizionario, che scorrevo con la stessa curiosità. Scrivere è stato il mio modo di viaggiare, a sei anni siamo già formati, a leggere bene c’è già tutto ciò che saremo. L’altro giorno mi è comparso fuori dal negozio. Mi guardava sorridendo col suo faccione dalla vetrina. Erano sette anni che non lo vedevo. Ora è molto ingrassato, vive a Teguise e da lì si sposta per tutti i suoi giri. Siamo andati a bere qualcosa in centro, mi ha raccontato che a maggio ha avuto un piccolo infarto, l&#8217;hanno portato all&#8217;ospedale in elicottero. Ma non drammatizza mai, lui è un ercolino sempre in piedi. Si è messo con una nuova ragazza, e io l’ho invitato a cena la sera successiva, così gli presentavo la mia. Cinzia di lui non sa nulla. Gli fa i complimenti per la scelta coraggiosa di abbandonare questa città orribile, ma non sa che vi è stato quasi costretto. Certe scelte radicali si prendono solo quando la vita ti mette con le spalle al muro. Lui era arrivato a un punto in cui non riusciva più a lavorare, si era guastato i rapporti di lavoro con tutti quelli che contano a Milano ed era pieno di debiti. E’ che è un casinista di natura, totalmente inaffidabile. Prende un impegno e non lo rispetta, dà bidoni a destra e a manca, e l’unica cosa che lo ha salvato dal naufragio totale è il suo talento cristallino. In un momento di particolare stasi del lavoro, quando tutte le porte sembravano chiuse per lui, ha approfittato di una vacanza alle Canarie per andare a trovare la sorella che ci viveva da prima di lui. Lì ha conosciuto una ragazza del posto, che faceva il medico condotto, era separata e aveva un figlio piccolo, e ha deciso di trasferirsi. I primi tempi campava realizzando cartoline e gadget vari. Mentre racconta la sua versione dei fatti, molto più edulcorata di quella che so io, lo guardo con malinconia e tenerezza. Conosco i suoi dolori, il fatto che ha perso presto entrambi i genitori e a volte si sente solo. Mi spiace che fra noi ci siano così tanti chilometri, mi spiace non conoscere casa sua, la sua nuova donna, il nuovo orizzonte che lo ha accolto. So che a quello che dice va fatta la tara, e che non saranno tutte rose e fiori, però un po’ lo invidio lo stesso, almeno lui è stato coerente anche nelle contraddizioni. Un sacco di volte, quando era qui, mi faceva incazzare, ed evitavo di vederlo pure per lunghi periodi, ma so che sono importante per lui, che nella sua vita conto, e anche se ha mille conoscenze in giro per il mondo, alla fine è me e pochi altri che cerca. Terminata la cena ci mostra le foto della sua nuova vita. Le ha sul cellulare e le riversiamo sul pc. Ci sono volti che non conosco. Ora la sua donna è una trentacinquenne di Terni, anche lei separata, incontrata mentre era in vacanza alle Canarie. Ha mollato tutto e lo ha raggiunto lì. E’ una piccolina bionda, carina, ritratta in spiaggia in topless. Hanno un furgone e lui ha realizzato una sorta di tendalino trasparente che li protegge dalla sabbia trasportata dal vento senza privarli della vista del panorama. Insieme fanno immersioni e vanno a pesca con una barca di amici. Con la ragazza precedente le cose non andavano bene, e dopo tre anni si sono lasciati. Gli dispiace per il bambino, non vederlo più, e penso che in queste separazioni chi soffre senza averne colpa è l’indotto, i parenti acquisiti e persi. Ci racconta che a Teguise sono censite 56 nazionalità diverse, tutto un mondo di naufraghi approdati in quell&#8217;isola in seguito a fallimenti sentimentali o economici. Ha una compagnia di amici cosmopolita, ognuno con la sua storia di fughe e speranze. Poco prima di uscire Luca va su Google earth, zoommando identifichiamo casa sua in mezzo a una serie di crateri vulcanici. E’ una villetta bianca isolata e circondata solo da fichi d&#8217;india. Dice che non c&#8217;è inquinamento luminoso, che a volte la sera, dopo una faticosa giornata di lavoro, lui e lei spengono le luci, si sdraiano abbracciati e stanchi su un materasso in terrazzo e si addormentano guardando le stelle.</p>
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		<dc:creator><![CDATA[franz krauspenhaar]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 Aug 2008 04:30:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
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					<description><![CDATA[di Franz Krauspenhaar off Con quella maglia di Snoopy versante calamaro mi viene da piangere Warhol minestra, da una siepe maestra nasconditrice di falsi. Sembri uscita da una lavatrice, da una confezione Zuegg o cornflakes, da una piramide di latte, da un fiore esploso. Mi sembra di conoscerti: non giudiziosa, cadaverica, spongea, matrale, cutrunuta, ringhiosa [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://Nessuna"><img decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-7011" title="p1120412" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/p1120412-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
<p>di <strong>Franz Krauspenhaar</strong></p>
<p><strong>off</strong><br />
Con quella maglia di Snoopy<br />
versante calamaro<br />
mi viene da piangere Warhol<br />
minestra, da una siepe maestra<br />
nasconditrice di falsi.<br />
Sembri uscita da una lavatrice,<br />
da una confezione Zuegg<br />
o cornflakes, da una piramide<br />
di latte, da un fiore esploso.<span id="more-6997"></span><br />
Mi sembra di conoscerti:<br />
non giudiziosa, cadaverica,<br />
spongea, matrale, cutrunuta,<br />
ringhiosa e arbitrale.<br />
E arrabbattona, succulenta ai<br />
soldi, leccalecca ai non fastidi.<br />
Semplice da bere, come sciroppo<br />
d’acero abbattuto al breakfast.<br />
Mi sembri scemunita con scimmie<br />
da zoo calvo, da zio indegno,<br />
da Pino Insegno blatta &#8216;s speaking.<br />
Quando morì Stefano l’unico<br />
che mi scriveva lettere era un nazi.<br />
Non dimenticherò questo scherzo,<br />
che nel male c’è un pugno di bene<br />
a volte. Ascoltando Ladyhawke<br />
cantare, mi pareva di sentire<br />
una lavanderia a gettoni frinire<br />
male, con getti d’aria calda.<br />
La Nuova Zelanda è il paese<br />
del pesce bollito. Il brodo di serpente<br />
è il tuo prossimo beverone per pulirti.</p>
<p><strong>on</strong><br />
Come zio Renny, berrò beveroni al cacao<br />
prima del tennis, fino alla morte,<br />
lancio dell’anima nello spazio<br />
1999, a 80 anni, Stato di New York. Se ci sei<br />
batti un colpo, solleva una coscia<br />
al mare monstrum dei ricchi, allo yacht<br />
di George Clooney. Si alzi la matrace<br />
curvilinea mossa del mare sporco<br />
in una estate di scogli avanzati,<br />
di ciclopiche isole-davanzale, poste<br />
davanti a tramonti-mare estate 2008,<br />
con trent’anni di ricordi subissanti.<br />
Sei nell’oblio-mutanda fiore. Non hai<br />
che da scegliere il lingotto dove fondere<br />
le tue catene forza otto. La chiglia afro<br />
del mio orologio d’oro balena al sole,<br />
come orafo squillo di luce, nel ricordo<br />
d’un padre Nettuno, spoglio a falcata<br />
doppia dalle acque. Kalabrian sound<br />
nella sera sorda, rimembro il decollare<br />
dei sogni già finiti, confezione famiglia.</p>
<p>****</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/gianfranco-ferroni-autoritratto.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/gianfranco-ferroni-autoritratto-215x300.jpg" alt="" title="gianfranco-ferroni-autoritratto" width="215" height="300" class="alignnone size-medium wp-image-7044" /></a></p>
<p>Era leggendo il vittimario blog,<br />
pieno di raspe leccanti e velenosi<br />
piccanti ambasciatori del nulla,<br />
che mi venne l&#8217;idea del taglio.<br />
Stop, finis, <em>Ende</em>, <em>The end</em>, il curtain<br />
velo pietoso, su tutto e anche tutti.<br />
<em>Tristesse bonjour</em>, arrivederci Poma<br />
nel senso della via del delitto<br />
della mela bacata d&#8217;ingiustizie<br />
di giudizi trancianti da robespierri<br />
letterali. In culo al kilo, tutti quanti,<br />
pieni di bile e di bava d&#8217;impotenti<br />
l&#8217;ultimo cazzo ritto fu quello del padre<br />
quando ve lo <em>sfaccimme</em><br />
a vostra madre.</p>
<p>E così, quando il libro fu scritto<br />
e pronto alla distribuzione,<br />
si riaccese la pera Osram della luce.<br />
<em>On</em>, su tutta la mia vita bigia<br />
altezzosa, bassofondalica.<br />
Venne dalle rocce papà, nero<br />
tedesco e muto, soldato fantasma<br />
d&#8217;acqua marina sorto dai mulinanti<br />
fiumi centroeuropei, scuri, duri,<br />
dall&#8217;Elba. Comignoli tra l&#8217;acque,<br />
fumo di ciminiere e nere coltri<br />
di passato esploso in una guerra.</p>
<p>Oggi lo sogno ancora. Faccio -così-<br />
a cazzotti con i morti, i miei.<br />
Picchio mio padre, e mio fratello<br />
che lo seguì, quasi dieci anni dopo,<br />
nel loro triste regno, triste per chi<br />
non c&#8217;era. Morti che sorridono<br />
oltre la schiuma della vita, e dentro<br />
piangono. Quei morti siamo noi.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/mi-calibro-9.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/mi-calibro-9-300x170.jpg" alt="" title="mi-calibro-9" width="300" height="170" class="alignnone size-medium wp-image-7051" /></a></p>
<p>****</p>
<p>Fino al peso morto, stecchito<br />
della storia. Fino ai noi, i tutti<br />
superstiti. Dai Sessanta io<br />
vago in pena per il quartiere. Ora<br />
polpa di estraneità, cuori soltanto<br />
neri, gialli Cina e Indocina,<br />
come pesci, tra i coralli e la gomma,<br />
e nei bar, verso San Siro, Marocco, Algeri<br />
gutturale. Voi non ci siete più, da tempo.<br />
E&#8217; una piramide di parole secche e di ciglia, di gesti,<br />
mentre le mani gonfie toccano michette dei frati,<br />
alla mensa dei poveri. Il venditore indiano di fiori,<br />
il barista cinese col nome italiano, mai vacanza,<br />
mai imparata la lingua, e il marocchino sbronzo<br />
alle sette: mi dice che siamo della stessa razza,<br />
chissà; e parla di Lampedusa, come di una storia<br />
a fumetti. Che pena il quartiere, polpa di vecchi<br />
che sputano artrosi dalle vene, di stranieri ubriachi<br />
nel giardino, urlanti a notte brilla, dove noi bimbi, al dribbling<br />
successivo, sognavamo Pelè. Tempi sgretolati,<br />
voi c&#8217;eravate, giovani e assolati. Ora non siete più.<br />
Quartieri senza più quartiere, stranieri e vecchi smessi,<br />
vino che piscia dai cartoni, rosso come il corallo falso<br />
del sole a picco su mani sbianchite. E voi niente,<br />
non vedete più, morti e ciechi rimproverati dal tempo<br />
che scorre, che è scorso, che è morto.  </p>
<p>Non voglio più morire, qui<br />
&#8211; qui non sono mai nato.</p>
<p><em>(La prima immagine è di Giovanni Cossu. La seconda è di Gianfranco Ferroni &#8211; Autoritratto. La terza: inquadratura da &#8220;Milano calibro 9&#8221;, di Fernando Di Leo, 1972. All&#8217;amica Nina Maroccolo.)</em></p>
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		<title>Non è un paese per poveri</title>
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		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Apr 2008 05:34:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[baracche]]></category>
		<category><![CDATA[baraccopoli]]></category>
		<category><![CDATA[bovisasca]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Hänninen]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
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		<category><![CDATA[razzismi quotidiani]]></category>
		<category><![CDATA[razzismo]]></category>
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					<description><![CDATA[&#8220;Funziona così: arrivano i birri, arrivano le ruspe. Non ci sono ulivi da sradicare e le donne non urlano in arabo, ma in sostanza la scena l’avete già vista ripetersi altrove. Le ruspe schiacciano le baracche con dentro quaderni e libri di scuola, vestiti, biberon, bambole, biro, pettini, pantofoline. Gli occupanti finiscono in mezzo alla [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/sola-andata-bovisasca-hanninen.jpg" alt="solo andata" vspace="5" /><span id="more-5638"></span></p>
<p>&#8220;Funziona così: arrivano i birri, arrivano le ruspe. Non ci sono ulivi da sradicare e le donne non urlano in arabo, ma in sostanza la scena l’avete già vista ripetersi altrove. Le ruspe schiacciano le baracche con dentro quaderni e libri di scuola, vestiti, biberon, bambole, biro, pettini, pantofoline. Gli occupanti finiscono in mezzo alla strada. Letteralmente. Gente che ha figli piccoli e un lavoro, la cui unica colpa è non possedere una casa, da un momento all’altro non ha letteralmente più un posto, non dico un tetto ma una tettoia sopra la testa. Dove dormire? &#8221;</p>
<p><a href="http://www.ilprimoamore.com/testo_870.html" title="articolo di &lt;a mce_thref=">Sergio Baratto</a> sulla Bovisasca a Milano&gt; Non è un paese per poveri &#8211; Sergio Baratto a proposito della demolizione delle baracche della Bovisasca a Milano, abitate da lavoratori poveri e dalle loro famiglie, e altri quotidiani razzismi. Via <a href="http://circolopasolini.splinder.com/post/16589256/%22Non+%C3%A8+un+paese+per+poveri%22%2C+">Circolo Pasolini di Pavia</a>.</p>
<p>Foto: © Giovanni Hänninen 2008, all rights reserved, via <a href="http://flickr.com/photos/sanoi/2360206243/in/set-72157604183902888/" title="Bovisasca, foto di Giovanni Hanninen">Flickr</a>. L&#8217;ho scelta per l&#8217;intensità della gioia che è possibile comunque nei bambini.</p>
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