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	<title>Povia &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Il resto in cantanti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Feb 2009 15:43:56 +0000</pubDate>
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<strong><a href="http://profile.myspace.com/index.cfm?fuseaction=user.viewProfile&#038;friendID=81398423">Matteo De Simone</a></strong></p>
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<p>Quando si racconta una storia, e lo si fa attraverso una canzone, bisogna stare molto attenti, perché le canzoni stigmatizzano. La storia, in una canzone, diventa subito messaggio. In una canzone, le parole assumono un peso difficile da equilibrare: se io dico in una canzone che non trovo pace sessuale e mi innamoro di un uomo perché mia madre era oppressiva e mio padre assente, sto dicendo di fatto che l&#8217;omosessualità nasce da un&#8217;educazione sbagliata. Sto dicendo che l&#8217;omosessualità è una deviazione dovuta a dei traumi d&#8217;infanzia, mi devo prendere la responsabilità di questa affermazione e devo sostenerla di fronte a tutto quello che è stato detto, scritto e pensato sull&#8217;argomento, perché io l&#8217;ho pensato, l&#8217;ho scritto e lo sto dicendo (di più, cantando).<br />
<span id="more-14579"></span><br />
 Dire che io, Povia, sono convinto che con una madre oppressiva e un padre assente si diventa froci, come direbbe l&#8217;onorevole e disinibita Mussolini, e dirlo perché questo è quel che mi è capitato, non è sufficiente. Oltretutto madre oppressiva e padre distante sono un binomio famigliare piuttosto comune per tantissimi maschi italiani, che solo in minima parte sono omosessuali. Ma Povia, che canta per tutti gli italiani, questo lo sa. Quasi come per lenire l&#8217;increspatura sulla schiena dell&#8217;italiota omofobo sollevata dai primi due terzi della canzone, il testo regala infatti, prima di spegnersi, uno special, un vero lieto fine, che svela il senso del non del tutto trasparente ritornello dalla rima lampante: a volte dai traumi d&#8217;infanzia e dalle loro terribili conseguenze &#8211; come lo scivolone omosessuale &#8211; ci si può liberare. Luca era gay, ma (fortunatamente) adesso sta con lei.</p>
<p>Insomma, l&#8217;omofobia ha radici così solide nella casa italiota abitata da Povia, che il cantante, tentando di scrivere un testo super partes, ne ha scritto uno grandiosamente inibito, talmente intriso di omofobia inibita che egli stesso, e la medietà sanremese inibita che lo circonda, non sono stati capaci di vederla. &#8220;Luca era gay&#8221; che Povia ha cantato ieri sera all&#8217;Ariston, è il prodotto inconsapevole di una cultura eterosessuale omofoba inibita che cerca conforto nella tolleranza del qualunquismo, ma non è all&#8217;altezza del significato civile della vera tolleranza. Così annaspa, goffamente, tra strafalcioni e inciampi, raggiungendo non più di un pallido buonismo permeato di dolorosa ignoranza. Sono giuste le proteste dell&#8217;Arcigay: &#8220;Luca era gay&#8221; è una canzone densa di cultura antiomosessuale ed è pericolosa, anzi, disarmante (che poi è uno dei modi di essere pericolosi) perché non sa di esserlo.<br />
Voglio dire a Povia, sperando di non sembrargli arrogante, che per trattare temi così delicati ci vuole infinita delicatezza spirituale e non possederla non è necessariamente un difetto. Esistono altre qualità e tante, tante altre storie al mondo da cantare.</p>
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