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	<title>premio strega &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Helena Janeczek vince il premio Strega 2018</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Jul 2018 09:22:21 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Helena Janeczek, membro fondatore di Nazione Indiana, ha vinto il Premio Strega 2018 con il romanzo La ragazza con la Leica (Guanda), travolgendo di gioia tutti gli indiani. Ripubblichiamo questo suo pezzo apparso su Focus-In e proposto su NI l&#8217;8 agosto 2017. Natural Born Italian di Helena Janeczek Un giorno litigavo con mia madre alla stazione [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Helena Janeczek, membro fondatore di Nazione Indiana, ha vinto il Premio Strega 2018 con il romanzo</em> La ragazza con la Leica <em>(Guanda), travolgendo di gioia tutti gli indiani</em>. <em>Ripubblichiamo questo suo pezzo apparso su Focus-In e proposto su NI l&#8217;8 agosto 2017.</em></p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-69222" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/DSCF0837_stampa-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/DSCF0837_stampa-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/DSCF0837_stampa-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/DSCF0837_stampa-1024x683.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/DSCF0837_stampa-120x80.jpg 120w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
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<p><strong>Natural Born Italian</strong></p>
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<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
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<div class="column">
<p>Un giorno litigavo con mia madre alla stazione di Gallarate. Lei avrebbe voluto aspettare che il temporale si calmasse, io togliermi al più presto i vestiti fradici. Qualcuno ci ha segnalate ai carabinieri. Con i miei occhi chiari e le Converse stinte, risultavo la badante violenta della <em>sciuretta</em> elegante. A quel punto non serviva che spiegassi chi ero e nemmeno che mia madre, pur scossa da una terribile crisi di pianto, trovasse il modo di confermarlo ai carabinieri. Ci hanno separate. Non potevo avvicinarmi a mia madre. L’hanno fatta salire sulla gazzella, accompagnata al mio portone e aspettato finché non sono arrivata, a piedi.</p>
<p>È strano quando cadono le maschere. Da un lato il pregiudizio capace di vedere cose mai accadute &#8211; la straniera che malmena la povera signora italiana. Dall’altro la maschera che io stessa porto tutti i giorni &#8211; il colore della pelle, la lingua del posto parlata senza un accento che non sia quello locale. Sarei stata più felice se avessi potuto raccontare quanto sia bello portarsi dietro tante lingue e trovarne una da cui farsi adottare. Amarla molto, la lingua madre adottiva, sentirsi ricambiata come una bambina che impara. L’innamoramento che vela lo sguardo e rende fiducioso ogni gesto è finito, in questi anni.</p>
<p>Vivo in Italia dal 1983. Ho lasciato la Germania dopo aver terminato il liceo. Nel tempo passato sin d’allora &#8211; trentacinque anni &#8211; molte ragazze hanno concluso il ciclo che va dalla nascita alla laurea, al primo impiego o addirittura al primo figlio. Di italiano ho: un figlio, un passaporto, un codice fiscale. Ho smesso di scrivere in tedesco sin da quando ho pubblicato <em>Lezioni di tenebra</em>, nel 1997.</p>
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<div class="column">
<p>Però qualcuno sistema ancora i miei libri nello scaffale della letteratura straniera, qualcun altro s’è lamentato (giuro) che gli editori lavorano così male oggigiorno da omettere l’edizione originale e il nome del traduttore. Qualcuno mi presenta sempre come scrittrice tedesca (o polacca, o polacco-tedesca, o polacco-tedesca d’origine ebraica), anche se non so l’ebraico, pochissimo il polacco e, in tedesco, faccio ormai fatica a scrivere persino un’email. Qualcuno trova gusto a segnalare un errore ortografico come prova che non sappia davvero l’italiano, mentre a un Mariorossi la stessa svista verrebbe imputata come prova di distrazione o d’ignoranza.</p>
<p>Che ci restassi male era frutto della mia ansia da <em>parvenue</em> delle lettere italiane, variante del narcisismo dell’artista. Il problema era mio, non dell’Italia da cui non si poteva pretendere che fosse pronta tutta intera a rendersi conto di non appartenere più soltanto ai Mariorossi. Me lo ripeto anche oggi, però il clima che si respira mi porta a percepire queste sciocchezze come sintomi di poco conto d’una questione assai più seria.</p>
<p>Italiani si nasce &#8211; non si diventa. Anzi, non basta neanche nascere in Italia per essere considerati italiani. Lo dimostra l’ostruzionismo feroce e la scarsa premura a superarlo che blocca da anni la nuova legge sulla cittadinanza: una legge che non si propone neanche di sostituire lo <em>ius sanguinis</em> con lo i<em>us soli</em>, ma lo vincola allo <em>ius culturae</em>, vale a dire alla frequentazione d’un ciclo scolastico. Il pregiudizio esplicito è assai più grave di quello implicito, quello che in inglese viene chiamato <em>bias</em>. Il problema è che non sono disgiungibili. Il razzismo nasce da un terreno ricco di pregiudizi latenti che si annidano anche in chi non può essere tacciato di razzismo (o omofobia o maschilismo). Capita che l’irritazione tiri fuori un “frocio”, “puttana”, “negro di merda” alla persona più convinta delle proprie idee progressiste. Certo, quando si è arrabbiati, si dicono cose che non si pensano davvero. Ma in quel momento si sente veramente il bisogno di ferire. E il sentimento è così forte da fornire pronta l’arma delle parole più offensive.</p>
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<div class="column">
<p><img decoding="async" class="alignright size-medium wp-image-69225" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/DSCF1162_stampa-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/DSCF1162_stampa-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/DSCF1162_stampa-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/DSCF1162_stampa-1024x683.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/DSCF1162_stampa-120x80.jpg 120w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Negli anni Ottanta la presenza di stranieri in Italia era minima, i bambini di colore facevano tanta tenerezza. Predominava un senso d’accoglienza e nel mio caso &#8211; dato che venivo dalla favolosa Mitteleuropa che esisteva soprattutto nel catalogo Adelphi &#8211; pure una cospicua esterofilia. Poi sono arrivate le ondate migratorie e, con esse, la xenofobia e il razzismo. Nei primi decenni, c’era motivo di sperare che i processi di integrazione avessero attenuato ostilità e paure, cosa che, in parte, è avvenuta fino agli anni recenti, gli anni della crisi che hanno reso il razzismo più incarognito e cristallizzato, e dunque un perno centrale della politica. Oggi “xenofobia” è quasi sempre un eufemismo. Esistono generazioni di ragazzi che sanno parlare e scrivere solo in italiano, ai quali si continua a negare ciò che, di fatto, sono: italiani. Non erano ancora nati o erano piccolissimi, quando cominciai a lavorare a <em>Lezioni di tenebra</em>. Però le leggi scritte e anche quelle non scritte le detta la maggioranza che, in tempi di populismo, pretende d’incarnare il popolo <em>tout court</em>. Per la visione tanto diffusa secondo cui vengono prima gli italiani &#8211; quelli di sangue &#8211; né a me né a tanti ex studenti delle scuole e università italiane che oggi sono romanzieri poeti e saggisti spetta il diritto d’intendere come nostra la vera patria d’uno scrittore: la lingua in cui s’esprime.</p>
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<div class="column">
<p>Fossi più giovane, sarei forse tentata di rifare i bagagli. Ma le scelte che vent’anni addietro mi aprirono il futuro, sono oggi diffcilmente reversibili. Qui ho messo radici, qui vorrei restare, in fin dei conti. Così mi sto abituando all’idea che scrivere in questa lingua sia diventato un gesto che si inserisce nel quadro d’un conflitto destinato a durare a lungo e, probabilmente, incrudelire. In questa luce diventa secondario che i miei libri appaiano apparentati a quelli di molti autori con un retroterra nell’Europa centro-orientale e nella storia ebraica. La realtà che conta la determina chi ha il potere di stabilire chi sta dentro e chi sta fuori: sicuramente o soltanto sul piano dell’inclusione simbolica che è poi quella che riguarda la collocazione d’uno scrittore. Un tempo mi chiedevano di Joseph Roth e Elias Canetti, di Walter Benjamin e Hannah Arendt, convinti che li avessi letti in originale, e sottintendendo, se non una filiazione, una particolare vicinanza. Oggi risponderei che non faticherebbero a riconoscersi nelle vicissitudini del rapper romano Fat Negga, al secolo Luca Neves, che nel 2016 ha rischiato l’espulsione a Capo Verde dov’è stato solo una volta, da bambino.</p>
<p>Erano migranti e rifugiati: ostracizzati, detenuti nei campi d’internamento delle nazioni libere, sottoposti a infinite angherie per un visto o un permesso di soggiorno. Alcuni si tolsero la vita. L’impresa di continuare a scrivere in qualsiasi lingua avessero poi scelto, fu faticosa e lacerante persino per i più fortunati e combattivi, come ogni decisione che comporta una rinuncia, un parziale sacrificio. Ho avuto una vita infinitamente più facile e nutro una sincera gratitudine per la benevolenza che ho trovato in Italia. Ma sono figlia di profughi.</p>
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		<title>Questi fantasmi di un autunno romano, tra Manganelli e Hitchcock </title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Mar 2018 07:00:00 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><b><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-72948" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/28741383_10215904397192298_2063911694_n-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/28741383_10215904397192298_2063911694_n-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/28741383_10215904397192298_2063911694_n-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/28741383_10215904397192298_2063911694_n-768x768.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/28741383_10215904397192298_2063911694_n-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/28741383_10215904397192298_2063911694_n-144x144.jpg 144w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/28741383_10215904397192298_2063911694_n.jpg 900w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />di Matteo Pelliti</b></p>
<p>Luca Ricci approda al romanzo, <i>Gli autunnali</i> (La Nave di Teseo, 2018) senza rinnegare il suo passo da raccontista convinto e, anzi, dedicando questo ultimo lavoro al suo nume Maupassant, l&#8217;autore che, a detta dello stesso Ricci, lo avviò sulla strada della scrittura durante una giovanile peregrinazione per i lungarni pisani in preda a una lettura capace di imprigionarlo fuori dal tempo fino a che non l&#8217;avesse conclusa. “Tornano, i morti?”, si chiede Maupassant nell’epigrafe del capitolo Ottobre. Evidentemente sì, se è vero che la letteratura è inesauribile dialogo coi morti (chi ha scritto prima di noi) e che questo romanzo è reincarnazione di alcune membra di racconti, smembrati (senza dolore) dell&#8217;autore per farne carne da romanzo. Specularmente a quanto aveva fatto appena poco tempo fa, sopprimendo romanzi per farne racconti (<i>I difetti fondamentali</i>, Rizzoli 2107) qui Ricci si auto-cannibalizza riusando suoi moduli propri (come dichiara esplicitamente nella nota a fine testo). Il risultato degli innesti è invisibile e riuscito (<i>Il piede nel letto</i>) e, dove in qualche punto qualche cicatrice pare riaffiorare sulla pagina (come nell’uso del racconto <i>Amici immaginari</i>), ciò costituisce un grumo narrativo posto a sbalzo, a render omaggio all’arte del racconto, come inserendo un quadro in un quadro. <span id="more-72947"></span></p>
<p>Ricci utilizza spesso la reiterazione nella forma di lista, compilando cataloghi che cercano di misurare il mondo nelle sue meschinità: l’invettiva contro Roma (che ricorda una famosa poesia di Remo Remotti, “Mamma Roma addio), l’elenco delle coppie alla clinica in attesa di partorire, il catalogo delle tipologie di critici letterari, l’ipotizzato trattato sugli uomini in attesa delle mogli davanti ai camerini prova nei negozi. Tutto questo forma l’antropologia tragica in cui Ricci è abilissimo ricercatore. Il protagonista (solo innominato tra tutti i personaggi) è un io-narrante psicotico, dalla coscienza ipertrofica e allucinata, capace di nominare il senso profondo delle cose, degli essere umani, delle stagioni, abitato cioè dalla &#8220;poesia&#8221;, che è in definitiva non una categoria letteraria ma una alterazione della coscienza che entra in contatto con l&#8217;essenza del Mondo. Scrittore a riposo, cinico cinquantenne, disincantato, iperbolico, marito in crisi e traditore seriale, descrittore in servizio permanente effettivo delle miserie delle coniugalità (viene in mente Flaiano: “All&#8217;occorrenza essere capaci di andare a <i>letto</i> con la propria <i>moglie</i>.”), massimo cantore dei tic posturali degli amanti, il protagonista si innamora di un&#8217;allucinazione, la foto di  Jeanne Hébuterne (<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Jeanne_H%25C3%25A9buterne">https://it.wikipedia.org/wiki/Jeanne_H%C3%A9buterne</a>) amata da Modigliani e morta suicida, incinta, dopo la morte del pittore livornese. <i>La donna che visse due volte</i> di Hitchcock riecheggia – per me &#8211; in alcuni angoli del romanzo, dichiaratamente ispirato alle atmosfere de <i>La chioma</i> di Maupassant, “governo ombra” del testo, per usare le parole di Ricci nella sua nota finale, dal quale racconto derivano le epigrafi dei capitoli de <i>Gli autunnali</i>. <i>La chevelure</i> (La chioma), presenta un personaggio che – come nel romanzo di Ricci &#8211;  impazzisce sedotto dal contatto con una chioma di donna ritrovata nello scomparto segreto di un mobile acquistato (come ne <i>Gli autunnali</i> sarà la foto di Jeanne a generare prima l’innamorato per un fantasma e poi l’ossessione per la sua sosia, Gemma). Maupassant nel suo racconto cita il sergente François Bertrand, figura realmente esistita, processato e condannato per profanazione di cadaveri di giovani morte. Amore e morte sono due lati della stessa ossessione anche nel romanzo di Ricci L&#8217;intarsio tra il feto crescente nella pancia di Gemma e le brutali violenze sulla prostituta appartiene allo stile geometrico della scrittura di Ricci, che costruisce su questi polittici il procedere della sua narrazione&#8221;. Ricci racconta l&#8217;erotismo “malato” dello scrivere in sé, il tentativo titanico di rispondere a un impulso di morte, che il vivente porta con sé, attraverso la Letteratura (amiamo i morti, amando gli autori che amiamo, come il ricordo degli amori che ci hanno lasciato o che abbiamo lasciato).</p>
<p>I fantasmi di cui parla Ricci – scrittore del fantastico &#8211; sono, in realtà, spettri di comportamenti possibili, non figure che ci vengono a trovare dall&#8217;aldilà della letteratura, siamo noi i fantasmi, stanno dentro di noi. Per questo Ricci è un scrittore antirealista proprio là dove sembra descrivere un deriva morale contemporanea nei rapporti tra uomini e donne: le sue figure della coniugalità sono casi limite ultraquotidiani e, per questo, invisibili: non ci accorgiamo più della dimensione tragica del quotidiano, del routinario. Quando Ricci sembra parlare di scopate, di perversioni, di follia sta parlando, invece, dell’unica attività erotica vera e propria che ritenga descrivibile: fare letteratura. Per questo, da circa dodici anni a questa parte Ricci batte efficacemente lo stesso tasto dell&#8217;abisso di abiezione che è la routine coniugale traendone, di volta in volta, nuove composizioni. In questo suo romanzo, in più, giganteggia Roma: è una protagonista necessaria del romanzo, e non luogo sostituibile con altri all’interno della storia. Nelle descrizioni romane del protagonista sembrano riecheggiare le parole definitive di Giorgio Manganelli sulla Capitale (“Certo, il clima è pesante; un sudore ignobile, notti da balconi spalancati, passeggiate in pigiama; poi, una tramontana a mano libera, iraconda e sprezzante…”, scrive nel <i>Lunario dell’orfano sannita</i>). Roma non è resa come è, ma è descritta come vive nella sua natura di “morto iperletterario”, di zombie fantastico che non sa morire, di cui l&#8217;autunno romano è il simbolo massimo, col suo umidore di vita e morte mescolate insieme, capace di creare una nuova epica cittadina contrapposta al “mito della montagna” (lieve evocazione ironica verso il collega Paolo Cognetti, ultimo Premio Strega?). La figura dell’amico del protagonista, infine, lo scrittore e giornalista Gittani, svolge una funzione di<b> </b>intermediazione tra realtà allucinatoria e pragmatismo, àncora il lettore agli elementi di realtà e, si rivelerà, (spoiler) <i>deus ex machina</i> dell’intera vicenda. O forse no, nel gioco di specchi che la narrazione costruisce (qui siamo dalle parti de “La finestra sul cortile”).</p>
<p>C&#8217;è un verso di Mario Luzi che a mio avviso, descrive perfettamente la psicologia del protagonista de Gli Autunnali: «La mia pena è durare oltre quest&#8217;attimo» perché esprime la vertigine della dimensione allucinatoria dell&#8217;amore, di quell’impossibilità della durata nel tempo espressa nell’impossibilità a finire di certi amori, ma nel poter solo “ricominciare da capo”.  L’epilogo è l’unica parte del romanzo scritta in terza persona, tramite il classico narratore onnisciente che prende distanza e congedo dalla materia che ha manipolato. Tutto il resto, invece, è un testo che “scrive” l’autore, dal quale l’autore è scritto, dettato dall’interno, come in poesia, come nell’invasamento poetico, discesa agli inferi e punizione (come nel Don Giovanni, in fondo), del “dissoluto punito”, e altissimo esercizio di reincarnazione: di racconti in romanzo, di amore in amore, di autore in autore, di Letteratura in Letteratura.</p>
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		<title>Considerazioni estive su letteratura e contemporaneità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Aug 2017 05:00:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[premio strega]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giorgio Mascitelli Le stagionali polemiche sul premio Strega hanno il merito, aldilà dei contenuti specifici delle stesse, di porre implicitamente una domanda su ciò che è contemporaneo in letteratura. Da un lato sembrerebbe proprio che premi di questo genere, che di solito uniscono al giudizio di giurie competenti delle ricadute importanti in termini di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Giorgio Mascitelli</strong></p>
<p>Le stagionali polemiche sul premio Strega hanno il merito, aldilà dei contenuti specifici delle stesse, di porre implicitamente una domanda su ciò che è contemporaneo in letteratura. Da un lato sembrerebbe proprio che premi di questo genere, che di solito uniscono al giudizio di giurie competenti delle ricadute importanti in termini di successo di pubblico, siano gli strumenti più adatti per rispondere a quell’interrogativo. Poco importa per il presente discorso se le accuse spesso rivolte al premio Strega di premiare non i testi realmente meritevoli ma quelli promossi dalle grandi case editrici siano fondate o meno, non sto qui prendendo in considerazione la letteratura alla luce dei valori letterari o estetici, ma la letteratura in quanto fenomeno della contemporaneità: il fatto che i testi vincitori spesso abbiano anche un notevole successo commerciale significa in qualche misura che essi giustificano la loro vittoria se non da un punto di vista letterario, almeno sociologico. Del resto è verosimile che un storico del futuro, se volesse tracciare un ritratto dello spirito o quanto meno della mentalità del nostro tempo e agire in maniera metodologicamente rigorosa, userebbe come fonti i libri premiati o più direttamente quelli in testa alle classifiche di vendita. Allo stesso modo potrebbero dirci di più, per esempio, sugli anni Venti Guido da Verona o Salvator Gotta rispetto a Svevo o Pirandello.</p>
<p>E’ innegabile che, in un certo senso, è perfettamente contemporanea solo un’opera che trionfa nel proprio tempo perché va incontro alle aspettative di esso in maniera immediata e diretta. Se questo vale per epoche passate in cui la letteratura era un fenomeno essenzialmente elitario, a maggior ragione vale per il presente, uno dei tratti caratteristici del quale è la diffusione di un’estetica del profitto ossia della convinzione diffusa che il valore estetico di un’opera dipenda dal suo successo commerciale  ( vorrei chiarire che questa espressione, per quanto qualcuno la possa trovare un po’ brutale, non ha una valenza ironica, ma si limita a descrivere magari senza troppi fronzoli un’idea oggi molto seguita) perché proprio l’avere successo rappresenta uno dei valori fondamentali del nostro tempo.</p>
<p>Eppure questa concezione della contemporaneità nella sua apparente naturalezza quasi alle soglie dell’ovvietà presenta degli elementi di crisi. Infatti essa veicola con sé, direi con la medesima ovvietà con la quale si impone ai nostri occhi, l’idea che la contemporaneità coincida con ciò che essa stessa pensa di sé, ma siccome naturalmente contemporaneità è una parola astratta e non è un soggetto pensante, si potrebbe concretizzare questo concetto indicando in coloro che aderiscono ai valori dominanti in quest’epoca il suo referente. Si tratta insomma di una concezione della contemporaneità che tende a farla coincidere con l’ideologia prevalente, che qui non intendo tanto nella sua più comune accezione politico-filosofica quanto come sistema di valori in senso lato. A sua volta questa idea della contemporaneità presuppone un presente assoluto, e dunque senza possibilità alternative, come realizzazione pura e semplice di ciò che doveva essere. In altri termini si tratta di un’idea del contemporaneo che tende a eliminare da sé qualsiasi germe di futuro e qualsiasi traccia di passato (un futuro che può sussistere nell’attuale solo in quanto promessa di alterità e un passato che può parlare al presente solo nella misura in cui non ne è la premessa, ma illumina invece una discontinuità o una frattura). Una letteratura che per essere pienamente contemporanea rinunciasse a dialogare con queste due dimensioni finirebbe con il favorire due errori opposti: l’uno quello classicamente classicistico di ritenere che la letteratura debba trascurare il presente, regno del transitorio, per occuparsi solo delle cose eterne, qualunque cosa ciò voglia dire, l’altro di considerare letteratura solo in quanto conferma di quello che c’è qui e ora sotto i nostri occhi.</p>
<p>Il contemporaneo è però qualcosa di più articolato e complesso di quanto il senso comune ci faccia credere: se prendiamo questa definizione di Giorgio Agamben “la contemporaneità è, cioè, una singolare relazione col proprio tempo, che aderisce a esso e, insieme, ne prende le distanze; più precisamente, essa è <em>quella relazione col tempo che aderisce a esso attraverso una sfasatura e un anacronismo” </em>( Giorgio Agamben <em>Che cos’è il contemporaneo? </em>Roma 2008, p.9), si può vedere come il contemporaneo contenga un elemento di estraneità al presente che è essenziale per evitare uno schiacciamento acritico su di esso. Come mette in luce lo stesso filosofo, in questa prospettiva l’idea di contemporaneità viene a coincidere in larga parte con quella nietzscheana di inattualità. Si potrebbe aggiungere che la letteratura ha connaturata una potenziale inattualità in quanto la scrittura letteraria contiene in sé una forma di anacronismo, anche quando si presenta nei modi dell’innovazione più decisa, nel suo essere un discorso che si riallaccia ad altri discorsi precedenti tramite le convenzioni che regolano l’appartenenza al campo letterario.</p>
<p>C’è un elemento più radicale da citare ancora ed è il fatto che il discorso letterario contemporaneo esiste solo all’interno di quella presa di distanza dal proprio tempo di cui parla Agamben. Non si tratta soltanto di una distanza critica, di una non condivisione dell’andazzo delle cose, ma è anche un modo di osservare il presente e i suoi fenomeni e le sue idee con uno sguardo gravido di passato e di futuro. E’ per questo che spesso testi intimistici alle soglie del solipsistico o fantastici o visionari sono stati più contemporanei del proprio tempo di opere realistiche che intendevano creare grandi affreschi compiutamente descrittivi. Potrà sorprendere che in un pensatore come Adorno, dai gusti letterari decisamente antirealistici, si possa incontrare l’affermazione che si perde inevitabilmente qualcosa a non leggere un’opera nel momento storico in cui è stata scritta. E’ possibile leggere questo avvertimento non come lo scrupolo del filologo che cerca la precisa genesi storica del testo, ma in nome di una storicità negativa, per così dire, che riflette sulle distanze che il testo prende dal proprio tempo.</p>
<p>Purtroppo, da questo stato di cose ne segue che la letteratura è sempre altrove  rispetto alle nostre attese e in un altrove che non può essere indicato a chiare lettere ai bene intenzionati che ne domandassero l’esatta localizzazione. Per tutti noi allora è più facile continuare a leggere sulla nostra comodissima poltrona ( la nostra poltrona mentale, intendo) anziché metterci in contatto con questo altrove, anche perché  mettersi in viaggio per un luogo che non si sa è una cosa che funziona bene solo nelle pubblicità delle agenzie di viaggio e quindi non ci resta che attendere che fortuitamente questo altrove arrivi fino alle nostre poltrone. Queste considerazioni, però, non devono indurre in stati d’animo apocalittici,  innanzi tutto perché sono considerazioni estive strappate alla canicola e di questa trattengono una sfumatura oziosa e poi perché esse portano in realtà sollievo consentondoci di guardare con maggiore rilassatezza alle attività dei premi letterari e degli uffici stampa della grande editoria.</p>
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		<title>12 domande a Iacopo Barison o anche breve storia sull’età per scrivere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Mar 2015 06:07:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[gianluca giraudo]]></category>
		<category><![CDATA[iacopo barison]]></category>
		<category><![CDATA[intervista]]></category>
		<category><![CDATA[premio strega]]></category>
		<category><![CDATA[Tunué]]></category>
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					<description><![CDATA[di Gianluca Giraudo Iacopo Barison e io siamo amici. Siamo amici nell’unica misura che sembra avere un senso nel 2015: su Facebook. So che Iacopo ama dormire lungamente ma non più in là delle 10.30 «perché poi la giornata va sprecata», che guarda la televisione, soprattutto la sera tardi, e che apprezza tanto Sky Arte [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Gianluca Giraudo</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Iacopo Barison e io siamo amici. Siamo amici nell’unica misura che sembra avere un senso nel 2015: su Facebook. So che Iacopo ama dormire lungamente ma non più in là delle 10.30 «perché poi la giornata va sprecata», che guarda la televisione, soprattutto la sera tardi, e che apprezza tanto <em>Sky Arte </em>quanto <em>Masterchef</em>. So che ama leggere, naturalmente. Quando ho appreso della sua candidatura al Premio Strega 2015 con <em>Stalin + Bianca </em>(Tunué), mi è venuto da sorridere. Ho sorriso perché ho cinematograficamente immaginato come deve averlo colto la notizia: un telefono che squilla a volume massimo sul comodino, Ia mano insicura che lo afferra e Iacopo che si accorge, all’ora in cui gli impiegati sono mediamente al terzo caffè, di aver fatto tardi guardando una serie telesiviva o soffermandosi su un fumetto.</p>
<p>Prima di conoscere Iacopo, ero convinto che ci fosse un’età per tutto. Un’età per cominciare ad andare in bicicletta, per osare il primo bacio, per leggere <em>Guerra e Pace </em>e per canticchiare Taylor Swift in pubblico non risultando fuori luogo. Sapevo, come si sanno leggi del mondo che stabiliamo da soli un po’ per dare ritmo agli eventi un po’ per consolarci delle nostre inadeguatezze, che c’è un’età giusta per fare ogni cosa: come scrivere un romanzo a trentacinque anni. O partecipare allo Strega, a cinquanta.</p>
<p style="text-align: justify;">La notizia della candidatura di Iacopo è la rottura di ogni equilibrio. Ho capito non solo che questo giovane scrittore è come me, socievolmente riservato, pigramente ambizioso, ma che sa parlare del nostro tempo: sa dormire fino alle dieci, ma anche scrivere un romanzo molto apprezzato. Sa distrarsi su Facebook, ma anche partecipare allo Strega. Tutto a 26 anni. Il suo immaginario, come emerge chiaramente da <em>Stalin + Bianca</em>, tradisce una passione per Beethoven e la poesia, ma anche molte influenze della cultura pop. Ho capito, in poche parole, che Iacopo rappresenta il bello della sua generazione. È la dimostrazione che se è pur vero che c’è un’età per iniziare a viaggiare, per scoprire i sentimenti, per affezionarsi alle letture impegnative, non c’è un’età giusta per fare di tutte queste esperienze, dell’esperienze di un individuo, un documento leggibile. Non c’è un’età giusta e unica per scrivere. E proprio di questo mi preme parlare con lui.</p>
<p><strong>Iacopo, cosa significa per te, esordiente, ventenne, partecipare allo Strega? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Questa candidatura è il coronamento di un lungo e faticoso percorso. Prima del contratto con Tunué, ci sono state alcune case editrici, anche grandi, che hanno rifiutato il mio romanzo. Per carità, non voglio sindacare le loro scelte, ma certo è un&#8217;enorme soddisfazione aver venduto meglio e ottenuto più riscontro critico di quanto faccia il 99% dei loro esordienti. Penso che fosse innanzitutto un problema di età. Spesso, in Italia, la gioventù è vista come una colpa da espiare. Le belle storie,</p>
<p>invece, quelle che dimostrano che in Italia non fa tutto schifo, si scrivono anche dando fiducia ai giovani, non solo rifilandogli la solita manfrina del “si vede che hai talento ma sei ancora acerbo, devi crescere, risentiamoci al prossimo romanzo”. Comunque, ripeto, sono supercontento e non nutro nessun rancore, fa tutto parte del gioco, anche perché questi risultati probabilmente non li avrei ottenuti con una major, che mi avrebbe mandato al massacro e sicuramente avrebbe preferito candidare ai premi importanti qualche autore già famoso piuttosto che un giovane promettente.</p>
<p><strong><em>Stalin + Bianca </em></strong><strong>ha ottenuto un grande successo, sia in termini di pubblico che di critica, senza considerare la recente vendita dei diritti cinematografici e di traduzione all’estero. Hai mai pensato, scrivendo il libro, che sarebbe potuto arrivare a questi risultati o a muoverti ci son sempre state altre intenzioni? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">No, non ci ho mai pensato. O meglio, ci pensavo, ma in modo quasi infantile. Era tutto confinato nella zona dei sogni, come il ragazzino che gira un cortometraggio coi suoi amici e spera, un giorno, di finire al Festival di Cannes. C&#8217;è stato un periodo, infatti, in cui tutta questa risonanza mi frastornava, ma ora ci ho fatto l&#8217;abitudine. Andare in TV a parlare del proprio libro, ad esempio, è sia bellissimo che molto ansiogeno. Ma accettando queste cose, facendole mie, ne ho ricavato grandi soddisfazioni. Poi è chiaro, il fatto che io sia giovane porta la gente a catalogarmi in automatico come un piccolo genio oppure come uno stronzo, come un impostore che ruba spazio a qualcuno con più esperienza di lui. Sono tutte idiozie, bisogna guardare avanti. Bisogna smettere di dividere gli scrittori – come tutti gli artisti – in “giovani” e “vecchi”. Sono categorie umilianti. Gli scrittori, al massimo, vanno divisi in chi ha qualcosa da dire e chi, invece, non ha nulla da dire ma lo fa lo stesso, con risultati talvolta pessimi.</p>
<p><strong>Che opinione hai del Premio Strega? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Prima della candidatura, non ne avevo un&#8217;idea definita. Sapevo quello che si diceva in giro – che vigeva la legge del marketing, che gli editori facevano a gara, eccetera. Forse in passato era così, ma io penso che la candidatura di <em>Stalin + Bianca </em>smentisca almeno in parte tutte queste logiche. La sua candidatura è già un segno di apertura verso l&#8217;editoria indipendente. Con Tunué stiamo creando una realtà importante, di forte qualità letteraria, ma soprattutto stiamo dimostrando che, per fare le cose in grande, non servono per forza i calci nel culo, le intercessioni, il potere economico o le parentele importanti. L&#8217;editoria non è tutta yin o yang, è fatta di sfumature.</p>
<p><strong>Stalin e Bianca, i protagonisti del tuo libro, viaggiano molto: sia nella realtà del libro sia effettuando una vera evoluzione come personaggi. Dovendo metaforizzare la tua candidatura allo Strega, la vedi più come un traguardo o come un punto di partenza che ti spinge a crescere come scrittore? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ogni traguardo, per me, è sempre un punto di partenza. Sono fatto così, non riesco proprio a dormire sugli allori. C&#8217;è un punto, verso l&#8217;inizio del libro, in cui Stalin dice di voler vincere il Festival di Cannes. Anch&#8217;io sono fatto così. Quando mi pongo degli obiettivi, evito accuratamente di pormi dei limiti. L&#8217;ambizione è un incentivo a lavorare duro e a impegnarsi, non ha nulla a che vedere con la presunzione, seppur il confine sia molto sottile. Se non credi in te stesso, d&#8217;altronde, è assai improbabile che gli altri vogliano credere in te.</p>
<p><strong>Tra i vincitori delle passate edizioni dello Strega c’è qualche autore che ami o cui, per ammirazione o spirito di identificazione, ti ispirerai per affrontare la gara? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Se intendiamo i vincitori di qualsiasi edizione, mi piacciono molto Alberto Moravia e Dino Buzzati. Negli ultimi anni ho apprezzato Sandro Veronesi e Tiziano Scarpa, ma anche Niccolò Ammaniti. Per ragioni anagrafiche, invece, mi sento in qualche modo legato a Paolo Giordano. La candidatura allo Strega comporta una certa pressione – gestirla da ventiseienne è ben diverso che gestirla da cinquantenne. A quest&#8217;età, infatti, non si può ancora esser saggi come il maestro Miyagi, ma ci si può permettere una freschezza e un&#8217;incoscienza che dopo, da cinquantenne, risulterebbe ridicola.</p>
<p><strong><em>Stalin + Bianca </em></strong><strong>fa parte della collana di narrativa della Tunué, nuova e piuttosto “sperimentale” nella linea editoriale. Che importanza ha avuto il lavoro svolto dalla tua casa editrice per il successo del libro e, di conseguenza, per la candidatura allo Strega? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">La collana per cui sono uscito è diretta da Vanni Santoni, quindi nella maggior parte dei casi mi sono interfacciato con lui. Gli devo moltissimo, una buona percentuale di ciò che ho ottenuto è stato anche merito suo. Il resto di Tunué, comunque, ha svolto un ruolo fondamentale. Basta pensare alla traduzione del libro in Colombia e alla vendita dei diritti per tutta l&#8217;area di lingua castigliana – che, se non sbaglio, è la seconda lingua più parlata al mondo, quindi è possibilissimo che il romanzo venga tradotto anche in altri Paesi. Si è trattato, com&#8217;è giusto che fosse, di un lavoro di squadra.</p>
<p><strong>Tornando al Premio, ti spaventa di più il confronto con un autore-fantasma come Elena Ferrante o la concorrenza dei grandi gruppi editoriali? Come vivrai la sfida? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Trovo molto divertente la definizione di autore-fantasma che hai affibbiato alla Ferrante. Vorrà dire che per farcela chiameremo i Ghostbusters. A parte gli scherzi, se devo essere sincero, mi spaventano tutti e non mi spaventa nessuno. Il libro ha avuto oltre cento recensioni, su tutte le principali testate, il che significa più rassegna stampa del 90% degli altri concorrenti, e senza nemmeno essere uscito per una</p>
<p style="text-align: justify;">major, il che significa che ha una sua forza. Insomma, credo nel mio libro e sono convinto che possa giocarsela con chiunque. Se un romanzo come questo – pubblicato da un editore indipendente, il cui unico parametro è la qualità dei testi – riuscisse a finire in dozzina, farebbe onore anche allo Strega in sé. Vorrebbe dire che badano a come vanno effettivamente le cose, e non solo alle logiche di potere.</p>
<p><strong>La notizia dello Strega arriva a pochi mesi dalla notizia della vendita dei diritti cinematografici del libro alla <em>Redibis </em>di Daniele Segre e Daniele De Cicco: quale delle due ti ha stupito o emozionato maggiormente? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non so, il mio romanzo è pieno di riferimenti al cinema, quindi in un certo senso strizzava già l&#8217;occhio a quella forma d&#8217;arte. Ho sempre sperato che uno dei miei libri, un giorno, potesse diventare un film, ma non pensavo che sarebbe accaduto con <em>Stalin + Bianca</em>. Per quanto riguarda lo Strega, direi che vale lo stesso discorso.</p>
<p><strong>Oltre alla prossima trasposizione cinematografica, i diritti di <em>Stalin + Bianca, </em>lo ricordiamo, son stati venduti per la traduzione in castigliano alla <em>Rey+Naranjo</em>. Temi di più il pubblico ispanofono, quello delle sale cinematografiche o la giuria dello Strega? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Penso, francamente, che un autore non debba mai e poi mai temere il suo pubblico, qualunque esso sia. Se non ci fosse il pubblico, i nostri lavori sarebbero degli specchi e basta, oppure una forma di masturbazione. Senza i lettori, gli autori sarebbero soltanto dei pazzi che parlano da soli. Questa è una cosa che molto spesso tendiamo a dimenticare. Il pubblico è libero di farsi una sua opinione – positiva o negativa che sia – ma è basilare per l&#8217;esistenza e la diffusione dell&#8217;opera.</p>
<p><strong><em>Stalin + Bianca </em></strong><strong>si caratterizza per l’assenza dei nomi di città, Paesi, e per una contestualizzazione temporale “poco nitida”: questo favorisce l’adattamento della storia su altri media o in altre culture? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Assolutamente sì, o almeno questa era la mia intenzione. Volevo che chiunque, in qualunque forma, potesse riconoscersi nella mia storia. Mi piaceva pensare che il lettore, ma più in generale il fruitore di <em>Stalin + Bianca</em>, potesse avere un ruolo attivo nei confronti dei personaggi, delle ambientazioni, della cronologia degli eventi, eccetera. Non volevo che leggesse la mia storia e basta, con lo stesso spirito con cui si guarda un programma in TV. Volevo che ne fosse parte, che potesse proiettarci sopra il suo vissuto e le sue esperienze. Sapevo fin dall&#8217;inizio che questo tipo di approccio sarebbe stato rischioso. C&#8217;era il pericolo di risultare generici oppure approssimativi. Ad oggi, però, stando ai riscontri che ho avuto, posso dire che l&#8217;esperimento è riuscito.</p>
<p><strong>In altre interviste hai parlato della tua passione per il cinema e dell’intenzione di avviare una carriera da sceneggiatore o regista: lo Strega potrebbe convincerti a continuare nella narrativa o il cinema rimane un obiettivo primario? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Continuerò sempre a scrivere libri, indipendentemente da come e quanto lavorerò nel mondo del cinema. La narrativa – per me, per la mia vita, per il mio equilibrio – è davvero troppo importante. Quando non scrivo sto male, come le piante che appassiscono se non le bagni. È una specie di forza superiore a cui mi aggrappo, sia nel bene che nel male, allo stesso modo con cui i credenti si aggrappano alla fede.</p>
<p><strong>Qual è, in definitiva e secondo la tua opinione personale, il segreto del successo di <em>Stalin + Bianca</em>? Che funzioni come libro – per la trama, lo stile, i personaggi – o perché descrive tensioni molto contemporanee in cui è impossibile non identificarsi? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non saprei, è difficile da stabilire. Thoreau diceva che il vero successo è fare della propria vita ciò che si desidera. Io volevo scrivere questa storia – la storia d&#8217;amore e di viaggio fra due adolescenti con diversi problemi – e l&#8217;ho fatto con un certo trasporto, credendoci fino in fondo. Penso che il lettore abbia apprezzato la mia sincerità. Volevo spiegare cosa significhi essere giovani oggi, nel 2015. Ero stufo di leggere romanzi di formazione scritti da autori in crisi di mezz&#8217;età. È ora che miei coetanei si riapproprino della loro voce, sia collettiva che individuale.</p>
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		<title>Da Costa a Costa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Apr 2013 11:14:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[dario voltolini]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[lorenzo bracco]]></category>
		<category><![CDATA[premio strega]]></category>
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					<description><![CDATA[di Lorenzo Bracco e Dario Voltolini Un medico psicoterapeuta e uno scrittore suo paziente si imbarcano spavaldi su una nave da crociera (viaggio in superofferta!),scrivono un diario comico e con quello si avviano verso il premio Strega. Le pagine sotto sono un estratto del libro pubblicato da Booksprint. L una notte soffrendo d’insonnia si mise [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Lorenzo Bracco</strong> e <strong>Dario Voltolini</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/poster10_2155075i.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/poster10_2155075i-217x300.jpg" alt="poster10_2155075i" width="217" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-45407" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/poster10_2155075i-217x300.jpg 217w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/poster10_2155075i.jpg 449w" sizes="auto, (max-width: 217px) 100vw, 217px" /></a></p>
<p><em>Un medico psicoterapeuta e uno scrittore suo paziente si imbarcano spavaldi su una nave da crociera (viaggio in superofferta!),scrivono un diario comico e con quello si avviano verso il premio Strega. Le pagine sotto sono un estratto del libro pubblicato da Booksprint.</em></p>
<p>L una notte soffrendo d’insonnia si mise a navigare con l’iPad, cosa da non fare se non si è disposti a conoscere l’ignoto. L’iPad è uno strumento strano, incredibile, vuoi vedere una cosa e te ne esce un’altra, come nelle favole in cui, per intervento della bacchetta magica della fata, compare qualcosa dopo uno scintillio.<span id="more-45408"></span><br />
Proprio così, sull’iPad, dopo uno scintillio, d’improvviso, non si sa perché, gli comparve l’offerta delle crociere, a prezzi scontatissimi. Con meno di quattrocento euro era possibile farsi otto giorni, sette notti, da costa a costa, da quella adriatica nientepopodimeno che a quella tirrenica, migliaia di miglia marine, proprio come Ulisse. Incuriosito, L andò sul sito dell’armatore e scoprì essere la nave una struttura di lusso, prevista per soddisfare ogni bisogno, dal gluten free alla palestra, a cui L teneva molto per via di un problema a una gamba di risoluzione impegnativa. La moglie di L, santa donna, in quel periodo doveva lavorare e non poteva assentarsi, per di più patisce il mal di mare, ed entusiasta disse a L “sicuramente ti farà un sacco di bene, ti divagherà e sarà un ottimo modo per te di leccarti le ferite. Perché non vai con D? Anche a lui farebbe bene”.<br />
D è in psicoterapia da L già da un certo tempo e il cammino che hanno compiuto assieme è stato molto, quanto a interesse ed evoluzione.</p>
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		<title>Vita e opere di Enzo Siciliano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giuseppe zucco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 Feb 2013 07:00:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Enzo Siciliano]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe zucco]]></category>
		<category><![CDATA[Gregorio Magini]]></category>
		<category><![CDATA[premi letterari]]></category>
		<category><![CDATA[premio strega]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
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					<description><![CDATA[di Gregorio Magini “La creatività, che orrore.” Enzo Siciliano &#160; Una inquieta mattina bolognese del 1998, Enzo Siciliano, studente in legge di ventisei anni, ricevette una telefonata da Corrado. – Corrado chi? – Augias. Chi altro? – Mi dica. – Niente. Mi sono a complimentare per la vittoria… Finalmente… – Ho vinto qualche cosa? – Ma [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Gregorio Magini</strong></p>
<figure id="attachment_44762" aria-describedby="caption-attachment-44762" style="width: 700px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/premiostrega2011.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-large wp-image-44762" alt="Una fotografia risalente al Premio Strega del 2011" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/premiostrega2011-1024x768.jpg" width="700" height="525" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/premiostrega2011-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/premiostrega2011-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/premiostrega2011-96x72.jpg 96w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/premiostrega2011-38x28.jpg 38w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/premiostrega2011-286x215.jpg 286w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/premiostrega2011-128x96.jpg 128w" sizes="auto, (max-width: 700px) 100vw, 700px" /></a><figcaption id="caption-attachment-44762" class="wp-caption-text">Una fotografia risalente al Premio Strega del 2011</figcaption></figure>
<p align="right">“La creatività, che orrore.”<br />
<i>Enzo Siciliano</i></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Una inquieta mattina bolognese del 1998, Enzo Siciliano, studente in legge di ventisei anni, ricevette una telefonata da Corrado.<br />
– Corrado chi?<br />
– Augias. Chi altro?<br />
– Mi dica.<br />
– Niente. Mi sono a complimentare per la vittoria… Finalmente…<br />
– Ho vinto qualche cosa?<br />
– Ma Enzo. Il Premio Strega. Mi prendi per i fondelli come al solito. Guido mi ha detto che stamane ha parlato con te. Che eri contento nonostante tutto.<br />
La conversazione finì in fretta nell’imbarazzo. Enzo chiese consiglio agli amici. Lo scambio di omonimi fu l’interpretazione prevalente: una segretaria che cerca sull’elenco telefonico della città sbagliata. Corrado Augias, era proprio quel Corrado Augias, ma Enzo Siciliano era un altro: uno scrittore di cui nessuno aveva letto niente, ma qualcuno ricordava di aver visto in tv. Gli dissero: peccato che non eri tu.<br />
Enzo, a ogni buon conto, telefonò alla segreteria del Premio.<br />
– Buongiorno Strega Alberti dal 1860. Cosa posso fare lei?<br />
– Buongiorno. Chiamo da Monza. Vorrei un’informazione.<br />
– Mi dica.<br />
– Chi ha vinto il Premio quest’anno?<br />
– Ancora nessuno. La votazione avrà luogo domani.<br />
– Andiamo. Faccia un’eccezione per me. È per una scommessa.<br />
– Mi dispiace signor…?<br />
– Siciliano.<br />
– Signor Siciliano. Anche volendo non saprei dirle il vincitore, perché io stessa non lo so.<br />
Nella voce della segretaria, sicuramente giovane, vibrava un’ilarità trattenuta o forse, addirittura, un istinto di simpatia. Quella sera, sottolineando passi del Codice Civile, si perse più volte immaginando l’aspetto della ragazza. Ora bionda, con i capelli riccioli come fusilli, piccole occhiaie che accentuavano la scaltrezza dello sguardo; ora bruna, i capelli lisci e lunghi fino a sfiorare l’osso sacro, ma gli occhi identici, stesse occhiaie, altrettanta malizia.<br />
Telefonò a sua madre.<br />
– Dormivi?<br />
– Sì. Guardavo la tv.<br />
– Che fanno?<br />
– Pubblicità.<br />
– Mamma. Mi fai un favore? C’è un raccoglitore verde nella libreria in camera mia. Sulla costola c’è scritto “1992”. Me lo spedisci? Non lo aprire.<br />
Il giorno dopo si svegliò smarrito. Aveva fatto un sogno: la segretaria, che era una ragazzina con i capelli bianchi e il seno enorme, lo prendeva per mano e lo portava davanti alla porta della legge di Kafka, ma il guardiano non c’era e la porta era murata. Davanti al muro c’era la tomba dell’uomo di campagna e sulla stele che la segretaria gli indicava c’era scritto: “Lo hanno giustiziato perché non ha atteso il segnale acustico”.<br />
Il significato della porta chiusa era limpido e profondo come un lago glaciale: non sarebbe mai riuscito a diventare avvocato, non per incapacità né per apatia, ma perché nessuno aveva bisogno del Dottor Siciliano, avvocato. Il mondo non poteva consentire a un avvocato in eccedenza. La porta era chiusa. L’epitaffio voleva dire che aveva perso l’unica occasione della sua vita.<br />
Non aveva lezione. Salì direttamente in biblioteca, dove trovò il suo amico Carmelo Buccella che leggeva tre libri in parallelo e si mangiava le unghie. Lo trascinò fuori.<br />
– Cosa c’è.<br />
– Voglio fare lo scrittore.<br />
– Ottimo.<br />
– Non hai capito. Voglio fare lo scrittore. Non l’avvocato. Non il magistrato. Lo scrittore.<br />
– Perfetto. Scrivi.<br />
– Da pischello scrissi dei racconti. Poi smisi.<br />
– Perché?<br />
– Non lo so. Forse mi è solo passato di mente. Ci ripenso ora dopo tanto anni.<br />
– Per via del Premio.<br />
– Dici poco! Tu cosa faresti se ti dicessero che Carmelo Buccella ha vinto il Premio Strega?<br />
– <i>Non datur. </i>Carmelo Buccella non può vincere il Premio. Carmelo Buccella è un nome che non vince premi.<br />
– Men che meno il mio. Enzo Siciliano è già preso. Devo trovare uno pseudonimo.<br />
Tornò a casa, cucinò con cura una frittata agli asparagi. Il vincitore doveva essere già uscito. Ma non poteva saper niente, non aveva la tv né la radio, toccava aspettare l’indomani. Fu tentato di chiamare la segretaria, giusto per sentire la sua voce, ma non ebbe il coraggio. Studiò in po’, poi si rese conto che non era più necessario e giocò ad <i>Age of Empires</i> fino a notte fonda.<br />
Mattino. Corse in edicola ed eccolo su Repubblica: Siciliano, vittoria scontata. Un articolo astioso, pieno di frecciate, dirette a chi, e per quale motivo, sfuggiva. Un passo lo colpì: “Fra i tavoli scivolavano tartine d’annata e vino bianco a temperatura ambiente, mentre la Bonaccorti prendeva a battibeccare con la Ripa di Meana alla quale citava un brano di Eliot invocando un parere. Ma neanche per idea, replicava la scrittrice, non si può fare a pezzetti il poeta inglese.” Me ne terrò  fuori, pensò, devo solo scrivere.<br />
Scrisse, ma presto si accorse che il problema non era scrivere: in capo a una settimana, aveva già riempito il desktop di documenti e numerosi altri persi in sottocartelle. Il problema era che fare di quello che scriveva. Darlo in lettura agli amici, a sua madre, poi? Chiese a Carmelo.<br />
– Prova <i>coram populo</i>: nei centri sociali.<br />
– Haha. Simpatico.<br />
– In alternativa, buttati su un newsgroup.<br />
– Cos’è?<br />
– Internet.<br />
– E chi ci trovo?<br />
– Chi ci trovi. Tutti. Gente.<br />
Comprò un modem e si abbonò a Internet. Esplorò i newsgroup ma, intimidito dalle gare di insulti tra estimatori e detrattori di Baricco, non mandò niente.<br />
C’era inoltre, non secondario, il problema dello pseudonimo. Non era giusto che lo si obbligasse a nascondersi. Il suo nome era il suo nome e, lo scopriva solo ora, ci teneva quanto ai suoi capelli. Per fortuna, poteva rinviare la scelta fino al momento della pubblicazione, ovvero <i>sine die, </i>e così fece.<br />
Finì il suo primo racconto. Carmelo commentò:<br />
– Non c’è male. Molto alla Céline. Un po’ meno cinico e un po’ più ironico di Céline. E meno bravo, va da sé.<br />
– Céline? E chi è?<br />
– Louis-Ferdinand Céline, medico dei poveri e antisemita. <i>Viaggio al termine della notte</i>. Capolavoro.<br />
– Mai sentito nominare.<br />
– Scrivi tale e quale a lui.<br />
Si aprì con questo smacco il fronte problematico degli altri libri. Nella sua vita, di sua iniziativa, ne aveva letti pochi. Provò a ricordare. <i>Il processo</i> e i racconti di Kafka, quando si era iscritto a Giurisprudenza, perché aveva immaginato che fosse utile. Degli obbligatori del Liceo aveva apprezzato <i>Uno nessuno centomila</i>. Poco altro. I libri erano stati solo compiti, si trattasse del sussidiario, del Codice o dei romanzi che imponeva suo padre, una mano in tasca, l’altra sui baffi, dicendo:<br />
– Chi non legge è un cretino o un figlio di maiala.<br />
Iniziò da T. S. Eliot, <i>And on the king my father’s death before him</i>, e quelle zoccole a far le pose, e quel giornalista, frocio di sicuro, a ironizzare quando si doveva solo sparare. Ma non voleva poesie, voleva romanzi. Prese Céline, si annoiò, lo finì per dovere e il giorno dopo ripassò a mente il libro, non ricordava niente. Provò con Dostoevskij ma non riusciva a ricordare i nomi dei personaggi e ne estraeva solo angoscia. Si volse allora a Calvino, il libraio gli consigliò <i>Marcovaldo</i>, ne lesse dieci pagine e gli parve una pura idiozia. Col <i>Il giovane Holden</i> e <i>Il ritratto di Dorian Gray </i>andò meglio.<br />
Arrivò il pacco con il raccoglitore verde e le ultime cose che aveva scritto prima di dimenticarsi di scrivere. Se ne era così scordato che era come se le avesse scritte qualcun altro. Le rilesse con curiosità: un’occasione rara e grata di guardarsi con occhio obiettivo. Ma scoprì che quasi tutti i suoi scritti erano così noiosi che poteva solo sperare di essere una persona molto diversa da allora. Erano infestati di giovanotti senz’arte né parte che si guardavano le scarpe, riflettevano sulla morte di Dio e poi morivano o si sposavano con una donna crudele che si chiamava sempre Vittoria. (Non ricordava di essere mai stato ossessionato da una femmina crudele). I rari accenni di narrazione erano strozzati da un tono lamentoso e pedante, poi gettati ad affogare in pletore di descrizioni sovrabbondanti di salotti, scrivanie e interni di automobile. Le descrizioni, in sé per sé, non erano male. L’unico che non era del tutto da buttare, infatti, a parte un paio in cui aveva abbozzato la vena céliniana che ora riscopriva, era uno in cui tutti i personaggi uscivano da una stanza, la stanza era descritta con fredda ossessione per dieci pagine, poi i personaggi rientravano ridendo e il racconto finiva.<br />
Rispedì a casa il raccoglitore verde e andò in libreria per comprare cento libri, uno per autore. La selezione, in parte istintiva, in parte per sentito dire, impiegò tre giorni e la spesa fu di 900 mila lire.<br />
Si mise a leggere. Dopo sei mesi, sua madre iniziò a chiedere:<br />
– Quand’è il tuo prossimo esame?<br />
– Il mese prossimo.<br />
Una mattina del nono mese, era già primavera, finì il centesimo libro, Vittorini, <i>Conversazioni in Sicilia</i> (aveva proceduto in ordine alfabetico, ma si era dovuto rinunciare alla W e seguenti perché con Vittorini aveva finito i soldi). Nel mentre, aveva pure avuto cura di aggiornarsi sulla “contemporaneità” nelle pagine culturali dei giornali, dove si parlava di cose come la maturità di Umberto Eco, la freschezza giovane dei cannibali, il mistero di Luther Blissett, il cinismo simpatico di Stefano Benni e, fuori dal coro, Pontiggia… Tutte cose che per qualche motivo lo disgustavano automaticamente, anche se non ne sapeva nulla. Apprestò due nuovi piani di lettura: i “contemporanei”, per l’appunto, e la critica letteraria, ma l’idea di passare altri due anni a studiare era insopportabile e li accantonò.<br />
Nel corso dell’anno, aveva impostato rapporti epistolari, con una procedura semplice: quando apprendeva l’esistenza di un attore della scena letteraria, scriveva una lettera o un’email in cui faceva domande a caso. Gli scrittori di fama non rispondevano, ma gli altri sì, lusingati dalle sue attenzioni, ma timorosi che volesse presentar loro un manoscritto in lettura, si presentavano innanzi tutto come indaffaratissimi. Enzo rispondeva con nuove domande, più specifiche e ancora più a caso.<br />
Nel frattempo la sua vita sociale si era desertificata. I compagni di corso si erano dissolti. Restava Carmelo, ma non poteva tollerare la sua superiorità intellettuale più di una volta a settimana. Bologna era un carnaio incomprensibile che preferiva ignorare.<br />
Decise di andare in ritiro. Affittò una casetta di pietra sull’Appennino emiliano, intaccata su una costa ripida di castagni. Più che una valle, tanto era stretta, pareva una montagna con davanti uno specchio. Ogni mattina usciva sul sentiero di pietre, svoltava dietro, si arrampicava tra ciuffi d’erba scivolosi e veniva a un rialzo sporgente, da dove si vedeva tutto intorno. Pensava: “<i>In the mountains, there you feel free</i>”. Cercava un segno di civiltà: la riga di una strada a tagliare il bosco, un’antenna, ma non c’era. Tornava sotto e si metteva a scrivere. A pranzo mangiava pane e prosciutto e ciliegie che gli portava la padrona di casa, che abitava col marito anzianissimo in una delle altre quattro case del villaggio, e aveva preso Enzo a benvolere, forse perché era giovane o forse solo perché prendeva a benvolere tutti gli inquilini. A sera scendeva al mulino, dove c’era un ristorante. Mangiava tortelli e bistecche, poi tornava su. Scriveva un’altra ora, si affacciava alla finestra ascoltando i richiami delle civette e i fruscii impacciati degli istrici, poi andava a dormire.<br />
Dopo tre mesi tornò in città con un romanzo. Era la storia di uno studente di legge fascista che decide di fare vita da barbone per capire se la feccia della società merita o no la condizione in cui si trova. Dopo esperienze contraddittorie, lo studente decide che tutti meritano i peggiori soprusi e rovesci della sorte. Quella notte, si addormenta ubriaco in un canile ed è sbranato dagli animali.<br />
Carmelo, che nel frattempo si era laureato con lode, menzione d’onore e complimenti personali del Rettore, disse che era buono ma era troppo breve e ci doveva lavorare. Enzo lo rilesse, selezionò i capitoli peggiori e li riscrisse, ma non aggiunse niente perché non aveva idea di cosa aggiungere. Carmelo disse che era meglio ma ci doveva lavorare ancora. Enzo lo rilesse e pensò che che non era in grado di migliorarlo.<br />
– Scrivilo da capo, – disse Carmelo.<br />
– Non ne ho voglia.<br />
– Se ti risparmi non arrivi da nessuna parte.<br />
– Perché, dove dovrei arrivare?<br />
– Dipende. Di certo, se ti risparmi non arrivi né da una parte né dall’altra.<br />
– Dipende da cosa?<br />
– Da dove vuoi arrivare. Se vuoi diventare famoso o scrivere libri belli.<br />
– Non mi interessa diventare famoso.<br />
– E allora riscrivi da capo il libro.<br />
– Farei prima a scriverne un altro.<br />
– Allora perché hai perso tempo a scrivere questo?<br />
– Cosa ne so? È tutto a caso. Come facevo a sapere quale sarebbe stato il risultato?<br />
– Cosa c’entra il risultato. Se hai scritto questo è perché volevi scrivere questo e non un altro.<br />
– Quello che dici non ha senso.<br />
Carmelo si spazzò la camicia con la mano e impostò un sorrisone così forzato da sembrare genuino.<br />
Enzo decise di non rileggere mai più il suo primo romanzo e dedicò il suo tempo a scritture passeggere, a sogni a occhi aperti e agli alcolici. Infatti i soldi che sua madre gli passava erano più che sufficienti per coprire il necessario. Con quelli che avanzavano pagava la birra e il vino che beveva la sera nel bar dove andava a scrivere con il suo quaderno. Imparò che stando in un angolo di bar con un quaderno la gente, fatto inusitato, lo trovava interessante. Quando seppe che era uno scrittore, il padrone iniziò pure a fargli gli sconti. Il via vai di uomini e donne gli insegnò molto di ciò che non aveva imparato prima e si trovò a desiderare ciò che adesso poteva immaginare e non aveva mai sperimentato.<br />
Questo interferiva con la letteratura. Il quaderno si riempì di frammenti senza capo né coda, spesso scriveva così ubriaco che il giorno dopo non li poteva decifrare. Il suo nuovo interesse per gli altri si concentrò su una Giulia molto bassa, che fumava sempre in un angolo di strada fuori dal bar, e tanto sfacciata con lui quanto era timida con gli altri. Carmelo non poteva aiutarlo né capirlo, le donne erano uno dei pochi interessi che non aveva. Trascurando il dottorato, aveva lasciato Bologna per insediarsi nello studio notarile del nonno a Teramo, ma soprattutto era stato eletto consigliere comunale nella lista del CDU al suo paese, ed era il consigliere più giovane di tutto l’Abruzzo. Non faceva mistero dell’opportunismo del suo impegno politico e confessava privatamente che era solo funzionale a una carriera accademica.<br />
Enzo cambiò modi e oggetti del pensiero, in una maniera disordinata che tuttavia sperava seguisse una segreta coerenza, tesa alla formazione di una mentalità da scrittore. Aveva letto in una nota all’<i>Ulisse</i> di Joyce che l’abitudine di Stephen Dedalus di ripetere fra sé quello che gli accadeva per fissarlo nella memoria, cercando insieme di trasformare le persone interessanti in personaggi e i fatti in storie, era un atteggiamento da scrittore, e la stessa cosa capitava a lui.<br />
Prima, la maggior parte del tempo ripassava mentalmente gli studi del giorno, oppure cercava di indovinare che ore erano, quanto mancava all’ora di cena, tra quante ore doveva mettere la sveglia. Adesso se guardava l’orologio non riusciva più a leggerlo, ma pensava alla storia dell’uomo che pensava solo al tempo, a misurare il tempo, a distanziare e frammentare e organizzare il tempo, e facendone un personaggio non era più lui e smise di portare l’orologio. Poi gli venne in mente che poteva benissimo inventare la storia dello scrittore che trasformava tutto in storie, e che se lui era così era solo un personaggio di se stesso, un’invenzione, e che se mai gli fosse venuto in mente di scrivere la sua autobiografia sarebbe stata la storia dell’uomo che non era più niente.<br />
Incapace di trovare uno pseudonimo, spedì il romanzo al Premio Calvino, a firma “Enzo Siciliano (pseudonimo)”. Sei mesi dopo, quando la lista dei finalisti era già uscita da tempo e lui non ne faceva parte, ricevette la scheda di lettura a firma Il Comitato di Lettura:</p>
<p>«Giudizio. Ho affrontato con interesse la lettura del suo romanzo, breve ma denso di umanità e a tratti percorso da una vena di ironia amara e cinica, reminiscente di certe prove céliniane. Tuttavia, la narrazione presto si perde nelle secche di un postmodernismo decadente asfittico e sconfortevole, il cui esito poetico non può che corrispondere al fallimento umano del protagonista, laddove la mimesi si risolve nell’adesione acritica alla crisi, incistandovisi. Da dove veniamo dove andiamo cosa stiamo a fare qui: siamo sempre allo stesso punto e francamente è “pressoché” impossibile per il lettore lasciarsi coinvolgere. Ogni tanto emerge una buona capacità di giocare con le parole e il linguaggio, sebbene ohimè al servizio di una tesi vivaddio fallace, o talora spaziando su territori francamente incomprensibili, viranti sul nonsenso demenziale, o sullo “splatter”. Le consiglio, per il futuro, un sano bagno di realismo e le porgo i miei più sinceri auguri eccetera.»</p>
<p>Enzo riconobbe le ragioni del Comitato e giurò che un giorno avrebbe scoperto il nome del giudice e avrebbe messo la sua lettera in un libro. Decine e centinaia di migliaia di lettori lo avrebbero conosciuto come un intellettualucolo ottuso e rancoroso che non sapeva far di meglio per consolarsi dei fallimenti suoi e della sua generazione che scoraggiare giovani capaci e volenterosi incolpandoli dei mali di una condizione che avevano solo ereditato e con sofferenza tentavano di raccontare, testardamente sperando che potesse servire a migliorare di una frazione la propria vita, e quella di tutti, eccetera.<br />
Ma il consiglio del bagno di sano realismo gli parve buono, nonostante l’errore di posizione dell’aggettivo. Decise di rompere gli indugi e prendersi una donna. Si ubriacò, andò da Giulia che fumava nell’angolo di strada e non disse niente per cinque minuti. Immaginò una storia d’amore tra due persone che non si rivolgevano mai la parola. Poi disse:<br />
– Ti va se andiamo a casa?<br />
Quella notte aggiunse:<br />
– Pensa se andava a finire così: “Giulia tirò una spinta a Enzo e se ne andò”.<br />
Giulia soffiò il fumo, come sempre, come se si liberasse di un fastidio interiore, poi rispose.<br />
Fu un bagno di realismo, sano, ma breve: dopo tre mesi Enzo si accorse che tornava a vivere nel solito mondo indefinito e sognante di sempre, e Giulia era solo un nuovo muro di confine, della stessa materia di sua madre, degli esami e dei libri. Considerò l’idea di rompere con lei, con due argomenti a favore: sarebbe stato un gesto di sincerità verso se stesso e di onestà nei confronti della ragazza, che con tutti i suoi sbuffi di fumo sembrava del tutto all’oscuro dei suoi sentimenti, o forse del tutto priva di interesse verso di essi; e per compiere una specie di ritirata strategica dalla realtà, permettendole di asserragliarsi in una roccaforte di buon senso nel suo animo e così limitare il potere dell’assurdità che ormai vi regnava senza contrappeso. Ma gli venne il sospetto e poi la paura che allontanare una donna perché lo faceva sentire troppo strano lo avrebbe portato a valicare il confine tra la semplice stranezza e la demenza. Perciò non ne fece nulla e visse nell’angoscia, sentendosi allo stesso tempo ipocrita e in lotta contro la pazzia, finché non venne il Capodanno tra il 2000 e il 2001. Alle cinque del mattino scoppiò in lacrime e disse a Giulia che non l’aveva mai amata e l’aveva presa solo perché il Comitato gli aveva suggerito un sano bagno di realismo e aveva pensato che prendere una donna fosse il gesto più realistico che aveva a disposizione, ma si era sbagliato e aveva mancato il punto, perché aveva voluto spostare l’aggettivo per intendere a suo comodo, ma ora capiva che il realismo non era affatto sano, anzi era una pazzia e una depravazione, una corsa di cavalli morti, e l’unica cosa sana era il bagno, tuffarsi in acqua, rinfrescarsi e pulirsi e uscire, asciugarsi e andare per la propria strada.<br />
Giulia si accese una sigaretta e se ne andò. Nel pomeriggio del primo di gennaio, al risveglio, Enzo trovò sul cellulare che Giulia gli aveva comprato per Natale il primo sms della sua vita. C’era scritto:<br />
“Me ne fotto di te e delle tue seghe mentali sei solo una merda.”<br />
Come a suo tempo quelle del Comitato, Enzo riconobbe le ragioni di Giulia e non insistette per spiegarsi ulteriormente, ben contento, al di là del dolore e della vergogna, di cavarsela così a buon mercato e potersi dedicare a capire cosa ne sarebbe stato di lui.<br />
Dapprima non cambiò niente: solo, al posto della presenza di Giulia nella sua vita c’era l’assenza di Giulia dalla sua vita, ma erano più o meno la stessa cosa. Dopo un mese l’assenza di Giulia divenne l’assenza di chiunque. “Mi manca chiunque” era una frase di David Foster Wallace (credendo che il cognome fosse “Foster Wallace”, aveva letto i suoi libri alla F), o Joseph Heller, non ricordava. Comunque fosse, anche questa era più o meno la stessa cosa.<br />
La cosa che cambiò fu che si rimise a leggere a scrivere e, secondo il suo desiderio, lesse da allora quello che gli capitava, senza piani prestabiliti, e scrisse una serie di racconti fantastici, con fantasmi, mostri e aporie spaziotemporali.<br />
In sei mesi scrisse quindici racconti. Siccome non aveva mai smesso di mandare email pretestuose agli addetti al settore, come erano stati ribattezzati i letterati del nuovo millennio, ed era ormai in buoni rapporti con alcuni di essi, trovò modo di far pubblicare i racconti man mano che li completava, su riviste Web e cartacee dotate di un certo prestigio fra, appunto, gli addetti al settore. Non faceva alcuna distinzione tra i diversi indirizzi culturali, che del resto gli sembravano anch’essi del tutto pretestuosi, ma non mancò di notare che le pubblicazioni si dividevano in tre grandi categorie: i discepoli di Foucault, gli orfani di Pessoa e gli zombi del Situazionismo. Questi ultimi si distinguevano per l’orgoglio con cui proclamavano la loro condizione “underground” ed erano quelli che gli stavano più simpatici, perché erano i meno invidiosi delle cattedre di insegnamento che non avevano. Anche se, doveva riconoscere, i foucaultiani, pessimi prosatori, erano molto più solidi dal punto di vista teoretico e i pessoani, tonti come pecore, dal punto di vista poetico. Comunque, tutti pubblicavano con apparente piacere i suoi racconti, anche se poi nessuno si prendeva la briga di commentarli, né in critica né in lode.<br />
Finché un giorno di giugno non apparve un commento in calce un ultimo racconto che aveva pubblicato qualche mese prima sul portale “Mostro Online”:<br />
“Spezzamerda ha detto: Ti conosco pustolina sei quel coglione che spara cazzate sul nostro forum sono contento che non ti vergogni di mettere il tuo nome da terrone sotto le tue narrazioni vomitevoli, così tutti sapranno per sempre che fai schifo come scrittore e come uomo scrivi malissimo nasconditi perché non ti vai a seppellire?”<br />
Enzo rispose:<br />
“Ciao Spezzamerda, credo che hai sbagliato persona perché non so di cosa parli, dato che non frequento alcun forum. Inoltre, Enzo Siciliano è uno pseudonimo. Cordiali saluti Enzo Siciliano.”<br />
Mezz’ora dopo:<br />
“Continua pure a fare il finto tonto sfigato tanto tra poco tu e tutti i tuoi amichetti di Indymedia froci zecche comuniste farete la fine che meritate a Genova ve lo rompiamo nel culo e poi vi facciamo a pezzi viva il Duce viva il Nero Cavaliere.”<br />
Ne fu così agitato che telefonò a sua madre.<br />
– Mamma cosa c’è a Genova?<br />
– L’acquario. E i genovesi.<br />
– Mamma non ho voglia di scherzare.<br />
– E io sì, uno pari. Non li leggi più i giornali?<br />
– Ho smesso. Motivi professionali.<br />
– E poi chiami tua madre per farti la rassegna stampa. A proposito, hai ricevuto il vaglia?<br />
– Sì. Grazie mamma.<br />
– Di niente. Dimmelo sempre se hai bisogno di soldi.<br />
– Sì mamma.<br />
– Per me è un piacere aiutarti quando ne hai bisogno.<br />
– Sì mamma. Grazie.<br />
– Quando hai l’esame?<br />
– A settembre, credo. Mamma, cosa c’è a Genova.<br />
– Il G8. I Capi dei Governi degli stati più importanti del mondo, non mi chiedere quali sono, si riuniranno per tre giorni a Genova con ordine del giorno: non ne ho idea. È prevista una manifestazione di protesta di grandi dimensioni. In conseguenza di ciò l’accesso al centro di Genova verrà chiuso con barriere e blindati e gli accessi protetti da migliaia di agenti delle forze dell’ordine.<br />
– Migliaia. Perché?<br />
– Perché si temono disordini.<br />
– Si temono? Chi teme?<br />
– I Governi. Noi. Tutti. C’è un timore diffuso di disordini. I manifestanti annunciano battaglia.<br />
– Quali manifestanti? Perché?<br />
– Ah non lo so. Io sono vecchia e tu sei giovane, lo saprai meglio tu. Piuttosto. Lo sai che settimana scorsa era l’anniversario della morte di tuo padre?<br />
– No. Me ne sono dimenticato. Perché non me l’hai detto?<br />
– Me ne sono dimenticata.<br />
– Quanti anni sono?<br />
– Ventuno.<br />
– Tanti anni.<br />
– No. Pochi.<br />
Comprò una tv. Il giorno del G8 si mise sul divano e seguì gli eventi, dai primi scontri all’omicidio di Giuliani a Bruno Vespa alla spedizione della Diaz. Allora è vero, si disse, il Nero Cavaliere l’aveva con lui e con quelli come lui e spingeva tutti i neutrali dall’una o dall’altra parte. E i suoi nemici venivano sottomessi ed entravano in clandestinità, per decenni, forse per tutta la vita. Questo era eccitante, gli faceva piacere sentirsi dalla parte di qualcuno, anche se non sapeva di chi, né perché, e per la violenza incomprensibile di qualcun altro. Restava qualcosa però, un significato oscuro che bussava dietro la filigrana delle immagini grottesche e orribili della tv, che Enzo sentiva ma non riusciva a inquadrare, che lo gettava nella vertigine di uno spazio bianco senza confini, una bolla di saliva lattea nella bocca senza denti di un neonato urlante, finché due mesi più tardi con la distruzione delle Twin Towers tutto fu chiaro: il fantastico era un inganno del pensiero e tutto era possibile; la realtà era assai più vasta dell’immaginazione e procedeva da regole sconosciute, oggetto dimenticato della saggezza, mentre gli uomini generazione dopo generazione si assoggettavano alla sua parodia, il desiderio, alle sue leggi meschine, ai suoi traguardi insignificanti.<br />
Enzo abbandonò Bologna per tornare a vivere con sua madre a Monza. Vi rimase dieci anni e in questo tempo non vide nessuno e lesse più di mille libri e scrisse un libro di mille pagine.<br />
Quando ebbe completato la sua opera, prese un treno per Roma e là si impegnò perché qualcuno la leggesse e la pubblicasse. Trovò che gli addetti al settore erano rimasti gli stessi ed erano ancora ben disposti nei suoi confronti. Pochi mesi dopo concluse un contratto per la pubblicazione dell’opera con un editore di medie dimensioni, rispettato dalla comunità, senza anticipo ma con mille e cinquecento copie di tiratura per il primo volume e cinquecento per il secondo, un ottimo affare sotto tutti gli aspetti.<br />
Nell’aprile del 2012 Enzo si presentò alla Fiera del Libro di Torino per firmare qualche copia. Vagò per gli stand senza darsi pensiero di niente, finché non venne a quello della massoneria, dove ricordò che si era ripromesso di leggere un libro di Crowley e pensò che poteva comprarlo lì. La donna dietro il banco aveva un rossetto rosso ed era piena di sorrisi.<br />
– Se vuole abbiamo anche <i>Moonchild</i>.<br />
Nella sua voce una vibrazione di ilarità trattenuta e una nota di stanchezza.<br />
– Tu sei quella ragazza che rispondeva al telefono della segreteria del Premio Strega Alberti quindici anni fa.<br />
– Ci conosciamo?<br />
– Sì. Il mio vero nome è Enzo Siciliano e sei la donna più importante della mia vita.<br />
– Sono sposata.<br />
Apparve Carmelo con le braccia aperte e le strinse intorno a Enzo, un uomo in Armani, un sorriso lucidato dalle alogene, un sigaro spento in mano, niente capelli.<br />
– Ti presenterei mia moglie ma non mi ricordo come si chiama. Ah, devi venire stasera alla festa. Sono un lettore della domenica e ti posso presentare qualcun altro così vediamo di dare una spintarella al tuo scartafaccio. Senza illusioni, chiaro. Io stesso, per la mia anima, non sono riuscito a leggere più di trenta pagine. Un capolavoro assoluto.<br />
Il romanzo di Enzo narra in dettaglio minuzioso la vita e le opere del filosofo George Camilleri, nato nel 1970 in una comune del messinese da madre francese e padre siciliano. Nel corso dell’immensa opera, si alternano alle parti più propriamente biografiche esposizioni della filosofia di Camilleri (un tentativo di neoumanesimo egalitario e libertario, percorso tuttavia da una profonda sfiducia nelle possibilità morali dell’uomo, e accompagnato da un inquietante apprezzamento per il ruolo rigeneratore della violenza, che culmina nel concetto di “civiltà del massacro”; memorabili le pagine dedicate alla distinzione tra massacro, strage, ecatombe e sterminio). Oltre a queste, il romanzo presenta numerose digressioni storiche, sociologiche e di altro genere su periodi e temi che incrociano l’esistenza di Camilleri. La vita del filosofo, relativamente priva di eventi, è raccontata con scrupoloso dettaglio: da una gioventù nevrotica e reclusiva, all’amore di una vita per la famosa attrice americana Victoria Fair, non corrisposto, ai difficili rapporti con il padre culminanti nella morte di questi per infarto dopo un litigio, all’entusiasmo per la filosofia in seguito alla lettura di Kierkegaard, alle ossessioni riguardo al tempo e alla durata della vita, all’attività di insegnamento a Bologna, parallela a un’oscura ma copiosa produzione saggistica e letteraria.<br />
Questa incompletissima rassegna non può rendere giustizia della profondità e caleidoscopica ricchezza del resoconto, che pur rimanendo compatto affronta con vigore una quantità di questioni che ha pochi eguali nella storia della letteratura mondiale. Il romanzo termina nel 2012 con l’apparente suicidio del protagonista.</p>
<p>[Questo racconto uscirà a marzo nell&#8217;antologia <i>Selezione naturale. Storie di premi letterari</i> edita da Effequ edizioni a cura di Gabriele Merlini]</p>
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		<title>Una stroncatura in giudizio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Sep 2012 07:30:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[critica letteraria]]></category>
		<category><![CDATA[Facebook]]></category>
		<category><![CDATA[Gianrico Carofiglio]]></category>
		<category><![CDATA[premio strega]]></category>
		<category><![CDATA[stroncature]]></category>
		<category><![CDATA[Vincenzo Ostuni]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Nei giorni scorsi Gianrico Carofiglio ha citato in giudizio Vincenzo Ostuni, poeta ed editor della casa editrice Ponte alle Grazie, per aver affermato sulla propria pagina facebook all’indomani del Premio Strega dello scorso luglio che il suo ultimo romanzo, <em>Il silenzio dell’onda</em>, sarebbe «un libro letterariamente inesistente, scritto con i piedi da uno scribacchino mestierante, senza un’idea, senza un’ombra di ‘responsabilità dello stile’, per dirla con Barthes».<span id="more-43626"></span>Le storie letterarie sono piene di stroncature assai più feroci, eppure questa è in assoluto la prima volta che uno scrittore italiano ricorre alla magistratura contro un collega per far sanzionare dalla legge un giudizio critico sfavorevole. Non è necessario condividere il parere di Ostuni per rendersi conto che la decisione di Carofiglio costituisce in questo senso un precedente potenzialmente pericoloso. Se dovesse passare il principio in base al quale si può essere condannati per un’opinione – per quanto severa – <em>sulla produzione intellettuale</em> di un romanziere, di un artista o di un regista, non soltanto verrebbe meno la libertà di espressione garantita dalla Costituzione, ma si ucciderebbe all’istante la possibilità stessa di un dibattito culturale degno di questo nome.</p>
<p>La decisione di Carofiglio è grave perché, anche a prescindere dalle possibilità di successo della causa, la sua azione legale palesa un intento intimidatorio verso tutti coloro che si occupano di letteratura nel nostro paese. Ed è tanto più grave che essa giunga da un magistrato e parlamentare della Repubblica. Per questi motivi offriamo la nostra solidarietà a Vincenzo Ostuni e ci diamo appuntamento mercoledì prossimo alle ore 11 davanti al commissariato di Piazza del Collegio Romano – il commissariato di don Ciccio Ingravallo in <em>Quer pasticciaccio brutto de via Merulana</em> di Carlo Emilio Gadda – per pronunciare pubblicamente la frase incriminata di Ostuni e rivendicare il diritto alla libertà di parola e di critica. E invitiamo scrittori, intellettuali e cittadini a iniziative analoghe.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Fulvio Abbate</p>
<p>Maria Pia Ammirati</p>
<p>Luca Archibugi</p>
<p>Vincenzo Arsillo</p>
<p>Nanni Balestrini</p>
<p>Marco Belpoliti</p>
<p>Maria Grazia Calandrone</p>
<p>Rossana Campo</p>
<p>Andrea Libero Carbone</p>
<p>Maria Teresa Carbone</p>
<p>Roberto Ciccarelli</p>
<p>Franco Cordelli</p>
<p>Andrea Cortellessa</p>
<p>Michele Dantini</p>
<p>Cristiano De Majo</p>
<p>Matteo Di Gesù</p>
<p>Francesca Fiorletta</p>
<p>Stefano Gallerani</p>
<p>Sergio Garufi</p>
<p>Giovanni Greco</p>
<p>Andrea Inglese</p>
<p>Tiziana Lo Porto</p>
<p>Valerio Magrelli</p>
<p>Massimiliano Manganelli</p>
<p>Carlo Mazza Galanti</p>
<p>Giordano Meacci</p>
<p>Matteo Nucci</p>
<p>Tommaso Ottonieri</p>
<p>Francesco Pacifico</p>
<p>Francesco Pecoraro</p>
<p>Gabriele Pedullà</p>
<p>Tommaso Pincio</p>
<p>Christian Raimo</p>
<p>Daniela Ranieri</p>
<p>Francesco Raparelli</p>
<p>Raissa Raskina</p>
<p>Luca Ricci</p>
<p>Luigi Scaffidi</p>
<p>Fabio Stassi</p>
<p>Carola Susani</p>
<p>Fabio Teti</p>
<p>Giorgio Vasta</p>
<p>Sara Ventroni</p>
<p>Paolo Virno</p>
<p>Paolo Zanotti</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Hanno aderito nelle prime ore dal lancio dell’iniziativa:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Elisabetta Addis</p>
<p>Alessio Aringoli</p>
<p>Cristiana Biasini</p>
<p>Alessandro Broggi</p>
<p>Rita Cavallari</p>
<p>Ilenia De Bernardis</p>
<p>Cecilia D&#8217;Elia</p>
<p>Nicoletta Dentico</p>
<p>Titti Di Salvo</p>
<p>Valeria Fedeli</p>
<p>Francesca Genti</p>
<p>Mariella Gramaglia</p>
<p>Cinzia Guido</p>
<p>Francesca Izzo</p>
<p>Niva Lorenzini</p>
<p>Cetta Petrollo Pagliarani</p>
<p>Lidia Ravera</p>
<p>Lidia Riviello</p>
<p>Anna Maria Riviello</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Il fascismo al Premio Strega</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Sep 2010 07:32:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[incisioni]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giacomo Sartori Canale Mussolini di Antonio Pennacchi, che come è noto ha vinto il Premio Strega, e che è venuto in spiaggia con noi, è la saga di una famiglia contadina originaria del Polesine. Una famiglia fascista. Proprio per i meriti acquisiti in una mortifera azione squadrista, i Peruzzi (si chiamano così) vengono ricompensati [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/Motto.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-medium wp-image-36687" title="Motto" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/Motto-300x198.jpg" alt="" width="300" height="198" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/Motto-300x198.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/Motto.jpg 971w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><em>Canale Mussolini</em> di Antonio Pennacchi, che come è noto ha vinto il Premio Strega, e che è venuto in spiaggia con noi, è la saga di una famiglia contadina originaria del Polesine. Una famiglia fascista. Proprio per i meriti acquisiti in una mortifera azione squadrista, i Peruzzi (si chiamano così) vengono ricompensati con due poderi nella fascistissima bonifica agraria dell’Agro Pontino: di punto in bianco i mezzadri padani si trovano catapultati nel “deserto” pontino, tra i “marocchini”. E fascisti lo resteranno fino alla fine, quando si daranno da fare per contrastare lo sbarco inglese a Anzio, in attesa dei rinforzi nazisti.</p>
<p>Tutti i familiari, ed è questa la principale forza del romanzo, sono veraci e diretti: ciascuno incarna a modo suo una comune istrionica vitalità (molto veneta). Si esprimono rigorosamente in dialetto, un dialetto “veneto-pontino” colorito e efficace, iconoclasta e comico. Un dialetto fagocitante e pervasivo che è una lettura in chiave epica della realtà, un subdolo grandangolo linguistico che fa apparire Mussolini<span id="more-36681"></span> un uomo decisamente simpatico, anche se un po’ burbero e umorale (e impenitente donnaiolo), che ci presenta un Adolf Hitler bonaccione, che trasforma le malefatte delle squadracce fasciste in giuste e goliardiche scampagnate, e i massacri coloniali come tragicomici (fumettistici) corpo a corpo. Visti attraverso quella terragna e dissacrante lente tutti i fascisti sono persone, seppure con i loro difetti, molto umane. Nella vicenda di Canale Mussolini non ci sono fascisti malvagi, non c’è il Male, per il semplice motivo che per la filosofia veicolata da quella lingua contadina e ancestrale, pre-morale, gli uomini sono per definizione anche cattivi, come lo sono anche le bestie, il cui rango, come in tutte le civiltà agricole, non è poi così inferiore a quello umano.</p>
<p>La voce narrante che ci racconta la vicenda, intrattenendoci con continue e un po’ pedanti spiegazioni e digressioni, che spaziano dall’agronomia alla storia (dando per scontato, e probabilmente non a torto, che l’interlocutore contemporaneo abbia completamente scordato il mondo contadino che in otto casi su dieci era quello dei suoi nonni, e abbia completamente rimosso il Ventennio), non è però tenera nei confronti del fascismo. Nei suoi didascalici chiarimenti cita in particolare il delitto Matteotti (anche se l’assassinio sembra essere causato dall’ostinata reazione della vittima, più che a una volontà omicida), le violenze delle squadre fasciste (pur interpretate come una obbligata risposta), l’uso dei gas letali in Africa (senza nessuna scusante, in questo caso), l’emanazione delle leggi razziali e i loro effetti (pur sottolineando il contributo dato da tante personalità ebree al fascismo), e soprattutto le irresponsabilità e leggerezze che hanno portato alla disfatta militare, al 25 luglio, e alla successiva guerra civile. Anche se indulgono alla assolutoria vulgata della nefasta alleanza con la Germania come causa di tutti i mali, anche se spesso facilone, queste precisazioni fanno sì che <em>Canale Mussolini</em> non possa essere tacciato di apologia del fascismo. Sembrerebbe anzi che Pennacchi, servendosi del suo professorale io narrante (nelle ultime pagine si scopre chi è davvero), abbia fatto molta attenzione a non mostrarsi mai indulgente nei confronti delle colpe del fascismo, parandosi il fianco ogni qualvolta potrebbero sorgere sospetti di connivenza. Quando proprio i protagonisti la combinano troppo grossa, o si intestardiscono a sostenere l’insostenibile, la voce narrante (e Pennacchi), se la cava prendendo le distanze, vale a dire specificando che quelle idee e quelle frasi fascisteggianti sono le loro, quella raccontata è la loro verità (“la verità dei Peruzzi”), non la verità assoluta.</p>
<p>Protetti dallo sguardo sempre benevolo di chi racconta, immancabilmente pronto a trovare giustificazioni e scusanti, di ordine sociologico (la povertà, il ruolo di reietti) o altro, i personaggi sono liberi di comportarsi come vogliono, non sono chiamati a rispondere delle loro azioni, non hanno alcuna colpa. Sono solo vittime. E mano a mano che il tempo passa, e diventa più difficile, per la logica democratica del narratore, che è anche la nostra, di avallarli, di considerarli solo delle pedine della storia, la frase liberatoria “Ognuno gà le so razon” diventa sempre più frequente, fino a diventare, come ha già sottolineato Cordelli, un ritornello. “Ognuno gà le so razon” può giustificare tutto, dagli eccidi dei partigiani allo sterminio degli etiopi e degli ebrei. Il dilemma della banalità del male trova finalmente una soluzione: nel buon senso veneto.</p>
<p><em>Canale Mussolini</em> ci descrive insomma il fascismo dall’interno (come già per esempio il notevole <em>A cercare la bella morte</em> di Carlo Mazzantini), e lo fa servendosi dell’arma più potente, la lingua, ma  nello stesso tempo prende le distanze, collocando la vicenda nel quadro di una visione storica che si vuole oggettiva. A ben guardare non è così. La retorica delle gesta della famiglia Peruzzi, a cominciare dall’enfasi data alla giovinezza, al ruolo ambivalente della donna (fornello/bordello), alla forza fisica, alle imprese muscolari, al vitalismo guerriero, alla procreazione, alla “efficienza fascista”, è la tipica retorica, checché ne speculi il filtro della voce narrante, del fascismo. Ma soprattutto sono abilmente sottaciuti tutti i correlati aspetti negativi, tutte le implicazioni sul piano famigliare e personale, le conseguenze implicite, i traumi, le sofferenze, le miserie affettive, la violenza, l’irridimibile immaturità, che si celano dietro quei miti energici e apparentemente innocui e ariosi. Chiunque provenga come il sottoscritto da una famiglia fascista (anche nel mio caso erano persone oneste e integre e coraggiose, e perfino miti, anche nella mia famiglia circolano esilaranti aneddoti riguardanti la pace e la guerra), e abbia intrapreso un arduo percorso di maturazione e di emancipazione, sa di cosa parlo. Pennacchi bada invece, a scapito della verosimiglianza, a non gettare alcuna ombra sui suoi personaggi, a non metterli in contraddizione con la sensibilità del lettore attuale (si potrebbero fare molti esempi). Di qui l’impressione di fatuità, di mancanza di profondità, di stilizzazione fumettistica, di non completamente innocente idealizzazione, che, a dispetto di tanti aspetti positivi, finisce per costituirne a mio avviso la sua cifra ultima.<em></em></p>
<p><em>Canale Mussolini</em> ci mostra una sola faccia della medaglia. Non sovverte, come lo sanno fare i grandi romanzi, le mitologie convenzionali e le visioni precostituite. A differenza dei grandi romanzi, mente. Non credo che sia un caso. La visione spensierata e deresponsabilizzante che ci presenta è in perfetta sintonia con la mancata presa di coscienza delle implicazioni storiche o anche semplicemente umane, e degli effetti anche a lunga distanza, con la mancata ricerca di antidoti e rimedi (se non altro sul piano simbolico), con la subito abortita indagine delle responsabilità, che caratterizzano la storia italiana recente. La ricezione del libro, unanimemente e diamantinamente acritica, e succube dall’ammaliante ma grossolana retorica del testo, travestita da epopea, ne è una riprova. Solo Cordelli ha espresso le sue pesanti perplessità. A differenza della Germania, che ci si è messa soprattutto a partire dagli anni ’70, l’Italia non ha ancora fatto i conti con il fascismo, e questo romanzo – lasciando stare l’attuale situazione politica &#8211; ne è la prova lampante e irrefutabile. Non è il romanzo della pacificazione. Non ancora.</p>
<p><em>[questo testo è stato pubblicato su &#8220;Alias&#8221; del 18 settembre 2010]</em></p>
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		<title>I bambini dei romanzi italiani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Aug 2010 08:00:13 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[bambini]]></category>
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		<category><![CDATA[narrativa italiana]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/ottica-per-bambini-foto2.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-36443 alignleft" title="ottica-per-bambini-foto" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/ottica-per-bambini-foto2-300x211.jpg" alt="" width="208" height="148" /></a></p>
<p>Se dio vuole noi romanzieri italiani non viviamo in uno di quei paesi noiosoni in cui non succede mai niente, quegli stati laconici e disciplinati dove il governo rubacchia con puntigliosa discrezione, la gente lavora pedissequa, i calciatori calciano, le mucche sonnecchiano, i treni sfrecciano in orario, senza mai rompersi e senza mai esplodere, la malavita è ancora tutta disorganizzata. Per fortuna da noi al governo ci vanno dei veri delinquenti, e intendono orgogliosamente continuare ad esserlo, si alleano con la fazione dei razzisti e con la mafia, si fanno pubblicamente le ragazzine, dettano i telegiornali, cercano in tutti i modi di schiaffare in prigione i magistrati e di inchiappettare i giornalisti, molti dei quali del resto sono consenzienti. Ne risulta una girandola di affari sesso corruzione crocifissi e ammazzamenti, con ogni giorno un diegetico colpo di scena. Per il comune cittadino non sarà il massimo, ma per noi romanzieri è una pacchia: proprio quello che ci vuole per non fare la fine di Claude Simon,<span id="more-36439"></span> che in ogni romanzo è riuscito a infilare solo un paio di evanescenti e desuete scenette, reiterate stancamente fino alla nausea, e poi ancora più a corto di ispirazione le ha riprese tutte in un esausto romanzo di sintesi. Il nobel poveraccio glielo hanno dato perché gli faceva pena, con quei suoi clorotici quadretti.</p>
<p>Ma anche geograficamente siamo privilegiati: abitiamo uno stivale di terra fieramente sismica e franosa, con lagune maleodoranti e frequenti alluvioni, e recidive siccità estive, anche se purtroppo mancano i tifoni tropicali, notoriamente romanzogenici. E abbiamo cesellate e nobili città, che hanno attirato e continuano a attirare le trame di insigni romanzieri esteri, i quali si comportano come quegli uccelli molto maleducati che si infilano nei nidi di altri uccelli, rovesciandoli senza cerimonie per terra. Per non parlare dei nostri suggestivi e unici paesaggi, anch’essi saccheggiati narrativamente da secoli, e da qualche decennio massacrati ad arte anche nella realtà, il che si addice alla perfezione con certe estetiche più recenti. Cosa potrebbe chiedere di meglio, un onesto romanziere italiano?</p>
<p>Certo, ci manca il Vietnam. Nemmeno il pacifista più incaponito, e sono tra questi, potrebbe negare che la guerra del Vietnam irriga come una linfa poderosa interi squadroni di intriganti romanzi americani. Anche quando non è in primo piano è pur sempre lì, folle e struggente: è come il peperoncino, anche se non si sente c’è, e fa la differenza. In mancanza di meglio noi abbiamo il fascismo, che comincia a datare, ma narrativamente si ricicla ancora egregiamente. Il nostro genocidio non può certo competere con quello tedesco, ma nel nostro piccolo ci siamo difesi bene. E poi abbiamo gli anni di piombo, che sono dietro l’angolo appena svoltato. I romanzieri americani se li sognano gli anni di piombo, con i figli che sparano sui padri e i governanti che tramenano sottobanco. E adesso abbiamo gli immigrati, con i loro danteschi annegamenti, i campi di concentrazione e il trattamento da bestie.</p>
<p>L’annoso dilemma della letteratura italiana, quindi, si pone oggi in una versione due punto zero: come mai <em>nonostante le materie prime comincino in fondo a non mancare </em>non riusciamo a sfornare dei convincenti e potenti romanzi, dei micidiali romanzi – per intenderci &#8211; americani? Perché tanti nostri romanzi sono così inoffensivi, così scontati, così stantii? Perché anche quando le trame sono più avvincenti e più efficaci, delle autentiche macchine da guerra, questi romanzi non ci dicono niente che non sappiamo già? Perché ai personaggi sembra mancare la terza dimensione? Perché perfino quando cercano di essere più efferati e più trasgressivi trasudano sentori di minestrina con il dado, di giroscale condominiale, di telefonata alla suocera, di balneare autocompiacimento, di commedia all’italiana? Cosa diavolo ci manca, se gli ingredienti di qualità li abbiamo?</p>
<p>Una prima risposta, non pretendo certo che sia la più essenziale, e quindi la questione andrebbe ripresa, è che nei nostri romanzi ci sono di gran lunga troppi bambini petulanti e troppe nonne impiccione. Molti nostri romanzi pullulano di protagonistini incompresi e bistrattati dai genitori o da chi ne fa le veci. Questi sventurati ragazzini cercano in tutti i modi di struggerci, approfittando del fatto che sono appunto negletti dai perfidi adulti, e spesso anche battuti, e/o abbandonati, o semplicemente orfani, mettendosi nei pericoli, ferendosi, entrando in coma, vivendo ogni sorta di mirabolanti avventure. Lo fanno beninteso con spigliata naturalezza, con un’arguzia controllata e sicura di sé, con accattivante umorismo e senso delle relazioni sociali: in una maniera cioè sotto tutti gli aspetti accettabile, moderna. A ogni paragrafo ci fanno capire che sono molto meglio dei loro aguzzini, più intelligenti, più lungimiranti, più spiritosi, più etici, e che anzi sono lì proprio per farci vedere il vero truculento volto di questi, per spiegarci cos’è e come funziona la vita. Sanno essere didascalici e molto convincenti, e quindi l’idea che ci facciamo del melodrammatico universo in cui si ritrovano a vivere è fin troppo vivida. Ma appunto un po’ uniforme.</p>
<p>Questi lucidissimi pinocchietti sono capaci delle peggiori spietatezze e assassinii, va da sé, ma sono fondamentalmente buoni. Anche quando non è detto nero su bianco, quando le loro azioni non parlano da sole, lo si capisce da tanti piccoli ma inequivocabili dettagli. Sono esattamente come i letterati del diciannovesimo secolo si immaginavano che fossero i bambini. Quasi sempre amano e si amano di passioni adulte e financo sessualmente mature (nemmeno l’ombra della freudiana fase di latenza!), furori amorosi beninteso in genere ostacolati dall’invariabile ma pur sempre varia malvagità adulta. In qualche caso ci lasciano attoniti discettando dottamente, molto attenti anche al lato formale e per così dire filosofico dei loro dialoghi (è evidente che hanno apprezzato <em>L’uomo senza qualità</em>). Per farci capire che ci considerano dei loro, o forse anche solo per evitare che ci distraiamo, ci danno spesso e volentieri delle aguzze gomitate, o anche solo ci fanno l’occhiolino. In questo, e forse solo in questo, restano dei normali bambini.</p>
<p>In molti casi non hanno nemmeno un ruolo da protagonisti, il che può essere visto come una perfidia quasi peggiore, un maltrattamento ancora più subdolo che devono subire: con la loro saggezza, nobilitata dall’umiltà della posizione subordinata, accettata con stoica benevolenza, con i loro interventi parchi ma precisi e pregnanti, con la loro evidente seppur misconosciuta superiorità umana e intellettuale, riescono pur sempre a tenere sui binari giusti la vicenda e il romanzo. Verrebbe da rimetterli al posto che si meritano, spingendo via quegli egoistoni, spesso quarantenni, che hanno messo le radici nei cerchi di luce dei riflettori.</p>
<p>Qualche volta, anzi spesso, hanno qualche annetto di più, e bazzicano l’adolescenza, ma appunto vista la loro connaturata maturità la differenza si nota appena. Qualche volta sono invece già adulti, o anche anziani, e quindi ci raccontano le loro triste vicende a ritroso, spennellando le piaghe dell’ingiustizia con un più o meno smanceroso unguento di nostalgia. Comunque vada non ci risparmiano alcun dettaglio del mondo truculento che gli adulti si sono costruiti e del quale non sembrano sentirsi responsabili. Comunque vada sanno conquistarsi le simpatie dei giurati dei premi (si veda la lista dei vincitori nell’ultimo decennio del Premio Strega) e del vasto pubblico. Sono contenti, lo si intuisce, quando riescono a farci sentire &#8211; noi che apparteniamo pur sempre al campo avverso &#8211; un po’diversi, migliori.</p>
<p>Le nonne di tanti romanzi purtroppo non sono da meno. Ognuna di queste nonne, con la sua fiera monumentalità di albero secolare, le sue imprevedibili e paralizzanti eccentricità, la sua anastomizzata prensilità di grande piovra, la sua inimitabile e carismatica maniera di socializzare, l’autorità di sovrano assoluto sui sentimenti del nipote, perché c’è sempre una nipote o un nipote che racconta, cercano in tutti i modi di ammaliarci. Le nonne dei romanzi italiani sono tutte diverse e tutte uguali, tutte egualmente accentratrici e invadenti. Ci troviamo quindi a allungare il collo sui lati, come quando al cinema capitiamo dietro a un armadio irto di indomiti capelli. A volte queste nonne sono di sesso maschile, ma la sostanza non cambia: lo straripamento egolatrico sembra fatto su misura per compensare la scontatezza che fa capolino dappertutto. Ci si domanda se per caso tutte queste nonne non si siano messe d’accordo con i bambini – e in molti romanzi agiscono in effetti di combutta – per nasconderci gli accadimenti banali e pedissequi, o anche solo opachi, assurdi, e proprio per questo inclassificabili e struggenti, eroici, della cosiddetta realtà. Ma sarebbe forse un lungo discorso.</p>
<p><em>[Questo articolo è apparso sul n. 1 di &#8220;Alfabeta2&#8221; (luglio-agosto 2010)]</em></p>
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		<title>Il Colpo dello Strega</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Jul 2010 09:01:56 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
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					<description><![CDATA[From July 2010  back to July 1947 di Anna Maria Papi Era un  amico ma si chiamava Andrea, Era il luglio del 47 ma eravamo a Roma. Era nei socialisti ma faceva  caldo. Guidava una Topolino ma c&#8217;era Lelio Basso. Avevo diciotto anni ma l&#8217;invito era alle nove. Faceva caldo ma si chiamava Andrea. Era [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><em>From July 2010  back to July 1947</em></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/streg.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-medium wp-image-36264" title="streg" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/streg-169x300.jpg" alt="" width="169" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/streg-169x300.jpg 169w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/streg.jpg 441w" sizes="auto, (max-width: 169px) 100vw, 169px" /></a></p>
<p><strong><br />
</strong></p>
<p><strong>di</strong></p>
<p><strong>Anna Maria Papi</strong></p>
<p>Era un  amico ma si chiamava Andrea, Era il luglio del 47 ma eravamo a Roma. Era nei socialisti ma faceva  caldo. Guidava una Topolino ma c&#8217;era Lelio Basso. Avevo diciotto anni ma l&#8217;invito era alle nove. Faceva caldo ma si chiamava Andrea. Era un amico ma era il luglio del 47.C&#8217;era Lelio Basso ma avevo diciotto anni. <em>Levati il cappotto</em> ma guidava una Topolino.Gilda e Glenn Ford ma lui era socialista. <em>Amado mio</em> ma l&#8217;invito è alle nove. Avevo diciotto anni ma Paul Henreid e Rita Hayworth. Era un poeta ma guidava una Topolino.Virginia Blend ma sciolte e a pacchetti. Era il luglio del 47 <em>ma levati il cappotto</em>. Guido Alberti <em>ma nel cono grazie</em>. <em>Nocciola e fragola</em> ma Maria Bellonci.  Players Navy Cut ma faceva caldo. Roma città aperta ma avevo diciotto anni. Roberto Rossellini ma ci sono i Military Police. Ennio Flaiano ma Casablanca.  Lelio Basso <em>ma dammi una sigaretta.</em> Era nei comunisti ma si chiama Alvaro. Le parole sono pietre <em>ma prendi il 27</em>. Silvio Micheli <em>ma nel cono grazie</em>.<span id="more-36263"></span> Casablanca ma sciolte e a pacchetti. Players Navy Cut ma Paola Masino. Faceva caldo ma si chiamava Andrea. Prendi il 27 ma Cristo si è fermato a Eboli. Avevo i sandali ma <em>nocciola e fragola.</em> Era il luglio del 47 ma Massimo Bontempelli. Avevo diciotto anni <em>ma levati il cappotto.</em> Erano  comunisti ma faceva caldo. Nel cono grazie ma era un poeta. Guidava una topolino ma erano senza tacco. Anna Banti ma Put the blame on m&#8217;em boy,   Avevo i sandali ma i Military Police.<em> Dammi una sigaretta</em> ma era il luglio del 47. Era il luglio del 47 ma faceva caldo. Faceva caldo ma era il luglio del 47.Ma ero a Roma. Ma faceva caldo. Ma era il 47. Ma avevo 18 anni. Ma avevo i sandali. Ma senza tacco. Ma ero con Andrea. Ma era socialista. Ma era un poeta. Ma era distratto. Ma aveva il cappotto. Ma in Topolino. Ma c&#8217;era Lelio Basso. Ma siamo stati al cinema. Ma abbiamo visto Gilda. Ma abbiamo comprato le sigarette. Ma abbiamo preso il gelato. Ma l&#8217;invito era per le nove. Ma per il premio Strega. Ma il primo premio Strega. Ma di 64  lugli fa. Ma dopo il premio, la via Appia. Ma il Premio Strega era alle nove. Ma dopo il Premio la via Appia. Ma alla via Appia c&#8217;era la luna. Ma c&#8217;era la luna sulla via Appia. Ma 64 anni fa. Ma faceva caldo 63 anni fa.</p>
<p>Erano tutti li, assiepati, come i cormorani su uno scoglio, su un piccolo atollo,ed ogni tanto muovevano le ali, e non si distingueva quanti fossero, migliaia forse o centinaia, tutti uguali, una razza sola, che i cormorani stanno tutti insieme su uno scoglio, ed i gabbiani tutti insieme su un altro, ogni razza  il suo scoglio, e quanti ce ne stanno e quanti ce né, che lo scoglio non si vede più, sotto di loro, non si vede neanche più, sembra non ci sia, e fanno un po impressione, così appiccicati, brulicanti, in tanti tutti uguali, stessa razza, sembra siano assiepati nel nulla e stanno li  ed ogni tanto ne arriva uno,un altro e svolazza dentro, in quell&#8217;atollo&#8230;&#8230;&#8230;erano i letterati convenuti al premio Strega opera prima, anno domini 1947,Roma.</p>
<p>Erano stipati all&#8217;inverosimile intorno ad una Dea imperante e circesca, dalle chiome nigre, il  seno ampio e spazioso, il sedere prominente,il naso e la bocca severi,  ed il piglio impettito da Grande Madre della Letteratura Italiana formato Extra Large: Maria Bellonci. Davanti a quel portamento altero da romanzo fin de siècle zona Verga, gli scrittori uomini che le stavano intorno sembravano piccoli e mingherlini. <em> </em></p>
<p>Oltre a quella maestosa polena di Maria Bellonci,</p>
<p>c&#8217;erano tutti. Anche quelli che non c&#8217;erano.</p>
<p>E c&#8217;erano tutte. Fasciate di abiti di seta, emprimée, con le calze, gli orecchini, gli anelli e le collane. Le grosse collane. Loro, le scrittrici. Truccatissime, che allora il trucco pesante lo avevano solo le puttane e le scrittrici. I capelli a vol ou vent coi colpi di hennè,le fibbie a farfalla, il kajal sugli occhi,gli ombretti arancioni, le unghie tinte di viola e il frisson parisien delle calze di seta nera.</p>
<p>Gli uomini no, erano vestiti miserini ,da reduci stirati, quegli abiti di rayon misto cotone con la martingala cucita anni 40, il risvolto ai pantaloni, le camicie aperte sul collo comme il faut per un intellettuale, e qualcuno col brivido del foularino. Gli uomini sembravano di un film francese nouvelle vague.</p>
<p>Il dopoguerra. Eravamo tutti dei dopoguerrini. Noi ragazzine avevamo le sottane sopra al ginocchio ed i sandali con la zeppa di sughero.</p>
<p>Il mio amico Andrea,socialista e poeta, un giovane carrarino di radici anarchiche familiari, si teneva addosso il cappotto, perchè sotto aveva un vestito impresentabile. Lelio Basso aveva il taglio da gerarchetto.</p>
<p>Starring Banti e Masino , addobbatissime, che con la Gianna Manzini facevano il Trio Lescano.</p>
<p>Lea Quaretti ; Neri Pozza, Alberto e Virginia Mondadori, l&#8217;ineffabile Valentino Bompiani, e naturalmente, Carlo Levi, Moravia, Falqui, Piovene e tutti gli altri.</p>
<p>Una lista totale,non mancava nessuno e pure quelli del cinema, i registi, la Magnani, la Alba de Cespedes col marito chiamato il grullo del focolare. Qualche aficionado del generone romano, un pizzico di pre dolce vita, qualche rampollo bene, poi i Savinio, i Mastrocinque, i Cecchi, Vigolo, Ettore Maselli, Ungaretti, Quasimodo.</p>
<p>Si mangiò? Mi pare. Si bevve, sono certa. La Coca Cola e la boule di Negroni. Lo so, perchè mi piazzarono a distribuirla, insieme alle mie coetanee Angelica Savinio e Cocò Mastrocinque.</p>
<p>Vinse Flaiano, un tipo simpaticissimo.</p>
<p>Bellonci Superstar aspettava solo di essere assunta in cielo.  Ci  rimase malissimo perchè questo non avvenne.</p>
<p><em> </em></p>
<p>Ma le collane? Le collanone a tre o quattro giri, a chicchi enormi, che dal mento avvolgono il collo e poi sprofondano  giro dopo giro nel seno, quelle collane di ambra, corallo, madreperla, giada, fantasia?</p>
<p>E gli orecchini baldanzosi, gli anelloni dragoneschi, i fermagli a farfalla di tartaruga?</p>
<p>Non sono di proprietà privata, personale.</p>
<p>Dal 1947,da sessantatre anni, luglio dopo luglio,  le stesse storiche collane a pippi grossi indossate alla prima edizione, e gli anelli, orecchini, fermagli, nell&#8217;occasione di ogni Premio Strega, vengono spolverate con cura e distribuite all&#8217;entrata alle scrittrici ed alle signore intellettuali e mondane che partecipano al festoso evento culturale, che indossando i  fastosi monili siglano con una tradizione di grazia e di colori, l&#8217;intramontabile ripetersi del: VINCA IL MIGLIORE!!</p>
<p><em>Il 4 luglio scorso, venti giorni fa ,ho zappingato sulla TV fermandomi sul primo. Forse mi sentivo male, forse avevo un&#8217; allucinazione, forse Minzolini voleva farmi uno scherzo. SENEPAPOSIBLE&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;.MAIGOD&#8230;&#8230;&#8230;SANTOCIELO&#8230;&#8230;&#8230;BLADIHELL,,,,,,,,,,SCIT</em></p>
<p><em>Sul piccolo schermo la ripresa a colori con zoommate di primi piani virtuosi, sui volti delle persone presenti al 64 Premio Strega, Ninfeo di Valle Giulia, Roma.</em></p>
<p><em>Erano le stesse persone, le stesse signore  di 64 anni fa.</em></p>
<p><em>Con le stesse collane. Lo stesso trucco. Supertrucco. Orecchini. Anelloni.</em></p>
<p><em>Fantasmi? Collane fantasma? Premi fantasmici?</em></p>
<p><em>Ho telefonato a un mio vecchio amico, FF, dalla paura</em></p>
<p>Anna Maria Papi   24 luglio 2010 ore 23. 46</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>expressely for Francesco Forlani,Esq. </em></p>
<p><em> </em></p>
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