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	<title>principio d&#8217;inerzia &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>divagazioni sulle viole passando per l’inerzia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 May 2014 06:00:42 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Antonio Sparzani A prestar fede al dizionario etimologico on-line della lingua italiana la viola strumento musicale e la viola fiore risalgono a etimi differenti: la prima risale al latino vitula e al verbo vitulari, che sarebbe come dire “fare come il vitello”, cioè “sgambettare allegramente”, s’intende al suono dello strumento, mentre la seconda accezione [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/viole-tricolor-mie.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-48039 " style="float: left; margin: 0 15px 0 0;" alt="viole tricolor mie" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/viole-tricolor-mie-300x284.jpg" width="300" height="284" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/viole-tricolor-mie-300x284.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/viole-tricolor-mie-1024x970.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/viole-tricolor-mie-900x853.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/viole-tricolor-mie.jpg 1398w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>A prestar fede al <a href="http://www.etimo.it/?pag=hom">dizionario etimologico</a> on-line della lingua italiana la <em>viola</em> strumento musicale e la <em>viola</em> fiore risalgono a etimi differenti: la prima risale al latino <em>vitula</em> e al verbo <em>vitulari</em>, che sarebbe come dire “fare come il vitello”, cioè “sgambettare allegramente”, s’intende al suono dello strumento, mentre la seconda accezione risale, attraverso il latino <em>viola</em>, alla parola greca per indicare per l’appunto il fiore, la violetta, ἴον; presente già in Omero, ben s’intende. Mi pare di aver visto che la prima occorrenza &#8212; sia pure in una parola composta &#8212; stia nell’undicesimo canto dell’<em>Iliade</em>, in cui si narrano varie imprese di Agamennone, sempre in giro con la sua superba protervia. Sennonché ad un certo punto Ettore, visto il momentaneo allontanarsi del capo greco, incita i Troiani alla battaglia e comincia ad imperversare lui nel campo nemico; come si sa, nella narrazione di queste battaglie non si risparmia il sangue cruentemente versato: citerò qui qualche verso, s’intende nella nostra traduzione preferita:<span id="more-48038"></span></p>
<blockquote><p>«Simile ad un cacciatore, se i cani di candide zanne<br />
eccita contro un cinghiale selvatico, contro un leone,<br />
tale i Troiani magnanimi allora aizzò sugli Achei<br />
Ettore figlio di Priamo, un Ares che impiaga i mortali.<br />
Egli fra i primi campioni con fieri propositi corse,<br />
e s’avventò nella mischia, eguale a ventosa tempesta<br />
che sopra il mare violaceo s’abbatte e così lo sconvolge.»</p></blockquote>
<p>(Omero, <em>Iliade</em>, traduzione (isometra) e cura di Daniele Ventre, Mesogea, Messina 2010, canto XI, vv. 292-98)<br />
e giù un elenco di greci trasferiti rapidamente nell’Ade.<br />
È quell’aggettivo &#8220;violaceo&#8221; che traduce l’aggettivo greco ἰοειδής, ovvero &#8220;dall’aspetto viola&#8221;, nel senso del colore che deriva naturalmente dall’aspetto del fiore. Del resto è la stessa parola di cui si servì il noto (a generazioni di studenti) chimico francese Joseph-Louis Gay-Lussac nel 1812 per dare un nome all’elemento chimico <em>iodio</em> appena isolato, alludendo al fatto che i suoi vapori erano appunto violacei.<br />
La viola è stata del tutto trascurata da Dante ― una sola menzione nella <em>Commedia</em> in uno dei canti più misteriosamente allegorici del Purgatorio, il XXXII, e una menzione di una altrettanto misteriosa &#8220;donna Violetta&#8221; nelle <em>Rime</em> ―, molto utilizzata da Petrarca nel <em>Canzoniere</em>, e poi, saltando qualche altro secolo, molto presente nelle opere di Shakespeare. Ormai il Bardo è talmente studiato che nulla si può dire che già non sia superanalizzato anche in rete: se ad esempio volete sapere tutto delle violette nelle sue opere, c’è un’apposita sezione del sito della <em>Americam Violet Society</em>, <a href="http://americanvioletsociety.org/VioletGazette/VioletGazette_V2_2_P5.htm">questa</a>, che si occupa specificamente delle violette in Shakespeare. Non menziona però, questo sito, un luogo shakespeariano in cui una specifica ― o almeno così sembra ― varietà di viola viene menzionata, ma indicata con un altro nome. Si tratta della molto simpatica <em>viola tricolor</em> che vedete nell’immagine in testa a questo post, e che, quando la trovate nell’erba, ha l’aria di occhieggiare intorno con aria curiosa. Il motivo che la rende interessante ai miei occhi è che ha a che fare con l’inerzia (ricordate? L’<a href="https://www.nazioneindiana.com/2006/08/09/inerzia-3/">inerzia</a> o <a href="https://www.nazioneindiana.com/2006/12/11/decalogo-dellinerzia/">qui</a> . . .)</p>
<p>Nel <em>Sogno di una notte di mezza estate</em>, assai piacevole commedia composta sembra nell’ultimo decennio del XVI° secolo, compare infatti una sorta di inerzia nel nome di un fiore. Oberon, re degli elfi e delle fate, desidera strappare a Titania, la sua regina, un giovinetto che ella ha molto caro e che non gli vorrebbe cedere ad alcun costo. Ma Oberon una volta ha visto Cupido lanciare una delle sue ben note frecce e sbagliare il bersaglio; quella volta infatti la freccia era caduta tra i fiori e ne aveva in particolare colpito uno, un fiorellino occidentale, un tempo bianco come il latte, ora rosso di ferita d’amore, quello che – dice Oberon – le fanciulle chiamano “love-in-idleness”:</p>
<blockquote><p>“a little western flower ,<br />
before milk-white, now purple with love’s wound,<br />
and maidens call it Love-in-idleness.”</p></blockquote>
<p>(<em>Sogno di una notte di mezza estate</em>, atto II, scena I)</p>
<p>Si capisce facilmente come il succo di un tale fiore, abbia ereditato le proprietà delle frecce di Cupido e quindi, se opportunamente sparso sulle palpebre di qualsiasi dormiente creatura, susciti in costui, o costei, un irresistibile amore per la prima altra creatura scorta al risveglio. Questo dà naturalmente modo a Oberon di tessere una serie di inganni e intrighi, aiutato anche da qualche sbadataggine del suo servente Puck, che condurranno, oltre che a un lieto fine, anche all’avverarsi del desiderio di Oberon, quello cioè di avere il giovane protetto di Titania. Il nome del fiore è proprio quello, dicono i commentatori più accreditati ― anche se qualche dubbio sarebbe lecito, vista la descrizione di colori che ne dà Shakespeare ― della <em>viola tricolor</em> che viene chiamata dagli inglesi “amore nell’ozio”, o forse dovremmo dire in distensione, in dolce far niente. E un altro nome per indicare lo stesso fiore è “heartsease”, ovvero “heart’s ease”, riposo, tranquillità del cuore. O forse ancora c’è un’allusione ad un amore dormiente nel succo del fiore, che però può sprigionarsi soltanto qualora ne vengano asperse le palpebre di un essere vivente.<br />
E voi certo sapete anche, dato che quest’anno non è facile sfuggire alle celebrazioni del 450°, che nell’anno di nascita di Shakespeare era nato anche, circa due mesi prima, a Pisa piuttosto che a Stratford-upon-Avon, Galileo Galilei, che viene spesso indicato come l’inventore primo del principio d’inerzia, così detto.<br />
Che naturalmente non è vero: o non così vero: Galileo formula, ragionando essenzialmente sul moto di biglie su piani più o meno inclinati, un principio nel quale il moto che si mantiene non è ben specificato, ma sembra essere quello circolare, non quello rettilineo uniforme; molto meglio, da questo punto di vista, Cartesio: proviamo infatti a leggere come questi articola la legge nella parte II dei suoi <em>Principia philosophiae</em>: anzitutto egli introduce l’idea di <em>regulæ quædam sive leges naturæ</em>, che possono essere conosciute e sono cause secondarie e particolari dei diversi moti. E di queste leggi di natura</p>
<blockquote><p>prima est, unamquamquam rem, quatenus est simplex et indivisa, manere quantum in se est in eodem semper statu, nec unquam mutari nisi a causis externis.</p></blockquote>
<p>(§ 37). E cioè che una qualsiasi cosa, nella misura in cui è semplice ed indivisa, rimane per quanto sta in lei sempre nel medesimo stato, potendo cambiarlo solo per cause esterne. Ma quel che più conta è la ulteriore precisazione fornita nel § 39:</p>
<blockquote><p>Altera lex naturæ est; unamquamquam partem materiæ seorsim spectatam, non tendere unquam ut secundum ullas lineas obliquas pergat moveri, sed tantum modo secundum rectas</p></blockquote>
<p>abbiamo cioè una seconda legge di natura secondo la quale una qualsiasi parte di materia, sempre considerata separatamente dal resto, mai si muoverà secondo linee curve, ma soltanto secondo linee rette. Un enunciato più preciso della cosiddetta legge d’inerzia. I <em>Renati Descartes Principia philosophiæ</em> (se si vuole sono consultabili integralmente in rete <a href="http://books.google.it/books?id=lHpbAAAAQAAJ&amp;printsec=frontcover&amp;hl=it#v=onepage&amp;q&amp;f=false">qui</a>) furono pubblicati in latino ad Amsterdam dall’editore Louis Elzevier nel 1644 ― Newton aveva due anni ― e tradotti in francese dal cosiddetto abbé Claude Picot (in realtà un libero pensatore buon amico di Descartes) e pubblicati a Parigi dall’editore Henri le Gras nel 1647 col titolo <em>Les Principes de la Philosophie</em>. Delle parole così chiare Galileo, che era morto nel 1642, non le aveva mai dette, neppure nel <em>Dialogo dei Massimi Sistemi</em>, opera per la quale subì gli ingiusti maltrattamenti che sappiamo. Se andate ad esempio a pagina 211 dell’edizione ― magnificamente curata da Libero Sosio per Einaudi ― del <em>Dialogo</em>, in rete <a href="http://www.letteraturaitaliana.net/pdf/Volume_6/t333.pdf">qui</a>, trovate tutto un complicato ragionamento su una supposta traiettoria di un grave che cada da una torre, completamente fasullo, e che per giunta l’autore pretende di “dimostrare”.</p>
<p>Il fatto è che le idee intuitive che gli uomini di scienza della prima modernità hanno cominciato a formarsi erano forzatamente basate ancora su concezioni antiche ― che peraltro costituiscono ancora il fondamento profondo della mentalità dell’uomo contemporaneo. Il primo passo necessario per impadronirsi dei metodi della fisica e della meccanica in particolare, anche soltanto classica, cioè newtoniana e ottocentesca, è comunque un primo <em>allontanamento dall’intuizione di base</em> di <em>Homo Sapiens</em>. Non a caso ci sono voluti millenni per superare Aristotele e quindi l’idea che &#8220;un corpo si muove soltanto finché c’è qualcosa che lo spinge&#8221;. Nel periodo rinascimentale e immediatamente post-rinascimentale si è finalmente, con fatiche, errori e approssimazioni, consumato un superamento, che si è consolidato con Newton e con i grandi meccanici del Settecento e gli uomini che hanno contribuito a tale consolidamento hanno portato ciascuno un qualche mattone al prodotto finale. Sempre più occorre convincersi che qualsiasi disputa su supposte priorità di invenzione nella storia della scienza è destinata a dimostrarsi futile e poco interessante.</p>
<p>Per la qual ragione, convien forse tornare alla profumata violetta, ad esempio quella del <em>Sonetto XCIX</em>:</p>
<blockquote><p>The forward violet thus did I chide:<br />
Sweet thief, whence didst thou steal thy sweet that smells,<br />
If not from my love’s breath? The purple pride<br />
Which on thy soft cheek for complexion dwells<br />
In my love’s veins thou hast too grossly dy’d.<br />
The lily I condemned for thy hand,<br />
And buds of marjoram had stol’n thy hair;<br />
The roses fearfully on thorns did stand,<br />
One blushing shame, another white despair;<br />
A third, nor red nor white, had stol’n of both,<br />
And to his robbery had annex’d thy breath;<br />
But, for his theft, in pride of all his growth<br />
A vengeful canker eat him up to death.</p>
<p style="padding-left: 30px;">More flowers I noted, yet I none could see<br />
But sweet or colour it had stol’n from thee.</p>
<p style="padding-left: 30px;">
</blockquote>
<p>e nella traduzione di Giuseppe Ungaretti:</p>
<blockquote><p>Sgridai così la primaticcia viola:<br />
Ladra dolce, di dove la dolcezza tua fragrante fu involata<br />
Se non dal fiato del mio amore? Lo splendore purpureo<br />
Che nella tenera tua gota vive per colorirla,<br />
Troppo palesemente tolse a vene del mio amore la tua tinta.<br />
Colsi per la tua mano in fallo il giglio;<br />
Hanno i germogli della maggiorana, i tuoi capelli derubato;<br />
Le rose sulle spine si erigevano timide,<br />
Questa di vergogna arrossendo e quella, di disperazione bianca;<br />
Una terza, né rossa né bianca, frodate entrambe,<br />
Alla rapina ha annesso il tuo respiro;<br />
Ma al colmo di rigoglio, in causa del suo furto<br />
Un cancro vindice la roda a morte.<br />
Notai tanti altri fiori, ma non potei scorgerne alcuno<br />
Che fragranza o colore non avesse carpito a te.</p></blockquote>
<p>[Giuseppe Ungaretti, <em>Vita d&#8217;un uomo IV, 40 sonetti di Shakespeare</em>, Mondadori, Verona 1956 (III ed.)]</p>
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