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	<title>problemi cinematografici &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>3 prose brevi (Ollivùd 1)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Jan 2013 06:30:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[cinematografo]]></category>
		<category><![CDATA[Ollivùd]]></category>
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					<description><![CDATA[di Andrea Inglese Campo di concentramento Molti volevano fare, prima o poi, il film sul campo di concentramento. Era un’idea ormai diffusa e plausibile: ognuno vi portava il proprio tocco, ognuno variava, a modo suo, il tema. Nella visuale di un grandangolo, un campo di concentramento ci poteva entrare per intero. I costi di produzione [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;" align="center">di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p align="center"><em>Campo di concentramento</em></p>
<p>Molti volevano fare, prima o poi, il film sul campo di concentramento. Era un’idea ormai diffusa e plausibile: ognuno vi portava il proprio tocco, ognuno variava, a modo suo, il tema. Nella visuale di un grandangolo, un campo di concentramento ci poteva entrare per intero. I costi di produzione erano bassi, per via della facile manutenzione delle baracche, e per l’abbondanza della neve, anche finta, sempre a buon prezzo. <span id="more-44584"></span>Fare il film del campo di concentramento permetteva a un cineasta di andare a letto tardi la sera. Anche gli attori leggevano una gran quantità di libri. Durante le interviste, tutti parevano concentrati e un po’ stanchi. Era come il saggio di fine anno, alla scuola di danza o di teatro. Tutti dovevano farlo, e per ognuno era un percorso intimo, magico, diverso. Ogni film, però, prendeva dal campo di concentramento, quanto più gli serviva: come di un uomo saggio, un giovane memorizza le frasi del turbamento e solo quelle. Alcuni vedevano il campo di concentramento come una sala circolare, senza specchi, animata da danze lente. In certi film, le guardie parlavano francese, addirittura inglese. Altri attori fingevano di parlare ebraico. Molto spesso, quasi a sproposito, nel campo faceva la sua apparizione un prete, acquistando un enorme carisma sportivo. Il prete correva e spalava, con un talento naturale. Quando la guardia si innamorava del prigioniero, ciò dipendeva dal dislivello alfabetico: molte guardie non leggevano neppure il tedesco, e il prigioniero faceva loro riassunti di Goethe, e di tanto in tanto, guadagnandosi compassione, cantava. Il campo di concentramento, nei film d’amore, era divenuto un po’ come il saloon nei film western. Quanto più dominava l’atmosfera di baracche e filo spinato, tanto più gli attori protagonisti, nei panni della coppia guardiano e prigioniero, esibivano un magistrale gioco d’emozioni: tutte smorzate, sfumate, allusive. Ogni regista voleva arrivare lì, e incontrare la cedevolezza dello spettatore: l’amore è così paradossale, anche nelle baracche, nel concentramento: serve a dimenticare, ci porta via. Andiamo dentro il concentramento, lo riempiamo d’immagini, perché l’amore ci sollevi. Come volando. E i film del campo di concentramento, in modo ognuno diverso, finivano con un volo: di coccinelle, gabbiani, merli o foglie di betulla risucchiate dal vento.</p>
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<p align="center"><em>Colloquio di lavoro</em></p>
<p>Il giorno del colloquio il vicino di casa, ingombrando il pianerottolo in ciabatte e innaffiatoio, le aveva detto che non avrebbero mai risolto il problema della cantina. Kavanna non sapeva che pensare di quell&#8217;incontro. Poteva essere un segno. Poteva esserlo negativo o positivo. O poteva non essere niente. L&#8217;ufficio del nuovo dirigente era troppo spazioso, e luminoso, e inodore. Gario Hadd era un tipo che cercava complicità, sapeva sollecitare l&#8217;amor proprio, riusciva a imporre facilmente il suo punto di vista, s&#8217;interessava enormemente alle persone e a se stesso, era implacabile. Kavanna doveva ottenere due giorni di permesso per un concerto a Montreuil, appena fuori Parigi. Sarebbe stato molto più utile chiedere un cambiamento dell&#8217;orario di lavoro, almeno nel periodo dei congressi. L&#8217;utile e l&#8217;inutile si dibattevano sempre dentro di lei. Tutto zoppicava nella sua vita. Si dedicava con energie enormi a tutto ciò che finiva, che perdeva senso e lucentezza. Sapeva seguire lo spegnimento delle situazioni, questo sì, e con grande abnegazione. Per questo preferiva chiedere un permesso per il suo ultimo concerto. Non avrebbe più cantato con il gruppo, ne era sicura. Il gruppo non sarebbe più riuscito a trovare serate, e anche se le avesse trovate, non l&#8217;avrebbe più chiamata. Tutti i componenti erano stufi del genere, stufi del nome, stufi di lei. Non erano brillanti musicisti, e neppure nei rapporti umani ci sapevano fare. Grandi risate. Bravi solo in questo. Gario Hadd la fece parlare. Senza che lei se ne rendesse conto, lui la stava interrogando sulle sue amicizie a Parigi, in particolar modo quelle maschili, e gli incontri fortuiti, sempre con maschi, e maschi interessati a lei, se ce n’erano stati. Ma questa curiosità eccessiva, fuori posto, che Gario Hadd dimostrava per la sua vita privata, si stava velocemente trasformando. Ora Gario Hadd stava parlando di sé, di quando finì per perdersi al confine tra il diciassettesimo e il diciottesimo, e fu fermato, lui così giovane, elegante, da una cinquantenne male in arnese, con dei pantaloni indiani da figlia dei fiori, e la voce dolcissima. Gario Hadd si mise a descrivere con grande scrupolosità l&#8217;intero pomeriggio che passò, lui ventenne, con la cinquantenne, che di anni ne dimostrava almeno dieci di più. Kavanna intanto si sentiva in trappola, ma scuoteva appena la testa di lato, e sorrideva. Gario Hadd enumerò tutti i prodotti che la cinquantenne teneva in bagno, negli armadietti della cucina e nella camera da letto. Fortunatamente viveva in un piccolo monolocale, ma lui non voleva tralasciare alcuna informazione secondaria. Fece capire che ci fu qualcosa di sessuale tra di loro, ma non volle insistere su questo aspetto. Kavanna s&#8217;immaginò una scena sgradevole e non riuscì a frenare la fantasia. Mentre Gario Hadd era passato all&#8217;enumerazione dei vinili che la cinquantenne aveva, Kavanna evocava le più diverse situazioni erotiche tra i due, alcune opprimenti e perverse, altre di un raro candore, altre  semplicemente grottesche. Vedeva di continuo il sesso di lui tra le mani di lei, o la bocca di lui sul sesso di lei. Quando Gario Hadd la congedò con un sorriso paterno, lei si rese conto che le aveva concesso il cambiamento dell&#8217;orario di lavoro durante la stagione dei congressi, ma non aveva neppure accennato al permesso per il viaggio a Parigi. Gario Hadd aveva scelto di spingerla verso l&#8217;utile. Aveva scelto per lei. Gario Hadd era un dirigente competente e temibile, e umanamente disgustoso.</p>
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<p align="center"><em>Il mostro delle placente</em></p>
<p> La storia del mostro che mangiava le placente non era male, pensò Sergio, appena uscito dal cinema. Non tutto, soprattutto nella lunga sequenza finale, gli era parso chiaro. E per buona parte del film la lingua parlata dagli attori non era la sua. Ma era evidente la buona volontà di tutti: gran generosità negli effetti speciali, attori al colmo delle loro capacità interpretative, il pubblico in sala ben disposto. Quindi non era il caso di aggrottare la fronte, di rimanere, come invece stava facendo, appoggiato contro la porta a vetri del cinema, con quell’atteggiamento da cane bastonato. Se il mostro desiderava cibarsi di placente, questo era affar suo. Non era motivo psicologico sul quale il regista o lo sceneggiatore avrebbero dovuto ricamare. Come il mostro estraesse le placente, però, non appariva mai alla luce del sole. A dire il vero, non si era vista neppure una sala operatoria o una donna incinta o anche solo una placenta nel corso di tutto il film. Però gli interminabili dialoghi, che solitamente si svolgevano all’ora di cena, davano al tizio biondo dalla faccia grassa l’occasione di reiterare le sue dichiarazioni d’intenti. Spuntava in cima alle scale e arringava tutta la famiglia radunata a piano terra. La madre vedova, la moglie e i due figli in età puberale gli rispondevano vivacemente, polemizzando su ogni sua affermazione con puntiglio. Sergio si ricordava bene alcune battute: “So bene come e quando uscire di casa”, “Sarebbe ora che tu andassi a dormire”. “Il mese prossimo voglio ingrassare, da tutte le placente che mangio”. Forse, si diceva Sergio, con la mente sempre più assonnata, in un film importante non è che si debba capire tutto. Accade sullo schermo come nella vita. Anche lui desiderava mangiare bistecche e piatti di pastasciutta. Di rado riusciva a soddisfare questo desiderio, perché quasi sempre mangiava in una mensa semibuia una scatola di fagioli freddi. Ogni tanto gli sembrava di essere nuovamente padrone della situazione e si diceva che con la mensa aveva chiuso. Tirava fuori dalla tasca dei calzoni il portafoglio, lo apriva e vi contava i soldi sufficienti a pagarsi quattro porzioni di pastasciutta più bistecca. Ridacchiava e si riprometteva di cambiare vita. Poi, inevitabilmente, dopo una fase confusa della giornata, si ritrovava seduto in mensa, la scatola aperta sul vassoio e la montagnola di fagioli già rovesciata nel piatto. È in tali occasioni, che si alzava in piedi colmo di rabbia contro se stesso e il mondo, e cominciava a gridare all’indirizzo dei pochi commensali seduti qua e là, solitari e timidi, nel salone a soffitto basso della mensa. Qui, però, ogni similitudine tra il cinematografo e la sua vita sembrava giungere al termine. Nessuno in mensa gli rispondeva. Sergio non aveva né moglie né figli. E la sua vecchia madre non si degnava mai di accompagnarlo al cinema.</p>
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