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	<title>produzione dei saperi &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>La verifica dei saperi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 Jul 2011 05:54:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Fabio Moliterni]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro intellettuale]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Fabio Moliterni</strong></p>
<p>In occasione del centenario della Cgil Angelo Guglielmi viene incaricato dal sindacato di allestire una collana editoriale per raccogliere i campioni più rappresentativi della letteratura industriale del Novecento insieme a scritture inedite sul tema del lavoro. Il potenziale curatore riceve disponibilità e consenso, ma il piano salta per l’opposizione dell’editore Einaudi al quale molti degli autori contattati erano legati per contratto (la collana sarebbe dovuta uscire con Feltrinelli). Le logiche apparentemente infrangibili delle scuderie e delle filiere che dominano la Repubblica delle lettere italiane hanno limitato i margini di sopravvivenza della “bibliodiversità”, riducendo la portata dell&#8217;impresa ad un appuntamento mancato. Per usare la formula di André Schiffrin ripresa dal documentario di Andrea Cortellessa e Luca Archibugi, il progetto resta <em>senza scrittori</em> (senza editori).</p>
<p>Non che il tema del lavoro sia stato latitante nella produzione letteraria di questi ultimi anni. Pare invece che la rappresentabilità dell’universo del lavoro post-fordista abbia trovato nella prolifica macchina del romanzesco nazionale una nicchia di mercato favorevole, disposto a scommettere sulle prospettive di impatto “mediatico” di una letteratura tempestivamente definita “post-industriale”, divisa tra forme di <em>fiction</em> più o meno ibride e i modelli vulgati dell’inchiesta o del reportage a tenuta narrativa. Rimuovendo o “medicalizzando” il conflitto sociale (la materialità del reale) con dosi massicce di un’affabulazione sin troppo lineare e elegiaca, si tratta di romanzi o pseudo-romanzi che contribuiscono a dilapidare il patrimonio antagonista, utopistico e libertario lasciato in eredità dalla migliore letteratura industriale (e post-industriale) del secolo passato. Sono esperienze intellettuali che non si sottraggono, ma partecipano all’inerzia nella quale vivacchiano l’inconscio e l’immaginario collettivo, il <em>mainstream</em> che collega le condizioni reali e i riflessi sociali della nuova fase di organizzazione del lavoro ora alle retoriche vittimarie e al volontarismo moraleggiante, ora alle esitazioni elegiache degne di una nuova Arcadia; ora infine a idealtipi o a <em>frame</em> del tutto inespressivi come “precariato”, “emigrazione intellettuale”, “nuovi schiavi”, “morti bianche”.<br />
<span id="more-39642"></span><br />
In realtà, ben oltre i ritardi, la ridondanza o il vuoto simbolico dell’immaginario letterario legato al mercato del romanzesco, la crisi sociale connessa alla disoccupazione giovanile, alla precarizzazione sistematica e alla proliferazione frammentaria del lavoro autonomo di seconda generazione ha prodotto mutamenti strutturali nel campo del lavoro intellettuale, e persino nei rapporti di forza tra i centri e gli apparati del sapere di stampo tradizionale (università, editoria e media di massa). A essere investite sono niente di meno che le condizioni sociali del lavoro intellettuale.</p>
<p>Al di là dei confini addomesticati del mercato, rifiutando le forme o i circuiti tradizionali di trasmissione e organizzazione del sapere, si registra oggi il dispiegarsi di modalità aggregative e “aperte”, collegabili a un lavoro intellettuale misto e ibrido che coinvolge figure sociali diversificate che spaziano dal docente “incardinato” al webmaster, dal giornalista freelance allo scrittore sotto contratto, dal consulente al giovane imprenditore e all’impiegato dell’editoria, oltre all’intellettualità non strutturata né garantita, precaria o dequalificata, “post-universitaria” e priva di rappresentanza e di riconoscimento sociale. Lo spazio per questa nuova aggregazione non può che essere incarnato dalle prospettive del web 2.0 e dal <em>social networking</em>. Negli ultimi mesi il territorio della rete è stato solcato da pratiche di cooperazione trasversale guidate da un’esigenza collettiva di (auto)critica e verifica dei saperi. Network orizzontali di ricerca, territori tematici e ipertestuali non conclusi, archivi digitali, sistemi aperti di condivisione dei testi, pratiche alternative di circolazione e produzione dei saperi, forme di editoria autoprodotta: nazioneindiana.com e la collana “Murene”, poi il sito di Alfabeta2 e il progetto dei laboratori, l’archivio di punto critico.eu, l’associazione culturale di analisi sul contemporaneo di doppiozero.com.</p>
<p>Il potenziale politico di queste nuove forme di aggregazione del lavoro intellettuale è evidente. La coalizione tra individui e gruppi trasversali comporta il consolidarsi e l’allargamento delle pratiche reali di cooperazione tra soggetti, il rafforzarsi di rapporti comunitari di “prossimità” e utilità sociale. Scartando dalle mediazioni istituzionali ormai impraticabili, la rete garantisce la diffusione di un sapere che rinuncia al privilegio sociale dello specialismo.</p>
<p>Per questa intellettualità diffusa si apre uno spazio insieme aperto e stretto: un bivio che, del resto, ha cadenzato ciclicamente la storia degli intellettuali italiani, sulla quale tornerebbe utile compulsare i testi di Gramsci e Fortini. La sua condizione attuale è quella dei lavoratori della conoscenza chiusi spesso in un corporativismo autoreferenziale che si aggiorna mutando vesti e forme e si limita ad autoriprodursi senza cambiare. Il suo futuro sarò quello di un intellettuale autocritico, responsabile della propria funzione sociale e della propria collocazione dentro l’organizzazione della cultura, “specialista + politico”?</p>
<p>[<em>Alias-Il Manifesto, 7 maggio 2011</em>]</p>
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