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		<title>Un mondo a parte</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Jan 2009 17:08:16 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Helena Janeczek Al cimitero di Orta Nova, in Puglia, c’è’ un piccolo mausoleo di marmo bianco simile a quelli dedicati al Milite Ignoto. Ma il ragazzo che vi è sepolto non è caduto in guerra. E’ morto nei tempi di pace che hanno generato l’Europa unita, è morto perché credeva che potessero circolarvi non [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/pomodori-ammassati.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/pomodori-ammassati-300x225.jpg" alt="" title="pomodori-ammassati" width="300" height="225" class="alignnone size-medium wp-image-13239" /><br />
</a>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>Al cimitero di Orta Nova, in Puglia, c’è’ un piccolo mausoleo di marmo bianco simile a quelli dedicati al Milite Ignoto. Ma il ragazzo che vi è sepolto non è caduto in guerra. E’ morto nei tempi di pace che hanno generato l’Europa unita, è morto perché credeva che potessero circolarvi non solo merci e capitali, ma anche le persone come lui che vogliono scambiare la forza delle loro braccia con qualche soldo. E’ morto, in qualche modo, perché ignorava il legame antico che unisce guerre e lavoro.<br />
Ne serba invece memoria una vedova che andando tutti i giorni al cimitero, una volta capita davanti a un rettangolo di terra segnato solo da una croce di ferro con scritto sopra SCONOSCIUTO.<span id="more-13237"></span> La donna ha fatto la bracciante per tutta la vita, i figli sono immigrati al nord, ma in quel momento deve essersi resa conto di essere privilegiata. Possiede un indirizzo che corrisponde a una casa del suo paese e un nome registrato all’anagrafe. Così Incoronata di Nunno va a scoprire quel che può su quel ragazzo venuto a faticare nei campi come faceva lei, trovato morto sul bordo di una strada, la testa – soltanto quella- cancellata dalle ruote di un camion passato sopra. Una fine sospetta, però in mesi nessuno si è presentato all’obitorio, per cui ogni possibile verità su quella morte va a finire sottoterra.<br />
Ma tanto basta a Incoronata per andare a trovare anche quel morto e poi decidere di commissionargli una tomba a proprie spese. Per l’iscrizione, la sua pietà le suggerisce il sinonimo che dà la giusta dimensione storica a quella fine: IGNOTO m 20-9-2006.<br />
Dopo circa un anno, alcuni connazionali fanno saltare fuori una foto e un nome. Il morto si chiamava Miroslaw, veniva da una cittadina vicino a Lodz, però non sanno più di questo neppure loro. Quindi il ragazzo polacco resta nel involontario monumento ai caduti nei campi di pomodoro offerto da una vecchia pugliese che lo ha adottato in morte .<br />
Si apre così <em>Uomini e Caporali</em> di Alessandro Leogrande (Strade Blu, Mondadori, p.253). Passato e presente, vicende globali e memorie locali si intrecciano come avviene in modo esemplare nell’incontro fra Incoronata e il ragazzo morto. Il libro è qualcosa in più di una semplice indagine su una realtà economica e sociale di vergognosa attualità come la nuova schiavitù globalizzata che prolifera nelle campagne meridionali. Si situa quasi all’estremo opposto dei reportage di Fabrizio Gatti,  camuffato da “negro bianco” per poter raccontare dall’interno l’esperienza dei braccianti africani nelle stesse terre. Leogrande invece visita cimiteri e casolari sequestrati dove ormai non si accampa più nessuno, calca le orme sicure di inchieste sfociate in processi e sentenze, parla con familiari di persone morte, con testimoni che viene spontaneo definire superstiti. Anche la parte più di inchiesta (come la vicenda dei braccianti polacchi nel Tavoliere fra il 2000 e il 2006 e il centinaio di <em>desaparecidos</em> cui la polizia polacca ha dedicato un<a href="http://www.policja.pl/portal/pol/221/Zaginieni_we_Wloszech.html"> sito</a>), si declina al passato.<br />
Ma proprio questa riduzione del campo di indagine, con il suo distacco dai fatti ricostruiti, consentono uno sguardo che raggiunge una profondità diversa. E questo per Alessandro Leogrande sembra più facile perché a quelle terre e alle sue memorie lui stesso appartiene. Reduce dalla Grande Guerra, il suo bisnonno, diventato da poco proprietario di una masseria, era stato implicato in modo oscuro in una ritorsione violenta contro i braccianti di allora. A Massafraglia, gli stessi proprietari terrieri avevano aperto il fuoco contro i cafoni raccolti nell’aia con la promessa della paga, dato la caccia ai fuggitivi, infierito sui cadaveri dei sei uomini che avevano ucciso. La ricostruzione di quell’episodio corre come un contrappunto alla vicende delle odierne “vite di scarto” imprigionate in mezzo alle distese di campi in cui non sanno orientarsi.<br />
Perché quei polacchi, sottolinea Leogrande, – oggi i romeni- non sono gli ultimi della terra, i più miseri, i più disperati. La loro povertà è di altra natura. Sono reclutati in ogni angolo del loro paese grazie ad annunci in rete o sui giornali, partono spesso da soli. Non hanno legami fra di loro, non vogliono nemmeno mettere radici nella terra dove si trovano, ma solo svolgere un lavoro temporale, concedere uno scarto di tempo e spazio per racimolare un po’ di soldi e ritornare. Tutto questo li rende più vulnerabili e spiega come mai al livello più basso dello sfruttamento si trovino oggi non i clandestini africani, ma i braccianti bianchi, europei, perfino comunitari. Loro prendono – se li prendono, visto che spesso non vedono un centesimo di paga- 3.50 all’ora o anzi più spesso a cassone che prevedono una sottrazione dai cinquanta agli ottanta centesimi per i loro caporali; gli africani un euro in più. Loro finiscono per essere consegnati direttamente dai pullman nei casolari mefitici dove si trovano sotto il controllo costante dei loro caporali connazionali che li sorvegliano persino quando vanno a fare la spesa. Gli africani spesso riescono ad offrire giorno per giorno le loro braccia agli angoli delle strade, come prevede il caporalato classico, e a trovare alloggi miseri, però non vigilati.<br />
Nelle intercettazioni seguite alle denunce dopo un blitz dei carabinieri in un maxi accampamento allestito in un ex ristorante-discoteca dal nome sinistro “Paradise”, i caporali polacchi si riferiscono a se stessi col termine “kapò”.<br />
“Ci sono stati dei controlli a San Severo. Nei confronti dei kapò, di quelli che…li chiamavano così ad Auschwitz, no?”<br />
I caporali incontrati in questo libro sono un’accozzaglia di gente strana. Alcuni corrispondono perfettamente al tipo dell’avanzo di galera, al criminale comune che rivestiva un rango di preminenza nelle gerarchie capovolte dei lager sia nazisti che staliniani. Altri, specie i veri capi, presentano l’aspetto algido, curato e ben vestito di è diventato imprenditore di vite umane. Altri ancora sembrano sdoppiati, come Jacek che sta a un grado intermedio fra il bracciante e il caporale e in preda a una crisi di coscienza telefona disperato alla madre.<br />
“Mamma, io voglio scappare di qua, perché qui sono come i maiali…”<br />
[…]<br />
“Torna, Jacek”.<br />
“Mamma qui hanno picchiato così tanto un ragazzo che stava qui con me che l’ambulanza ha dovuto portarlo via. Prima gli hanno detto che non l’avrebbero pagato per il lavoro fatto[…] Alla fine ha guadagnato solo 300 euro, ma dopo aver sottratto tutte le spese volevano dargli soltanto 50 euro. Lui si è arrabbiato e ha dato una spinta a quell’ucraino, quello di cui ti ho parlato, presso il quale lavoriamo. Siccome il ragazzo è alto e grosso, l’ucraino non ha potuto fare niente, così ha chiamato degli altri, Erano bulgari o albanesi…Sono venuti qui in quattro con i bastoni e l’hanno picchiato di brutto.”<br />
Ma Jacek non scappa, non torna, continua a svolgere il suo ruolo. Così come pure Andrzej Wnuk, il primo pentito del moderno caporalato, decide di collaborare con la giustizia solo dopo essere stato arrestato.<br />
Le vicende dei polacchi in Puglia così come sono ricostruite in questo libro, evocano l’ombra dell’universo concentrazionario facendo balenare l’ipotesi di un qualche nesso privilegiato fra la modernità “solida” totalitaria e quella “liquida” descritta dal loro connazionale Zygmunt Bauman. L’autore ne è consapevole e, a differenza di qualche giornalista locale che, toccando il nervo scoperto dell’opinione pubblica polacca, in un articolo aveva usato la parola “lager”, si limita a un più cauto e incontestabile “campi di lavoro”. Ma ritradotto in gergo nazista pure quel termine diventerebbe Arbeitslager, ovvero la forma di schiavismo cui milioni di polacchi erano stati assoggettati durante l’occupazione.<br />
Tra le rovine benjaminiane che Leogrande scruta nella postmodernità globalizzata approdata alla propria terra d’origine, sembrano compresenti alla rinfusa, ripetuti come le canzoni di epoche diverse presenti nel medesimo jukebox, diverse forme storiche di schiavitù. La tradizione autoctona che ratifica l’esistenza di “sovrastanti” e di cafoni, lo schiavismo colonialista dove sorveglianti “arabi” controllano la forza lavoro di braccianti neri e soprattutto quello totalitario con la sua disumanizzazione che passa non solo attraverso la violenza arbitraria, ma anche la dissoluzione di ogni legame fra uomo e uomo.<br />
Eppure quell’ordine carcerario è più fragile di quanto appare. Per romperlo, per trarre addirittura in giudizio gli aguzzini, ci è voluto relativamente poco. Qualche ragazzo col coraggio di scappare nella terra incognita che è per lui la Puglia e soprattutto la presenza di una figura capace di intermediare fra le autorità italiane e i braccianti schiavizzati. Colui che nel libro viene ricordato come una sorta di Schindler dei polacchi sfruttati nel Tavoliere, si chiama Domenico Centrone, è titolare di un’azienda che produce sottolii e sottaceti e riveste la carica di console onorario di Polonia a Bari. Ma se è vero che &#8211; insieme alla grande attenzione mediatica suscitata in Polonia- questo è stato sufficiente per ridurre la presenza dei polacchi oggi sfruttati in Puglia a poche centinaia, non basta certo a sconfiggere il modello economico che funziona su uomini e caporali.<br />
Per questo ci vuole una cosa sola: che l’applicazione delle norme si ripercuota sulla legge dell’economia. Che, in pratica, non convenga più far raccogliere i pomodori dagli schiavi, ma dalle macchine, come in questi ultimi anni sta cominciando ad avvenire grazie a maggiori controlli e sanzioni.<br />
Una sessantina di anni prima di quando l’IGNOTO sepolto ad Orta Nova veniva scempiato dalle ruote di un camion, 50.000 soldati polacchi sbarcarono a Taranto per dare il loro contributo alla liberazione dell’Italia. Anche quegli uomini erano stati schiavi, anche loro venivano da <em>Un mondo a parte </em>come si intitola il libro sulla prigionia nei gulag di Gustaw Herling che era uno di quei soldati. Avere memoria e coscienza di ciò che è stato non basta a evitare che la sopraffazione si rigeneri in sempre nuove forme. Ma senza averne più, si rischia di vedere solo la parte emersa di quel che il fiume lavico della storia vomita fuori a intermittenza e a frantumi. Mentre sotto, innaffiate dalla logica del profitto, alimentate dalla matrice eterna che, come giustamente osserva Leogrande, è la violenza e non la povertà, restano intatte le radici. Seguendo le tracce di chi è finito sottoterra o di chi è sparito senza nemmeno approdarvi, Alessandro Leogrande cerca di afferrarle, compiendo con questo libro un gesto analogo a quello della sua anziana conterranea che ha offerto un piccolo mausoleo a un morto senza nome e senza volto.</p>
<p><em>pubblicato su &#8220;Il Riformista&#8221;, il 11.1.2009.</em></p>
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		<title>L’interesse è usura</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 23 Nov 2008 08:31:12 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Pino Tripodi Interesse zero e nuove forme d’usura. Che differenza c’è tra interesse e usura? Dal mio punto di vista nessuno. Cambiano certo le forme e i tassi dell’usura, ma dal punto di vista concettuale non vi è alcuna differenza. In economia invece il discrimine passa tra ciò che viene ritenuto legale e ciò [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Pino Tripodi</strong></p>
<p><em>Interesse zero e nuove forme d’usura.</em><br />
Che differenza c’è tra interesse e usura? Dal mio punto di vista nessuno. Cambiano certo le forme e i tassi dell’usura, ma dal punto di vista concettuale non vi è alcuna differenza. In economia invece il discrimine passa tra ciò che viene ritenuto legale e ciò che viene ritenuto illegale. Per interi millenni i concetti si sono sovrapposti tanto che l’usura veniva intesa- e unanimemente condannata &#8211; come prestito di denaro in cambio di interessi. Il motivo dello stigma dell’usura è di grande importanza. Prestare soldi a interessi veniva condannato senz’appello perché ciò significava vendere il tempo e il tempo non appartiene agli uomini bensì a Dio. Ci hanno pensato prima le banche e poi gli stati a distinguere gli interessi dall’usura. L’usura è stata così introiettata nell’ordine economico.<br />
<span id="more-11374"></span><br />
Inserita nella legalità, l’usura si trasforma alchemicamente in interesse, viene ritenuta imprescindibile, legittima e salutare per l’ordine economico mentre l’usura con tutto lo stigma che si porta appresso viene sospinta nell’illegalità e abbandonata, almeno in teoria, alla sfera criminale. <em>Nel mondo moderno e contemporaneo l’interesse è divenuta la forma d’usura legale, mentre l’usura è divenuta la forma dell’interesse illegale.</em> La differenza tra usura e interesse è tutta qui, nella decisione di indicare quali siano le forme di legalità del prestito a interesse. Ma vi sono interi campi dell’economia in cui discernere il legale dall’illegale è veramente complicato. In Italia esiste una legge, la n.108/96, in base alla quale l&#8217;usura scatta quando il tasso d&#8217;interesse praticato nel finanziamento supera il tasso soglia, che si ottiene aumentando del 50% il tasso effettivo globale medio (TEGM) riferito alla categoria di operazioni del finanziamento effettuato. Nella pratica ci sono condizioni del mercato legale dei prestiti che superano abbondantemente il tasso di soglia o si allontanano da esso di qualche centesimale giusto per non incorrere nei dispositivi di legge. Il campo dove il discrimine è più sottile è quello del credito al consumo che sta modificando profondamente la concezione stessa sia dell’interesse sia dell’usura. <em>L’interesse ormai non si paga solo sul tempo, ma anche sull’attività economica. È estorto come funzione pura dell’attività economica. L’attività di produzione viene vieppiù svolta per dar luogo a margini finanziari. La finanza cessa di essere un mezzo per avviare attività con attese di utili derivanti dalla produzione;semmai si inverte la situazione: vi sono attività di produzione che vengono attivate o reiterate prioritariamente per attivare margini finanziari.</em></p>
<p> Che con l’attività finanziaria si possa guadagnare di più che con l’attività produttiva lo hanno dimostrato in tanti: se ne sono accorti coloro i quali guidano le imprese. Interi settori dell’economia della produzione hanno interiorizzato la speculazione finanziaria lucrando non tanto sui margini della produzione ma su quelli della finanza. Vendono magari a prezzi di costo, ma guadagnano sulle operazioni finanziare, concessioni di prestiti e affini, messe in atto soprattutto nel circolo distributivo e commerciale. Nello sviluppo del credito al consumo, un flagello che sta distruggendo le economie proletarie di mezzo mondo, l’interesse è subdolo e l’usura in agguato. Soprattutto se in tutta legalità vengono praticati tassi a interessi zero, una formula irresistibile per i <em>lavoratori del consumo</em> che si fanno truffare in tutta allegria. I dispositivi ambigui con i quali si passa dagli interessi zero all’usura certa li chiarisco con un esempio. </p>
<p>Tempo addietro mi sono recato presso uno studio dentistico multinazionale per un apparecchio ortodontico di cui aveva bisogno mia figlia. La pubblicità sugli interessi zero mi aveva impressionato e volevo andare a fondo della questione. Ancora non avevo riflettuto abbastanza sull’argomento del credito al consumo, ma avevo studiato il caso Fiat, società che ha avuto buoni profitti nel settore del credito anche nel suo momento più disastroso grazie a una sua controllata che prestava soldi ai clienti Fiat. Nello studio dentistico per un apparecchio ortodontico mobile mi avevano chiesto 2900 euro da pagare a rate, naturalmente senza interessi. Ho chiesto che non mi raccontassero la favola degli interessi zero e mi facessero vedere i costi effettivi, ma il dirigente di quella società mi ha spiegato pieno di enfasi che anche se poteva risultare incredibile era vero; la sua società praticava interessi a tasso zero, prova ne era che anche pagando in contanti avrebbero fatto le medesime condizioni, anzi che non era neanche possibile pagare in contanti per motivi contabili. Avendo la sua società tante filiali nel mondo ha scelto che si movimenti il meno possibile denaro e che gli introiti passino attraverso le società finanziarie concordate. Dunque avrei dovuto rassegnarmi alla bontà degli interessi zero. A quel punto quasi convinto mi sono fatto dare il modulo del contratto grazie al quale ho scoperto che le rate non le avrei pagate alla società alla quale mi ero rivolto ma a una società finanziaria la quale effettivamente mi avrebbe fatto pagare i 2.940 euro previsti in 24 comode rate  di 122,50 euro ciascuna e allo 0% di interessi. </p>
<p>Al momento sono trasalito all’evidenza che una società finanziaria mi facesse un prestito senza pretendere interessi, ma per la mia natura sospettosa cominciai a pensare che 1) pagando le prestazioni dentistiche a una società finanziaria che non erogava alcuna prestazione medica non avrei potuto mai rivalermi sulla società che invece forniva la prestazione, 2) che gli interessi zero erano compresi nel prezzo garantendo lauti guadagni alla finanziaria e moneta contante alla società prestatrice del servizio, 3) che società finanziaria e società erogatrice del servizio potevano essere società di diverso nome ma di comune proprietà. Sospettoso anche dei miei sospetti iniziai nelle settimane appresso a fare un’inchiesta presso altri studi dentistici per verificare quale fosse il prezzo medio delle prestazioni di cui necessitava mia figlia depurato dagli interessi. Tra i 12 preventivi che mi sono fatto fare il prezzo minimo per la medesima prestazione è stato di 1200 euro e il prezzo massimo di 1900 euro. Dal che ho dedotto che gli interessi zero garantitimi dalla società multinazionale oscillavano da un minimo dell’83% a un massimo del 141% ( certo diviso per due anni, quindi 41, 5% e 70,05% su base annua). Anche i criminali più incalliti dell’usura scoppierebbero d’invidia. Sono tornato dalla società di servizi dentistici per complimentarmi con loro. Non solo rendono un servigio comodissimo ai propri clienti, ma riescono anche a fare un sacco di soldi in più. Ma sempre per la mia natura dispettosa mi sono convinto a non accedere più ad alcun mezzo di credito al consumo pur se offerto a interessi zero. E consiglio vivamente di fare altrettanto.</p>
<p>Maggio 2008, Pino Tripodi</p>
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		<title>Omicidi bianchi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Oct 2008 14:09:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Marco Rovelli Anzitutto, riformare il linguaggio. Non parlare più, a proposito delle morti sul lavoro, di morti bianche – espressione che designava le morti in culla: morti senza colpa, dunque, tragiche fatalità – ma di omicidi bianchi. Ché le responsabilità ci sono sempre, e individuabili. Così come individuabili sono i &#8220;motivi&#8221; che rendono possibili [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/img01.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-thumbnail wp-image-9504" title="img01" alt="" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/img01-150x150.jpg" width="105" height="105" /></a></p>
<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<div><span>Anzitutto, riformare il linguaggio. Non parlare più, a proposito delle <em>morti sul lavoro</em>, di <em>morti bianche</em> – espressione che designava le morti in culla: morti senza colpa, dunque, tragiche fatalità – ma di <em>omicidi bianchi</em>. Ché le responsabilità ci sono sempre, e individuabili. Così come individuabili sono i &#8220;motivi&#8221; che rendono possibili quelle morti. Una sinistra che davvero fosse tale porrebbe in essere una serie di dispositivi che andassero alla radice di quei motivi, e chiamassero davvero in causa i soggetti responsabili.</span></div>
<p><span>Le morti sul lavoro sono sempre &#8220;sovradeterminate&#8221; da cause interne al modello di sviluppo del nostro paese: la frammentazione del processo produttivo e dell&#8217;organizzazione del lavoro, la catena infinita di appalti e subappalti, la condizione precaria dei lavoratori e la loro conseguente ricattabilità, l&#8217;abbassamento del costo del lavoro, la preminenza abnorme della cosiddetta &#8220;microimpresa&#8221; nel tessuto produttivo italiano. </span><br />
Ma allora come contrastare questa piaga, se non è un fatto contingente ma una piaga implicata dalla struttura stessa dell&#8217;economia?<span id="more-9503"></span> E&#8217; necessario un cambiamento culturale – ma nel senso più ampio del termine &#8220;cultura&#8221;. Dove &#8220;cultura&#8221; è tutto l&#8217;insieme di pratiche materiali che formano l&#8217;umano, a partire dal suo essere uomo produttore. Cambiamento culturale, allora, significa prendere coscienza di quelli che sono i meccanismi di un intero sistema sociale ed economico che produce, e io credo non possa non produrre, le sue vittime sacrificali. Significa comprendere che la vera cura del problema sarebbe: &#8220;lavorare con lentezza&#8221;. Sono le necessità della produzione, dei suoi ritmi e dei suoi tempi – del profitto, dunque &#8211; che inducono a trascurare la sicurezza, che fanno intensificare ritmi e tempi di lavoro, che impediscono una formazione adeguata dei lavoratori. Se si deve fare in fretta, finire i lavori in tempi strettissimi, incrementare la produzione – la sicurezza diventa un impiccio. Ma la società – e il centrosinistra su questo non fa attrito &#8211; va in tutt&#8217;altra direzione: la detassazione degli straordinari, a livello italiano; e la decisione dell&#8217;Unione europea di abbattere il limite delle 48 ore conquistato nel 1917 (quando è ben noto che aumentando i tempi di lavoro cresce esponenzialmente la possibilità di infortuni e morti). Il lavoro, dunque, prima di tutto, e sopra ogni altra considerazione.</p>
<p><span>L&#8217;Italia ha un numero di morti sul lavoro più alto rispetto agli altri paesi europei sia in termini assoluti che in termini relativi (mi riferisco all&#8217;indice di morti ogni 100mila occupati, escludendo le morti in itinere, ovvero nel tragitto casa-lavoro o lavoro-casa: e questo nonostante i trucchi retorici che Confindustria ha usato a piene mani negli ultimi anni, senza che nessuno svelasse mai i suoi artifizi). Questo picco italiano di omicidi bianchi deve essere messo in relazione con un&#8217;altra specificità del sistema produttivo, che è la frammentazione abnorme del processo produttivo e la presenza della cosiddetta &#8220;microimpresa&#8221;, la cui assoluta centralità nel tessuto produttivo italiano viene fatta rilevare in particolare dagli studi di Sergio Bologna.</span><br />
<span>Dai dati Istat dell&#8217;ottobre 2006 risulta che su circa 16 milioni e mezzo di lavoratori nel settore di mercato, 8 milioni e mezzo sono impiegati in aziende con meno di 15 dipendenti (dunque senza le tutele dello Statuto dei lavoratori), e 6.179.000 lavorano in imprese che non superano in media i 2,7 dipendenti. Si tratta di imprese familiari, o addirittura di &#8220;ditte individuali&#8221; (un vero e proprio paradosso logico), che costituiscono il cuore dell&#8217;economia italiana. Un dato che emerge da un&#8217;indagine di Mediobanca del 2006 appare decisivo: nel decennio 1996/2005, le medie e grandi imprese (quelle sopra i cinquanta occupati) hanno ridotto ininterrottamente la forza lavoro, accumulando nello stesso tempo profitti in misura mai così grande nella storia del paese (e determinando lo scarto di reddito tra gli strati più ricchi e quelli meno ricchi che è il più grande dell’Unione Europea ). Nonostante il fatto che. dopo l&#8217;accordo sul costo del lavoro del luglio 1993, per dieci anni i salari pubblici e privati siano rimasti quasi fermi, caso unico nell&#8217;Unione Europea, le medie e grandi imprese non hanno scelto di investire in tecnologie o in ricerca, per ingrandirsi e creare occupazione, ma hanno continuato a decentrare, a subappaltare, a esternalizzare. Perciò è stato l’universo delle &#8220;imprese&#8221; al di sotto dei 10 dipendenti a creare la maggiore domanda di lavoro, tenendo alta la dinamica occupazionale. Piccole e piccolissime &#8220;imprese&#8221; che devono spesso far fronte a bassi margini di profitto, che lavorano senza capitali, che hanno difficoltà a ottenere prestiti dalle banche, che non hanno sussidi come la cassa integrazione. Non a caso è in questo settore che si concentrano gli orari di lavoro più lunghi. E questo, è evidente, ha effetti immediati anche quanto alla sicurezza. Intervenire in questa questione sarebbe dunque essenziale. Incentivare la ricerca e colpire le rendite. Riformare un capitalismo malato. </span><br />
<span>Nel frattempo, si potrebbe impedire per quanto possibile la pratica generalizzata degli appalti al massimo ribasso. Che è una causa diretta di morte. Eppure messa in atto normalmente anche dagli enti locali e pubblici (un esempio tra i mille? I lavori per l’allargamento della terza corsia del Grande raccordo anulare a Roma, dove per quindici chilometri di strada da realizzare sono stati utilizzati più di centocinquanta subappalti). Lo si capisce facilmente: se una azienda appaltatrice vince un appalto con un ribasso del 50%, il margine di profitto non potrà che scaturire dal taglio del costo del lavoro, dall&#8217;incremento di tempi e ritmi di lavoro, dal taglio dei costi sulla sicurezza. E&#8217; così in tutti i settori produttivi, e massimamente in quello dell&#8217;edilizia. Che è il settore che tira il Prodotto Interno Lordo nazionale. Nell&#8217;ultimo decennio l&#8217;edilizia residenziale ha toccato la maggior produzione nella storia del paese, e dal 2001 al 2007 gli investimenti nazionali sono balzati da 58 a oltre 71 miliardi di euro, con un incremento del 23 per cento. Senza il contributo del settore edile, il Pil avrebbe avuto segno negativo. Ma questa crescita significa morte. Nell&#8217;edilizia accadono quasi un quarto di tutte le morti sul lavoro. E cinque infortuni su cento denunciati producono menomazioni permanenti. (&#8220;Denunciati&#8221; è necessario aggiungerlo, ché se l&#8217;Italia è il paese in Europa che ha il più alto tasso del sommerso &#8211; circa il 18% del Prodotto Interno Lordo -, sono moltissimi gli infortuni non registrati perché non denunciati. Secondo le stime della stessa Inail,l&#8217;Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro, sono stimabili in duecentomila l&#8217;anno.) </span>L&#8217;esperienza della ricostruzione in Umbria dopo il terremoto del 1997 lo testimonia: se si stabiliscono dei parametri corretti (ovvero una sorta di pavimento sotto il quale non si possa scendere per l&#8217;assegnazione degli appalti) e ci sono controlli sufficienti, le morti nei cantieri calano in maniera drastica.</p>
<p><span>Occorre rimettere dunque mano all&#8217;organizzazione del lavoro, e ai motivi che la determinano. Ma come? Io credo vi sia una sola strada: la creazione di un nuovo legame solidale tra i lavoratori, che sconfigga quel diffuso senso di solitudine sociale ormai generalizzato. Sono i lavoratori a doversi difendere. Nessuno può farlo per loro. E questa azione non può che passare per una pratica sindacale reticolare, dove sindacato significa proprio questo: autodifesa dei lavoratori, e rivendicazione dei propri diritti. Non dunque il sindacato sterilizzato, chiuso nelle sue camere iperbariche – non quel sindacato che tende a mediare i conflitti, o che tende a diventare patronato. Ma un sindacato che vive sui luoghi di lavoro, giorno dopo giorno. Ovvero, i lavoratori stessi che si difendono, in virtù dei comuni interessi che li uniscono. Lo dicono gli stessi tecnici della prevenzione – i dipendenti Asl che dal 1978 controllano la sicurezza sul lavoro (per quanto riguarda i cantieri vige anche il controllo degli ispettori del lavoro) -: occorre un rapporto privilegiato tra i tecnici e i lavoratori, attraverso la figura dell&#8217;Rls, il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza – figura che a sua volta deve essere difesa e valorizzata.</span></p>
<p><span>Certo, anche qui si tratterebbe di porre questioni di ampio respiro. Porre insomma la questione di un cambiamento radicale. Culturale, ancora, nel senso più ampio di cui sopra. Uscire dalla società del precariato. Dove precari non sono solo quelli che hanno un contratto e tempo determinato, ma precaria è la percezione soggettiva del lavoro. Precario è, etimologicamente, colui che prega, colui che implora una grazia (<em>gratia gratum faciens</em>). E la nostra è una società precaria perché il lavoro non viene più vissuto soggettivamente come un diritto da rivendicare, ma come una grazia da avere, una privilegio di cui occorre essere grati. E chi è grato è debitore, e non rivendica alcunché. China la testa – lavora e zitto.</span><br />
<span>Figura paradigmatica di questa china discendente del lavoro sono i migranti – figura precaria per eccellenza. Gli immigrati in genere si infortunano, secondo i dati Inail, il 50% più degli altri lavoratori. Nel 2006, ad esempio, gli infortuni denunciati dai lavoratori immigrati erano 116.305, contro i 798.720 degli italiani; quelli mortali, 141 contro i 1140 degli italiani. La maggior parte rumeni. E&#8217; evidente la sproporzione tra la percentuale del numero di lavoratori immigrati sul totale degli infortunati (circa il dodici percento) e la percentuale del numero degli immigrati che risiedono regolarmente in Italia (poco più del sei percento, secondo il rapporto Caritas 2007). Si consideri poi che tra gli immigrati non denunciare l&#8217;infortunio è prassi normale. Prassi indotta dalla legge sull&#8217;immigrazione – il cui scopo è produrre clandestinità (dove appunto la clandestinità è la figura estrema della precarietà, essendo assoluta assenza di diritti). Poiché il contratto di lavoro è essenziale per la permanenza in Italia, l&#8217;immigrato non vorrà certo rischiare di perderlo, e dunque, a norma di legge, il lavoratore immigrato tenderà a causare quante meno frizioni possibili con il suo datore di lavoro. Sarà, per usare un termine caro a Foucault, più &#8220;docile&#8221;. I lavoratori immigrati sono quelli più deboli, più ricattabili, più silenziosi. Le figure più moderne, dunque, del mondo del lavoro.</span><br />
<span>Un discorso a parte meriterebbe la questione delle sanzioni. In una società che reclama a gran voce più carcere per tutti, gli unici che si sentono immuni sono gli imprenditori. Sul tipo di sanzioni da comminare – penali, economiche, inibizioni personali all&#8217;attività – la discussione è aperta, e da fare. Ma è certo che finché ci sarà, come ora, la certezza dell&#8217;impunità, l&#8217;imprenditore non avrà alcun interesse a garantire la vita dei lavoratori.</span><br />
<span>Infine: anche ai mass media – nella produzione di un nuovo senso comune &#8211; toccherebbe di articolare discorsi che facciano senso di eventi che potrebbero apparire casuali. Parlare di morti sul lavoro non come vuota ritualità, come enumerazione di tragiche fatalità significherebbe mantenere alta l&#8217;attenzione sulla vicenda, impegnarsi a dar conto come vanno avanti i procedimenti giudiziari. Non il plastico della villetta di Cogne, insomma, e nemmeno solo meri loculi anagrafici: ma inchieste, e l&#8217;impegno a seguire ogni singolo caso – che di solito finisce nel nulla. Non dimenticarsi delle morti il giorno dopo, lasciando nel vago ogni responsabilità. Fare di ogni morte sul lavoro quel che, per una serie forse casuale di eventi, il sistema mediatico ha fatto (e in alcuni casi ha <em>dovuto</em> fare) per la ThyssenKrupp.</span><br />
<span>Fermare gli omicidi bianchi è la cosa più difficile. E&#8217; utopia, oggi. (E, in quanto utopia, è necessaria). Perché stiamo parlando di vittime sacrificali di un sistema tutto intero. E solo scardinando dalle fondamenta quel sistema potremmo immaginare un mondo dove lavoro non significa morte.<br />
</span></p>
<p><span>Dal libro <em><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8807171619/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8807171619&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank">Sinistra senza sinistra &#8211; Idee plurali per uscire dall&#8217;angolo</a></em> (Feltrinelli, euro 14).</span></p>
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