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	<title>prosa comtemporanea &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Da prose brevi inedite</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 Jan 2016 13:00:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[Jacopo Ramonda]]></category>
		<category><![CDATA[prosa comtemporanea]]></category>
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					<description><![CDATA[di Jacopo Ramonda &#160; NICOLÒ (#1) Nicolò si è finalmente deciso a cambiare la disposizione dei mobili in salotto, immutata dai tempi in cui sua madre era ancora viva e autosufficiente. Con la nuova sistemazione, la stanza gli sembra più grande e addirittura più luminosa. Ad un primo sguardo non sembra trattarsi semplicemente di una [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Jacopo Ramonda</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>NICOLÒ (#1)</p>
<p>Nicolò si è finalmente deciso a cambiare la disposizione dei mobili in salotto, immutata dai tempi in cui sua madre era ancora viva e autosufficiente. Con la nuova sistemazione, la stanza gli sembra più grande e addirittura più luminosa. Ad un primo sguardo non sembra trattarsi semplicemente di una versione rimaneggiata della quotidianità, ma – come per effetto di un’illusione ottica – di un’altra stanza, del tutto nuova. <span id="more-59435"></span>Inoltre la novità non gli procura quello spiacevole effetto di disorientamento provato pochi giorni fa, svegliandosi nel letto di sempre; ma che aveva spostato da un lato all’altro della sua camera prima di andare a dormire, per poi riportarlo nella posizione originaria già la sera dopo, appena rientrato dall’ufficio.</p>
<p>Nicolò osserva il salotto, godendosi il senso di rinnovamento; fino a quando nota i segni dei piedini dei mobili rimasti sulla moquette e i leggeri aloni lasciati dai quadri sulla carta da parati. Coordinate del passato, probabilmente indelebili; una mappa sbiadita che documenta la geografia originaria del salotto, prima della deriva dei suoi continenti.</p>
<p>*</p>
<p>NICOLÒ (#2)</p>
<p>Nicolò cammina lungo il marciapiede, senza una meta precisa, quando passa davanti ad un piccolo mobiliere del centro. Il suo sguardo viene catturato dalla vetrina principale, in cui è presentata una zona notte completa, composta da una cassettiera, un letto matrimoniale con una coppia di stampe appese al di sopra della testiera, comodini, abat-jour e tappeti scendiletto. Sul comodino di sinistra, sono disposti alcuni libri, ordinatamente impilati l’uno sull’altro; su quello di destra, una sveglia e un piccolo portafoto vuoto. I colori dei mobili e della biancheria sono perfettamente coordinati tra loro; Nicolò, dopo essersi fermato ad osservare ogni dettaglio, non può fare a meno di notare – con un’irritazione ingiustificata, di cui si stupisce – quanto quell’eccessiva perfezione risulti inverosimile e incapace di rendere l’idea di un ambiente abitato. Nicolò attraversa la strada, ma poi si ferma e si volta ad osservare nuovamente la vetrina, come a distanza di sicurezza. Anche da un punto d’osservazione meno ravvicinato, la sua conclusione si conferma corretta, pur rivelandosi per ciò che è: un pretesto finalizzato a distogliere lo sguardo il più in fretta possibile, tentando di dissimulare il misto di attrazione e repulsione che prova. Come un sipario che si apre, lascia Nicolò totalmente inerme davanti allo spaccato di una camera da letto in cui tutto è pensato per due. Dopo aver sempre vissuto con sua madre, badando a lei fino alla fine, ad un tratto si sente incapace di controbattere a quell’immagine, e si trova costretto ad arrendersi di fronte all’evidenza: due è il numero naturale. Trovarsi al cospetto di un suo inevitabile rimpianto – con il quale ha sempre saputo convivere – esibito in pieno centro come una sorta di installazione, lo fa sentire nudo, lo mette a disagio. Nicolò si sofferma ancora per qualche istante sui suoi pensieri, tentando di restare a galla, mentre osserva la camera da letto in vetrina, da cui lo separa soltanto il flusso irregolare di passanti, probabilmente diretti verso casa; forse verso una stanza di quel tipo.</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>TOMMASO (#1)</p>
<p>Nel corso della sua carriera di dermatologo, Tommaso ha esaminato la pelle di migliaia di sconosciuti. Durante le visite, quasi tutti i pazienti si comportano nello stesso modo, con una particolare formalità e un certo distacco, reagendo alla propria nudità con freddezza. Tommaso presta servizio in ospedale e in due studi privati, in cui lavorano vari medici, con diverse specializzazioni. La maggior parte dei clienti arriva in leggero anticipo rispetto all’ora dell’appuntamento. Citofonano e pronunciano il proprio nome; la segretaria apre la porta, dicendo a che piano salire. Le persone in sala d’attesa sollevano spesso lo sguardo dai cellulari o dalle riviste che stanno sfogliando, per osservarsi tra loro con rapide occhiate, che non si incrociano mai per più di un istante. Poco dopo la visita appena conclusa, arriva il turno del paziente successivo, che viene chiamato ad entrare nello studio. Se si tratta di una prima visita, lui e Tommaso si presentano, anche se ognuno conosce già il cognome dell’altro. Nel caso di un controllo generale dei nei, il paziente si spoglia e si stende sul lettino, di solito dando la schiena a Tommaso. Le possibili patologie sono riconducibili ad un numero finito di variabili. I corpi invece sono estremamente diversi l’uno dall’altro, alla vista e al tatto. Da un punto d’osservazione ravvicinato, l’anatomia umana sembra soggetta a variazioni illimitate. A volte Tommaso si chiede se abbia mai visitato due sosia. Sebbene non possa escluderlo con assoluta certezza, le probabilità sono minime.</p>
<p>*</p>
<p>TOMMASO (#2)</p>
<p>Normalmente a Tommaso non piace visitare persone che conosce al di fuori del lavoro, anche se solo di vista. In realtà, coincidenze di questo tipo non gli capitano di frequente. Il caso di questo pomeriggio rappresenta quindi una doppia eccezione, fatto ancora più raro. Anche se lui e S. non si erano mai rivolti la parola prima che lei entrasse nel suo studio, Tommaso l’ha riconosciuta all’istante. Sono trascorsi circa quattro mesi dall’unica volta che lei ha messo piede in casa sua, alla festa per i diciassette anni di sua figlia V.. Tommaso è molto fisionomista; raramente dimentica un volto che lo ha colpito. Durante la visita, S. non ha fatto alcun riferimento a V.: probabilmente non sono altro che conoscenti, e S. non ha collegato il suo cognome a quello di sua figlia. Fino a poco fa lui non sapeva nemmeno come si chiamasse, e di sicuro il suo non è un nome che V. cita abitualmente. È possibile che S. abbia partecipato alla festa per via di amici in comune. Tommaso ha controllato i suoi nei uno ad uno, osservando il suo corpo da vicino e appoggiando i polpastrelli su di esso. Per un attimo ha considerato la possibilità che lei stesse solamente fingendo di non conoscerlo, ma l’ha scartata subito, essendo un uomo razionale.</p>
<p>*</p>
<p>TOMMASO (#3)</p>
<p>Di tanto in tanto, Tommaso attraversa periodi in cui soffre di una leggera insonnia. A volte, però, il disturbo si acutizza, in modo improvviso, apparentemente senza ragione. A Tommaso capita di svegliarsi in piena notte e di non riuscire a riaddormentarsi fino all’alba, quando diventa facile preda di incubi mattutini vividi, che gli restano impressi nella memoria, nonostante non sia solito ricordare i suoi sogni. In quei casi, almeno inizialmente, cerca di restare a letto, imponendosi di non guardare continuamente l’ora e tentando di abbandonarsi al torpore che ancora lo avvolge. Quando gli sembra evidente che non riuscirà a riprendere sonno, si arrende e si alza, facendo attenzione a non svegliare F.. Senza accendere la luce, esce a tentoni dalla camera da letto, si chiude la porta alle spalle e vaga per casa, guardando il buio fuori dalle finestre; poi fuma una sigaretta in cucina e legge fino a quando non sente gli occhi abbastanza pesanti per provare a riaddormentarsi.</p>
<p>Ieri mattina ha sognato la visita a S.. Diversamente da quanto accaduto pochi giorni fa, nel sogno era inverno e la finestra dello studio era aperta, nonostante fuori nevicasse. S. indossava vari strati di vestiti pesanti, che si sfilava di dosso uno ad uno, lasciandoli cadere sul pavimento in modo dimesso, fino a spogliarsi completamente. Il suo corpo era avvolto da un esoscheletro scuro, lucido, cosparso di venature, come quello di un insetto. S. si sdraiava sul lettino, con lo sguardo rivolto al soffitto, e lui le sfiorava l’esoscheletro inerte con le dita, cercando delle fenditure tra le placche.</p>
<p>*</p>
<p>TOMMASO (#4)</p>
<p>Il nipote di Tommaso si ferma lungo il sentiero e richiama a gran voce l’attenzione del nonno, dicendogli di venire a vedere cosa ha trovato. Tommaso gli spiega che si tratta dell’esoscheletro di un insetto, abbandonato dopo la muta. Un artropode in sviluppo si libera periodicamente della cuticola che lo avvolge, come se si trattasse di un vestito ormai troppo stretto, concentrando la sua crescita corporea nelle fasi di muta. L’episodio gli richiama alla memoria un sogno vecchio di anni, che all’improvviso ricorda perfettamente, in ogni minimo dettaglio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>La liberazione di Andromeda</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Sep 2010 08:28:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[Andromeda]]></category>
		<category><![CDATA[DNA projectbox]]></category>
		<category><![CDATA[ekphrasis]]></category>
		<category><![CDATA[materiali per un libro su Parigi]]></category>
		<category><![CDATA[mostro]]></category>
		<category><![CDATA[Perseo]]></category>
		<category><![CDATA[Piero di Cosimo]]></category>
		<category><![CDATA[prosa comtemporanea]]></category>
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					<description><![CDATA[ad Antonella Anedda, che ha scritto un mirabile libro di e su scritti ekfrastici, La vita dei dettagli di Andrea Inglese Quando la storia d’amore di *** anni, la più importante, la più lunga ed intensa, ha cominciato ad andare in pezzi, e io con lei, a frantumarmi in tante figure probabili, o solo abbozzate, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">ad Antonella Anedda, che ha scritto un mirabile libro di e su scritti ekfrastici, <em>La vita dei dettagli</em></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese </strong></p>
<p>Quando la storia d’amore di *** anni, la più importante, la più lunga ed intensa, ha cominciato ad andare in pezzi, e io con lei, a frantumarmi in tante figure probabili, o solo abbozzate, indecise, quando insomma il nostro amore così evidente e saldo diventò un brano improvvisato giorno per giorno, così che nulla era veramente prevedibile, e doveva per ciò essere narrato, spiegato, immaginato ogni minuto di nuovo, perché manifestasse almeno, sotto risoluta ispezione, un qualche senso, proprio in quel momento, in quello straziante intervallo, <em>La liberazione di Andromeda</em> di Piero di Cosimo, la cui riproduzione era rimasta incollata per tre anni almeno nella stanzetta riservata al water – le cosiddette <em>toilettes</em> francesi – sulla parete di fronte alla porta, ebbene quel quadro, che io avevo assorbito nel corso del tempo, come si assorbe un paesaggio dal ritaglio di una finestra, mi offriva una chiave globale e precisa per uscire dalla tenebra, e con chiaroveggenza trovare una diversa e più adeguata trama per mettere in ordine la mia triste storia, la mia storia dolente, finita in pezzi.</p>
<p>Il quadro si presenta stranamente affollato, le figure sembrano molte, addirittura troppe, tanto che si fa presto a dimenticarle, tutte quante è impossibile tenerle a mente, e pur enumerandole, con l’implacabile cadenza matematica, che isola e definisce, anche in tal caso qualcuna sfugge al conto, si sottrae alla somma finale: quante persone ci sono, in definitiva, raccolte sulla spiaggia, e sparse nell’intero paesaggio? Gli agglomerati di persone in primo piano, veri e propri capannelli, non permettono un conteggio sereno, spuntano sulla sinistra dei copricapo, bisogna spiare gambe, piedi e calzari, e sulla destra l’intrusione discreta, parziale, di un viso. <span id="more-36500"></span></p>
<p>Se escludiamo la coppia di protagonisti, gli spettatori del dramma – che in realtà voltano ad esso le spalle – potrebbero essere ventidue, ma allargando la visuale a colline, promontori, villaggi ancora ben distinguibili, possiamo aggiungere ventidue ulteriori figure (umane, antropomorfe), ma senza dubbio ne tralascio alcune, le più remote, nascoste nelle pieghe della rocca di sinistra, intorno o appena sotto le due grandi fattorie, mentre è difficile discernere i viventi dalle statue, nel gruppo di figure che popolano, sulla destra, il villaggio e i suoi dintorni, soprattutto se, come accade a me, si osserva il dipinto in un’unica riproduzione, grande quanto una mezza pagina A 4. Non vorrei occuparmi troppo di questa folla, che si comporta in modo imprevedibile e disomogeneo, che non sembra appartenere ad un’unica famiglia, e che comunque, più che come clan o comunità, agisce come moltitudine, animata da divergenti passioni e interessi: alcuni, stremati dal dolore, non riescono a mantenersi eretti, piegano le ginocchia, si torcono a terra, e neppure offrono il volto allo spettatore tanto dev’essere sfigurato e avvilito; altri invece, con schietta impudicizia, ballano e suonano, come ignorando qualsiasi calamità, o proprio per sormontare la minaccia e il ricatto dei lutti a venire, lanciando un esuberante motivo di gioia attraverso le note di bizzarri strumenti a corda e a fiato, che qualche musicologo è in grado di riconoscere come emblemi pittorici di arnesi realmente esistiti, e non capricci di un individuo svagato e talentuoso nel tratto e nel colore. Basterebbe in realtà dedicarsi a queste figure, riunite in bande opposte sulla spiaggia, i sofferenti e i gaudenti, gli stremati e i festeggianti, i malcapitati e gli allegri errabondi, basterebbe lasciarsi trascinare da questa faida emotiva, che alterna come una nenia ipnotica tristizia e gioia, lacrime e risa, spasmi nervosi e passi di danza, basterebbe questo ritmo umano, elementare, per calmare la mente che vuole invece intessere storie, biografie, episodi, ruoli. Ma alle spalle del variopinto gruppo dei ventidue, tre decisive figure campeggiano, anzi quattro, dal momento che una di esse appare duplicata: si tratta di una donna seminuda, di un mostro ingombrante e di un guerriero agile e intraprendente. La donna, come in molti sogni erotici, è legata per le braccia, e offre il suo corpo nudo dai fianchi al petto: una veste bianca, o un prosaico lenzuolo, la avvolge accuratamente, coprendole avambracci e gambe. Il suo sesso appare e scompare, è un suggerimento: la stoffa che le cinge i fianchi si piega verso il basso, all’altezza del pube, in modo tale che il pensiero, vorace, vi insista cieco. Ma è la posa, di completo abbandono, con la testa reclinata sulla spalla destra, gli occhi semichiusi (chi può dirlo?), i seni spinti in fuori, il busto lievemente piegato verso terra, è questa condizione di schiava sessuale, ormai arresa alla giostra di sevizie che l’aguzzino le prepara, è questa spossatezza, che la rende in qualche modo intollerabile allo sguardo, non davvero mai a lungo contemplata dallo spettatore, che preferisce spostare l’attenzione al mostro, il quale campeggia terribile e sconfitto, rovesciato di tre quarti, al centro del quadro. E su di esso, quasi in punta di piedi, con discrezione, l’esecutore al lavoro, il giovane killer armato di sciabola: Perseo.</p>
<p>Di tutte le figure, pur essendo la meno accomodante, quella del mostro è di certo la più fedele: essa si fa guardare in continuazione, raccoglie su di sé l’ostinata curiosità dei vivi, l’indiscrezione degli spettatori, la malagrazia di coloro che altrove, oltre loro stessi, cercano un approdo: un disgraziato episodio da rimirare, appena compassionevoli, con la risaputa sete di rivalsa. Il mostro è lì, perfettamente calato nel suo ruolo di obbrobrio, stolido e pericoloso, eppure in qualche modo dimesso: volge al suo carnefice la giugulare, sprofonda su un fianco, si candida ad essere sempre, consensualmente, ammazzato. Il mostro ha delle strane e fulve barbe, che tutte vibrano sulla parte posteriore del profilo, mentre dalle narici schizza filamenti d’acqua e guarda, con presumibile tristezza, Andromeda: sa che non la vedrà più, che mai l’ha posseduta, che non ha avuto tempo, a causa dei suoi fitti impegni di rapitore, di concedersi un attimo di pace con lei. Perseo è discreto e grazioso: uccide con una disarmante eleganza, tutto piegando il braccio verso di sé, come un tennista che prepara un rovescio, così che la sciabola rimanga per un attimo sospesa dietro la sua nuca, prima di calare, secca, sulla gola del drago acquatico.</p>
<p>In questa vicenda per nulla lineare o moraleggiante, ma che di continuo insinua il dubbio, quasi che tutto si fosse svolto troppo facilmente, senza fatica né vero attrito, salvo poi riservare imprevedibili e funeste sorprese, in tutta questa irrisolta tensione, che cresce alla proprio fine invece di scemare per sfogo catartico, le onde, loro, compiono un miracoloso aggiustamento: sanano ogni sospeso, debito, ritardo, danno involontario. Quel ricamo di onde, onirico ed ironico, svagato e scientifico, è un messaggio sempre attuale di possibile calma e padronanza di sé. Ogni onda, infatti, si collega ad una forza tremenda e devastante, che è stata però compiutamente, con classicità, domata, chiusa in una cilindrica espressione d’acque: i serpentoni intorcigliati, che finalmente docili, accasati, costruiscono il luogo proprio del mostro e dell’episodio che intorno a lui si articola e dirama, per rive e promontori, strazi e ludi, seni nudi e piedi alati. Le onde concentriche, solide e ben levigate, tutto infatti tengono assieme, e tendono, come corda d’arco, che spinge ai lati opposti i capannelli e le rive di destra e sinistra, incardinando al centro il mostro, in modo tale che funga, di notte e giorno, con vento e pioggia, da plancia, basamento, spianata d’atterraggio per l’eroe, il Perseo volante, un po’ Flash Gordon, un po’ Yves Klein, tuffandosi ad angelo dalla finestra.</p>
<p>Ma come tutta questa generosa coreografia sia profondamente impressa in alcuni destini, tra cui il mio, e quello del mio perduto amore, resta da dire, da dimostrare forse, ma così è: per suprema evidenza. Quella storia, così ben disegnata e dipinta, composta e colorata, parla di me, di come ho interpretato, per nove anni, il mio ruolo di amante, e parla di lei, di come lei pure ha interpretato il suo, e come entrambi ci siamo ritrovati, stretti nell’identica vicenda, con un mostro sotto mano, disperazioni e gioie, lacrime e balli, sempre in movimento, accuditi dall’enormità dell’impegno. Il mostro di Andromeda era lo schifo e il terrore per la vita, era la disperazione, che con puntualità sorgeva dalle acque, tutto scuotendo e ribaltando, gonfiando cavalloni e schiantandoli a riva. Di quella immedicabile disperazione, Andromeda era vittima, prigioniera, schiava: il suo corpo docile si offriva allo sguardo sul punto di essere divorata. Andromeda aveva il fascino lancinante della vulnerabilità estrema: legata, spogliata, immobile di fronte al peggiore dei pericoli: il disgusto di vivere. Perseo ero io, ossia l’eroe, convinto del mio mestiere, attrezzato a modo, solerte nei balzi, raramente giungevo in ritardo o saltavo un giro. Avevo dimestichezza con il mostro: sopra e sotto le acque, attraverso le sue orribile barbe, scivolando sulla sua turgida e viscida coda, io stesso avevo ampiamente vagato. Ero familiare con ogni fondale e sprofondo marino, con ogni pozzo e grotta, con ogni buco, squama, tentacolo, con la disperazione nera. Sapevo, con la grazia dell’eroe dal piede alato, avvicinarmi ad essa, laddove eroi più virulenti e solenni avrebbero esitato, atteso troppo, o gli sarebbero andati furiosamente addosso, finendone alla fine inghiottiti. Io andavo e venivo dal mostro, giocando sul tempo lungo, senza fretta di chiudere la partita, ma sicuro che prima o poi non sarebbe più riemerso. Perché lo scopo non era limitato ai ciclici corpo a corpo, ma prevedeva un ferimento a morte, la scomparsa finale dell’antagonista, e il trionfo dei suonatori a riva con le ramaglie sventolanti.</p>
<p>(È d’altra parte risaputo: se c’è un mostro, esso è quasi sempre nostro. È San Giorgio che secerne il drago, tutto San Giorgio è un’apparecchiatura complessa, ad energia animale, con la camera di compressione in metallo, dell’armatura, e il filiforme tubo di scarico, la lancia, da cui sibila, prendendo peso e forma, gonfiandosi d’acchito, lo scaglioso e lutulento drago. Disarmato e scavallato, San Giorgio è indiscernibile dal mostro, se lo porta nelle viscere, il mostro lo segue come ombra, sta incollato ai suoi gesti, ma montato finalmente il solenne apparecchio, con cavalcatura, sella, mantello, maglia metallica, armatura ed elmo, guaina, spada e lancia, finimenti e criniera, tutto l’insieme ben regolato, connesso, avvitato, il mostro è pronto per essere distillato da San Giorgio: di forza espulso, schizza fuori all’esterno, separato e solido, sufficientemente a distanza per essere preso di mira, combattuto e inforcato. L’estroversione del mostro implica nobiltà d’abiti, solenni strofinature di corazza, gonfaloni e cavalli selezionati. Un indigente, senza l’alambicco d’acciaio e il quadrupede, il mostro se lo porta addosso, glielo si legge in faccia: per questo, quando la folla lo piglia, senza troppi distinguo tra dentro e fuori, gli piazza la corda al collo, come a un sol l’uomo, all’indigente e al suo mostro, che nessuno li distingue né da vivi né da morti.)</p>
<p>Tutto quel lungo malinteso che era stata la storia d’amore, che come ogni amore sembrava edificare la sua durata sulla comprensione, non solo ovviamente verbale, e neppure su una semplice affinità di vedute o sintonia di affetti, ma su un bilanciato gioco di fantasmi e desideri, di sogni e aspettative, che trovavano quotidianamente superfici, appigli, sostegni per rilanciarsi, per alimentare la follia reciproca, perché null’altro è l’amore se non una sensuale, erotica, follia reciproca, capace di radicarsi come una pianta infestante in un terreno fertile, di simulare un paesaggio definitivo, quando invece ogni amore è stagionale, ossia un malinteso prolungato, quanto alle risorse oniriche rispetto alle prove del reale, dei venti e dei freddi estremi, delle siccità impreviste, così dopo tempi che possono essere più o meno lunghi ci si guarda da una diversa posizione, come se la felicità erotica, amorosa, non fosse stata che la capacità di mantenersi al proprio posto in un dipinto, immersi pacatamente nella sua coreografia, ognuno soddisfatto della propria posa, giorno dopo giorno, ricreando una circolarità di tensioni, di spinte e controspinte, perfettamente espresse e ciò nonostante contenute, assorbite. Ma quando insensibilmente ognuno scivola altrove, liberandosi dalla sua posa come fosse una astrusa costrizione, e non la curva naturale del corpo e della mente, allora l’equilibrio psicotico va in pezzi, ondate di realtà invadono la scena da ogni parte sotto forma di dettagli abnormi e inquietanti che nessun ordine di linee e fasce di colore può più addomesticare: così è stato, dopo lunghi anni, tra me e Andromeda, quando abbiamo iniziato a navigare nei pezzi, nei detriti, di un quadro che non si teneva, non ci teneva più, assieme.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/piero-di-cosimo-11.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/piero-di-cosimo-11.jpg" alt="" title="piero di cosimo 11" width="600" height="352" class="aligncenter size-full wp-image-36506" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/piero-di-cosimo-11.jpg 600w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/piero-di-cosimo-11-300x176.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></a></p>
<p>[Da <em>Materiali per un libro su Parigi</em>]</p>
<p>°</p>
<p><a href="http://www.dnaprojectbox.com/index.php?/testi/04-andrea-inglese/">Il testo</a> è tratto dal sito <a href="http://www.dnaprojectbox.com">DNA projectbox</a></p>
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